giovedì 24 gennaio 2013

Open



“Da insegnante, mi piace scegliere la pecora nera che fa un errore ma mi regala un’emozione”
(Daniel Ezralow)

Monica, pazientemente, accetta il mio entusiasmo per “Open”, l’ultimo spettacolo ad opera della compagnia di ballo di Daniel Ezralow.
Sabato, serata libera che Lupo è … in vita. Scartiamo l’ipotesi “cinema” e ci tuffiamo nell’elegante sala degli Arcimboldi.
Ho un’autentica passione per corpo, corporeità e movimento. Monica lo sa ( beh, è pure mia moglie) ed acconsente a rinunciare al cinema per uno spettacolo di danza.
L’inizio non è dei migliori, il primo quadro risente di sfasature evidenti tra i ballerini. Poi lo spettacolo prende quota e, pur tra qualche diacronia nei tempi, ci trascina in un’entusiastica adesione. Le musiche, di stampo “classico”, sono bellissime; alcune sanno di un mio passato personale, tra Satie e Aranjuez  , altre mi rimandano alle musiche che, in radio, ascoltava mio padre negli anni ’60.
Quadri danzanti si susseguono, narrando, senza apparenti pretese, momenti di vita quotidiana, riti antichi, semplici incontri, beffarde ironie sull’esagitata voglia di palestra e lo scarico di energia frustrata, dolci melodie d’amore finite … in acqua e tanto altro ancora.
Mi pare quasi di essere invitato su percorsi seminascosti, dove nessuno e nessuna autorità ti può etichettare e  chiedere l’adesione, formale o meno, ad un’idea, ad una decisione. 
Ogni giorno, vivo e vedo il tanto auspicato adattamento, il conformismo, ( presente anche nelle diverse correnti che si propongono come anticonformiste per poi crearne uno minoritario di conformismo ) che mostra il volto di una società “grande madre”, la quale tutti ci contiene e rassicura,
Ogni giorno, vivo e vedo un senso comune, una “maggioranza silenziosa”, che t’inculca “lo stato siamo noi, sei anche tu” così non puoi certo contraddirlo: che fai, contraddici te stesso ?
Vedo tutto ciò ma, nei corpi slanciati e nelle danze virtuose dei ballerini, intravedo un invito ad accedere ai percorsi seminascosti di cui sopra. Vedo l’entusiasmo che lascia respirare il cuore e la possibile pratica di un oggi, già da oggi, diverso e… aperto. Come “Open”, aperto” è il titolo dell’opera.
Aperto, come il dio che danza nietzschiano,  ad una tenerezza birichina come al più sfrontato coraggio. Aperto alla circolazione delle pratiche e delle idee. Politicamente scorretto, controcorrente, Liberato e libero.
Applausi ed ancora applausi. Troppo breve lo spettacolo, poco più di un ora. Ma davvero bello. Da vedere, appunto.

“I più grandi ballerini non sono grandi per il loro livello tecnico, sono grandi per la loro passione”
(Martha Graham)







martedì 22 gennaio 2013

Lungo il percorso



“Porto addosso le ferite delle battaglie che ho evitato”
(F. Pessoa)

