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lunedì 5 ottobre 2026

Sanità Mentale e Arti Marziali

 

Arriva la ‘dritta’ giusta di Monica (grazie!) e così eccomi alla presentazione del mese che il Comune di Milano dedica al problema della sanità mentale

MILANO 4MENTAL HEALTH

Poi, sapere che interverrà lo psicanalista Massimo Recalcati … in effetti, pur essendo io lontano dal pensiero di Lacan, di cui Recalcati è il massimo esponente italiano, ogni volta che ne leggo o ascolto le parole qualcosa mi si accende stimolandomi ad ulteriori personali riflessioni e, ovviamente, pratiche di corpo e marziali.

Mi chiedo se, nell’affollata ‘Sala degli Orologi’, dentro la galleria Vittorio Emanuele in piena piazza del Duomo, ci siano atri docenti, Maestri, Sifu di Arti Marziali.

Il tema è davvero centrale per chi pratica e ‘insegna’ un’Arte che ravana a fondo nell’animo umano, che mette sotto sopra la personalità, che spinge ad attraversare l’oscuro lato della lotta per la sopravvivenza (Bujutsu) con l’incerto e per niente scontato fine di entrare nella Via (Budo) dell’individuo coraggioso, l’individuo ‘erotico e vitale’ per citare le parole di uno psichiatra e psicoterapeuta ribelle ed eretico come Massimo Fagioli.

Poi penso alle decine e decine di docenti, Maestri e Sifu di Arti Marziali che ho personalmente conosciuto in cinquant’anni di pratica o di cui leggo le esternazioni sui social e penso di NO.

Ci sono quelli che, onestamente e per loro libera scelta, hanno scelto di trasformare quest’Arte in sport e non avrebbero perciò motivo di esserci.

Ci sono però i molti, i tanti, che cianciano di ‘saggezza’, ‘crescita interiore’ e simili paroloni, di Budo e Via interiore, ma nulla sanno dei fenomeni e processi mentali, fisicoemotivi, sia consci che inconsci, cognitivi ed emotivi, che abitano l’essere umano. Nulla sanno ma si propongono come docenti, Maestri e Sifu e si vendono e vendono quel che insegnano come il “miglioramento delle relazioni tra persone e lo sviluppo armonico di ciascuno” (Aikido); “quest’arte è stata praticata e approfondita storicamente con lo scopo di giungere alla dignità di un saggio” (Karate); “è metodo pedagogico formativo” (Judo). Questa è una breve carrellata tratta da siti on line di propaganda di Scuole / palestre, giusto per non escludere nessuna delle tre principali e più diffuse Arti di origini giapponesi, ma quanto sopra tocca tranquillamente Arti cinesi, coreane, vietnamite.

Dai Tiziano, non essere così pessimista. Oggi qui o comunque domani in altri posti e altre occasioni, voglio pensare ci siano quei docenti, Maestri, Sifu di Arti Marziali pronti ad imparare e ad aggiornarsi per ‘insegnare’ come scrivono: “una nuova consapevolezza di sé in relazione agli altri per vivere meglio e in armonia” (Aikido); “dove si trasmette la conoscenza da maestro ad allievo e il sapere tecnico diventa mezzo per il progresso personale” (Karate); “crescere spiritualmente e mentalmente insieme alla disciplina” (Judo)

Ascolto le parole di Recalcati. Il soggetto fiorisce quando osa mostrarsi, quando lascia che la propria ferita diventi luce.

Un fiorire che deve fare i conti con diversi impedimenti, diverse storture tra cui l’esaltazione del successo individuale portata dall’evaporazione del padre, della Legge, a cui seguono, non necessariamente ma ormai in proporzioni sempre più evidenti:

  • L’eccesso che non tiene conto del limite
  • L’introversione come rottura di ogni legame
  • L’uniformazione, l’omofonia, dove pure gli atti di anticonformismo sono quelli indotti dal ‘potere’
  • Le ristrettezze economiche come habitat del disagio


Nella pratica Spirito Ribelle, questo atto di fioritura, di espressione autentica di sé, si fa corpo. Il baricentro è una brace che non si spegne, mentre il movimento si apre e si gonfia come un vela al vento.

Ogni passo è un primordio, ogni gesto è un patto segreto tra vulnerabilità e forza – eco del movimento marziale che propone di restare mobili senza perdersi, esplorarsi senza scappare, accettare il tentennamento senza scoraggiarsi.

Il Ribelle non rompe, custodisce. Non fugge, danza.

Nella danza ritrova la propria libertà incarnata, una fiamma che non chiede permesso per esistere.

Solamente, pratica. Sempre.

“Scuola è il mondo, non si insegni. Si sperimenti” (G. Pizzigoni)





venerdì 5 giugno 2026

Mi spiace, ma nemmeno tanto, per loro e, soprattutto, NOI non siamo ridotti così. Parte 2

 

Ovvero, il MANIFESTO RIBELLE DELL’HOMO IN MOVIMENTO

(Per chi è stanco di vivere al chiuso, seduto e in linea retta)

1. Noi siamo quelli che rifiutano l’acquario del pesce rosso, la gabbietta del criceto

Viviamo in città che ci vogliono al chiuso, come pesci rossi: Case, auto, uffici, palestre, locali. Una vita intera trascorsa in scatole sempre più sofisticate, sempre più comode, sempre più piccole.

