giovedì 10 aprile 2025

Di poeti, di anarchici, di ribelli e di eterni sconfitti al tavolo di gioco della vita

 L’elenco sarebbe lungo, lunghissimo. Perché sin dagli albori dell’umanità hanno vissuto singolari individui capaci di incarnare lo spirito ribelle e sovversivo di chi non canta mai nel coro e non si perita di doverne pagare le conseguenze. Di chi cerca oltre l’orizzonte non per narcisismo, per stupidità, per un malato delirio di onnipotenza, per una fede smisurata e incrollabile in una ideologia, ma per quella genuina sete di sapere mai disgiunta dal sapore beffardo dell’autoironia prima ancora che dell’ironia, dal gusto del maramaldeggiare facendosi beffe del conformismo e delle convinzioni dominanti, dal prendersi sul serio il giusto senza mai innalzarsi sul piedistallo.

Dei tanti, tantissimi, che hanno legittimamente posto nell’elenco, qui mi piace ricordare due uomini agli antipodi tra di loro per collocazione ideologica, per ruolo professionale e sociale, per importanza nella storia grande, per destino.






Ezio Vendrame, calciatore degli anni ’70, di cui lo scrittore Gianni Mura così ebbe a scrivere: “Uno che sostiene che il gol è la cosa più insignificante di una partita, che è molto più divertente mirare il palo, uno che una volta ha dribblato il portiere e poi, a porta vuota, è tornato indietro perché anche un portiere è un uomo e bisogna dargli un’altra possibilità, uno così non deve fare carriera. E non vuole farla”. Con quella testa, Vendrame non sfondò nel grande calcio. Morì a 72 anni per un male incurabile dopo che dal calcio era passato allo scrivere libri e poesie.

Giuseppe Rensi, considerato, da chi ne ha studiato la vita, il padre putativo del fascismo. A lui, militante a sua volta del socialismo rivoluzionario, si deve l’aver portato Benito Mussolini da radicate posizioni socialiste, attraverso l’interventismo, al fascismo.


Rensi ebbe ruoli importanti all’interno del Partito Socialista, tanto da essere direttore de «Lotta di classe» e collaboratore sia con la «Critica sociale» di Filippo Turati che con la «Rivista popolare» di Napoleone Colajanni. Costretto, in seguito ai moti milanesi del 1898, a lasciare l’Italia e a rifugiarsi nel Canton Ticino, lì avviò la sua conversione verso idee di stampo fascista. Fu elogiatore di Lenin, considerò il fascismo l’applicazione coerente delle teorie rivoluzionarie di George Sorel (1) ai ceti medi viste come nuovo socialismo. Una volta che il fascismo divenne regime di potere, gli si rivoltò contro, fedele al suo motto “Dalla parte di vinti e mai dei vincitori”. Da dissidente, fu incarcerato più volte e privato della cattedra universitaria.

Un ribelle “piccolo”, insignificante al palcoscenico della grande storia, e un ribelle che in quel palcoscenico ha avuto un ruolo di levatrice di profondi mutamenti, gravi tragedie.

Mi pare di riconoscere in Vendrame e Rensi due individui che scelgono deliberatamente di porsi controcorrente. Mentre molti di coloro che compiono questa scelta lo fanno nell’ansia di essere accettati, non da tutti indistintamente, è ovvio, ma dal loro ambiente, dalle persone che ammirano e di cui desiderano il rispetto e la considerazione, loro invece si sono posti proprio fuori e contro il loro ambiente: il primo l’ambiente da cui traeva la ‘pagnotta’ ed avrebbe potuto trarne successo, il secondo l’ambiente che lui stesso aveva contribuito a costruire.

Non ho una morale da trarre da quanto scritto sopra, né indicazioni di percorso

per chi volesse ascoltarmi.

Mi piace però pensare che essere un autentico ribelle significhi rinunciare alla illusione di un controllo totale sulle cose e di conseguenza tollerare la paura e l’ansia che originano dalla necessità di vivere in una aleatorietà che non può essere completamente eliminata.

Sapersi fermare, sapere di non potere capire tutto, una sorta di umiltà socratica che rende il dubbio non solo tollerabile ma auspicabile potrebbe essere stato, con diversa profondità, il “cum grano salis” di un piccolo atleta e di un corposo pensatore.

