lunedì 18 marzo 2013

Padre e figlio


“E’ ribelle chiunque è costretto dalla propria natura a una relazione con la libertà”
(E. Junger “Trattato del ribelle”)

E’ Domenica. prendo con me un coltello. Lo scelgo accuratamente tra quelli esposti in vetrina: lo Hissatsu.
Un coltello che ha già una sua storia, nell’ideazione e nella realizzazione: (http://www.crkt.com/Hissatsu )
Una storia piccola, breve, lo ha anche questo esemplare in mio possesso. Lo acquistai da un militare di professione, di stanza a Vicenza. Mi è stato compagno in una seduta di terapia volta ad “aprire” la botola ferrea che la cliente teneva stampata sul volto. Poi, in alcuni momenti di formazione marziale particolarmente tosti.
Con lui, in una valigetta, c’è la mia pistola a gas.
E’ Domenica. Una domenica mattina soleggiata e percorsa da un vento allegro e spavaldo.
Sono in Dojo con Lupo, per un paio d’ore di sana e profonda complicità maschile.
Padre e figlio, io e lui.
Ci unisce la pratica del coltello, l’acciaio: “Un uomo senza acciaio è un uomo senza vita” (Fehrman Knives). Così io interpreto la bella frase che contraddistingue l’opera di questi coltellinai U.S.A.
L’acciaio, simbolo maschile per eccellenza, che rimanda all’animale Tigre nella cosmogonia taoista: il coraggio e la violenza, la passione e il senso dell’agguato.
O ad Ares, il turbolento dio greco della guerra che poi, se ben educato ( ex ducere = condurre fuori ), si evolverà nel dio romano Marte, la cui forza guerriera lo farà generoso ed attento protettore della comunità.
Così, guido Lupo lungo la pratica del coltello, quello che alcuni hanno definito il “ servo silente”.
Prima Lupo impugna il suo coltello d’allenamento, poi gli metto in mano un “Finn Bear”, leggero ed affilato coltello della Cold Steel.
Sono fendenti ed affondi a vuoto, fino ai tagli vibrati sul bersaglio che si offre inerte alle nostre lame avide.
Il coltello, ovvero il contatto responsabile con un’arma, tagliente ed affilata.
Un piccolo, minuscolo, gradino verso la crescita.
Quei momenti, quei riti di passaggio, che una società lassista e femminilizzata, consumista e frivola, ha ormai dimenticato. Perché si nasce di sesso maschile, ma “maschio” si diventa. Forse.
E si può solo attraverso un apprendimento continuo ed appassionato: “ Il bambino – ragazzo ha un bisogno vitale che un uomo, il padre possibilmente, gli fornisca un orientamento per guardare dentro di sé, per stimarsi, ma anche per criticarsi, quando occorre. Un orientamento nato dalla cultura da cui il suo corpo, i suoi istinti e la sua psiche provengono: quella maschile” ( C. Risè “Essere uomini” ).
La cultura della lotta, della caccia, del saper accettare il conflitto, della frugalità e del sacrificio. Del tenere alta la testa nei momenti di avversità. Tutti elementi che, se appresi sin dall’infanzia, permetteranno un passaggio all’adolescenza blandamente traumatico: “(…) alcuni giovani affrontano e gestiscono le sfide dell’adolescenza meglio di altri; di loro diciamo che sono più resilienti e che possiedono miglior strategie di fronteggiamento” (K. Geldard & D. Geldard “Il counseling agli adolescenti” ).
Ora impugno la mia Walther CP99. Il carrello scorre rapido ed i “pallini” fioccano tesi e diretti sulla sagoma di cartone.
Lupo sorride. Tocca a lui e quella pistola sembra enorme nelle sue manine.
Non amo per niente la “armi da fuoco”, nemmeno in questa versione “giocattolo”. Non c’è il confronto fisicoemotivo, non c’è il sincero guardarsi dritto negli occhi. Non c’è il contatto.
Ma mi piace introdurre Lupo, attraverso un giocattolo ed un gioco, dentro un mondo che esiste ed ha il suo senso.
Un mondo dove le perversioni umane, le follie omicide, i raccapriccianti resoconti di “cronaca nera”, mi paiono nient’affatto differenti dalle vili paure che demonizzano le armi da fuoco; dalle urla isteriche ed ansiogene che le vorrebbero mettere al bando. Come a dire “eliminiamo le armi da fuoco” invece di educare, formare, l’uomo, colui che le impugna.
Bel salto di incoerenza, di non assunzione di responsabilità.
Ecco, assunzione di responsabilità, esplorare i nostri materiali più profondi, mettere coraggiosamente le mani nel caos, perché la salute di ogni individuo dipende dalla possibilità di essere creativo, cioè di “autorealizzarsi”, e coincide con l’espressione sincera delle proprie potenzialità, con il dispiegarsi delle caratteristiche neoteniche proprie della specie umana.
Confido che anche da una mattinata come questa, Lupo impari.
A casa, insieme, puliamo i rispettivi coltelli. Azioni semplici, ma simboliche. Un rito breve, ma intenso. Simboli e riti non consentono mai ad una parte di prevaricare le altre, rappresentano sempre gli opposti, le diversità, tenute insieme perché solo insieme sono una forza. Anche questo è un insegnamento prezioso.
Poi, metto le mani in cucina: una gustosa pasta per tutta la famiglia. Perché Lupo assimili che un buon maschio è tale se sa lottare, sa sostenere il conflitto, ma sa anche occuparsi della “tana”, della casa. Sa occuparsi della famiglia che ha creato. Sempre.

