lunedì 30 maggio 2016

La danza e la mano


La “Notte del Guerriero”
Otto ore di formazione marziale “non stop”
dalla mezzanotte alle otto del mattino
28 e 29 Maggio 2016

 

 Fa impressione, e che impressione !!, una tavolata affollata di trenta persone. Tutte, in un modo o nell’altro, qui per condividere una collana di perle che si inanella giorno dopo giorno da quasi quarant’anni; per sgranare, pietra dopo pietra che per ognuno ha i suoi colori: l’azzurro del cielo ed il blu del mare, il verde chiaro dell’erba tenera e il verde scuro dei prati in ombra, lentamente, tra le mani, un affetto, un’emozione, una paura, un sorriso.

Il percorso guerriero, che si snoda dal buio oscuro della notte per scoprire il rosso dell’alba, è l'emozione di attimi imprevisti, è l’erotismo vitale del tempo annusato, mangiato, digerito, poi lasciato andare. Il vero pericolo è stare rinchiusi, è tapparsi le orecchie e il naso, è erigere un muro là dove il vento non contempla sosta alcuna né alcuno ostacolo a fermarlo.

Scendiamo, ventitre guerrieri, nello spiazzo, stelle e luna strizzate da nuvole capricciose, chi a danzare Tai Chi Chuan, chi a giocare di insiemi che si incontrano e mutano ad ogni alzarsi di voce.
Direzione ignota, non prevede sosta; solo un procedere lento di corpi e respiri che affondano nel ventre, nel centro di ogni mistero.  
Una forte e speziata armonia di passato e presente, ricordando le strade fatte e liberi, curiosi, di prendere nuove direzioni.
Figure sfumate, contorni incerti nella testa di ognuno. Scoperte che inondano ventre e bacino. Le mani danzano e forse è l’ambiente tutto che danza intorno a noi.
C'è un vuoto per ogni pieno, un pieno per ogni vuoto. Ogni favola mostra un lieto fine che sempre nasconde una storia cattiva, che, forse, tanto cattiva poi non è se ti fa balzare sulla sedia e scoprire allo specchio quel buio che ti dimora dentro.

Così, c'è una melodia che inizia ed una, la stessa? che finisce.
Finisce o magari si trasforma in un fiume in piena, dove l’amico che ti sta di fronte è tale solo se sa colpirti forte e duro.
E tu non chiedi perché, solo capisci che per imparare, per essere guerriero, hai anche da entrare nel territorio pugnace e letale del Kenpo Taiki Ken.
Se ribalti il mondo, lo specchio ti riflette, fino a frantumarsi in mille piccole schegge acuminate.
Ricomporle in un nuovo specchio, ricomporre un mondo che sia davvero il tuo, è danzare di acqua e di spirali, è scivolare sui lati del triangolo quanto tracciare rapidi balzi circolari sul terreno. Sono ondate di percosse che si susseguono senza sosta alcuna, sono trancianti colpi di bastone. E’ stare uno negli occhi dell’altro ad offendere, ingaggiando l’amico come fosse l’ultima tua chance.
Allora apprezzi il tuo essere artista, accettando il pauroso ed il coraggioso, il meschino e il generoso, accetti te.

E ti attende un’altra prova, un’altra terra da esplorare.
Ti attende il Wing Chun Boxing, a scoprire che ciò che oppone una figura lineare ad una tonda è che non tutti i punti della periferia sono equidistanti dal centro.
Scoperta che sa irrorare la tua creatività, esplosa nel Kenpo Taiki Ken, per cimentarsi con la spigolosa e dura strada di quest’antica arte cinese.
Due ore di scontri a distanza ravvicinata, di gomiti ed avambracci che si fanno lame e punte, di un fluire impetuoso, a tratti arrogante, che non lascia spazio.
Il vento freddo della notte strofina il volto come carta vetrata, ma la pratica intensa, micidiale, ne disarma la durezza; quasi non lo sentiamo, gomiti e cuore proteso in avanti, ancora in avanti ad abbattere e distruggere.

Ci accolgono altre due ore “marziali”, due ore ancora per costruire il proprio mondo interiore, dove è coraggioso e sincero guardare avanti e insieme aprirsi agli altri.
I più giovani e gli adulti che rifuggono la potenza dell’acciaio “lungo”, si cimentano in scontri e lotte a mani nude.
Per gli altri … KenshindoLa Via dello spirito della spada”.
Le prime la luci del mattino hanno più colori, noi spadaccini cerchiamo il silenzio in mezzo al vortice dei rumori.
Il katana stretto in mano, là dove il confine della tua pelle si mischia con la seta e la pelle di razza che ne avvolge l’impugnatura. Gli occhi socchiusi, in una lunga estasi che ci avviluppa e ci circonda.
Lampeggia l’acciaio temprato tra i colori incerti dell’alba, calano falciate letali.
A questo incrocio di scontro che non ha ritorno, di una lacerazione che non puoi più riparare, ti sorge il dubbio, ti chiedi dove si andrebbe con un passo in più, o un passo in meno.
Ma non c’è tempo per il dubbio. C’è solo la stuoia nuda davanti a te, gocce di acqua sporca a lambirne i fianchi, mentre il cielo rovescia in terra scrosci di acqua abbondante.
Tameshigiri, il taglio.
Puoi chiederti come faresti a vivere adesso solo, senza quel bagaglio di cose ed affetti e persone che ti stanno accanto e qualcuna dentro. Oppure puoi chiederti chi sei davvero, veramente, con quel bagaglio di cose ed affetti e persone che ti stanno accanto e qualcuna dentro. Puoi immaginare di rinunciare ai sorrisi ed ai dolori spesi in una vita, oppure puoi immaginare come sei davvero, veramente, dentro a quei sorrisi ed ai quei dolori.
E la lama piomba sulla stuoia. In un attimo tu sai. Forse è questo che tiene alcuni e molti lontano da Kenshindo, che alcuni e molti ha fatto scappare da Kenshindo: Che tu sai.