I miei primi passi nel Karate
Quando iniziai la pratica del Karate, era il Febbraio del 1976, mai avrei immaginato di trovarmi, a 61 anni, ancora a praticare. A praticare quotidianamente e con tanta passione.
Iniziai col Karate perché allora, a Milano, c’erano solo Karate o Judo: a me prendeva di più menar cazzotti che avvinghiarmi e strattonarmi, forse anche in ragione delle mie “vivaci” esperienze di strada, così scelsi il Karate.
Il” Karate perché allora era pensiero comune che di Karate ne esistesse uno ed uno solo: lo Shotokan.
Ci sarebbero voluti un paio d’anni per scoprire che lo “Shotokan” era solo uno delle centinaia di stili di Karate ed un paio d’anni ancora per scoprire che  dello Shotokan c’erano diverse interpretazioni.
Non voglio tediarvi con il mio passato marziale, tra diversi stili di Karate, poi quello che allora si chiamava “Contact” ed oggi è “Kick Boxing”, e poi il “Karate Storico / Shaolin Mon Karatedo” e Ju Jitsu, Yoseikan Budo, Kenpo, Kali, I Chuan, Wing Tsun / Wing Chun, Tai Chi Chuan …
Perché passai da una pratica all’altra era, sostanzialmente, dovuto alla ricerca dell’Arte più completa, con le “armi” più efficaci.
Con gli anni, incontro dopo incontro, mi accorsi che ero io, il praticante, a dover cercare la consapevolezza (“stare nell’esperienza – il qui ed ora; esercitare un’attenzione vigile e dinamica – il cacciatore; apprezzare sorpresa e stupore – sospensione del giudizio, ascolto empatico; scoprire lo straordinario nell’ordinario – unicità dell’esperienza” in http://www.tizianosantambrogio.it/tai.html )
 attraverso il saper gestire corpo ed emozioni: le diverse Arti erano solo strumenti per rendermi più capace.
Monica e Lupo, il mio calore
Più importante è il “come” ci passai. Un “come” che portò a galla la mia parte Ombra, quella parte “cattiva” che non volevo riconoscere ed accettare, che usciva fuori, brutale e predatoria, dotata di un’apparente vita propria ed incontrollata. Un “come” in cui fu fondamentale il mio percorso gestaltico (“Quando accade qualcosa di reale, ciò mi emoziona profondamente” F. Perls), insieme ad alcuni accadimenti personali: l’essere lasciato dal mio grande amore, mia moglie Donata, improvvisamente votatasi ad una vita di allegre vacanze, settimane bianche, divertimenti e spensieratezza in una compagnia di giovani poco più che ventenni, ancora stanziali presso mamma e papà, con ciò privato dell’immenso piacere del quotidiano vivere con mio figlio Kentaro e del quotidiano accompagnarlo  nel diventare adulto; poi l’incontro con Monica e quel che ne seguì, di sentimenti forti rinnovati, compresa la nascita di nostro figlio, il mio stupendo Lupo.
Un “come” che mi spinse a ridurre le frequentazioni di studio marziale, laddove ogni Insegnante incontrato, di qualsiasi Arte, imponeva tecniche e loro imitazione: una povertà ed una noia mortale ! 
Ripresi, invece, la pratica Feldenkrais
( “Seguendo processi organici simili a quelli del bambino che impara per la prima volta a muoversi nel campo gravitazionale, il Metodo Feldenkrais ci permette di svincolarci da schemi posturali e di movimento meccanici e ripetitivi, divenuti inadeguati e inadatti a rispondere ai nostri bisogni, o addirittura dannosi per noi. Offrendo opzioni diverse e alternative al nostro abituale modo di muoverci, e stimolando l’autoconsapevolezza, il Metodo Feldenkrais permette la ripresa della crescita delle strutture nervose e aumenta la nostra capacità di scegliere più liberamente come agire e come essere” a cura dell’ Associazione Italiana Insegnanti Del Metodo Feldenkrais ),
e mi accostai  al mondo della danza, in particolare:
Expression Primitive
( “… la danzamovimentoterapia è una preziosa occasione per essere attraversati dalla dolorosa sensazione della crescita e della conoscenza”.  Danzare le Origini. V. Bellia)
e Danza Sensibile
( “La pratica del movimento cosciente permette di confrontarsi con le risposte inattese che emergono spontaneamente dal corpo. Le azioni fisiche svelano il proprio mondo psichico ed emotivo, portando alla luce aspetti personali rimasti in ombra, e riportando alla coscienza memorie passate o addirittura arcaiche, registrate in ogni singola cellula del nostro corpo” in http://www.danzasensibile.net/storia_pratiche.htm ).
Da tutto questo impasto, andando, come è sempre stato sin dall’adolescenza, oltre il conformismo piuttosto che banalmente contro (“Vale più un cuore puro e un cazzo dritto, di ogni pensiero debole, piagnone, contro” G.L. Ferretti)  nasce una mia personale pratica marziale che, pur sempre in evoluzione, ha ormai dei cardini, delle fondamenta, ben chiari.
Restando sul campo motorio, essi sono l’identificazione dei fattori essenziali per ogni agire: peso, spazio, tempo, flusso ( come li indicava Laban )
Che significa porsi queste, come prime domande relative al corpo:
Quale parte si muove ?
Dove comincia il movimento ?
Come si estende attraverso il corpo ?
Per poi porsi quelle relative allo spazio, agli impulsi fisicoemotivi ed infine alle diverse manifestazioni della forma, per me intesa sempre come tra-sforma !!
Ma qui siamo già pienamente nel campo  dell’individuo come unità psicofisica indissolubile, pur nelle articolazioni delle funzioni vitali. In cui il “corpo” è un’unità inscindibile che genera in se stessa il proprio senso. In cui, qualunque aspetto materiale (stato fisiologico, comportamenti, espressioni vocali, ecc.) è un’impronta che rinvia a un vissuto psichico e viceversa.
La peculiarità, l’originalità di quel che facciamo allo Z.N.K.R., ne esce ben evidente. Probabilmente soli, unici, nel campo Arti Marziali, ad avere la consapevolezza di quanto sopra. Per dirla brevemente: ogni nostro gesto influenza un nostro stato d’animo e ne è a sua volta influenzato. Fatelo capire a chi pratica spinning o si sfoga  menandosi “ a tamburo” su un ring o in qualche corso di difesa da strada; a chi fa danza del ventre o memorizza e ripete forme di Tai Chi Chuan; a chi percorre vasche su vasche di nuoto o a chi, immobile, sta in posizioni del Chi Kung.  Tutto quel che fai innesta modifiche nel tuo stato d’animo e ne è a sua volta modificato. Esserne consapevoli è iniziare un percorso per scegliere quale attività fare  e come farla. Allora va bene tutto, il mimo e il Krav Maga, il Pilates e il Judo, la Zumba Dance e il Tai Chi Chuan se affronti queste quattro domande:
Cosa stai facendo ora ? Sei consapevole di come agisci ?
Cosa provi in questo tuo fare ? Come ti stai emozionando ?
Cosa vuoi evitare con questo tuo fare ? Da cosa cerchi di stare alla larga ?
Cosa vuoi veramente da questo docente e da questa pratica ?
Per noi, allo Z.N.K.R. come più volte detto e scritto, praticare Arti Marziali è metafora e metonimia del confliggere quotidiano.
Imparare a “menar le mani” per imparare a stare nei conflitti quotidiani, accettandoli come componente essenziale, positiva, di ogni relazione.

