giovedì 24 gennaio 2013

Open



“Da insegnante, mi piace scegliere la pecora nera che fa un errore ma mi regala un’emozione”
(Daniel Ezralow)

Monica, pazientemente, accetta il mio entusiasmo per “Open”, l’ultimo spettacolo ad opera della compagnia di ballo di Daniel Ezralow.
Sabato, serata libera che Lupo è … in vita. Scartiamo l’ipotesi “cinema” e ci tuffiamo nell’elegante sala degli Arcimboldi.
Ho un’autentica passione per corpo, corporeità e movimento. Monica lo sa ( beh, è pure mia moglie) ed acconsente a rinunciare al cinema per uno spettacolo di danza.
L’inizio non è dei migliori, il primo quadro risente di sfasature evidenti tra i ballerini. Poi lo spettacolo prende quota e, pur tra qualche diacronia nei tempi, ci trascina in un’entusiastica adesione. Le musiche, di stampo “classico”, sono bellissime; alcune sanno di un mio passato personale, tra Satie e Aranjuez  , altre mi rimandano alle musiche che, in radio, ascoltava mio padre negli anni ’60.
Quadri danzanti si susseguono, narrando, senza apparenti pretese, momenti di vita quotidiana, riti antichi, semplici incontri, beffarde ironie sull’esagitata voglia di palestra e lo scarico di energia frustrata, dolci melodie d’amore finite … in acqua e tanto altro ancora.
Mi pare quasi di essere invitato su percorsi seminascosti, dove nessuno e nessuna autorità ti può etichettare e  chiedere l’adesione, formale o meno, ad un’idea, ad una decisione. 
Ogni giorno, vivo e vedo il tanto auspicato adattamento, il conformismo, ( presente anche nelle diverse correnti che si propongono come anticonformiste per poi crearne uno minoritario di conformismo ) che mostra il volto di una società “grande madre”, la quale tutti ci contiene e rassicura,
Ogni giorno, vivo e vedo un senso comune, una “maggioranza silenziosa”, che t’inculca “lo stato siamo noi, sei anche tu” così non puoi certo contraddirlo: che fai, contraddici te stesso ?
Vedo tutto ciò ma, nei corpi slanciati e nelle danze virtuose dei ballerini, intravedo un invito ad accedere ai percorsi seminascosti di cui sopra. Vedo l’entusiasmo che lascia respirare il cuore e la possibile pratica di un oggi, già da oggi, diverso e… aperto. Come “Open”, aperto” è il titolo dell’opera.
Aperto, come il dio che danza nietzschiano,  ad una tenerezza birichina come al più sfrontato coraggio. Aperto alla circolazione delle pratiche e delle idee. Politicamente scorretto, controcorrente, Liberato e libero.
Applausi ed ancora applausi. Troppo breve lo spettacolo, poco più di un ora. Ma davvero bello. Da vedere, appunto.

“I più grandi ballerini non sono grandi per il loro livello tecnico, sono grandi per la loro passione”
(Martha Graham)







martedì 22 gennaio 2013

Lungo il percorso



“Porto addosso le ferite delle battaglie che ho evitato”
(F. Pessoa)

