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martedì 26 agosto 2025

2025 Agosto a Bassano del Grappa

 Mercoledì 13

REP, Pedagogia Libertaria e Arti Marziali:

Un percorso di individuazione

 

Pratico, giorni di rilassamento nell’accogliente Bassano del Grappa.




Pratico, spesso nel cortile di casa, il cortile perché l’aggeggio medicale che mi accompagna ormai da mesi mi impedisce di inforcare la bicicletta e raggiungere le rive del fiume Brenta. A volte, a piedi, vado sul vicino monte Crocetta: Da lì, verde, arbusti ed alberi tutt’intorno, posso vedere sotto di me la piana su cui si stende Bassano; sopra, il cielo azzurro è solcato dal volo di alcuni rapaci, sono le poiane, da anni tornate a dominare incontrastate. Umani raramente ne incrocio perché il ritrovo per alcool, chiacchiere e sfoggio di corpi abbronzati e vestiti ‘firmati’ sta parecchie centinaia di metri più lontano.

Pratico Chi Kung / Kiko, forma di Tai Chi Chuan, Peng Lu Ji Han, il passo ed i primi animali del Pa Kwa / Hakkeshou, Neri e Yuri del Taiki Ken, alcune ‘figure’ e giochi di mano del Te di Okinawa e del Kali filippino. Non manca lo spazio per una ricca passata di shadow boxing.

Pratico e ripenso al lungo percorso di formazione marziale e, più in generale, di formazione corporea tra Feldenkrais, Tragger, Danza Sensibile, Expression Primitive, Danzaterapia e più recentemente Body Mind Centering, Movimento Generalista e Laban Movement Analysis.


Pratico e ripenso al lungo percorso di sperimentazione, tentavi poi abortiti, ricerche, per costruire una andragogia / pedagogia, una didattica, capace di integrare tutte queste esperienze per offrirle in modo efficace ed efficiente ai miei allievi. Uomini e donne italiani del XX e XXI secolo, dunque del tutto estranei e ben difficilmente permeabili ad una pratica e cultura che vengono da mondi antichi, diversi, da abitudini a noi estranee, da un tessuto sociale e da comunità che nulla, proprio nulla, hanno a che vedere con il nostro quotidiano come con i nostri valori.

 

“Nessun modello, a mio parere, ha validità descrittiva generale e metacontestuale. Ogni modello è culturalmente determinato: ha senso all’interno delle condizioni (antropologiche, culturali, sociologiche, ecc.) in cui è nato, in riferimento ai bisogni ed alle aspettative della comunità scientifica che lo ha formulato”. (V. Bellia)

Pratico e oggi, pausa assolata, le montagne alle spalle ed il cielo che si stende uniforme su case e strade, mi ritrovo ad annotare alcune riflessioni, a tentare una minima costruzione teorica da offrire a chi mi legge e, magari, sarà incuriosito di conoscere questo mio modo di condividere il sapere, di accompagnare i praticanti assolutamente antagonista, anzi, alternativo a quanto si fa in tutti gli altri Dojo, Kwoon, palestre: Dallo ZNKR allo Spirito Ribelle, uguali a nessuno.

Ne ho già scritto più volte, a partire proprio dall’esperienza concreta, oggi provo a formulare un breve schema teorico: Chissà se qualcuno avrà da dialogare sul tema!!!

Una prima area su cui poggiarmi é la Ricerca Eco Psico – Sociale: Promuovere conoscenze psicopedagogiche rivolte a chiunque interagisca con “cervelli umani”, al fine di corrompere il meno possibile le relazioni e gli ecosistemi che abitiamo. Dalla ricerca più che cinquantennale (il nome più noto é quello di Pierluigi Lando, neuropsichiatra) spicca che ciò che avversa l’emergere in figura del progetto-persona è un’educazione / istruzione basata sui principi di una andragogia / pedagogia condita di premi e punizioni, imposizioni, subordinazione passiva all’autorità, modelli da imitare pedissequamente, annullamento di ogni individualità per conformarla allo standard dominante.

 

“Per esempio, la maggior parte delle pratiche didattiche si fonda sull’assunto che lo studente è fondamentalmente un ricevitore, che l’oggetto (“la materia”) da cui si origina lo stimolo è importantissimo, e che lo studente non ha altra scelta se non vedere e capire lo stimolo così come esso “è”. Adesso noi sappiamo che tale assunto è falso”. (N. Postman)

Quanto sopra, non solo non aiuta un autentico apprendimento globale, olistico, dell’individuo a partire dalla pratica dell’arte intrapresa, ma, ampliando l’orizzonte, può condurlo sulla via della supina accettazione dell’esistente come dato di fatto incontrovertibile ed assolutamente certo deresponsabilizzandolo in tutte le sue scelte e privandolo della consapevolezza delle conseguenze. Nei casi più fragili crea le condizioni per un malessere interno le cui manifestazioni esterne saranno atteggiamenti depressivi o, al contrario, eccessi di hỳbris, ovvero insolenza, tracotanza.