Non voglio dilungarmi oltre.
Celso
Mi preme, qui, ricondurmi
-       ad una domanda fattami, in pedana, dall’Insegnante Celso e relativa alla continuità, dialettica invero, del nostro metodo. E sì, il modo di muoverci è sostanzialmente lo stesso ,da una quindicina d’anni a questa parte. Solo ( e non è poco) sempre più sottile, più “interno”.
Perché l’avversario che hai da temere di più non è il più grosso, il più voluminoso, ma quello che non vedi, che ti colpisce senza darti alcun segnale (Ehi, stai pensando a qualcosa che va oltre lo scontro fisico ? Che dallo scontro fisico si proietta, si estende sui tuoi sentimenti, sulle tue emozioni ? Stai pensando giusto, amico: dalla formazione alle “botte” alla formazione … al vivere !). Perché così risparmi le tue energie, non le disperdi in gesti e movimenti ampi, sprechi meno ed ottieni di più (Azzz, siamo anche degli ecologisti perfetti !?!?). Perché così lavori sul sistema nervoso parasimpatico, quello che si affida alla muscolatura profonda sostenuta da visceri ed organi, lasciando in secondo piano il lavoro osteo muscolare.
Paul Klee: Insula Dulcamara
Perché “Risulta più chiaro come, fra tutte le tecniche psicologiche e corporee destinate a curare un individuo, alcune favoriscano la capacità dell'Io di esercitare il suo controllo - e sono quelle più adatte per la fase di adattamento alla realtà -, mentre altre favoriscano il recupero delle parti ombra, e quindi l'esercizio dell'Io a rinunciare al proprio controllo e a mettersi al servizio della propria integrità. Le tecniche di pensiero positivo e quelle destinate all'acquisizione di un controllo sul corpo ( come la danza classica, il culturismo, la ginnastica tradizionale e in definitiva tutta la medicina classica) sono più affini, come intenzione, alla fase di costruzione dell'Io. Nella stessa direzione si muovono tutte le forme di psicoterapia che considerano l'inconscio come una cantina buia da sgomberare. Alla fase del recupero della propria integrità sembrano invece adattarsi meglio le forme di terapia ( quali le tecniche di movimento spontaneo, la meditazione nelle sue varie forme o le psicoterapie centrate sull'espressione di sé) che vedono nell'inconscio - ma anche nel divino o nella sacralità del processo - la radice da esplorare ed eventualmente da reintegrare nella propria vita. E il corpo come il luogo dove tutto questo può accadere.” ( “Pensare col corpo”. Tolja  & Speciani ).
Luigi
-       ad una intelligente osservazione che, sempre in pedana, fece Luigi e che suona, più o meno, così: “Ma un principiante che venisse oggi in Dojo, che fatica farebbe, come potrebbe, capire e praticare in questo modo ?
Non so che fatica farebbe, so come aiutarlo in questa fatica: Con il nostro metodo maieutico, fatto di domande, domande mirate a partire dal sapere del praticante stesso.
Quel che è certo è che, da noi, le porte sono aperte a tutti: che vogliano fare della pratica marziale uno strumento per crescere e trasformarsi nelle relazioni di ogni giorno o che, invece, semplicemente vogliano imparare a menar le mani.
Per tutti, ma soprattutto per i primi, vale la regola che chi viene regolarmente e si appassiona a quel che fa, mi accompagna lungo il percorso; chi viene saltuariamente e poco appassionandosi mi segue nel percorso; chi viene poco o nulla e poco o nulla si appassiona mi … insegue lungo il percorso !!

“Il kung fu è così straordinario perché non è affatto speciale. E’ semplicemente la diretta espressione di quello che ognuno sente con il minimo utilizzo di mosse ed energia”
(B. Lee)








lunedì 7 gennaio 2013

Oggi sposi !!


“Sii paziente verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e … cerca di amare le domande che sono simili a stanze chiuse a chiave e a libri scritti in una lingua straniera.
Non cercare le risposte che possono  esserti date poiché non saresti capace di convivere con esse.
E il punto è vivere ogni cosa.
Vivere le domande ora.
Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga, di vivere fino al lontano giorno in cui avrai le risposte”
(R.M.Rilke)

Certo, catalogare un matrimonio, il mio matrimonio, alla voce “Cose di tutti i giorni”, mi fa un po’ specie.
Non è che uno (io) si sposi tutti i giorni !!
Non sarà più, di questi tempi, l’evento unico della vita di un individuo,come non lo è né per me né per Monica entrambi già “cerimoniali” in anni lontani, ma si tratta pur sempre di un passo, di una formalizzazione importante, di rilievo.
Allora digerisco la cartella “Cose di tutti i giorni” ( ma un posto, dai, ce l’avrebbe avuto anche in “Arti Marziali”, non fosse che per la straripante presenza di praticanti un’arte del combattimento; ma spazio pure a “Da vedere”, per lo spettacolo di emozioni, sorrisi ed incontri che ha rappresentato; pure in “Da leggere” ci sarebbe potuto stare: perché di questo evento, le letture potrebbero essere molte e diverse tra loro). Sì, mi accontento di “Cose di tutti i giorni”, anche perché, a volte senza nemmeno renderci conto, ogni giorno agiamo fatti, assimiliamo esperienze di questi fatti, li formalizziamo, li ritualizziamo e tutto questo rappresenta, con il “qui ed ora”, anche il retaggio che ci indirizza in una direzione piuttosto che in un’altra. Appunto, a volte .., per poi lamentarci dei limiti di una situazione, di un “passato” che, ma guarda un po’, noi stessi abbiamo costruito e formalizzato. Tutti i giorni.

In tanti, prima, durante e dopo, mi hanno chiesto “Perché?”. Nessuno, o quasi, che mi abbia chiesto “Come?”.
Eppure la domanda in grado di leggere e comprendere ogni relazionarsi, ogni accadimento frutto del relazionarsi / confliggere è quella che supera il perché per fondarsi sul come: essa sola esprime il desiderio di capire cosa stia accadendo a partire dall’esplorazione di come stia accadendo.
Quale protagonista può poi dire con esattezza il perché del suo agire ? Perché mai, inoltre ci dovrebbe essere un unico e solo perché ? Chi, ancora, è poi convinto di poter stabilire un nesso tra due eventi solo perché si sono succeduti (post hoc ergo propter hoc) ? In ogni scienza, ciò è considerato un grossolano errore !!
OK, allora ora … non vi dirò del “come”: Non me l’avete chiesto !!

