venerdì 27 ottobre 2017

Del corpo e delle emozioni



La chiusura della storica sede di via Simone D’Orsenigo, con relativo trasferimento in via Labeone e modifiche della “struttura” della Scuola stessa, mi lascia con più tempo libero per i miei interessi extra, o meglio, “para” Arti Marziali.
“Para” perché, in linea di massima, la mia passione principe, le Arti Marziali e la pratica fisicoemotiva, mi indirizza verso temi e terreni comunque riconducibili alla corporeità, al confliggere come momento ineludibile di crescita, di conoscenza di sé.

Eccomi allora partecipare ad alcune delle serate che il Centro Studi di Terapia Gestalt, la scuola in cui mi sono formato counselor nel Marzo del 2007, propone lungo tutto l’autunno.
Prima un incontro sull’ipnosi ericksoniana e il mondo dei sogni, poi una serata sul Wingwave coaching.
Ora è la volta di Cristina Tegon, counselor, esperta di terapia corporea, nonché shiatsuka e massoterapista, docente ai corsi di counseling, che ci coinvolge in una serata a tema “Quando le parole non hanno niente da dire”.

Siamo in otto, in cerchio in sala, pronti a sperimentare i primi accenni di comunicazione corporea, di espressione emozionale attraverso il corpo.
Per me è bellissimo entrare nuovamente nel mondo delle relazioni silenziose, del contatto di sguardi.
Sento l’emozione di contatti velati dal mistero e dall’incertezza, dalla sospensione di ogni giudizio. Contatti che tracciano disegni incerti, in cui quanto di me si mischia, si sovrappone su quanto di un altro sconosciuto che mi sta di fronte.

Ogni volta che accade qualcosa di reale… questo mi commuove profondamente”, scriveva Fritz Perls, il fondatore della terapia gestaltica. Ed ogni contatto è sempre un luogo di emozioni profonde. Impossibile sfuggirvi, tuttalpiù ci è possibile provare a negarle, oppure rinchiuderle a forza in qualche interno anfratto sperando che lì restino sepolte per sempre. Ma non è così: le nostre emozioni, quello che siamo “dentro”, torna regolarmente a trovarci, evade dalla cella in cui l’abbiamo rinchiuso e bussa forte, forte per farsi riconoscere ed accettare, forte per incrinare maschere di facciata e sicurezze ostentate. Allora, di nuovo, le ributtiamo dentro, in un alternanza, in un “braccio di ferro” senza sosta che, in realtà, ci logora e ci impedisce di vivere appieno. E’ una sotterranea nevrosi che è indice del tradimento perpetrato a spese della propria visione della vita, della propria autonoma prospettiva della realtà.

Non così per me.

E questa sera è l’occasione per calcare nuovamente lo spazio delle emozioni scoperte, gestite, condivise. E’ l’occasione per riandare agli intensi anni di formazione gestaltica in cui corpi e sguardi si sono toccati, si sono incontrati e scontrati; in cui le parole, pur necessarie, hanno sottostato agli impulsi del corpo inteso come “korper”, parola tedesca intraducibile in lingua italiana se non come “io sono corpo”.
Un paio di semplici giochi, che il tempo è quello dato, mi consentono di vibrare appieno, di lenire la mancanza di contatto umano di cui mai sono sazio.

E penso a luoghi altri da questo, a, che palle!!, quando, al primo incontro, ti chiedono “Che lavoro fai?” (voglia di sbattergli in faccia un paio di righe prese dal “Piccolo Principe”), quando vacanze e trasmissioni TV e frequentazioni di social e cellulari ostentati e “Vai in palestra?” e rigidità corporee esibite in un mix di tatuaggi sconclusionati e sciocchi insieme a inutili muscoli ipertrofici o in carcasse amorfe, decadenti, orribilmente gonfie o stortignaccole di corpi che svelano “corper” in fuga da ogni autentico sé che abbia davvero il coraggio di fare i conti con le proprie pulsioni, sono la norma, sono la regola. Appunto, “Che palle!!
Ogni incontro è per l’individuo anche un nuovo incontro con se stesso, occasione incredibile per approfondire, conoscendo l’altro, la conoscenza di se stesso, osservando le proprie reazioni e cercando di individuarne e comprenderne le motivazioni profonde.
Perché perdere una siffatta splendida opportunità?

Ma questa sera, almeno in parte, quest’opportunità io non l’ho persa, nello scambio con la giovane e sorridente fanciulla che mi stava davanti, né con la metafora squisitamente fisica dell’albero.
Peccato che Cristina non abbia voluto accogliere il desiderio dei più di continuare ancora un poco, giusto per non lasciarci in piena “agitazione emozionale”. NO, così non si fa.
Chissà che queste esperienze, queste “Pillole di Gestalt”, in prossime occasioni, si smarchino da un “brusco coito interrotto” per lasciare a chi si è dato partecipando, il gusto di un distacco, di un post contatto, per dirla in termini gestaltici, meno affrettato e più salutare.

Salgo in auto e torno verso casa.
Comunque, bellissima serata, sia per le emozioni del “Qui ed ora”, sia per gli intensi ricordi che sono affiorati in superficie, ricordi di un triennio che mi ha turbato, sconvolto e mostrato di me e delle mie relazioni un mondo in parte sconosciuto, in parte che io non volevo riconoscere. Grandi e reali insegnamenti di vita.

Accantonate alcune delle prossime serate, scelgo, a metà Novembre, di esserci alla serata dedicata alla “Danza tribal fusion”… il viaggio continua e non si ferma mai.

 

Post illustrato con opere di Henri Matisse, uno dei miei pittori preferiti
 



martedì 10 ottobre 2017

Outfit



Ecco cosa ti chiedo, ecco cosa chiedo a te che hai appena varcato la soglia del Dojo: lascia fuori le tue convinzioni, le tue credenze, persino le tue aspettative.
Come fai con le scarpe, che riponi accuratamente nella scarpiera, per poi attraversare la sala a piedi scalzi o in comode e informali ciabatte, così fa con le tue convinzioni. Lasciale lì, le ritroverai di nuovo all’uscita, terminata la serata, se vorrai ancora indossarle. Nessuno te le porterà via e forse sarai tu stesso, nell’indossarle, a sentirti meno comodo, quasi a disagio, ricordando quell’ora o due in cui hai camminato libero, libero hai percorso una strada del tutto nuova, inesplorata, libero ti sei scoperto corpo agente, corpo vivente, corpo integro.

