venerdì 25 gennaio 2019

Gli uccelli




Serata d’inverno, uno spuntino succulento ed eccoci, io e Lupo, comodamente seduti al Teatro Menotti.
Ah, grazie Monica per averci suggerito questa opportunità!!
Infatti, con Lupo condivido la passione per il teatro, questa forma d’arte che resiste nei secoli, nei millenni, ai cambiamenti, alle innovazioni tecnologiche e che tiene splendidamente testa a tutte le nuove forme di spettacolo che le innovazioni tecnologiche hanno suscitato.

Quale miglior omaggio alla tradizione del teatro che assistere a

Gli uccelli

di Aristofane

Opera datata quattro secoli prima di Cristo ma che non perde, e sono trascorsi quasi duemilacinquecento anni, alcunché della sua lucida utopia e della sua capacità di divertire.
La trama è semplice. Evelpide (“lo speranzoso”) e Pistetero (“colui che persuade”), due cittadini ateniesi sfiniti dalle costrizioni della vita cittadina, si incamminano alla ricerca di un luogo dove la vita sia semplice e priva delle ingiustizie e delle storture di cui soffre Atene.
Una serie di avvenimenti li porta nel mondo degli uccelli e con loro fondano tra le nuvole una città libera e indipendente. Accolti da Upupa, il mitico Tereo, che per i suoi crimini era stato tramutato dagli dei in uccello, si accordano con lui e fondano Nubicuculia, convincendo tutte le razze di uccelli ad inseguire il sogno di un mondo per l'uguaglianza, senza leggi e senza denaro, contro l'avidità e la corruzione degli uomini e degli dei.
Non vi dico oltre.

La commedia tocca diversi temi, sempre attuali, ponendo domande a cui ogni spettatore darà la sua risposta, semplicemente in veste intellettuale o tenendo anche conto della propria esperienza personale.
L’utopia  di un mondo diverso, migliore, è un mare da solcare a cielo aperto lasciandolo però al sogno perché irrealizzabile? Irrealizzabile in quanto la storia ci insegna  che non c’è luogo in cui l’uomo, anche quando abbia trovato la  pace, rinunci alla sua sete di potere e prevaricazione?
O irrealizzabile perché “polemòs pater omnia” (il conflitto è padre di tutte le cose), dunque una società, una convivenza priva del confliggere, nascerebbe già malata, perversa e illusoria?
Ogni processo di elevazione già contiene in sé il ricadere in un mondo di pratica corrotta?
E questo vale tanto per l’individuo singolo come per la collettività?
Tornano antichi quesiti.
Per tranciare con l’accetta ciò che, in realtà, vorrebbe un’indagine più oculata:
Si nasce o si diventa?
Individuo o relazione? Dunque Parmenide o Eraclito? Condillac o Rousseau? Hegel o Schopenhauer?
Coscienza o incoscienza? La filosofia medioevale, W. Wundt, il pensiero cognitivo o J. Le Doux, O. Sacks, A. Damasio?
Passione o ragione? I sofisti o Platone? 
E se ponessimo la congiunzione coordinativa “e” in luogo della disgiuntiva “o”?
Operazione teorica, mi pare, perfetta, poi… sta al praticare (come sempre) la parte più ostica, sta al costruire, che è insieme distruggere, l’arduo compito di smentire l’ipotesi che ogni ricordo evocato violi le proprie origini.

Commedia dall’ampio spettro politico, per la stessa ragione tocca le corde più profonde dell’animo umano. Essa mi ha portato, ancora una volta, a interrogarmi su quel senso taoista che mi guida nelle scelte, sulla mia capacità di inserirvi i tratti dominanti di quella che viene chiamata “causalità circolare”: dove l’accettazione e comprensione del tutto non eviti di intervenire, di prendere posizione, per dare un indirizzo al volgersi delle cose.

Se, a prima vista, potrebbe suonare amara l’ultima battuta di Evelpide, mentre il compagno, tiranno e sposo di Basileia, la personificazione divina della sovranità, sta sul trono osannato da folle di uccelli: “Pistetero, torniamo a casa” , ci possiamo però trovare lo spiraglio per un tornare sui nostri passi come invito alla moderazione; di più, come invito a non evadere ma a sporcarci le mani nel “qui ed ora”, a guardare verso un’utopia come sogno di ardua realizzazione e non come sogno utopistico, ovvero irrealizzabile.

Certo, resta terrificante l’immagine di questa folla plaudente, di questi uccelli, non più liberi, ora chini sotto le brame e le storture del potere.
Ancora una volta lo spettro delle masse ignoranti e manovrabili, dell’elite come casta, della storia come luogo di potere per pochi in cui le masse fanno da sfondo o, peggio, da becero sostegno.

Spettacolo bellissimo, divertente ma…dalle domande insidiose a cui, io credo, nessun adulto sano ed autodiretto, nessun “guerriero” dovrebbe sottrarsi. Anche non conoscendo le risposte.

