martedì 19 giugno 2018

La società della stanchezza






Byung – Chul Han, coreano, da anni docente universitario in Germania, scrive, nel 2010, un breve ed intenso libro sulla

“Società della stanchezza”,

facendo della stanchezza e citando Peter Handke, multiforme intellettuale austriaco, “una religione immanente”.

Han scrive del “poter essere” che ha sostituito l’imperativo del “dovere di prestazione”.

Quest’ultimo, origine del dolore del limite in rapporto alla propria volontà, cede ora il passo al poter fare senza alcun limite.

L’individuo non risulta più dilaniato tra dovere e piacere, tra dovere e volere, ma è schiacciato dalla positivizzazione assoluta di tutte le sue attività.

Dall’epoca immunologica, un’epoca in cui operava uno risoluto iato tra interno ed esterno, tra amico e nemico, proprio ed estraneo, siamo entrati nell’epoca della differenza: questa è priva dello stimolo dell’estraneità a cui si deve la reazione immunitaria.

Han scrive: “Gli immigrati o i profughi sono avvertiti come un peso, più che come una minaccia”. E queste poche parole, con le premesse di cui sopra, gettano uno sguardo ben diverso sulla diatriba razzista / non razzista, inficiandone le fondamenta, e sull’intera questione dell’immigrazione massiccia ed incontrollata dai paesi africani.

Tant’è che Han allarga l’esempio alla scomparsa della violenza virale che lascia il posto alle malattie neuronali: “stati patologici da ricondurre a un eccesso di positività”.

Altra piccola perla è la citazione di Jean Baudrillard, filosofo e sociologo, feroce critico del consumismo e della merce come feticcio. “Chi vive dell’eguale, muore dell’eguale”. Letta nella sua brevità, mi rimanda alla parole di Freud e al pensiero taoista come critica di chi, non riconoscendo il diverso da sé, affoga nell’omosessualità.

Citando Michel Foucalt (anch’egli filosofo e sociologo) e la sua società “fatta di ospedali, manicomi, prigioni, caserme e fabbriche”, Han scrive di una società che ora è composta di “fitness center, grattacieli di uffici, banche, aeroporti, centri commerciali e laboratori di genetica. La società del XXI secolo non è più la società disciplinare ma è una società della prestazione”.

In essa, abbondano stimoli e comunicazione, al punto tale da sovraccaricare l’individuo rendendolo di fatto dipendente dagli impulsi che lo aggrediscono. Tanto che il doping stesso ne diventa parte essenziale.

Han, forte di una personale elaborazione teorica che non trascura il pensiero di Nietzsche: “Per mancanza di calma, la nostra civiltà sbocca in una nuova barbarie.”, alla “stanchezza atomizzata, solipsistica, impotente, la quale produce un isolamento e una separazione dei soggetti” (O. Montecchiani in una recensione del libro di Han) contrappone una stanchezza che assuefà l’individuo a un tranquillo non fare, una stanchezza della “potenza negativa”, una stanchezza che sia accessibilità, che promuova la lentezza come valore, che sostituisca la mano che gioca alla mano che stringe ossessivamente, che ossessivamente produce.



Qui, mi appare in tutta la sua ricchezza e fascinazione la nostra pratica marziale che, dal Wu Wei (non eccedere, non tirare troppo la corda) del Tai Chi Chuan, passa attraverso la forza nascosta della muscolatura profonda, l’equilibrio tra femminile (Yin) e maschile (Yang), l’affondo della forza di gravità per accogliere il magnetismo terrestre (come spesso ci ripete ai seminari il Maestro Trickovic), l’elezione della vulnerabilità e flessibilità ad autentica fonte di comprensione e trasformazione del mondo e delle relazioni, portatrice di quel “cordiale disarmo dell’io” che Han cita nella premessa al suo interessante libro.

Ancora una volta, noi,

Spirito Ribelle.




















lunedì 11 giugno 2018

Le menzogne sulla violenza, il business della Difesa Personale





 Lo scrivo da anni: sullo spauracchio della violenza, sulla paura di essere aggrediti, sul mito del sapersi difendere, Maestri e docenti di Arti Marziali e discipline varie di combattimento, ci prosperano, prendendo per i fondelli, decine, centinaia di “polli” da spennare.

