mercoledì 22 aprile 2015

Selvaggia magia


“Per vincere un combattimento è indispensabile possedere buone armi, ma anche essere efficacemente protetti contro quelle altrui”
( A. Fieschi )

 Strana, la sensazione del legno tra le mani. Io che, ormai, sono abituato all’asettico tattile del “polipropilene”, il duro e possente “plasticone” del bokken Cold Steel.
Come strana è la luce bianca del legno. Levigato e agile tra le mani, di un biancore pallido, come fosse possibile diffondere la luce lunare su un’arma di legno.
I fondamentali del Tameshigri, l’arte di tagliare un bersaglio.

Poi è la volta dell’acciaio vero e proprio.
Slego meticoloso il kumihimo, la corda intrecciata che avvolge il cotone finemente decorato a protezione del saya e del katana stesso.
Lupo di Settembre” è nelle mie mani.
Lupo di Settembre
Lama leggera, sensibile, classico shinogi – zukuri che, visto dall’alto di me che la impugno, spinge verso immagini di un proiettile lanciato a perforare l’aria.
Sono passi danzati, precisi, accurati. Feroci.
Sono falciate discendenti ed ascendenti a succedersi rapide: volo di falco in picchiata e sollevarsi famelico di fauci spalancate di rettile acquattato.

Periodo, questo d’oggi, che alcuni chiamano postmoderno per noi, periodo Heisai per il Giappone.
Impugno un katana dei primi del 1600, uno Shinto, acciaio di samurai medioevale, nel terzo millennio d’occidente, conducendo una vita dal sapore italiano.
Il senso ?
Il senso di un praticare di katana oggi, in questo contesto ?
Lama Danzante e Lupo di Settembre

Respiro profondo, come il mugghiare di un vento in tempesta e quello che sento rimbombare  dentro non sono le percussioni  di un pugile al sacco ma i battiti incalzanti del mio cuore in tumulto.
Ecco, il senso. Di vitalità e passione profonda. Di istinto di morte non taciuto, non negato, ma riconosciuto e trasformato  in energia creativa.
Lama Danzante
Di cuore e pancia immersi nell’Ombra, nei meandri di quelle oscurità che giacciono, sepolte ma non onorate, dentro ognuno di noi. Zombie, morti viventi, che in ogni momento possono prendere forma e riaffiorare nella nostra coscienza senza che noi siamo in grado di riconoscerli e gestirli. Allora li neghiamo mentre ne siamo  schiavi. Potere delle pulsioni inconsce che la mente umana si illude di governare negandole e reprimendole, mentre solo la conoscenza e il riconoscimento ci permettono di farne una parte consapevole di noi.

Audaci, coraggiosi pur nelle nostre paure, onesti con i nostri turbamenti, efficaci in combattimento, ecco il senso.
Quel continuo, incessante combattimento che tutti, nel medioevo o ai giorni nostri, in Giappone o in Italia, chiamiamo vivere. Finche vivere ci sia concesso.

 “Sia che ci troviamo nella posizione di chi rifà il letto sia in quella di chi vi si trova confinato, dobbiamo fare i conti con la natura precaria della vita. Con estrema immediatezza, siamo messi di fronte alla verità fondamentale che ogni pensiero, ogni atto d’amore, ogni vita, ha un inizio e una fine. Capiamo che la morte fa parte della vita, di ogni cosa, e rimuovere questa verità comporta un enorme dolore. Lo sforzo di impedire il cambiamento o di raggiungere una condizione di soddisfazione permanente su cui rimanere assestati, è fonte di infinita sofferenza”
(F. Ostraseski)
 

Shinogi Zukuri



lo shinogi zukuri di Lupo di Settembre
 

lunedì 13 aprile 2015

Profondo marziale


“Se tu fallissi potresti essere deluso, ma sarai dannato se non provi”
(B. Sills)

 Inizia Sabato mattina, il mio fine settimana “pieno”.
Tre ore di Tai Chi Chuan, e che Tai Chi Chuan, con il Maestro ed amico Aleksandar Trickovic, nel gruppo che, ad Opera, già da diversi anni lo segue in questa danza suadente e potente.
Interpretazione, la sua, di sicura efficacia e sempre interessante immersione nei tesori più profondi di quest’Arte antica.
Sono cerchi che nascono e danzano nell’aria, si avviluppano l’uno dentro l’altro, si susseguono uno dopo l’altro, senza che nulla possa lacerarne l’intrinseca bellezza, lo slancio sinuoso.
E’ un bacino pieno e profondo che ne detta la direzione, sono mani espressive che ne disegnano la traiettoria.
Giusto un saluto a tutti, un abbraccione a quell’adorabile fatina ( sì, le fate esistono) che è Laura, oggi entra negli “anta” !!, ed un maschio abbraccio ad Aleks, con la promessa, insieme ai vari momenti di gruppo, di vederci presto per una “privata”, nel suo territorio: un tranquillo parco in Varese che ci vede duettare di gesti e coltello e pugni tra lo sbigottito guardare di runners, coppiette e solitati lettori.
A casa mi attende Monica, dolcissima nell’aspettare i miei orari impossibili per condividere un pranzo o una cena.
 