Al Teatro Menotti
Milano
Dal 17 Gennaio al 3 Febbraio

venerdì 18 gennaio 2019

La strada




Come sapete non sono un gran lettore di romanzi: sono, piuttosto, un divoratore di saggi.
Ma quel leggere, nelle pagine di uno dei pochi critici a cui do fiducia, di McCarthy come degno e forse unico erede di Faulkner, quel Faulkner che mi impressionò negli anni adolescenziali in cui era la letteratura a riempire la mia mente, mi ha indotto a raggiungere la biblioteca per prelevare
La strada”.

Ho scelto “La strada” banalmente spinto anche dall’omonima pellicola cinematografica: mai vista perché la crudezza con cui veniva presentata mi impediva di vederla con Lupo ancora piccolo. Una pellicola che, per i temi trattati, mi ha sempre intrigato.

Il libro tratta di un padre e un figlio (chiamati l’uomo e il bambino perché non c’è assolutamente nessun motivo per dar loro un nome) che viaggiano all’interno di un mondo distrutto da una non meglio specificata catastrofe. Il loro obiettivo è raggiungere il mare, sapendo già di non trovarci granché, mantenendosi vivi tra desolazioni della natura e incontri con uomini disperati disposti a tutto pur di sopravvivere.

Non una gran trama, non grandi azioni, non grandi e piccoli personaggi, niente passioni e sentimenti e tutto quel che, sempre, riempie ogni libro in circolazione.
E’ la “semplice” storia di questi due che mi è penetrata nel cuore, mi ha fatto mancare più volte il respiro, mi ha incupito dopo ogni sessione di lettura.
E questo suo essere romanzo appassionante ma portatore in me di una pessimismo tale da rovinarmi il sonno, mi ha indotto subito a chiedermi “Dove è la parte Yin in questo groviglio di Yang assassino e desolante?” “Perché non vedo la luce, anche piccola, anche flebile, in questo muro di tenebre color della pece che così mi atterrisce?”.

Per giorni e pagine del libro sono rimasto intrappolato tra queste due domande.
Poi, per cercare una via d’uscita, perché so che Yin e Yang, in proporzioni sempre variabili, danzano intrecciati tra di loro in ogni manifestazione terrena, qualsiasi essa sia; perché pratico e propongo le Arti Marziali come confliggere, come dura terapia d’urto per conoscersi e rinascere più sani e consapevoli, ho scomposto i grandi interrogativi in interrogativi più piccoli, più modesti.
- I bei ricordi, quelli che ti suggeriscono che hai ben vissuto, che è valsa la pena vivere, possono diventare un pesante fardello? Nei momenti bui, nei momenti disperati, diventano una risorsa, un appiglio a cui aggrapparsi per continuare a confidare in un futuro possibile oppure diventano un morbo che ti affloscia fino a spegnerti?
- Calato in una situazione complessiva ormai moribonda, dove la speranza ti appare come il vano delirio di un condannato a morte, cosa faresti? Ti lasceresti morire? Ti daresti la morte? o continueresti, appunto, lungo la strada?
- Posto davanti all’ineluttabile di uccidere per non essere ucciso, di  mangiare di tutto (carne umana?) per sopravvivere, ne saresti capace? In caso affermativo, sei certo di saper restare un uomo “buono” ( la parole del libro) o diverresti anche tu come i cattivi? Perché, nel libro, pare certo che padre e figlio siano i buoni ma... lo saranno per sempre? E quale è la differenza tra uomo buono e uomo cattivo? Perché togliere di mezzo e magari nutrirsene altri essere uomini pur di sopravvivere tu e chi ami è per forza roba da “uomini cattivi”?
- Avrebbe un senso e saresti capace di togliere la vita a chi ami per evitargli una sorte di reclusione, sofferenza e schiavitù? Nell’eventuale incapacità di farlo, quanto giocherebbe la speranza residua di un capovolgimento della situazione e quanto una inconfessabile vigliaccheria?
- Davvero, come si sono estinti i dinosauri, ci estingueremo anche noi e lo faremo distruggendo il nostro mondo e distruggendoci a vicenda? Bestie affamate ed impazzite?

Non è che a questi interrogativi abbia saputo dare una risposta, ma il covarli dentro mi ha permesso di continuare e finire questo splendido e struggente libro che mi stava mettendo KO.

Intanto, nel proseguire delle pagine, ho scoperto di emozionarmi fino alle lacrime per un padre a cui ogni giorno chiede un continuo sacrificarsi nel tentativo di fare sopravvivere a tutti i costi il figlio e l'uomo lo fa privandosi di tutto per darlo a lui. Un padre che protegge e difende il figlio: legge antica, è una cosa naturale, ma che sento, provo, ogni giorno in quelli che, al confronto del protagonista del libro, sono certo sacrifici piccoli, ma pur sempre privazioni, passi a lato, un mettersi in secondo piano per lasciare spazio al bimbo che diverrà uomo. Bimbo che … “porta il fuoco”, perché ogni bimbo, non solo quello del libro, porta il fuoco, la speranza.