Chiunque si occupi, a titolo qualificato, di formazione, conosce i pericoli di una cattiva gestione dell’amigdala, la struttura cerebrale deputata all’innesco delle reazioni di attacco o fuga. La loro repressione ne provoca l’ammasso disordinato e potenzialmente patogeno

Nel conflitto tra istinto e principi morali, tra ego e mondo esterno, l'organismo è costretto a «corazzarsi» tanto contro l'istinto quanto contro il mondo circostante; è una rigida corazza che si risolve inevitabilmente in una limitazione delle facoltà vitali e di cui soffre la maggioranza degli uomini: è come se tra loro e la vita si innalzasse un muro. È in questa corazza che risiede la ragione chiave della solitudine di tanti uomini in seno alla collettività” (W. Reich, medico, psichiatra e psicoanalista)

La Pedagogia Libertaria, secondo tassello del mio impianto teorico, scartando l’autorità costrittiva in cui imperano un Maestro / Sifu unico detentore del sapere ed una materia di studio immutabile e sclerotizzata nei suoi dogmi, accompagna invece ad un apprendimento costruito sull’autonomia, la curiosità e la responsabilità personale. In questo contesto, le Arti Marziali non si pongono come un sistema gerarchico di premi e punizioni /promozioni e bocciature, ma un’arena dove il praticante impara e cresce secondo il proprio ritmo, esplora il proprio stile e costruisce il proprio sapere corporeo.

 

“Quando hai imparato qualcosa, lo devi modificare progressivamente fino a farlo diventare a modo tuo.  Chi segue a occhi chiusi è morto. Solo i ribelli possono raggiungere qualcosa” (Maestro Liang Dongcai, meglio conosciuto come T.T. Liang)

“E poi un maestro mi ha detto, come Lou, che il Chi è energia. E ha detto: ‘La forma? Puoi fare quello che ti pare!’” (Yongey Mingyur Rinpoche, maestro di buddismo tibetano e insegnante di meditazione)


Nei decenni, ho costruito, a partire dalla mia pratica individuale e da quella come Sensei, come facilitatore di gruppi, un clan, lo Spirito Ribelle, dove non ci sono cinture da conquistare e tecniche da memorizzare, ma esperienze da vivere. Dove io sono quello ‘nato prima’ (Sensei), non un giudice, e come tale esempio vivente per chiunque, purché sinceramente appassionato, che il ‘bosco’ (1) può essere attraversato, che ognuno può conoscersi, crescere e migliorarsi davvero non solo a parole o slogan, non solo e non certamente perché pratica Kenpo, Karate, Judo, Aikido, Tai Chi Chuan ecc. non solo e non certamente perché ripete forme (kata o taolu), gesti, tecniche (waza) memorizzati a dovere.

In questo ambiente Spirito Ribelle, le Arti Marziali sono una forma di educazione libertaria: “Il corpo è il libro, il movimento è la lingua e la libertà è il metodo”. (anonimo).

  • La pratica, da solo, in coppia e in gruppo, è ascolto di sè e della relazione con ciò che vive fuori di sè.
  • La Ricerca Eco Psico – Sociale e la Pedagogia Libertaria fondano tanto autonomia, quanto cooperazione.

Solo così le Arti Marziali possono essere una filosofia di vita, un autentico percorso che dal Bujutsu, la pratica del confliggere per non essere soppressi, sfocia nel Budo, la Via della consapevolezza; possono essere autentico cammino di individuazione e crescita umana (2).

Ben oltre la tecnica, questa è una pratica di emancipazione personale.

 

 

 1La foresta, spesso identificata con il bosco, costituisce lo scenario ideale per l ‘ esperienza iniziatica e la strettamente connessa rappresentazione fiabesca: è un luogo simbolico fortemente seducente e primigeno, contrapposto alla nostra terra edificata, coltivata e controllata, uno spazio in cui le nostre regole, subalterne a quelle ‘‘caotiche della natura spontanea, perdono improvvisamente ogni valore” (https://psicologiaeconsapevolezza.blogspot.com/2015/06/simbolismo-della-foresta.html)

 

2. “La cornice concettuale che abbiamo delineato mira a comprendere il movimento corporeo come un dialogo dell’io. La nostra indagine ha avuto inizio con la premessa fondamentale che l’io sia un soggetto incarnato, un dialogo e una pratica. Questa premessa è stata assunta grazie alla ricerca effettuata nei primi due capitoli, che hanno come fulcro Schütz (Vienna, 1899 – New York, 1959 è stato un filosofo e sociologo austriaco) e in particolare la sua fenomenologia del mondo sociale, che, attraverso la sua prospettiva dinamica e relazionale, posiziona l’individuo all’interno del mondo della vita quotidiana e stabilisce connessioni con gli altri e con il mondo circostante. Ne abbiamo evidenziato un correlato prima con la fenomenologia dell’alterità di Husserl (1859-1938) e, nello specifico, con la sua concezione di corpo vissuto e poi con la concezione pragmatica dell’io di Larmore (1950, filosofo statunitense); concludendo con un collegamento all’io dinamico di Arendt (1906-1975  politologa, filosofa e storica tedesca naturalizzata statunitense in seguito al ritiro della cittadinanza tedesca nel 1937), la cui caratteristica è la pluralità, un soggetto che realizza la sua struttura relazionale nell’azione, la quale si attua nello spazio pubblico” (https://la-filosofia.it/il-movimento-corporeo-come-dialogo/)