Certo che è difficile. Sei entrato qua con i tuoi schemi mentali e motori, le tue certezze, a volte una fragilità nascosta dietro espressioni da “duro”; spesso una maschera sul volto, maschera a cui si adeguano, schiavi passivi e infelici, i tuoi gesti, la tua corporeità tutta.

Tocca a me aiutarti a scoprire che i movimenti non sono un semplice meccanismo, un mezzo per raggiungere uno scopo, perché le azioni motorie esercitano un ruolo fondamentale nella formazione della mente, delle idee, condizionano ogni nostro apprendimento.
Movimenti, schemi motori, contatto fisico, sviluppano e plasmano la logica mentale, “melodie cinetiche” le chiamava Alexander Lurija, creatore della neuropsicologia.
Anche solo immaginare un gesto, un azione, attiva nel cervello la corteccia premotoria, nel lobo frontale.

Tocca a me accompagnarti in quella che le neuroscienze ora chiamano “Stimolazione bilaterale degli emisferi”, “Stimolazione neurosensoriale polimodale”, e già secoli or sono l’intuito taoista la chiamava semplicemente “Equilibrio del Tao”.

Allora ti invito a mimare nell’aria, con le braccia, il segno dell’infinito, dell’otto rovesciato, e già solo così, con un gesto semplice e povero, emisfero destro ed emisfero sinistro iniziano a dialogare, ad entrare in connessione. (1)
Sì perché il nostro cervello non è una struttura completamente formata e immodificabile, ma un processo dinamico, in continuo mutamento e sviluppo.

Ogni volta, ad esempio, che incontriamo qualcuno, con qualcuno ci scontriamo, si attivano numerosi sistemi neuronali e aree del cervello. Sono esperienze che, scrive il neuropsichiatra Jean Michel Oughourlian, concorrono a influenzare e modificare, la nostra stessa personalità. Si tratta di un “rapporto mimetico” definito da Oughourlian con il nome di “terzo cervello”. Al cervello cognitivo e al cervello emotivo si aggiunge così il “cervello mimetico”, il terzo cervello, il quale mette in evidenza il rilievo della relazione e della reciprocità. E’ il cervello del sistema dei neuroni specchio, dell’empatia, dell’amore e dell’odio.

Se Perls, il fondatore della terapia gestaltica”, scriveva “Contatto è saper apprezzare le differenze”, ecco che qui, in Dojo, nel contatto che a volte è reciproco aiuto altre è scontro diretto, impari a cogliere e coltivare le differenze, quelle tra te e l’altro ma, prima ancora, quelle che scorrono, si rincorrono, si azzuffano, si mescolano, dentro di te.

Sempre che tu abbia il coraggio, l’azzardo, di lasciare fuori di qui le tue certezze e la tua maschera, o, almeno, tu sia disposto a provarci. Tu sia disposto a fare della tua fragilità, che nascondi e ti spaventa, la leva per creare una forza enorme, inimmaginabile. (2)
Sempre che io sia in grado di accompagnarti, senza annoiarti né stancarti, senza lasciarti deluso per i successi che stentano ad arrivare o spaventato per i successi che, arrivati così inaspettatamente, tanto ti turbano.
Sempre che tu abbia voglia di riaccendere in te quella fiammella guerriera che arde dentro ognuno di noi e che, sovente, le nostre scelte piccole e conformiste, quelle deboli ed insicure che si sono piegate di fronte ad un percorso di studi da prendere, ad un posto di lavoro da lasciare, ad una donna o ad un uomo a cui dire “Basta”, ad un figlio che ci spaventava far nascere, hanno ridotto ad un misero lumicino.

Ti va di ardere nuovamente?

 

 

 

1. “Possiamo dunque pensare al cervello rettiliano di MacLean come corrispondente dell’Es di Freud, cioè degli istinti primordiali, così al cervello paleo mammaliano come sede dell’Io e alla neocorteccia come il luogo del Super-Io, preposto quest’ultimo, come ci ricorda Raffaello Vizioli, alla coscienza morale, alla critica e al giudizio. Si tratta di una concezione che MacLean ha verificato scientificamente, che Platone ha intuito e che Freud ha percorso su altri fronti” (Guido Brunetti)

 

2. L’immagine è atto fondamentale nel processo formativo dell’uomo. La psicologia ci dice che, a livello di strutture ancestrali, gli istinti vengono condotti originariamente attraverso immagini anticipanti. Questo a suo modo legittima la concitata ricerca, e con essa la smodata attenzione mediatica, che induce uomini e donne di ogni età ad essere sempre più succubi dell’ossessione del corpo, con “un atteggiamento simile a quello dello scultore che mai è soddisfatto della sua statua che ricava dal marmo” (Claudio Lombardo); si tenta, così, di ottenere un corpo diverso dai corpi cosiddetti normali e che sia invece ammirato, o almeno accettato, dal proprio Super Io così gracile ed insicuro, come dalla collettività.
Ma quando l’immagine interiore (autoimmagine) – raffigurata artisticamente nel proprio Io – non ricalca l’immagine esteriore (il corpo) si suscita un disallineamento che si manifesta a livello comportamentale. Quest’ultimo, generalmente porta all’indebolirsi dell’interiorità e, nei casi psichicamente più gracili, genera frustrazione, senso di estraniamento, indecisione, disattenzione, confusione dei sentimenti e anche anaffettività.






venerdì 29 settembre 2017

Una stramba Scuola per tipi strambi



 
 
 
“Qui non devi imparare, qui impari divertendoti”
(Tiziano Santambrogio)
 
 
Allora sorridi, dai!!
Cosa è quella faccia tirata, quel volto così serio, quell’espressione tra il preoccupato e l’incazzato?!?!
Lo so, è il pensiero dominante che ti ordina di sforzarti, di soffrire per essere legittimato ad imparare. Lo so, c’è pure del retaggio cattolico a ricordarti che solo la sofferenza, dopo che ti sarai mondato dei tuoi peccati (ma quali?) ti autorizza a ricevere il premio.
Figuriamo poi nelle Arti Marziali, nelle pratiche di combattimento, dove ogni macho man che si rispetti deve assumere posture ed atteggiamenti da bullo, da strafottente, deve sfoggiare la faccia truce e lo sguardo da “duro” sopra un corpo dalle braccia “pompate” e, meglio ancora, un tappeto di tatuaggi.