 Libro cupo, capace di sradicare ogni certezza e infondere mille paure. Libro che pare prefigurare il destino di una società del consumo senza uso, dell’apparire frivolo, della malattia di ogni sentimento forte ed autentico, del lascivo perdersi in mollezze e disgustose ambiguità elette a quotidianità, a valore.
La nostra società, insomma.
E questo mi sconvolge, spingendomi ancora ed ancora a procedere nella mia personale “strada”, fatta di ricerca interiore, costruzione di relazioni sincere ancorché conflittuali, di piccoli mondi, come lo è stato e lo è tutt’ora lo Spirito Ribelle ZNKR, in cui coltivare, difendere e proporre una vitalità coraggiosa, autentica e sana.
Unico antidoto alla realtà de … “La strada”.
Leggetelo questo libro. Vi aprirà un mondo dentro.





venerdì 4 gennaio 2019

La risata del gabbiano













Risuona forte, risona stridula contro un cielo azzurro. A lei si uniscono, ali bianche, altre ed altre ancora risate forti.
Da Montale, minuscola frazione di un pugno di  case, siamo scesi a Levanto, mare azzurro ed una risacca che tambureggia senza sosta.

Un gruppo che si ritrova casualmente ai giardini Candia di Milano, tutti a portare a spasso il cane, è grazie a Mary, intraprendente donna giramondo, tra gli anni trascorsi in Africa e i ben venticinque ad Hong Kong, che nasce un minuscolo corso di Tai Chi Chuan. E’ più di un anno che il verde di quei giardini milanesi ci accoglie sereno, ogni Martedì mattina.
E siamo insieme a festeggiare l’anno nuovo che arriva, tra lunghe passeggiate su e giù per le colline o sul lungo mare, grandi mangiate e qualche sprazzo di pratica Tai Chi Chuan, fronte al mare e ancora le risate dei gabbiani a farci da sottofondo.
Praticare e sorridere, chiacchierare e gustare un vigoroso Syrah rosso, addentando salsicce alla brace.

Chi potrebbe affermare con sicurezza dove vada la Strada e dove vada a finire il giorno?
Ci sono diversi modi per arrivarci, si tratta solo di creare uno spazio, aprire un varco, stupirsi dello straordinario che sei in grado di cogliere nell’ordinario, nel quotidiano, nelle cose di tutti i giorni.
Sempre che tu scelga e riscelga ogni volta chi e come sei.
Allora tu realmente vivi e condividi con chi ti sta accanto questo tuo straordinario vivere.
Presenza, interesse, disponibilità e vitalità che, amalgamati con l’esperienza quotidiana, ci consentono di mettere le mani dentro la qualità della nostra vita. I suggerimenti che ne nascono, così familiari e semplici da comprendere, non sono però facili da impiegare. Essi vogliono uno stato di  attenzione al qui ed ora unico in grado di tenere alto l’ascolto e di non farci soccombere alla forza degli automatismi, delle ripetizioni.





Poi, i tramonti che sanguinano di un rosso cupo, le ville antiche a spiccare tra gli alberi, i cani a rincorrersi e a rincorrere gatti.
Il brindisi che segna il passaggio nel calendario.
E ancora quelle grida prima del ritorno a Milano.
Altra onda di vita che se ne va, inseparabile, indistinguibile, da quella che viene.
 

martedì 18 dicembre 2018

A tentoni nel corpo


Nei momenti di cambiamento chi è capace di apprendere eredita il mondo; mentre chi è già istruito si ritrova magnificamente attrezzato per funzionare in un mondo che non esiste più
(Eric Hoffer)

Pensate un po’ che è stato dimostrato che quando Io decido di fare qualcosa, che so, sfregarmi il viso, un attimo prima di quando Io decido di avviare quel gesto, i miei neuroni premotori (1) si sono già attivati. Pronti a chiedersi: E’ l’Io che decide di intraprendere l’azione oppure l’Io, la consapevolezza conscia in questo caso, altro non fa che prendere atto di una decisione già presa (attivata) altrove, nella profondità del corpo?
Dai “mattoni primordiali indivisibili” di Democrito, dal tentativo scientista di trovare un fondo unico e certo per ciò che chiamiamo materia, ecco arriviamo  a scoprire particelle sempre più inconsistenti di “materia”: quark, adrone, leptone, fermione. Energia senza forma alcuna.
E l’energia è presente in tutto ciò che ci circonda.

Allora comprendiamo che tutti gli organismi viventi sono, per così dire, “creativi”, rispondono, si adattano e mutano  in relazione ai diversi problemi posti dall’ambiente: impossibile studiarli come oggetti sottoposti alle leggi della chimica e dalla fisica ordinarie.
L’uomo, che è essere fisicoemotivo, non sfugge certo a questa regola.
Per conoscerlo / conoscersi veramente, più che i dogmi imperanti tra le cattedrali del sapere universitario (la facoltà di scienze motorie), più che le pratiche di allenamento per atleti finalizzate alla performance sportiva, occorre quel “brancolamento sperimentale” di cui scriveva il pedagogista Celestin Freinet (2). Ovvero, più che luogo da controllare ed indirizzare verso un unico obiettivo, il sé-corpo è un luogo in continuo mutamento “da animare ed ascoltare” (I. Gamelli “A piedi nudi nel parco”.