Vendrame autore di gesti sfrontati e irrispettosi, come quando salì a piedi uniti sul pallone e vi rimase per alcuni istanti guardandosi attorno, mano di taglio sulla fronte per comunicare ai compagni che non vedeva nessuno di loro libero a cui passare la palla. Oppure, in una partita il cui risultato di parità era già stato deciso in anticipo, puntò rapidamente la sua porta, dribblò i compagni e, davanti al proprio portiere, mimò di fare autogol perchè lui non tollerava le partite “combinate”. Purtroppo, sugli spalti, uno tifoso morì di infarto!!

Rensi, capace di allontanarsi dalla creatura alla cui nascita aveva tanto contribuito, di non cedere alle persecuzioni della stessa continuando la sua indagine filosofica e la scrittura di numerosi libri. Di attraversare positivismo, idealismo, scetticismo, incurante di ogni contraddizione e scontrandosi senza alcuna remora con colui che, allora, era considerato un gigante del pensiero ed una bandiera del regime: Giovanni Gentile.

Alcuni fallimenti ci spingono a insistere, altri invece a lasciar perdere; alcuni ci danno la forza di perseverare irremovibili, altri ci suggeriscono un cambiamento, e in questo altalenarsi il ribelle sceglie per estro ed istinto, mai per convenienza. Probabilmente, una virtù del fallimento è che non rende necessariamente più saggi, più umili o più forti, ma semplicemente disponibili ad altro: Per Vendrame la sua opera di poeta e scrittore, per Rensi il suo immergersi nella speculazione filosofica. Per altro, ambedue dimenticati e caduti presto nell’oblio sia in riferimento alla loro prima parte di vita che alla seconda!! E’ il destino di ogni autentico ribelle?

I grandi audaci sono grandi estimatori. Dell’altro ammirano sempre la singolarità. Pertanto non lo imitano: l’altro li affascina proprio perché inimitabile, però a lui si ispirano. E’ la bella virtù dell’esemplarità, che non bisogna intendere in senso imitativo, perché gran parte di ciò che siamo convinti di sapere non è altro, in realtà, che semplice fiducia nelle conoscenze di qualcun altro. I ribelli Vendrame e Rensi hanno osato andare oltre e conoscere sulla propria pelle, senza timore di apparire e probabilmente essere contraddittori, persino sciocchi secondo il vigente modo di pensare e giudicare le persone ed i loro atti, ed anche per questo sono stati rapidamente dimenticati.

Nella cultura giapponese, si chiama gyakufu (faccia al vento), chi o cosa si oppone ostinatamente all’ordine delle cose, al pensiero dominante e generalmente condiviso. E gyakufu è connotazione sempre negativa. Eppure la storia dei samurai è ricca di guerrieri antichi e moderni che furono, a loro modo, chi Vendrame chi Rensi.

Nella cosmogonia taoista, tra gli otto immortali, ha un ruolo di spicco Lan Caihe. Forse intersessuale, forse maschio che si credeva femmina, forse semplicemente effeminato, Lan Caihe spicca per le sue stravaganze e un carattere vivace ed irrequieto. Non a caso, la sua figura nella pratica della spada è associata all’imprevedibilità, a colpi e parate del tutto insoliti.

Mi piace pensare che la figura del ribelle, che ogni ribelle, a suo modo ci inviti ad accantonare il timore di non essere accettati, la paura di essere sconfitti, per invece rischiare di nostro quella strada che nostra sentiamo. La vergogna per una nostra presunta diversità, la paura stessa di non farcela dentro la scala di valori su cui si è costruita la società ci lascia impantanati, ci àncora allo status quo anche quando il cambiamento, pur rischioso e persino improduttivo e foriero di calamità, ci tenta, lo sentiamo nostro. E allora a culo quel che pensano gli altri, quel che di disgraziato potrà succederci: Vendrame mai salito alla ribalta del calcio che conta. Rensi perseguitato da quell’apparato che senza di lui mai sarebbe esistito.

E tu, hai un tuo Vendrame o un Rensi che possano ispirarti?

 

1.     1G. Sorel (1847 – 1922) ingegnere e filosofo.

 

 

 

martedì 8 aprile 2025

Pa Kwa / Hakkeshou. Secondo vortice e animale Gru, Falco / Gallo

 



“Guarda la Luna/ tra li alberi fioriti;/ e par che inviti/ ad amar sotto i miti/ incanti ch’ella aduna.