Vuoi che ti ricordi come taoismo e scienze moderne siano concordi nell’affermare che solo divertendosi, solo giocando, solo affidandosi al sistema parasimpatico, quello del piacere, impari veramente?
Lo lessi nei libri di Jerome K. Liss e di William Glasser, entrambi psichiatri; lo scrive coach Di Martino;
lo sentii ripetere più volte ai seminari di Anatomia Esperienziale e di Metodo Feldenkrais; non smette di ricordarlo agli allievi il Maestro Xia Chao Zhen.
Allora, sorridi!!
Lo so, è il pensiero dominante che ti impone di concentrarti sul risultato, sul “goal” da raggiungere, sulla meta a cui arrivare.
Ma così ti perdi il piacere del fare, il piacere del viaggio. 
Devi tirare il gancio sempre più potente, devi eseguire quella forma in modo perfetto, devi aumentare il numero di ripetizioni negli squat. Devi…
E non solo non ti diverti affatto, ma nemmeno ti ascolti corpo, i suoi (che sono tuoi!!) suggerimenti; non accogli le sensazioni che ti arrivano, lo scorrere delle emozioni. Eppure è lui (ossia te, eh eh eh) il vero “Maestro”, è lui che sa dirti come fare. Magari scoprendo strade diverse per arrivare in vetta alla montagna, o anche scoprire che quella vetta ti interessa poco o niente e la tua soddisfazione, il tuo piacere, il tuo autentico “goal” è altrove, in altra montagna o addirittura al lago!
Magari, ascoltandoti corpo, scopri l’inutilità degli squat e di tutta quella sequela di esercizi che compongono la ginnastica, che compongono il tanto diffuso fitness.(1)
Non ci credi?
OK: nella tua vita quotidiana quanti gesti corrispondono alla meccanica con cui esegui uno squat?
Mentre cammini, giochi a calcio o a tennis, tiri di boxe o di MMA, mantieni l’equilibrio su un pavimento sconnesso… NO, mai?!
Ah, ti servono come riscaldamento muscolare?
Allora, visiona mentalmente tutte le azioni che ti ho scritto sopra e pure quelle altre che tu fai abitualmente, poi, quando vuoi, aziona il “fermo immagine” ed, ecco, lavorando su quanto vedi, su quella “fotografia”, puoi, -primo, scoprire che mai e poi mai esegui uno squat in tutta la tua giornata, beh, forse quando defechi su una turca, ah ah ah,
-secondo, intervenire sia riscaldando la muscolatura sia migliorando la tua coordinazione motoria per produrre gesti migliori, più efficaci ed efficienti; quegli stessi gesti che compongono la tua solita giornata.
Vuoi sapere con quali esercizi? No, caro. Niente esercizi, ho in serbo una valigia piena di giochi divertenti!! Altro che noiosissimi squat!! Noi, impariamo divertendoci.

Beh, se poi qualcuno si diverte agendo in modo ossessivo compulsivo, ovvero ripetendo più e più volte lo stesso identico gesto, allora sto zitto. Purché, se lo fa eseguendo i curl (flessione dell’avambraccio sul braccio per tonificare il bicipite) non creda così di aumentare la sua forza. Si, sicuramente avrà un gesto, ed uno solo, la flessione dell’avambraccio sul braccio più forte, ma… ”Pompare i bicipiti è una merda, la forza non sta lì”. Se ad usare un’espressione così categorica è chi, per anni, ci ha dato dentro di pesi e bilancieri, sfoggiando un corpo dalla muscolatura (superficiale) perfetta e possente, per poi abbandonare tutto questo, ricreandosi un corpo meno appariscente ma elastico, agile e incredibilmente potente, c’è da prendere in seria considerazione questa nuova strada. Ah, a dire così è stato Ido Portal, che, tra le altre cose, da alcuni anni, affianca Conor Mc Gregor (!!) nella sua preparazione agli incontri di MMA.

Giocando, poi, impari a destreggiarti e, magari, a padroneggiare l’imprevedibile, le situazioni di caos. Toh, proprio quello che sicuramente ti accadrà in un’aggressione e, sovente, ti accade nella tua vita quotidiana, tra l’automobilista che non frena quando attraversi le strisce pedonali, lo squilibrio in cui incappi inciampando in un gradino, il bicchiere che ti scivola di mano, fino alle imprevedibili e sconnesse crisi emotive che possono coglierti in ogni relazione affettiva. Beh, anche in un incontro sportivo il tuo antagonista ha così tante variabili gestuali che solo la formazione all’imprevedibile ti può dare qualche possibilità di vincere.

O credi davvero che i piegamenti sulle braccia (piegamenti, non flessioni, azzz… e sulle braccia, non con le braccia) le ripetute alle macchine saranno quelli che ti permetteranno di ristabilire in un attimo il tuo equilibrio precario quando inciampi sul giocattolo che tuo figlio ha lasciato sul pavimento o quando hai da scansare l’ombrello del vicino che ti pencola pericolosamente accanto agli occhi?

Allora, allontanati da ogni trappola cartesiana su “mente e corpo”, che tu sei un tutt’uno e muoviti, ascoltati corpo, “ascoltati” perché tu sei insieme soggetto ed oggetto dell’ascoltare, muoviti dentro e fuor di te e fallo giocando, divertendoti. Fallo sorridendo, per niente preoccupato (e rilassati, dai!!) dei risultati e del tutto occupato in quello che fai. Gioca ed ancora gioca.
 
Hai dei dubbi che sia possibile?
Vieni a trovarci ……….
 
