venerdì 30 gennaio 2026

Le Arti Marziali come percorso di affettività

 


Là dove emozione, corpo e ragione si incontrano.

Qui allo Spirito Ribelle, le tecniche (waza) non sono MAI un gesto componendosi invece come un linguaggio e il corpo, che SEMPRE è sé - corpo, come un territorio da fecondare. Solo così le Arti Marziali svelano la loro natura più profonda, il cuore (kokoro): Non un insieme di forme, non un repertorio di colpi, ma un palcoscenico al quale l'individuo si offre con le sue emozioni, la sua vulnerabilità e... la sua forza interiore.

Emozioni e sentimenti: Il respiro che nutre tutte le dimensioni dell’essere

Ogni emozione è un movimento. Ogni sentimento è una direzione. Non esiste gesto marziale che non sia attraversato da ciò che proviamo: La paura che irrigidisce, l'entusiasmo che apre, la tristezza che socchiude, la rabbia che sprona.

Le emozioni non sono un “di più” da controllare o reprimere: Sono la trama sottile e indissolubile che lega corpo, decisione e relazione. Sono il collante che unisce le dimensioni dell’individuo, facendo di ogni pratica un atto di integrazione.

L’affettività autentica: La base di ogni razionalità

In un mondo che spesso separa la ragione dal sentire, le Arti Marziali ci ricordano che la sincerità dell’essere origina dal cuore. Un’affettività sicura verso se stessi, verso i compagni di pratica, verso la pratica stessa e, non ultimo, verso chi guida il gruppo, influisce sulla razionalità: “l’Homo sentiens o patiens sta prima dell’Homo sapiens e dell’Homo faber, ricollegato com’è alle passioni e alle emozioni senza le quali né la ratio nè l’actio si strutturano, si definiscono e si realizzano, in quanto implicano scelte, orientamenti valoriali, disposizioni soggettive. ecc.” (F. Cambi ‘Nel conflitto delle emozioni. Prospettive pedagogiche’)

Quando il praticante si sente accolto, riconosciuto, non giudicato, egli si apre in toto. La tecnica stessa si affina. La percezione si fa più sottile. La razionalità non è più un freddo calcolo assediato dalle emozioni, ma un’intelligenza incarnata, edificata su un terreno emotivo fertile.



Sentimenti ed emozioni: Il motore primo del 'crescere’ umano

Non ci muoviamo perché “dobbiamo”. Ci muoviamo perché qualcosa dentro di noi vibra, chiama, desidera. La motivazione non nasce da una disciplina imposta, ma dal fuoco interno che le emozioni accendono e sostengono.

La paura ci spinge a cercare protezione. L'entusiasmo ci invita a esplorare. La rabbia ci mostra i confini. La tristezza ci insegna la profondità.

Ogni emozione è un insegnamento. Ogni sentimento è un invito a conoscere meglio se stessi e le relazioni che intratteniamo. Una pratica marziale che ignori questo potenziale umano si riduce a un guscio vuoto, a un rituale senz’anima, ad un rosario di gesti.


Oltre le tecniche ed i protocolli: Una pratica marziale che formi l’essere olistico

Troppo spesso la pratica si ferma alla superficie: Uniformi impeccabili, tecniche ripetute, movimenti standardizzati, qualche frammento di psicologia spicciola sparso come spezia per insaporire il prodotto, qualche citazione orientaleggiante scartata come in un bacio Perugina. Ma la pratica marziale autentica non è questo. Essa chiede presenza, ascolto, trasformazione.

Una pratica marziale che sia autenticamente tale:

  • accoglie le emozioni come parte fondamentale (hon) del percorso, non come ostacoli né come accessorio;

  • coltiva un’affettività matura, capace di sostenere e nutrire;

  • riconosce che il corpo è un archivio di storie personali e collettive e che ogni gesto è un atto di memoria;

  • integra ragione e sentimento, tecnica e intuizione, disciplina e libertà.

È un percorso che forma l’essere umano nella sua interezza e completezza, non un semplice addestramento.



Conclusione: Le Arti Marziali come maieutica

Quando la pratica marziale diventa un luogo in cui emozioni e sentimenti consapevolmente si incarnano, allora nasce qualcosa di raro: Una Via, Budo, che non forma solo combattenti, ma esseri umani più integri, più consapevoli, più capaci di stare nel mondo e starci bene, individui vitali ed erotici.

Non è un percorso fatto di briciole di psicologia, ma di una psicologia incarnata. Non è un insieme di tecniche, ma un’educazione alla presenza. Non è un esercizio di forza, ma un’arte dell’incontro.