I miei primi passi nel Karate
Quando iniziai la pratica del Karate, era il Febbraio del 1976, mai avrei immaginato di trovarmi, a 61 anni, ancora a praticare. A praticare quotidianamente e con tanta passione.
Iniziai col Karate perché allora, a Milano, c’erano solo Karate o Judo: a me prendeva di più menar cazzotti che avvinghiarmi e strattonarmi, forse anche in ragione delle mie “vivaci” esperienze di strada, così scelsi il Karate.
Il” Karate perché allora era pensiero comune che di Karate ne esistesse uno ed uno solo: lo Shotokan.
Ci sarebbero voluti un paio d’anni per scoprire che lo “Shotokan” era solo uno delle centinaia di stili di Karate ed un paio d’anni ancora per scoprire che  dello Shotokan c’erano diverse interpretazioni.
Non voglio tediarvi con il mio passato marziale, tra diversi stili di Karate, poi quello che allora si chiamava “Contact” ed oggi è “Kick Boxing”, e poi il “Karate Storico / Shaolin Mon Karatedo” e Ju Jitsu, Yoseikan Budo, Kenpo, Kali, I Chuan, Wing Tsun / Wing Chun, Tai Chi Chuan …
Perché passai da una pratica all’altra era, sostanzialmente, dovuto alla ricerca dell’Arte più completa, con le “armi” più efficaci.
Con gli anni, incontro dopo incontro, mi accorsi che ero io, il praticante, a dover cercare la consapevolezza (“stare nell’esperienza – il qui ed ora; esercitare un’attenzione vigile e dinamica – il cacciatore; apprezzare sorpresa e stupore – sospensione del giudizio, ascolto empatico; scoprire lo straordinario nell’ordinario – unicità dell’esperienza” in http://www.tizianosantambrogio.it/tai.html )
 attraverso il saper gestire corpo ed emozioni: le diverse Arti erano solo strumenti per rendermi più capace.
Monica e Lupo, il mio calore
Più importante è il “come” ci passai. Un “come” che portò a galla la mia parte Ombra, quella parte “cattiva” che non volevo riconoscere ed accettare, che usciva fuori, brutale e predatoria, dotata di un’apparente vita propria ed incontrollata. Un “come” in cui fu fondamentale il mio percorso gestaltico (“Quando accade qualcosa di reale, ciò mi emoziona profondamente” F. Perls), insieme ad alcuni accadimenti personali: l’essere lasciato dal mio grande amore, mia moglie Donata, improvvisamente votatasi ad una vita di allegre vacanze, settimane bianche, divertimenti e spensieratezza in una compagnia di giovani poco più che ventenni, ancora stanziali presso mamma e papà, con ciò privato dell’immenso piacere del quotidiano vivere con mio figlio Kentaro e del quotidiano accompagnarlo  nel diventare adulto; poi l’incontro con Monica e quel che ne seguì, di sentimenti forti rinnovati, compresa la nascita di nostro figlio, il mio stupendo Lupo.
Un “come” che mi spinse a ridurre le frequentazioni di studio marziale, laddove ogni Insegnante incontrato, di qualsiasi Arte, imponeva tecniche e loro imitazione: una povertà ed una noia mortale ! 
Ripresi, invece, la pratica Feldenkrais
( “Seguendo processi organici simili a quelli del bambino che impara per la prima volta a muoversi nel campo gravitazionale, il Metodo Feldenkrais ci permette di svincolarci da schemi posturali e di movimento meccanici e ripetitivi, divenuti inadeguati e inadatti a rispondere ai nostri bisogni, o addirittura dannosi per noi. Offrendo opzioni diverse e alternative al nostro abituale modo di muoverci, e stimolando l’autoconsapevolezza, il Metodo Feldenkrais permette la ripresa della crescita delle strutture nervose e aumenta la nostra capacità di scegliere più liberamente come agire e come essere” a cura dell’ Associazione Italiana Insegnanti Del Metodo Feldenkrais ),
e mi accostai  al mondo della danza, in particolare:
Expression Primitive
( “… la danzamovimentoterapia è una preziosa occasione per essere attraversati dalla dolorosa sensazione della crescita e della conoscenza”.  Danzare le Origini. V. Bellia)
e Danza Sensibile
( “La pratica del movimento cosciente permette di confrontarsi con le risposte inattese che emergono spontaneamente dal corpo. Le azioni fisiche svelano il proprio mondo psichico ed emotivo, portando alla luce aspetti personali rimasti in ombra, e riportando alla coscienza memorie passate o addirittura arcaiche, registrate in ogni singola cellula del nostro corpo” in http://www.danzasensibile.net/storia_pratiche.htm ).
Da tutto questo impasto, andando, come è sempre stato sin dall’adolescenza, oltre il conformismo piuttosto che banalmente contro (“Vale più un cuore puro e un cazzo dritto, di ogni pensiero debole, piagnone, contro” G.L. Ferretti)  nasce una mia personale pratica marziale che, pur sempre in evoluzione, ha ormai dei cardini, delle fondamenta, ben chiari.
Restando sul campo motorio, essi sono l’identificazione dei fattori essenziali per ogni agire: peso, spazio, tempo, flusso ( come li indicava Laban )
Che significa porsi queste, come prime domande relative al corpo:
Quale parte si muove ?
Dove comincia il movimento ?
Come si estende attraverso il corpo ?
Per poi porsi quelle relative allo spazio, agli impulsi fisicoemotivi ed infine alle diverse manifestazioni della forma, per me intesa sempre come tra-sforma !!
Ma qui siamo già pienamente nel campo  dell’individuo come unità psicofisica indissolubile, pur nelle articolazioni delle funzioni vitali. In cui il “corpo” è un’unità inscindibile che genera in se stessa il proprio senso. In cui, qualunque aspetto materiale (stato fisiologico, comportamenti, espressioni vocali, ecc.) è un’impronta che rinvia a un vissuto psichico e viceversa.
La peculiarità, l’originalità di quel che facciamo allo Z.N.K.R., ne esce ben evidente. Probabilmente soli, unici, nel campo Arti Marziali, ad avere la consapevolezza di quanto sopra. Per dirla brevemente: ogni nostro gesto influenza un nostro stato d’animo e ne è a sua volta influenzato. Fatelo capire a chi pratica spinning o si sfoga  menandosi “ a tamburo” su un ring o in qualche corso di difesa da strada; a chi fa danza del ventre o memorizza e ripete forme di Tai Chi Chuan; a chi percorre vasche su vasche di nuoto o a chi, immobile, sta in posizioni del Chi Kung.  Tutto quel che fai innesta modifiche nel tuo stato d’animo e ne è a sua volta modificato. Esserne consapevoli è iniziare un percorso per scegliere quale attività fare  e come farla. Allora va bene tutto, il mimo e il Krav Maga, il Pilates e il Judo, la Zumba Dance e il Tai Chi Chuan se affronti queste quattro domande:
Cosa stai facendo ora ? Sei consapevole di come agisci ?
Cosa provi in questo tuo fare ? Come ti stai emozionando ?
Cosa vuoi evitare con questo tuo fare ? Da cosa cerchi di stare alla larga ?
Cosa vuoi veramente da questo docente e da questa pratica ?
Per noi, allo Z.N.K.R. come più volte detto e scritto, praticare Arti Marziali è metafora e metonimia del confliggere quotidiano.
Imparare a “menar le mani” per imparare a stare nei conflitti quotidiani, accettandoli come componente essenziale, positiva, di ogni relazione.