“Il vero vincitore di un gioco non è chi arriva primo, ma chi si diverte di più”
(A. Torri)
 
1. Davvero, osservando gli allenamenti di Kick Boxing, Kudo, Jeet K.do, mi prende lo sconforto. Se la didattica è ancor la solita, tutta ordini e copia/incolla, ovvero una noia dai risultati incerti, gli esercizi sono gli stessi che furoreggiavano negli anni ’80, più di trent’anni fa!!!! Prendiamo i balzi a piedi uniti eseguiti lungo una serie di cerchi posti al suolo. Oltre ad essere un autentico rischio per le articolazioni, in primis delle ginocchia (non è un caso che, per esempio, chi pratica pallavolo di professione, balzi e simili li alleni solo ed esclusivamente su pavimenti ad hoc, ad hoc elasticizzati e non sul normale linoleum o parquet), non rispecchiano in alcun modo quanto il praticante farà in combattimento. Ve lo immaginate un kudoka o un kick boxer balzare a piedi uniti contro l’avversario? E chi mai ha occasione di farlo nella vita quotidiana? Anche se hai da saltare una pozzanghera, prendi la rincorsa e salti slanciando avanti una gamba e recuperando l’altra. Vallo spiegare a questi Maestri ed allenatori e ai loro supini allievi!
 
“Nell’uomo autentico, si nasconde un bambino che vuole giocare”
(F. Nietzsche)
 




 

martedì 26 settembre 2017

E’ una scusa la sera



A volte faremmo di tutto per stare un po’ soli, dolcemente affondare nel petto e piano respirare, poi un rapido movimento di mani a ribaltare il cielo.
E nel fare e disfare e poi fare ancora, traccio nell’aria disegni rotondi che appaiono appena verosimili.
Se non fosse per un certo disagio nelle spalle, tra le scapole, sarebbe quasi bello questo lento roteare, questo circoscritto danzare.

E’ la pratica con l’anello di bambù. Antico strumento di allenamento, ormai, almeno qui in Italia, caduto in disuso, sempre che mai sia stato usato.
Mi diverto da solo con questo strumento, che se degli allievi rimasti negli anni solo uno a suo tempo lo comprò, gli altri non hanno colto l’occasione della chiusura dei locali in Simone D’Orsenigo per portarne via uno dei tanti che lì erano rimasti.
Lo assalgo, lo avvolgo, con gli avambracci e le mani, insignificanti movimenti che passano attraverso le immagini e mai mi permetto di dire che sia troppo facile, che resti tutto in superficie.

D’altronde, ogni praticante marziale, e l’adepto del Wing Chun non sfugge a questa prerogativa, è tale se sa fluire da un gesto all’altro, se la sua danza di mani e di corpo scivola letale senza strappi ed intoppi: per concatenare i movimenti, occorre sempre affidarsi ad uno spunto circolare, ad un eludere ed aggredire di spiraloide sostanza.

Tante volte, nel principiante come in chi venga da Arti e sport, comunque chiamati, impostati sul copiare le tecniche, copiare quel che il Maestro fa (praticamente tutti, che nessun docente pare avere alcun sentore di maieutica e buona andragogia), trovo una povertà nelle sensazioni propriocettive, nella coordinazione occhio / mano, che significa perdere ogni allineamento strutturale, braccia a smanacciare fuori dal corpo o, per l’inverso, gomiti rachitici imposti impacciati.
Imbracciando l'anello, le braccia sono fermamente “invitate” a gestire correttamente lo spazio vitale del corpo, quella sfera intima che il combattente sa di dover difendere ad ogni costo.

Allora, anello tra le braccia, fluido nella consapevolezza che aggiunge sensi e tratta la spossatezza con fare semplice e distaccato, come cosa quasi elegante, le braccia si piegano e si torcono, curvi corridoi a rapinare di spazio e distanza l’immaginario avversario che mi sta davanti, che mi aggredisce di lato.
Sono deltoidi, trapezio, il grande dorsale, a coordinare l'arrotondamento della schiena e collegare la colonna vertebrale mentre lavora la zona pelvica. Sono i muscoli profondi a dare l’impulso iniziale, mentre la gabbia toracica si espande da dentro, come un pallone a gonfiarsi.

Kwan Sao, Seung Gahn Sao, Po Pai Jeung, dietro questi nomi per noi impronunciabili, provati e riprovati con l’anello di bambù, si cela quella potenza di rotazione che, in natura, sorregge ed esprime tornado, vortici, rotazioni planetarie.
Così, nella pratica con l’anello, ci spiegano i “classici” e riprendono i Maestri più evoluti, se non nella didattica ancora stantia, almeno nelle conoscenze apprese ed aggiornate, come Tyler Rea, esponente Wing Chun del Lee Bing Choi lineage che si scosta dal più noto Wing Chun di origine Ip Man, i polsi aderenti alla circonferenza interna dell'anello inducono le braccia a ruotare attorno ad un punto di snodo artificiale. Dunque, “muovendosi le braccia in orbita intorno a questo punto di snodo artificiale, esse hanno una massa maggiore di quella che avrebbero fatto se l'asse di rotazione avesse attraversato l'area dell'osso ulnare e radiale, così come una superficie di deflessione maggiore”.

Allora io, in questa immacolata sala che ci ospita, prendo la scusa di una sera andata deserta, e, solo, cambio ritmo e respiro e con loro il gesto che muta così spesso. Che il posto è qui, qui quel formarsi all’adultità ed al coraggio che trasforma corpo e cuore, che induce le nostre impronte del vivere ad immaginare soluzioni diverse e diversi gli incontri.
Qui stasera, abbracciando un anello di bambù e domani chissà.

 

“Danza con le tue paure. Sorridi loro a cuore aperto.
Abbracciale e stai sereno: Ora sono tue amiche. Ora le riconosci come parte di te.
Ora tu sei loro e loro te.
E ti ritrovi più forte di prima”
(Tiziano Santambrogio)




martedì 12 settembre 2017

Abbi cura di te



Ascolti il tempo che si misura in impulsi, in singulti e rapide scivolate, a confondere e mescolare l’attaccare ed il difendere.

Senti cento e cento colpi che si infrangono nella mischia, nello scontro.

Vedi ombre di paura e di coraggio snodarsi, serpenti dal colore incerto, sul volto di ogni combattente.

Assapori una strada incerta, in cui senti che la vita non ti aspetta e sei tu che hai da addentarla, cuore e ardimento. E’ la voglia di essere felice, anche se questo significa non dare retta alla gente ed andare contro corrente.

La senti dentro la sensazione netta che, se il gioco sarà facile, qualcosa o qualcuno te la farà pagare.

Nessuno di noi, nemmeno io, nemmeno tu, ha poi così tanti anni da spendere passati ad aspettare o a rincorrere qualcosa, un bene o un incontro, che porti via l’incertezza o la fame ossessiva di un consenso e di un applauso, la paura di quello che sei o la tracotanza volgarmente esposta di quel che vorresti essere.