Il Dojo dello Z.N.K.R. si apre e offre immagini di sciabole di legno, poi di katana veri e propri, per il tradizionale Seminario mensile di Kenshindo.
Acciaio snudato l’un contro l’altro, a interpretare ferite e lacerazioni. Falciate settano tra gli schizzi di luce e i colori sgargianti della pedana. Occhi su occhi, “Aki no Sora”, finalmente i kata in coppia in movimento, dove Yomi e Yoshi, ritmo e tempo, sciorinano disegni letali, passi felpati e un rapido accucciarsi a tagliare i tendini del ginocchio, poi avanti, di slancio, per la decapitazione finale: atto totale, incontrovertibile, di uccisione.
A vuoto, a ripercorrere le quattro sequenze base del Tameshigiri: “Tameshigiri è la simulazione dell'assassinio di un altro essere umano, e questo genera un grande potenziale di afflizione spirituale (…) Che siano antiche o recenti, le spade possono accogliere forze spirituali insondabili in grado di esercitare un incredibile potere (…)  enfatizzare eccessivamente questa pratica può generare un rischio spirituale quale quello di generare nei praticanti a vedere in questa pratica una sorta di gioco, un atteggiamento mentale che deve essere evitato poiché distorce la solenne natura di questa pratica (…)” (Takamura Yukio).
Per questo, poche e selezionate sono le volte in cui ci votiamo al Tameshigiri. Per questo mai un pubblico video o delle foto a mostrarne il fare. Riserbo e pudore, perché sempre di uccisione si tratta. Perché, ogni volta, uccidiamo qualcosa di noi, che noi siamo insieme predatori e preda.
Impugno “Lama Danzante”, mi accompagna ormai da anni in questo supplizio, in questa catarsi di emozioni e pulsioni. Acciaio dalle ombre di nebbia, forgiato manualmente apposta per me. Lama lievemente ricurva, il cui sottile tagliente sibila pregustando l’affondo nella stuoia umida. E altri guerrieri, ognuno a suo modo disposto, dopo di me.
Finita questa cerimonia di morte e lutto,   raccolte le calde parole di ognuno dei praticanti, il saluto finale.

Tanto, l’indomani mattina, sono ancora qui: lezione privata. E sono parole che suonano potenti, sono potenti colpi al sacco, e calci e ginocchiate; sono raffiche di percosse sul sacco, questa volta steso al suolo. Sono lieve schivare e scivolare via dall’aggredire improvviso.
Doccia, un abbraccio a F. e a casa.

Che il pomeriggio, questa volta “in banda”: ci sono Monica, Lupo e il suo amico Luca, entrambi cinture “superiori” del “corso Kenpo Bimbi e Ragazzi” tenuto dall’Insegnante Celso, Kalì, il nostro Boston Terrier, il Maestro Giuseppe e Donatella, andiamo all’Agriturismo “Il Bivacco”, nel pavese.
Lì svolgeremo il fine settimana marziale dedicato proprio a bimbi e ragazzi, a Maggio. Si tratta di contrattare con Teresa, amica cara e “padrona di casa”, modi e costi perché l’iniziativa sia svolta al meglio.
Come è caratteristica della Scuola, la discussione non è priva di pane, salame, formaggio, torte casarecce, buon vino, caffè….
Dato che io ( evviva !!) mi sono tenuto solo una parte nella docenza, lascio volentieri il tavolo, non prima di aver azzerato o quasi quanto Teresa ci ha portato, per dedicarmi al calciobalilla. Tanto non c’è Giovanni né quelli più bravi di me e così... le vinco tutte, sconfiggendo più volte Luca e la coppia Lupo  & Luca. Lo so, “ me la sono presa” con i più piccoli, ma qualche volta concederete anche a me di vincere “facile” !!
Giuseppe e Monica, ben supportati da Donatella, fanno un buon lavoro che ci sarà da organizzare il giro pasti, la nottata all’aperto e qualche sorpresa che aiuti i giovanissimi praticanti a sentire la natura e il profondo, inesauribile, rapporto che l’uomo ha con essa. Il clan dello Z.N.K.R. non tradisce mai qualità, coesione, capacità organizzativa e tanto, tanto entusiasmo.

La sera, a casa, i giochi con Lupo e Kalì, le chiacchiere con Monica, la “zia” televisione per stemperare le emozioni e quei colori forti e potenti che hanno tinteggiato questo “profondo marziale”.