Lo scrivo da anni: massimo rispetto per la percezione soggettiva che ognuno ha della paura di essere aggredito, dell’eventualità di subire un ‘aggressione. E’ come il freddo: ognuno ha la sua percezione del freddo che fa in una certa situazione, indipendentemente dalla temperatura reale, oggettiva. OK.

Ma questi Maestri e docenti, invece di leggere tra le righe di queste paure, invece di leggere le pulsioni profonde che le animano (e come potrebbero: non hanno alle spalle alcuna esperienza né alcuno studio teorico sulla mente umana, sulla psiche umana, sul fisicoemotivo che impregna l’uomo) ed affrontarle nella loro intima essenza, vendono ai “clienti” tecniche di combattimento, spruzzate qui e là di psicologia “fai da te”, di frasi motivazionali made in U.S.A. ed il gioco, loro, quello sporco dell’affare e dei soldi sull’affare, è fatto. Così illudendo i malcapitati di sapersi difendere, di essere pronti ad affrontare con successo gli imminenti pericoli della strada.

Queste cose già le ho scritte.

Ora, invece, stimolato dalla lettura di alcune pagine di Steven Pinker (professore di psicologia alla Harvard University ed autore di numerose opere sulla struttura della mente umana) voglio affrontare la percezione soggettiva, diffusa e generalizzata, di essere in una società violenta ed aggressiva, in cui, di conseguenza, ognuno di noi potrebbe facilmente essere vittima di atti di violenza, di un crimine.

Scriverò qui di violenza fisica, di atti fisici violenti contro l’individuo, argomentando che sono in netto regresso, perché, invece, sono convinto che la violenza psicologica sia in netto aumento, carica di un’aggressività altamente distruttiva.

Dati statistici alla mano (per esempio i lavori di M. Daly e M. Wilon) si dimostra che il tasso di omicidi scema col trascorrere dei secoli, così come i casi di violenza domestica (1) e gli stupri. Insomma, viviamo nell’epoca meno violenta nella storia dell’umanità.

Fatti salvi i processi psichici, fisicoemotivi, di chi si sente minacciato, di chi anela a sapersi difendere, che sono soggettivi e pertanto da affrontare caso per caso (io lo so bene, visto come propongo le Arti Marziali e vista la mia professione di counselor) e non “spennandoli” con programmi “a tappeto” di difesa personale, analizziamo, con l’aiuto di Pinker, i motivi generali, sociali, che collaborano al montare di una sensazione, di una percezione, tanto diffusa quanto falsa.


A questa percezione generalizzata contribuiscono:

-       Mass media e social (2), interessati per necessità di audience a calamitare le pulsioni più morbose ed incontrollate degli utenti. L’uomo resta più colpito, più impressionato, dai toni bui, dai colori scuri. Avete notato che la maggior parte dei testi delle canzoni d’amore parla di amori incompresi, finiti, traditi?

-       La stupidità, diffusa ovunque, dei numeri letti come valori assoluti. Ovvero il numero di crimini, omicidi, va sempre letto in rapporto al numero della popolazione.

Prendiamo, a mò di esempio, questi numeri di morti:

Seconda guerra mondiale, 1940 – ’45, oltre 54 milioni.

Insurrezione di An Lushan, Cina, 755 – 763, 36 milioni.

Ma, calcolando il rapporto con la popolazione mondiale nel 1945, nel conflitto cinese avrebbero perso la vita oltre 400 milioni di persone!!

-       Lo scarto mentale umano per cui consideriamo la probabilità di un avvenimento in funzione della facilità con cui siamo in grado di rappresentarcelo mentalmente. Avete presente il rovescio di immagini e notizie ad ogni incidente aereo? La nostra mente ne viene saturata, perdendo di vista lo stillicidio di incidenti automobilistici.

Ogni anno nel mondo perdono la vita sulle strade 1 milione e 250 mila persone (…) si pensi che ogni anno in incidenti aerei muoiono circa mille persone” (fonte Asapo).