Nessuna certezza.

E’ questo che ti fa tremare i polsi?
E’ questo che non vuoi sentirti dire?

Poi, in sordina, ci sono quelli, ci siamo noi, a lottare di corpo ed emozioni, a simulare scontri e duelli.

Un gioco, che gioco non è, nel momento in cui ci butti dentro il tuo cuore, le tue paure.
Un gioco, che gioco lo è per davvero, nel momento in cui ti rappresenta nel tentativo di conoscerti e trasformarti.

Tre ore di azioni guerriere, di Arti di Combattimento, Marziali.

Se volessimo parlare di Tradizione, allora parleremmo di Arti Interne, che sono Tai Chi Chuan, eludere la forza che ti si para dinnanzi ed avvolgerla tutta fino a farla morire; Pa Kwa, danzare sfere e spirali attorno alla forza che ti si para dinnanzi e poi soffocarla; Hsing’I, tagliare e spezzare la forza che ti si para dinnanzi ed addensare la tua, volgendogliela contro.
Parleremmo di Wing Chun, filiazione cantonese di quest’ultima, brutale e letale.
Parleremmo di Kenpo Taiki Ken, magistrale sintesi delle prime, due a volteggiare, venti di guerra inneggianti a semplicità e spontaneità, fino abbattersi inarrestabili e potenti su ogni aggressore.

Ora puoi vedere ed ascoltare e sentire fin sotto la pelle il mio percorso, il nostro percorso, che può essere anche tuo. Percorso di adepti guerrieri, di aspiranti a divenire adulti consapevoli, autodiretti, indipendenti e coraggiosi

Questo praticare d’Arte, lo vieni a provare
 
Martedì o Venerdì?




martedì 5 settembre 2017

Una mappa preziosa




 
Le settimane di forzato riposo mi lasciano tanto tempo libero.
Ne approfitto per riprendere in mano “Gli Enneatipi in Psicoterapia” di Claudio Naranjo.
Gli Enneatipi sono una lungimirante interpretazione dei caratteri umani.
Incredibilmente solo sfiorati dalla sciocca manipolazione New Age che ha, invece, stravolto e depotenziato pratiche di tutto rispetto come altre già di per sé di scarso o nullo rispetto quali I Ching, Tarocchi e segni zodiacali (1), il loro studio è un acuto materiale in ogni pratica di aiuto, counseling o psicoterapia.
Sempre che siano saldamente nelle mani di un autentico conoscitore e non di un “apprendista stregone”.

Le origini dell’Enneagramma si perdono nei secoli, mischiandosi con culture, segni, simboli di diversa provenienza. Chi richiama una lettura simbolica dell’Odissea di Omero, chi la geometria sacra dei pitagorici e poi Platone ed i suoi seguaci.
Certamente in Occidente, fu Georges Ivanovic Gurddjieff (? – 1949) il primo ad esporre l’Enneagramma, attribuendone la conoscenza ad insegnamenti Sufi da lui ricevuti, e a farne uno strumento di lavoro per la crescita individuale.
Dopo di lui, la figura più eminente fu Oscar Ichazo (1931) che lo propose come metodo per descrivere i diversi aspetti dell’esperienza umana (2). Da lì, l’Enneagramma si diffuse negli ambiti più disparati, con ampi scontri tra i vari caposcuola.
E’ però innegabile che le mappe dell’io di provenienza sufi, della cabala e dei gesuiti, bene si integrino con le teorie della psicologia, riconoscendo nei nove aspetti tracciati dall’Enneagramma un terreno comune di integrazione della natura umana.

Claudio Naranjo (1932) è uno psicoterapeuta formatosi con diversi studiosi di prestigio, quali Ignacio Matte Blanco, psichiatra e psicoanalista, Carlos Castaneda, dottore in filosofia, scrittore e sciamano, Fritz Perls, psicoterapeuta e padre della terapia gestaltica, entrando a far parte della comunità di Esalen. Questa fu un autentico crogiuolo di idee e sperimentazioni, di cui, tra gli altri, fecero parte Alan Watts, cultore dello Zen ed autore di “Lo Zen e il tiro con l’arco”, quello che probabilmente fu il primo Maestro ad introdurre in Occidente il Taoismo ed il Tai Chi Chuan, il Maestro Gia Fu Feng, l’aikidoka e psicoterapeuta George B. Leonard (3).
Successivamente, Naranjo fece un percorso spirituale con lo stesso Ichazo, bruscamente interrotto per divergenze tra i due.
Io ho avuto la fortuna di assistere ad alcune sue conferenze e di studiare, nel mio percorso gestaltico, sotto uno dei suoi migliori allievi, Riccardo Zerbetto, psichiatra e psicoterapeuta.

La mappa non è il territorio” (espressione attribuita ad Alfred Kozrzybski, creatore della GS, la semantica generale), con questo avvertimento, possiamo avvicinare l’Enneagramma, e in particolare i nove enneatipi, così come proposti da Naranjo, come strumento valido per la conoscenza di sé.

Dei vari “schemi” dell’Enneagrama che affollano anche internet, mi piace proporvi quello che trovate in
nel caso vi foste incuriositi e voleste una lettura pur del tutto superficiale.

Se, invece, voleste saperne di più, ecco allora il corposo volume di Naranjo “Gli Enneatipi in Psicoterapia”.
Magari sarà il primo passo per intraprendere un autentico percorso su di sé, affidandovi, mi raccomando, a psicoterapeuti esperti e tenendosi lontano dai corsi e da “pacchetti” in stile New Age.
Il Centro Studi di Terapia della Gestalt ( http://cstg.it/ ), la scuola dove io ho studiato e mi sono diplomato nel 2007, è direttamente collegata con Claudio Naranjo e con il SAT, il percorso di crescita che lui propone e comprende lo studio / pratica sugli enneatipi)

Ah, volete sapere che “numero” sono io nell’Enneagramma? Non ve lo dico!!

 

1. In una rivista di psicologia, anni addietro, lessi di questo “effetto circo Barnum”, ovvero di come sia relativamente semplice costruire un oroscopo personalizzato che, in realtà, tale non è. Mescolando sapientemente affermazioni generiche, lusinghe e qualche dettaglio specifico, il soggetto viene ingannato e portato a credere che realmente sia il sui il soggetto di tali … panzane.
Una mia cara amica, la cui madre tutt’ora campa agiatamente confezionando oroscopi e lettura dei Tarocchi, me ne diede esempio “de visu”. Davvero, come pare abbia detto Barnum stesso, “Nasce uno sciocco al minuto”.