 

Lunedì 18

Esibizionisti in vetrina:

Il fitness come pratica narcisista

 

Li vedo, mi vengono incontro mostrando come un trofeo quello che io chiamo il “petto da tacchino”, pettorali gonfi a dismisura; li vedo, seduti al tavolino accanto, “manzi” dal torace voluminoso come una botte, avambraccio perennemente flesso a espandere il bicipite; le vedo, vita sottile e spalle allargate dall’ipertrofia dei deltoidi laterali che donano loro un busto androgino, addominali scolpiti nella tanto agognata tartaruga. Corpi da esibire.

Corpi tatuati, ovviamente. Potrei azzardare l’età, dato che i tatuaggi esposti corrispondono pedissequamente alle mode succedutisi negli anni: I cinquantenni non mancano del tribale sul polpaccio, poi, a scendere, arrivano gli anni della frase scritta con ideogrammi asiatici (e buon per loro se la scritta è solo un’accozzaglia di segni e non un qualche insulto!), le strisce nere sul braccio o, di nuovo, sul polpaccio. Ora va di moda il corpo a “banco di scuola media”: Una confusa distesa di singole parole e figure disegnate con tratto infantile che coprono in toto la “tela corpo”. Ah, non mancano i più elaborati e complessi colorati disegni di stampo giapponese, tra immancabili carpe e geishe, o l'intricato diffondersi di segni e forme che ricordano stralci di differenti esempi di “carta varese” mescolate tra di loro da qualche mano ubriaca. Non vanno mai fuori moda le frasi motivazionali in stile “baci Perugina” o i brandelli di poesia del tutto estrapolati dal contesto.

E’ palpabile, è immediatamente visibile: Nel laboratorio sociale del terzo millennio, il corpo umano non è più “tempio”, ma showroom. E il personal trainer? Un moderno e spesso improvvisato Prometeo con licenza "social forum”. Benvenuti nell’era della sindrome di Frankenstein, dove il corpo non si allena: Si assembla.

 

La sindrome di Frankenstein:

Anatomia di un delirio estetico


Chi mi conosce sa della mia scarsa dimestichezza con la narrativa, essendo io un divoratore di saggi. Eppure quanto scritto sopra mi riporta drasticamente alla storia del misero Frankenstein: Victor Frankenstein, giovane scienziato ginevrino, che, spinto dall’ardore della ricerca scientifica, scopre il modo di creare la vita. Costruisce una creatura umana con pezzi di cadaveri, questa però è portatrice di violenza e mostruosità.  

La sindrome di Frankenstein, letta ai giorni nostri, non è (ancora?) una patologia clinica (1), ma una condizione culturale: L’ossessione per la costruzione del corpo perfetto, pezzo dopo pezzo, come se fosse un puzzle muscolare; materia inerte, assemblabile e disarticolabile a piacere. Bicipiti da esposizione, glutei da tutorial, zigomi da filtro. Il soggetto non si riconosce più nel proprio corpo, ma lo vive come un progetto da migliorare, correggere, scolpire. Un corpo Korper iper investito sul piano frivolmente estetico, che si espone in vetrina; un bene di consumo, di reificazione e falsificazione assoggettato principalmente (ed inconsapevolmente) ai dettami della moda e della pubblicità (2).

Il corpo diventa un Frankenstein del terzo millennio: Non cucito con cadaveri, ma dettato dalla moda e con sogni altrui e algoritmi di gradimento.

 

Fitness:

La nuova religione del narcisismo



Il fitness ormai non è più pratica di salute (anche se, come ho già spiegato più volte, dubito possa essere salutare l’esercizio fisico che viene proposto nelle varie catene di palestre), ma prestazione visiva. Non si corre per stare bene, si corre nella speranza di postare di sé immagini di un fisico magro ed asciutto. Si sollevano pesi per mostrarsi grossi ed essere notati. Il tapis roulant è diventato una passerella, lo specchio della palestra un confessionale narcisista. Il sudore? Solo se è fotogenico e testimonia della nostra verace passione per l’attività fisica.

Allenarsi è ormai un atto performativo, una coreografia di vanità. Il corpo non si plasma tanto e solo per vivere meglio, ma per apparire meglio. Il muscolo non è funzionale (3), è ornamentale, che se non si potesse mostrarlo, tanto varrebbe non averlo!!

 

Vetrinizzazione:

Il corpo come feed

 

La vetrinizzazione è il processo per cui ogni gesto, ogni posa, ogni smorfia diventa contenuto. Il corpo è esposto, condiviso, giudicato. Non si vive più il corpo, non si vive più corpo Leib ma corpo Korper: Lo si espone. Il selfie post allenamento è il nuovo certificato di esistenza. Se non hai postato il tuo plank, hai davvero fatto plank?

