giovedì 27 giugno 2013

Di una bella, dei suoi cortigiani e dei suoi possenti amanti

“Gli uomini muoiono, le idee no. Io non sento la mancanza dell'idea... sento la mancanza dell'uomo”.
( nel film “V per vendetta” )

by One With No Color
Una storia di passioni, di un’amante antica e bellissima, l’Arte del Tai Chi Chuan, prigioniera in un castello abitato da  efebici, impacciati danzerini e goffi manovali d’osteria,  difeso da intellettuali eunuchi profferenti formule astratte e concetti sclerotizzatisi nel tempo.

Un castello su cui gli eunuchi, insieme ad eruditi resi pallidi e deboli dalle notti passate a studiare a memoria codici e volumi,  hanno steso il velo grigio dell’immobilità. Eunuchi ed eruditi che, lontani dal mistero e dalla profondità che la notte stessa invoca per chi invece la sappia vivere, ignari del sudore e delle pulsioni di sesso e morte che agitano gli uomini, hanno imposto alla bellissima Arte del Tai Chi Chuan la condanna della verginità, dell’astinenza dalle emos – azioni.
L’immobilità e l’astinenza di una pratica schiava delle ripetizioni e della supina ed asettica memorizzazione, storpiata e malamente invecchiata da sempre, da quando ha preso il potere sull’originale e personale fare degli uomini, sul loro emozionarsi nel fare. Da quando ha preso a snocciolare  e dividere per stili e famiglie, Yang, Chen , Sung; a classificare per genealogie e a pretendere di distillare il sapere unico e l’unica verità possibile dalla fredda ed arida elencazione di numeri che significano tecniche.
Danzerini e manovali, insieme ad  eunuchi ed eruditi, coltivano la scissione tra inconscio e coscienza, controllano che chiunque si avvicini al castello possa essere guastato dentro, irretito dalla tradizione dei classici e manipolato dalla ragione priva di immagini.
Una razionalità fredda, che pretende di dominare ciò che non comprende perché diverso dall’identità della veglia  e della coscienza.

Ma una pratica altra, una pratica di pulsioni ed emozioni, nient’affatto di stili codificati e forme mummificate, è possibile.
La avanzano ricercatori e sognatori d’azione, eretici e guerrieri che amano la vita; che sanno fondere vitalità ed istinto di morte; che osano sfidare l’istinto di morte  attraverso amore e sessualità, lasciando ai margini la ragione; che trasformano l’istinto di morte in conoscenza.
Praticanti che non si lasciano sedare dall’illusione di divenire individui integratori e pacificatori, considerando invece il confliggere una risorsa per sé e nelle relazioni con gli altri.
Essi costruiscono una pratica che è relazione con sé e con gli altri e dunque è creazione, è prassi fisicoemotiva con la realtà tutta.
by Mary Dreams
Un praticare che prende forma per poi trasformarsi ogni volta, come ogni volta si trasforma il praticante, essere vivo e pulsante emozioni; un praticare d’istinto, di pancia; un praticare che è individuazione, ossia essere se stessi, realizzare la propria identità accettandone i lati oscuri, quelli che non piacciono all’individuo stesso e spaventano difensori ed abitanti del castello.
Li spaventano perché, ragione astratta e classici alla mano, movenze rigide e frigide, completini in raso e cineserie di mercatino, non impediscono loro di intuire, a volte, quando la ragione fatica a mantenere il controllo, che fuori dal castello la vita è altra cosa; che c’è, nelle campagne fuori dalle mura, chi pratica per conoscersi e realizzarsi adulto unico.
Tuttavia, per ignavia e quieto vivere, per interesse di potere e vigliaccheria emotiva,  efebici danzerini, goffi smanacciatori,  tristi eunuchi e forbiti eruditi continuano ad ingannarsi, a spegnersi dentro, a funzionare di corpo come se questi fosse una macchina asettica.
by Thran Tantra