Veggo da i lidi/ selvagge gru passare/ con lunghi gridi/ in vol triangolare/ su ’l grande occhio lunare”

(G. D’Annunzio) (1)

 




Il secondo Vortice, a disegnare con una mano il numero otto / segno dell’infinito parallelo al suolo. Come per ognuno degli otto Vortici, l’avvitamento e la spirale si avviano, alternandosi a piacere, dal dito mignolo, il cuore, e dal dito pollice, il polmone. Il passaggio da un lato all’altro non è effettuato con la torsione dei fianchi, dispersiva, ma con un movimento “a rientrare” anch’esso originato dall’affidarsi alla spirale e particolarmente ficcante.

 





Il secondo Vortice si accompagna all’animale Gru, Falco / Gallo del Pa Kwa / Hakkeshou

Ogni Scuola, ogni insegnamento, si affida ad uno, uno solo, di questi animali. La differenza non è ininfluente, perché ognuno di loro vanta caratteristiche diverse; dunque, con e prima ancora della pratica, ben diversi sono i tratti fisici / fisicoemotivi e di carattere (a volte anche di personalità) che la pratica va a toccare.

Giusto mò di esempio:

  • Ø  Il Gallo / Falco è animale simbolo del coraggio e del combattimento, sopportando ogni rischio per salvare la propria famiglia, il proprio clan.
  • Ø  La Gru è invece simbolo di lunga vita, felicità e buona fortuna. Le gru sono anche simbolo d'amore e fedeltà poiché rimangono con lo stesso partner per tutta la loro vita. Alcune fiabe tradizionali utilizzano la gru per invitare a rispettare la bellezza senza violarla con la curiosità ed il desiderio di sapere ad ogni costo.




Da noi, Spirito Ribelle, pratichiamo

l’animale Gru.

La qualità della relazione che abbiamo con noi stessi e con il mondo, il nostro carattere, il nostro modo di stare nelle relazioni, sono influenzati profondamente dal modo come sentiamo e comprendiamo l'ANIMA-LE dentro di noi. Wilhelm Reich (2) lo chiamava nucleo biologico primario, i taoisti Dan Tian, c’è chi lo definisce Sé, chi parte sacra. Al di là delle tante definizioni, resta un'unica essenza che lega la vita d'ogni individuo alla vita dell'Universo.

Breve schema esplicativo della Gru

Caratteristiche

Polarità opposta

MTC

  • gli uccelli non hanno braccia, perciò stanno su una gamba sola e con l'altra raspano, usano una gamba come mano (il ginocchio si muove come un gomito) per razzolare nel fango, nella terra. Hanno i la capacità di stare in equilibrio su una gamba e lasciare l'altra completamente indipendente. Hanno il collo molto mobile e allungato, usano la testa con movimenti veloci e molto sciolti (beccare). Questa è sempre libera, indagatrice, lo sguardo sempre alla ricerca di qualcosa. Altra caratteristica è il volo, la leggerezza.
    .

Rigido.

Soggetto con carattere inflessibile ed orgoglioso.  Si controlla, trattiene, mostrando rigidità sovente localizzata nella schiena. L’individuo con questa struttura caratteriale è generalmente orientato verso il mondo, ambizioso e competitivo, in lui la passività è indice di vulnerabilità. Quando anche agisce di cuore lo fa sempre anelando al controllo della parte razionale., Per questo desiderio e slancio amoroso sono sempre frenati.

Dal punto di vista affettivo, tale individuo è convinto che le proprie emozioni e i propri impulsi debbano essere controllati per non perdere la propria autostima o per non danneggiare gli altri. Di qui la tendenza a reprimere e a razionalizzare le emozioni. Rigido, impostato, non si abbandona e vive gli affetti in modo coartato.
Si tratta quindi di un disturbo pervasivo, che incide sul funzionamento generale del soggetto, inficiandone a volte l’efficienza e rendendolo così rigido e noioso, da compromettere la qualità delle sue relazioni sociali.  E’ un individuo eccessivamente preciso, affidabile, puntuale, pignolo ed ordinato che, anche nel linguaggio comune, viene reputato “ossessivo”.

Fuoco, cuore, lingua, rosso, gioia;

Domina sangue e vasi (controllo vascolare) si manifesta sul volto, abita lo Spirito e la mente; da esso dipendono consapevolezza, pensiero, qualità del sonno e, in parte capacità mnemoniche (collegate ai reni). Ha quindi il controllo dell'equilibrio psichico.

E' collegato alla lingua e dunque alla capacità oratoria.

Il cuore è associato all’estate. Il meridiano cuore favorisce l’adattamento degli stimoli esterni alla condizione interna del corpo. Ciò lo connette all’emotività e alla funzione regolarizzatrice di tutto il corpo mediante la sua influenza sul cervello ed i cinque sensi.