La pratica corporea, di movimento, come io la intendo, la pratica marziale, del saper stare nel confliggere, che io propongo, non è ginnastica, fitness per modellare un corpo altro da me, per lucidare la carrozzeria o aumentare la cilindrata del motore di un corpo-macchina.
Non è neanche, per citare Luciano Marchino, psicoterapeuta e formatore, quel cosiddetto ego-building che utilizza la pratica psicocorporea per farti sentire autorevole ed assertivo: Tu sì che sei a posto, sei in gamba!!
Nemmeno  è soul-building: Ovvero inanelli corsi di Yoga e Tai Chi Chuan, qualche incontro di meditazione buddista e mindfulness (3),ascolti attentamente il Maestrone che parla di psico e meta fisico, leggi libri sull’ascesi, viaggi in qualche posto esotico e … non fai nulla per cambiare di te e delle tue relazioni con gli altri, nulla del tuo vivere, tant’è che, magari, uscito da una linda e rilassante serata di meditazione vipassana, davanti alla gomma a terra della tua auto, ti incazzi e la prendi a calci, fuori di casa continui a lamentarti del marito o moglie, sopporti a malapena quei dolori alla schiena o al ginocchio giustificandoti che è l’età che avanza, non scegli mai dove e come stare nel mondo annichilendoti nella tua “cuccia” o muovendoti freneticamente, come una mosca impazzita che sbatta contro un vetro, senza mai davvero uscire.

Anche per questo, pur apprezzando tantissimo le pratiche corporee dolci e introspettive ed esortando anche i miei allievi a parteciparvi, non posso esimermi dal mostrarne due “buchi” fondamentali.
Il primo è il riflesso del fenomeno ingannevole che si attua all’interno  della mente di ognuno di noi quando comunichiamo con noi stessi:  nel sentire, nella comprensione e nel ragionare siamo sempre condizionati dal linguaggio, corporeo, verbale e para verbale, che siamo soliti utilizzare. I codici comunicativi che utilizziamo, fatti nostri grazie allo studio ed alle esperienze, sono le cornici dentro cui montiamo l’immagine del quadro e che inevitabilmente lo condizionano (4). O, come ripeto spesso in pedana, quando uno parla tra sé, ha sempre ragione, è solo quando si confronta con un altro che ha l’occasione di aprirsi e coltivare dubbi e fare nuove conoscenze. A questa legge, a questo condizionamento, non sfugge nemmeno l’ascolto corporeo. Per questo, ogni metodo dolce ed introspettivo di movimento e sapere corporeo, manca del confronto continuo e anche conflittuale con l’altro: l’unico in grado di dirci se la strada intrapresa sia quella migliore. Per questo trovo che la pratica marziale, almeno come noi la intendiamo e proponiamo, con il suo continuo relazionarsi all’altro da sé, sia l’unica in grado di farci conoscere, crescere e trasformare. Nessuno è una monade. La nostra stessa struttura, o chiamatela postura ( a seconda del “credo” che seguite), insomma il nostro stesso semplice stare in piedi, risente e si modifica a seconda dei mutamenti indotti nella stessa giornata dalle nostre emozioni e dagli incontri con gli altri e l’ambiente in cui operiamo. Figuriamoci, poi, quando andiamo a lavorare sul movimento!!
Ecco entrare in gioco la seconda osservazione critica: Sovente, questi pur ottimi metodi dolci ed introspettivi, partono, ma poi restano ad operare prevalentemente in posizione supina o prona, ovvero in mancanza del confronto (ancora la relazione conflittuale, ma, sappiamo “polemòs pater omnia”!!) con la forza di gravità, col magnetismo terrestre (5)

Solo una pratica corporea che contempli il relazionarsi con i mille sé che compongono ognuno di noi e contemporaneamente con l’ambiente (cose e persone) in cui viviamo, è pratica completa, trasformatrice e performante.
Parlo, e propongo dunque,
qui allo Spirito Ribelle ZNKR nei corsi e seminari di Arti Marziali
e negli incontri, di gruppo o individuali, di Body Counseling,
di un impegnativo tanto quanto affascinante percorso di sviluppo personale, fisicoemotivo, fisicopsichico.

Di contro
ad un corpo di cui molto si parla,
o di un corpo su cui molto si lavora, molto si manipola, come se fosse estraneo, materia da modellare,
o di un corpo su cui si pretende un ascolto e una trasformazione monadista, dunque già morta,
io propongo
struttura, portamento, gestualità, azione nello spazio e in relazione con spazio e ambiente,
come significato di noi e delle nostre relazioni, come emos-azioni.



