martedì 15 luglio 2014

Il gioco dell'acciaio lungo


Sabato 12 Luglio
Seminario Kenshindo

 
“Quando insegno Ki no Kenpo, la pratica della spada con il Ki, è veramente kiai vivente quando tu tagli in ogni direzione, usando happogiri mentre urli kai”
(M° Koichi Tohei)

 
Lascio che le ombre si allunghino, tentacoli grigi, tra le luci fioche che pervadono le finestre.
Io e Giovanni ad impugnare acciaio. Giovanni, ultimo rimasto, ultimo ad appassionarsi di spada e Kenshindo, la “Via dello spirito della spada”, che gli altri, con gli anni, con i mesi, si sono defilati, un passo a lato, un passo indietro.
Troppo acciaio può far male se non sai guardarti negli occhi, se ti tremano i polsi davanti alle immagini di tenebra che danzano nel tuo cuore; troppo acciaio può risultare inutile, perfino ignorante, se lasci scorrere il succo e il sangue della vita come fosse liquido inesauribile e non sai, non vuoi sapere, che è liquido terminale, a scadere.
Ultimo incontro serale, nel corso Kenshindo. Domani ci attende il Seminario Kenshindo tra le coline alterne del pavese, ospiti dell’Agriturismo Cà de Figo.

Il cerchio, sette tra maschi e femmine.
Il serpente e la montagna.

Il ken d’allenamento sibila nell’aria, falciata discendente, come se, lordo di sangue, si aprisse una strada unica. Unico è lo sprofondare dei femori nell’oceano oscuro ed inesplorato del bacino. Unico è l’ossigeno, indispensabile alla vita, che sfonda naso e bocca per investire trachea e polmoni. Unico è il vivere e il confliggere.
Il sole inghiotte le nuvole, poi sono le nuvole a masticare la luce e a risputarla tra pietre e colonne e sette guerrieri che simulano uccisioni, mutilazioni, simulano la dannazione della morte altrui per onorare la vita propria.

Tra le nostre mani compare l’acciaio.
Serpente sinuoso, letale, carico di veleno, sguscia e circonda la preda, morde selvaggiamente, denti conficcati per un solo crudele attimo, attimo che uccide.
Montagna enorme, vasta, che incute rispetto e financo timore; montagna che incombe dall’alto, gigante il cui sudario erboso pare senza fine, pare estendersi a perdita d’occhio.
Eccoli insieme, serpente e montagna: fluidità letale e possenza straripante. Movenze nascoste, quasi impercettibili, e presenza inamovibile, quasi immanente.
Sfoderiamo l’acciaio, katana dal tagliante affamato.
Acciaio che devasta e lacera tutto quel che incontra; arma crudele che trancia, separa di netto senza che vi sia alcuna possibilità di ricomporre; tagliente mai sazio che strazia quando va come quando torna.
Nessun gesto, nessuna estrazione, è privo del sangue di un uomo.
Rigurgito di fiele, denti serrati e urla smorzate in gola. Rantoli inarticolati di una forza umana, profondamente umana, volta all’omicidio, lontana dalla pietas degli inetti e dalle spalle girate altrove dei codardi.


Tagliamo stuoie, che sono nemici, avversari, che sono …. quelle parti di noi che non vogliamo riconoscere, che non accettiamo.
L’arte del Tameshigiri, vero cuore dell’arte della spada, senza tagliare, senza uccidere, non vi è né guerriero, né samurai, né autentica pratica di spada, ma solo gioco effimero per bamboccioni e mentitori, riconosce nella furia umana che reca orrore e sangue la sola e la stessa che può scacciarli.
Non sarà la colomba della pace né la testa girata dall’altra parte a fermare la furia umana. La furia, la ferocia umana, espressa e ritualizzata, va forgiata nel coraggo di guardarsi dentro là dove può farci paura e ribrezzo, là dove le ferite sono ancora aperte e trasudano liquame emorragico, là dove stagnano e premono insofferenti contro le sbarre della ragione, della vergogna e della morale, le nostre pulsioni più antiche e profonde.
Potenza marziale che abita l’acciaio. Poetica marziale, terapia marziale per sette guerrieri, nel cerchio di pietre e colonne delle colline pavesi.