 
2. I puristi (anche qui, intorno all’Enneagramma, ci sono i puristi, i tradizionalisti ad oltranza, non solo nelle Arti Marziali!!) storcono il naso davanti a questa strada psicologica che, secondo loro, dimentica il grandioso costrutto che lega l’Enneagramma ad una dimensione più grande, evocativa e profonda, esoterica e mistica, presente invece nell’operare di Gourdjieff.
Le mie letture dei libri di Gourdjieff e dei suoi seguaci, l’incontro con uno dei pochi italiani ad essere stato introdotto alla “Quarta Via”, pur nel loro fascino, sono troppo poco perché io abbia anche solo un parere in merito.

 
3. Chissà che incredibile fucina di idee e pratiche fu Esalen, alla sua fondazione nei primi anni ’60, autentico centro di sviluppo del potenziale umano.
Pratiche corporee e psicoterapeutiche, esperienze di stati di allucinazione, meditazione, confronto serrato di idee, tutto concorreva a farne il fulcro da cui, successivamente, dipartirono uomini e scuole diverse tra di loro ma accomunate dall’identico amore verso l’uomo e la sua crescita e trasformazione.
Infatti, ad Esalen, in quegli anni, confluirono, oltre ai già citati, anche lo psichiatra Stanislav Grof, fondatore della “Respirazione Olotropica”; Richard Price, piscologo; Abram Maslow, fondatore della “”Psicologia Umanistica”; Ida Rolf, creatrice dell’omonima pratica di massaggio; Don H. Johnson, fondatore di “Somatics”; Alexander Lowen, psicoanalista, allievo di Wilhelm Reich e fondatore dell’” Analisi Bioenergetica”; Gregory Bateson, il padre dell’ “Analisi ad Orientamento Sistemico”; John Grinder e Richard Bandler, creatori della PNL “Programmazione Neuro Linguistica”.
Con loro, una giovanissima Joan Baez, agli inizi della sua attività di cantante folk e di attivista pacifista; Jeffrey J. Kripal, indologo; Frederic Spielberg, uno dei fondatori della moderna scienza dello studio comparato delle religioni.
Mi riesce difficile trovare una comunità altrettanto vivace e geniale, impegnata sulla creatività umana come forma espressiva basata sul piacere di realizzare la propria persona grazie ai propri autentici desideri e passioni, perché “La salute di un individuo dipende dalla possibilità di essere creativo, cioè di ‘autorealizzarsi’, e coincide con l’espansione fiduciosa delle proprie potenzialità, con il dispiegarsi delle caratteristiche neoteniche proprie della specie umana” (A. Carotenuto).

 

Post illustrato con foto scattate ad un recente pranzo con gli amici venutimi a trovare, dove Monica ci ha deliziato con piatti originali e gustosi ed io, a chiudere la malattia che mi aveva steso al tappeto, mi sono permesso un paio di bicchieri di vino. Evviva!!

 





 

mercoledì 30 agosto 2017

Un viaggio immodesto



 

 
LA PRIMA PARTE
si snoda in terra friulana

 

- E chi l’avrebbe mai detto di entrare in un gioiello minuscolo e prezioso come si è rivelata essere Cividale del Friuli?
Lunghi occhi di luce chiara ne illuminano strade e case. Mura solide, la cui bellezza m’incanta, come femmina dagli anni trascorsi senza che il dolore e le ferite del vivere ne abbiano scalfito il fascino, posandone invece su pelle e portamento la dignità di una sovrana.
Il silenzio e la pulizia e il parlare sommesso.
Pare quasi di attraversare un sogno, di passare  senza che io abbia lasciato un passato, di perpetrare un danzare, lento e lieve , in un tempo immanente, senza prima né dopo.
Sono i musei, le chiese, gli unici a dirmi che c’è stato un passato e, giocoforza, ora c’è un presente e, da qualche parte, un futuro.
L’Ipogeo celtico, sotterraneo, misterioso, anfratti di roccia, fango al suolo.
Visita intima, abbiamo chiesto le chiavi d’ingresso, solo in tre: io, Monica, Lupo e, ah già, la piccola Kalì, porta richiusa alle spalle.
Respiriamo il senso di un tempo lungo, lunghissimo, dove l’aggettivo “secolare” ora sì acquista il suo significato. Dove il senso di “storia” si fa senso profondo, a entrarmi nel ventre, a battermi nel cuore.
Ma anche il Ponte del Diavolo, leggenda di uomini che, incapaci nelle loro forze, al Diavolo chiesero aiuto. Solo un caso beffardo impedì che lo sciagurato patto stretto con il Signore delle Tenebre (“Possiederò l’anima del primo che attraverserà il ponte”) fosse rispettato.
Dai, Monica, fermiamoci a vivere qui!”. So già la risposta, che arriva immediata.
D’altronde, io e Monica, viviamo immersi in un continuo vorticare del Tao, bianco e nero, nero e bianco, coppia di opposti che insieme si attraggono e si respingono, gusti diversi, diversi in mille e mille aspetti e scelte e, per questo, finché le forze centripete avranno la meglio, INSIEME.

- Non manca una giornata intera dedicata ad Aquileia.
Quando leggo che è la “Piccola Roma”, mi viene da ridere e penso “Sì, come quella conoscente biondona che chiamiamo la ‘Marylin Monroe de noiatri’”
E, ovviamente, mi sbagliavo.
Aquileia  è davvero una piccola Roma, con resti di epoca romana, ottimamente conservati, a cielo aperto e disseminati ovunque, che ovunque ti giri trovi resti dell’antico impero romano.
Una lunga passeggiata tra i resti del porto fluviale, ci conduce fino al centro della città: chiese ed ancora scavi di rara bellezza.
Il Museo paleocristiano di Monastero è l’esatta rappresentazione di come deve essere un luogo di memoria per poter attrarre attenzione e partecipazione di ogni tipo di visitatore.
Un piccolo capolavoro in cui ci perdiamo e riperdiamo, in cui mi entra nella pelle il quotidiano del vivere di sconosciuti, i loro matrimoni e la loro morte, i loro litigi ed i loro amori.
Ovunque memorie di una civiltà che fu, a ricordarmi quanto siano piccole, minuscole, le briciole che compongono la mia vita e che, pur briciole che siano nel grande fiume della vita e dei secoli, dei millenni, sono però tutto quanto io abbia oggi e che mi rappresenta. Perciò, briciole preziose, uniche.