In questo spazio, l’affettività non è debolezza: E’ radice. La razionalità non è distacco: E’ chiarezza. La tecnica non è fine: E’ mezzo. E l’emozione non è disturbo: E’ vita che chiede di essere ascoltata.




lunedì 26 gennaio 2026

Musha Shugyo, la Via della ricerca nell’incertezza

 E’ il cammino, fisico e spirituale, che il samurai intraprendeva per conoscere di sé, per approfondire le proprie conoscenze nella pratica del combattimento, per confrontarsi con esponenti di altre Ryu (Scuole) marziali.

Tanti occhi attorno, un solo sguardo a perforarti dentro. Un pensiero silenzioso, velenoso, a suggerirti di smettere, di lasciar stare. Poi, c’è caldo nelle vene in quei corpi tesi, agguerriti, che ti si parano davanti e sei proprio tu ad averli cercati!!

Questo è, credo, quel che provasse il samurai che avesse intrapreso Musha Shugyo.

Per me, che il Musha Shugyo sia l’errare di incontro in incontro (come feci per anni ed anni bussando a Scuole, Maestri ed Arti diverse) o sia il succedersi di ‘incontri’ dentro lo stesso percorso, (perché qui allo Spirito Ribelle la pratica che propongo MAI è uguale, ripetitiva, MAI fondata sulla passiva memorizzazione, MAI sull’imitazione di una materia cristallizzata) significa praticare, dunque vivere, dentro elementi di incertezza, dentro la visione del viandante sospesa in una specie di apertura nomade, di un atteggiamento critico verso le nostre consolidate certezze, di una ricca valorizzazione ad un tempo dell’interiorità e della materia, della riscoperta del significato del gioco, delle emozioni e di quel che resta in ognuno di noi del mondo istintivo.

L’apertura che chiamo ‘nomade’ della ricerca diviene così un atteggiamento hon, ‘fondamentale’, dello stare al mondo e nelle relazioni, una ricerca Musha Shugyo aperta e permeabile al di là di rassicuranti codici di comportamento di massa e di lettura conformista della realtà.

E’ affrontare paradossali e razionalmente incomprensibili Koan zen fisicoemotivi, accettando di non comprendere, accettando la vulnerabilità e l’incertezza come straordinarie forme di coraggio, straordinari aspetti della soggettività.

(...)per capire qualcosa bisogna accettare di non capire subito, e mettersi in quella inedita (per l’occidente) disposizione d’animo che somiglia scabrosamente alla passività” (D. Gaita ‘Il Tao della psicoanalisi)


Spesso sono immagini fuggevoli e tremolanti; immagini che ogni tramonto porta via. Immagini che passione e umana fragilità mutano in maschere nient’affatto benevole, voci ed urla che un silenzio antico, depositatosi nel tempo, ha reso suono greve. E si riuniscono in una massa informe per abbracciare il buio dell’ignoto come un rito che si ripete ossessivamente.

Eppure, per chi creda in Musha Shugyo, il cammino continua. Sempre. E l’archetipo del guerriero, del combattente, del dominatore, andrebbe coniugato con l’archetipo del cercatore, dell’errante: “Colui che ricerca non si sente mai perfetto, né si può aspettare perfezione dagli altri (...) comprende che la difficoltà, il dolore e i guai fanno parte del mondo in cui ci muoviamo e non possono essere evitati” (E.C. Whitmont ‘Il sorriso della leonessa’)


Come ci invita a considerare il Taoismo, gli accadimenti oscuri, indecifrabili e persino avversi, dell’esistenza vanno accolti senza indulgere in essi così come senza la pretesa di controllarli: Vanno, per contro, interpretati, trasformati e mai repressi.

Musha Shugyo anche come viaggio dentro l’Ombra, comunque essa si presenti.

Così, ogni artista marziale immerso nel suo personale Musha Sugyo, con l'incedere fattosi stanco dopo anni ed anni, sa di essere in qualche modo unito, congiunto agli altri in una serena melanconia che li contagia a vicenda. Ognuno animato da identica passione, ognuno inerte difronte al destino, le mani al cielo. Ma è la convinzione di un nuovo incontro che verrà a disegnare sul volto un sorriso, mentre il corpo già vibra alla percezione di quel che sta per accadere.




giovedì 22 gennaio 2026

L'Arte della Guerra - cap. 9

 


L’Arte della Guerra, di Sun Tsu (circa VI secolo a.c.)
 