L’Homo Sedentarius accetta tutto questo:

https://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/2026/05/homo-sedentarius-mi-spiace-ma-nemmeno.html

Noi No.

Noi siamo gli eretici del movimento. Gli erranti della postura. Gli irregolari della tridimensionalità.

Siamo quelli che dicono basta al vivere in due dimensioni.

“Una comunità che offre una varietà di pratiche di movimento incentrate sull’essere performanti quanto essere espressione artistica attraverso il corpo umano”. (dalle informazioni sul Movimento Generalista)

2. Ribellarsi è un gesto prettamente fisico

La ribellione non è un’idea, è un gesto. È un piede che scivola sul terreno. È una colonna vertebrale che si allunga e si torce. È un respiro che squassa la scatola.

Loro si muovono solo per raggiungere un altro luogo chiuso. Noi ci muoviamo per aprire spazio dentro il corpo.

Loro corrono sul tapis roulant restando fermi. Noi camminiamo nel mondo per ricordarci che esiste.

  1. “Sei una macchina? Allora allenati.

Se invece sei un essere umano, pratica per saperti adattare ai mutamenti e stare in salute” (liberamente tratto da Fighting Monkey)

3. Seduti, compressi, immobili, la postura subita come destino

L’Homo Sedentarius vive seduto: seduto per andare, seduto per lavorare, seduto per mangiare, seduto per riposare, seduto per divertirsi. Poi va in palestra a “fare movimento”, ma sempre agendo dentro lo stesso metro quadro.

Noi rifiutiamo questa caricatura del corpo. Il corpo non è un oggetto da parcheggiare. È un animale. È un paesaggio. È un’onda. E un’onda che come tale non sta mai seduta, non sta mai ferma.



4. La nostra pratica è un atto di disobbedienza

Ogni volta che ci muoviamo davvero, non per consumare calorie, non per imitare un gesto, non per obbedire a un protocollo, non per sfoggiare un fisico alla moda, ma per sentire, per premere, per aprire, per attraversare, stiamo compiendo un atto culturale sovversivo.

La tridimensionalità è la nostra rivoluzione. Il radicamento è la nostra insurrezione. Il respiro è la nostra arma nascosta.

5. Riconquistare lo spazio dentro e fuori

Non ci interessa correre più a lungo. Ci interessa abitare il movimento, farne esperienza.

Non ci interessa diventare più forti. Ci interessa diventare più vivi.

Non ci interessa imitare macchine. Ci interessa ricordarci di essere animali verticali, capaci di spirale, di onda, di torsione, di ascolto.

Il pensiero dominante ci vuole lineari. Noi siamo flessuosi, fluidi, spiraleggianti.

6. Il nostro manifesto è semplice



  • Rifiutiamo la vita al chiuso.

  • Rifiutiamo la tirannia del sedile.

  • Rifiutiamo il movimento imprigionato dentro la gabbietta del criceto.

  • Riprendiamo il corpo come territorio ribelle.

  • Riprendiamo lo spazio come diritto naturale.

  • Riprendiamo il gesto come atto di libertà.


7. Allora, chi siamo ?

Siamo lo Spirito Ribelle, quelli che non accettano di vivere come merci in transito. Siamo quelli che non si assuefanno al respirare aria riciclata. Siamo quelli che non vogliono correre senza andare da nessuna parte.



Siamo quelli che, quando si muovono, spostano il mondo, o, almeno, ci provano.












domenica 31 maggio 2026

HOMO SEDENTARIUS: Mi spiace, ma nemmeno tanto, per loro. Parte 1

 


Una vita al chiuso: 

Antropologia ironica dell’Homo Sedentarius

C’è una specie umana molto diffusa nelle città contemporanee: l’Homo Sedentarius. È ovunque, ma soprattutto dentro. Dentro case, dentro mezzi di trasporto, dentro uffici, dentro palestre, dentro locali. Una creatura che ha fatto dell’aria chiusa e / o condizionata il suo habitat naturale e del sedile il suo scranno evolutivo.

Capitolo 1 — Il grande viaggio, dal letto alla sedia (passando per un sedile)

L’Homo Sedentarius inizia la giornata dormendo al chiuso, perché l’aria aperta è sopravvalutata e poi ci sono gli insetti, il vento, la vita. Si sveglia, si veste e affronta il primo rituale quotidiano che è raggiungere un altro luogo chiuso.

Come? Ovviamente seduto.

In auto, in scooter, in metro, in tram, in bus, l’importante è che ci sia un sedile. Sui mezzi pubblici, sgomita per raggiungerlo e lì accovacciarsi ripiegato su se stesso in perfetta cifosi dorsale (la gobba!!) dentro lo schermo di un cellulare; nel malaugurato caso non lo raggiunga, si irrigidisce in piedi come un palo umano, pressato tra altri pali umani, tutti impegnati a non muoversi.