“Scopri allora che la tua vita ha un senso, una direzione, e un interesse, proprio in quanto è la tua propria vita, di te come essere umano, di genere maschile”
(C. Risé “Essere uomini”)





lunedì 4 marzo 2013

ACAB, delle passioni e del vivere


“Jack si è rialzato e ha gridato “Voi non potete sapere quanto dura sia la lotta – bisogna rivoltarsi la pelle … perché se lotta deve essere che lotta sia per sempre !”.
(M. Philopat “La banda Bellini”)

A volte ritornano. A volte.
Sotto forma di emozioni forti: paura, terrore, rabbia immensa, follia distruttiva. Contro tutto e tutti.
A volte sono i visi a riaffiorare, quelli di amici e quelli dei “nemici”; quelli che avevo accanto, Maurizio, Marco, Francesco, quelli guardati contro, Amedeo, Toni, Andrea. Quelli sconosciuti che erano con me fianco a fianco, casco e spranga in pugno. Quelli altrettanto sconosciuti spiati di fronte tra caschi e passamontagna, manganelli e coltelli tra le mani.
Altre volte sono le strade della mia amata Milano a prendere colori inquietanti, percorsa oggi per futili motivi, ieri, un ieri datato ma mai dimenticato, attraversata tra cortei urlanti, cariche della polizia, puzzo di fumo ed auto incendiate, agguati ai “nemici” fatti o subiti. Orde o manipoli furiosi, incazzati, ciechi di odio e passione.

Sullo schermo di casa scorrono le immagini di ACAB, “All Cops Are Bastards”, potente pellicola di Stefano Sollima.
Tre poliziotti della “celere” alle prese con la quotidiana violenza fuori, nel loro mestiere, e dentro, dentro non solo le loro vite private ma anche il loro animo. Ed un novizio, da iniziare ai riti della “fratellanza”.

Non importa se quella è Roma e le bande estreme sono di ultras del calcio vagamente invischiati nella politica.
La marea di ricordi, di emozioni, non conosce distinzioni.
La “bestia”, il “passeggero oscuro”, ghigna dentro.
Sono solo in casa. Troppo solo perché gli innocenti giochi di Lupo o il bellissimo portale tibetano, regalo di amicizia vera, autentica, mi scaldino il cuore. E’ l’acciaio in bella mostra sulle pareti a cavalcarmi il cuore, ad offrirsi prezioso alleato. A stuzzicarmi perché la “bestia” mugoli più forte, fino a tirar fuori gli artigli e le fauci affamate.
Le immagini scorrono rapide ed intense. Uomini, maschi, adulti o giovani. Tutti inerti tra le mani del dio della guerra, di un Ares impazzito di violenza vomitata del tutto a caso e senza limiti. Come è sempre quando è Ares a regnare: “Ares reagiva emotivamente; i suoi sentimenti lo portavano a dr battaglia, schierandosi al fianco degli uomini cui si sentiva legato, spesso dal sangue. La lealtà e la vendetta erano le ragioni che lo spingevano all’azione e avevano il sopravvento su altre considerazioni.” (J.S. Bolen “Gli dei dentro l’uomo”).