La palestra è il nuovo palcoscenico di un ego turbato, dove si recita il ruolo del “fitness influencer” anche se si è solo il protagonista di una grottesca narrazione in leggings compressivi. Il corpo non è più mezzo, ma fine. E il fine è sempre lo stesso: visibilità ed approvazione social.

 

Epilogo:

Il corpo come algoritmo

 

In questo scenario, il corpo non è più biologico, ma digitale. È un algoritmo da ottimizzare, una bio-macchina da rendere virale. La sindrome di Frankenstein e la vetrinizzazione del fitness sono due facce della stessa medaglia che è il rifiuto dell’imperfezione e l’adorazione dell’apparenza: “Dietro corpi sempre più palestrati si nasconde un io sempre più minimo, insicuro, fragile, poco strutturato, poco critico, superficiale, come la superficie dello specchio con cui si identifica” (A.G.A. Naccari ‘Pedagogia della corporeità’). La conoscenza di sé e l’autodeterminazione sono goffamente associate alla forma fisica esibita.

Ma, se ben ricordo la storia, Frankenstein, alla fine, si rivolta contro il suo creatore. Forse, un giorno, il nostro corpo ci chiederà indietro l’integrità e la dignità che abbiamo barattato per un filtro, per uno sguardo di approvazione da uno sconosciuto.

 

1.  Tra le conseguenze più evidenti, sul piano della patologia psichica, si può notare un aumento dei disturbi legati a manifestazioni somatiche: disturbi dell’alimentazione, comportamenti dismorfofobici, tendenze marcatamente narcisistiche, depersonalizzazione somatopsichica, preoccupazione ipocondriaca ecc.” (A.G.A. Naccari ‘Persona e Movimento. Per una pedagogia dell’incarnazione’

 

2. Secondo il sociologo francese Pierre Bourdieu (1930 – 2002), ciò che ci piace non è un fattore né casuale né dettato principalmente da un gusto / scelta personale, quanto piuttosto è socialmente determinato. O, come ci ricorda Coco Chanel (1883 – 1971), una che di moda se ne intendeva (!!): "La moda riflette sempre i tempi in cui vive, anche se, quando i tempi sono banali, preferiamo dimenticarlo."

 

3. Per le storture e le nefandezze di quanto propone il fitness in palestra, vedasi la pagina Instagram di Raffaele Agus: movimentoprimal. 

 







Mercoledì 20

Teatro, Pinocchio, Arti Marziali,

ovvero l’elogio dell’ambiguità.

 

Giornata piovosa in questi giorni di vacanze venete. Ne approfittiamo, Monica ed io, per una visita al Teatro Olimpico di Vicenza.

Stupendo, mi siedo meravigliato a lasciarmi sopraffare da tanto incanto. E il pensiero immediatamente va all’arte dell’inganno perché questa opera è un monumento all’inganno visivo: La sua scenografia prospettica, che simula una profondità infinita su un palcoscenico finito, è la celebrazione dell’illusione; le colonne e le statue non sono affatto pesanti realtà marmoree ma legno (abete rosso del Friuli) interamente ricoperto di stucco dipinto per simulare il marmo.

Qui sfacciatamente compare il teatro come luogo dove ciò che appare si rimescola con ciò che è; dove la finzione si stempera in verità emotiva; dove lo stupore origina dall’ambiguità. Qui l’ambiguità è architettonica e percettiva insieme.

Ripenso a “Pinocchio: Un libro parallelo”, di Giorgio Manganelli. In esso, lo scambiarsi tra realtà e apparenza è il il fondamento, riscrivendo il classico di Collodi non come semplice fiaba ma come viaggio iniziatico. Pinocchio diviene simbolo dell’identità fluida, della metamorfosi continua. Manganelli lo trasforma in specchio dell’umano, dove ogni affermazione porta con sé il dubbio della negazione, ogni fandonia cela una verità sottesa, dove il lettore è costretto a rivedere continuamente il proprio giudizio. Nulla è come sembra, e ogni personaggio è una soglia tra il reale e il fantastico. Come nel Teatro Olimpico, anche qui l’illusione è momento di rivelazione.





 

Non sono forse così le Arti Marziali?

 

Apparentemente distanti dal teatro e dalla letteratura, ma in realtà profondamente affini. Un praticante esperto sa che il movimento più efficace è spesso quello che inganna: L’elusione, il vuoto che diventa pieno, la quiete che nasconde l’esplosione, il cedere che è guadagnare spazio e tempo per premere e travolgere. Tutto è ambiguità, è semina di dubbi. Le Arti Marziali non sono affatto tecnica, ma filosofia incarnata. Come il Teatro (quello Olimpico di Vicenza nella sua materialità, ma il teatro tutto, ogni teatro, nella sua funzione) e come il Pinocchio manganelliano, esse giocano sul confine labile tra ciò che appare e ciò che è, tra ciò che si presenta immobile e ciò che è movimento repentino, tra quella che si mostra ottusa lentezza ed invece è profonda penetrazione al cuore. Quando l’opponente crolla non per maggiore prestanza fisica subita, ma per intelligenza del movimento subito, si rivela il fascino sottile e perverso, ambiguo, dell’arte marziale. Qui, il corpo diventa narrazione, il gesto diventa stupore.