Capitolo 2 — Il lavoro, l’arte antica dello stare fermi

Arrivato in ufficio o a scuola, l’Homo Sedentarius si dedica alla sua attività principale: Stare seduto. Ore e ore di immobilità creativa, interrotta solo da brevi spostamenti verso altri luoghi chiusi, che siano la mensa, la sala riunioni, il bagno, il corner con i distributori automatici.

Il corpo, nel frattempo, dimentica progressivamente di essere stato progettato per muoversi nello spazio tridimensionale. Ma non importa, tanto poi andrà in palestra.

Se fosse possibile, pur di non camminare, parcheggerebbero DENTRO !!



Capitolo 3 — La palestra, il movimento... immobile

Conclusa la giornata, l’Homo Sedentarius affronta un nuovo spostamento. Ovviamente come? Seduto, verso un altro luogo chiuso.

La palestra. Il tempio del movimento. Il santuario del dinamismo. Il regno dell’energia. La fabbrica della salute e dello stare bene. O no?

Perché lì si corre fermi, si cammina fermi, si arranca sui pedali fermi, si sollevano pesi, ma senza andare mai da nessuna parte, senza raggiungere mai nessun altro luogo.

Il tutto dentro lo stesso metro quadro, con la stessa aria riciclata, sotto la stessa luce artificiale. Un trionfo di movimento ... statico. Persino la pausa caffè o bibita energetica la consuma al bar dentro la palestra.

Capitolo 4 — Il tempo libero, l’uscita che non esce

Dopo la palestra, l’Homo Sedentarius si concede un aperitivo. Indovina dove? Al chiuso. Poi magari va a ballare. Al chiuso. Poi torna a casa. Al chiuso. Sempre spostandosi con le chiappe su un sedile!!

Una vita intera trascorsa come un pesce rosso, sempre dentro un acquario, o come un criceto in gabbia, lì dove tutto avviene: Mangiare, dormire, correre, dentro le solite sbarre.

L'immancabile accessorio per una vita di ... movimento

Capitolo 5 — Tecnologia, l’alleata del non agire

L’Homo Sedentarius non sale e scende le scale, ci sono scale mobili ed ascensori. Non porta le valigie o le borse della spesa, c’è il trolley o il carrello. Non si alza dal divano, c’è il telecomando e, per i più ‘evoluti’, c’è Alexa. Non apre la finestra, c’è il climatizzatore. Non cammina e se si picca di essere un ecologista inforca il monopattino, rigorosamente elettrico.

Quando il medico gli comunica: «Deve fare più movimento» lui annuisce, giustamente preoccupato, e corre subito in palestra… per correre senza andare da nessuna parte.

Conclusione — Una specie in via di… stasi

L’Homo Sedentarius vive in un mondo pieno di spazi, ma li attraversa come un fantasma, senza toccarli, senza sentirli, senza gustarli, ovvero senza abitarli davvero, chiuso, isolato dentro cuffiette e schermo del cellulare. È un essere nato e progettato tridimensionale che vive in due dimensioni: seduto e al chiuso.

Forse un giorno scoprirà che il corpo è progettato per muoversi nello spazio, non solo nel tempo. Forse un giorno uscirà davvero. Forse. Sì ma non oggi, oggi piove, c’è traffico, e poi… c’è il tapis roulant dentro casa ed i pesi nel ripostiglio!!

Tranquilli, anche dopo mezz'ora la trovate qui, al solito posto!!

Nei prossimi giorni:

Mi spiace, ma nemmeno tanto, per loro e, soprattutto, NOI non siamo ridotti così.

Parte 2

Il percorso uguale per tutte e tutti, ovvero la filosofia del protocollo




sabato 30 maggio 2026

Homo Sedentarius. Prossimamente in arrivo!!

 



Eccoli i seguaci del fitness e della palestra. Nemmeno un metro percorrono a piedi tra le chiappe adagiate sulla sella e le chiappe adagiate sul sedile della macchina dei pesi!! Però vanno in palestra a muoversi, a farsi il fisico!!
Nei prossimi giorni, la prima parte del mio post sulla loro straordinaria vita quotidiana da HOMO SEDENTARIUS.

Da non perdere.


venerdì 8 maggio 2026

E ci si ritrova ancora

 


Ritrovarsi, dopo anni, è come entrare in una stanza che non sapevamo di avere ancora dentro. Una stanza fatta di botte, sudore, risate, lividi, silenzi condivisi sul tatami del Dojo, e quella particolare forma di fratellanza che nasce solo quando si pratica Arti Marziali insieme, quando si cade e ci si rialza nello stesso ritmo.