- Queste piccole, pregiate vacanze friulane, attraversano altre città incantevoli, tra l’imponente piazza di Palmanova e l’incredibile sensazione di solcare in auto il mare, a pelo d’acqua, per lasciarsi abbracciare dal porto e dalle case di Grado. Attraverso la burbera ma calorosa accoglienza della gente friulana; b & b incastonati in colline ubertose e distese di verde; cibo abbondante e vino di qualità.
Attraverso la commozione, il dolore, del Sacrario di Redipuglia.
Ricordo che brucia, giovani  immolatisi a difendere un suolo, una patria, dei valori.
Mentre qui, aitanti giovanotti dalla pelle di ogni colore scuro, lasciano morire la loro terra e scappano, inferociti nelle pretese di un lavoro e di mille comodità e garanzie, invadendoci ad ondate senza sosta, lassù, nel Sacrario di Redipuglia, il ricordo di chi non è scappato, di chi è rimasto a combattere perché io, tu, possa prendersi un gelato e fare figli, scegliere una vacanza e leggere un libro.
Come successe alle migliaia di uomini e donne che, oppressi dalla feroce dittatura fascista, non scapparono a pretendere sicurezza altrove, ma restarono a combattere, a morire, costruendo con il loro sangue quelle sicurezze, quegli agi, che i giovanotti dalla pelle scura ora pretendono anche per sé.
Sotto il portone dove abito, c’è una corona che ricorda la morte, il sacrificio, di due giovani ventenni antifascisti. Ogni volta che vi passo accanto mi commuovo, mi sento un privilegiato perché io ho amato ed amo, ho gioito e sofferto, in una parola ho vissuto ed ancora sto vivendo, mentre loro ben poco hanno goduto in un paio di decenni.
La libertà di vivere, mi insegnano costoro ed i morti del Sacrario, la si conquista nella propria terra, non la si pretende scappando. Lo devo anche per questi giovani morti per me, per te.
Ma questi sono i tempi della codardia e della sig.ra Boldrini, dei politici abbronzati e in giacca e cravatta che sentenziano di accoglienza e società multiculturale mentre vivono in luoghi sontuosi, protetti dal loro potere e dalle loro sfacciate ricchezze.
Un pensiero beffardo immaginare la sig.ra Boldrini vivere una vita da impiegato a 1.200 euro al mese in quel di viale Padova o piazzale Gabrio Rosa, pendolare sulla linea ferroviaria Milano – Mortara.
E, “intanto”, là, tra le montagne del Friuli e non solo, come anni dopo nelle stesse montagne o in altre, in città e paesi, italiani a magliaia morirono, sangue e suolo, mentre qui, ora, continua l’invasione dei codardi nella loro terra, ma spacconi e prepotenti nella nostra. Qui in Italia, dove grandi collusioni politiche, economiche  e mafiose; interessi ladri di italiani stessi e malaffare spicciolo; buonismo di chi ha sulle spalle, con il peso volgare della pedofilia diffusa e protetta, anche quello della spinta alla procreazione incontrollata, che i metodi anticoncezionali hanno ragione cristiana in Europa ma non in Africa, prosperano e si ingrassano anche sulla pelle di questi poveri disgraziati in fuga.

 

LA SECONDA PARTE
si avvia a rilento, colpito io nelle “parti basse” da un male tipico dei maschi di una certa età, che mi inficia il normale fare.
- Ciò non mi impedisce, raggiunti da Giovanni ed Elise in compagnia della loro vivace Luce, di andare insieme là, sulla diga del Vajont.
Tragico disastro voluto dall’incuria e dall’insaziabile sete di denaro dei soliti uomini di potere e senza scrupoli. Duemila morti, di cui centinaia i bambini.
Un’opera che là non doveva essere fatta ma là fu fatta. E la natura diede, 1963, il suo tragico responso, scaricando tonnellate di pietre e massi, sollevando un’onda gigantesca, radendo al suolo interi paesi, uno dopo l’altro.
L’orrore profondo che mi prende le viscere convive con il senso di inutilità di quanto accaduto: nulla impararono gli uomini di potere da quel genocidio.
Negli anni a venire, negli anni che sono questi, altri uomini di potere, chi apertamente e chi nascondendosi dietro alle leggi del “mercato”, hanno perpetrato altri crimini, grandi e piccoli.
Ma sempre innocenti, uomini, donne e bambini, incolpevoli, sono morti per saziare l’ingordigia e sete di denaro di pochi uomini di potere: la nube tossica a Seveso, le scorie di fonderia altamente tossiche smaltite illegalmente nel veneto, i rifiuti ed i roghi tossici nella “terra dei fuochi”, i veleni ammorbanti dell’ILVA di Taranto che hanno diffuso tumori tutt’intorno, la discarica di Bussi nel pescarese …
D’altronde, nella società dell’effimero e del “consumo senza uso”, dell’apparire forsennato e ridicolo su fb e dell’egoismo diffuso, della frustrazione e dell’invidia di massa verso chi ostenta ed ha di più (1), ovunque, le pecore abbondano, belanti e pronte ad essere tosate, mentre “Lor signori” se la ridono a crepapelle e preparano nuovi disastri, nuove eclatanti o silenziose stragi massa.

- I giorni in compagnia degli amici proseguono sereni, tra riflessioni profonde e chiacchiere amene, un “mezzo e mezzo” da Nardini e la scoperta di una Elise docente di matematica impeccabile, una gita in uno dei tanti laghi che circondano Bassano, qualche bicchiere di buon vino bianco e ipotesi di corsi marziali e di benessere nell’abbiatense.
Gli abbracci, la sera, sotto una volta di stelle luminose: Arrivederci a Milano!!