D.L’Arte Marziale , per lei, è effettivamente  un’arte ?”
R. Sì è un’arte. Oggi, anche se vi è un aspetto efficace, non la si può ridurre ad una semplice preparazione al combattimento. Per mezzo di tecniche pratiche, l’arte marziale ci permette di esplorare le nostre capacità potenziali. E’ una ricerca del significato dell’esistenza, della vita e della morte.
(M° Kenji Tokitsu)

 
 













martedì 8 luglio 2014

E siamo ancora qui …

“Il termine organizzazione rimanda al concetto di ‘unità integrale’, ad un tenere insieme, creando fra loro coerenza, parti molto diverse che grazie a tale coerenza riescono a comporre un organismo in grado di vivere”.
(L. W. Sander)

Si avvicina Settembre 2014: trent’anni in via Simone d’Orsenigo, all’interno di oltre trent’anni di vita dello Z.N.K.R., la nostra Scuola. Prima alcuni anni alla palestra Umanitaria, poi un anno presso il circolo A.R.C.I. Bellezza, poi, dal Settembre ’84, nei locali di via D’Orsenigo.
Una Scuola, un organismo, vivo, come tale  soggetto a scelte di direzioni, scelte di pratica, scelte di cultura forti e insieme instabili, prolifiche e insieme devastatrici, tanto aperte allo sviluppo quanto sempre a rischio di alterazione e patologia.
Solo così, aperti all’ambiente esterno quanto a quello interno ma senza mai lasciarsi sopraffare  da tendenze devianti la rotta in mare aperto, abbiamo potuto vivere e praticare per decenni. Perché la continuità di ogni organismo sano è dettata dall’incessante processo di scambio tra organismo stesso  ed ambiente,  dall’incessante riallineamento tra le forze che coabitano all’interno di questo stesso organismo.
Così è stato per  le diverse Arti, i diversi stili delle stesse, che nella Scuola abbiamo praticato. Prima, seguendo le orme del mio stesso incedere, alla caccia dell’Arte più efficace, poi mixandole tra loro per tentare la “pozione magica”. Prima, insegnando io quanto ricevevo dai miei Maestri in termini di tecniche, poi mixandole tra di loro.
Fino al ribaltamento, alla rivoluzione, o forse, appellandomi al sapere Tradizionale, all’eversione che ci ha portato ad una visione totale, globale del praticare. Visione che ha spezzato ogni legame superficiale col passato  per addentarne il cuore più profondo, più interno, portandolo, in un costrutto dialettico fatto di sbalzi, in una visione spiraliforme che, come tale, è insieme procedere avanti e tornare sullo stesso punto, a battere in un corpo che è quello del terzo millennio e non del medioevo nipponico o cinese. Che è, per altro verso, comunque sapere Tradizionale e non improvvisato supermarket paramilitare venduto ad impiegati o casalinghe in cerca di certezze ed emozioni forti.
Fino alla scoperta dell’individuo, unità fisicoemotiva, come attore protagonista non più servo, ripetitore pedissequo e robotico, di un copione scritto da altri ; del sapere marziale come strumento di conoscenza e non più come conoscenza in sé fatta di tecniche e gesti codificati; dell’imparare come processo maieutico in cui domandare è più importante che conoscere la risposta già confezionata; del praticare per conoscere di sé e dello stare al mondo, facendo della conflittualità non più un orrendo moloch ma un ulteriore campo, un’ulteriore opportunità, di conoscenza e confronto.
Le cose, insomma, di cui vado scrivendo su questo mio blog.