So che è la mia pratica marziale l’arena in cui lasciar giocare la “bestia”, lasciarla agire. Perché solo se la ri – conosco posso integrarla nelle mille parti che mi compongono.
E questo vale per ognuno di noi, ognuno di noi le cui pulsioni, più o meno latenti, più o meno potenti, sonnecchiano nel fondo del buco.
Questo è praticare Arti Marziali. Davvero. Perché l’Ombra non si allunghi quando è lei a volerlo; di più, perché essa sia preziosa alleata quando lo scontro, qualsiasi scontro, si farà duro e cattivo.
by aspius
Altrimenti beleremo come pecore alla tosa: di fronte al capoufficio o nell’incapacità di indicare la direzione ai figli; nell’accasarsi con una donna-mamma che provveda per noi o nello scappare di fronte alle responsabilità; subendo un lavoro che detestiamo o rifugiandoci  in un lavoretto da poco che tanto c’è chi ci mantiene; scoppiando gonfi d’ira e di pretese contro un altro per non guardare in faccia la nostra miseria d’animo; sfogando la frustrazione in una palestra tra pesi, guantoni e musica metallara pesante o incollati davanti alle slot machine.

Pellicola impressionante ACAB. Da far vedere certo a tutti quegli esaltati delle gare sportive a contatto o del Kung Fu “arma letale” o della preparazione fisica o delle colorite caterve di discipline paramilitari sbocciate come funghi dopo il temporale. Questo perché, forse, riusciranno ad annusare un po’ di quel che vuol dire combattere e rischiare la pelle, invece di crogiolarsi nelle loro sciocche certezze di superman da palestra. Ma anche da far vedere a tutti coloro che non comprendono cos’è praticare ogni giorno di pugni e di calci, praticare al freddo e nella neve alta, praticare la notte per otto ore di seguito, impugnare acciaio vero e non giocattolini per adulti ritardati. Che non comprendono o vogliono fuggire dal divenire adulti.

“La violenza del maschio è stata invece sempre riconosciuta e organizzata da tutte le società passate più sagge. (…) Tutto ciò serve ad abituare il maschio a riconoscere e accettare la propria violenza, e a ricondurla fin dall’ingresso nella vita adulta sotto il controllo della società. E’ come se l’individuo maschio per formasi, crescere, assumere la propria identità, dovesse riconoscere dentro di sé un nucleo di forza oscura, violenta, ed entrare in contatto con esso”.
(C. Risè “Diventa te stesso”)



martedì 26 febbraio 2013

32° Kangeiko – stage invernale –


Febbraio 2013. Agriturismo “Il Palazzino” Maserno – Montese (MO)

Non importa soffrire, tanto più che proverai gioie intense. Quel che importa è non mancare la propria vita”.
(S. Weil)

Ogni volta che ci alziamo dal letto, dopo la dormita notturna, è un “ricominciare”. Magari lo facciamo “in automatico”, come trascinati da un tran tran ( un “copione”) che ci pare scritto da altri e non creato ed interpretato, di giorno in giorno, da noi stessi.
Lo facciamo e basta, inerti detriti trascinati dalla corrente. Oppure ci aggrappiamo ad un domani, ad un evento che accadrà domani in attesa del quale ( aspettando Godot ?) sopportiamo il quotidiano succedersi di cose ed incontri che nemmeno ci appassionano e, forse, nemmeno ci appartengono.
Ecco, scegliere il Kangeiko, lo “stage invernale”, è certamente un atto di coraggio. Un prendere, per una volta, coscienza di quel che siamo e facciamo.
Altrimenti, che ci faremmo alle 07.00 del mattino, a praticare i fondamentali del Tai Chi Chuan  a meno 2° ? Che ci faremmo, sotto la neve che fiocca ininterrottamente e su cui sprofondiamo fino alle cosce, a misurarci col Kenpo prendendoci a bastonate e pugni e spintoni ?
No, non è temerarietà, nemmeno machismo, neppure masochismo. Nulla da dimostrare né mostrare.
Solo il coraggio di entrare a viso aperto nel “qui ed ora”, magari mettendo in discussione, con la propria di vita, anche quell’ambiente sociale, culturale ed economico in cui viviamo.
Il coraggio di ascoltare la natura in un contesto dove la mano umana, pur presente, non ne ha distorto ed offeso l’intima essenza. La natura, folgorante ed intenso luogo di accoglienza. Essa si concede in una vita vissuta che solo la pratica marziale sincera, laddove combatti per non morire e non certo per tonificare il fisico o vincere una medaglia, conosce nella sua purezza intatta. Nulla di essa appare invano, tutto ha un suo peculiare modo di apparire ma anche di sprofondare nell'invisibile. Un darsi, un comunicare inesauribile che coinvolge e suscita tutto il nostro essere, sensi ed immaginazione, cuore e respiro.
Si possono e anzi si devono sognare altri mondi, ma il cuore ci insegna che dobbiamo respirare nel mondo in cui ci troviamo” (C. Riva in “Conflitti” 2013 a. 12 n°1).
E questo, immersi nella neve, è il nostro “qui ed ora”, il nostro precario e per niente sempiterno mondo. Un mondo, personale e collettivo, in cui ascoltare il nostro respiro: inspirare ed espirare, ovvero stare fermi ed agire, accogliere e dare. Un altalenarsi, un incontrarsi e scontrarsi di ascolto ed azione,
Per una volta, per due giorni, a prendersi cura di sé e di chi ci sta accanto, a immergersi nel creato, anche nelle sue manifestazioni più violente e inospitali.
Ognuno di noi guerriero del Kenpo, povero e forte insieme della propria fragilità umana, energico ed entusiasta, generoso e propositivo; ognuno a suo modo  cogliendo il ritmo delle cose e della vita.