In cerchio, al saluto finale, le poche accorate mie parole ai compagni di questo viaggio nella notte, ai compagni di danza e di mano.
La consegna delle cinture agli allievi che cambiano di colore. Un grande applauso alla loro fatica, alla loro personale “Notte del Guerriero”, a quei giovani guerrieri ancora ragazzi che hanno affrontato il buio e l’incertezza e la stanchezza senza mai cedere di un millimetro. Ognuno di noi è potente !! Ora ne avete la prova, la vostra prova. Che sempre siate potenti, che sempre lo siate al servizio del bene, della comunità, del dialogo e del confronto, anche aspro, ma sempre sincero. Al servizio di Jitakyoei: “Tutti insieme per crescere e progredire”, sapendo anche scegliere e separare, quando lo riterrete necessario ed assumendovene la piena responsabilità.

C’è, poi, chi si lascia alle spalle gli studi che mostrano i colori per fasciarsi i fianchi col nero, kuro, che non muta per parlarci di magia e mistero, che in Giappone si contrappone e si confronta col bianco, shiro, il colore della luce. Come a dire da oggi, Giovanni, il tuo percorso si fa ancora più profondo, interno, che, appunto quel nero resterà tale, un nero carico di potere, se sarai capace di portarne il fardello.

Chi questo fardello ha mostrato di saper portare, tra errori, cadute, fughe vigliacche, ma sempre a testa alta, mai arrendendosi, rialzandosi ogni volta ed ogni volta pronto a donarsi, è Valerio, il Maestro Valerio, che mi onoro essere da decenni allievo fidato ed amico sincero. Il suo nero è lì, a dimostrarne il valore, come la sua incessante pratica marziale, solida, quotidiana. Il suo nero che da oggi, Domenica 29 Maggio, si accompagna al diploma di Quinto Dan.

Sporchi, sudati, siamo al tavolo della colazione. Che, come sempre, ogni avventura Z.N.K.R. si chiude a tavola; amicizia e sorrisi, pacche sulle spalle e commenti arguti, tra torte salate e dolci, formaggi e biscotti, creme di cioccolato e caffè.

Che sempre siate fieri del Vostro vivere !!

 

Un enorme grazie ad Elise, fotografa

 






lunedì 16 maggio 2016

Verso il viaggio della Notte: il cosa e come, quarta parte.


Kenshindo

 
L’acciaio snudato nel vento e nella notte, primi rossori di un’alba ormai prossima.
Kenshindo (*), la “Via dello spirito della spada”.

A volte mi chiedo se possa cambiare, alterare la sua forma per non farsi avvistare, o anche se possa avere tali allusioni sull’acciaio lampeggiante, da farsi invisibile alle mie ondate di furore e alle mie paure.
Come se il mondo, tutto quello che sono e che provo, potesse girare alla rovescia.
E’ questa l’autentica e misteriosa forza di un katana,

Attorno a noi, la Natura che non ha voce, ma un suo linguaggio sì. Abbiamo solo da ascoltarlo in silenzio, respiri profondi e passi a scivolare sul terreno. Respiri profondi in cui dare il tempo al naso di essere paziente, di scomporre gli odori.
La spada è generosa", penso, scende falciando più condiscendente dello sgretolarsi delle fortificazioni, più semplice di una cascata d’acqua. Davanti a me, ai miei piedi, sibilo evaso nell’aria.

Carbonio lavorato a multistrato,  kobuse kitae composto da uno strato esterno ad alto tenore di carbonio piegato, con al centro un cuore in acciaio morbido. Martellato ripetutamente e piegato più volte.
Acciaio bollente e poi improvvisamente raffreddato, opera forte e dura ed insieme sensibile.
Ma non importa impugnare un Nihonto, un katana autentico. Importa immergersi nello spirito del conflitto, del taglio che trancia e non lascia speranza alcuna. Allora ogni katana, ogni “riproduzione” di katana, fa allo scopo.


Proveremo a vuoto le diverse sequenze del Tameshigiri.
Falciate discendenti ed ascendenti, rapido guizzare di lama in direzioni opposte; fa parte del gioco, come un sorriso assassino fissato nel fotogramma di un film dell’orrore, come quando mi faccio di lato per non vedere lo scontro, e rimando ciò che è inevitabile.
Ma qui non si può più fare.
Le stuoie saranno allineate davanti ad ogni spadaccino. Lo guarderanno senza occhi, mentre il tanfo di paglia bagnata si dissolve nell’aria.
Ognuno avrà un suo pulsare di cuore, ognuno avrà un suo rantolo di pancia.
Sarà il Tameshigiri a chiudere la notte di ogni praticante Kenshindo.