Le capacità sensoriali posso essere divise in due categoria per quanto riguardo il nostro contatto con la realtà:
-           quelle orientate verso il senso interno del sé, che, tra l'altro, ci radicano alla realtà personale,
-           quelle orientate verso la nostra relazione con l'ambiente.
In mancanza di sensazioni chiare ed accessibili, perdiamo il contatto con i bisogni, con il nostro stato organismico presente, la nostra collocazione nel mondo, la nostra relazione con l'ambiente. Le sensazioni corporee sono un mezzo primario per radicarci nella realtà del sé e dell'ambiente. Esse costituiscono anche il mezzo attraverso cui possiamo limitare, distorcere o confondere il nostro senso del sé e dell'ambiente
(  J.K. Kepner “Body process”)













 1Esperimento di Libet (1977): noi abbiamo l'idea di cominciare a muoverci e quindi comincia la catena di eventi legata al movimento. Libet dice al soggetto di premere un pulsante, e quando sente la volontà di premere il pulsante, guardare l'orologio e dire che ora è; riporta che i soggetti programmano l'azione 206 msec prima del movimento (dovuto probabilmente al tempo dovuto a guardare l'orologio) Ma la programmazione corticale comincia un secondo prima; la consapevolezza così sembra seguire e non innescare l'intenzione di muoversi (e quindi causarla). La coscienza sembra così un epifenomeno. 206 secondi prima i soggetti hanno l'intenzione consapevole di agire (sanno di voler agire) però in realtà l'intenzione (inconsapevole) parte un secondo prima a livello corticale. (https://www.tesionline.it/appunto/Corteccia-premotoria/984/2)

2. “(…) cioè moltiplicazione delle prassi e costruzione di uno spazio – ambiente vissuto, altri da vivere, altri da progettare”. (M. Camerucci “Psicomotricità: equilibrio tra mente e corpo”)

3. Nelle settimane scorse, ho partecipato ad una serata di presentazione di Mindfulness. Non vi tedierò su cosa sia. Qui mi è sufficiente scrivere che, con un nome all’americana, sono state raccolte ed assemblate alcune delle pratiche che compongono l’immenso sapere taoista di Chi Kung e Tai Chi Chuan. Niente di nuovo, insomma, e molto che sa di raccogliticcio. D’altronde, dare un nome nuovo, “alla moda”, a una cosa vecchia può renderla più appetibile al grande pubblico. Niente di male in sé, è una tecnica sovente usata in pubblicità, nel marketing occulto. Certo, si perdono così le autentiche radici del sapere che vi è dietro, si resta alla superficie di un sapere enorme e radicalmente trasformatore. Beh, magari qualche cliente, dopo aver abboccato al prodotto col nome accattivante, che soddisfa l’esterofilia diffusa, si interrogherà su cosa c’è oltre, dietro, e scoprirà il tesoro autentico!!

4. “Gli autoinganni cognitivi sono la regola e non l’eccezione del nostro funzionamento mentale, così come le abitudini ci intrappolano in copioni di percezione apparentemente spontanei, ma che in realtà sono frutto delle nostre esperienze reiterate” (G. Nardone “Sette argomenti essenziali per conoscere l’uomo”).

5. Mi è capitato più volte di imbattermi in docenti – esperti di corpo e movimento del tutto improponibili, sia nell’aspetto che nella postura e nel movimento
Ricordo un ometto sgraziato, con in mano appuntate su un foglio (!!) le indicazioni da dare per praticare le vivaci meditazioni di Osho che ci proponeva incespicando e farfugliando confuso… però menava vanto dell’essere uno shiatsuka e praticante di Kendo. Una gentile signorina, in sovrappeso di almeno 40 kg., vergognosa del suo corpo tanto da rifiutare qualsiasi timido approccio alla nudità, ma … anche lei, come il succitato, era docente qualificata a formare esperti del corpo e del linguaggio corporeo. Una impacciata signora, anche lei in sovrabbondanza di peso, incerta nello stare in piedi e incapace di affrontare qualsiasi vigoroso contatto fisico, ma … anche lei, pur se di altra e diffusa “parrocchia”, docente in una scuola demandata a formare professionisti del corpo e del linguaggio corporeo proprio a partire dal radicamento (!!).
Insomma, io sarei credibile come personal trainer in una sala di body building? Prima ancora del mio disinteresse verso pesi e macchine, della mia distanza da quella ristretta e distorta concezione del corpo, sarebbe il mio aspetto a tradirmi: nessun intricato groviglio di rigonfiamenti sparsi sul corpo e niente movenze impacciate e costrette.


mercoledì 28 novembre 2018

Il mio volo libero




 A chi non è mai capitato che qualcuno gli chiedesse di scendere dalle nuvole, di smetterla di solcare i cieli più ampi ? 
Anche a me.
Che fosse un professore accidioso ad insultare il mio sogno di cambiare il mondo.
Che fossero una paio di giovani dottori, al capezzale di un letto d’ospedale, guardando mia madre per dirle “Non guarirà e se mai guarisse, non tornerà normale”.
Che fosse un amore grande, troppo grande, a voler mancare una vita frugale nelle cose materiali eppur grandiosa nei sogni e nel suo volare.
Che fossero uno, dieci, cento fine mese a “tirar la cinghia” per non cadere, mentre quello sprezzante “Sei un pezzente”, uscito forte da una bocca amata, mi rimbombava sempre nella mente.