 “Nelle antiche società tribali, i momenti che segnavano il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta, erano scanditi da rituali quali l’allontanamento, il superamento di alcune prove e la reintegrazione del giovane nella collettività in una posizione riqualificata. Vi erano però un intero villaggio e un’intera comunità che partecipavano a questo rito iniziatico. La dimensione individualistica in cui si consuma oggi il ruolo paterno ha destituito tale momento del suo potere di reale trasformazione capace di determinare il fondamentale apprendistato alla vita, in quanto i nuovi padri, talvolta adulti senza consapevolezza e/o eterni adolescenti, a loro volta non hanno mai deposto “i modi di un bimbo”, non essendo stati traghettati nell’età adulta attraverso quel processo di autoconsapevolezza che Omero aveva attribuito alla figura di Mentore”
(S. Gasperini)
 





 

giovedì 9 aprile 2015

A teatro


“Qui devi correre più che puoi per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte, devi correre almeno il doppio!”
(L. Carroll)

 Serata a teatro, a vedere  Alice. Who dreamed it ?”, spettacolo ispirato ad “Alice nel paese delle meraviglie”  / “Attraverso lo specchio” ma, soprattutto, spettacolo messo in scena e recitato dalla “Dual Band”, la compagnia in cui da due anni studia mio figlio Lupo.
Assurdo e paradosso sono i temi dominanti, tesi, poi, grazie all’innocenza conciliante di Alice, a permetterle la conquista dell’adultità.
Mi sono goduto lo spettacolo, seduto in prima fila, Ma nemmeno ho potuto scansare i continui rimandi alla realtà dell’autore, il reverendo Charles Dogson, noto con lo pseudonimo di Luiss Carroll.
Già perché Dodgson soffriva di balbuzie e la parodia del suo “difetto” è affidata al personaggio di Dodo  (“Do-do-Dodgson”). Egli era anche uno scrittore speculare . Nel romanzo sono diversi gli utilizzi di questa abilità, si pensi alla poesia Jabberwocky che Alice può leggere solo riflessa in uno specchio.
La scrittura speculare è sovente associata alla balbuzie ed è molto comune nei mancini. Si perché Dodgson scriveva con la mano destra, ma era nato mancino.
Lo stesso Dogson, così creativo e irriverente nel suo romanzo, era un fanatico ed ultraconservatore nel campo che gli era proprio, la matematica, dedicando libri su libri a contrastare le scoperte geometriche avanzate in quei tempi.
Per non parlare della sua vita privata, costellata di bambine fotografate senza vestiti … che, per i tempi e per essere lui un reverendo, non è proprio del tutto rassicurante.
Altre volte Carroll propone dei veri e propri koan di stampo Zen, quale il ghigno del Gatto del Cheshire, che rimane ancora aleggiante nell’aria, quando tutto il suo corpo è ormai scomparso. O quando fa dire  alla Regina Bianca la regola: “Marmellata domani e ieri, ma mai oggi. Marmellata a giorni alterni, e oggi non è un giorno alterno”. Un po’ come “Il suono del battito di una mano sola”, ,koan attribuito al Maestro Hakuin  e ripreso pubblicamente dal filosofo tedesco Martin Heidegger.
Insomma, tutto questo accozzarsi di contraddizioni, di luci e ombre, di elogio del paradosso, già ben mi disponeva verso lo spettacolo, rappresentando il caleidoscopico incontrarsi e scontrarsi delle mille parti che compongono ognuno di noi, il confliggere costante che è, comunque e sempre, linfa di vita una volta accettato, compreso e gestito pienamente.
Poi, la messa in scena semplice ma affascinante, la recitazione dei due Borciani junior e della piccola Benedetta, compagna di corso di Lupo, hanno fatto il resto.
Da vedere !!

In scena all’Out Off, dal 7 al 12 Aprile, con alcune serate anche interamente in lingua inglese.
 

 

 

venerdì 3 aprile 2015

Essere soli


“L’abilità umana più importante è comunicare e si esprime in quattro modi: leggere, scrivere, parlare e ascoltare. Fin da piccoli, siamo stati abituati a imparare le prime tre abilità; della quarta, nessun maestro si è mai preoccupato”(D. Cesana)

 Uno vive e sceglie, o crede di scegliere, si fa consapevolmente o meno scegliere. Uno che è ognuno di noi. Anche tu che mi stai leggendo.
Cominciamo con l’affermare che
“uno” non sceglie / compra prodotti, servizi, idee, ma compra i modi in cui ci si pensa di sentire usandoli.
Nulla di male in ciò. Però esserne consapevoli non sarebbe meglio ? Magari questa consapevolezza  porterebbe anche ad una scelta diversa oppure, nel confermare il prodotto scelto, potremmo davvero vantarci ( e assumerci la responsabilità) che è quello che vogliamo veramente, con tutto noi stessi.
Sicuro che quell’automobile sia davvero quel che ti serve o stai privilegiando come ti sentirai avendo le chiappe sul sedile di quel mezzo di trasporto ?

Potrei approfondire aggiungendo che
uno” non compra o vende prodotti, ma relazioni umane.
Quando comperi l’abbonamento in quella palestra, comperi anche un certo tipo di relazioni umane, non solo per quel che accade dentro la palestra vera e propria, ma anche  per quel che ciò significa nel tuo rapportarti con amici, familiari, conoscenti tanto quanto con le relazioni che andrai ad instaurare con le mille parti che ti compongono e… in virtù di quella scelta in quella palestra, qualcosa di te, del tuo mondo e del tuo modo di pensare ed agire, ne verrà cambiato.