“Io ritengo che sia necessario ritrovare ciò che appare  fondamentale nella vita di un uomo, una tensione spirituale continua nel corso degli eventi quotidiani, la tensione tipica di colui che sa attendere con animo vigile il momento del pericolo”
(Y. Mishima “Lezioni spirituali per giovani samurai”)














venerdì 15 febbraio 2013

La festa di Biagio


“Nessuno può vivere senza il piacere”
(san Tommaso d’Aquino)

Sì, proprio il nostro Biagio. L’allievo che, con Claudio, mi accompagna nel percorso marziale dai tempi dell’Umanitaria. L’allievo che, giunto allo Z.N.K.R. alle soglie dei cinquant’anni, ne ha compiuti ottanta a Febbraio. E li ha voluti festeggiare insieme a noi, a noi tutti suoi vecchi e nuovi compagni di viaggio. Così ci ha invitato alla “Taverna degli amici”, godibilissima trattoria in zona, perché insieme facessimo festa.
Una bella ed allegra tavolata. Discorsi seri e “cazzeggio” si sono intrecciati; praticanti di lunga data come i Maestri Giuseppe e Massimiliano e praticanti da un paio d’anni come Luigi e Roberto; Angelica, ovvero la nipotina di Biagio, e mio figlio Lupo; compagne dei praticanti, come Monica e Carla, insieme alla famiglia di Biagio e Michele, suo figlio, anche lui praticante di “lungo corso”, dal 1984.
Grazie Biagio, cintura nera 3° dan. Grazie di esserci stato e di esserci tutt’ora, col tuo immancabile gi bianco ed i piedi scalzi, i tuoi pugni ficcanti ed imprevedibili, la tua voce seria e la tua passione profonda. Sempre presente, sempre attento ed impegnato: esempio ferreo per chi è arrivato ed arriva in questi anni. Nuovi praticanti che portano con sé, spesso, una gracilità d’intenti ed una presenza discontinua la quale stona con l’impegno che una radicale pratica marziale chiede per offrire, in cambio, crescita e maturazione adulta.
Grazie di cuore, allievo ed amico Biagio.













martedì 5 febbraio 2013

Elogio dell’assassino ( e dell’artista )