La bomboniera è stata un sorpresa spero simpatica: una tavoletta di cioccolata incartata in un foglio con la figura di due sposi, una data, un augurio che fosse un buon ricordo e … una frase a campeggiare ben in evidenza: “CE N'EST QU'UN DÉBUT CONTINUONS LE COMBAT”.
Una frase, tra quelle proposte a Monica, che lei ha subito scelto con entusiasmo. Per me sta a significare la mia adolescenza e giovinezza in tutte le sue espressioni più forti: è il motto francese del Maggio ’68. E’,lungo la mia storia, la violenza personale assurta, in gruppo, a catarsi purificatrice, a sogno di rivoluzione in una società stantia, classista e forte con i deboli quanto debole con i forti.  Sogno stupido, subito infrantosi nella sua mania di grandezza ma, almeno in qualche piccolo tratto, in qualche minuscolo scossone, portatore di cambiamenti anche radicali. Certo, a vedere come siamo conciati ancor oggi tra strapotere vaticano e manipolazioni dei mezzi d’informazione, ad essere governati da un uomo della finanza come Monti o da un imprenditore in odor di mafia ed intrallazzi come Berlusconi, a veder loro contrapporsi ( apparentemente) un travet come Bersani, c’è poco da rallegrarsi, come poco mi rallegra sentire la mano pesante dei poteri forti di banche e finanze, vedere i valori di consumo e sfrenato sessismo che imperano …. Ma, almeno, io e tanti come me, ci abbiamo provato.
Poi, quella frase è un costante, entusiastico invito a non abbandonare mai la voglia di esserci e dire e fare la propria, a manifestare i propri “sì” che siano eco del vivere che vibra in ogni aspetto del quotidiano e attende solo di scoprirsi e che, se sapremo essere individui adulti autodiretti, un giorno, forse, saremo orgogliosi di aver contribuito a scoprire.
Poi, in un matrimonio che, apparentemente, è l’apoteosi del volersi bene, del giuramento eterno, della favola linda e pulita, “Non è che l’inizio, la lotta continua”, ci sta proprio bene !!

L’emozione di avere accanto i miei due figli: Kentaro, a farmi da testimone, Lupo, a portarci gli anelli.
Fare un figlio è, per me, un inno alla vita, alla gioia del futuro, è un’iniezione di ottimismo contro tempi e modi che si presentano bui e difficili
Per questo la scelta del nome è importante. Il nome è un augurio, un indirizzo verso una strada che poi starà al singolo, divenuto adulto, scegliere o meno. Il nome è l’inizio di un percorso possibile:
Kentaro, ovvero “uomo spada”, spadaccino, Lorenzo, il nome di mio padre, a rappresentare la continuità della famiglia, dei Santambrogio.
Le stesse iniziali rovesciate per il secondo, perché, pur messi al mondo da madri differenti, sappiano sempre di essere fratelli. Così Lupo, l’animale selvatico, della libertà e della caccia, della natura oscura, Kriss, il pugnale sacro a forma del dio serpente.
I figli a cui dare tutto quello che ho, senza alcun limite. Senza la scusa del “lo faccio per il tuo bene”, senza interrogarmi più di tanto se sia giusto o sbagliato. Importante è lasciargli crescere dentro quella forza tenera che gli permetterà di affrontare la vita con il cuore aperto ed il sorriso sulle labbra. Regalargli la gioia di vivere. Magari mondata delle Ombre oscure che si annidano dentro di me, di quella violenza nera che è parte di me. Tanto, come la metti metti, nessuno cresce “principe azzurro”, “eroe senza macchia né paura”, perché la vita sa sempre come impastarti anche di merda e schifezze. E questo vale per tutti, anche per i miei ( ed i tuoi ) di figli.
Ecco, il mio matrimonio, il nostro matrimonio, mio e di Monica, è stata anche la festa, il rito dei figli.

Un simpatico saggio dedicato ai maschi, elenca così, in ordine di importanza, le scelte che la promessa sposa deve affrontare: 1) come vestirsi; 2) a chi affidare il catering; 3) chi sposare.
Gestito in totale autonomia da Monica il punto 1), lei ha poi invece contraddetto il pensiero dell’autore del saggio stesso: “L’importante è che (lo sposo) non sia tecnicamente morto e sia possibilmente scapolo e ricco” al punto 3. OK per il non morto e più o meno scapolo ( non si usa più “divorziato”), ma certo non sono ricco. A meno di non interpretare ricco come ricco di vitalità, emozioni e passione !!
Ottima, però, la scelta del punto 2), il catering: cogestito nella preparazione con l’amica e collega Betty e da quest’ultima, più famiglia & co., splendidamente realizzato. Grazie Betty !!
Un locale accogliente, ben diviso tra spazi ospitali, un caldo camino, poltrone e cuscini; cibo e bere di quantità e gran qualità e, soprattutto, uno stuolo di amici sinceri, hanno fatto emozionante, dopo la cerimonia, anche il rinfresco della sera.
Un grazie, tra gli altri, all’allievo ed amico Valerio, che ha accettato il compito di celebrare il matrimonio. E come avrei mai potuto affidare un momento così importante della mia vita ad un estraneo ?
Un grazie alla fotografa bionda, Angelica, che invece di godersi cerimonia e festa, chiacchiere e cibo, si è data al lavoro “sporco”: immortalare, passo dopo passo, attore dopo attore, il mio matrimonio.