Nessuno di noi è una monade e il semplice vivere è comunicare / relazionarci, ovvero cambiare ( magari senza accorgerci della direzione presa o trovando più comodo e deresponsabilizzante fingere di non accorgerci !!
Ormai è un fatto conclamato che la quantità e la qualità delle nostre relazioni con gli altri sono tra i fattori che più incidono, nel bene o nel male, sulla qualità della vita.
Esse sono le fondamenta di tutte le principali aree del nostro vivere sociale.
Anche in virtù di ciò, non solo le nostre scelte ci influenzano, ma noi stressi siamo influenzati dalle relazioni in atto nello scegliere un prodotto o un servizio piuttosto di un altro.
Sovente compriamo credendo che ciò che abbiamo acquistato per noi sia davvero per noi e non pesantemente influenzato dal parere o di situazioni che altri vedono e giudicano del prodotto scelto.
“Basterebbe focalizzarci su come ci vediamo allo specchio: la convinzione che ciò che indossiamo ci stia bene è in relazione non solamente a ciò che realmente vediamo, ma anche e soprattutto a un modello mentale dell’immagine attesa di noi stessi con indosso quel capo d’abbigliamento e a quanto i contesti potenziali di contorno possano interagire per migliorare (commessa) o peggiorare (fidanzata) questo differenziale percettivo”. (D. Cesana)
In questa morsa, l’individuo si vede alla fine spinto a costruirsi una facciata socialmente desiderabile, magari simile ai sorridenti e vincenti modelli offerti dalla televisione e dai mass media.
Se l’operazione ha successo, gli altri individui la restituiscono come specchi; ma quest’immagine, che si è voluta dare, è, almeno inizialmente, estranea al suo stesso autore.
La paura del giudizio altrui blocca la spontaneità; le persone più vulnerabili si vergognano di mostrare la propria umanità, preferiscono nascondersi e recitare una parte standard.
Alla fine, non si riesce più a condividere i propri stati d’animo con nessuno, nemmeno con se stessi. E, spesso, si finisce per diventare  quella “maschera”, quel “ruolo” inizialmente giocato solo per “cantare nel coro”, per soddisfare esigenze non autenticamente nostre.

E se uno che non è “uno”, consapevole delle due premesse qui esposte, volesse scegliere comunque, razionalmente ed emotivamente, per sé ? O almeno provarci ?
Sarebbero c…. amari !!
Non solo perché questo lo porterebbe ad una differenziazione sospetta agli altri, ma anche perché lui stesso negli altri coglierebbe con precisione, antipatica a costoro, l’indifferenziato schiavismo di scelte e ripetizioni.
Voglio dire, “uno” può anche ascoltare ed apprezzare una canzonetta pop di questo o quella, ma se la sua lunghezza d’onda musicale è stabilmente sintonizzata su quel genere, il suo sentire musicale, il suo emozionarsi sonoro, diverrà, col tempo, un identico piattume e .. pattume.
Se ti fumi e ti godi un paio di sigarette al giorno, e goditele; se ti fumi un intero pacchetto, sei probabilmente un dipendente da nicotina, sicuramente uno con i polmoni ( e non solo loro) malandati. Se poi ti andasse di essere un narcodipendente e in perenne odore di  malattia, OK, fatti tuoi ( che investono però il relazionarti diverso / malsano con gli altri) Basta che tu non finga di non saperlo, non faccia spallucce come se non fosse vero, perché saresti in malafede.
Chissà perché, se questo vale per il fumo, spesso per “uno” non vale per musica, attività motoria, letture, genere di compagnie, ecc. ecc.
Non è che la quantità in cultura / beni culturali / passatempi ecc. non incida quanto la quantità in cibo “materiale” e tutto quanto identifichiamo come materia !!
Non è che la stupidità culturale,  il veleno  culturale, sia meno pernicioso di quello che intacca la salute fisica !!

Mi trovo a riflettere sulle mie scelte: Innalzare il praticare marziale a forma terapeutica quanto a chiave di lettura del vivere quotidiano; vestirmi privilegiando la comodità dei movimenti al gusto estetico via via dominante; studiare saggi di diversa estrazione, informarmi attingendo a diverse fonti comprese alcune minoritarie; ecc. ecc.
Attenzione, non sono un “talebano” del serio e serioso, dell’impegnato. Tutt’altro. Solo lascio che le letture “fantasy”o la visione di una partita di calcio non siano la norma. Di più, mi trovo ad attingere anche a loro per capire di più di me e di come stare al mondo.
E’ dura, ma preferisco questa solitudine a quella dei tanti “uno” che masticano le stesse cose, condividono le stesse scelte di massa nell’andare in palestra a modellare il fisico; acquietarsi davanti a fiction e talk show riempiendo la serata con “zia” televisione; affollare face book dichiarando (a chi ?) dove sono stati a mangiare o l’aver raggiunto il livello XY nel tal gioco virtuale o pubblicare a raffica frasi e citazioni di altri, mai affrontando un discorso, una riflessione autonoma, di sé e del proprio sentire; indossare jeans  e i capi d’abbigliamento consentiti dalla moda del momento; e vuoi non farti un tatuaggio ? (1) e vuoi non domandare “Che lavoro fai?” appena incontri una persona ? (2) ecc.
Questi “uno” per cui la solitudine dentro, in realtà: “immersi nella folla della città, a contatto con colleghi e vicini, sembra l’ultimo dei problemi, ma la solitudine, quella subita più o meno consapevolmente, è terreno di coltura di molte patologie, comun denominatore di tutte le malattie mentali, causa ed effetto di qualsiasi dipendenza” (O. Castellani).
Che nel gregge, le pecore sono “uno” indistinti. Nel branco, il lupo è tanto uno unico quanto parte. Ma già, il lupo mette paura …