Tameshigiri = test di taglio di un katana

Il Tameshigiri è pratica  fisica e concreta. Non è imitazione del tagliare l’avversario, Tameshigiri è un mezzo per riproporre il tagliare l’avversario. Ciò che avviene, deve avvenire realmente, in quell'istante, deve essere reale.
Per questo il praticante sceglie di dare la morte ad un altro essere vivente. In questo senso il praticante è crudele, Dal punto di vista dello spirito crudeltà significa rigore, applicazione e determinazione implacabile, irreversibile, assoluta. Come scriveva Antonin Artaud: “E' un errore attribuire alla parola crudeltà un senso di spietata carneficina, di ricerca gratuita e disinteressata del male fisico".
Crudele, assoluto, perché, con un gesto, spegne una vita.
Questa decisione “ Tu muori, io vivo”  fa sì che il praticante sia presente nel “qui ed ora”, un essere fisicoemotivo, perché ciò che vive lo vive davvero, non finge. L'azione che compie in tali condizioni è quindi un'azione liberamente scelta, intesa come condizione che realizza la piena coincidenza di volontà e azione: “La vita umana è strutturata in modo tale che soltanto guardando in faccia la morte possiamo comprendere la nostra autentica forza e il grado del nostro attaccamento alla vita
(Yukio Mishima ‘Lezioni spirituali per giovani samurai’)
Il Tameshigiri, come noi lo intendiamo, affonda nelle pulsioni primitive, nell'inconscio, conduce a stati di coscienza espansa,  così che il gesto esteriore del tagliare rivolti l’habitat interiore del praticante.
La violenza dei sensi ha il sopravvento e la percezione dell’atto comunica qualcosa di nascosto e sotterraneo.
Esso è pratica terapeutica, è  ascolto delle sollecitazioni che giungono dal profondo, è porsi  dinanzi alla nostra più profonda  natura accettandone le mille voci contrastanti, accettando la potenza illimitata di Eros e Thanatos, accettando di convivere con le parti Ombra.
Viviamo tutti con il desiderio di sopravvivere ed evitare per quanto possibile ciò che è marcio, sporco, triste, tutto ciò che simbolizza la morte” ( C. Madanés ‘Amore sesso e violenza’)
Ma crescere, diventare adulto autodiretto, guerriero ( colui che sa stare nel confliggere), è contattare quell’area critica che possiamo chiamare limite ed affondarci le mani dentro.
Yukio Mishima
L'obiettivo del Tameshigiri non è tanto il successo nel taglio, quanto  la consapevolezza, il contatto totale con l'istante presente ed irripetibile. Il gesto fisico, attivando forze e pulsioni profonde, emozioni ( emos = sangue e mozioni = modificazioni),  si fa beffe di ogni forma e codificazione formale per creare  realtà.
Sarà, poi, il trancio di stuoia stesso a dirci della veridicità profonda e liberatoria del gesto: se il trancio resta un istante, incredibilmente lungo, lì fisso, ancora prolungamento della stuoia tutta, poi cade giù in verticale ai piedi della stuoia, perfettamente pulito e nitido nella sua superficie di stacco, ecco questo ci dice che il taglio è riuscito. Il praticante è stato letale e crudele, ovvero sincero con se stesso ed i “mostri” che lo abitano. Altrimenti … altrimenti il percorso che lo attende non solo è ancora lungo ed irto di insidie come per chi ha tagliato di netto, ma, forse, ancora egli non ha davvero deciso di denudarsi di ogni orpello, di gettare la maschera, e mettersi in cammino:
"Se sono un poeta o un attore non lo sono per scrivere o declamare poesie, ma per viverle. Quando recito una poesia non è per essere applaudito, ma per sentire corpi d'uomini e di donne - dico corpi - tremare e volgersi all'unisono con il mio". (A. Artaud )
Abbiamo intrapreso questa azione spinti dall'ardente desiderio che voi, che avete uno spirito puro,
possiate tornare ad essere veri uomini, veri samurai!”
( Yukio Mishima, letto il 25 novembre 1970, pochi istanti prima di fare seppuku, togliendosi la vita )



Lama Danzante

venerdì 1 febbraio 2013

Le braccia mie e le braccia tue; le emozioni mie insieme alle emozioni tue


“Perciò un buon maestro, o, più precisamente, una guida, considera ogni studente individualmente e aiuta a risvegliare in lui la voglia di scoprire se stesso, dentro e fuori, e fondamentalmente a integrare le diverse parti di se stesso”
by Omeg
(B. Lee)