E non si accorgono che la bellissima Arte del Tai Chi Chuan li ha lasciati da soli. Lei ha abbandonato il castello, facendosi sostituire da un carapace rinsecchito, da un ologramma che disegna sulle pareti una donna perfetta ed immobile … finta, tanto danzerini e smanacciatori, eunuchi ed eruditi scindono accuratamente sesso e conoscenza, emozioni e conoscenza, affidandosi a veglia e a ragione e negando le immagini della fantasia, di “reverie”.
Essi non si accorgeranno mai della scomparsa. O forse sì, ma negheranno con forza impaurita la possibilità di cambiare, di separarsi, di trasformarsi, con ciò la necessità di abbandonare il castello per perdersi nella libertà della campagna. E continueranno ad ingannarsi, a morire di conformismo e dottrina dentro ed intorno al castello, dentro il loro recinto.
Mentre la bellissima Arte del Tai Chi Chuan, fianchi larghi e seni generosi, si donerà ai praticanti della campagna, ad eretici e guerrieri, ridendo e correndo con essi. Con coloro che le hanno saputo inviare segnali di pulsioni ed emozioni, che si sono coraggiosamente avvicinati alle mura del castello, maramaldeggiando eunuchi ed eruditi, mostrandosi nella loro selvaggia bellezza guerriera agli efebici danzerini ed ai goffi manovali d’osteria.

Allora sì, ricercatori e sognatori d’azione, eretici e guerrieri che amano la vita, insieme alla bellissima Arte del Tai Chi Chuan vivranno a lungo. Ecco, forse non saranno sempre felici e contenti, anzi, sovente saranno a scontrarsi, ma sempre saranno vivi, consci che essere autodiretti e liberi è un bene prezioso, che è meraviglioso abbracciarsi anche se questo disturba il cattedratico, l’erudito, il meccanico delle forme. E’ meraviglioso vivere.

“L’uomo è un animale razionale che perde regolarmente le staffe quando è chiamato ad agire in conformità con i dettami della ragione”

(O. Wilde)




lunedì 17 giugno 2013

Le sfere rotolanti



33° Gasshuku – stage estivo – e seminari a seguire.
8 – 14 Giugno. Marche

“L’immaginazione è la prima fonte della felicità umana”
(G. Leopardi)

Sempre più fine dire “sfere, che “palle” !!
Sì perché, sull’onda degli insegnamenti che ricevo dal M° Aleks Trickovic (grazie Aleks !), stage e seminari hanno visto come tema dominante il movimento circolare dei femori.
Con essi, la tensione e il movimento nello spazio occupato con gesti sferici, l’immagine di sfere rotolanti, vortice e spirali.
Quanto sopra, piegato alle diverse esigenze tattico strategiche  delle Arti che propongo nella nostra Scuola.
Più avvolgente il Tai Chi Chuan ed il Kenpo, più diretto il Wing Chun Boxing. E poi, l’interpretazione delle “sfere rotolanti” applicata alla pratica di Kenshindo, il katana giapponese.
Formazione marziale intensa, ben intervallata da ottimo cibo e abbondanti bevute consumati in ristorantini in riva al mare o in agriturismi accoccolati sule verdi colline dell’entroterra marchigiano. Oppure a casa del M° Valerio, allievo ed amico da quasi trent’anni, fino alla cena finale. Cena in Dojo, a suggellare che è qui il cuore del DAO, la “creatura” a cui il M° Valerio ha dato vita dieci anni fa.
Un grazie di cuore all’amico Valerio ed ai suoi allievi. Quelli che, tra un onda imprevista ed un mostro salito in superficie dagli abissi, tra il canto tentatore delle sirene e lo scricchiolio minaccioso del vascello, ancora sono qui, entusiasti, a cercare di sé e dello stare al mondo.
Perché:


Soprattutto, non affrettare il viaggio;fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezza da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti ?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà
deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare
( Iaca, di K. Kafavis )


Altre foto, alte riflessioni, mie e dei partecipanti, sul prossimo numero di SHIRO, on line / cartaceo dal mese di Settembre.


