Rappresenta l’amore, la passione, la violenza.

La pratica della Gru giova a chi,

Ø  Ha timore di abbandonarsi e di essere fragile; a chi associa il cedere alla sottomissione; a chi anche nei rapporti intimi rimane sulla difensiva

Ø  Soffre di spasticità nei muscoli estensori e flessori.

 



Qui allo Spirito Ribelle, la pratica dell’animale Gru comprende, con la camminata in cerchio Pa Kwa / Hakkeshou, anche esercizi e giochi specifici di quell’animale e dei tratti fisicoemotivi e caratteriali che lo interessano:

  • ·         pratiche energetiche e di salute Chi Kung / Kiko;
  • ·         abbinamento tra ritmo e frequenza del respiro e andatura “libera”;
  • ·         meditazione specifica;
  • ·         antica forma Dim Mak, ovvero di percussione sui punti vitali;

oltre che, ovviamente, a giochi vincolati e semiliberi di formazione al combattimento in stile “Gru”.

 

 


 

 

 

 

1. Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938), scrittore ed attivista, profondo ammiratore del Giappone e della sua cultura. Ammirazione ampiamente ricambiata tanto che, a Tokyo e Kyoto, gli si dedicarono grandi festeggiamenti in occasione dell’anniversario dei 150 anni dalla sua nascita.

2. Wilhelm Reich (1897 – 1957), psichiatra e psicanalista, sviluppò una sua psicoterapia corporea chiamata Vegetoterapia Caratteroanalitica: https://desireerenault.it/psicoterapia-corporea-di-wilhelm-reich/

mercoledì 2 aprile 2025

Perché praticare le forme, Taolu / Kata?

 



L’incontro settimanale, ogni Martedì, volge al termine. Propongo di affrontare il lavoro sulla forma di Tai Chi Chuan.

Perché facciamo la forma e a che serve?

mi chiede uno degli allievi?

Mi piace la domanda, mi piace che ciò che propongo sia letto proprio come una proposta e non una imposizione; mi piace che ogni allievo porti i suoi interrogativi, i suoi dubbi, persino le su “resistenze” (1). Solo così il percorso dentro le Arti Marziali è percorso condiviso di cui ognuno è responsabile e solo così diviene pratica di individuazione (2).

Lo so, c’è ancora chi crede, chi sostiene, che praticare gesti a vuoto o in coppia sia di per sé (in virtù di quale magia?) fonte di crescita personale, via di accesso ad uno stato di calma, equilibrio, visione profonda. E perché mai? In virtù di quale formula magica? (3) Tu mi mostri e mi fai copiare un pugno, uno spostamento, come tu, Maestro o Sifu, fai, come la tua arte e il tuo stile impongono, ed io, allievo, divento “migliore” (migliore in che?), “aumento la fiducia in me stesso”, “mi sviluppo mentalmente” (qualsiasi cosa significhi questa affermazione generica ed astratta)? Davvero costoro ci credono?

Ma torniamo a noi, alla domanda postami verso il crepuscolo, qui ai giardini Marcello Candia in Milano, da anni eletti a nostro Dojo.





Mi si affollano immediatamente svariate risposte ed i collegamenti tra di queste che ne fanno una preziosa e robusta rete in grado di accogliere la voglia di praticare di corpo e movimento che anima i praticanti Spirito Ribelle. Mi sfiorano anche le giustificazioni strampalate e impacciate che sento sin dagli inizi (era il1976) del mio percorso marziale a giustificare la pratica delle forme: Mi sfiorano e si allontanano vergognandosi. Raccolgo ed accolgo rapidamente le teorie che furono alla base della creazione dello I Chuan / Yi Quan di cui il Taiki Ken è la versione giapponese e che rifiutano la codificazione in gesti sequenziali fissi, in forme: Ne condivido l’affermazione davvero rivoluzionaria che ribaltava le pratiche abituali, ma mi permetto di ritenere che, se fatte in un certo modo, anche le forme possono abitare quelle teorie.

E perché?

  •          Praticare una forma in gruppo aiuta a formare lo spirito di gruppo, a sentirsi parte di un clan
  •        Praticare una forma in gruppo esalta la funzione del gruppo poiché

Ø  il gruppo è importante fattore di regressione in cui rappresenta la “matrice”, l’altro con cui rapportarsi differenziandosene;

Ø  nel gruppo il “discorso” di un altro mi risuona dentro suscitandomi dimensioni, tematiche e problemi che, pur sperimentando in modo personale, costituiscono induzione gruppale.