Ex praticanti ZNKR, la Scuola che dal 1980 per quasi quarant’anni ci ha unito, insieme a compagni di quello che, dalle ceneri di quella vecchi Scuola, è ora lo Spirito Ribelle, amici e amiche che non hanno mai tirato un pugno o ‘danzato’ una forma ma hanno respirato la stessa aria di quei giorni. Ospitati nel Dojo del Maestro Giuseppe, serata promossa ed organizzata dall’efficiente Donatella, eccoci seduti a tavola, tra un bicchiere (beh, ‘molti’ bicchieri!!) e diversi piatti, dove abbiamo fatto ciò che fanno le comunità vive: Ricordare. Non per nostalgia, ma per riconoscere che ciò che siamo oggi porta ancora il segno di quelle ore ed ore passate a colpirci, schivare, incontrare kata ripercorrendone il percorso dalla nascita nell’isola di Okinawa fino alla loro trasformazione nel Karate giapponese, scoprire l’immenso sapere taoista del Tai Chi Chuan come il rapido colpire del Wing Chun, le ‘rozze’ armi dei contadini okinawensi e lo scintillio del katana, l’arma dei nobili samurai, il potere animalesco e distruttivo del Kenpo Taiki Ken e le pratiche energetiche di Chi Kung e Kiko: Un percorso marziale tanto enciclopedico quanto profondo e studiato nei principi come nei dettagli.



Poi i filmati: Lezioni in Dojo, stage, spettacoli di Teatro Marziale, il nostro originale fiore all’occhiello, portati in giro per l’Italia. Immagini che non sono solo immagini, ma porte. E ognuno, guardandole, ha ritrovato un frammento di sé: Un sorriso, una caduta, un colpo andato a segno, un compagno più esperto che correggeva con una parola o con un silenzio; ognuno ha riconosciuto sullo schermo quel tal compagno di pratica di cui non sappiamo più nulla, quella ragazzina che ora è certamente adulta.

In quell’incontro c’era qualcosa di più di una cena. C’era la prova che le pratiche, quando sono autentiche e sincere, non finiscono quando si smette di allenarsi. Esse continuano a vivere nei corpi, nelle memorie, nei legami che certo si allentano ma non si sciolgono. C’era la consapevolezza che un Dojo, come lo abbiamo inteso e vissuto noi, non è solo un luogo fisico, ma un tempo condiviso che continua a vibrare anche anni ed anni dopo.








E chissà, senza dirlo, tutti abbiamo sentito la stessa cosa; ovvero che quelle esperienze non sono state solo “anni di pratica marziale”, ma un modo di imparare a stare al mondo. Un modo anche diverso ma sincero, certo imperfetto, ma profondamente umano.




Un brindisi a ciò che è stato, dunque. E a ciò che, in qualche modo, continua a essere tra donne ed uomini che non dimenticano e conoscono il senso di jitakyoei, “amicizia e mutua prosperità”.


























domenica 8 febbraio 2026

50 anni di pratica marziale

 


Febbraio 1976 – Febbraio 2026

Cinquant’anni di pratica marziale. Cinquant’anni di gesti che attraversano il tempo.

Ogni postura è una melodia. Ogni respiro è un ponte tra passato e futuro. Ogni percossa, ogni evitamento è un tentativo di dialogo con l’altro me.

La Via continua, come un fiume che non smette di scorrere.

La pratica non è mai solo tecnica. È memoria incarnata, è relazione, è arte. È una spirale che si avvolge, ancora e ancora.

E’ un lontano inizio, a ventiquattro anni d’età, nei locali di una fabbrica occupata adibita a Dojo, senza riscaldamento, senza luce elettrica, senza servizi igienici, senza spogliatoio, ma tanta e tanta passione. Dojo in cui vestivo i panni dell’allievo, panni che indosso tutt’ora, a settantaquattro anni, al cospetto dei miei Maestri.

E’ sapere mio in continua trasformazione che, come Sensei, ‘colui che è nato prima’, dagli anni ‘80,metto a disposizione di chi mi vuole camminare accanto.

Guarda il video. Condividi il percorso. Vieni a praticare.


Alcune immagini della serata a festeggiare questo momento con allievi ed ex allievi che sono soprattutto tutte e tutti amici in questo clan che è stato lo ZNKR ed ora lo Spirito Ribelle








martedì 26 agosto 2025

2025 Agosto a Bassano del Grappa

 Mercoledì 13

REP, Pedagogia Libertaria e Arti Marziali:

Un percorso di individuazione

 

Pratico, giorni di rilassamento nell’accogliente Bassano del Grappa.




Pratico, spesso nel cortile di casa, il cortile perché l’aggeggio medicale che mi accompagna ormai da mesi mi impedisce di inforcare la bicicletta e raggiungere le rive del fiume Brenta. A volte, a piedi, vado sul vicino monte Crocetta: Da lì, verde, arbusti ed alberi tutt’intorno, posso vedere sotto di me la piana su cui si stende Bassano; sopra, il cielo azzurro è solcato dal volo di alcuni rapaci, sono le poiane, da anni tornate a dominare incontrastate. Umani raramente ne incrocio perché il ritrovo per alcool, chiacchiere e sfoggio di corpi abbronzati e vestiti ‘firmati’ sta parecchie centinaia di metri più lontano.

Pratico Chi Kung / Kiko, forma di Tai Chi Chuan, Peng Lu Ji Han, il passo ed i primi animali del Pa Kwa / Hakkeshou, Neri e Yuri del Taiki Ken, alcune ‘figure’ e giochi di mano del Te di Okinawa e del Kali filippino. Non manca lo spazio per una ricca passata di shadow boxing.