 “L’unico modo per crescere è essere straordinari”
(O. Castellani)

 

1. No, “uno” non incide sulla pelle un simbolo, un richiamo ad un evento fondamentale nella sua vita, un accadimento che l’ha segnato dentro. Piuttosto un delfino, una rondine, il “tribale” che va tanto di moda, il proprio nome tatuato in caratteri giap (o cinesi ? o vietnamiti ?, Va bè, tanto fa lo stesso, “uno” nemmeno li conosce quelle lingue e quegli ideogrammi) da un tatuatore italiano che, assai probabilmente, anche lui, quella lingua non conosce.

2. Che ne direbbe il gentile “piccolo principe” di Antoine-Marie-Roger de Saint-Exupéry ? I grandi amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: "Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?" Ma vi domandano: "Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?" Allora soltanto credono di conoscerlo.




 

martedì 31 marzo 2015

Delirio Gender


“L’antitesi Oriente-Occidente non ha più alcun senso, ma senso ha invece e soltanto la nuova antitesi fra coloro che in ogni terra tornano a riconoscere il diritto di una superiore visione spirituale come principio di civiltà e coloro che tutt’ora appartengono al mondo crepuscolare, decomposto, barbarico, disanimato dell’“età oscura”
(J. Evola)

 Non dovrà più essere considerato “normale” riprodurre le immagini preconfezionate e stereotipate dei ruoli tra donne e uomini. E questo è un cambiamento che investe soprattutto l’identità maschile: gli stereotipi di genere sono una ‘gabbia’ per gli uomini, per la loro capacità di leggere i propri desideri e aspirazioni e perché li rende incapaci di rispettare e accettare la libertà femminile”, queste le testuali parole con cui l’onorevole Valeria Fedeli presenta sul suo sito  il DDL 168,di cui è prima firmataria, teso a qualificare l’educazione di genere come insegnamento di Stato.

Ma cosa è, per la signora e chi la sostiene, l’educazione di genere ?
La teoria del gender, distinguendo il genere dal sesso, afferma  che il sesso sia interamente “natura” e il genere interamente “cultura”.
Questo di contro a chi, esistendo il genere femminile e quello maschile, sostiene che questi in primis sono determinati soprattutto da una componente biologica che, in gran parte, definisce le condotte, i comportamenti, l’approccio alla realtà e la visione che si ha del mondo. Le differenze tra uomo e donna non sono originate da fattori culturali, ma anzi spesso sono le convenzioni a essere direttamente determinate dalle necessità dell’ambiente. E “queste necessità si manifestano in modo diverso nei due sessi”  (E. Marino)
A ribaltare  quest’ordine immanente è proprio la teoria del gender, che va di pari passo all’ambizione di affrancarsi da qualsiasi tipo di limite e di predeterminazione in nome dell’individualistica pretesa di libera disposizione di sé, ovunque e comunque.
La Fedeli, e tutta la corrente di pensiero “politically correct” che imperversa sui media, sui social network e nei salotti “buoni”, inneggia ad un anti-naturalismo per cui non esiste una natura umana e questa non gioca nessun ruolo nella costruzione dell’identità sessuale, pervasi  dall’idea di stampo illuminista secondo cui l’umanità sarà tanto più sviluppata e civile quanto più sarà in grado di affrancarsi dal contesto biologico e naturale.
Questo processo si attua mediante una retorica sui “diritti”, con cui si afferma che la “decostruzione” dei ruoli sociali che attribuiamo a ciascuno dei sessi è fondamentale  per edificare una società di uguaglianza reale.

La differenza di genere è vissuta come una gerarchia imposta, l’uguaglianza vuole arrivare all’indifferenziazione e creare un mondo in cui l’eterosessualità non sia più normale.