“Omnia tempus habent”: Ogni cosa ha il suo tempo
(Ecclesiaste; settanta)







lunedì 10 dicembre 2012

Confliggere o non confliggere ?


Perché poniamo tanta attenzione alla parola “confliggere”, alla dicitura “formazione guerriera” ?

Nessuno che sia scisso in se stesso può essere del tutto autentico
(K. Horney)

Sgomberato il campo da ogni paranoia sulle aggressioni di malviventi che ci aspetterebbero dietro ogni angolo, ridicolo business sul quale campano migliaia di esaltati della “difesa personale” a tutto danno di centinaia di migliaia di deboli impauriti, fino agli sventurati che ho visto mostrarsi di recente in televisione. Sì, l’impiegato del tran tran quotidiano che, in nome di un’ipotetica “catastrofe” prossima e futura, non solo gira a rovistare tra immondizie per costruire fornellini da campo ( e comperatelo un fornellino !! ), accumula, ben divise per anno, scorte alimentari in rifugi segreti (!?), pure si allena ed allena altri alla difesa personale, in una Scuola made Chang Tsu Yao ( e già questo dovrebbe far riflettere sull’efficacia di quel che fa), mulinando a vuoto una spada … finta, duellando ( tutte mosse prestabilite !) con in pugno un bastone, scaricando isterici pugnetti su un colpitore.
Come scritto più volte, lasciamo alla sana indagine psicoterapeutica di ognuno il perché dedicare tempo ed energie ad imparare a difendersi, come ( parole  testuali di un ex allievo) “andare in palestra a sfogarsi a tirar pugni piuttosto che ubriacarsi o picchiare la moglie” ( e certo che è meglio, ma a – non ti risolve il problema che ti ritorna dinanzi una volta che ti sei sfogato; b – se non cambi rotta, i problemi da cui ti allontani per sfogarti aumenteranno, si accumuleranno ).
Fetting
Noi, invece, viriamo decisi ad approfondire, una volta di più, cosa intendiamo per “formazione guerriera”, per praticare il combattimento in Dojo come metafora e metonimia del confliggere relazionale quotidiano.
O meglio, prendiamo la diffusa paura di essere aggrediti per strada o in casa  da un malvivente, il che attenterebbe alla nostra persona fisica come alla nostra dignità di adulto. Eppure, il colonnello  Grossman, nel suo ottimo “On Combat” mostra, numeri alla mano, la bassissima percentuale che ha ogni americano di essere vittima di un atto di violenza: e parliamo degli agitatissimi U.S.A. !
Prendiamo il genitore che ci affida il figlio o la figlia dicendoci  “Così impara a difendersi che va sempre bene”. Difendersi da chi ? Ma tu, genitore, quante volte sei stato aggredito a scopo rapina o stupro ? E perché mai dovrebbe esserlo tuo figlio o tua  figlia ?
Ecco emergere, sotterranea e strisciante, la tendenza dell’uomo a rimpiangere la simbiosi intra ed extra uterina, quello spirito fusionale in cui non ci sia posto per il temuto contrasto.
In quest’ottica distorto – fanciullesca, in cui ogni cosa, nel grembo materno prima e nei primi anni di vita dopo, scorreva via semplice e senza intoppi, tanto la diversità, l’alterità appaiono ostacoli sul cammino della fusione, quanto quest’atteggiamento fusionale, che non ammette contrasti, genera già da sé pulsioni ed atteggiamenti violenti e distruttivi. Atteggiamenti, azioni, proiettati al di fuori della relazione che fusionale, ovviamente, non può essere, oppure contro l’altro della relazione stessa ( tutta la violenza, la “cronaca nera”, che scoppia dentro le relazioni di coppia, le famiglie, qualcosa ci stanno pur dicendo !)
Un atteggiamento fusionale ancor più presente nelle nuove generazioni, quelle affette dal “narcisismo fragile” (M. Fornaro in “Psicologia contemporanea” nov – dic 2012), ovvero quel disturbo che impedisce l’accettabilità di sé agli occhi propri e altrui. L’esasperata ricerca di realizzarsi, del tutto avulsa da relazioni franche e solidali ( e per ciò stesso necessariamente conflittuali !) con gli altri, porta, per esempio, ad un culto parossistico del proprio corpo ( e vai di palestra, addominali a tartaruga e tatuaggi in bella vista, poi creme antirughe e maschere di bellezza, tutto per nascondere quelle che il poeta chiamò “le ingiurie del tempo”). Un individuo tutto attento solo a sé e, di conseguenza, al godimento subitaneo dei beni che fanno moda e tendenza. Beni che una società ginecocratica, materna nel senso deteriore del termine laddove instilla sempre nuovi bisogni per tenere legata a sé il “figlio” / consumatore, produce ed offre in quantità vieppiù abbondanti.
Il quadro, ora, appare più nitido: tendenza umana alla fusione per non incontrare contrasti, intoppi, a cui segue l’impossibilità di ricreare il “grembo materno”, la fusione, che genera così un ”uomo del difetto, alla ricerca famelica di successo nell’insicurezza del proprio valore” (ivi).
Baj
Ecco perché così tanti uomini e donne si buttano nella “difesa personale”, nei corsi di discipline che paventando aggressioni ad ogni angolo di strada, fomentano la paura dell’ ‘uomo nero’ promettendoti l’invincibilità attraverso la forza e la cattiveria e l’essere kazzuti. Ecco perché così tanti luoghi e pratiche di sfogo: che sia la palestra dove fare a pugni, ciecamente motivato alla violenza dalla presenza dell’altro o dalla fuga da una radicale introspezione o la palestra dove svieni di fatica sotto le urla di un despota che ti incita a pedalare, pedalare, pigiare sui pedali e tu ce la metti tutta a pedalare … stando sempre sul posto (grottesca ironia che è lo spinning); il locale dove inebetirsi di alcolici trangugiati come in catena di montaggio; lo shopping compulsivo, la diffusa arroganza alla guida, che sia di un mastodontico SUV o di una leggera bicicletta, ecc .ecc.
Ecco perché, invece, noi abbracciamo una strada alternativa. Quella che accetta e comprende lo scontro, la crisi, come occasione di crescita; le resistenze dell’altro come limite  alle proprie compulsioni, all’infantile delirio di onnipotenza; l’avversione altrui come luogo di crescita adulta che si lasci alle spalle ogni distorto ricordo fusionale; la pace come realistica gestione del confliggere.
Dalì
Una pratica che, senza diktat, modelli da imitare, violenze represse da sfogare, muscoli da gonfiare per apparire più grossi e cattivi, ordini e subalternità, indica il saper stare nel conflitto ( il guerriero ) come prassi quotidiana e Via (Do) altamente formativa.
Una pratica che ( vedasi il mio post precedente ) è appannaggio di pochi, di un pensiero diverso. Di chi coraggiosamente, a volte procedendo a tentoni, sempre sperimentando su di sé, si contrappone all’omofonia, al conformismo di massa.
 Per fortuna dell’umanità che esistiamo noi e quelli come noi, quelli che  godono di ogni autentica eccitazione e di ogni senso d’impresa, quelli per cui “… in questa simbiosi fra l’irresistibile impulso ad andare oltre e la calda voglia di condividere sta il nuovo, più ampio ruolo degli sperimentatori e dei pionieri” (F. Bolelli “Con il cuore e con le palle”).
Altrimenti, pensando in grande, staremmo ancora a credere la terra piatta ed alle grandezze assolute ( beh, per il senso comune è ancora così, come se Einstein non fosse mai esistito !!), non avremmo avuto il ’68 e la poesia Beat, la pedagogia innovativa di Danilo Dolci e la pittura di Dalì …  “stay hungry, stay foolish  “ (S. Jobs ).
Munch
A te, al tuo piccolo, al tuo quotidiano, pensare come saresti tu oggi, come vivresti tu oggi, se solo avessi abbracciato il coraggio del confliggere, avessi guardato dritto negli occhi i tuoi dubbi, avessi inteso la vita come vita da vivere e non da salvare.
Però .. sei ancora in tempo a cambiare rotta, a mettere le mani dentro di te e la tua Ombra, ad affermare  la tua autentica e personale  visione delle cose, a … imparare a confliggere.

Perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca” (l’Apocalisse 3.16)





giovedì 29 novembre 2012

Poco, semplice, fluido


Ogni giorno qualcosa di meno, non qualcosa di più: sbarazzati di ciò che non è essenziale”.
(Bruce Lee)

La leggerezza, la fluidità, lo scorrere delle azioni, dei gesti pur sempre efficaci
Quando il Judo era davvero l’arte in cui il “debole” teneva testa e sconfiggeva il “grosso”. Quando i combattimenti avvenivano senza categorie di peso. E gli stessi praticanti più temuti sul tatami avevano un background di risse da strada e di sfide senza regole tra adepti di diverse Scuole.
senza olio né luci apposite ...
Prima che il Judo venisse sportivizzato ( Ma Jigoro Kano, il suo fondatore, aveva qualche presentimento di quel che sarebbe accaduto introducendo il Judo nel mondo sportivo ?), spogliato di alcune tecniche ritenute pericolose ( sigh!) ed i praticanti divisi per categorie di peso ed indirizzati ad un allenamento basato più sulla prestanza fisica, sulla forza, che sull’intelligenza motoria.
Quando il Judo era non solo gare e medaglie ed urla sguaiate per un ippon o dimostrazioni povere
laddove un bambino, pur nella inverosimiglianza del fatto, mostrava quella meccanica del corpo rigorosa e precisa che permette di atterrare un peso preponderante, ed un judoka adulto si lasciava condurre scegliendo con precisione il tempo in cui lo squilibrio sarebbe stato effettivo.
utile il suv in città ...
Quando i corpi degli umani, per competere nel Judo o per competere in sport di recente creazione, non venivano, come succede ora, deformati, ingrossati, ispessiti, il tutto a danno della loro salute e dell’intelligenza motoria.
Ma, nelle Arti Marziali come nella società, a prendere il sopravvento è il grosso, il pacchiano, il vistoso, quello che mostra di più, quello che urla di più.
A me, a quelli come me che amano la frugalità, il semplice, l’essenziale, non resta che arretrare, costruire in piccolo relazioni ed occasioni perché una sparuta minoranza di individui cerchi dentro di sé, cerchi nella Tradizione aprendola, là dove sia possibile, alle incursioni del moderno, del contemporaneo, cerchi di sé e dello stare al mondo in modo sensibile ed autodiretto.
Cerchi impugnando un anacronistico katana o facendo del bacino e dell’anca e della muscolatura profonda il luogo dell’azione esplosiva e della forza, invece di affidarsi  a bicipiti esagerati e trapezi voluminosi.
Cerchi, dunque, in modo diverso, altro, dall’omofonia imperante. Un omofonia che, per me, sa tanto di bimbo mai cresciuto con ciò teso a ripristinare la simbiosi, intra ed extrauterina, dei primi tempi di vita. Un’incapacità ad affermare e sostenere la differenza, la crisi come occasione di crescita. Eccoli allora, questi bambini solo anagraficamente cresciuti tutti uguali, nei jeans e nel fisico “pompato”, negli stessi luoghi di ritrovo e nelle abitazioni comperate con il sostanzioso aiuto di mamma, nei divertimenti tutti uguali e nello stordimento di massa, uguali anche nelle fughe verso una diversità che è solo di facciata.
power lifter donna
Afflitti dal complesso di Narciso più che dal complesso di Edipo ?