Non voglio dilungarmi oltre.
Celso
Mi preme, qui, ricondurmi
-       ad una domanda fattami, in pedana, dall’Insegnante Celso e relativa alla continuità, dialettica invero, del nostro metodo. E sì, il modo di muoverci è sostanzialmente lo stesso ,da una quindicina d’anni a questa parte. Solo ( e non è poco) sempre più sottile, più “interno”.
Perché l’avversario che hai da temere di più non è il più grosso, il più voluminoso, ma quello che non vedi, che ti colpisce senza darti alcun segnale (Ehi, stai pensando a qualcosa che va oltre lo scontro fisico ? Che dallo scontro fisico si proietta, si estende sui tuoi sentimenti, sulle tue emozioni ? Stai pensando giusto, amico: dalla formazione alle “botte” alla formazione … al vivere !). Perché così risparmi le tue energie, non le disperdi in gesti e movimenti ampi, sprechi meno ed ottieni di più (Azzz, siamo anche degli ecologisti perfetti !?!?). Perché così lavori sul sistema nervoso parasimpatico, quello che si affida alla muscolatura profonda sostenuta da visceri ed organi, lasciando in secondo piano il lavoro osteo muscolare.
Paul Klee: Insula Dulcamara
Perché “Risulta più chiaro come, fra tutte le tecniche psicologiche e corporee destinate a curare un individuo, alcune favoriscano la capacità dell'Io di esercitare il suo controllo - e sono quelle più adatte per la fase di adattamento alla realtà -, mentre altre favoriscano il recupero delle parti ombra, e quindi l'esercizio dell'Io a rinunciare al proprio controllo e a mettersi al servizio della propria integrità. Le tecniche di pensiero positivo e quelle destinate all'acquisizione di un controllo sul corpo ( come la danza classica, il culturismo, la ginnastica tradizionale e in definitiva tutta la medicina classica) sono più affini, come intenzione, alla fase di costruzione dell'Io. Nella stessa direzione si muovono tutte le forme di psicoterapia che considerano l'inconscio come una cantina buia da sgomberare. Alla fase del recupero della propria integrità sembrano invece adattarsi meglio le forme di terapia ( quali le tecniche di movimento spontaneo, la meditazione nelle sue varie forme o le psicoterapie centrate sull'espressione di sé) che vedono nell'inconscio - ma anche nel divino o nella sacralità del processo - la radice da esplorare ed eventualmente da reintegrare nella propria vita. E il corpo come il luogo dove tutto questo può accadere.” ( “Pensare col corpo”. Tolja  & Speciani ).
Luigi
-       ad una intelligente osservazione che, sempre in pedana, fece Luigi e che suona, più o meno, così: “Ma un principiante che venisse oggi in Dojo, che fatica farebbe, come potrebbe, capire e praticare in questo modo ?
Non so che fatica farebbe, so come aiutarlo in questa fatica: Con il nostro metodo maieutico, fatto di domande, domande mirate a partire dal sapere del praticante stesso.
Quel che è certo è che, da noi, le porte sono aperte a tutti: che vogliano fare della pratica marziale uno strumento per crescere e trasformarsi nelle relazioni di ogni giorno o che, invece, semplicemente vogliano imparare a menar le mani.
Per tutti, ma soprattutto per i primi, vale la regola che chi viene regolarmente e si appassiona a quel che fa, mi accompagna lungo il percorso; chi viene saltuariamente e poco appassionandosi mi segue nel percorso; chi viene poco o nulla e poco o nulla si appassiona mi … insegue lungo il percorso !!