Mentre agli altri, gli adulti che se ne tengono lontani, i ragazzi ed i bambini a cui la giovanissima età impone un passo diverso, più lieve, giocheranno di mani nude. Chissà, poi, forse, qualcuno, più avanti, avrà l’età o il coraggio di entrare nel mondo spietato, che non fa sconti di sorta, di Kenshindo.

 

 (*) Il primo approccio al katana fu con un Maestro giapponese di cui non ricordo il nome. Forse fu il Maestro Toyofuku, o forse il Maestro Myiazaki, allora i primi a portare lo Iaido in Italia.
Un incontro che non mi emozionò. Sicuramente ero troppo immaturo per capire senso e cuore dell’acciaio samurai.

Fu praticando Yoesikan Budo, con il Maestro Mochizuki Hiroo ed i suoi assistenti, in particolare, per la spada, il Maestro Fabrizio Tabella, che mi appassionai al tirar di spada. Anni in cui ebbi qualche rado approccio al Kendo (e molte chiacchiere marziali) con il Maestro Mario Bottoni, personaggio controverso ed inviso ai più ma che, per me, fu enorme e piacevole fonte di riflessione (così lo ricorda un amico, a poco dal suo decesso http://www.kendo.it/wordpress/?p=951). 

Praticando un’Arte moderna, ancorché basata su radici antiche, come lo Yoesikan Budo, mi fu facile invogliarmi ad entrare nel mondo “Tradizionale” di una Scuola antica come era il Katori Shinto Ryu. Docente la Maestra Luisa Raini, ero l’ultimo, più scarso e meno considerato allievo in mezzo a chi o già era famoso, come il Maestro Claudio Regoli, o lo sarebbe diventato di lì a qualche anno, come il Maestro Andrea Re. Ebbi l’opportunità di incontrare Maestri europei di quella Scuola e persino il leggendario Maestro Sugino Yoshio.

Furono gli anni di spada con il Maestro Yamazaki Ansai, i seminari con un altro grande (e ostico) delle Arti Marziali giapponesi come il Maestro Cesare Barioli, poi l’introduzione all’esoterica arte del Kashima Shin Ryu con il Maestro Francesco Dessi, preciso nello spiegarmi che quella era una versione adattata all’Aikido in quanto diffusa dal Maestro Inaba. Questi era fuoriuscito dal tempio di origine della Scuola, che non ammetteva la sua divulgazione a non giapponesi, e ne dava pertanto una sua personale interpretazione. Poi venne l’incontro con il Maestro Sabino Leone, già “commilitone” negli anni ’80 quando entrambi seguivamo il Maestro Tokitsu, che mi mostrò l’eccezionale e flessuosa Scuola del Maestro Kuroda Tetsuzan.

Poi… è venuto il Kenshindo: non uno stile né una Scuola, quanto piuttosto:
Kesnshindo non è “cosa”, realtà reificata. Kenshindo è arte della spada. Essa, come ogni espressione artistica, non mostra alcun prodotto oggettivo, è modo espressivo distante dal fatto e prossimo all’evento. Kenshindo abita il corpo del praticante ed è (esiste) solo nel continuo divenire del movimento. E’, come per la nostra pratica a mani nude, “emozioni in movimento”. E’ ridare all’individuo il senso del corpo come luogo delle nostre dipendenze e luogo della nostra potenza, come casa del mondo reale attraverso i sensi, come immagine di un mondo possibile attraverso l’agire.” (dall’omonimo opuscolo, che verrà integralmente ripreso nel mio libro di prossima pubblicazione “Contatto. Praticare le Arti Marziali Asiatiche come terapia e percorso formativo di individuazione, trasformazione e crescita”)

 

 

 L’appuntamento è per la notte tra Sabato 28
e Domenica 29 Maggio
La Notte del Guerriero
otto ore di formazione marziale “non stop”





 

martedì 10 maggio 2016

Verso il viaggio della Notte: il cosa e come, terza parte.


Wing Chun Boxing

 
Viaggio attraverso territori sconosciuti, viandante che come milioni di altri, a volte si trascina altre corre leggero per distese piane o dentro boschi oscuri, camminando su sentieri tracciati e sicuri.
Qualcuno, più d’uno, si ferma a riposare, fino a scordarsi il dove andare, fino a scordare quel richiamo profondo, par quasi primitivo, che attrae verso l’ignoto. E in quel luogo di agio e sosta si ferma, stanza di un riposo che sa di narcolettico, di esposizione muta allo scorrere che viaggia altrove.
Altri riprendono a camminare, riprendono quei sentieri tracciati e sicuri che li porteranno ad una fine certa, che certa sempre è per tutti la fine, quanto probabilmente avara di erotismo, di vitalità ribelle.

Per anni anch’io ho stentato a riconoscere quel richiamo, tutt’al più dedicandogli modeste ore d’aria srotolate da una prigione quotidiana, a volte erano decisioni importanti, altre scelte ed incontri tutti fuori dal coro, ma il sentiero calpestato era sempre quello tracciato e sicuro. Poche evasioni, poche penetrazioni là dove la boscaglia era più fitta, la luce negata da ombre minacciose.
Come molti, mi caricavo con tutto quello che mi davano e che prendevo con gioia, fiducioso di essere pronto ed adatto al camminare, sì fuori dalla panciuta e sonnolenta strada principale, ma pur sempre su sentieri tracciati e sicuri.