 

Un filo invisibile

 

Cosa unisce questi tre mondi? L’arte dell’ambiguità. Il potere di indurre stupore volgendo la chiarezza in mistero. Il Teatro Olimpico ci insegna che la prospettiva può essere più vera della realtà, che l’ardita piramide di pesi pesanti è precaria come un castello di carta; ‘Pinocchio: Un libro parallelo’ ci rivela che l’identità, ogni identità, è una storia in perenne riscrittura. Le Arti Marziali ci ammoniscono che la difesa della propria incolumità risiede nell’equilibrio tra patente e latente.

In anni che anelano a risposte nette, a diffondere verità assolute, ad emettere sentenze e giudizi perentori su tutto e tutti, questi tre mondi ci invitano a sostare nell’incertezza. A vivere il dubbio come possibilità creativa. A lasciarci incantare da ciò che forse non è così importante spiegare, ma solo vivere.

L’ambiguità in queste opere non è confusione, ma pienezza di significati. È ciò che ci costringe a guardare due e più volte, a dubitare, a meravigliarci.  


Teatro, Pinocchio, le Arti Marziali, sono tutte forme di verità mascherata, dove lo stupore nasce proprio dal fatto che nulla è mai solo ciò che sembra.

Ennesimo invito al motto rinascimentale “penna e spada”, al nipponico “Bun Bu Ryodo”, al vivere appieno dentro le diverse forme artistiche che abitano il mondo, che abitano noi. Per crescere.

 

 






 

 









giovedì 17 aprile 2025

Le infinite vie dell’Energia e la Vulnerabilità


 


Pur profondamente contrariato che la salute sia andata in vacanza, trascurando di essermi compagna, non intendo rinunciare, per quel e per come posso, a vivere la mia quotidianità.

Eccomi alla sala Gnomo, all’interno dell’Università Cattolica, alla presentazione di due libri dedicati alla

Vulnerabilità

Interessante la presentazione, dove una delle autrici ricorda l’impulso che Brené Brown (1), nelle sue conferenze in rete, le diede nell’affrontare la vulnerabilità come risorsa. D’altronde anche io nei video della Brown trovai ispirazione e slancio per meglio definire il mio passaggio da una pratica marziale che, pur già staccandosi dai concetti di forza e durezza abbracciando invece flessibilità e dolcezza, ancora non aveva bene chiari i concetti teorici dentro i quali completare una pratica siffatta. (2)




Fare della vulnerabilità un’occasione di crescita e potenza, fu per me percorso immediato anche se non agevole. Percorso in cui più volte persi la direzione. Percorso lungo il quale persi anche più di un allievo, smarritosi perché accanto ad una ricerca continua che eludeva dogmi e certezze ora fioriva anche una epistemologia (3) del tutto nuova e lontana da quanto l’ambiente marziale dava per scontato, per assodato, per sicuramente condiviso. Un percorso di ricerca e di avventura non adatto a chi chiedeva certezze e rassicurazioni e, probabilmente, in cui io non fui in grado di sostenere i più deboli, i più fragili, mostrando loro, col brivido di attraversare le insidie del “bosco” (4), anche quanto ciò li avrebbe arricchiti e fortificati.

Sì che la Tradizione marziale, checché ne dicano machisti, muscolati, palestrati, fautori del “No pain no gain”, dei mille piegamenti (piegamenti, non flessioni!!) sulle braccia e delle sfiancanti serie di esercizi per gli addominali, dei volti truci e mai sorridenti (5), delle tecniche (waza) ripetute cento e mille volte, ha inscritto in sé concetti quali flessibilità, adattabilità, adesione e trasformazione della forza dell’opponente volgendola a proprio vantaggio.

“L’Aiki è un mezzo per raggiungere l’armonia con un’altra persona in modo tale che tu

possa farle fare ciò che desideri”

(M. Ueshiba 1883 – 1969 fondatore dell’Aikido)

 

“La forza interna è più sottile e meno immediata, ma non per questo meno potente. Essa incorpora aspetti come la fluidità, la consapevolezza e la capacità di adattamento. Comprendere e applicare la forza interna richiede dedizione e disciplina, poiché non è visibile e palpabile come la forza esterna”

(https://www.makoto.it/post/equilibrio-tra-forza-esterna-e-forza-interna-una-filosofia-delle-arti-marziali)

 

“La flessibilità può neutralizzare la forza bruta che fa di questa disciplina non solo una semplice arte marziale o uno sport ma una vera e propria filosofia di vita.”

(J. Kano 1860 – 1938 fondatore del Judo)

 




Ma torniamo alla presentazione dei due libri.

In particolare, mi lascia perplesso il ripetuto accostare “vulnerabilità” a successo. Come se la dolcezza forte della prima fosse di per sé garanzia di una prestazione vincente, come se la vulnerabilità fosse un’arma in più in vista del successo.

Espongo i miei dubbi, suscitando subito la risposta piccata di una delle autrici. La comprendo.