Ebbene, ora sto ancora più in alto. 

Non so se siano le ali, pur stropicciate dal vento avverso, gyaku – fu, quel vento contro a volte cercato a volte per caso incontrato, ma sempre distese ad accogliere indistintamente soffi e brezze e tempeste.

Non so se sia il curioso desiderio di incontrare, di accostare, di mescolare. Oppure quello di donare quanto appreso a chi, perso nei boschi, intrappolato nel fango del terreno, guardi su in alto verso un tracciato di libertà e liberazione.

Sarà l’ascoltare, che è abbracciare il tempo senza dargli limiti definiti, che è disponibilità ad accogliere il dissenso. Perché ci vuole tempo per ascoltare, ma anche per permettere ai gesti ed alle parole, pure a quelle avverse, a quelle al momento distanti, di entrare dentro in noi. Ed ascoltare, accettandolo, il tempo che occorre perché gesti e parole e incontri diventino la nostra personale saggezza e non una vetrina per bellimbusti, saccenti, capitan Fracassa, o peggio, una chiesa di fanatici adoratori di un’unica Verità.

Sarà l'apprendere per poi incoraggiare chi mi accompagna nel volo, nel viaggio, a farne uso nella vita di tutti i giorni, anche se questo significasse smarrire i contorni del passato, volti e figure, per andare verso un orizzonte talmente aperto da fare paura.

Sarà il volare a spirale, cerchio dopo cerchio ad inanellare, che è testare, che è provare.
Perché solo verificare ciò che impariamo toglie scorie e sabbia lasciandoci fluire senza intoppi e bugie raccontate persino a noi stessi. Ho visto troppe verità segrete mai sperimentate, troppe banalità assurte a preziosismi rari, troppi docenti e allievi  mai mettere in pratica ciò che insegnano o imparano.

Sarà l’inesorabile passo di In yo gogyo, dove gli opposti ed i cinque elementi si incontrano e scontrano per partorire sempre nuove vite e lasciare accadere vecchie morti. 
Perché solo quando qualcosa raggiunge il suo estremo sviluppo, allora muta nel suo opposto. Altrimenti, di contro alla fede ottusa in un’unica direzione, comunque ci si imprigiona nel consumismo senza uso, nel rubare qui e là mischiando, apprendisti stregoni, e mai realmente trasformando, mai crescendo.

Sarà l’assumersi la responsabilità per ogni atto, di più, per ogni pensiero.
Perché come è certo che nessuno può fare il percorso al posto nostro, così è certo che ogni nostro agire ci riconduce a noi stessi. Inutile sottrarsi o scaricare su altri. Inutile posticipare a quello che sarà il momento giusto o nascondersi dietro e dentro le faccende quotidiane. O sei Tu o non lo sei. Non raccontare balle!!

Allora, viaggiare dentro di noi, che sia un volare nel cielo o un solcare il mare aperto, un camminare tra boschi e sentieri o uno scavare sotto la crosta della terra, è un ricco Tao.

Un Tao dove non trovi ricette e pozioni e manuali d’istruzione, quanto piuttosto un atteggiamento di fondo, una disponibilità, un’attitudine, che noi italiani invece abbiamo tradotto storpiandolo in “forma”: Cristallizzazione di una vita, carapace di un essere che è vivente, fissazione di ciò che è sempre movimento.

Un Tao che ci permette di coltivare sentimenti coraggiosi e generosi, di concepire comportamenti efficaci: Anche la tecnica più precisa, se non si fonda su un atteggiamento che rispecchi sinceramente chi siamo e come stiamo viaggiando, resta vuota astrazione, è un falso, un orpello che non ci rappresenta

Quando scopro che ciò che io, o tu, o lei, o lui, pensavamo impossibile almeno riusciamo ad immaginarlo; quando riusciamo ad immaginarlo dentro di noi, sorta di reverie dove la coscienza pulsa ad una intensità tanto  impercettibile quanto capace di ricondurci alla dimensione originaria dell’essere dell’uomo di fronte al mondo e del comparire del mondo all’uomo,
allora, e solo allora, diventa possibile realizzarlo.

Un antico detto recita:” Benché numerosi siano i sentieri ai piedi della montagna, coloro che arrivano in vetta vedono tutti la stessa luna”. Ma perché sia così, hai da metterti in viaggio ora, volando nel cielo o navigando il mare, camminando tra boschi e sentieri o scavando sotto terra, e non hai da fermarti mai.













giovedì 22 novembre 2018

Anatomia & Tai Chi




Molto entusiasmo, molta voglia di fare, tra le allieve del corso Tai Chi Chuan ai giardini Marcello Candia, Milano.
Tant’è che una di loro, Teresa, mi porta, per un parere, il libro che ha appena acquistato:
Anatomia & Tai Chi
di David Curto Secanella e Isabel Romero Albiol

Il libro si presenta molto bene, con un formato che mi cattura immediatamente, una grafica semplice e di immediata comprensione e dei caratteri facilmente leggibili.
Ben venga un testo così preciso sull’anatomia del corpo umano relativamente alla pratica del Tai Chi Chuan. E capisco che Teresa, medico, ne sia stata attratta.
Certo, condensare in un libro l’enorme tesoro di saperi che sta nel Tai Chi Chuan, credo sia impossibile.
Con questa debita premessa e una volta chiarito che ogni pubblicazioni onesta sul Tai Chi Chuan è benvenuta, e questo “Anatomia & Tai Chi” è onesto nella sua esposizione e contribuisce, almeno in parte, a colmare una lacuna sul piano strettamente anatomico, veniamo, brevemente, a ciò che non condivido, a ciò che, per me, manca.