Anche per questo, mi vien da sorridere quando sento o leggo ex allievi  citare cosa e come pratichiamo in Dojo: allievi fermi agli anni passati, che nulla possono sapere di cosa e come oggi, che non è ieri e non sarà domani, pratichiamo e viviamo l’Arte, l’essere artisti, del combattere, del confliggere.
Perché noi siamo un organismo vivo. Un organismo che ingaggia anaffettività e delusione del desiderio per abbracciare vitalità e pulsioni profonde. Che fa della cura ( che è responsabilità verso l’altro dettata dall’osservazione, ovvero interessamento solerte e premuroso ) e dell‘individuazione (che è processo di differenziazione che ha per scopo lo sviluppo della personalità individuale ) il cuore della pratica.
Per questo sarebbe oggi assai arduo, non solo per chi ha praticato con noi Karate o Yoseikan Budo o Kenpo negli anni ’80 – ’90, ma anche per chi lo ha fatto ai primi anni del ‘2000; per chi ha praticato Tai Chi Chuan o Wing Chun o spada giapponese venti o cinque anni fa, ritrovarsi “sic et simpliciter”, riconoscersi, in come oggi pratichiamo, come oggi agiamo corpo.
Lo facciamo sperimentando intensamente il rapporto con i mille noi stessi che ci compongono, con l’ambiente e le relazioni che ci attorniano: condensato di energia profonda ed oscura, pedagogia dell’entusiasmo, fino ad essere, in stati di coscienza espansa, comunicazione dell’estasi.
Come potrebbero riconoscere in me, over sessanta, dalla barba ormai chiazzata di bianco ed il dolore recente della perdita di ambedue i genitori, l’entusiasta trentenne o il cinquantenne ferito da un amore pugnalato alle spalle, degli anni addietro ?
Come potrei dichiarare essere lo stesso degli anni di apprendimento con il M° Tokitsu, il M° Montaigue o il M° Yamazaki, il Ritsu Zen che ora vado proponendo al seguito del Maestro ed amico Aleks Trickovic ? Quand’anche il “cosa” ed il “come” fossero gli stessi, sono io ad essere un altro.
Che c’azzeccano i pugni a catena e la logica di movimento del Wing Chun come io li appresi dai vari Cuciuffo, Boztepe, poi Anderson, poi Regalzi e Bernardo, con i pugni a catena di oggi ?
Non solo.
La “tecnica”, in realtà, è mutamento nel modo di muoversi; è divenuta consapevole mutamento di corpo, di fisicoemotivo; è agire affermando la supremazia del corpo di muoversi dal di dentro come autentico ed originale centro autonomo di potere e decisione.
Dunque, lo Z.N.K.R., corpo vivo, è mutato nei decenni, rinnovandosi ogni volta e trovando una sua originale e, in Italia, probabilmente unica strada nel panorama marziale.
Una strada lastricata da domande fisicomeotive sul chi sei e come e dove stai andando.
 Come a dire, usando termini della tradizione guerriera nipponica, un continuo, incessante travaso tra Jutsu ( la pratica del combattere) e Do (La Via, la qualità del vivere quotidiano, sorta di “elevazione spirituale ed esistenziale” nella traduzione che del kanji giapponese ne fa il Maestro di Aikido Claudio Pipitone). Come a dire, con le parole di Roberto Assagioli, psichiatra e fondatore della “Psicosintesi”:  “Mettiamoci alla prova, vediamo di scoprire, per mezzo dell’azione, ciò che siamo”.
Sorta di terapia marziale, di percorso condito di reverie ed immaginazione attiva come esperienza di incontro tra conscio ed inconscio, di composizione di movimento volta a mostrare cosa si muova interiormente e a creare nuovi ed autonomi significati.
Per maschi e femmine eretici, per guerrieri (colui che sa stare nel conflitto) servitori di se stessi.
Più di trent’anni di Z.N.K.R., di cui trenta in via Simone d’Orsenigo. Il cammino, e la trasformazione, continua.