Pratico e ripenso al lungo percorso di formazione marziale e, più in generale, di formazione corporea tra Feldenkrais, Tragger, Danza Sensibile, Expression Primitive, Danzaterapia e più recentemente Body Mind Centering, Movimento Generalista e Laban Movement Analysis.


Pratico e ripenso al lungo percorso di sperimentazione, tentavi poi abortiti, ricerche, per costruire una andragogia / pedagogia, una didattica, capace di integrare tutte queste esperienze per offrirle in modo efficace ed efficiente ai miei allievi. Uomini e donne italiani del XX e XXI secolo, dunque del tutto estranei e ben difficilmente permeabili ad una pratica e cultura che vengono da mondi antichi, diversi, da abitudini a noi estranee, da un tessuto sociale e da comunità che nulla, proprio nulla, hanno a che vedere con il nostro quotidiano come con i nostri valori.

 

“Nessun modello, a mio parere, ha validità descrittiva generale e metacontestuale. Ogni modello è culturalmente determinato: ha senso all’interno delle condizioni (antropologiche, culturali, sociologiche, ecc.) in cui è nato, in riferimento ai bisogni ed alle aspettative della comunità scientifica che lo ha formulato”. (V. Bellia)

Pratico e oggi, pausa assolata, le montagne alle spalle ed il cielo che si stende uniforme su case e strade, mi ritrovo ad annotare alcune riflessioni, a tentare una minima costruzione teorica da offrire a chi mi legge e, magari, sarà incuriosito di conoscere questo mio modo di condividere il sapere, di accompagnare i praticanti assolutamente antagonista, anzi, alternativo a quanto si fa in tutti gli altri Dojo, Kwoon, palestre: Dallo ZNKR allo Spirito Ribelle, uguali a nessuno.

Ne ho già scritto più volte, a partire proprio dall’esperienza concreta, oggi provo a formulare un breve schema teorico: Chissà se qualcuno avrà da dialogare sul tema!!!

Una prima area su cui poggiarmi é la Ricerca Eco Psico – Sociale: Promuovere conoscenze psicopedagogiche rivolte a chiunque interagisca con “cervelli umani”, al fine di corrompere il meno possibile le relazioni e gli ecosistemi che abitiamo. Dalla ricerca più che cinquantennale (il nome più noto é quello di Pierluigi Lando, neuropsichiatra) spicca che ciò che avversa l’emergere in figura del progetto-persona è un’educazione / istruzione basata sui principi di una andragogia / pedagogia condita di premi e punizioni, imposizioni, subordinazione passiva all’autorità, modelli da imitare pedissequamente, annullamento di ogni individualità per conformarla allo standard dominante.

 

“Per esempio, la maggior parte delle pratiche didattiche si fonda sull’assunto che lo studente è fondamentalmente un ricevitore, che l’oggetto (“la materia”) da cui si origina lo stimolo è importantissimo, e che lo studente non ha altra scelta se non vedere e capire lo stimolo così come esso “è”. Adesso noi sappiamo che tale assunto è falso”. (N. Postman)

Quanto sopra, non solo non aiuta un autentico apprendimento globale, olistico, dell’individuo a partire dalla pratica dell’arte intrapresa, ma, ampliando l’orizzonte, può condurlo sulla via della supina accettazione dell’esistente come dato di fatto incontrovertibile ed assolutamente certo deresponsabilizzandolo in tutte le sue scelte e privandolo della consapevolezza delle conseguenze. Nei casi più fragili crea le condizioni per un malessere interno le cui manifestazioni esterne saranno atteggiamenti depressivi o, al contrario, eccessi di hỳbris, ovvero insolenza, tracotanza.


Chiunque si occupi, a titolo qualificato, di formazione, conosce i pericoli di una cattiva gestione dell’amigdala, la struttura cerebrale deputata all’innesco delle reazioni di attacco o fuga. La loro repressione ne provoca l’ammasso disordinato e potenzialmente patogeno

“Nel conflitto tra istinto e principi morali, tra ego e mondo esterno, l'organismo è costretto a «corazzarsi» tanto contro l'istinto quanto contro il mondo circostante; è una rigida corazza che si risolve inevitabilmente in una limitazione delle facoltà vitali e di cui soffre la maggioranza degli uomini: è come se tra loro e la vita si innalzasse un muro. È in questa corazza che risiede la ragione chiave della solitudine di tanti uomini in seno alla collettività” (W. Reich, medico, psichiatra e psicoanalista)

La Pedagogia Libertaria, secondo tassello del mio impianto teorico, scartando l’autorità costrittiva in cui imperano un Maestro / Sifu unico detentore del sapere ed una materia di studio immutabile e sclerotizzata nei suoi dogmi, accompagna invece ad un apprendimento costruito sull’autonomia, la curiosità e la responsabilità personale. In questo contesto, le Arti Marziali non si pongono come un sistema gerarchico di premi e punizioni /promozioni e bocciature, ma un’arena dove il praticante impara e cresce secondo il proprio ritmo, esplora il proprio stile e costruisce il proprio sapere corporeo.