martedì 4 giugno 2013

This is England

Lupo dorme. Coinvolgo Monica nella visione di un asciutto film inglese sull’adolescenza, la figura paterna, l’educazione maschile. I temi che più prediligo e che vivono anche nella mia pratica marziale attraverso i corsi allo Z.N.K.R. e quel che propongo attraverso di essi.
Pellicola del 2006, "This is England" diretta da Shane Meadows, è ambientata nell’Inghilterra degli anni ’80, quando nel paese dominava la Tatcher e la crisi occupazionale e di valori era all’apice.
Shaun è un ragazzino ( finalmente un attore bravissimo – e ben doppiato – ma assolutamente non bello, a fronte dei tanti pupattoli, incrocio tra ambientazioni da Mulino Bianco e sex appeal alla Amici della sciagurata De Filippi, che infestano le pellicole U.S.A. e quelle italiane ) orfano del padre, militare morto nella guerra per le isole Falkland, con una madre del tutto distante dalle sue paure e dalla sua necessità di crescere.
Il giovane, vittima, a scuola, di angherie continue, trova rifugio e conforto in un gruppo di squinternati skinhead, adeguandosi, vestiti, frasario ed atteggiamenti, al gruppo. L’arrivo di un adulto, violento e disturbato, farà precipitare le cose, fino al primo passo “maturo” e consapevole di Shaun. Passo di cui, forse finalmente (!) anche la madre si renderà conto, lasciando intravedere, nel finale del film, un rapporto più coinvolgente ed aperto.
La crescita maschile di Shaun, le prove che lo attendono nella sua adolescenza, si intrecciano con un diffuso razzismo suburbano e con rigurgiti di nazionalismo, violento per strada ma che ha alle spalle il solito distinto ”doppiopetto” della politica.
Combo, l’uomo che nel film rappresenta il “male”, è in realtà ferito da abbandoni familiari e da un amore non corrisposto. Maschio fragile nella violenza incontrollata, stupendamente tenero nel suo rapporto con il giovane Shaun, carismatico a sufficienza per fare presa su giovani sbandati ed alla ricerca di sé e della propria strada.
Pellicola che in Inghilterra scosse l’opinione pubblica al punto da farne una serie televisiva, da noi è arrivata sul grande schermo nel 2011, tra l’indifferenza generale.
Eppure, il tema dell’adolescenza, delle bande giovanili, del razzismo nemmeno tanto sotterraneo, della crisi occupazionale, sono anche temi nostri, più che mai attuali.
Certo, lo stile tipicamente british della pellicola, senza fronzoli e senza alcun cedimento al “patinato”, non ne ha aiutato l’apprezzamento da parte del grande pubblico.
Ma io sospetto che proprio l’evidenza dei temi, sociali e culturali, comuni al nostro paese abbiano indotto i media a scansare l’attenzione verso questa pellicola, spingendo il grande pubblico, ma anche le persone e gli ambienti in genere più sensibili a queste tematiche, a disinteressarsene. Insomma, il film, nelle sale, è stato una meteora.
Mi ha molto colpito, poi, l’intreccio tra le prove di adultità di Shaun e l’apparente negatività di Combo.
Facile sarebbe dipingere quest’ultimo come il “male”. Più interessante coglierne gli aspetti che contornano questo male, la sua incapacità a guardare dentro di sé per cogliere l’Ombra; la sua totale resa di fronte ad una figura femminile che per lui è amore e che si trasforma in violenza selvaggia, incapace com’è di stare nei conflitti, lui che, pure, ne sembra un paladino, un magnifico esponente.
Pellicola forte e densa di significati. Mi permetto di consigliarla a tutti i maschi e non solo a quelli che sono padri  ed hanno tra le mani la formazione di cuccioli teneri ed indifesi, perché la pellicola tocca temi dell’adultità, del confronto con il copione genitoriale, della capacità di stare nei conflitti, che ci riguardano tutti.