Il Chi Sao è un’area della pratica del Wing Chun
Chiamato in altri modi, è terreno di pratica anche in altre Arti Marziali, tutte attente al lavoro di contatto a corta / media distanza.
Due caratteristiche della pratica Chi Sao, qui voglio brevemente affrontare.
La prima è capire cosa accada nello “scambio di braccia incollate” ascoltando con tutti i sensi come  la cosa stia accadendo.
by Krenx
Questo significa, nell’agire, avere la consapevolezza di quel che io sto facendo insieme alla capacità di capire cosa sta intanto facendo l’altro, unita alla capacità di intuire cosa l’altro sta capendo di me.
Tre “voci” indissolubilmente legate e contemporanee. Per le quali occorre sviluppare empatia ( capacità di ascolto ) ed anche simpatia. Simpatia come coinvolgimento totale nello scambio, emozionandosi con l’emozionarsi del partner.
Questo toglie spazio al pensiero unilaterale, quello che agisce un’unica conclusione possibile., aprendosi invece ad un pensare ( ed agire) multifattoriale. Quest’ultimo, nel reciproco ascoltarsi, accede ad una varietà di scelte, in termini di vantaggi / svantaggi, prontamente offrendosi al mutare della situazione.
Poiché il tutto avviene in un contesto fortemente emotivo e temporalmente rapido, il praticante ha da affidarsi a tutte le potenzialità del cervello:
il tronco encefalitico ( cervello rettile), cui spetta, tra l’altro, presiedere il livello generale di attenzione e notare le informazioni sensoriali in entrata;
il cervelletto, che sovraintende al movimento nello spazio;
il sistema limbico (cervello mammifero), che è coinvolto in tutte le emozioni primordiali, quali, per esempio, l’autodifesa, o, per dirla all’inglese: “feeding, fighting, fleeing and fucking” (mangiare, combattere, scappare e copulare) come ebbe a definirle lo psicologo statunitense Robert Ornstein.
Una pratica che, certamente, non si sviluppa ripetendo sequenze di movimenti da memorizzare o risposte univoche a domande “chiuse”, come avviene nelle “sezioni” così in auge presso diverse correnti di Wing Tsun / Wing Chun: “tu spingi così, io reagisco cosà”. (1)
Una pratica che, invece, si sviluppa attraverso l’attenzione a quel che faccio e come lo faccio; dove mi muovo e come valuto il mio ed altrui spazio vitale;  quali emozioni attraverso e come influenzano il mio agire; qual è la mia attitudine interna mentre cambio la mia forma / struttura corporea. Il tutto, in una frazione di secondo che … piovono cazzotti !!
La seconda è la distanza spaziale da prendere nel Chi Sao. Scritto così pare una sciocchezza, ma vedo spesso praticanti che duettano a braccia tese o praticanti che si allacciano rapidamente in un grappling forsennato.
La distanza equilibrata, in realtà, è figlia di criteri legati all’area emotiva ed alla capacità di non subire l’evento (reagisco), quanto  di interpretarlo per modificarlo (agisco). Questa capacità si realizza nel saper gestire ansia da prestazione, voglia di fuga o, al contrario, voglia di uno sfogo immediato, permettendo, invece,  di costruire uno spazio – tempo adeguato a capire cosa sta succedendo e ad intervenire.
Il conflitto presente in ogni relazione, dunque anche nel Chi Sao, che si svolge così …. a contatto !!, presenta sia aspetti evidenti, presenti in superficie, sia aspetti  sotterranei, profondi, interni …
L’incapacità di mettersi ad una distanza adeguata al conflitto Chi Sao, ostacola l’accesso a questa  parte nascosta, sotterranea, per cui risulta ben arduo non sbattercisi contro.
Che si tratti di braccia iper tese o di braccia che subito si avvinghiano,  esse mostrano l’incapacità di saper stare nel conflitto, volendosene estraniare che sia tenendosene alla larga o che sia  volendolo risolvere in fretta. 
by darkuitar 3000
La tentata soluzione ad ogni costo, che sia reagendo all’azione altrui o prendendo “di petto” la prima soluzione che si vede, non solo depotenzia gli aspetti formativi del Chi Sao: coniugare le reciproche risorse e scarsità per costruire possibili soluzioni, ovvero la spinta al dialogo, alla cooperazione, ma pure quelli immediatamente più palpabili “ne prendo meno di quelle che ti do”.  Perché solo se so quello che faccio e come lo faccio, sarò regista del film che è lo scontro fisico. Altrimenti agirò alla cieca, sperando nel “colpo della domenica” (2), sperando che nel caos della zuffa, i miei cazzotti centrino l’altro prima che lui centri me.
Allora, buon scambio, buona relazione Chi Sao a tutti !!