A loro, nelle Arti Marziali sportivizzate, brulicanti di energumeni ed energumene (!!) tozzi e ipertrofici, o nelle recenti invenzioni che, facendo leva sulla fanciullesca paura dell’ “uomo nero”, fanno business mostrando esempi di inkazzuti muscolati e tatuati che ti insegneranno a difenderti dai mille e mille aggressori che ti attendono appena fuori la pancia della mamma, pardòn, appena fuori casa, il loro mondo di vanità esposte, roboanti affermazioni di superomismo, il tanto, il grosso.
“L’ansioso prima edifica i suoi timori, poi vi ci si installa sopra” (E.M. Cioran)

A me, normodato e con panzetta da bevitore di birra, alle Arti Marziali come terapia del saper stare nel confliggere relazionale quotidiano a partire dallo scontro fisicoemotivo,  il piccolo, il poco, il semplice.
http://www.youtube.com/watch?v=ZGhCKvC0CwM
a ciascuno i suoi gusti


A ciascuno il suo, senza alcun intento polemico ma con i miei personali distinguo

“L’allenamento non opera su un oggetto, ma sullo spirito e sulle emozioni di un essere umano. Per agire su sfere così delicate occorrono intelligenza e discernimento.”
(Bruce Lee)






mercoledì 24 ottobre 2012

Il diritto del bambino al rispetto


Il diritto del bambino al rispetto

Questa frase, che è il titolo di un bellissimo e straziante libro di Janusz Korczak ( morto con i suoi bambini ad opera dei nazisti ) mi risuona nella mente, al termine della riunione di classe: 3° B, dove studia mio figlio Lupo.
Riunione povera e deludente.
Le due maestre che, a fronte della loro stessa affermazione  “E’ normale che i bambini siano vivaci” mettono “note” e castighi come fondanti il rispetto delle regole. Ma non sono nemmeno castighi, si affrettano ad aggiungere. No, dico io, sono solo la dimostrazione che chi ne ha la responsabilità non sa coinvolgere il gruppo, non sa fare delle resistenze all'interno del gruppo un’occasione di crescita e formazione. Mirabile la punizione di tenere i bambini seduti al banco, a fare merenda. “Ma possono giocare ugualmente, certo stando seduti”. Otto ore di scuola, otto anni d’età e li privi della gioia del movimento !!
Niente pedagogia che, escludendo la colpevolizzazione, lavori sulla responsabilizzazione individuale e di gruppo. Tanta tensione perché l’allievo impari le materie e non invece impari ad imparare, costruisca, con gli altri e le maestre stesse, una comunità d’apprendimento.
La solita ideologia di controllo e giudicante, una scuola che pretende conferme invece che ricerca ed apprendimento.
D'altronde, quando sento una madre dire che la propria figlia ha piegato la forchetta in mensa e, per questo, va sgridata / punita,  dunque capisce il metodo delle maestre …
Certo, puniamo la bimba. E una volta punita. Amen.
Più facile, molto meno impegnativo che chiedersi cosa c’è in quel gesto, cosa presuppone e dove potrà portare.  Più semplice e deresponsabilizzante  castigare, invece di esplorarne, con la figlia, i contenuti: magari ci sarebbe da lavorare sull'essere assertiva della bimba, se quel gesto ha fatto per imitazione, onde già mettere i presupposti perché, da più grande, non cada nella dipendenza da “banda minorile”; magari ci sarebbe da lavorare sul senso di frustrazione che ha in casa per un’educazione che sente troppo rigida e si sfoga fuori casa, oggi è una forchetta e domani ? No, dai, una sgridata ed un castigo e via.
Alcuni anni fa, dopo una bella serata in casa con amici adulti, Lupo, nel salutarne uno, lo prese a calcetti e dispetti. Facile sgridarlo e magari punirlo “Così non si fa, sei un maleducato !” Facile ma dove ci ( me e Lupo, padre e figlio) avrebbe portato ? Da nessuna parte: una mia affermazione di autoritarismo e lui sottomesso. Stop.
Invece gli ho parlato, gli ho chiesto come stava / cosa provava nel fare del male ad un nostro amico ed è subito emersa la verità. La verità di un bimbo che soffriva nel distacco, nel vedere andar via una persona a cui voleva bene. Ecco, allora, il lavoro sul riconoscimento delle emozioni, sulla loro gestione, sulla capacità di accettare il distacco. Viviamo in una società che parla molto, moltissimo di sesso e qualcosa fa di educazione sessuale, ma poco parla e niente fa di educazione sentimentale ed emozionale. E questa mancanza si sente eccome, noi adulti la sentiamo e così i nostri figli. Ora, quando c’è un distacco da amici grandi o piccoli, Lupo non ha più reazioni violente, gli resta però un’espressione triste che non manca mai di comunicarmi e su quello stiamo lavorando: Sull’accettazione del distacco come unica opportunità per avere nuovi incontri. Lavoriamo perché un  domani lui  saprà prendere e lasciare consapevolmente, nelle relazioni di coppia come nelle scelte lavorative; saprà affrontare i cambiamenti e le sfide; saprà accettare i distacchi di ogni tipo, anche quelli luttuosi.
Difficile lavorare, educare, così quando i bambini sono più d’uno, sono in classe ? Assolutamente no. Da decenni, pedagogisti ed educatori operano non solo in campo teorico, ma anche affiancando maestre delle elementari e professori delle medie nel loro lavoro quotidiano in classe, costruendo pedagogia e didattica a misura dei bambini e del loro apprendimento.
Lo fanno, eccome se lo fanno, un po’ ovunque in Italia, in scuole di ogni ordine e grado: alla scuola primaria "F.lli Cairoli" di Casteggio (Pavia) come  al CFPP di Lecco. Ne scrivono, eccome, autori e pedagogisti passati e presenti: Danilo Dolci e Daniele Novara.
Certo, per farlo, occorrono adulti, a scuola come in famiglia, che siano davvero tali, siano loro per primi su un percorso di individuazione e crescita consapevole
Certo, occorrono maestre che vogliano sempre mettersi in discussione ed imparare; adulti che vogliano capire di sé e di come interagiscono; genitori attenti ai figli ed ai segnali che questi mandano loro.
Altrimenti, da adulti  di età anagrafica ma privi dell’adultità che è responsabilità ed autonomia, faremo solo danni, ah , però avremo per un po’ di anni figli e studenti apparentemente educati, rispettosi e che conoscono le materie scolastiche. Se questo è educare e crescere !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