 “La piena accettazione della responsabilità individuale diviene una necessità fisica e psicologica per la sopravvivenza”
(J. Whitmore)

“Praticando l’esercizio fondamentale ogni giorno, con dedizione e sforzo, è possibile conoscersi (…) gli esercizi di combattimento a due eseguiti con costanza e dedizione, permettono di conoscere gli altri”
(M° Li I Yu)








lunedì 23 giugno 2014

34° Gasshuku, stage estivo

“Ci vuole il Maestro migliore per imparare bene la pratica
 e ci vogliono gli Allievi migliori per tramandarla.”
      ( M° Wang Xiang Zhai )

Non c’ero al 34° Gasshuku, stage estivo, della Scuola.
La morte di mia madre, il bisogno di ascoltare il dolore, di elaborare il lutto,  ho permesso loro di tenermi lontano da questo importante, fondamentale, appuntamento dello Z.N.K.R.
Chitine di insetti a deturpare il sole, deformità rossastra, che sorge dentro il mio cuore: Sono stati giorni così, i giorni del dolore e della morte, del funerale e del silenzio affogato dentro i ricordi ed i rimpianti.
Intanto, grazie alla buona volontà, alla passione, di tutti gli iscritti, entrava in scena, nelle Marche, il nostro 34° Gasshuku, stage estivo.
Stage in cui l’attenzione al corpo, al sapere più che al conoscere, di sé e del movimento, avrebbe condotto i praticanti dentro l’Arte del combattere.
“Sapere”, dal latino “sapio” che è gustare, assaporare: sensi intensi che ti palpano fuori e dentro, ti trasformano con la loro palpazione audace e totale. Poca conoscenza intellettuale che quest’ultima, priva del sapere che è gustare, del sapere che è emozionarsi, assurge a museruola di impedimento e fissazione razionale , finanche mordacchia, strumento di laida tortura che ci nega di esprimerci umani, unità fisicomoetiva indissolubile.
Movimento di bacino e femori: a fronte di illustrazioni libresche e modelli artificiali che ne mostrano le ossa del tutto saldate tra di loro, scopriamo ossa in grado di muoversi liberamente le una dalle altre.
Ecco che l’idea e la pratica di movimento, di azione, muta radicalmente e, con essa, muta il sentire e l’esprimersi emotivo del soggetto.
Ecco che le caratteristiche espressive del movimento, così scoperto ed esplorato, divengono agire personale e consapevole nel conflitto, nello scontro,
Ecco l’importanza di praticare all’aperto: ascoltare le voci ed i silenzi, i ritmi e le pause di uno spazio vuoto di cose umane ed immenso, senza limiti se non quelli della propria vista, allo stesso metodo con cui ascoltiamo e diamo vita, agiamo, il corpo, agiamo noi corpo fisicoemotivo.
Così avrebbe dovuto essere ed è stato il 34° Gasshuku, stage estivo. Lo stage della mia assenza, sì. Ma lo stage della presenza dei Maestri Valerio, Giuseppe e Claudio, degli allievi che, ogni giorno, sono e fanno Z.N.K.R.