La nuova normativa introdotta con il DDL168  decide che l’istruzione in materia di famiglia e sessualità sia data in appalto a enti  extrascolastici i quali  intervengono sulle scelte inerenti materiali didattici, corsi di formazione per docenti, alunni e genitori, modifiche dei programmi scolastici stessi  e organizzazione di conferenze ad hoc.
by ptunink
Questo tipo di insegnamento, dunque,  si fonda sulla distinzione tra sesso e genere: il sesso è visto  solo come un corredo genetico, un semplice insieme  di tratti biologici che nutrono la distinzione maschio/femmina, il genere è invece quell’insieme di fattori culturali e convenzionali che strutturano il bagaglio biologico, dando origine alla diversità dei ruoli e degli status dell’uomo e della donna. Insomma, per costoro, se il genere è un costrutto socioculturale, sono fattori non biologici a condizionare il nostro crescere come uomini e donne e a incasellarci in determinati ruoli (di genere) ritenuti consoni all’essere femminile e maschile.
Perciò se si è maschi, ciò non significa  che sia naturale e dovuto comportarsi da uomini. Viene detto, di conseguenza, “stereotipo di genere” il semplice fatto che un bambino giochi con dei soldatini piuttosto che con delle bambole o che una donna porti una gonna piuttosto che dei pantaloni.
Ovviamente, la Fedeli e tutti queste pecorelle del gregge,  non ha mai sentito parlare dell’esperimento, condotto in un kibbuz israeliano in anni non sospetti, in cui bambini e bambine vennero allevati / educati dalla comunità senza distinzione alcuna né nei ruoli, né nei giochi. Furono spontaneamente gli stessi bimbi, nel corso della fanciullezza, a prendere orientamenti diversi, atteggiamenti diversi e giochi diversi: Natura docet !!
Secondo i sostenitori della supremazia del gender, l’identità di genere si forma lungo la fanciullezza, grazie a fattori socio-culturali quali la famiglia e la scuola, ed è perciò proprio in quell’arco di tempo che occorre intervenire per superare i ruoli e gli stereotipi.
Un simile approccio, si badi bene va oltre il riconoscimento della parità dei sessi, ma interviene a manipolare  le identità dell’uomo e della donna. Poi, fino a che punto è legittimo non dare dei riferimenti a un bambino? E soprattutto, eliminare ( sempre che sia possibile !!) le differenze in nome di un ibrido modello unisex, valido per entrambi i sessi, non sfocia in un “cul de sac” in cui  nessuno dei due sessi troverà  un compimento naturale?

Particolarmente idiote mi suonano poi le parole  con cui la Fedeli bolla il maschile.
Avete presente quell’orchestra monocorde che, da un decennio circa, suona la stessa melodia della supremazia della donna in ogni campo del fare e del sapere umano ? Quella  che passa attraverso convegni scientifici (!?) quanto reiterate gags da avanspettacolo, dichiarazioni di uomini pubblici quanto inchieste sui giornali “rosa”? Del tipo “Se la politica fosse in mano alle donne sì che andremmo meglio”, ed io penso a Margaret Tachter, Condoleeza Rice, Sarah Palin, o, in casa nostra, a Irene Pivetti, Maristella Gelmini, Alessandra Mussolini, Marianna Madia, Mara Carfagna, Elsa Fornero, Renata Polverini, Rosa Russo Iervolino, Dorina Bianchi, Maruska Piredda, Marylin Fusco, Eleonora Cimbro, Michela Vittoria Brambilla, Sandra Lonardo. Devo continuare ?

by eugene - kukulka
No, signora Fedeli, noi  maschi non abbiamo bisogno di un “aiutino” per essere migliori e per “rispettare e accettare la libertà femminile”.
Ci basta lottare contro le idee su sessualità e genere e la prepotenza subdola di gente come lei. Contro  la cacciata dell’uomo dal suo habitat culturale maschile di riferimento: “sobrietà, ricerca del senso, addestramento delle proprie forze, rapporto con la natura incontaminata, elevazione verso l’alto” (C. Risè)
Quell’habitat che proprio grazie a lei, rampante moglie del potente senatore Passoni, vero ?, e a chi come lei vive ed esercita il potere godendo di una società di consumismo sfrenato ed irresponsabilità dilagante foraggiati economicamente e intellettualmente da potentati finanziari di ogni sordida risma, è oggi ridotto una sorta di discarica di oggetti artificiali. Un habitat divenuto becero culto dell’immagine, sciocca piazza virtuale per amicizie e valori di cartapesta, scarti d’idee mal consumate atte all’arricchimento di promotori d’interessi economici in combutta con la politica, amministrate da organizzazioni burocratiche e statali sempre più antidemocratiche e lontane, addirittura ostili, alla gente.
Anche contro di lei, onorevole (?!?) Fedeli, anche contro di lei, per ciò che lei rappresenta e per come lei offende i valori di coraggio, autodeterminazione e il senso profondo dell’identità maschile, la sua relazione con il femminile, il significato simbolico del sesso biologico, l’importanza della presenza paterna nell’educazione dei figli; il maschile come custode  e leale donatore del sapere naturale e della forza dell’istinto, mi onoro di battermi ogni giorno, in famiglia come al lavoro,

 “Il maschio selvatico è l’uomo che vuole essere se stesso, assumendosi ogni responsabilità derivante dal suo essere creatura, di genere maschile”.(C. Risè)

  


giovedì 26 marzo 2015

La meravigliosa arte della seduzione


“Alcune volte vinci. Tutte le altre volte, impari …”
(detto giapponese)

by newcastlemale
 Frammenti di cielo alle mie spalle. Striature blu come vene sulla superficie della pelle, ma la pelle questa volta è  una fragile coppa grigiastra. Sotto di essa, spuntano rami secchi,   dita scheletriche per tronchi incerti nel loro risalire, tendere all’alto.
Mi muovo in uno spazio angusto, tra sedie, scrivania e pochi mobili. Alle pareti la bandiera del TAO, i nunchaku e l’anello di bambù del Wing Chun. Poi alcuni quadri che offrono frasi motivazionali ed ancora oggetti d’Oriente: Il bokken di bianco legno levigato, il porta incensi …
Chiuso in ufficio, ripercorro le strade del Tai Chi Chuan.
L’ampia finestra che dà sul parco illumina di un candore debole la stanza. Io scivolo sinuoso, quasi elegante, fendendo l’aria immobile. Odori di essenze, eucalipto e menta, si levano tra le volute del fumo che il vaporizzatore sciorina come stanche litanie di un rosario senza tempo.