 

“Quando hai imparato qualcosa, lo devi modificare progressivamente fino a farlo diventare a modo tuo.  Chi segue a occhi chiusi è morto. Solo i ribelli possono raggiungere qualcosa” (Maestro Liang Dongcai, meglio conosciuto come T.T. Liang)

“E poi un maestro mi ha detto, come Lou, che il Chi è energia. E ha detto: ‘La forma? Puoi fare quello che ti pare!’” (Yongey Mingyur Rinpoche, maestro di buddismo tibetano e insegnante di meditazione)


Nei decenni, ho costruito, a partire dalla mia pratica individuale e da quella come Sensei, come facilitatore di gruppi, un clan, lo Spirito Ribelle, dove non ci sono cinture da conquistare e tecniche da memorizzare, ma esperienze da vivere. Dove io sono quello ‘nato prima’ (Sensei), non un giudice, e come tale esempio vivente per chiunque, purché sinceramente appassionato, che il ‘bosco’ (1) può essere attraversato, che ognuno può conoscersi, crescere e migliorarsi davvero non solo a parole o slogan, non solo e non certamente perché pratica Kenpo, Karate, Judo, Aikido, Tai Chi Chuan ecc. non solo e non certamente perché ripete forme (kata o taolu), gesti, tecniche (waza) memorizzati a dovere.

In questo ambiente Spirito Ribelle, le Arti Marziali sono una forma di educazione libertaria: “Il corpo è il libro, il movimento è la lingua e la libertà è il metodo”. (anonimo).

  • La pratica, da solo, in coppia e in gruppo, è ascolto di sè e della relazione con ciò che vive fuori di sè.
  • La Ricerca Eco Psico – Sociale e la Pedagogia Libertaria fondano tanto autonomia, quanto cooperazione.

Solo così le Arti Marziali possono essere una filosofia di vita, un autentico percorso che dal Bujutsu, la pratica del confliggere per non essere soppressi, sfocia nel Budo, la Via della consapevolezza; possono essere autentico cammino di individuazione e crescita umana (2).

Ben oltre la tecnica, questa è una pratica di emancipazione personale.

 

 

 1. “La foresta, spesso identificata con il bosco, costituisce lo scenario ideale per l ‘ esperienza iniziatica e la strettamente connessa rappresentazione fiabesca: è un luogo simbolico fortemente seducente e primigeno, contrapposto alla nostra terra edificata, coltivata e controllata, uno spazio in cui le nostre regole, subalterne a quelle ‘‘caotiche della natura spontanea, perdono improvvisamente ogni valore” (https://psicologiaeconsapevolezza.blogspot.com/2015/06/simbolismo-della-foresta.html)

 

2. “La cornice concettuale che abbiamo delineato mira a comprendere il movimento corporeo come un dialogo dell’io. La nostra indagine ha avuto inizio con la premessa fondamentale che l’io sia un soggetto incarnato, un dialogo e una pratica. Questa premessa è stata assunta grazie alla ricerca effettuata nei primi due capitoli, che hanno come fulcro Schütz (Vienna, 1899 – New York, 1959 è stato un filosofo e sociologo austriaco) e in particolare la sua fenomenologia del mondo sociale, che, attraverso la sua prospettiva dinamica e relazionale, posiziona l’individuo all’interno del mondo della vita quotidiana e stabilisce connessioni con gli altri e con il mondo circostante. Ne abbiamo evidenziato un correlato prima con la fenomenologia dell’alterità di Husserl (1859-1938) e, nello specifico, con la sua concezione di corpo vissuto e poi con la concezione pragmatica dell’io di Larmore (1950, filosofo statunitense); concludendo con un collegamento all’io dinamico di Arendt (1906-1975  politologa, filosofa e storica tedesca naturalizzata statunitense in seguito al ritiro della cittadinanza tedesca nel 1937), la cui caratteristica è la pluralità, un soggetto che realizza la sua struttura relazionale nell’azione, la quale si attua nello spazio pubblico” (https://la-filosofia.it/il-movimento-corporeo-come-dialogo/)







 

Lunedì 18

Esibizionisti in vetrina:

Il fitness come pratica narcisista

 

Li vedo, mi vengono incontro mostrando come un trofeo quello che io chiamo il “petto da tacchino”, pettorali gonfi a dismisura; li vedo, seduti al tavolino accanto, “manzi” dal torace voluminoso come una botte, avambraccio perennemente flesso a espandere il bicipite; le vedo, vita sottile e spalle allargate dall’ipertrofia dei deltoidi laterali che donano loro un busto androgino, addominali scolpiti nella tanto agognata tartaruga. Corpi da esibire.

Corpi tatuati, ovviamente. Potrei azzardare l’età, dato che i tatuaggi esposti corrispondono pedissequamente alle mode succedutisi negli anni: I cinquantenni non mancano del tribale sul polpaccio, poi, a scendere, arrivano gli anni della frase scritta con ideogrammi asiatici (e buon per loro se la scritta è solo un’accozzaglia di segni e non un qualche insulto!), le strisce nere sul braccio o, di nuovo, sul polpaccio. Ora va di moda il corpo a “banco di scuola media”: Una confusa distesa di singole parole e figure disegnate con tratto infantile che coprono in toto la “tela corpo”. Ah, non mancano i più elaborati e complessi colorati disegni di stampo giapponese, tra immancabili carpe e geishe, o l'intricato diffondersi di segni e forme che ricordano stralci di differenti esempi di “carta varese” mescolate tra di loro da qualche mano ubriaca. Non vanno mai fuori moda le frasi motivazionali in stile “baci Perugina” o i brandelli di poesia del tutto estrapolati dal contesto.