Ø  nel gruppo vedo gli altri, ma spesso li guardo per vedere me stesso, ovvero sugli altri metto cose e scene del mio mondo interno per poterle vedere. Data la reciprocità incrociata del processo, queste auto – immagini narcisistiche sono continuamente messe in crisi nel rispecchiamento gruppale.

  •       Nel gruppo la proiezione di emozioni relative a precedenti esperienze assume complessità esponenziale, in relazione alla pluralità dei membri e ai fenomeni di risonanza e rispecchiamento. Praticare una forma in gruppo (senza l’obbligo di imitare ESATTAMENTE un gesto imposto), libera la ricerca personale, fondamentale per la crescita sana dell’individuo, all’interno dei limiti di una traccia data, il che comporta la possibilità / necessità di sfruttare al meglio le personali risorse a nostra disposizione facendo dei limiti una risorsa. (Avete presente la sostanziale differenza tra “tema libero” e scrivere un tema su un argomento?)
  •       Praticare una forma in gruppo mi permette di incontrare sia i rimandi dei singoli componenti il gruppo sia il rimando collettivo, quello che nasce dalla condivisa melodia cinetica del gruppo stesso. (4)





Ovviamente questo mio e nostro modo di intendere e praticare non sono i kata / tao lu / forme del Karate e nemmeno del Tai Chi Chuan dove gli esecutori ricercano gesti perfettamente uguali scanditi con ritmo perfettamente uguale in uno spazio uguale: L’alienazione e l’incomunicabilità al potere!!

La via allo sviluppo personale, Budo, 

passa sempre attraverso l’altro.

Comprendi, ora, l’importanza del praticare una forma in gruppo sì, ma nel modo Spirito Ribelle?

 




1.     1Secondo la prospettiva della Gestalt Therapy, che regge il mio metodo di conduzione di un gruppo in amalgama con una didattica libertaria e maieutica, la “resistenza” non è altro che una risposta immediata e spontanea, sviluppata per proteggere l’autore da esperienze percepite come estranee, suscitatrici di diffidenza quando non minacciose. Queste “resistenze”, per esempio ad una proposta di pratica insolita o ritenuta noiosa, ad una situazione conflittuale intensa di corpo a corpo, in cui l’allievo, appunto, si pone come evitante, oppure recalcitra fino anche ad opporsi o affronta senza impegnarsi, non vanno minimizzate e ancor meno combattute, ma sapientemente utilizzate come risorse. In questo ci viene in aiuto il testo “I 36 stratagemmi. L’arte cinese di vincere”, risalente all’epoca Ming (1368 – 1644) volto ad una filosofia del conflitto in cui il combattente, fluido come acqua, sa adattarsi alle spinte e trazioni dell’opponente servendosene per risultare vittorioso. Io utilizzo “Solcare il mare all’insaputa del cielo” quando sono difronte ad un eccesso di attenzione e preoccupazione tali far sì che l’allievo si fissi e cristallizzi più su questi stati d’animo che sulla pratica stessa; “Intorpidire l’acqua per far venire a galla i pesci” è utile quando la resistenza si manifesta come razionalizzazione estrema, come necessità di controllo assoluto. Insomma, evviva le “resistenze” perché ci dicono molto di chi abbiamo accanto e di come fare per aiutarlo a progredire.

 

2.     L'individuazione è un processo che porta l'uomo a riconoscere la propria singolarità, di significato irripetibile, e a sentirsi soggetto responsabile capace di confrontarsi con la propria esistenza." (F. Giordano). Per "individuazione", si intende quindi un processo continuo al quale ogni individuo è soggetto durante la sua vita e nel quale l’individuo attua il proposito cosciente di diventare ciò che veramente è, differenziandosi dagli altri per tutti gli aspetti che non gli appartengono ma, allo stesso tempo, stabilendo una consapevole ed equilibrata relazione con gli altri e l’ambiente in cui opera.