Ah, nel 2016, in Italia i morti sul lavoro sono stati 1.018 (fonte Osservatorio Sicurezza e Lavoro) a fronte di 22 milioni di occupati (fonte Il Post). Uomini morti mentre lavoravano!! Per questi morti che sanno di assurdo, che sono un insulto alla “civiltà”, alla società del benessere, lo spazio sui mass media è pressoché nullo, l’attenzione sociale pure.

-       La mente “miope” che fatica ad avere un orizzonte secolare.

Eppure, scrive Pinker, dati alla mano, la nostra società è “circa 50 volte meno violenta che in epoca medioevale, quando la probabilità di morire sotto i colpi dei nostri simili era nell’ordine di 1 su 1000, mentre oggi in Europa occidentale è circa di 1 su 50 mila”.



Mi fermo qui, aggiungendo alcune brevi riflessioni che, pur non contraddicendo il presente spiegato dal professor Pinker, gettano, a mio parere, alcune ombre sul futuro.



- Secondo Pinker, uno dei motivi di questa riduzione di casi di violenza fisica sta in “a poco a poco gli uomini scoprono che possono stare bene in questo mondo e che hanno qualcosa da perdere. E ciò riduce l’attività di violenza”. Guardiamo a questa massiccia, incontrollata, invasione di extra comunitari che incrina l’affermazione del professor Pinker. Lo fa sia dal punto di vista dei neri che, malamente accolti e ben pochi con una reale possibilità di essere inseriti nel contesto sociale, scoprono subito che in Italia bene non ci stanno; sia dal punto di vista degli italiani che, erosi nelle loro sicurezze, accantonati nell’accesso ai servizi sociali, messi in concorrenza sleale con chi si offre sul lavoro per salari da fame e in “nero”, scoprono rapidamente che, ormai, per loro è sempre più difficile “stare bene in questo mondo”.



- Sempre secondo Pinker, “il commercio è stato la messa in pratica concreta dell’interesse alla non violenza, che porta a scambi a somma positiva, dove tutte le parti in causa ci guadagnano qualcosa”. Dubito che lo strapotere dei “mercati”, la massima espressione ladrona e devastante del capitalismo, sia indirizzata verso gli “scambi a somma positiva, dove tutte le parti in causa ci guadagnano qualcosa”. Dubito, e la crescente disparità economica e sociale, la rigidità e l’impermeabilità della scala sociale, mi rafforzano in questo dubbio.

Aveva ragione il buon, vecchio, Karl Marx!!



- Gli uomini di oggi sono ben più deboli, incerti quando non codardi, imbelli, dei secoli scorsi. Grossi muscoli gonfiati in palestra, minacciosi tatuaggi in mostra su tutto il corpo, la mente occupata tra programmi televisivi “spazzatura” ed evasioni di ogni tipo, affogati in un crescente analfabetismo (3), travolti dal culto dell’apparenza e dell’effimero, tanto lontani da ogni civiltà autenticamente virile e dal “conosce aude”, imperativo di ogni uomo adulto.

Pensiamo solo a quanti si sono costruiti la casa con le loro mani (oggi, sono le loro risorse economiche) e quanti, invece, lo hanno fatto grazie ai soldini di mamma e papà; quante lamentele per le bollette di luce e gas dimentichi della fatica e dei pericoli di chi, per scaldarsi, nei secoli scorsi andava nei boschi, scure in spalla, a procurarsi la legna tra pericoli di ogni genere: Volete fare cambio?!?!


Il moltiplicarsi delle prede, aumenta il numero dei predatori…




Ognuno, da quanto scritto qui sopra, tragga le sue personali conseguenze.

Io, per mia parte, ovvero nell’area Arti Marziali, mi rifiuto da sempre di “spennare” polli, di vendere effimere e bugiarde certezze. Mentre, come faccio da anni ed anni, sono pronto a fare della pratica marziale, a partire sì dal menar le mani e farlo davvero efficacemente ma non fermandomi a quello, un percorso terapeutico, di coraggioso viaggio dentro di sé,

per uomini e donne che vogliano conoscersi e crescere, perché

L’arte deve confortare il disturbato e disturbare il comodo

(Banksy).











1. L’ampia visibilità mediatica, i toni apocalittici sul “femminicidio”, l’inganno sui reali numeri dello stesso, che infestano ovunque nel nostro paese, puntando l’indice accusatorio contro l’italico maschio, cosa mai avrà alle spalle?