“ Ancora oggi, il discorso che molti fanno, quando cerco di spiegare che è fondamentale rispettare i tempi e le modalità di apprendimento dei bambini, è ‘Ma quando andranno alle medie, quando andranno alle superiori ?” A me viene da rispondere ‘Ma chi si chiede quali sono i bisogni dei bambini e delle bambine e più avanti dei ragazzi e delle ragazze?’ ”.
(R. Lovattini, maestro e componente la Segreteria nazionale del Movimento di Cooperazione Educativa, in “Conflitti” n°2  anno 2011)

Fotografie scattate al parco Forlanini, Milano.





mercoledì 17 ottobre 2012

Il katana è come una bella donna


Il katana è come una bella donna

Lei è bellissima, i lunghi capelli neri le scivolano ondulati sulla schiena, occhi profondi, tormentati, occhi di chi ha vissuto, intensamente.
Nel cuore aveva un volo di gabbiani
ma un corpo di chi ha detto troppi sì.” Cantava il poeta 
L’incedere elegante e impreziosito da una felinità scattante.
Lei è bellissima.
Il katana, acciaio affilato e denso; kissaki, la punta, urla la sua voglia affamata di squarciare.
L’impugnatura è solida ed insieme rassicurante nel suo esserci.
L’hamon disegna sulla lama onde e chiaroscuri avvolgenti che ti invitano alla porta del mistero. Eppure dietro  tutto questo, sotto tutta questa leggerezza … la forgiatura, la tempra, sanno di lavoro intenso e di partecipazione emotiva, di fatica nel maneggiare e piegare e dare forma. Come il suo carattere, carattere di donna assertiva che, insieme, sa sognare, sa incantarsi, sa stupirsi di fronte ad un sorriso e ad un colore. Sa ridere senza un perché.
Il katana è come una bella, bellissima donna. La corteggi , le dedichi del tempo, tempo di attenzioni, di premure, di accoglienza. Le stai vicino, mai assillandola, ma sempre presente quando lei lo vuole, anzi, anticipando di un attimo prezioso la sua richiesta. Lei sa che tu ci sei, che su di te può “contare”.

I look at the world and I notice it’s turning
While my guitar gently weeps
With every mistake we must surely be learning
Still my guitar gently weeps

Non c’è errore, non c’è sbavatura che tenga. Tu e lei insieme. Sempre.
Che la stuoia cada al suolo, tranciata di netto: schizzo e lampo di morte improvvisa.
Che il trancio di stuoia si afflosci e penzoli, macabra offerta di goffaggine e lento strazio.
Che il trancio strappi dal corpo stuoioso, moncherino sbrindellato ed appassito.
Insieme, tu e lei. Sempre

Il katana è come una bella donna. Non puoi possederla, non puoi pretendere di conoscerla a fondo e per sempre. Lei, con te, è in grado di stupirti ad ogni momento.

Ecco, gli stupidi muscolari tranciatori di stuoie e pali; ecco gli agonisti che gareggiano a chi lo taglia più grosso.
Ecco, gli impotenti collezionisti che ne ammirano la bellezza senza mai sfiorarla, senza mai cavalcarla.
Nessuno di loro potrà mai amarla ed esserne amato. Nessuno di loro ne conoscerà le pulsioni profonde, ne toccherà il cuore rosso o i seni rotondi


Il katana è come una bella donna. La vita e tu, sai che non sarà “per sempre”. Ma, finché lo sarà, sarà tremendamente bello ed intenso. Insieme.

“Non mi sentirò limitata
a guardarti mentre ti fai del male
non posso farci niente
è più di quello che devo dare”.


“Beautiful Tango, take me by the hand
Beautiful Tango, until you make me dance
How sweet it can be if you make me dance?
How long will it last, baby if we dance?”


 Volti, incontri, a volte uno sguardo solo, altre giorni e mesi ed anni insieme. Alcuni, riaffiorano, altri restano immersi. Alcuni, li ricordo così. 
Ora, adesso, impugno "Lama Danzante" e con lei condivido i passi del mio vivere. Ma questo è il mio presente. Ora c'è lei con me ed un'altra donna accanto.


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