martedì 10 maggio 2022

Maestro di che?

“Cercare, e trovare, maestri che ci svelino nuovi orizzonti e ci indichino nuove possibili strade è segno di non aver abdicato al pensiero omologato e di preservare curiosità intellettuale e vitalità esistenziale. Ogni età della vita ne chiede di nuovi per crescere e rinnovarsi.

“Mai più maestri” si leggeva nel ’68 sui muri delle università occupate, nobile anticipazione del già dimenticato “uno vale uno” che nascondeva solo l’analfabetismo funzionale di pochi.

Ma oggi, esistono ancora i maestri? Nelle nostre democrazie, che appiattiscono l’alto verso il basso, sembra esserci posto solo per voltagabbana o influencer. Mancano guide morali capaci di risvegliare le coscienze, maestri capaci di indicare sentieri da esplorare alla ricerca non solo di nuove risposte, ma sopratutto di nuove domande. Senza maestri si è condannati al pensiero unico e ad un mortificante livellamento culturale. Oggi vi è una domanda di senso e un’esigenza di ethos che chiamano a gran voce nuove guide, esempi coraggiosi con cui confrontarsi.

Non smettiamo di cercare i nostri maestri, non smettiamo di vivere”

(P. Iacci)

 

No, Maestro, no: io prediligo Sensei,Colui che è nato prima”.

Nego la “maestria” che è sapere compiuto, definito e definitivo.

Non fosse altro perché io sono anche e sempre allievo: “chi viene allevato, con riferimento all’allevare nel suo significato di fornire educazione e istruzione” (Vocabolario Treccani). Sono allievo di altri che ne sanno più di me; sono allievo dei miei stessi allievi, portatori di curiosità, domande e saperi personali che mi inducono a riflettere, ripensare e dunque a re – imparare; sono allievo degli incontri e degli accadimenti del vivere quotidiano che sono sempre esperienze traducibili in sapere marziale, conflittuale, quanto questi ultimi  lo sono nel e per il vivere quotidiano; sono allievo dei miei stessi errori che, come tali e contrariamente al pensiero comune che li bolla e punisce come “male”, essi, nel loro senso etimologico “L’andar vagando, peregrinazione, vagabondaggio” (Vocabolario Treccani) raccontano di un viaggiare tra sbandate e cadute necessario, inevitabile, per imparare davvero, per prendere la rotta migliore.

Allora prediligo, per me, “Colui che è nato prima”. Colui che, in quanto “nato prima”, ha vissuto più e più esperienze; colui che è stato sotto la tempesta ed invece di scappare o cercare rifugio, ne è rimasto al centro; colui che è già entrato nel bosco e, pur tra cadute e paure, lo ha attraversato.

Non un sapiente né un grand’uomo, tantomeno un uomo perfetto, scevro da colpe e malefatte. Tutt’altro!!

Proprio per questo, nelle Arti Marziali come nel Counseling, con gli allievi delle arti del combattimento come con i clienti che a me si rivolgono perché li aiuti a migliorare la qualità della loro vita, io li comprendo.

Li comprendo perché mi sono battuto per davvero, tra scontri e fughe ed agguati, per davvero ho impugnato quanto ho subìto i coltelli, i bastoni, le spranghe. Li comprendo perché ho attraversato ogni manifestazione del “mal di vivere”; ho conosciuto il dolore e l’assenza nelle relazioni con i genitori, con il partner, con i figli; ho fatto ogni genere di male ed ogni genere di male ho subito. Ho vissuto e vivo tutt’ora, giù da ogni piedistallo, facendo ogni giorno esperienza di me, di me essere fisicoemotivo.

Lascio ad altri il titolo di “Maestro”, anche quando la pratica marziale o la vita quotidiana li smentisce, li sbugiarda. Li smaschera svelandone ignoranza, bugie, paure, malefatte che essi nascondono invece di farne strumento di autocritica e crescita. Ah, già, loro sono Maestri!!

Io mi tengo quello di “Sensei, quello di “Nato prima”.

Però condivido l’appello di Iacci al cercare “Maestri”, perché “Senza maestri si è condannati al pensiero unico e ad un mortificante livellamento culturale”, e posso considerami anche io tale almeno nell’accezione di “esempi coraggiosi con cui confrontarsi”.