E’ palpabile, è immediatamente visibile: Nel laboratorio sociale del terzo millennio, il corpo umano non è più “tempio”, ma showroom. E il personal trainer? Un moderno e spesso improvvisato Prometeo con licenza "social forum”. Benvenuti nell’era della sindrome di Frankenstein, dove il corpo non si allena: Si assembla.

 

La sindrome di Frankenstein:

Anatomia di un delirio estetico


Chi mi conosce sa della mia scarsa dimestichezza con la narrativa, essendo io un divoratore di saggi. Eppure quanto scritto sopra mi riporta drasticamente alla storia del misero Frankenstein: Victor Frankenstein, giovane scienziato ginevrino, che, spinto dall’ardore della ricerca scientifica, scopre il modo di creare la vita. Costruisce una creatura umana con pezzi di cadaveri, questa però è portatrice di violenza e mostruosità.  

La sindrome di Frankenstein, letta ai giorni nostri, non è (ancora?) una patologia clinica (1), ma una condizione culturale: L’ossessione per la costruzione del corpo perfetto, pezzo dopo pezzo, come se fosse un puzzle muscolare; materia inerte, assemblabile e disarticolabile a piacere. Bicipiti da esposizione, glutei da tutorial, zigomi da filtro. Il soggetto non si riconosce più nel proprio corpo, ma lo vive come un progetto da migliorare, correggere, scolpire. Un corpo Korper iper investito sul piano frivolmente estetico, che si espone in vetrina; un bene di consumo, di reificazione e falsificazione assoggettato principalmente (ed inconsapevolmente) ai dettami della moda e della pubblicità (2).

Il corpo diventa un Frankenstein del terzo millennio: Non cucito con cadaveri, ma dettato dalla moda e con sogni altrui e algoritmi di gradimento.

 

Fitness:

La nuova religione del narcisismo



Il fitness ormai non è più pratica di salute (anche se, come ho già spiegato più volte, dubito possa essere salutare l’esercizio fisico che viene proposto nelle varie catene di palestre), ma prestazione visiva. Non si corre per stare bene, si corre nella speranza di postare di sé immagini di un fisico magro ed asciutto. Si sollevano pesi per mostrarsi grossi ed essere notati. Il tapis roulant è diventato una passerella, lo specchio della palestra un confessionale narcisista. Il sudore? Solo se è fotogenico e testimonia della nostra verace passione per l’attività fisica.

Allenarsi è ormai un atto performativo, una coreografia di vanità. Il corpo non si plasma tanto e solo per vivere meglio, ma per apparire meglio. Il muscolo non è funzionale (3), è ornamentale, che se non si potesse mostrarlo, tanto varrebbe non averlo!!

 

Vetrinizzazione:

Il corpo come feed

 

La vetrinizzazione è il processo per cui ogni gesto, ogni posa, ogni smorfia diventa contenuto. Il corpo è esposto, condiviso, giudicato. Non si vive più il corpo, non si vive più corpo Leib ma corpo Korper: Lo si espone. Il selfie post allenamento è il nuovo certificato di esistenza. Se non hai postato il tuo plank, hai davvero fatto plank?

La palestra è il nuovo palcoscenico di un ego turbato, dove si recita il ruolo del “fitness influencer” anche se si è solo il protagonista di una grottesca narrazione in leggings compressivi. Il corpo non è più mezzo, ma fine. E il fine è sempre lo stesso: visibilità ed approvazione social.

 

Epilogo:

Il corpo come algoritmo

 

In questo scenario, il corpo non è più biologico, ma digitale. È un algoritmo da ottimizzare, una bio-macchina da rendere virale. La sindrome di Frankenstein e la vetrinizzazione del fitness sono due facce della stessa medaglia che è il rifiuto dell’imperfezione e l’adorazione dell’apparenza: “Dietro corpi sempre più palestrati si nasconde un io sempre più minimo, insicuro, fragile, poco strutturato, poco critico, superficiale, come la superficie dello specchio con cui si identifica” (A.G.A. Naccari ‘Pedagogia della corporeità’). La conoscenza di sé e l’autodeterminazione sono goffamente associate alla forma fisica esibita.

Ma, se ben ricordo la storia, Frankenstein, alla fine, si rivolta contro il suo creatore. Forse, un giorno, il nostro corpo ci chiederà indietro l’integrità e la dignità che abbiamo barattato per un filtro, per uno sguardo di approvazione da uno sconosciuto.