“Il kung fu è così straordinario perché non è affatto speciale. E’ semplicemente la diretta espressione di quello che ognuno sente con il minimo utilizzo di mosse ed energia”
(B. Lee)








lunedì 7 gennaio 2013

Oggi sposi !!


“Sii paziente verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e … cerca di amare le domande che sono simili a stanze chiuse a chiave e a libri scritti in una lingua straniera.
Non cercare le risposte che possono  esserti date poiché non saresti capace di convivere con esse.
E il punto è vivere ogni cosa.
Vivere le domande ora.
Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga, di vivere fino al lontano giorno in cui avrai le risposte”
(R.M.Rilke)

Certo, catalogare un matrimonio, il mio matrimonio, alla voce “Cose di tutti i giorni”, mi fa un po’ specie.
Non è che uno (io) si sposi tutti i giorni !!
Non sarà più, di questi tempi, l’evento unico della vita di un individuo,come non lo è né per me né per Monica entrambi già “cerimoniali” in anni lontani, ma si tratta pur sempre di un passo, di una formalizzazione importante, di rilievo.
Allora digerisco la cartella “Cose di tutti i giorni” ( ma un posto, dai, ce l’avrebbe avuto anche in “Arti Marziali”, non fosse che per la straripante presenza di praticanti un’arte del combattimento; ma spazio pure a “Da vedere”, per lo spettacolo di emozioni, sorrisi ed incontri che ha rappresentato; pure in “Da leggere” ci sarebbe potuto stare: perché di questo evento, le letture potrebbero essere molte e diverse tra loro). Sì, mi accontento di “Cose di tutti i giorni”, anche perché, a volte senza nemmeno renderci conto, ogni giorno agiamo fatti, assimiliamo esperienze di questi fatti, li formalizziamo, li ritualizziamo e tutto questo rappresenta, con il “qui ed ora”, anche il retaggio che ci indirizza in una direzione piuttosto che in un’altra. Appunto, a volte .., per poi lamentarci dei limiti di una situazione, di un “passato” che, ma guarda un po’, noi stessi abbiamo costruito e formalizzato. Tutti i giorni.

In tanti, prima, durante e dopo, mi hanno chiesto “Perché?”. Nessuno, o quasi, che mi abbia chiesto “Come?”.
Eppure la domanda in grado di leggere e comprendere ogni relazionarsi, ogni accadimento frutto del relazionarsi / confliggere è quella che supera il perché per fondarsi sul come: essa sola esprime il desiderio di capire cosa stia accadendo a partire dall’esplorazione di come stia accadendo.
Quale protagonista può poi dire con esattezza il perché del suo agire ? Perché mai, inoltre ci dovrebbe essere un unico e solo perché ? Chi, ancora, è poi convinto di poter stabilire un nesso tra due eventi solo perché si sono succeduti (post hoc ergo propter hoc) ? In ogni scienza, ciò è considerato un grossolano errore !!
OK, allora ora … non vi dirò del “come”: Non me l’avete chiesto !!