  • Da un lato è questo il momento in cui è lei sul palco, è lei una delle “regine” dell’evento, e questo mio avanzare dei dubbi incrina l’aura di momentaneo potere che le viene dato; difficile mantenere l’equilibrio, accogliere prendendosi il tempo di “masticare” quanto arrivato e poi donare una riflessione pacata; difficile, insomma, accettare concretamente di essere vulnerabili!!
  • Dall’altro, viviamo tempi in cui il pensiero collettivo è sempre teso a spronarci al successo, al superamento dei limiti, all’emergere dall’anonimato, dunque viene immediato, viene facile, quasi inconsapevole, accoppiare qualsivoglia stato emotivo ad un finale sempre positivo, sempre di successo. Beh, uno dei libri reca in copertina proprio questo mefistofelico accoppiamento!!




Eppure, per me, la forza dell’essere vulnerabile sta proprio nel rischio di essere travolti, schiacciati dalla prepotenza, dalla concreta possibilità di non raggiungere il traguardo perché frenati da ostacoli insormontabili.

Per tanti anni “vulnerabilità” ha fatto il paio con debolezza e gracilità, con uno stato emotivo da celare agli altri e di cui vergognarsi a fronte de “L’uomo che non deve chiedere mai” (6), dell’arroganza e prepotenza come manifesto di riconoscimento ed affermazione.

Io credo invece che riconoscersi vulnerabili è autentica forma di audacia, di coraggioso amore per il rischio, di consapevolezza che può accadere di fallire accettando il fallimento come una delle possibili risposte della vita. Essere vulnerabili è essere autentici.

“… e invece nella fragilità si nascondono valori di sensibilità e di delicatezza, di gentilezza estenuata e di dignità, di intuizione dell’indicibile e dell’invisibile che sono nella vita, e che consentono di immedesimarsi con più facilità e con più passione negli stati d’animo e nelle emozioni,

nei modi di essere esistenziali, degli altri da noi”

(E. Borgna 1930 – 2024 psichiatra e saggista in ‘La fragilità che è in noi’)




Chiunque pratichi davvero l’Arte del combattimento, leggendo quanto sopra, ha già capito l’importanza della vulnerabilità, di abitare un registro emozionale delicato non solo come parte integrante del vivere, ma anche come premessa fondante la capacità di essere individui autentici e, in quanto tali, capaci di accogliere e comprendere l’altro e l’ambiente.

Sarà scelta autonoma di ognuno che farsene di tale comprensione: Per prevaricare l’altro o per creare una relazione soddisfacente per entrambi.

Chiunque eserciti pratiche conflittuali di contatto ha già capito, spero, come esse possano essere di autentica qualità, di autentica crescita e trasformazione, solo ed unicamente se esperite a partire da emozioni delicate e sensibili. E a culo i vari macho man che affollano il teatro delle Arti Marziali portandovi il loro celodurismo, il loro pesante bagaglio di certezze e verità assolute, il loro “Uomo che non deve chiedere mai”.

Anche perché, come ci ricorda la filosofa Simone Weil: La nostra carne è fragile: qualsiasi pezzo di materia in movimento può trafiggerla, lacerarla, schiacciarla, oppure inceppare per sempre uno dei suoi congegni interni. La nostra anima è vulnerabile, soggetta a depressioni immotivate, penosamente in balìa di ogni genere di cose, e di esseri altrettanto fragili o capricciosi. La nostra persona sociale, da cui dipende quasi il sentimento dell’esistenza, è costantemente e interamente esposta al caso. (in ‘Attesa di Dio’).

 





1. Brené Brown 1965 –.  Accademica e ricercatrice. https://brenebrown.com/

 

2. Come sa chi mi accompagna da tempo, il mio procedere è sempre prassi – teoria – prassi di contro a chi invece privilegi teoria – prassi – teoria.

Il rapporto teoria-prassi rappresenta uno dei nodi cruciali dell’epistemologia pedagogica. Si tratta, indubbiamente, di un rapporto da concepire in chiave di unità dialettica: la teoria, senza prassi, è vuota; così come la prassi, senza teoria, è cieca. In altre parole, una teoria senza relazione con i problemi delle pratiche educative finisce per risultare astratta ed inefficace; ma, al tempo stesso, una prassi che si esaurisce nel far fronte in maniera immediata a tali problemi, senza lumi teorici, rischia di vagare nel buio, di andare per tentativi.” (M. Baldacci in ‘Teoria, prassi e “modello” in pedagogia’)

 




3. ‘Nella filosofia del sec. 19°, la parte della gnoseologia che più in particolare si occupava dei metodi e dei fondamenti della conoscenza scientifica. In un’accezione più moderna e corrente, che prescinde dalla priorità dell’indagine gnoseologica e preferisce insistere sull’esemplarità della scienza positiva, s’intende per epistemologia l’indagine critica intorno alla struttura e ai metodi (osservazione, sperimentazione e inferenza) delle scienze, riguardo anche ai problemi del loro sviluppo e della loro interazione, sinon. quindi di filosofia della scienza; può riferirsi anche all’analisi critica dei fondamenti di singole discipline: epistemologia della matematica, e. della fisica, ecc., o della conoscenza in quanto tale (e. genetica, e. evoluzionistica)’.