“… solo chi sa combattere può non combattere e chi non sa
combattere può solo farsela addosso (…) Le masse irresponsabili sono
invitate a “non uccidere” perché il potere abbia vita facile (…)  ma
nella realtà bisogna saper uccidere per cercare di non uccidere
più. Si, nel Judo io insegno a combattere e simbolicamente ad
uccidere, ma intanto insegno anche un principio morale”
(C. Barioli)

1.     La domanda chiusa ( “Ci vediamo alle 15.00 o alle 17.00 ?”)  richiede in linea di massima un sì o un no, essa  non dà molta libertà di scelta e quindi offre  poche opportunità di intervento.
La domanda aperta (“Quando ci vediamo ?”), invece, permette al praticante non solo di rispondere in base ai propri tempi quanto di lasciar emergere una vasto arco di azioni / emozioni. Questo, a livello strettamente combattivo, consente di vagliare e scegliere tra strategie e tattiche, di volta in volta, le più appropriate. Inoltre ( ed è quello che più mi interessa in ambito di formazione al confliggere quotidiano)  “… prendiamo coscienza delle emozioni attraverso il corpo, perché è attraverso le sensazioni del corpo che le registriamo e le rievochiamo. Ne consegue che, parallela a una semiotica del corpo rivolta verso l’esterno, c’è una semiotica rivolta verso l’interno che struttura l’Immagine di sé” (S. Guerra Lisi & G. Stefani: Il corpo matrice di segni”)
2.     Si intende per “colpo della domenica”, il gesto che arriva allo scopo del tutto casualmente, privo di consapevolezza o strategia. Certo … fa comunque male e, a volte, è risolutivo !!




giovedì 24 gennaio 2013

Open



“Da insegnante, mi piace scegliere la pecora nera che fa un errore ma mi regala un’emozione”
(Daniel Ezralow)

Monica, pazientemente, accetta il mio entusiasmo per “Open”, l’ultimo spettacolo ad opera della compagnia di ballo di Daniel Ezralow.
Sabato, serata libera che Lupo è … in vita. Scartiamo l’ipotesi “cinema” e ci tuffiamo nell’elegante sala degli Arcimboldi.
Ho un’autentica passione per corpo, corporeità e movimento. Monica lo sa ( beh, è pure mia moglie) ed acconsente a rinunciare al cinema per uno spettacolo di danza.
L’inizio non è dei migliori, il primo quadro risente di sfasature evidenti tra i ballerini. Poi lo spettacolo prende quota e, pur tra qualche diacronia nei tempi, ci trascina in un’entusiastica adesione. Le musiche, di stampo “classico”, sono bellissime; alcune sanno di un mio passato personale, tra Satie e Aranjuez  , altre mi rimandano alle musiche che, in radio, ascoltava mio padre negli anni ’60.
Quadri danzanti si susseguono, narrando, senza apparenti pretese, momenti di vita quotidiana, riti antichi, semplici incontri, beffarde ironie sull’esagitata voglia di palestra e lo scarico di energia frustrata, dolci melodie d’amore finite … in acqua e tanto altro ancora.
Mi pare quasi di essere invitato su percorsi seminascosti, dove nessuno e nessuna autorità ti può etichettare e  chiedere l’adesione, formale o meno, ad un’idea, ad una decisione. 
Ogni giorno, vivo e vedo il tanto auspicato adattamento, il conformismo, ( presente anche nelle diverse correnti che si propongono come anticonformiste per poi crearne uno minoritario di conformismo ) che mostra il volto di una società “grande madre”, la quale tutti ci contiene e rassicura,
Ogni giorno, vivo e vedo un senso comune, una “maggioranza silenziosa”, che t’inculca “lo stato siamo noi, sei anche tu” così non puoi certo contraddirlo: che fai, contraddici te stesso ?
Vedo tutto ciò ma, nei corpi slanciati e nelle danze virtuose dei ballerini, intravedo un invito ad accedere ai percorsi seminascosti di cui sopra. Vedo l’entusiasmo che lascia respirare il cuore e la possibile pratica di un oggi, già da oggi, diverso e… aperto. Come “Open”, aperto” è il titolo dell’opera.
Aperto, come il dio che danza nietzschiano,  ad una tenerezza birichina come al più sfrontato coraggio. Aperto alla circolazione delle pratiche e delle idee. Politicamente scorretto, controcorrente, Liberato e libero.
Applausi ed ancora applausi. Troppo breve lo spettacolo, poco più di un ora. Ma davvero bello. Da vedere, appunto.

“I più grandi ballerini non sono grandi per il loro livello tecnico, sono grandi per la loro passione”
(Martha Graham)