Senza la pretesa di alcuna maestria che spetta a ”Chi conosce pienamente una qualche disciplina così da possederla e da poterla insegnare” ( Vocabolario Treccani). A chi, insomma si è fermato, si è seduto su quanto sa illudendosi, sovente in malafede, di “possedere”, mentre attorno a lui la vita scorre e tutto cambia.

 

 



mercoledì 20 aprile 2022

La lunga strada

Quella che ci porta qui, 

                                              ogni Martedì, 

                ai giardini Marcello Candia in Milano

quella iniziata nel 1980 presso l’Umanitaria e proseguita poi presso il circolo ARCI Bellezza, la storica sede di via Simone D’Orsenigo e quella di via Labeone.

Insieme ai Maestri, allievi ed amici Valerio e Claudio
Sono contento che ci incontriamo faccia a faccia, sappiamo di avere una strada da percorrere e che ognuno si aspetta un aiuto dall’altro.

Più passavano gli anni, i decenni, più cresceva la curiosità insieme alla consapevolezza di essere corpo e me ne rendevo conto invecchiando. So che possiamo rovesciare tutto, di nuovo e sempre.

Rivolgo un pensiero ad Angela, che mi ha introdotto al sapere taoista del Maestro Mantak Chia, al sapere ed alla costruzione di un corpo forte e flessibile: tendini e muscoli e ossa, ed alla concreta pulizia degli organi interni.

Un pensiero ad Eleonora, che con il Body Mind Centering ha dato l’ennesima svolta di consapevolezza e motricità intelligente a questa mia, questa nostra, strada.

So, sappiamo, di aver di aver fatto e di fare tutt’ora del nostro meglio, di aver cercato e messo alla prova quanto trovato, di esserci confrontati per cercare ancora meglio, ancora di più, di aver lottato e combattuto.

Non sempre le carte che mi sono state distribuite erano favorevoli ed io però ora vedo l’altro in me e ci vedo insieme.

Footwork di onde e spirali, MAI di spinte e trazioni

Così scivoliamo fluidi dentro strategie e tattiche di Kenpo Taiki Ken, Tai Chi Chuan, Kali, Wing Chun, Pa Kwa. Senza limiti, possibile perché il sé corpo è consapevole, il corpo marziale è sano e forte; possibile perché i princìpi del lavoro motorio convivono armoniosi in una unica complessità; possibile perché dell’embodiment (1) facciamo esperienza concreta, viva.

Così gustiamo il mondo che abitiamo, cogliamo l’occasione e incontriamo vitalità ed erotismo che sono le chiavi del vivere, vivere per davvero.


Così ciò che seminiamo è ciò che raccogliamo: nessuna paura, o meglio, di ogni paura facciamo la nostra forza, di ogni vulnerabilità la nostra arma.

E’ una luce piccola e forte nell’oscurità, nel tran tran quotidiano, e ci incontriamo di nuovo, ogni Martedì, qui ai giardini Marcello Candia in Milano.

Lungo la sagoma della "nave", scivolando e percuotendo dentro e fuori
E tu?

 

1. “la coscienza che ho del mio corpo non è una coscienza di un blocco isolato… i vari domini sensoriali (visivi, tattili, dati dalla sensibilità degli arti, ecc..) che sono coinvolti nella percezione del mio corpo, non mi si presentano come delle regioni assolutamente estranee l’una all’altra”

( https://www.psicologiafenomenologica.it/neuroscienze/embodiment-se-corporeo/)

 

 

The wall, ma qui tree, per imparare a stare nel confliggere

Equipaggiamento ed armi del guerriero




Flow Clinch, mai di forza


Training Knife,  prima dei coltelli affilati

Chi Sao affrontarsi a corta distanza

 

venerdì 15 aprile 2022

Useless Bodies?

Con mio figlio Lupo alla Fondazione Prada per la mostra

“Useless Bodies?”

di  Elmgreen & Dragset :” la mostra esplora la condizione del corpo nell’era post-industriale, in cui la nostra presenza fisica sembra avere perso la sua centralità tanto da risultare ormai superflua”, recita la presentazione. Verità vera. (1)

Un percorso inquietante, tra rimandi alle sculture classiche e raffigurazioni contemporanee che domandano di immagini di corpo profondamente mutate nei secoli, dove lo stesso materiale utilizzato spiega differenze di interpretazioni e sensazioni.