Probabilmente, una sua visone, non lascerebbe indifferenti quelle donne che vogliono davvero confrontarsi con il maschile, invece di subirlo o di riempirlo di critiche attraverso il rapporto con i figli maschi o il proprio partner.


lunedì 27 maggio 2013

Raduno ed esami Kenpo - bimbi e ragazzi


“Occorre coraggio piuttosto che divieti”
(D. Novara)

Milano.
Honbu Dojo Z.N.K.R.



Domenica 26, quattordici tra bimbi e ragazzi a cimentarsi nella pratica del Kenpo.





















Quattordici giovanissimi kenpoka entusiasti e vivaci, timidi e impacciati ma tutti generosi nel portare molto di sé sulla scena dell’Arte Marziale e, con essa , del vivere quotidiano,
Giochi di immaginazione, camminata in cerchio, giochi di equilibrio sulla fit ball.
Pugni pesanti sul corpo, senza possibilità di difendersi, anche cantando a squarciagola per trovare, con la capacità di respirare ed insieme aprire la gola, la disponibilità a reggere le situazioni più sgradevoli, quelle in cui siamo da subito in posizione down.
Elogio della disponibilità, dell’apertura, questo sono le Arti Marziali, il Kenpo, come noi lo pratichiamo e lo offriamo. Nessun “machismo”, nessuno sfoggio di durezza, di io ipertrofico.
Gentilezza e fermezza sono le metà di un intero e soltanto insieme formano la vera Via del kung fu”. (Bruce Lee).
 Così, mentre i giovanissimi si cimentano nelle cadute, imparano che le cadute  sono chiamate ukemi, in lingua giapponese. "Uke" deriva dal verbo "ukeru", ossia "ricevere", mentre "mi" è uno dei modi di dire "corpo"... ukemi quindi è "il corpo che riceve". Non più io corpo che, aiuto !!!, cado al suolo. Piuttosto io corpo in grado di  adattarmi, mutare repentinamente per far fronte ad una situazione nuova, inaspettata, subita, anche sgradevole, come perdere l’equilibrio, ossia perdere le mie certezze.
Così, mentre impugnano un kenmousse, si cimentano con una manualità resa diversa dal relazionarsi con un oggetto, con un diverso rapporto spaziale.
E il “randori d’entrade”, dove vince solo chi meglio collabora con l’altro, meglio scambia risorse e scarsità, meglio ascolta le proposte lottatorie dell'altro ed esprimere liberamente le proprie.
E il momento all’aperto. Per rotolarsi a terra senza schifarsi per un po’ di fango o di escrementi animali, per affrontare lo sguardo e l’attenzione di chi ci è estraneo.
La consegna delle cinture. Rito antico che ripropone la profondità della “Trasmissione”, l’appassionante fatica del crescere, le prove di iniziazione all’età adulta.
Poi, insieme a giocare, ridere, mangiare e bere
Minuscola comunità di individui, giovani e non, in cerca di sé e del proprio stare bene al mondo.

“Don Juan mi spiegò che la spietatezza, l’astuzia, la pazienza e la gentilezza sono l’essenza dell’agguato. Sono le basi che devono essere insegnate per gradi, attenti e meticolosi, insieme a tutte le loro ramificazioni”
(C. Castaneda)

Un grazie enorme ai giovanissimi kenpoka per l’entusiasmo dimostrato. Ai genitori, nonni, parenti ed amici presenti che hanno così testimoniato la loro vicinanza al percorso “guerriero” dei bimbi e dei ragazzi. Ai Maestri Giuseppe (Gli Erranti di Milano) e Valerio (DAO San Benedetto d.T) che hanno condiviso la guida del Raduno. A Donatella, Angelica e Giovanni che si sono prestati “da spalla”. All’Insegnante Celso per l’ottimo lavoro che, nel corso bimbi & ragazzi, svolge con passione e competenza.
A giorni, su SHIRO, il nostro periodico disponibile anche on line su questo blog, altre foto ed i commenti di alcuni praticanti.