 

1.  “Tra le conseguenze più evidenti, sul piano della patologia psichica, si può notare un aumento dei disturbi legati a manifestazioni somatiche: disturbi dell’alimentazione, comportamenti dismorfofobici, tendenze marcatamente narcisistiche, depersonalizzazione somatopsichica, preoccupazione ipocondriaca ecc.” (A.G.A. Naccari ‘Persona e Movimento. Per una pedagogia dell’incarnazione’

 

2. Secondo il sociologo francese Pierre Bourdieu (1930 – 2002), ciò che ci piace non è un fattore né casuale né dettato principalmente da un gusto / scelta personale, quanto piuttosto è socialmente determinato. O, come ci ricorda Coco Chanel (1883 – 1971), una che di moda se ne intendeva (!!): "La moda riflette sempre i tempi in cui vive, anche se, quando i tempi sono banali, preferiamo dimenticarlo."

 

3. Per le storture e le nefandezze di quanto propone il fitness in palestra, vedasi la pagina Instagram di Raffaele Agus: movimentoprimal. 

 







Mercoledì 20

Teatro, Pinocchio, Arti Marziali,

ovvero l’elogio dell’ambiguità.

 

Giornata piovosa in questi giorni di vacanze venete. Ne approfittiamo, Monica ed io, per una visita al Teatro Olimpico di Vicenza.

Stupendo, mi siedo meravigliato a lasciarmi sopraffare da tanto incanto. E il pensiero immediatamente va all’arte dell’inganno perché questa opera è un monumento all’inganno visivo: La sua scenografia prospettica, che simula una profondità infinita su un palcoscenico finito, è la celebrazione dell’illusione; le colonne e le statue non sono affatto pesanti realtà marmoree ma legno (abete rosso del Friuli) interamente ricoperto di stucco dipinto per simulare il marmo.

Qui sfacciatamente compare il teatro come luogo dove ciò che appare si rimescola con ciò che è; dove la finzione si stempera in verità emotiva; dove lo stupore origina dall’ambiguità. Qui l’ambiguità è architettonica e percettiva insieme.

Ripenso a “Pinocchio: Un libro parallelo”, di Giorgio Manganelli. In esso, lo scambiarsi tra realtà e apparenza è il il fondamento, riscrivendo il classico di Collodi non come semplice fiaba ma come viaggio iniziatico. Pinocchio diviene simbolo dell’identità fluida, della metamorfosi continua. Manganelli lo trasforma in specchio dell’umano, dove ogni affermazione porta con sé il dubbio della negazione, ogni fandonia cela una verità sottesa, dove il lettore è costretto a rivedere continuamente il proprio giudizio. Nulla è come sembra, e ogni personaggio è una soglia tra il reale e il fantastico. Come nel Teatro Olimpico, anche qui l’illusione è momento di rivelazione.





 

Non sono forse così le Arti Marziali?

 

Apparentemente distanti dal teatro e dalla letteratura, ma in realtà profondamente affini. Un praticante esperto sa che il movimento più efficace è spesso quello che inganna: L’elusione, il vuoto che diventa pieno, la quiete che nasconde l’esplosione, il cedere che è guadagnare spazio e tempo per premere e travolgere. Tutto è ambiguità, è semina di dubbi. Le Arti Marziali non sono affatto tecnica, ma filosofia incarnata. Come il Teatro (quello Olimpico di Vicenza nella sua materialità, ma il teatro tutto, ogni teatro, nella sua funzione) e come il Pinocchio manganelliano, esse giocano sul confine labile tra ciò che appare e ciò che è, tra ciò che si presenta immobile e ciò che è movimento repentino, tra quella che si mostra ottusa lentezza ed invece è profonda penetrazione al cuore. Quando l’opponente crolla non per maggiore prestanza fisica subita, ma per intelligenza del movimento subito, si rivela il fascino sottile e perverso, ambiguo, dell’arte marziale. Qui, il corpo diventa narrazione, il gesto diventa stupore.





 

Un filo invisibile

 

Cosa unisce questi tre mondi? L’arte dell’ambiguità. Il potere di indurre stupore volgendo la chiarezza in mistero. Il Teatro Olimpico ci insegna che la prospettiva può essere più vera della realtà, che l’ardita piramide di pesi pesanti è precaria come un castello di carta; ‘Pinocchio: Un libro parallelo’ ci rivela che l’identità, ogni identità, è una storia in perenne riscrittura. Le Arti Marziali ci ammoniscono che la difesa della propria incolumità risiede nell’equilibrio tra patente e latente.

In anni che anelano a risposte nette, a diffondere verità assolute, ad emettere sentenze e giudizi perentori su tutto e tutti, questi tre mondi ci invitano a sostare nell’incertezza. A vivere il dubbio come possibilità creativa. A lasciarci incantare da ciò che forse non è così importante spiegare, ma solo vivere.

L’ambiguità in queste opere non è confusione, ma pienezza di significati. È ciò che ci costringe a guardare due e più volte, a dubitare, a meravigliarci.  


Teatro, Pinocchio, le Arti Marziali, sono tutte forme di verità mascherata, dove lo stupore nasce proprio dal fatto che nulla è mai solo ciò che sembra.

Ennesimo invito al motto rinascimentale “penna e spada”, al nipponico “Bun Bu Ryodo”, al vivere appieno dentro le diverse forme artistiche che abitano il mondo, che abitano noi. Per crescere.