Brevi riletture nel terzo millennio che pongono domande, che sollecitano dubbi, che avanzano proposte 

Cap. 9

Il vento, anche quando contrario, è un alleato importante

Nel capitolo 9 de ‘L’Arte della Guerra’, l’avversità non è mai un ostacolo insormontabile. È un vento che, se accettato, può dilatare le vele invece di lacerarle. Il generale saggio osserva il terreno, ascolta i rumori, scruta i movimenti più insignificanti: Un cavallo che nitrisce, una polvere che si solleva, un silenzio improvviso. Ogni dettaglio si muta in indizio. Non c’è fatalismo, non c’è rassegnazione. C’è un’attenzione radicale che trasforma il caos in orientamento.

È come se Sun Tsu scrivesse: Non opporre rigidità alle cose del mondo, ma lasciati attraversare da esse finché non ti rivelano la loro direzione nascosta.


La difficoltà come forgia

Il capitolo 9 ci ammonisce che la difficoltà non è un incidente, ma una forgia. Il comandante che si irrigidisce di fronte all’imprevisto è già sconfitto; quello che invece si flette, ascolta, soppesa, trova nella stessa difficoltà la leva per capovolgere a proprio vantaggio la situazione.

Un terreno fangoso può rallentare l’avanzata, ma può anche intrappolare il nemico. Una montagna può essere un ostacolo, ma può anche diventare un punto di osservazione. Un ritardo può sembrare una calamità, ma può offrire il tempo necessario per cogliere un segnale che altrimenti sarebbe sfuggito.

La saggezza di Sun Tsu è tutta in questa alchimia: Trasformare il piombo dell’imprevisto nell’oro della strategia.



Ogni segno è un seme

Il generale non si limita a reagire: Egli interpreta. Ogni fenomeno, anche il più insignificante, è un seme di informazione. Il capitolo 9 è un invito a sviluppare un’attenzione non ansiosa, ma vigile; non sospettosa, ma permeabile.

È un’arte che rimanda alle pratiche interiori: Osservare senza pregiudizi, accogliere senza farsi ribaltare, trasformare senza violentare. In questo senso, Sun Tsu non è solo un maestro di guerra, ma un maestro di percezione.




La via della trasformazione

Il cuore del capitolo è un principio che attraversa molte tradizioni asiatiche: Ciò che sembra un ostacolo è invece la porta d’accesso alla soluzione. Non si tratta di ingenuo ottimismo, ma di una disciplina dello sguardo. Le cose del mondo non sono mai completamente contro di noi, se sappiamo interpretarle.

La vera forza non è nel colpire, ma nel comprendere. Non è nel dominare, ma nel trasformare. Non è nel prevedere tutto, ma nel sapersi adattare all’imprevisto piegandolo ai propri scopi.



Conclusione: L’arte di trarre vantaggio da tutte le cose del mondo

Il nono capitolo de L’Arte della Guerra ci mostra una verità che risuona grande nella pratica marziale 'interna’, Neija / Naido: La realtà non va combattuta, va ascoltata. E, ascoltandola, si scopre che ogni ostacolo nasconde un varco, ogni problema un indizio, ogni avversità un’energia che può essere reindirizzata.

È un invito a vivere come un artista della trasformazione: Fare del terreno accidentato una mappa, del rumore un ritmo, della difficoltà un insegnamento.

La mia casa è piccola, ma le sue finestre si aprono su un mondo infinito”

(Confucio)




lunedì 19 gennaio 2026

giovedì 15 gennaio 2026

Essere marzialista in Italia, nel terzo millennio

 Non ho voglia di scrivere scavando di riflessione in riflessione storica e sociologica e antropologica per spiegare l’autentico senso di praticare Arti Marziali vecchie di secoli in questi nostri anni, smascherando ignoranza e falsità ovunque propagandate: Lo feci già in post precedenti.

Non ho voglia di chiedere, un po' retoricamente un po' maramaldeggiando, perché mai uno diverrebbe saggio, equilibrato, sicuro di sé, (sono solo alcuni degli slogan con cui si pubblicizzano Dojo e palestre di tutta Italia) copiando e ripetendo all’infinito gesti (le Arti Marziali come sono generalmente insegnate) o scontrandosi a botte in qualche torneo sportivo (le Arti Marziali ridotte a sport o gli sport da contatto). Ne ho già domandato e risposto negativamente in ben argomentati post precedenti.