“Chi sei tu?” disse il bruco … Alice rispose, alquanto timidamente: “Io, io quasi non lo so, signore, almeno al momento; quantomeno  so chi ero quando mi sono alzata questa mattina, ma credo di essere cambiata più volte da allora”.
(L. Carrol)







venerdì 13 giugno 2014

Addio, mamma

Arriva così, d’improvviso, la telefonata: “La mamma è in coma”. Nemmeno il tempo di attraversare i Navigli, sotto il sole che sa d’estate, e la stessa voce, al telefono: “La mamma è morta”. Se ne è andata così, un Mercoledì di Giugno.
Domani, Sabato, quando la bara sparirà inghiottita dalla cerimonia funebre, sarò ancora più solo. Niente più fili col passato, con le mie radici, se non i ricordi che, inevitabilmente, scivoleranno nell’oblio, deformati nel tempo e nella memoria, minuscole stelle cadenti dalla parte sbagliata del cielo.
Allora preferisco pensare allo scherzo che mi ha tirato la mamma mia, andandosene proprio un paio di giorni prima dello stage estivo e della mia settimana nelle Marche. Chissà come se la ride, la mia piccola mamma, da lassù. Con tutto quello che le ho fatto passare, attraverso un’adolescenza e poi una gioventù sempre fuori dalle righe: immortalato sui quotidiani e in televisione in immagini di scontri e sprangate, sorpreso per strada ad armeggiare con moto e bici rubate, buttato fuori dal liceo, in giro per strade d’Italia dove non avrei dovuto essere, capelli lunghi, troppo lunghi, per quegli anni e vestiti del tutto improponibili, e le corse in moto e le ragazze portate in casa e … hai fatto bene, mamma mia, a tirarmi questo scherzaccio.
Ora sono a Milano, ad occuparmi, con tua figlia Anna, di te, del tuo funerale e di tutte quelle pratiche burocratiche che a me paiono orpelli grotteschi in una rappresentazione teatrale demente. Niente stage, niente settimana di vacanze e pratiche marziali dall’amico Valerio.Bello scherzo, mamma.
E penso ai tuoi insegnamenti di forza e resistenza, al tuo non mollare mai. Sei stata tu, a volte più del babbo, ad insegnarmi la scorza dura e l’indifferenza alle avversità.
Ricordo, io bambino di forse otto anni, venire a piangere da te perché ero stato picchiato. Tu mi mollasti un ceffone prima di dirmi “Tu non devi mai alzare le mani per primo, ma non venire più a dirmi che qualcuno te le ha date, perché te ne anche io”, Lezione imparata in un istante. Da allora, iniziò la sfilza di mamme che venivano a lamentarsi da te per un naso sanguinante o un labbro spaccato e tu, donna minuta ma ferma : “Mio figlio non alza mai le mani per primo, evidentemente il suo gli aveva fatto qualcosa”. Ho continuato sempre così, negli anni successivi, anche se, tu lo potevi immaginare, una volta “grandicello”,non sempre le mie mani partivano per seconde…
Poi, i giorni dell’influenza: i primi tre giorni a letto, coccolato e riverito come un principino; al quarto giorno, guarito o non guarito, febbre o non febbre, mi buttavi giù dal letto che era il tempo di riprendere la scuola ed il fare quotidiano.
Ricordo la colonia estiva dalle suore, in collina, e le camminate di ore sotto il sole, tra salite impervie, detriti incerti sotto il passo di noi bimbetti, l’arsura tormentosa alla gola che no, non potevamo bere sino al rientro. Sarà anche per quello che le suore non suscitano in me alcuna simpatia, eh, mamma ?
Ho continuato così per anni, per decenni, anche una volta adulto: sempre “in guardia” e sempre a vedere solo il bello in ogni cosa che mi accadeva, sempre a non mollare mai.
Convinto e fiero.
Fino alla Scuola Gestalt, ed avevo già cinquanta anni. Quando il docente del primo anno, sentendomi sorridere fiero e contento del fatto che, a vent’anni, ricoverato in sanatorio dopo un’emotisi ed una degenza che pareva senza speranza in ospedale, in anni in cui la tisi era ancora una bestia difficile da domare, una malattia invalidante, avevo finalmente una camera tutta mia e non il salotto buono da dividere, la notte, con mia sorella, sì quel docente mi appese al muro e mi costrinse a vedere in faccia tutta la  realtà. Anche quella che io non volevo vedere. Quel docente mi costrinse a dire che ero stato sfortunato ad ammalarmi, a vomitare sangue per le strade di Milano, a finire in Sanatorio tra cure incerte ed un futuro che di normale non aveva molto da offrire.
Dopo di lui altri, in quella Scuola che è stata davvero scuola di vita. Altri,a mostrarmi il coraggio della vulnerabilità, del guardare dritto in volto anche gli accadimenti brutti e tragici, a masticare anche le emozioni più scure e dolorose. Solo riconoscendole, poi accettandole, avrei potuto davvero essere forte; avrei potuto davvero scegliere consapevolmente “ il bicchiere mezzo pieno”, solo dopo aver visto anche il “mezzo vuoto”.
Sono diventato un uomo meno allegro, meno sorridente, più esposto ai dolori ma più equilibrato. Le mie violenze dentro, quel “passeggero oscuro”, lo riconosco e lo agisco. Guardo in faccia le avversità, le affronto, ma quando i colpi che ricevo sono troppo forti per me, non faccio finta di nulla. Mi fermo, mi “lecco le ferite”, ci piango un po’ su prima di rialzarmi e combattere.
Ed è per questo che, mamma, il tuo scherzo è andato solo parzialmente a buon fine.
Perché il Tiziano di una decina di anni fa, immediatamente finito il funerale, sarebbe partito per le Marche, a completare lo stage, a fare la settimana di vacanze e formazione marziale dall’amico Valerio, a fare il suo dovere, a mantenere, sempre e comunque, l’impegno preso, a sorridere agli amici, a prestare cuore ed empatia a chi voleva una mano per un problema o un dolore.
Invece no. Resterò a Milano a “leccarmi le ferite”: voglio il mio tempo per piangerti, mamma cara che non tornerai mai più. Voglio gridare al cielo il mio dolore, la mia rabbia per avermi lasciato solo. Voglio commiserarmi perché tu sei morta; parola terribile, priva di ogni domani.
Voglio il tempo del mio dolore, del mio bicchiere “mezzo vuoto”, prima di gongolare per la parte “mezza piena”.
Scherzo riuscito a metà, mamma. O, forse, tu lo sapevi che sarebbe andata così, e mi hai semplicemente lasciato uno, l’ultimo, dei tuoi insegnamenti.
Ti amo, mamma. Anche per questo, qui vedrai le foto di mio figlio Lupo, di parenti ed amici che si sono spostati fino fuori Milano per vederlo debuttare a teatro con la sua nuova compagnia, la “Dual Band”, ed i suoi compagni del corso di teatro. Perché non hai voluto aspettare di vederlo grande e, magari, attore affermato. E ti capisco, 98 anni sono un fardello bello pesante. Ma così, dal cielo delle stelle spente, un’occhiata la puoi buttare pure tu e, con te, papà Renzo.
Addio, mamma.