Debutto a teatro


Beh, parole forse un po’ “grosse” ma … Lupo, Sabato 25, ha concluso il suo primo anno di corso di teatro, presso il circolo A.R.C.I. Ohibò, recitando nel “Mago di Oz”.
Ovviamente, fui molto contento quando Lupo, in autunno, decise di iscriversi al corso. Mi piaceva l’accoppiata Kenpo e Teatro. Mi piaceva perché mi risuonava Bun Bu Ryodo, il motto nipponico che privilegiava, per un samurai, la doppia Via della guerra e della cultura; mi ricordava il rinascimentale “penna e spada”, ovvero l’invito all’azione e al pensiero; calcava alla perfezione l’esperienza della nostra Scuola, lo Z.N.K.R., che, tra la metà degli anni ’80 e la fine dei ’90, ha messo in scena più d’uno spettacolo di “Teatro Marziale”. Questi erano spettacoli in cui la gestualità marziale, il nostro lavoro marziale, dava voce a poesie, fiabe, racconti; in cui costruivamo costumi e maschere, mixavamo musiche, rielaboravamo testi di altri o ne scrivevamo di nostri. Esperienza unica in Italia  e che ci ha visto presenti in diversi teatri milanesi come in feste all’aperto, ospiti di manifestazioni sportive e concerti rock.
Mi piaceva perché non era la solita scelta del nuoto o del calcio, ma privilegiava l’espressone emozionale che in Lupo è così sviluppata.
Allora, eccolo in scena nella parte del “leone fifone”.
A fine rappresentazione era felicissimo di sé e orgoglioso dei complimenti che i genitori degli altri bimbi gli rivolgevano, delle parole del suo docente che lo incoraggiavano a continuare l’avventura teatrale.
Una esperienza che Lupo ha già detto di voler proseguire la prossima stagione. Ed io ne sono stracontento.
Un grazie a Giovanni, che è venuto a sostenere la fatica di Lupo; a Giuseppe e Donatella che si sono anche premurati di truccarlo.




martedì 14 maggio 2013

Andragogia marziale e non solo



"Ricordati che quando punti l'indice verso una persona, tre dita della mano puntano su di te"
(proverbio indiano)