 

3.     “Il xkxkxk aiuta a controllare sé stessi, a mettere a fuoco le proprie debolezze e a migliorarsi, giorno dopo giorno, mettendosi in gioco, superando i propri limiti e aumentando la fiducia in sé stessi.” (dalla spiegazione tratta direttamente dalla pagina della Federazione CONI). “Il jojojo aiuta anche a svilupparsi mentalmente. Il jojojo consiste nel superare i propri limiti” (dalla pagina esplicativa di un noto club). Al di là della solita affermazione “superare i propri limiti”, che ho già demolito in precedenti post e della cui pericolosità mai mi stancherò di mettere in guardia, come si raggiungono i mirabolanti obiettivi suddetti? Con quale didattica? Con quale pedagogia / andragogia? E’ davvero ripetere mille e mille calci, mille e mille proiezioni al suolo, mille e mille leve articolari, mille e mille fendenti di spada, il modo per raggiungerli? Siamo italiani viventi nel terzo millennio, immersi, che piaccia o meno, nella tecnologia, nella mondializzazione, in società dove si rischia di morire per incidenti automobilistici o malattie letali molto ma molto ma molto di più che per essere stati sfidati a duello o aggrediti da una banda di predoni, esperiamo tipi di lavoro, relazioni affettive, usi e costumi che nulla hanno a che spartire con l’Asia e gli asiatici dei secoli scorsi e ancora crediamo che quei lontani metodi di insegnamento ed apprendimento siano validi? Ma due letture, per restare in Italia, di Danilo Dolci, Enzo Spaltro, Umberto Galimberti, Enzo Borgna, Daniele Novara, no?

 

4.     4Per saperne di più: V. Bellia ‘Danzare le origini’. S.H. Foulkes ‘Psicoterapia gruppoanalitica’.

 



martedì 1 aprile 2025

Il mio pensiero di Aprile 2025





Mi infiacchisco piegato dallo scarno vento che mi trasporta qua e là, del tutto simile ad uno straccio umido, bagnato.

Fatico a riconoscere la mia forza e la mia vitalità, vacilla persino l’umile fierezza che mi faceva fondare su una passione intransigente.

Poi mi rendo conto che, prima o poi, lo scorrere del tempo, l’avanzare degli anni, presenta il conto a tutti, nessuno escluso. Ed il mio, invero, non è nemmeno così “salato” come è toccato ad altri.

Non ho mai amato Alessandro Manzoni. Mi sono sempre chiesto il perché de “I promessi sposi” imposto a scuola: Romanzo probabilmente buono per imparare a maneggiare gli aggettivi, ma completamente abitato dalla Divina Provvidenza per cui ogni disgrazia comunque opera a fin di bene ed il lieto fine sempre trionferà.

Al di là di ogni considerazione politica, che credo mai debba inficiare il valore o meno di un’opera d’arte, oggi mi sento più vicino al Fato verghiano (1) dunque alla realtà cruda della vita e della natura ed ai decreti inesorabili del destino il quale lascia ben poco margine alla libertà umana e alla possibilità di manipolare il futuro. Una visione che ricorda quel filone del pensiero asiatico che si riconosce nell’affermazione di Chuang Tzu, taoista, 369 – 286 a. C.: “Le gambe delle oche sono corte ma se tentiamo di allungarle, l’oca soffrirà

La curva dei miei occhi lambisce il mio cuore, il mio respiro. E’ un girotondo di danza e di gentilezza. Colgo il momento di accogliere ed accettare questa sosta forzata. Ancora dico no con la testa ma è un sì col cuore.

Sì alla cura servita dalla medicina allopatica, sì al riposo totale, sì a quella che sarà una ripresa lenta lenta e, confido, progressiva.

Un pezzo di salute si è allontanato e ora si prende un altro amante, niente di grave ed io resto qui a ricostruire un terreno fertile perché lei torni ad abbracciarmi.

Lo Spirito Ribelle va avanti, sempre e comunque, con il contributo dei partecipanti che continueranno a trovarsi e a formarsi ogni Martedì, in quell’accogliente Dojo all’aperto che sono i giardini Marcello Candia, ed è anche a loro, ai praticanti ed amici che vivono Spirito Ribelle, che devo una buona cura, un buon riposo ed un gran buon rientro, tra un mese o due. Spero.

 

1.         Giovanni Verga (1840 – 1922), scrittore e senatore, approvò le manovre repressive del generale Bava Beccaris durante i moti del 1898, la politica autoritaria e colonialista del presidente del consiglio Francesco Crispi, il nascere del movimento fascista.

 

 

 

 

giovedì 27 marzo 2025

Il fascino dell’invisibile






Da decenni msono fatto l’idea che quando è la tecnica, la ricerca tecnica, a prevalere, lì si infiacchisce fino a svanire ogni manifestazione artistica, financo ogni artigianato del vivere.

Fondare la pratica sulla ricerca tecnica, sulla perfezione tecnica, mi pare come scrivere parole sull’acqua.