“Non sono un ubriaco, ma neppure un santo. Un medicine – man non deve essere un ‘santo’ … Deve poter cadere in basso quanto un pidocchio ed elevarsi come un’aquila … Deve essere dio e diavolo insieme. Essere un buon medicine - man significa trovarsi nel mezzo di una tormenta e non mettersi al riparo. Significa sperimentare la vita in tutte le sue espressioni. Significa fare il pazzo ogni tanto. Anche questo è sacro”

(Capriolo Zoppo, stregone della tribù Lakota)








giovedì 5 giugno 2014

Una giornata “fuori porta”

“Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro”
(P. Bertoli “ A muso duro”)

Come al solito … sbagliamo strada !! Una costante ogni volta che ci rechiamo in gita “fuori porta”. E non importa se a guidare la mini carovana, due auto, è Massimiliano. Girovaghiamo, spersi come adolescenti alla prima festa fuori casa, per campagne ed abitazioni.
Poi, finalmente, dopo un paio di telefonate con Paolo che già è in loco, raggiungiamo “Ai due Taxodi”, l’Agriturismo scelto per un buon pranzo tra amici e praticanti.
Un Ortrugo di qualità bagna le nostre gole, mentre addentiamo una Chianina d’eccezione.  I bambini più grandi, Matteo e Lupo, scorrazzano nel prato, mentre Amos e Leonardo, complici la mini età, stazionano più volentieri sul seggiolone.
Il sole è caldo, ma refoli di vento leggero non mancano di far sentire la loro presenza.
Saranno i discorsi frivoli, sarà che, tra essi, a volte fa capolino qualche riflessione seria, ma mi trovo a riflettere sull’enorme differenza che c’è, che c’è da anni ormai, tra la concezione meccanicista, ovvero riduzionista, che ancora impera in molte pratiche marziali e nella loro espressione sportiva, e quella d’insieme che caratterizza la nostra Scuola.
Da un lato, chi considera il corpo ed il suo agire nello spazio ed il lavoro, l’allenamento, per migliorare ambedue, come  una pratica che produce effetti legati alla somma di azioni meccaniche, ove poco importi la successione e la complessità delle forze messe in campo.
Dall’altro  lato, il nostro, in cui l’azione congiunta di diversi fattori di allenamento ( ma io, lo sapete, preferisco usare il termine “formazione” ed ho più volte spiegato il perché ) non origina un risultato uguale a quello che si avrebbe  se le diverse componenti agissero singolarmente.
Da un lato, dunque, una mera somma matematica, dall’altro un’interazione  complessa.
Come a dire che aspetto fisico, aspetto chimico ed aspetto biologico operano insieme; che l’individuo è un organismo omeostatico in cui tutte le parti sono in relazione organica e funzionale tra loro e rispetto al tutto; che qualsivoglia aspetto materiale (fisiologico, sonoro, ecc.) di un essere umano è una traccia che rimanda ad un vissuto psichico e viceversa.
Per quanto riguarda il fare marziale, ciò significa formarsi in modo da costruire una fusione creativa ed innovativa in ogni praticante, il che comporta l’accettazione  di un certo margine di non perfetta predicibilità dei fenomeni e la loro soggettività.
Come a dire , dal punto di vista fisicoemotivo, abdicare ad ogni pretesa  di fissare riferimenti schematici e matematici, per abbracciare l’ipotesi di un individuo che sappia orientarsi in una realtà circostante non totalmente prevedibile, rifugga dalla pretesa di un controllo onnipotente sulle cose e le relazioni, tolleri ansia e senso di incertezza che originano dalla necessità di vivere in una precarietà che non potrà mai essere eliminata.
Un … guerriero, insomma. Come tale, poco propenso a costruire sicurezze esteriori in muscoli evidenti, pratiche di combattimento insegnate con metodi lineari, codificati e massificati, esaltazione di valori macho-superomistici e pratiche di sfogo “scazzottatorio”.
Invece, un praticante, un guerriero, attento a costruire incertezze, tra spinte creative e spinte distruttive, capacità di scegliere, di formarsi un personale gusto di vivere, di esprimere Hyogen – shiki (stile di espressione), ovvero, mediante la propria presenza fisicoemotiva, “esprimere le considerazioni morali, i sentimenti, oppure le impressioni provocate dagli elementi e dalla natura, allo stesso modo delle arti tradizionali del No e della danza” (M° J. Kano “Judo kyohon”).
Un individuo ben inserito nel contesto sociale ma non per questo supino, piegato, al pensiero dominante, quanto in grado di opporvisi, di costruire  pratiche personali e collettive antagoniste, quando non alternative, all’ideologia, ai valori, ai costumi dominanti. E quanto c’è bisogno di individui siffatti in questo mondo delinquente, alienato, decadente e conformista !!
Il pranzo è terminato da un pezzo. Giuseppe è con i bambini a mostrare gli animali dell’Agriturismo, a spiegare cose del loro vivere. Noi siamo sparsi per il prato.
E perché no una merenda ? Impossibilitati ad affondare i denti in qualcosa di dolce, che la cucina ne è priva, ripieghiamo su dell’ottimo salame, sempre bagnato da Ortrugo ben fresco.
Le chiacchiere si spostano sul tema delle vacanze, magari, per l’anno prossimo, una settimana tutti insieme ? Difficile da realizzare, con gusti personali ed esigenze di lavoro così distanti tra di loro. Ma è bello fantasticarne:  Paolo che rilancia Boavista e Capoverde, Donatella poco attratta da vento e squali compagni d’acqua, Monica orientata alla Grecia, Maria defilata a giocare con il figliolo.
Si kazzeggia, si ride, ci si prende in giro.
Si chiude, insieme, una bella giornata di amicizia.


Senza immagine Dio vaga in paradiso
ma preferirebbe fumarsi un sigaro
o mangiarsi le unghie, e così via.
Dio è il proprietario del paradiso
ma agogna la terra, le grotticelle
assonnate della terra, l’uccellino
alla finestra di cucina, perfino
gli assassini in fila come sedie scassate,
perfino gli scrittori che si scavano
l’anima col martello pneumatico,
o gli ambulanti che vendono i loro
animaletti per soldi, anche i loro
bambini che annusano la musica
e la fattoria bianca come un osso,
seduta in braccio al suo granturco e anche
la statua che ostenta la sua vedovanza,
e perfino la scolaresca in riva all’oceano.
Ma soprattutto invidia i corpi, Lui che non l’ha.
Gli occhi apri e-chiudi come una serratura
che registrano migliaia di ricordi,
e il cranio che include l’anguilla cervello
 tavoletta cerata del mondo
le ossa e le giunture che si giungono
e si disgiungono e c’è il trucco, i genitali,
zavorra dell’eterno, e il cuore, certo,
che ingoia le maree rendendole monde.
Lui non invidia più di tanto l’anima.
Lui è tutto anima, ma vorrebbe accasarla
in un corpo e scendere quaggiù per farle
fare un bagno ogni tanto.
(A. Sexton "La Terra")