Non condivido l’inserire lo stretching come parte importante nella pratica.
Credo che nel corpus del Chi Kung e del Tai Chi Chuan sia già  presente ciò che serve a “preparare il muscolo all’attività, incrementandone capacità elastica e rilassamento” (pg. 45).
Di più, sono convinto che il sapere di queste due Arti comprenda un preciso lavoro che investe il sistema miofasciale ( assente invece nel libro), ovvero quel sistema che avvolge ogni muscolo, ogni organo viscerale.  Tale involucro, da un lato costituisce una rete che sostiene, collega e separa tutte le unità funzionali del corpo, dall’altro, sotto la pelle, funge da contenitore per tutto il corpo.
Arriviamo così al corpo come tensostruttura in cui l’esatto rapporto tra tensione e rilassamento (rilasciamento)  è ciò che lo fa ben funzionare.
Ne hanno scritto sia autori lontani dalla pratica Tai Chi Chuan come Massimo Soldati, psicologo e psicoterapeuta, che si occupa di dell’Integrazione Posturale Transpersonale; Jader Tolja, medico e ricercatore, divulgatore dell’Anatomia Esperienziale; sia praticanti della Scuola Tai Chi Chuan del Maestro Gianfranco Pace.
Per restare nel campo “libri”, ci pensò già Mantak Chia, in Italia negli anni ’90, a lasciarci una visione ben più complessa e completa nelle sue svariate opere, per esempio in “Tao Yoga, Chi Kung dell’energia”.
Personalmente, se volessi integrare affidandomi a pratiche occidentali, per la mia formazione ed esperienza virerei sul metodo Feldenkrais.
Non certo sullo stretching, a cui, probabilmente tra i primi nelle Arti Marziali, mi avvicinai nei primi anni ’80 per poi lasciarlo perché nient’affatto convinto della sua utilità, tanto più ora che la sua divulgazione ha portato frotte di runners e clienti di palestre a rovinarsi praticando esercizi strampalati e del tutto dannosi.
E non sono certo in cattiva compagnia:
Secondo uno studio pubblicato sul “British Medical Journal”, scaldare i muscoli con lo stretching prima di qualsiasi attività sportiva potrebbe essere una perdita di tempo, perché non serve a prevenire gli stiramenti o a ridurre i dolori” (pubblicato in “Le Scienze” Settembre 2002)
Lo stretching non è il miglior mezzo sul quale basare la fase di riscaldamento pre-gara e/o pre-allenamento (…) L’utilizzo dello stretching nella prevenzione del fenomeno del delayed muscle soreness (1) apparirebbe ingiustificato e sostanzialmente inutile” (pubblicato in “Sport e Medicina” Dicembre 2007)

Più in generale, in “Anatomia &Tai Chi” manca del tutto una visione olistica del corpo,
dell’individuo come sé fisicoemotivo.
Si resta ancora al corpo macchina, quello su cui lavorano gli ossessionati del corpo che affollano le palestre o gli atleti che tuttalpiù ci aggiungono una spruzzata di psicologia: portatori di riduzionismo positivistico (2) e di una concezione scientista (3) e nient’affatto scientifica dell’individuo, del corpo e del movimento.
Alla faccia del pensiero taoista o, per restare nella nostra cultura e a tempi più recenti, al pensiero ed alle pratiche di quei numerosi ricercatori che hanno esplicitato come corpo e movimento rivelino chi e come siamo e siano alla base delle nostre azioni, delle nostre sensazioni e delle nostre emozioni.
Giusto qualche nome:
Ida Rolf, medico e  fondatrice dell’omonima pratica tesa a ristabilire l’allineamento naturale e l’integrazione strutturale del corpo;
Rudolf Laban, danzatore e coreografo, per il quale l’uomo, attraverso movimento e danza, può divenire  padrone della propria energia vitale, muscolare ed emozionale;
Moshe Feldenkrais, fisico e ingegnere, fondatore dell’omonima pratica che utilizza il movimento per arrivare alla consapevolezza di sé e migliorare la funzione;
Stefania Guerra Lisi, artista e docente di discipline della comunicazione, ideatrice del metodo della Globalità dei Linguaggi.
Purtroppo, la massa resta (ed è fatta restare….) ben ignorante e soprattutto illusa.