Poi, incrocio strano e pericoloso di angeli eterei a cantare su devastazioni mondane, di fuoco e fiamme che eruttavano da un mondo sotterraneo malevolo ma così seducente nella sua morbosa faccia del male, quei sentieri tracciati e sicuri li ho lasciati.
La chiamata al selvatico, al selvaggio, mi ha preso e portato con sé.
E, passo dopo passo, tra rovi acuminati e fiori scaldati dai mille colori che si rivelavano impestati, tra radici contorte e tenere farfalle che celavano un acre veleno, ho attraversato la terra del Wing Chun Boxing (*).

Istinto primordiale umano (e non solo umano…) di penetrazione irresistibile alla pura e semplice animalità da uno stato di artificiosa meccanica tecnica presunta.
L’aspetto istintivo primordiale riecheggia fino all’estremo, fino ad ogni momento della pratica, autentica primordialità della natura sulla cultura, come a dire dell’istinto sulle costruzioni stilistiche.

Pratica semplice e frugale, il Wing Chun Boxing richiama il modo in cui le persone “normali” reagiscono d’acchito, quando attaccate o semplicemente spaventate, riprende quale posizione e quale comportamento spontaneamente assumono per reazione. E, a partire da questa risposta semplice, la trasforma in gesti e azioni di attacco, lasciando scaturire un’azione efficace o una energica risposta difensiva.
Un “non stile”, in cui qualsiasi tattica, qualsiasi strategia si scelga di vivere dentro, distruggitrice di ogni prevaricazione, in un lampo, in una folgore, in uno schioccar di dita, si compie l’azione letale del praticante Wing Chun Boxing.

 

(*) Arrivò il momento in cui mi accorsi di avere tempo ed energie per arricchire il mio percorso marziale accostandomi ad un’altra Arte oltre a quanto già praticavo. Indeciso tra Thai Boxe e Wing Chun, scelsi il secondo. Un po’ perché già ce le davamo “di santa ragione” col Kenpo, un po’ per proseguire lo studio della sensibilità e della distanza “a contatto” già avviato con il Kenpo stesso e con il Tai Chi Chuan.
Fu un praticare intenso, tra Wing Tsun, American Wing Chun, Wing Chun di matrice Wong Shun Leung.
Furono le domeniche, una dopo l’altra, ad attraversare le campagne del pavese, col sole d’estate o con la spessa nebbia d’autunno, imparando da un docente sconosciuto ai più, Carmine Agostino, che sarebbe poi diventato uno dei primi graduati superiori della WTOI, praticando fianco a fianco con un allora altrettanto sconosciuto Maik Faraone. E i seminari e gli stage con i “capi” della WTOI, sifu Cuciuffo e Boztepe, praticando fianco a fianco con chi, poi, avrebbe preso altre strade portatrici di fama e notorietà, quali Alberto Riccardi (oggi rappresentante in Italia di Sifu Ip Chun), Franco Giannone (che prosegue autonomamente la sua ricerca a Novara, presso “Il Centro”), Dario Battaglia (creatore di un’organizzazione dedita allo studio e pratica del combattimento gladiatorio)
Furono i seminari più che intensi con Sifu Kenneth Anderson . Poi le trasferte a Tortona, da Sifu Regalzi e il suo Maestro, Nino Bernardo.
Fino a costruire, su queste esperienze, un mio personale modo di intendere il Wing Chun, che ne riprendesse le radici essenziali e guerriere; che non si lasciasse fagocitare da dogmi e modelli fissi, leggendo l’essere umano come soggetto ai processi di continua trasmissione comunicativa che avvengono nel campo delle relazioni conflittuali in cui è immerso.
Ovvero, il Wing Chun Boxing.

 

L’appuntamento è per la notte tra Sabato 28
e Domenica 29 Maggio
La Notte del Guerriero
otto ore di formazione marziale “non stop”

 



 

giovedì 5 maggio 2016

Verso il viaggio della Notte: il cosa e come, seconda parte.


Kenpo Taiki Ken

 
Sono i primi decenni del 1900, “Da un Maestro cinese stanco di forme stereotipe, di gesti inconcludenti, di imitazioni pedanti, prende vita un’arte eclettica ed irriverente, devastante nella pratica ed eretica nella teoria. Un Maestro giapponese, già affermato esperto di pratiche marziali nipponiche, dopo averne subito l’efficacia a suon di botte, la studia e poi reinterpreta accentuandone gli aspetti combattivi. Da lì, la diffusione in tutta Europa…”. Così scrivo, presentando il Kenpo Taiki Ken, nel mio libro di prossima pubblicazione “Contatto. Praticare le Arti Marziali Asiatiche come terapia e percorso formativo di individuazione, trasformazione e crescita”.