Italia 2016: 150, lo 0,48 per centomila donne (…) si osservano valori inferiori solo nel caso del Lussemburgo e dell’Austria”. “In circa 25 anni (…) le vittime donne di omicidio sono rimaste complessivamente stabili – da 0,6 a 0,4 per centomila femmine –“ (fonte ISTAT)



2. “(…) i social network, una sorta di enciclopedia in continuo aggiornamento della stupidità umana” (S. Scrima)





3. “In Italia il 47% della popolazione rientra nella categoria di analfabeti funzionali o low skilled. Chi sono? Coloro i quali non sanno usare n modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni di vita quotidiana (…)” (fonte AXESS)




Post illustrato con immagini tratte dal variegato mondo della Difesa Personale, “Venghino, signori, venghino, trovata le donna barbuta e l’uomo cannone, l’uomo più piccolo del mondo e il cavallo a due teste. Venghino signori, venghino!!”









































martedì 5 giugno 2018

Il filosofo pigro





Bighellonando per la suntuosa “Libreria Roberti, alcuni mesi or sono, mi sono imbattuto in un piccolo libro: 
Il filosofo pigro” 
di Stefano Scrima.

Sarà che decenni di studi su movimento e corpo, psicoterapia ed aiuto, mi avevano saturato; sarà stato un ritorno della giovanile passione per la filosofia, alimentata tanto, al liceo, da un professore “spretato”  che mi coinvolse in accese discussioni, quanto da una passione politica che mi spingeva a divorare con Marx, pure Lukacs, Gramsci, Volpe, Althusser e tanti altri interpreti del pensiero e della prassi marxista; sarà stata una piccola curiosità per un libro dal titolo così irriverente per un argomento così … serioso. Sarà stato tutto questo o altro non so, ma l’ho preso, pagato e messo in cima alla lista dei “pronti per la lettura” che custodisco dietro la porta di un tempio indiano. Essa, ad aprirsi su un armadio di fattura moderna,  dopo l’amore per la politica i cui testimoni cartacei donai ad una biblioteca pubblica liberando spazi indispensabili, nasconde,  ammonticchiati, pigiati e pronti ad esplodere al minimo cedimento, i libri del Tiziano artista/esploratore delle arti marziali, del movimento, di psicoterapia e counseling.  

Apro il libro, pronto a divertirmi tra percorsi, alcuni immediatamente sensati, altri (gioco del calcio; sesso; sigaretta;  per non parlare delle pagine che, sotto il titolo “filosofare in cucina” promettono di parlarmi, in chiave filosofica, di birra, coca cola, panettone …) del tutto improvvisi per un testo che, per quanto allegramente e con leggerezza, vuole dirmi di filosofia.
Scrima, abile “venditore”, sa subito come tentarmi là dove, alla voce “Amore”, promette di insegnare una tattica di seduzione irresistibile, non essendo certo  comune “dichiarare il proprio amore citando il mito dell’uomo palla di Platone ovvero dell’androgino”.(1)

Se il tema centrale del libro pare la tesi di Aristotele che, ad un allievo che gli chiedeva a cosa servisse la filosofia, rispondeva: «A nulla, perché non è serva di nessuno!», in realtà Scrima usa, con disincanto e micidiale strategia offensiva, l’arma del filosofeggiare, a volte menando pesanti fendenti ma più spesso tirando con la leggerezza che impone l’impugnare un fioretto (2).

Le sue stoccate feriscono e colpiscono al cuore la pesantezza dell’utilitarismo e della legge non scritta per cui un individuo è realmente riconosciuto tale solo nel suo ruolo di lavoratore, di produttore di ricchezza;  del protervo senso del dovere che regna nella logica capitalistica come nel dogma di una Chiesa infastidita al “pensiero che qualcuno usi il proprio corpo per soddisfare semplici piaceri”; chiariscono anche ai più ingenui che “se in Grecia poté nascere la filosofia è proprio grazie alla schiavitù. Soltanto chi era libero dal dover sgobbare aveva accesso all’ozio necessario per la riflessione” e come non vederci il riflesso della padronanza marziale che poterono i monaci Shaolin, tutto il giorno ad oziare tra preghiere, piccoli lavori manuali e tempo a iosa per il loro Wushu; dell’ossessione del tempo occupato dal fare, tra obblighi di lavoro e obblighi di divertimento inteso come fuga dalla noia, come contenitore da riempire sempre e comunque, affermando, iconoclasta e ribelle: “ho capito ancor più fortemente quanto sia importante lo spirito critico e la libertà di pensiero per un’esistenza autentica”.