Non ho voglia di spiegare quando mai uno diverrebbe in grado di affrontare con successo un improvviso e violento scontro di strada contro uno o più sconosciuti allenandosi sempre e regolarmente in un ambiente protetto e sicuro come è il Dojo o la palestra, con gli stessi compagni di corso (quelli delle comune risate in doccia e delle comune allegre bevute in birreria), magari agli ordini di un docente / Maestro che della vita di strada non ha alcuna esperienza reale, personale, maneggiando coltelli di plastica con l’illusione di avere a che fare con un’arma o memorizzando sequenze a due dove tu colpisci così e solo così ed io mi difendo così e solo così.


Oggi preferisco buttare su carta alcuni pensieri spiccioli, pensieri sparsi. E che ognuno ne tragga le risposte, rassicuranti o meno, che crede, che più lo confermano nelle sue scelte o che (incredibile a immaginarsi!!) lo inducano a cambiare radicalmente rotta.

La pratica marziale, per essere realmente Budo, formativa, tende a costruire una personalità flessibile e ricettiva, capace di adattarsi e gestire situazioni critiche, complesse ed inaspettate, in perenne mutazione.

La pratica marziale, per essere realmente Budo, formativa, tende a reintegrare nell’individuo tutte le dimensioni che gli sono proprie quali l’intelligenza corporea (che non è meccanica della ripetizione), le emozioni, il piacere, gli istinti, ovvero tutte le sfumature della sensibilità che abitano ogni umano. Quella dimensione che la nostra cultura, di origini greche, riconduce al dionisiaco in quanto istintualità, vitalità, erotismo. E che, in altre culture antiche, è la Via della Mano Sinistra (Hidari Te Ryu e Unmei no Akai Ito in Giappone, Vama Marga nel tantrismo).

La pratica marziale, per essere realmente Budo, formativa, abbisogna di una pedagogia / andragogia e di una didattica che ponga il praticante al centro dell’opera e l’Arte praticata come strumento, e non viceversa. Questo perché noi realizziamo le nostre potenzialità solo riconoscendo al massimo la nostra individualità e la nostra unicità, senza mai plasmarle in base a ciò che, secondo il giudizio degli altri (che sia il docente / Maestro e/o lo stile dell’Arte) rappresenta il modo di agire migliore.

Già queste mie tre brevi espressioni possono essere terreno fertile di riflessione.



Concludo questo mio post con una citazione di Guia Soncini, giornalista e scrittrice, che ben si adatta al pittoresco mondo del business marziale:

Il problema non è la disinformazione. Il problema è che un pubblico, un elettorato, un’umanità che si rifiuta di vestirsi da adulta e di accendere la TV per vedere roba più degna dei talk – show è un’umanità che la disinformazione se la merita.

E con l’augurio sincero,

- ai ‘talebani’ delle Arti Marziali, di non riconoscersi soddisfatti nel Nando Mericoni di “Un americano a Roma” (https://www.youtube.com/watch?v=t2mOAIiQNhY)

- ai creatori di una loro arte, di un loro stile, fatto appiccicando tecniche prese qui e là, rigorosamente etichettato con un nome asiatico, di non riconoscersi soddisfatti nelle scene della cucina stregata de “La spada nella roccia” (https://www.youtube.com/watch?v=-yRuHEdMp8g)

Buona e veritiera pratica a tutte e tutti!!



lunedì 12 gennaio 2026

L'Arte della Guerra - cap. 8

L’Arte della Guerra, di Sun Tsu (circa VI secolo a.c.) 

Brevi riletture nel terzo millennio che pongono domande, che sollecitano dubbi, che avanzano proposte 

Cap. 8

L’Arte di stare nella relazione:

Il vantaggio nelle difficoltà,

la difficoltà nei vantaggi



Nella pratica marziale, ogni gesto è un incontro: Con se stessi, con l’ambiente, con l’umano / gli umani intorno a noi. Non vi è mai un movimento isolato così come mai noi siamo una monade (1). Questo perché anche quando il corpo agisce in solitudine, esso danza con l’Ombra di sé (2) e l’ipotetica presenza dell’altro, con la possibilità del confronto che sempre aleggia. È in questo spazio che gli scritti dell’Arte della Guerra, al capitolo 8, si fanno palpabili, non come regole di gestione di un conflitto, ma come specchi di relazione.

Il generare prudente, al momento di pianificare considera le difficoltà implicite nei vantaggi e i vantaggi nelle difficoltà. Attribuendo ai vantaggi la forza di rendere attuabili i piani e alle difficoltà la capacità di evitare i pericoli.”