Ma, certamente, scrivere, narrare la storia è sempre un’operazione di parte, sovente “dalla parte” dei vincitori. (Se ben ricordo le parole del Maestro Tokitsu, questi, ad uno stage a Milano nel Marzo scorso, ne diede una versione diversa).
Possiamo correttamente scrivere che il Kenpo Taiki Ken è un crocevia, un meticciato di una molteplicità di stili ed apporti. Un meticciato in cui, dall’originaria miscela di Tai Chi Chuan, Pa Kwa, H’sing I, ognuno ha tratto l’espressione che preferiva, privilegiando l’una o l’altra corrente di “pugilato interno” (*). Fino all’introduzione, per ogni conduttore di gruppo, di Scuola, delle sue personali esperienze marziali.

D’altronde, è dall’esterno che veniamo connotati e denotati, individuati per somiglianze e differenze. Così come le differenze vengono rilevate anche rispetto a chi, nella Scuola, vi è stato in anni precedenti, attraverso le osservazioni degli allievi ed ex allievi anziani per i quali la pratica “non è più quella di una volta”.
Tutto ciò porta ad un Arte che, frutto di un ampio sincretismo, riunisce sotto lo stesso nome correnti e pratiche diverse e, a volte, in mutamento continuo.

Da noi, allo Z.N.K.R., consapevoli dei passaggi e delle correlazioni tra episodi motori, psicoemotivi, relazionali, siamo coraggiosamente portatori di un vivere che sappiamo non è poi così difficile se coltiviamo il potere di cambiare e un po’ rinascere, se riconosciamo l’animale che sta dentro di noi e lo staniamo, se l’acqua che sta in basso e il fuoco che si erge verso l’alto sanno convivere ed insieme agire.
Per ogni nemico che scopriamo dentro di noi, ciechi o vigliacchi per così tanto tempo non importa, praticare Kenpo Taiki Ken è fare del corpo fisicoemotivo il teatro, il campo di battaglia della soggettività, all’interno di un gruppo di altri guerrieri, che ne condividono e limano gli eccessi narcisistici.

Ecco davvero la formazione individuale che è, insieme, formazione di e nel gruppo, ecco l’imparare ad affermarsi nelle regole del gruppo.

Saranno i Neri ad esprimere emos-azioni incarnate. Sarà Hakkei a violare la tranquillità esponendo il potenziale perturbante ed eversivo di ognuno di noi. Sarà Tanshu, la danza del predatore, ad essere apoteosi della personale portata sensomotoria, dell’agire come promotore intuitivo, della cognizione cinestetica come fondatrice del processo immaginativo e rappresentativo.

Sarà un risvegliare il primitivo, il sotterraneo, per farne forza dolce e guida sensata lungo il nostro personale vivere.

Poiché nessun è solo, è isolato, poiché nel corpo di ognuno di noi vivono il suo personale mondo, l’ambiente in cui cresce, il padre e la madre che lo hanno generato, allora sarà una pratica che farà scoprire di sé anche attraverso gli altri compagni d’avventura, sul terreno del gioco guerriero, gioco di lotta, gioco di relazioni. Io e te insieme.

Allora sarà Kenpo Taiki Ken che “L’arte del pugno permette in primo luogo di rinforzare il potenziale di salute, in secondo luogo di controllare un eventuale aggressore, in terzo luogo apre lo spirito...infine permette, talvolta, di modificare il corso del destino( Sun Lutang ).

 

 

(*) I più noti Maestri giapponesi viventi di Kenpo TaiKi Ken, allievi diretti del Maestro Sawai ( il fondatore del Kenpo Taiki Ken), nella radice comune evidente, manifestano differenze sostanziali, basti guardare praticare Michio Shimada, Nishino Kozo, Isato Kubo, Akio Sawai. E questa è l’Arte !!

La mia formazione marziale, come chi mi accompagna già sa, inizia nel Febbraio del 1976 con il Karate Shotokan e prosegue praticando diverse Arti, diversi stili, diversi sport di combattimento, con diversi Maestri e allenatori.

Tra questi, l’incontro con il Maestro Tokitsu Kenji, in piena (e mai interrotta) fase di ricerca che, di passo in passo, mi introduce al Kenpo Taiki Ken. Con lui, anche il Maestro Yamazaki Ansai ed il suo allievo diretto Ludwig Bosh, che non disdegna di attraversare l’Europa per darmi lezioni private. Mi accosto anche alla versione che ne dà il Maestro Stefano Agostini ed il suo riferimento, il Maestro Sun Li. Questi è un cinese che insegna a Tokio nel Dojo che fu del Maestro Oyama, allenando i duri e potenti praticanti di Karate Kyokushinkai e, per un cinese, farsi apprezzare in terra Giap non è poco !!

Così, il mio attuale Kenpo Taiki Ken nasce da questo retroterra ampio e vigoroso, corroborato da tutte le esperienze che, in questi quarant’anni, ho selezionato e tutt’ora seleziono, come utili alla mia pratica ed al miglioramento degli allievi che mi accompagnano in questo percorso. Allora, vi si trovano, con il Tai Chi Chuan, ampie tracce di Yoseikan Budo e Kali filippino e, come potrebbe mancare!!, la versione che ne dà tutt’oggi il Maestro Tokitsu Kenji.