martedì 27 maggio 2014

Raduno ed Esami Kenpo bimbi / ragazzi

Domenica 25 maggio, giardini di P.ta Venezia. Milano

Le immagini, quelle scattate da me e quelle da “papà” Fabrizio, a commentare da sole la mattinata di gioia e sudore che ha visto coinvolti i bambini ed i ragazzi del corso Kenpo.
Le immagini, che più di cento e cento parole, mostrano il minuscolo clan dello Z.N.K.R. all’opera. Formazione marziale come strumento di conoscenza, crescita ed individuazione per piccini e … per grandi; come momento di collettività, di comunione tra individui diversi tra di loro, diversi per età e ceto sociale e scelte professionali, diversi quanto uniti nel trovare un punto di incontro nel nome di un presente fragile ed innocente quale è l’età della fanciullezza, un presente che già mostra i primi segni di turbamento e inquietudine nell’età della pre –adolescenza. Chi genitore, chi docente, chi in ambedue i ruoli.
Formazione marziale, dietro la cui apparenza giocosa, chi ha voluto ha saputo distinguere il vento della provocazione audace a mettersi a nudo, a penetrare tra difese intellettuali, ruoli e maschere incollate sul viso, per scoprire quale adulto siamo per quei giovinetti, sudati e stravolti, che rotolavano sulla ghiaia, si inerpicavano sulle rocce, tiravano di pugni e di calci.
Formazione marziale che, per quegli stessi giovanissimi praticanti, altro non era che occasione di confronto e sfida alla qualità del crescere, tra ombre di nani deformi illusi di essere a immagine e somiglianza di chissà quale dio onnipotente e il coraggio di essere semplicemente se stessi ed amarsi per quel che si è, e lottare per migliorare quel che si è, ed aprirsi con coraggio e sincerità alla relazione con quel che è l’altro accanto  a noi.
Immagini, meglio di parole.
E se proprio volessi ricorrere a parole, ricorrerei a quelle di Aldo Novara, pedagogista da anni impegnato sul versante dell’educazione di bimbi e ragazzi e degli adulti che sono loro accanto:
Costruire una capanna nel bosco, camminare scalzi tutto il giorno, saltellare in un torrente.
I nostri figli, dopo un anno passato in ambienti chiusi e in città, hanno bisogno di tornare alla natura, di inselvatichirsi, di sporcarsi con la terra e il fango, annusare profumi ed odori, toccare sabbia, legno e sassi.
Perché stare nella natura stimola l’intelligenza, rinforza le difese immunitarie ( è dimostrato che l’aumento delle allergie dipende anche dal fatto che i nostri bambini trascorrono troppe ore al chiuso ed in ambienti artificiali ) e fornisce competenze preziose.
E noi adulti, che abbiamo perso questo contatto, non dobbiamo avere timori. (…)
Non è necessario buttarsi nei Parchi avventura: qualsiasi ambiente, dalla pineta alla spiaggia, dalla montagna al giardino, offre mille occasioni di esplorazione per i nostri figli. E poi giocare nel verde dà equilibrio, permette di connettersi alle nostre origini ancestrali, di quando l’Europa era coperta di foreste. E il cucciolo umano ha bisogno di ripercorrere nella sua vita le tappe dello sviluppo dell’umanità. Naturalmente è bene procedere per gradi, non si può guadare scalzi un fiume la prima volta che si esce di casa. Ma, pian piano, i bambini diventano più forti, più abili, più svegli”.
Che questa mattinata di formazione marziale sia solo un tappa nel continuo confrontarsi con la natura ed il selvatico, immenso o modesto che sia, paesaggistico o emotivo che sia, quello fuori e quello dentro ognuno di noi.
Per crescere.











martedì 13 maggio 2014

La Notte del Guerriero: la formazione marziale

Sabato 10 Maggio è arrivato: otto ore di formazione marziale “non stop”, dalla mezzanotte alle otto della Domenica.
Eco quanto è successo, secondo me.
Attendo i commenti di chi ha voluto esserci e, perché no ?, anche di chi ha scansato l’evento.


La nazione che insiste nel tracciare una netta linea di demarcazione tra l’uomo che combatte e l’uomo che pensa, rischia che le sue lotte siano condotte da folli e i suoi pensieri siano formulati da codardi.
   ( William F. Butler )