Le sorti di ogni conflitto, di ogni contrasto, sono per lo più affidate alla capacità del contendente di poter contare sul maggior numero possibile di opzioni; di scegliere strategie differenti e, in esse, avvalersi di più tattiche; di anticipare i mutamenti o, almeno, sapersi adattare rapidamente.
Dunque mi muovo impetuoso in attacco, onda furibonda e cieca di ogni possibile ostacolo, per poi sgusciare via lontano dalle fauci aperte della fiera che ho di fronte; ne avvolgo l’ostilità tra forme e gesti spiraloidi che danzano nello spazio cerchio dentro cerchio, cerchio sopra cerchio per poi, di nuovo, piombare diretto e frontale.
Alterno, confondo, mescolo, novello alchimista del combattere, gesti e spostamenti come fossero materiali per chissà quale intruglio, chissà quale miracolo di trasformazione. Espongo e nascondo, giochi di irriverente destrezza, danza di un potere occulto come fossi un illusionista: un po’ spavaldo e malvagio Dark Shneider, un po’illuminato dottor Strange.
Escapologia, l’arte dell’evadere, mai disgiunta  dal feroce spirito  guerriero di un berserker, i combattenti nordici animati da potente trance distruttiva, o di un samurai, il cui voto alla morte conduceva a duelli impossibili.
 
by MorganeS
Danzo Tai Chi Chuan, accogliendo ogni sensazione, in questo che è un percorso fisicomoetivo.
Di più, scelgo ogni sensazione come fosse un’arma, come un’arma la conosco nelle sue possibilità, come un’arma la brandisco per quello che è in grado di fare.
Guai a sbagliarsi, a confondere scudo con coltello, a credere di tranciare con in mano una lancia o tirar di stoccate con un machete, di giostrare di lancia in uno spazio angusto e chiuso o di schermare con una scure.
Umiltà nell’accostarsi alle sensazioni, alle emozioni, a chi le “armi” ce le mostra e ce ne propone il differente uso. Dunque anche umiltà verso noi stessi, che siamo i primi nostri stessi “Maestri d’arme” se lo vogliamo davvero, e coraggio nell’imparare. Anche quando ciò costa fatica e dolore, la fatica del nuovo che non si conosce e il dolore del vecchio da cui ci allontaniamo. Via la maschera, la corazza delle frasi, degli atteggiamenti che ci diciamo per sminuire noi stessi o il “Maestro d’armi” che ci sta davanti, ma in realtà diamo solo fiato al nostro orgoglio di bambino bizzoso.
Quando l’istruttore di sci ti spiega di tenere il peso a valle, subito, d’acchito, ti rifiuti , temendo di perdere l’equilibrio e di cadere, che il peso a monte ti rassicura. Certo, sei già disceso, a tuo modo, sulla neve, ma quel tuo incerto “spazzaneve”, tra tentennamenti e cedimenti, lo chiami davvero “sciare” ?. Quando l’istruttore di roccia ti spinge a tenere distante la parete così da vedere gli appigli, tu ti ci appiccichi, temendo il vuoto e la caduta. Certo, da ragazzo, ti sei già arrampicato sull’albero in giardino o sul muretto dietro casa, ma quel tuo goffo salire di un paio di metri, tra sbuffi e rantoli e smanacciate, lo chiami davvero “arrampicata” ?
 
Come ti stai emozionando, ora  ?
Da cosa stai fuggendo, ora ?

Torace caldo, umido dei primi sentori di sudore sotto la maglia. Davanti a me, sulla porta chiusa, campeggiano disegni e bigliettini di mio figlio Lupo: sono anni di innocenza e fanciullezza aperti sul presente. Un presente che, ora, lascia la danza del Tai Chi Chuan per incontrare i primi clienti.
Tra poco, entrerà Debora. E’ il secondo colloquio a distanza di due settimane. Starà a me accompagnarla lungo un confronto che so già intessuto di “Tanto ti assumono solo se conosci qualcuno”, “Mica sono l’unica disoccupata”, “Io volevo fare l’artistico, ma i miei genitori non hanno voluto” ecc. ecc.
OK ma … se saprò danzare Tai Chi Chuan, una danza col culo seduto sulla seggiola ma danzata di immagini e frasi e ascolto e affondi ed evasioni e attacchi improvvisi per poi ritirarmi e lasciare a lei l’iniziativa; domande aperte che la conducano verso domande chiuse; se saprò comunque scegliere strategie e tattiche adattandomi a lei ed alla sua specifica situazione, forse aprirò il conflitto verso nuove vie, forse lei vedrà una strada da seguire invece di fermarsi nel pantano dell’autocommiserazione, nel giardino sfiorito in cui vegeta tra alberi stortignaccoli, miasmi prepotenti ed una siepe buia e alta che le impedisce di vedere l’orizzonte. .