(https://www.treccani.it/vocabolario/epistemologia/)

 

4. Letteratura, fiabe e psicoanalisi ci ricordano l’importanza dell’attraversamento del bosco come metafora della discesa nel nostro sé più profondo per uscirne adulti autodiretti, coraggiosi, vitali ed erotici: “Andate nel bosco, andate. Se non andate nel bosco, nulla mai accadrà, e la vostra vita non avrà mai inizio” (C. Pinkola  Estés, scrittrice, poetessa e psicoanalista). Che, nelle Arti Marziali realmente tali, è il necessario attraversamento e la compenetrazione tra Bujutsu, la pratica di uccidere per non essere uccisi, e Budo, la Via per divenire un uomo migliore: “Termine utilizzato nel XX secolo per designare le arti marziali con un fine prevalentemente ‘pacifico’ che indicava, oltre a discipline fisiche e di combattimento, anche dei concetti di natura etica, filosofica e morale” (L. Frédéric in ‘La Arti Marziali dall’A alla Z’)

5. “C’è una gran differenza tra il vivere con una espressione gentile ed il vivere con una espressione truce. Col passare del tempo non solo cambierà l’espressione degli occhi, ma cambieranno anche il viso della persona e la sua visione della vita“ (K. Tohei 1920 – 2011 Maestro 10° dan Aikido in ‘ La coordinazione mente – corpo’)

6. Nota pubblicità televisiva degli anni ’80 che offriva un’immagine di quella mascolinità, che oggi definiremmo tossica, per cui si riconosce un vero uomo dal fatto che non debba chiedere nulla ma prendere ciò che vuole.

 

 


 

 

 

 

giovedì 10 aprile 2025

Di poeti, di anarchici, di ribelli e di eterni sconfitti al tavolo di gioco della vita

 L’elenco sarebbe lungo, lunghissimo. Perché sin dagli albori dell’umanità hanno vissuto singolari individui capaci di incarnare lo spirito ribelle e sovversivo di chi non canta mai nel coro e non si perita di doverne pagare le conseguenze. Di chi cerca oltre l’orizzonte non per narcisismo, per stupidità, per un malato delirio di onnipotenza, per una fede smisurata e incrollabile in una ideologia, ma per quella genuina sete di sapere mai disgiunta dal sapore beffardo dell’autoironia prima ancora che dell’ironia, dal gusto del maramaldeggiare facendosi beffe del conformismo e delle convinzioni dominanti, dal prendersi sul serio il giusto senza mai innalzarsi sul piedistallo.

Dei tanti, tantissimi, che hanno legittimamente posto nell’elenco, qui mi piace ricordare due uomini agli antipodi tra di loro per collocazione ideologica, per ruolo professionale e sociale, per importanza nella storia grande, per destino.






Ezio Vendrame, calciatore degli anni ’70, di cui lo scrittore Gianni Mura così ebbe a scrivere: “Uno che sostiene che il gol è la cosa più insignificante di una partita, che è molto più divertente mirare il palo, uno che una volta ha dribblato il portiere e poi, a porta vuota, è tornato indietro perché anche un portiere è un uomo e bisogna dargli un’altra possibilità, uno così non deve fare carriera. E non vuole farla”. Con quella testa, Vendrame non sfondò nel grande calcio. Morì a 72 anni per un male incurabile dopo che dal calcio era passato allo scrivere libri e poesie.

Giuseppe Rensi, considerato, da chi ne ha studiato la vita, il padre putativo del fascismo. A lui, militante a sua volta del socialismo rivoluzionario, si deve l’aver portato Benito Mussolini da radicate posizioni socialiste, attraverso l’interventismo, al fascismo.


Rensi ebbe ruoli importanti all’interno del Partito Socialista, tanto da essere direttore de «Lotta di classe» e collaboratore sia con la «Critica sociale» di Filippo Turati che con la «Rivista popolare» di Napoleone Colajanni. Costretto, in seguito ai moti milanesi del 1898, a lasciare l’Italia e a rifugiarsi nel Canton Ticino, lì avviò la sua conversione verso idee di stampo fascista. Fu elogiatore di Lenin, considerò il fascismo l’applicazione coerente delle teorie rivoluzionarie di George Sorel (1) ai ceti medi viste come nuovo socialismo. Una volta che il fascismo divenne regime di potere, gli si rivoltò contro, fedele al suo motto “Dalla parte di vinti e mai dei vincitori”. Da dissidente, fu incarcerato più volte e privato della cattedra universitaria.

Un ribelle “piccolo”, insignificante al palcoscenico della grande storia, e un ribelle che in quel palcoscenico ha avuto un ruolo di levatrice di profondi mutamenti, gravi tragedie.