- Il libro di queste giornate estive è “Psicologia della paura”, di Anna Oliverio Ferrario.
Mi colpiscono queste pagine: “ Contatto fisico: la persona spaventata non si limita a sottrarsi al pericolo ma può cercare di raggiungere qualcuno che lo protegga e lo conforti attraverso un contatto fisico. E’ il caso, per esempio, del bambino che inseguito da un cane salta tra le braccia della mamma; ma è anche il caso dell’adulto che dopo un grosso spavento cerca conforto in un abbraccio. Di fronte a situazioni minacciose i bambini cercano istintivamente quel contatto fisico rassicurante a cui sono abituati fin dalle prime fasi della vita, tant’è che quando nei primi anni di vita questo tipo di conforto è stato insufficiente essi appaiono insicuri e ansiosi, a volte bisognosi in maniera eccessiva della presenza materna in una età in cui potrebbero ormai fronteggiare le normali separazioni quotidiane. Il problema di questi bambini è che non sono riusciti a interiorizzare quel senso di sicurezza di base che consente di affrontare autonomamente tante diverse situazioni di vita quotidiana.”
Ho sempre pensato che la giocosa voglia di lottare, di spingersi al suolo, fosse semplicemente dettata da una infanzia in cui tali giochi “maschi” fossero, per diversi motivi: madre apprensiva, scarsa o nulla vita “di strada”, assenti e/o vietati, e così ci fosse, finalmente, il piacere liberatorio di recuperare, pur adulti, una pratica giocosamente maschia.
Ora, però, mi sovviene una riflessione azzardata, forse irriverente.
Quest’ansia di voler lottare, ricercando, in uno scontro, subito il contatto corpo contro corpo, questo piacere nell’avvinghiarsi e stringersi l’un contro l’altro, quanto rimanda alla distanza infantile da un padre assente o iper – giudicante ed alla vicinanza ad una madre iper – protettiva e iper – accudente?
Chissà se la vita privata di costoro, degli amanti del buttarsi l’uno nelle braccia dell’altro, non veda, quand’anche adulti, una madre, o una moglie – madre, a sostenerli emotivamente, economicamente, in un habitat maschile dai contorni perlomeno incerti quando non ambigui?
Lo so, pare una riflessione paradossale, ma …para doxaaffermazione, proposizione, tesi, opinione che, per il suo contenuto o per la forma in cui è espressa, appare contraria all’opinione comune o alla verosimiglianza e riesce perciò sorprendente o incredibile”.
O forse è solo una superficiale elucubrazione che mi è venuta così, di getto, impigrito dalla brezza mattutina e dal cielo azzurro sopra di me.

- I giorni si susseguono.
Una gita ad uno dei più bei laghi d’Italia, il lago di Braies, incantevole, tanto che non mi sarei stupito di vedere danzare sulle acque qualche eterea ninfa. Da tornarci assolutamente.
I momenti di formazione marziale, soprattutto volti al Chi Kung ed al Tai Chi Chuan.
Le passeggiate in centro Bassano e nell’antico palazzo settecentesco che ospita la libreria Roberti; ad occhieggiare  i coltelli esposti nel negozietto di piazza Garibaldi; a bighellonare  sotto le mura di  ville austere, mentre il fiume Brenta ci scorre accanto; una camminata lungo gli argini del torrente Musone e una cena alla veneta presso la Caneva, la “cantina” che si affaccia nei pressi del Terraglio; una serata a Vicenza, il cui centro storico è tanto bello quanto affollato di vitaioli affaccendati a chiacchiere e bevute (2).
A giorni, il ritorno a Milano.
Beh, sono state le mie ultime ferie estive… dal prossimo Maggio, sarò in pensione e, dunque, SEMPRE in ferie!!

- Purtroppo, il “male tipico dei maschi di una certa età” ha il sopravvento e mi mette letteralmente in ginocchio, anzi, ripetutamente e dolorosamente in bagno.
Una visita specialistica in tutta urgenza, il rientro a Milano: quattordici giorni di letto e riposo, dieta in bianco, medicinali “a manetta”.
La “bilancia del corpo umano”, come viene chiamata quella ghiandola che mi sta torturando, ha dato il segnale che ogni limite l’ho davvero passato.
Allora, come dicono i taoisti: “Da una disgrazia, una opportunità”,
Due settimane di formazione marziale mancata, diventano, quando il dolore si è fatto meno lancinante, due settimane di pratica sulla postura: quando cammino per casa, quando mi siedo a leggere, quando mi sdraio sul divano a stordirmi di TV.
Diventano preparazione ad una pratica alimentare dove gli eccessi, una volta guarito, saranno tali e non la regola; dove imparare a dormire almeno sette ore per notte.
Diventano un altro, faticoso, passo nel mio cammino personale, di vita e marziale, incontro ad un tramonto che sarà bellissimo.

 

“Non esistono testimoni tanto terribili o accusatori impalcabili, quanto la coscienza che abita nell’animo di ciascuno”
(Polibio)

 

1 Personalmente, cresciuto in una famiglia economicamente modesta; in anni in cui frugalità e rispetto dell’uso consapevole erano valori ancora ampiamente diffusi; formatomi, tra il ’68 e gli studi e la militanza politica prima ed il percorso Gestalt dopo, una coscienza sobria e capace di dialogare con me stesso senza proiettare sugli altri le mie mancanze e debolezze; non sento un gran che di aspirazioni modaiole e consumistiche, di concorrenza con le altrui vanità. Ma pensando a chi ne è succube, a chi vive “un doloroso raffronto tra se stessi e gli altri, raffronto che può essere vissuto come svalutazione di sé” (Gli Enneatipi nella Psicoterapia, di C. Naranjo), mi sovviene un’espressione di Indro Montanelli: “Quando un italiano vede passare una macchina di lusso, il suo primo stimolo non è averne una anche lui, ma tagliarle le gomme”.
Anche perché, salvo per i “figli di papà”, averne una comporterebbe scelte, rischi, stili di vita frenetici, anche opere di malaffare certo, per cui, comunque, si ha da correre dei pericoli, si ha da “mettersi in ballo” .. si ha da avere, nella legalità o fuori, comunque ardire e coraggio e spirito d’iniziativa.

 
2 Quante belle soprese ha da svelarci la nostra Italia, nonostante l’incuria, il degrado, gli sfregi che autorità varie e “popolo bue” le sferrano ogni dì. “L’uomo che non è mai stato in Italia, è sempre cosciente di un’inferiorità” (S. Johnson), eppure guarda le italiche masse sgomitare per una qualsiasi meta, purché estera!!