Ogni vantaggio porta in sé un rischio: La posizione alta espone agli squilibri, la rapidità rischia di bruciare la misura, la forza può irrigidirsi fino a spezzarsi, le braccia chiuse al corpo riducono il raggio d’azione. Allo stesso modo, ogni difficoltà cela un seme di possibilità: La debolezza apre alla flessibilità, la mancanza di spazio genera la precisione, l’incertezza costringe all’ascolto. Così il marzialista impara a non separare chiaro e scuro, bianco e nero, ma a vederli come un unico flusso, Tao che danza. La prudenza non è mai timore, ma capacità di interpretare il doppio volto di ogni situazione.

Le norme generali sulle operazioni militari sono: Prepararsi a ricevere il nemico, invece di sperare che non arrivi; collocarsi in una posizione invincibile, invece di sperare che non attacchi.”




Nella pratica, l’opponente non è un nemico da abbattere, ma l’altro che ci interpella. Prepararsi a riceverlo significa aprirsi alla sua presenza, non evitarla o ciecamente scagliarvisi contro. Collocarsi in una posizione invincibile non è costruire una fortezza di muscoli, ma radicarsi in un equilibrio che non può essere scosso perché paradossalmente fondato sui mille e mille minuscoli disequilibri che compongono la stazione eretta nonché sull’ascolto e sulla disponibilità. Non si spera che l’altro non avanzi, si accoglie la sua avanzata come occasione di conoscenza e crescita personale: Il cammino del Budo.

Ogni confronto è dunque un momento di relazione: Non una collisione di volontà, ma un dialogo di energie. Il praticante che si prepara non lo fa per sopraffare, ma per essere pronto a trasformare l’incontro in apprendimento. La posizione invincibile è quella che non si irrigidisce, che non si chiude, ma che, come ogni cosa nella vita, rimane aperta e capace di adattarsi. E’ Ju, la flessibilità, che fonda ogni Arte Marziale Tradizionale, ogni Neijia Kung fu /Naido. È la postura del cerchio, dove ogni direzione è già prevista, e ogni attacco è già accolto; è la figura geometrica che non ha inizio né fine, con la quale noi Spirito Ribelle, al saluto, apriamo i nostri incontri rifuggendo lo schierarsi in fila, docente difronte.



Così intesa, ogni buona pratia marziale diviene arte del vivere: Imparare a considerare il vantaggio nel limite, la difficoltà come orientamento e l’altro non come minaccia, ma come compagno di cammino. In questo modo, la guerra si trasforma in relazione e la relazione in Via di conoscenza. Così come, in questo modo, sapremo affrontare eventuali aggressioni reali, da ‘strada’, perché capaci di elaborarne limiti e contenuti, tanto quanto sapremo gestire consapevolmente ed intelligentemente scontri e frizioni nelle relazioni quotidiane in famiglia o al lavoro con chi ci sta accanto evitando rotture e lacerazioni dettate da animosità e incomprensione.

Accogli il confronto, non evitarlo. Trova il vantaggio nella difficoltà, la difficoltà nel vantaggio. Radicati nell’ascolto: La posizione migliore è sempre apertura.” Questo è il mio pensiero che anima ogni nostro incontro Spirito Ribelle, ogni pratica solitaria quanto conflittuale. Questa è l’esortazione che guida il respiro ad essere profondo anche nei momenti concitati, le articolazioni a muoversi tra l’essere aperte o socchiuse ma mai chiuse nei souishou / push hands come nel corpo a corpo, lo sguardo a comprendere l’altro dentro l’ambiente.




Questo è quanto io ho tratto dalla lettura del cap. 8 de “L’Arte della Guerra”.

Perché noi non siamo mai soli: Ogni gesto porta con sé l’altro, ogni respiro si misura con la presenza che ci accompagna.


1. “La monade non è altro che sostanza semplice che entra nei composti; semplice cioè senza parti” (G. W. Leibniz)

2. Secondo Carl Gustava Jung, l’Ombra è l’insieme degli aspetti della nostra personalità che il nostro io cosciente, giudicante, rifiuta.




venerdì 9 gennaio 2026

Bamboo ring. Non solo Wing Chun


Nel cerchio lieve del bamboo le braccia imparano il ritorno, non evadono dal centro ma custodiscono il corpo come due lune.

A volte agiscono insieme, sorelle d’aria, altre una guida, l’altra segue, poi si scambiano i ruoli, e il cerchio respira con loro agendo il passo che non disperde.

Nel silenzio del gesto raccolto, la forza diventa ascolto e il corpo ricorda che proteggere quanto colpire è anche danzare.