 

 

L’appuntamento è per la notte tra Sabato 28
e Domenica 29 Maggio
La Notte del Guerriero
otto ore di formazione marziale “non stop”








 

 

mercoledì 27 aprile 2016

Un tranquillo “ponte” a Milano


Sabato

Monica, abile tentatrice, sa dissuadermi dall’andare in Dojo a tirar con l’arco.
Acquattati sul divano, ci concediamo un bel film italiano, “Ho ucciso Napoleone” di Giorgia Farina.
Pellicola avvolta da un simpatico cinismo, allegra e malevola al contempo, distante dalla volgarità e dal banale sentimentalismo che caratterizzano le commedie italiane di questi anni.
A sottofondo della trama, sta la questione “lavoro”, fonte di ansia personale e collettiva del presente.
Ed era ora che dopo tante, troppe pellicole, dedicate ad amori ed amorucoli vari, in questo, come, per fortuna, in alcuni altri film emergenti, si vedano uomini e donne alle prese con l’area lavoro, ahimè infestata da clientelismi, paraculaggine, uso di ogni mezzo, lecito e non, per fare carriera. 
Un crudo e drammatico realismo che, senza scomodare i “padri” della commedia italiana, tra tutti Scola, Risi e Monicelli, si ammanta di un allegro spirito sarcastico, facendoci riflettere su temi importanti senza annoiare, anzi, regalandoci autentici momenti di ilarità.

Il pomeriggio, scartata per i capricci atmosferici l’intrigante visita alle guglie del Duomo, percorso tra decine di sculture e bassorilievi di varie epoche e la vista su tutta Milano e dintorni, scorre lieve e in casa.

La sera siamo alla Palazzina Liberty.
Un tuffo al cuore, per i miei ricordi sessantottini. Ma, questa sera, in un locale egregiamente rinnovato, siamo lì per Shakespeare.
Nel quarto centenario della morte di William Shakespeare, l'Orchestra da Camera “Milano Classica“ propone “Lascia pur che il mondo giri“. Scene di William Shakespeare e musiche originali della sua compagnia, per cui scriveva e recitava, ossia i King’s men, recitazione e canto, tra gli altri, affidati a Benedetta e Beniamino Borciani, due “colonne” dalla compagnia teatrale in cui Lupo si cimenta da alcuni anni.
Musica affascinante, canto che sa entrarti nel cuore, Lupo particolarmente attento ai vari strumenti musicali, lui che una docente della scuola media, colta e appassionata della materia, ha saputo avvicinare con tanto entusiasmo alla musica ed in particolare alla storia della musica stessa.

Domenica

Il pomeriggio, con amici, due passi al parco Forlanini. Uno dei più accoglienti polmoni verdi di questa città.
 
 La sera, insieme, una robusta cena e tante chiacchiere. Chiacchiere rese oltremodo piacevoli da Paolo, uomo colto ed affabile in grado di non usare la sua profonda religiosità come una clava o un elemento di insofferenza verso un … taoista come me !! Niente affermazioni dogmatiche, niente risolute prese di campo, niente banalità (per il mio modo di vedere le cose) del tipo “Se le cose vanno bene, ringrazia Dio. Se vanno male, non prendertela perché Dio sa quel che fa”. Insomma, cattolico praticante ed impegnato nel volontariato, non fa sempre rima con ottuso fanatico.
Chiacchiere che, con l’avanzare del buio e complice un buon vinello bianco, scivolano verso temi leggeri e frivoli, e ci vuole anche questo !!

Lunedì

Tutti in manifestazione.
Veramente io qualche perplessità la coltivavo. Sfilare nello stesso corteo dei partiti politici, che io, memore anche del mio passato professionistico in uno di loro, considero “associazioni a delinquere legalmente riconosciute”; sfilare sapendo che c’è il PD, quello che governa con un delinquente come Denis Verdini, già condannato a 2 anni di reclusione con …  pena sospesa  (!?) e sotto processo per numerosi casi di truffa e corruzione; quello in cui gli scandali hanno costretto alle dimissioni Maurizio Lupi prima, Federica Guidi poi, con la Boschi ferocemente aggrappata alla sedia nonostante il suo coinvolgimento nei vari scandali bancari; quello portato lì dagli intrallazzi parlamentari ma non eletto, alla faccia della democrazia ? Sfilare con i “buonisti” dell’ “accogliamoli tutti”, proprio nel giorno in cui si celebra la Resistenza e la Liberazione ? Sì perché, e sotto casa mia una corona di fiori con i nomi di due ventenni morti per mano fascista me lo ricorda ogni dì, se anche noi italiani avessimo fatto come loro, ce la fossimo tutti data a gambe verso qualche altro pase, chi avrebbe combattuto il fascismo? Possibile che in questo mare tonto di buonisti imbelli, nessuno chieda ai vari extracomunitari provenienti dai paesi in guerra, perché nessuno di loro resta nella sua patria, nella sua terra, a combattere per la propria libertà?  Perché non viene spesa nessuna parola di sostegno per quei pochi che in terra d’origine ci restano e combattono? Tutti dimenticati da mass media conformisti, da intellettuali dalla prosopopea tronfia, da partiti infognati nelle spire dei potentati economici.
Ma è l’occasione per Lupo di immergersi fisicamente ed emotivamente in un movimento di massa, di condividere ideali e valori di alto rilievo. Poi, c’è anche una rappresentanza della sua scuola, mai disattenta a ciò che avviene nel sociale, mai lontana dalla storia e del suo snodarsi quotidiano, come è giusto che sia per ogni scuola che voglia realmente educare e accompagnare i giovani verso l’ingresso nel mondo adulto.
Così, tutti e tre, più Kalì, in corteo.