Mi piace ricordare il motto di Herns Duplan: “Un minimo di struttura e molta sperimentazione”, dove struttura non è solo l’espressione tecnica, ma struttura è il sé corpo fisicoemotivo del praticante, non a caso Il minimo di struttura a cui Duplan si riferisce attiene alle leggi e ai nuclei fondamentali dell’esistenza umana (1).

Il movimento che si affida alla tecnica propaga in modo manifesto e sistematico una funzione di oggettivazione del corpo: Il corpo che si sforza di imparare il gesto tecnico, si pone nella condizione di  essere osservato, diretto, consapevolmente sorvegliato, dall’Io, qui inteso come razionalità pensante e giudicante.

Personalmente, da alcuni decenni, pratico e propongo allo Spirito Ribelle, un’attenzione maggiore, prioritaria, all’espressione degli impulsi interiori che precedono i movimenti del praticante, dando inizialmente un’attenzione relativa all’abilità necessaria per la gestualità nello spazio (2).

Per condurre davvero proficuamente l’allievo, occorre una didattica ed una pedagogia / andragogia apposita, adatta, fatta di domande che lo aiutino a guardare dentro di sé unitamente al “come” si sta muovendo.






A volte utilizzo quelli che sono veri e propri koan zen fisicoemotivi, altre a quelle che chiamo "informazione d'anticipo": "Al prossimo mio attacco, ti chiederò quale parte del movimento in cui intercetti e simultaneamente contrattacchi ti procura maggiore disagio". In questo modo, sto collegando la sensazione di fluidità nel movimento con l'efficienza biomeccanica, dal che consegue che qualsiasi inadeguatezza biomeccanica verrà sperimentata come una sensazione di disagio localizzata nel punto interessato dal movimento.

Altre volte ricorro alla saggezza guerriera di antichi testi cinesi e giapponesi, come “I 36 stratagemmi. L’arte cinese di vincere”, risalente all’epoca Ming (1368 – 1644) o “Il libro dei cinque anelli” attribuito allo spadaccino Myamoto Mysashi (1584 – 1645)

Lo faccio piegando le indicazioni strategiche e tattiche volte alla vittoria in uno scontro mortale per superare e vincere le eventuali difficoltà di apprendimento motorio, gestuale.

Ti pare impossibile?

  • EppureSolcare il mare all’insaputa del Cielo si presta benissimo a deviare quella eccessiva attenzione ad un gesto che ne può impedire l’apprendimento, smorzando l’ansia di prestazione, quello sforzarsi di fare che, ma guarda un po', cozza proprio con l’invito a Wu Wei, “non tirare troppo la corda”, “non sforzarsi” che regge il pensiero taoista: Accompagno l’allievo a prestare la massima attenzione ad aspetti secondari del movimento, fatti passare come fondamentali, mentre lo porto a fare del suo meglio ciò che davvero è fondamentale offrendolo come marginale.
  • EppureHeiho no michi daiku ni tatoetaru koto ( Paragonando Heiho alla Via del carpentiere) è un costante ammonimento perché io, in qualità di Sensei, offra ad ogni allievo la possibilità di imparare e impratichirsi di ogni movimento tenendo conto delle peculiarità motorie dell’allievo stesso: Le medesime catene cinetiche che portano a Gyakuzuki – Ushirogeri (controdiretto di braccia – calcio diretto all’indietro) e a Oshitaoshi (proiezione al suolo spingendo) saranno più facilmente capite da uno sperimentandole con le percussioni, da un altro con le proiezioni al suolo.

Ritengo che il privilegiare l’acquisizione tecnica porta il praticante a ridurre le variabili dei suoi movimenti, ad affidarsi a quelli che più si confanno alla sua abilità.



Privilegiare, invece, l’intelligenza motoria, quel processo noto come embodiment, ovvero un percorso di sperimentazione ed apprendimento in cui “la consapevolezza si radica profondamente nel corpo, fino a un livello cellulare e permea ciascun aspetto dell’essere: fisico, emozionale, mentale e spirituale” (B. Bainbridge Cohen ‘Sensazione, Emozione, Azione) spinge il praticante a non privilegiare la selezione e a rifiutare l’uso di ogni singola forma di movimento che sia per lui pura acrobazia, puro virtuosismo o chiusura nell’asfittico recinto della propria comfort zone (3). Nel tentativo di far fluire liberamente i suoi movimenti spontaneamente, chi patica con “Un minimo di struttura e molta sperimentazione” sarà spesso più irregolare e impulsivo del praticante “tecnico”.