Dipenderà molto dal mio variegare, flettere e lanciare il mio Tai Chi Chuan

 “Non importa dove vai. Dappertutto le stesse stronzate. Le persone hanno bisogno di qualcuno da odiare. Li fa sentire più forti e sicuri di sé. Li unisce”.
(R.K. Morgan)
 
 


martedì 17 marzo 2015

La grande festa


“Se riuscirai a mantenerti sempre nel presente, sarai un uomo felice. La vita sarà una festa, un grande banchetto, perché è sempre e soltanto il momento che stiamo vivendo”
(P. Coelho)

 Siamo in quaranta, un gran bel numero !!
Praticanti ed accompagnatori / accompagnatrici; bambini, bambini di ogni età, come a dire che la vita scorre e possiamo essere fiduciosi verso il futuro.
Il luogo è l’Agriturismo “La Corte Ghiotta”, nel pavese. Bella la scelta di tornare là dove, a Maggio del 2014, abbiamo svolto la Formazione notturna, “La Notte del Guerriero”, là dove Angelica, Alessandro e Davide hanno ricevuto il loro shodan, diploma e cintura nera 1° grado.
Sono loro, con il nidan Celso, i festeggiati.

Sì perché, come da Tradizione, i …”danati” (!!) offrono la cena ai compagni di pratica: segno e simbolo di un ringraziamento perché, senza costoro, non sarebbero saliti, grado dopo grado, fino alla “nera”. E, con i presenti, è un simbolico offrire a chi c’era quando hanno iniziato ed ora ha preso strade diverse o ha smesso di praticare, come a chi è venuto dopo, quando la “nera” era già stata raggiunta. Questo perché sia chi c’era e non c’è più, come chi è venuto dopo, sono la stessa eppure mai identica acqua che scorre nel fiume della pratica, nel fiume che è lo Z.N.K.R.
Una festa che comprende pure quei volti, nomi lontani, anche di chi c’era negli anni ‘80 ai primi passi dello Z.N.K.R. e nessuno di chi pratica oggi, eccetto quei due o tre “grandi vecchi”, ha conosciuto. Come volti, nomi recenti, recentissimi, di chi veste il kenpogi neroblu  da pochi mesi. Comunque, comunità di “guerrieri” che, attraverso la pratica fisicoemotvia del confliggere, del lottare,  scoprono l’intensità e la ricchezza della diversità, del confrontarsi insieme per crescere.

L’individuo non è una monade, egli esiste all’interno di una vita che è rete collettiva. Prima di nascere, ognuno di noi già esiste nelle attese e nelle speranze di altri: I genitori, i gruppi sociali. E questo accade anche come esseri relazionali, ovvero noi esistiamo già dapprima nelle aspettative di chi ci precede, di chi  ci connette all’ambiente in cui entreremo.
L’individuo, sin dai primi passi, è legato a fattori relazionali di diversa natura: relazione materna e paterna, gruppale con i coetanei a scuola, ecc.
Insomma, l’individuo che con gli anni  si scopre anche “molti individui” dentro di sé, pure nasce e cresce da e dentro un campo gruppale, un campo fatto di molti gruppi grandi e piccoli.

La nostra Scuola è uno di questi gruppi e, in sintonia con l’affermazione di “Scuola di Formazione Guerriera”, si propone, per il praticante, come luogo di conoscenza di sé e di crescita in grado di guidarlo ad apprezzare ed amalgamare i molti sé che lo compongono; come laboratorio di sperimentazione fisicoemotiva perché poi si esponga alle relazioni altre con rinnovata consapevolezza, coraggio ed autenticità.
Ridare all’individuo il senso del corpo come habitat di conoscenza e potere, come casa del mondo reale attraverso i sensi, come rappresentazione del mondo possibile attraverso l’azione.

E oggi, Domenica 15 Marzo, siamo qui a far festa per questo. E ci sono i regali della Scuola, scelti oculatamente e con il buon gusto che sono propri di Annalisa e Giovanni: stampe made in Japan dal prezioso “Sakura” di Milano. I regali miei: una scatola a libro per Angelica, poi, da “Martial Training Shop”, karambit d’allenamento per Alessandro e Davide, un coltello d’allenamento per l’Insegnante Celso.
Ma, e soprattutto, ci sono, con l’ottimo cibo dell’Agriturismo divorato in una caratteristica sala dalle ampie volte, con lo spazio aperto immerso nel verde, e i cavalli e le capre, ecco ci siamo noi della Scuola. A portare e condividere risate, scherzi, pacche sulle spalle e tanta, tanta sincera voglia di stare insieme.

 “Le feste si fanno con gli amici perché con i nemici non vengono bene”
(P. Caruso)