Come non leggervi pensieri e parole che animano la nostra Scuola, “Spirito Ribelle Z.N.K.R.”, la nostra giocosa ed impegnata passione per botte, confliggere e  crescere e trasformarci||
Così, dissertando con Socrate e Cioran, Nietzsche e Platone, Schopenhauer e Aristotele, eccomi, guidato dall’ottimo Scrima, a cavalcare le infinite onde della filosofia e del filosofeggiare.

1- Davvero esistono fanciulle, ventenni / trentenni ma, pure, cinquantenni / sessantenni, ovvero le mie coetanee, che, al nome di Platone o alla parola “androgino” non associno un reale di casa Windsor o un tronista, un concorrente di X Factor o una nuova app, oppure che non girino svogliate la testa altrove in cerca di una pubblicità di vacanza a Ibiza o del cellulare su cui digitare l’evasione “facebook”.?

2 - Arma, agile e leggera, non più di mezzo chilogrammo, caratterizzata da una lama quadrangolare che può colpire solo con la punta.



giovedì 24 maggio 2018

Bestie di scena



Mille volti a formare granelli di un immane deserto umano. Mille corpi nudi a formare una macelleria che dimentica l’umano.

Sono uomini e donne che, spogliati di ogni cosa e pregni solo del proprio corredo biologico, sono oggetti o tuttalpiù animali dominati da una forza sovrana, che ne decide vita o morte.
Gli attori, dopo un frenetico riscaldamento che è già parte integrante dello spettacolo, mentre gli ignari spettatori si siedono, chiacchierano, disinteressandosi di quel che accade sul palco, a cadenza apparentemente del tutto casuale si spogliano gettando, con gesti che sanno di rabbia, gli abiti a terra e tra il pubblico. Inizia un contorcimento stravolto che è vergogna della nudità.
E solo gli attori in scena sono nudi, noi pubblico no: si vergognano più loro, i nudi, o più noi nel non esserlo ma invece ad essere lì a guardare gambe e seni e peni e natiche?

Qui avviene qualcosa che è ben diverso da quel che ci propone la religione cattolica. Là Adamo ed Eva, nel giardino, erano entrambi nudi e non ne avevano vergogna (Gen 2:25). Sarà Il serpente tentatore a spingere Eva a mangiare il frutto della conoscenza del bene e del male, imitata poi da Adamo, e il primo effetto qual è?:” Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e s’accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e
se ne fecero delle cinture. (Gen 3:7)”

Qui, nel toccante spettacolo di Emma Dante, al Teatro Strehler di Milano, gli attori erano normalmente e tranquillamente vestiti, ancorché intruppati militarmente in un riscaldamento vieppiù incalzante e sono sempre gli attori, nessuno li costringe, a spogliarsi con ordine e ritmo, per poi vergognarsene, laddove le loro mani, impazienti e maldestre, tentano un goffo ed improbabile coprirsi a vicenda le parti intime o gli occhi per qualche secondo.

Da dietro le quinte, una mano ignota (un serpente tentatore che assume le vesti di un Moloch, la grande entità che esige grandi sacrifici, che si diverte a manipolare quei poveri essere ignudi?) offre cose, attrezzi, ruoli che gli attori si buttano ad interpretare o ne sono costretti: la bambola, lo spadaccino, la ballerina…
Ognuno degli attori è ingabbiato in un ruolo ossessivo, ripetitivo, che fa dimenticare quella indifesa nudità semplicemente perché si riappropriano di un senso che non necessita di costumi di scena, ma, nel farlo, entra in un meccanismo nient’affatto virtuoso, invece alienante.
Una sorta di liberazione dall’ossessiva vergogna della nudità come dell’individualismo che spreca ogni talento in un ruolo, in un gioco estraneo ai più, avviene come per caso o apertamente contro l’indifferente e banale malvagità del Moloch dietro le quinte, quando i corpi nudi prendono a sostenersi a vicenda, a proteggersi a vicenda.