In sintonia con la visione di diversi esperti del movimento che mi hanno preceduto in questa ricerca (4), mi permetto di affermare che questi due diversi approcci finalizzano in due modi diversi l’uso del movimento: Da un lato, alla rappresentazione dei tratti più esteriori, più imitativi della gestualità e dunque della vita stessa, dall’altro, al rispecchiamento dei processi nascosti nell’interiorità dell’essere umano. E questo sì che è davvero Neijia Kung Fu, lavoro interno. E questo sì che accompagna il praticante anche verso quelle qualità umane di conoscenza di sé, equilibrio, vitalità ed erotismo altrimenti inaccessibili.

 

 

1. Per saperne di più: E, Bellia ‘Danzare le origini’

2. Per saperne di più: R. Laban ‘L’arte del movimento’

3. La comfort zone è lo stato mentale della persona che opera con un livello di prestazioni costante e senza affrontare rischi. Quando andiamo oltre la zona di comfort, ci sentiamo vulnerabili e soggetti ad un alto grado di rischio, perché nella comfort zone siamo a nostro agio, siamo sicuri di noi, agiamo movimenti e gestualità a noi noti e dunque rassicuranti.

4. Come ripeto sovente, “Io sono un nano issatosi sulle spalle di giganti”. Probabilmente il mio pregio è non smettere mai di cercare, di sperimentare, accettando cadute ed avanzamenti, dedicando tanto alla pratica e ben poco all’accaparrarmi posti di rilievo in organizzazioni o al marketing. Così cresco, migliore ed offro questa mia crescita, queste mie scoperte ai praticanti che mi accompagnano. Con il rispetto sempre dovuto a chiunque mi abbia preceduto su questo cammino di ricerca e sperimentazione perché, ai suoi tempi, è stato “avanguardia” e come tale merita rispetto ed ammirazione.




domenica 23 marzo 2025

Come acqua


Sorta di danza flessibile e potente, fondata sul contatto fisicoemotivo,

che amalgama benessere e bellessere con il combattimento.




Come acqua… che, ovunque, tende ad assumere una forma sferica (1). Avvolge la terra tutta come corpo cosmico sferico e circonda ogni oggetto come un manto delicato. Precipita goccia oscillando intorno alla forma sferica; quando rugiada scompostasi in una notte trafitta di stelle, muta una semplice distesa di verde in un cielo stellato di brillanti minuscole sfere d’acqua.

Sono pratiche Tai Chi Chuan, Pa Kwa / Hakkeshou e Kenpo Taiki Ken, ad accentuare gravità, peso e flusso, tempo e spazio, consapevolezza interiore e senso cinestetico, avventurandosi nelle mille e mille possibilità del corpo e del teatro delle emozioni attraverso l’interazione istintuale e spontanea.

Come acqua … che tenderà sempre a formarsi intero organico congiungendo ciò che è separato e perfezionandosi in circolazioni. In ogni insieme circolatorio non esiste inizio e fine, tutto è combinato al suo interno e vive in relazione reciproca.

Sono pratiche Tai Chi Chuan, Pa Kwa / Hakkeshou e Kenpo Taiki Ken a condensarsi in cuore e respiro, adattabilità e collaborazione, con gestualità che agiscono Un minimo di struttura e molta sperimentazione”, per utilizzare un’espressione cara a Herns Duplan, il fondatore dell’Expression Primitive (2).



Come acqua …i cui movimenti ad onda mostrano la sua incredibilità sensibilità. A qualsivoglia stimolo, sia sasso nel torrente o soffio di vento sulla superficie del lago, l’acqua reagisce immediatamente con un movimento ritmico.

Sono pratiche Tai Chi Chuan, Pa Kwa / Hakkeshou e Kenpo Taiki Ken a fondere la flessibilità del corpo del praticante Spirito Ribelle con la consapevolezza del suo stato energetico di vitalità ed erotismo, agendo lo spazio, il ritmo e il nesso condiviso.

Sono pratiche preziose… come acqua.

“Le immagini dell'acqua sono sfuggenti

e scatenano emozioni lievi”

(G. Bachelard, in ‘Psicanalisi delle Acque’)

 





1. Per saperne di più: T. Schwenk ‘Il caos sensibile’.

2. Per saperne di più:

  • https://www.exprimereweb.it/2016/12/05/lexpression-primitive-mito-delle-origini-herns-duplan-fondatore/
  • V. Bellia ‘Danzare le origini’