Oggi scriverò di didattica (come insegnare / imparare ) ed andragogia (l’apprendimento negli adulti).
Ne scriverò evidenziandone tre caratteristiche proprie della nostra Scuola.
Partiamo da un dato, conosciuto secoli or sono nella cultura taoista e riconosciuto oggi da neuroscienze e psiconeuroendocrinoimmunologia.
Cioè che l’uomo, composto da più tratti psicologici in conflitto e combutta tra di loro (1), si ritrova poi uno, indivisibile, il cui corpo è uno spazio, un luogo dove il pensiero pervade ogni organo, ogni apparato, ogni scambio cellulare. Per identico principio, vale anche l’opposto: tutte le molecole e gli scambi chimici, e di conseguenza energetici, che si generano nel nostro corpo, danno forma al pensiero e si evolvono in una forma mentale.
Un complesso fisicoemotivo di cui ho già ampiamente scritto in altre occasioni, sia sul blog che sulle pagine di SHIRO, il nostro periodico.
Allora, la nostra didattica e la nostra andragogia, quelle con cui affrontiamo il percorso marziale, si sostanziano di
Una vulnerabilità (2) interna
Partire da sé, da ciò che sappiamo come da ciò che, strada facendo, scopriamo di … non sapere. Aprirsi alle proprie risorse interne, accettare e ri – conoscere pulsioni ed emozioni per farne strumento di apprendimento e di relazione con l’ambiente. Il praticante non si plasma su ciò che viene da fuori, non ripete. Questi relaziona sé e il contenuto propostogli non come accumulazione, perché nulla del combattere ( come di ogni agire primordiale ) gli è del tutto nuovo, ma come una specie di cassa di risonanza interna.
Una dimensione sostenibile
Attraverso lo stress del combattere, il praticante scopre le proprie risorse. Ovvero la formazione marziale come attivazione e potenziamento di quanto già è in lui a partire dagli stimoli interni (emos – azioni, cioè “moti d’animo propulsori di qualunque movimento, compreso quello di contrattura frenante o difensiva”. S.Guerra Lisi & G. Stefani: Il corpo matrice di segni ) ed esterni ( le situazioni motorie a solo, in coppia e di gruppo, in cui viene coinvolto dal Sensei). Egli accorda le proprie risorse fisicoemotive con gli accadimenti marziali della formazione,  che divengono occasione di ulteriore conoscenza e rafforzamento personale. Un percorso di apprendimento e crescita che, per dare i suoi frutti, deve essere sostenibile dal praticante, ovvero fonte di eustress ( lo stress “buono”) e non di frustrazione, fonte di cadute in cui gli sia sempre possibile rialzarsi e non di cadute nel vuoto o di KO risolutivi della sua autostima: “Dentro un ring o fuori non c'è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra”. Mohamed Ali)
Una corrispondenza relazionale
Ovvero il Sensei, “colui che è nato prima”, è guida alla formazione, facilitatore sulla via dell’apprendimento e non Maestro, ovvero unico depositario del sapere che, dall’alto dello stesso, dispensa agli allievi.
Con lui, opera il gruppo, luogo insieme di accoglienza (nessuno giudica nessuno) e regressione ( tutti lavorano sulle pulsioni, sul primitivo che sonnecchia in ognuno di noi).
Nel gruppo vige:
la risonanza, laddove il vissuto di uno risuona dentro l’altro, stimolando dimensioni e conflitti che ognuno sperimenta in modo personale, ma dietro induzione gruppale;
il rispecchiamento, laddove ognuno guarda gli altri per vedere se stesso, ovvero sugli altri mette scene del suo mondo interno per poterle vedere e ri-conoscere. Scene che il gruppo gli rimanda ogni volta reinterpretate dal gruppo stesso.

Il motore della pratica marziale, anche e soprattutto nei suoi aspetti terapeutici (3) di individuazione e crescita / consolidamento del sé, è la relazione: i calci ed i pugni, le bastonate e le coltellate, i giochi di coppia,  sono in primo luogo il modo di costruire le condizioni perché possa esprimersi in modo produttivo la capacità creativa del singolo nel gruppo.

Il metodo di apprendimento è la formulazione di domande pratiche, di koan zen fisicoemotivi, che inducano il praticante ad attingere alle sue risorse personali, alle sue energie istintuali, per risolvere le situazioni di lotta. Con ciò imparando a conoscere ed accettare le sue parti Ombra (ovvero quei sentimenti e ed emozioni repressi e/o rimossi da ognuno di noi in quanto ritenuti brutti, cattivi, socialmente non accettati; dunque anche l'insieme delle funzioni e degli atteggiamenti non sviluppati della personalità )  e a formarsi adulto equilibrato e coraggioso.

Imparare a lottare nel Dojo come metafora e metonimia del confliggere quotidiano. La formazione marziale per saper affrontare le relazioni nel lavoro, in famiglia, interpretandone le difficoltà non come un ostacolo da abbattere o da cui fuggire, un conflitto da risolvere, ma un’occasione di crescita e trasformazione. Questo proprio grazie a quegli stessi aspetti conflittuali che, in realtà, … arricchiscono le relazioni!!


1.       Quante personalità si aggirano nella psiche di un individuo ? E come fanno a stare insieme ? Quanto forti sono le tendenze all’aggregazione tra queste diverse parti e quanto quelle alla dissociazione, alla separazione ?” (C. Risé: ‘Diventa te stesso’).
2.       Sul tema della vulnerabilità, rinvio al pensiero di Brené Brown.
3.       Terapia marziale ( da non confondersi con la medicale “terapia del ferro” ) è da intendersi come pratica del confliggere fisicoemotivo, del combattimento corpo a corpo, quale percorso di individuazione ( “L’individuazione è quindi un processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale” C.G.Jung ) e potere personale, di crescita adulta ed autodiretta, di capacità nel sostenere i conflitti relazionali quotidiani.