Ho letto, in questi giorni, diversi approcci critici allo spettacolo, diverse interpretazioni scritte da addetti ai lavori che di teatro ne sanno ben più di me.
Chi ha scritto di aspetti di sadismo gerarchico o di banale ripetitività del quotidiano, chi ha sottolineato la povertà dell’esistenza corporea, materica quindi fallibile, elementare nella sua finitezza ma smembrata in segmenti di indefinita complessità.

Io, al netto di un portato emozionale che mi ha visto coinvolto per l’intero spettacolo e che ho condiviso con Monica, seduta acanto a me, preferisco cogliere l’aspetto liberatorio della nudità che dimentica la vergogna nell’aiuto reciproco e solo quando abbandona cose e ruoli; preferisco il Moloch beffato e reso inutile da questi uomini e donne che, ognuno a loro modo, si liberano e si fanno gruppo; preferisco immaginarli in un percorso di individuazione che straccia ogni alienazione, ogni dominio imposto: li preferisco splendidamente nudi e chi se ne frega se le natiche sono anche flaccide, le cosce cellulitiche, le gambe stortignaccole, i seni penduli.
Mi rendo conto che, da buon ribelle, in un impasto che sa di anarchico e di conservatore, forse, sul versante intellettuale, ho piegato lo spettacolo alle mie idee. Forse, al saluto finale con gli attori che, fuori scena, si sono in qualche modo rivestiti, avrei preferito vederli orgogliosamente nudi e mi trovo a giustificarli dicendo tra me e me che ora sono vestiti del loro autentico vestito “qualunque” (e non più intruppati) come a dimostrare che prima hanno dovuto passare attraverso la vergogna della nudità e la sua accettazione, attraverso il sopruso dell’autorità e la ribellione a quell’autorità.

Ma, appunto, io sono uno Spirito Ribelle.
Beh, se non lo avete già fatto, andate a cercare dove verrà replicato lo spettacolo e andate a vederlo, così mi scriverete la vostra di idea!!


martedì 22 maggio 2018

Divertirsi e crescere col Movimento Intuitivo


















Milano. Giardini M. Candia
Sabato 19 Maggio



Immediatamente, percepiamo che c’è della sensualità, erotismo e vitalità prorompente, 
negli esseri che si muovono liberamente, spontaneamente







Per capire chi sei, hai da viaggiare dentro di te; 
puoi viaggiare solo se ti muovi.























Il combattente vi vedrà le strategie per sopraffare l’avversario, 

il danzatore le movenze che disegnano lo spazio, 
l’illusionista i gesti per occultare. 
(ispirato da Ido Portal)








“Non confondere movimento e progresso. 
Un cavallo a dondolo continua a muoversi, 
ma non fa alcun progresso”.
(Alfred A. Montapert)





giovedì 17 maggio 2018

Movimento Intuitivo: è arrivato!!




“Nulla rivela più cose del movimento”
(Marta Graham)



Sabato 19 ore 16.00 – 19.00
Giardini M. Candia (via Sannio)
Milano

              praticoalparco@gmail.com




lunedì 14 maggio 2018

Fuori dal coro



Alcuni li conoscevo anche, o proprio, in virtù del loro essere “eretici, irregolari, scorretti”.
Penso ad Amedeo Guillet “il ‘nostro’ Lawrence d’Arabia”; Paolo Sollier, “il rivoluzionario del pallone”; Michel Houellebecq, ”lontano dai salotti della gauche – caviar”, recentemente di nuovo salito alla ribalta con il suo “Sottomissione” che ha scatenato le ire di buonisti e pacifisti; Giovanni Lindo Ferretti, “il cantante punk che ama papa Ratzinger”, trasmigrato dalla “falce e martello” alle simpatie per la Lega Nord e poi Fratelli d’Italia.