La sera, ci concediamo un film francese, “La famiglia Belier”, di Eric Lartigau.
Vivace commedia sospesa tra le aspirazioni di libertà di una adolescente e il confronto con la diversità, la disabilità (in famiglia, tranne lei, tutti sono sordomuti). Un film che ci piace proporre a Lupo, lui che già frequenta una scuola ben attenta alla disabilità, che di quest’ultima sa proporre risorse e ricchezza.
Grasse risate, qualche lacrima, una struggente canzone, dal testo incantevole, a condurre il film (https://www.youtube.com/watch?v=-er9ZsnXYkk) ed ogni volta che la riascolto mi commuovo.

Poi, Lupo a “nanna”, relax totale e due chiacchiere con Monica. A capire se stiamo conducendo bene la nostra famiglia, a capire se siamo, con i nostri sbagli, due buoni genitori per un ragazzino in crescita da lanciare verso il mondo.



martedì 26 aprile 2016

Verso il viaggio della Notte: il cosa e come, prima parte.


Tai Chi Chuan

 

Dalla millenaria cultura taoista, cogliamo un corpo che non è meccanica asettica a cui appiccicare formule psichiche. Esso è corpo fisicoemotivo vivente e sognante, corpo protagonista di un elaborato gioco comunicativo, corpo che incontra e si scontra, ingaggia sé e l’altro da sé.
Il Tai Chi Chuan è arte del movimento. Come tale, arte e movimento, non cristallizza, non fissa, non immobilizza. L’individuo che si fa corpo Tai Chi Chuan è tale se crea disegni e forme poi abbandonandoli per creare nuovi disegni, nuove forme, e poi, di nuovo, torna ai disegni ed alle forme iniziali plasmandoli e modificandoli con l’esperienza acquisita e di lì, di nuovo, riparte per disegni e forme ed azioni inesplorate.

Ogni giorno è un altro giorno e su questa cadenza nessuno ha potere. Allora senti dentro il costato quel ritmo, respiro e cuore, quel pulsare, ritmo e cuore, che ti è impossibile scordare.
Solo così il corpo Tai Chi Chuan si rappresenta come eretico, impertinente, a volte anarchico ribelle, un praticante che cavalca l’onda dei cambiamenti. Pratica attraversando la crudeltà della sofferenza ed il disagio del malessere, ma anche accogliendo il pieno gusto del vivere, dell’esporsi, del congiungersi all’altro, del godere e del gioire.
Per questo, il praticante Tai Chi Chuan ama vivere, si lascia alle spalle tutti quei “No”, quegli acri giudizi che vorrebbero farlo bugiardo o servo zelante.

E sarà corpo fisicoemotivo che incontra le sue risorse dimenticate, ravviva l’energia vitale più profonda, guarda ed agisce con gli occhi dell’immaginario, di una suggestione consapevole, di una grandiosa trance, che si apre alle emozioni ed all’erotismo gioioso.

Sarà entrare nella struttura (Xing) e sul suo modellarsi nello spazio (Shi), affermando il potere del corpo di muoversi dal di dentro come un nucleo autonomo di vigore e decisione.
Così fluiranno movimenti che percorrono il corpo tutto, ispirando muscolatura profonda ed articolazioni come forma agevolata di espressione delle emozioni. Abbracceremo un uso consapevole e ritmico dell’alternanza tensione ed estensione, flusso e riflusso.

Sarà respiro profondo.
Perché flusso e riflusso del respiro sono intimamente legati ai movimenti del torso. Perché ogni movimento espressivo della vita trae origine da questo ritmo primario dell’inspirazione e dell’espirazione, in questo congiungersi di forze in un fulcro motore seguito dal sua propagarsi, che richiama alla mente il predatore acquattato, immobile e teso, prima di balzare ed espandersi verso la preda.

Sarà contatto con le proprie emozioni più profonde, in cui lasciar andare la volontà cosciente, l’intenzione (Yi) come è intesa nel nostro linguaggio (“disegno che la mente elabora in rapporto a un fine”; “direzione della volontà verso un determinato fine”) per abbracciare una concezione taoista che interpreta Yi come intento “detto dei sensi e della mente, che è attentamente rivolto a qualcosa” (diz. Garazanti); come “il cuore che colui che parla, pensa e agisce mette in ciò che esprime in suoni, pensieri o atti “( traduzione del sinologo C. Larre). Ovvero qualcosa di intimamente connesso con istinto e pulsioni.

Sarà il Tai Chi Chuan come lo sono andato scoprendo in questi quarant’anni di pratica, attraversando Maestri di diverso spessore (*), attraversando il mio vivere quotidiano. E lo offrirò a voi, perché ognuno ne faccia quel che più gli aggrada, lungo il suo personale cammino di crescita e vita.