Il serpente di auto si snoda lungo la strada che ci porta a la “Corte Ghiotta”, dove affronteremo la nostra “Notte del Guerriero”.
Splendido l’Agriturismo, gentile l’accoglienza, sereni i nostri preparativi, tra tiro con le freccette, partite a calciobalilla o tennis tavolo, sguardi lunghi sull’orizzonte tinteggiato di rosso, i cavalli, l’agitarsi festoso del cane, il vento che soffia sempre più forte.
Brevi ma intensi lavori sulla muscolatura profonda e il tessuto connettivo. Elementi fondamentali per il nostro vivere ed agire, che, quando non riconosciuti, non stimolati, non solo limitano le nostre prestazioni motorie, ma anche l’espressione emotiva che da lì è originata.
Poi Peng, “come un pallone che galleggi sull’acqua”, e l’immaginazione a guidare i movimenti, ampi, sferici e spiraliformi. E la leggerezza nel movimento che cela la potente ferocia del predatore.
Il tutto si innesta negli spostamenti del Kenpo, nei suoi giochi di attacco, nelle sue vigorose mani in faccia. Come un tempo dilatato, in cui gesta ed azioni paiono attraversare l’aria a fatica, lentamente, e tu osservi, respiro basso e profondo, e tu agisci mandando in mille pezzi l’attacco, sgonfiandolo come un vecchio e consunto pallone di calcio.
Le ombre degli alberi sono vertebre deformi nel tappeto erboso, la luna torreggia gialla bucando il cielo nero. Corpi ed emozioni si incontrano e scontrano, assaggiando l’asperità del combattimento corpo a corpo.
Preludio intenso all’incontro sgradevole con l’acciaio del coltello.
Sapore amaro, sguardi induriti. Chi si è stupidamente illuso giocando con un simulacro di legno o plastica, con un “coltello d’allenamento”, ora sente il suo silenzio urlare, quando l’acciaio scorre, pericoloso e famelico, sulla pelle del viso: ora impugniamo il coltello, quello vero, quello che lacera carne e trafigge corpi.
Simile ad un danzatore che sfiori volutamente, volutamente evitandolo, il baratro giù dal palcoscenico, l’acciaio della lama volteggia per l’aia, incontra corpi, incontra mani che fuggono e altre lame che tentano di insinuarsi per ferire, per sfondare.
Gli sguardi sanno anche loro d’acciaio, in questo mondo che è fatto di uomini e donne guerrieri: il nostro minuscolo mondo notturno qui, tra le mura bianche, i ciottoli, l’erba e il vento che non smette di soffiare.
Nessuno si è ferito, nessuno ha versato sangue. Bene così. O forse sì, ma sono ferite che l’occhio non vede, è sangue che non sa di fluido rosso. Sono ferite che odorano di profondo, è sangue che sa di emozioni e turbamenti.
Ora è il momento del katana: l’arma regina dei samurai.
Acciaio lungo e ricurvo, rapidamente sfoderato e lanciato, sibilando, nell’aria. Acciaio che impegna lo spadaccino ad accettare di dare la morte per salvare la vita, senza se e senza ma, senza possibilità di ritorno, di riporre l’acciaio nel saya, il fodero, se questi non si è intriso di sangue di un altro essere umano.
Metafora cruda in un mondo imbelle che sa di finto,  dove la voce dei mediocri è inarticolata ma assordante, deboli comparse che si credono attori perché sciorinano un “selfie” dopo l’altro, che infestano i social network ad ogni ora lasciando le tracce di ogni loro inutile passaggio: in un ristorante o in una piazza, ad una festa o ad una gita. Comprimari in ogni biografia altrui, e, quel che è più scioccante, comprimari nella loro stessa biografia. “Omer Simpson” più che “homo sapiens”, goffi guitti alla disperata ricerca di un’automobile più grossa, di una casa più grossa, di muscoli più grossi, per il timore di scomparire, di non essere notati. Votati alla ricerca del successo materiale, mentre la “Via dello spirito della spada”, Kenshindo, offre dignità e frugalità, offre valori semplici triturati e maciullati dal post-capitalismo, dalla decadenza morale.
Il Tameshigiri, il taglio della stuoia, pone ognuno di noi di fronte all’atto unico, irreversibile. Scegli di vivere o di morire ? Quanta forza nel tuo cuore ? Poi, non importa il risultato, quando vedo chi, al solito, sfoggia mazzate tamarre, mostrando la fragilità di chi non sa accettare la responsabilità e la condivisione.
Volti tesi, animali feriti ed animali bramosi di uscire allo scoperto. Le stuoie a volte cadono al suolo, a volte si oppongono, o forse è la lama che non ha deciso realmente quale ramo secco, quale zavorra di sé, tagliare, uccidere o, semplicemente e dolorosamente, riconoscere.
Al saluto finale, un passaggio kyu, la marrone a Giovanni, e tre passaggi shodan: Alessandro, anima gentile che non vuole vedere cosa bolle in pentola, Davide, quanto curioso di sé e quanto spaventato di sé, Angelica, fragile e forte donna guerriera ora giunta sul crinale della montagna, un crinale troppo esile per attardarvisi.
Poi, la ricca colazione, con la “chicca” all’inglese: bacon, wurstel, uova. E il sole e il cielo grigio che ne offusca la potenza, e le chiacchiere, ed i volti assonnati che otto ore di formazione marziale si fanno sentire. Ed i saluti agli ospitali gestori dell’Agriturismo, e quelli tra di noi.
L’avventura, la nostra avventura, continua.


“Ma i veri viaggiatori partono per partire;
 cuori leggeri, s'allontanano come palloni,
 al loro destino mai cercano di sfuggire,
 e, senza sapere perché, sempre dicono: Andiamo!!”
(C. Baudelaire. Stralci di “Il viaggio”, dalla raccolta “I fiori del male”)