Mi pare di riconoscere in Vendrame e Rensi due individui che scelgono deliberatamente di porsi controcorrente. Mentre molti di coloro che compiono questa scelta lo fanno nell’ansia di essere accettati, non da tutti indistintamente, è ovvio, ma dal loro ambiente, dalle persone che ammirano e di cui desiderano il rispetto e la considerazione, loro invece si sono posti proprio fuori e contro il loro ambiente: il primo l’ambiente da cui traeva la ‘pagnotta’ ed avrebbe potuto trarne successo, il secondo l’ambiente che lui stesso aveva contribuito a costruire.

Non ho una morale da trarre da quanto scritto sopra, né indicazioni di percorso

per chi volesse ascoltarmi.

Mi piace però pensare che essere un autentico ribelle significhi rinunciare alla illusione di un controllo totale sulle cose e di conseguenza tollerare la paura e l’ansia che originano dalla necessità di vivere in una aleatorietà che non può essere completamente eliminata.

Sapersi fermare, sapere di non potere capire tutto, una sorta di umiltà socratica che rende il dubbio non solo tollerabile ma auspicabile potrebbe essere stato, con diversa profondità, il “cum grano salis” di un piccolo atleta e di un corposo pensatore.

Vendrame autore di gesti sfrontati e irrispettosi, come quando salì a piedi uniti sul pallone e vi rimase per alcuni istanti guardandosi attorno, mano di taglio sulla fronte per comunicare ai compagni che non vedeva nessuno di loro libero a cui passare la palla. Oppure, in una partita il cui risultato di parità era già stato deciso in anticipo, puntò rapidamente la sua porta, dribblò i compagni e, davanti al proprio portiere, mimò di fare autogol perchè lui non tollerava le partite “combinate”. Purtroppo, sugli spalti, uno tifoso morì di infarto!!

Rensi, capace di allontanarsi dalla creatura alla cui nascita aveva tanto contribuito, di non cedere alle persecuzioni della stessa continuando la sua indagine filosofica e la scrittura di numerosi libri. Di attraversare positivismo, idealismo, scetticismo, incurante di ogni contraddizione e scontrandosi senza alcuna remora con colui che, allora, era considerato un gigante del pensiero ed una bandiera del regime: Giovanni Gentile.

Alcuni fallimenti ci spingono a insistere, altri invece a lasciar perdere; alcuni ci danno la forza di perseverare irremovibili, altri ci suggeriscono un cambiamento, e in questo altalenarsi il ribelle sceglie per estro ed istinto, mai per convenienza. Probabilmente, una virtù del fallimento è che non rende necessariamente più saggi, più umili o più forti, ma semplicemente disponibili ad altro: Per Vendrame la sua opera di poeta e scrittore, per Rensi il suo immergersi nella speculazione filosofica. Per altro, ambedue dimenticati e caduti presto nell’oblio sia in riferimento alla loro prima parte di vita che alla seconda!! E’ il destino di ogni autentico ribelle?

I grandi audaci sono grandi estimatori. Dell’altro ammirano sempre la singolarità. Pertanto non lo imitano: l’altro li affascina proprio perché inimitabile, però a lui si ispirano. E’ la bella virtù dell’esemplarità, che non bisogna intendere in senso imitativo, perché gran parte di ciò che siamo convinti di sapere non è altro, in realtà, che semplice fiducia nelle conoscenze di qualcun altro. I ribelli Vendrame e Rensi hanno osato andare oltre e conoscere sulla propria pelle, senza timore di apparire e probabilmente essere contraddittori, persino sciocchi secondo il vigente modo di pensare e giudicare le persone ed i loro atti, ed anche per questo sono stati rapidamente dimenticati.

Nella cultura giapponese, si chiama gyakufu (faccia al vento), chi o cosa si oppone ostinatamente all’ordine delle cose, al pensiero dominante e generalmente condiviso. E gyakufu è connotazione sempre negativa. Eppure la storia dei samurai è ricca di guerrieri antichi e moderni che furono, a loro modo, chi Vendrame chi Rensi.

Nella cosmogonia taoista, tra gli otto immortali, ha un ruolo di spicco Lan Caihe. Forse intersessuale, forse maschio che si credeva femmina, forse semplicemente effeminato, Lan Caihe spicca per le sue stravaganze e un carattere vivace ed irrequieto. Non a caso, la sua figura nella pratica della spada è associata all’imprevedibilità, a colpi e parate del tutto insoliti.

Mi piace pensare che la figura del ribelle, che ogni ribelle, a suo modo ci inviti ad accantonare il timore di non essere accettati, la paura di essere sconfitti, per invece rischiare di nostro quella strada che nostra sentiamo. La vergogna per una nostra presunta diversità, la paura stessa di non farcela dentro la scala di valori su cui si è costruita la società ci lascia impantanati, ci àncora allo status quo anche quando il cambiamento, pur rischioso e persino improduttivo e foriero di calamità, ci tenta, lo sentiamo nostro. E allora a culo quel che pensano gli altri, quel che di disgraziato potrà succederci: Vendrame mai salito alla ribalta del calcio che conta. Rensi perseguitato da quell’apparato che senza di lui mai sarebbe esistito.

E tu, hai un tuo Vendrame o un Rensi che possano ispirarti?

 

1.     1G. Sorel (1847 – 1922) ingegnere e filosofo.