 
Un grazie ad Elise per le bellissime fotografie
 
(*) Nell’ambito del Tai Chi Chuan, ricordo il mio primo incontro con quest’Arte, nel 1979, attraverso il M° Grant Muradoff, a cui devo l’avvertimento “Io non insegno un Tai Chi marziale”. Avvertimento che mi ha permesso di tenermi lontano dalle varie “ginnastiche lente” come dai vari Karate tanto smorzati quanto ancora legnosi, venduti come Tai Chi Chuan, per cercare invece quel Tai Chi che non avesse perduto le sue radici combattenti.
“Radici combattenti” che ho trovato, era l’anno 1980, col Maestro Tokitsu Kenji, praticante e ricercatore di prim’ordine, il primo ad introdurmi realmente in quest’Arte. Poi, dopo una breve esperienza con il Maestro Chen Zhenglei, ecco la Scuola del Maestro Erle Montaigue, uomo eccezionale, praticante e docente eccezionale, e con lui i suoi rappresentanti Anthony Walmsley e Vincenzo Staltari.
Tre anni or sono circa, l’incontro con il Maestro Alexandar Trickovic, ovvero la scoperta di un mondo Tai Chi di incredibile efficacia, di cui sono tutt’ora allievo, seppur non certo tra i più abili, che mi ha fatto conoscere il Maestro Wang Zhi Xiang.
Senza scordare il recente incontro con il Maestro Xia Chaozhen, gentile ed affabile portatore di un Tai Chi sinuoso e flessibile, di rara bellezza e semplice efficacia.

 



 

lunedì 18 aprile 2016

Verso il viaggio della notte: Il dove


“Stai con chi è come tu vorresti essere”
(E. Greitens)

 

La “pattuglia” di esploratori dello Z.N.K.R. si mette prontamente in viaggio. La meta è l’Agriturismo “Il Bivacco”, nei pressi di Garlasco, gestito dagli amici Teresa  e Mario, luogo scelto per la quinta edizione de “La Notte del Guerriero”.
Luogo già noto alla Scuola, tra cene sociali, una precedente edizione (la terza, nel 2010) de “La Notte del Guerriero” e l’avventura con il corso bimbi e ragazzi.

Sorrisi ed una gran voglia di stare insieme un pomeriggio intero. Amici di lunga data e amici nuovi. Attorno ad un tavolo, tra pane e salame e buon vino, chiacchiere frivole e i primi accordi perché “La Notte del Guerriero” sia un ambiente accogliente, sia teatro di ombre e misteri e parole notturne per i marzialisti dello Z.N.K.R.
Combattenti di relazioni con se stessi e con gli altri, affidati ad un corpo che è fisicoemotivo, che è sempre in mutamento, che manipola e modella, consapevolmente o meno, lo spazio e il luogo che abita, la rete di relazioni e la comunità in cui abita.

E proprio questo è il primo passo da compiere: acquisire consapevolezza e, con essa, il coraggio di conoscersi a fondo e cambiare, individui autodiretti.  Fare della pratica marziale, in contesti protetti e rituali, una caccia al malessere, un incontro con l’Ombra ed i demoni che la animano.  Fare del corpo fisicoemotivo un esploratore di ritmo, un alchimista degli opposti, un agitatore di bisogni.

A volte sembra un gioco, ed in parte lo è, un gioco che stentiamo a riconoscere che riguardi noi. Poi, tra un pugno ed una schivata, tra un oceano che si apre nel bacino e la sensazione netta che la colonna vertebrale si trasformi in serpente dalle mille movenze pazze, ci scopriamo a chiederci cosa sia quel fuoco che ci brucia dentro e perché le fiamme stiano lambendo anche la nostra personale storia.

Chi l’ha detto che la pratica marziale sia sempre quel che appare e non invece un gioco di illusioni e trasformazioni ed inganni e buchi neri che lacerano un sfondo vigliacco ?
Che senso ha togliersi le mani dagli occhi, se poi scappi dai tuoi sentimenti più profondi ?

Allora, marzialista eretico e sincero, ti senti al centro di ogni cosa, al centro dell’universo, per poi comprendere, ore di pugni e calci, sudore copioso lungo la schiena, che ne sei solo parte, una parte importante, ma solo una parte.
Ora sta a te scegliere di mortificarti per questo o, invece, lottare e liberarti perché questa sia sì solo una parte, ma la TUA importante parte.  Ora entri lungo il tempo e nei posti in cui hai perso aspirazioni e cuore e l’entusiasmo di volare e te ne puoi riappropriare.
Scopri che sei così diverso e altrove, che non hai più voglia di tornare. E non t’importa, come non t’importa lo sguardo estraniato, lo sguardo disapprovante, di chi ti ha visto come eri prima.
Non ti importa perché è troppo bello restare e scoprire quel tempo e quei posti in cui hai ritrovato aspirazioni e cuore e le ali per volare. Perché hai cominciato a viaggiare.

Allora, questo pomeriggio di cielo coperto e aria fresca, di volti amici, di proposte e discussioni, è la giusta apertura verso il viaggio della Notte, “La Notte del Guerriero” che ci attende a Maggio.

 
“Il maestro dell’arte di vivere non traccia confini netti tra lavoro e gioco; tra fatica e svago; tra mente e corpo; tra istruzione e ricreazione. Egli non distingue questo da quello.
Semplicemente, egli persegue l’eccellenza in tutto ciò che compie, e lascia che siano gli altri a stabilire se lavora o gioca.
A lui sembra sempre di fare l’uno e l’altro”
(L. Pearsall Jacks)