Post illustrato con immagini del Raduno Kenpo adulti di Sabato 11 Maggio.






giovedì 2 maggio 2013

Il ... gusto di vivere


Anche, o proprio ?, quando piango, quando sento il temporale crescere dentro di me, farsi tempesta inespressa, ecco, allora, io vivo.

L'acciaio letale dei katana
“La maturità psichica è la capacità di essere solo in presenza di un’altra persona”

Amare vivere. E’ questa la forza potente  che fronteggia la disumanizzazione.
Il piacere di vivere. E’ l’atteggiamento fisicoemotivo grazie al quale l’ambiente in cui siamo e il nostro agire in esso ci appaiono degni di interesse, forieri di scoperte eccitanti quanto dispensatori di certezze rassicuranti.
Non scrivo, qui, di una superficiale euforia, di un “abbigliamento psichico” in stile New Age, di una impalcatura mentale edificata sui comandamenti dello yankee “pensiero positivo”.
Qui scrivo di un pensiero e di un fare profondo.

Come tale, da un lato
Lupo, nove anni, giovani guerrieri crescono
-       fa i conti con l’individuo, con le mille sfaccettature che ci fanno unici. Contrapponendosi, sovrapponendosi, confliggendo con l’Ombra e le pulsioni, i ruoli e le maschere, l’educazione sociale e le paure mai esplorate, le proiezioni sugli altri e l’aggressività repressa.
Un percorso tortuoso, fatto di esperienze e riflessioni crude sulle esperienze stesse; di prassi che si fa teoria per poi tornare prassi. Una prassi che, per chi percorra la Via del Guerriero, è atteggiamento critico verso il costituito e rifiuto di ogni forma di ignoranza. Prassi profondamente umana.
dall’ altro
-       tenta la connessione con quella che il filosofo Teilhard de Chardin chiamava “l’Energia di Evoluzione universale”.
Un’Energia che attinge agli strati più primitivi e, dunque, incontrollabili di ogni essere umano. Energia che è in ognuno di noi ma sta a noi coltivare ed espandere.

Il guerriero ( colui che sa stare nei conflitti ) vive l’esperienza marziale, il combattimento fisicoemotivo, come potente inno alla vita proprio riconoscendo e (simbolicamente) dando la morte.
Egli  agisce coinvolgendo consapevolmente il piano emozionale personale e, con ciò, investendo anche i piani culturali e sociali.
Sorta di divinità guerriera, si connette, nei momenti di tensione più lacerante, di coscienza espansa, con il mondo degli archetipi,  simboli delle medesime energie primarie che animano ed originano i comportamenti umani, impronte presenti nella psiche a mò di  eredità genetica, inconscio che da individuale si fa collettivo.
Dentro il caschetto, la vitalità esuberante di Davide
La pratica marziale, per come la intendiamo allo Z.N.K.R., mostra così la sua essenza di metalinguaggio che rappresenta le correnti logiche ed emozionali della psiche umana e permette loro, in un ambiente protetto costituito dal gruppo, ovvero altri individui guerrieri che condividono abbigliamento e gesti e riti e la stessa pratica violentemente conflittuale, di usufruire di un contenitore spazio – temporale.  Esso legittima i continui passaggi dal reale al sovrannaturale, dal cosiddetto normale all’espanso / alterato. Esso legittima l’ardua ricerca di sé e di come stiamo al mondo.
E’ questo che io propongo a chi varca la soglia del nostro Dojo.

“Ciò che la ( castrazione ndr) rende mostro  terribile, gli uomini tutti assassini e cannibali, è il dominio della ragione astratta che condanna e reprime e non comprende e non trasforma”
(M. Fagioli “Bambino donna e trasformazione dell’uomo”)


Nel biancore della neve, il saluto