La bomboniera è stata un sorpresa spero simpatica: una tavoletta di cioccolata incartata in un foglio con la figura di due sposi, una data, un augurio che fosse un buon ricordo e … una frase a campeggiare ben in evidenza: “CE N'EST QU'UN DÉBUT CONTINUONS LE COMBAT”.
Una frase, tra quelle proposte a Monica, che lei ha subito scelto con entusiasmo. Per me sta a significare la mia adolescenza e giovinezza in tutte le sue espressioni più forti: è il motto francese del Maggio ’68. E’,lungo la mia storia, la violenza personale assurta, in gruppo, a catarsi purificatrice, a sogno di rivoluzione in una società stantia, classista e forte con i deboli quanto debole con i forti.  Sogno stupido, subito infrantosi nella sua mania di grandezza ma, almeno in qualche piccolo tratto, in qualche minuscolo scossone, portatore di cambiamenti anche radicali. Certo, a vedere come siamo conciati ancor oggi tra strapotere vaticano e manipolazioni dei mezzi d’informazione, ad essere governati da un uomo della finanza come Monti o da un imprenditore in odor di mafia ed intrallazzi come Berlusconi, a veder loro contrapporsi ( apparentemente) un travet come Bersani, c’è poco da rallegrarsi, come poco mi rallegra sentire la mano pesante dei poteri forti di banche e finanze, vedere i valori di consumo e sfrenato sessismo che imperano …. Ma, almeno, io e tanti come me, ci abbiamo provato.
Poi, quella frase è un costante, entusiastico invito a non abbandonare mai la voglia di esserci e dire e fare la propria, a manifestare i propri “sì” che siano eco del vivere che vibra in ogni aspetto del quotidiano e attende solo di scoprirsi e che, se sapremo essere individui adulti autodiretti, un giorno, forse, saremo orgogliosi di aver contribuito a scoprire.
Poi, in un matrimonio che, apparentemente, è l’apoteosi del volersi bene, del giuramento eterno, della favola linda e pulita, “Non è che l’inizio, la lotta continua”, ci sta proprio bene !!

L’emozione di avere accanto i miei due figli: Kentaro, a farmi da testimone, Lupo, a portarci gli anelli.
Fare un figlio è, per me, un inno alla vita, alla gioia del futuro, è un’iniezione di ottimismo contro tempi e modi che si presentano bui e difficili
Per questo la scelta del nome è importante. Il nome è un augurio, un indirizzo verso una strada che poi starà al singolo, divenuto adulto, scegliere o meno. Il nome è l’inizio di un percorso possibile:
Kentaro, ovvero “uomo spada”, spadaccino, Lorenzo, il nome di mio padre, a rappresentare la continuità della famiglia, dei Santambrogio.
Le stesse iniziali rovesciate per il secondo, perché, pur messi al mondo da madri differenti, sappiano sempre di essere fratelli. Così Lupo, l’animale selvatico, della libertà e della caccia, della natura oscura, Kriss, il pugnale sacro a forma del dio serpente.
I figli a cui dare tutto quello che ho, senza alcun limite. Senza la scusa del “lo faccio per il tuo bene”, senza interrogarmi più di tanto se sia giusto o sbagliato. Importante è lasciargli crescere dentro quella forza tenera che gli permetterà di affrontare la vita con il cuore aperto ed il sorriso sulle labbra. Regalargli la gioia di vivere. Magari mondata delle Ombre oscure che si annidano dentro di me, di quella violenza nera che è parte di me. Tanto, come la metti metti, nessuno cresce “principe azzurro”, “eroe senza macchia né paura”, perché la vita sa sempre come impastarti anche di merda e schifezze. E questo vale per tutti, anche per i miei ( ed i tuoi ) di figli.
Ecco, il mio matrimonio, il nostro matrimonio, mio e di Monica, è stata anche la festa, il rito dei figli.

Un simpatico saggio dedicato ai maschi, elenca così, in ordine di importanza, le scelte che la promessa sposa deve affrontare: 1) come vestirsi; 2) a chi affidare il catering; 3) chi sposare.
Gestito in totale autonomia da Monica il punto 1), lei ha poi invece contraddetto il pensiero dell’autore del saggio stesso: “L’importante è che (lo sposo) non sia tecnicamente morto e sia possibilmente scapolo e ricco” al punto 3. OK per il non morto e più o meno scapolo ( non si usa più “divorziato”), ma certo non sono ricco. A meno di non interpretare ricco come ricco di vitalità, emozioni e passione !!
Ottima, però, la scelta del punto 2), il catering: cogestito nella preparazione con l’amica e collega Betty e da quest’ultima, più famiglia & co., splendidamente realizzato. Grazie Betty !!
Un locale accogliente, ben diviso tra spazi ospitali, un caldo camino, poltrone e cuscini; cibo e bere di quantità e gran qualità e, soprattutto, uno stuolo di amici sinceri, hanno fatto emozionante, dopo la cerimonia, anche il rinfresco della sera.
Un grazie, tra gli altri, all’allievo ed amico Valerio, che ha accettato il compito di celebrare il matrimonio. E come avrei mai potuto affidare un momento così importante della mia vita ad un estraneo ?
Un grazie alla fotografa bionda, Angelica, che invece di godersi cerimonia e festa, chiacchiere e cibo, si è data al lavoro “sporco”: immortalare, passo dopo passo, attore dopo attore, il mio matrimonio.

“Omnia tempus habent”: Ogni cosa ha il suo tempo
(Ecclesiaste; settanta)