Ma il Chi Kung è davvero così poca cosa?
Quanto sopra, concisamente espresso, per esempio, da Vincenzo Bellia in “Dove danzavano gli sciamani”:
Il movimento è in sé “azione interpretativa”: interpreta contenuti psichici ed emozionali portandoli nel gioco interpersonale, interpreta i movimenti ai quali risponde, in una co – creazione simbolica che porta alla luce le dinamiche intrapsichiche”,  mostra l’estrema povertà delle pagine dedicate al Chi Kung.
Solo posizioni e tavole anatomiche.
Del Chi Kung che resta?  Della sua capacità di trasformazione, diciamo pure alchemica, che resta? Nulla. Solo figure, esercizi di puro stampo “ginnico” e, pur restando colpevolmente dentro al territorio meramente “ginnico”, gli autori non si rendono conto che, comunque e inevitabilmente, ogni postura, ogni portamento, investe l’aspetto “tutto” dell’individuo. Allora è necessario esserne consapevoli ed agire di conseguenza!!
Sì perché: “La personalità fisica non è qualcosa di separato, di estraneo, o di differente dalla psicologia dell’individuo, ma è parte di un’entità psicofisica interna covariante” (Ida Rolf in “Rolfing”).
Allora, poiché ogni gesto, ogni atto corporeo, è simultaneamente un investimento psichico, almeno proporre  sequenze di figure e gesti che di questo indissolubile legame siano consapevoli ed agiscano di conseguenza.
O, per restare in un campo forse più accessibile  agli inconsapevoli portatori di un gretto riduzionismo positivistico, ancora Ida Rolf: “Gli uomini sono soggetti sia alle leggi del mondo materiale sia a quelle dell’energia. I corpi umani, le case, le automobili, gli aeroplani, tutto ciò che esiste nel mondo tridimensionale è strutturato secondo le regole della meccanica. Tale suddivisione basilare della fisica si occupa degli effetti prodotti dall’involucro dell’energia terrestre – il suo campo gravitazionale – sulle cosiddette ‘particelle materia’ e sui loro aggregati. Tali particelle non sono semplicemente ‘materia’, ma sono anch’esse campi energetici. Tutti gli aggregati di materia manifestano energia a qualche livello” (ibidem).

Toccato sul vivo, non ho apprezzato il capitolo dedicato allo Zhan Zhuang.
Riferendosi al Maestro Wang Xiang Zhai (1886 – 1963) come fondatore di tale pratica, gli autori di “Anatomia & Tai Chi” si dimenticano
che l’Arte del Maestro nacque da una serrata critica a come si erano ridotte le Arti Marziali interne, Tai Chi Chuan compreso;
che lo Yi Quan (Dachengquan), l’Arte da lui creata, è una completa pratica di salute e combattimento;
riducendone, invece, la portata ad una ennesima serie di posizioni statiche, del tutto anonime e nulla più.
Invece:
E’ una attitudine di pugilato che desidera prendere la quintessenza di tutte le scuole di pugilato cinese” (Guo Guizhi in “Dacheng quan” traduz. mia)
Così come gli schemi di boxe sono in gran parte invenzioni, anche i metodi sono paccottiglia che va contro i principi della boxe e impedisce ai praticanti di mettere in gioco i propri istinti” (Wang Xuanjie in “Dachengquan”)
Un albero immobile è vivo e cresce incessantemente, fino a quando diventa forte e solido. Ispirati forse da questo fenomeno della natura, i nostri antenati hanno inventato questo modi di allenare la postura dell'albero” ( Yu Yong Nian in “ I Chuan” trad. mia)
Come praticante e docente della versione giapponese dello Yi Quan, ossia il Taiki Ken, mi premeva dare a quest’Arte affascinante la sua giusta dimensione.

Scritto ciò, “Anatomia & Tai Chi” resta un libro onesto, dignitoso, a cui attingere consci che
l’Arte del Tai Chi Chuan è ben più complessa e radicalmente trasformatrice
di quanto in esso compaia, di quanto sia possibile racchiudere in un testo.

Ovviamente, riprendendo Carl Gustav Jung; “ciò che la Cina ha costruito impiegando migliaia di anni, non può essere afferrato dal ladro. E’ necessario guadagnarselo per poterlo possedere”, ( cit. in “Taiji Quan” di Horwitz, Kimmelman, Lui) occorre praticare intensamente, appassionatamente e … bene.
Come facciamo noi dello Spirito Ribelle ZNKR.

1. Sono così chiamati quei dolori ad insorgenza ritardata, ovvero dopo giorni, post allenamento.

2. Considera il mondo umano retto dalle stesse e, in questa concezione, immutabili leggi che dominano il mondo fisico, negando all’individuo qualsiasi libertà di scelta.

3. Esaltazione acritica del potere della scienza, si fonda sull’idea che il progresso scientifico-tecnologico possa risolvere di per sé tutti i problemi sociali e umani e che la scienza possa cogliere in modo assolutamente oggettivo la realtà in sé, prevedendo in modo infallibile gli sviluppi dei fenomeni studiati. Nell’accezione comune, scientista è chi sia cieco difronte ai cambiamenti che avvengono nelle scienze stesse e che ne indirizzano diversamente scoperte e affermazioni.