Di altri, noti, non ne conoscevo però pensieri ed azioni controcorrente.
Brigitte Bardot, condannata, nel lontano 1997 e dunque in anni non sospetti, per “incitamento all’odio razziale”: “Gli arabi ci sgozzeranno tutti: sgozzano donne e bambini, sgozzano i nostri monaci, i nostri funzionari, i nostri turisti. Per ora tocca ai montoni e ben presto toccherà a tutti noi. Lo avremo meritato. Siamo alla vigilia di una Francia musulmana”; John Fante, uomo di successo nel mondo hollywoodiano che non ama, ma scrittore, la sua vera passione, escluso e dimenticato da pubblico e critica fino pochi anni prima della morte; Ezio Vendrame, “uno che una volta ha dribblato il portiere e poi, a porta vuota, è tornato indietro perché anche un portiere è un uomo e bisogna dargli un’altra possibilità” (G.Mura); l’amicizia intensa tra José Antonio Primo de Rivera, fondatore della “Falange, organizzazione fascista, ed il poeta simbolo della sinistra Garcia Lorca.

Poi, e sono tanti, ho letto di quelli di cui non sapevo nulla.
Piero Ciampi, “un perdente d’insuccesso” e le sue stralunate e tristi canzoni; Mustafa Barbani, “il guerriero della nazione che non c’è”, grande capo della lotta kurda; Roger Coudroy, il primo europeo a morire per la causa palestinese; e tanti altri ancora.

Ne ho letto nell’avvincente ,
Fuori dal coro
 agile libro di Giorgio Ballario che raccoglie sprazzi di vita eccentrica, antagonista quando non alternativa, di cinquantacinque persone separate tra di loro dagli anni come da ideologie e campi di interesse, ma tutti a formare un gruppo di irriverenti e sfrontati, di uomini e donne decisi a realizzare un loro sogno, a non piegarsi sotto il giogo dominante, spesso dei perdenti ma sempre, a loro modo, dei coraggiosi.

Negli anni dei conformisti dell’anticonformismo, dove anche la trasgressione è dettata e soggetta alle regole del business, la figura dell’autentico ribelle è scomparsa.
Questo libro, semplice e diretto, ne riporta in auge la personalità, gli restituisce la dignità che spetta ad ogni perdente, ad ogni sognatore che, forte anche delle sue paure, delle sue debolezze, tra mille cadute e tentennamenti, comunque rischia di suo per il sogno realizzare, rischia di suo per non arretrare di un passo davanti alla prevaricazione, fa tutti i giorni i conti coi propri demoni, con la parte Ombra, sapendo che quel che importa è quello che si è stati, non quello che si è, una volta giunti, stanchi e delusi, al traguardo.
Forse, questo perverso intreccio tra edonismo e narcisismo di facciata e nichilismo di fondo, che regna ora nella nostra società, è figlio della rassegnazione all’esistente.
Questi ribelli, anche questi ribelli, ci dimostrano che può non essere così.

Certamente, scorrendo l’elenco dei nomi riportati nel libro, ognuno di noi storcerebbe il naso davanti a qualcuno, comunque portatore di un successo, di una fama, che gli rende stretta, persino fuori luogo, la compagnia di autentici perdenti e disadattati; ognuno di noi, per sua cultura, li sostituirebbe con nomi che sente più vicini al coraggio del ribelle, alla disperazione del solitario.
Personalmente, e per restare nella sola Italia, ho una lista lunga, lunghissima, che spazia dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris ad Alberto Manzi, sottovalutato autore di libri per ragazzi che sono, in realtà, autentiche perle per adulti, massimo divulgatore di conoscenza e primo sostenitore, anni in anticipo sull’influenza U.S.A., della crescita personale, del “Non è mai troppo tardi”; da Pietro Valpreda, un po’ malvivente un po’ sognatore, finito, con Giuseppe Pinelli anche lui innocente, nel tritacarne di una giustizia deviata e corrotta al senza fissa dimora (come si dice oggi, con un’espressione elegante che schifa il più autentico “barbone) e splendido poeta Bernardo Quaranta, morto nell’anonimato ai primi anni ’90.

Però, questo libro, con i suoi forti e deboli eroi, grandi o piccoli che furono, rende giustizia all’idea, all’utopia della ribellione; rende giustizia ai mille e mille sconosciuti e modesti ribelli che da sempre attraversano il tempo e le società, mai ammainando la personale bandiera del coraggio, dell’irriverenza, del cercare eretico, dello … 

Spirito Ribelle