Non meno estraniante è la parte dedicata al corpo nel lavoro, dove si percepisce immediatamente la spersonalizzazione dell’uomo – lavoratore: ambiente da “polli da batteria” mi viene da scrivere.

L’area dedicata alla casa pone pesanti interrogativi sul come abitiamo e viviamo l’ambiente domestico, su quanto di noi ci sia nella nostra “tana” e quanto di ostentazione e di ossequio ai dettami del design.

Arriva poi la sezione che ci porta dentro la capacità dell’industria del benessere di condizionare ed indirizzare la personale concezione di sé, di sé corpo, di ognuno di noi.  Una massificazione, un conformismo, che dietro i colori, i gadget, gli ambienti lussuosi, cela la tristezza ed il grigiore di corpi macchina, di pratiche omofone, i cui nomi sempre nuovi, sempre diversi, in realtà conducono a gesti comunque meccanici e sovente dannosi alla stessa “macchina” corpo e soprattutto sempre distanti dalla riappropriazione del sé corpo, del corpo esperito, abitato perché quel che conta rimane il corpo posseduto, il corpo esibito.

“Per alcuni, approcci che vanno dal fitness allo yoga alla chirurgia estetica sono soluzioni per migliorare l’aspetto del sé fisico: per modificarlo alla ricerca della salute ottimale, dell’eterna giovinezza, o perfezionarlo secondo i canoni estetici dominanti” (Elmgreen & Dragset)

C

hissà se qualcuno dei visitatori che, da Marzo ad Agosto, entreranno in questa esperienza artistica di denuncia e sconfessione di una società che va divorando l’essere corpo senziente ed agente per sostituirlo con un corpo asettico ed alienato (il trionfo di Cartesio e della sua separazione corpo – mente? L’elogio dello sfruttamento capitalistico e dell’asservimento? Quanta preveggenza nell’Orwell di 1984!! (2)) opererà un radicale muramento di rotta?

Un radicale mutamento di rotta almeno a partire dalle pratiche corporee, scegliendo realmente le Arti Marziali come percorso di consapevolezza e forgiatura del carattere attraverso il confliggere, il combattere invece di affollare i soliti corsi di Karate, Judo, Krav Maga e quant’altro infarciti di tecniche e ripetizioni, di scazzottamenti furiosi, di corpi - macchina senza senso che si agitano, strepitano e si consumano. Se la smetteranno di pedalare forsennati su biciclette ferme, di ripetere figure – asana come fossero modellini, di stiracchiarsi malamente tra il vecchio stretching o il modaiolo Pilates, di correre storti e rattrappiti tra vialetti di cemento o trascinandosi e sobbalzando su un terreno accidentato che attenta, passo dopo passo, alle loro articolazioni, per abbracciare pratiche di consapevolezza motoria quali Feldenkrais e Body Mind Centering. (3)

Ne dubito: troppo forte la pressione dell’industria del benessere (benessere?????) perfettamente asservita a chi vuole annichilire ogni pulsione di vita, a chi vuole uno sterminato esercito di servi, a chi vuole “un uomo unidimensionale, un uomo cioè che pensa come tutti gli altri, agisce come tutti gli altri, gode come tutti gli altri e riflette come tutti gli altri” (M. Onfrey “Teoria della dittatura”).

Se lo chiedono anche Elmgreen & Dragset con la scritta “What’s Left?” che compare sulla maglietta di una delle loro opere: un funambolo emblematicamente sospeso tra il lasciarsi cadere al suolo o tentare di risalire.

Tu che mi stai leggendo che risposta ti dai? Ma magari non ti frega nulla nemmeno della domanda.

 

1. “Nel 19° secolo il corpo produceva i beni di consumo, mentre nel secolo successivo ha assunto prevalentemente il ruolo di consumatore. Nel primo ventennio del 21° secolo il corpo detiene lo status di prodotto i cui dati vengono raccolti e venduti dalle Big Tech”. Ed ancora ”Mentre le innovazioni tecnologiche rendono i nostri corpi sempre più inutili, i settori di wellness, tempo libero e salute, in continua espansione, offrono infinite nuove modalità per ‘risolvere il problema del corpo imperfetto’”.

2. 1984 di George Orwell. Perché è sempre attuale? In https://www.zetatielle.com/1984-di-george-orwell-libro-film-colonna-sonora-eurythmics-societa/

3Nella Cisterna avete messo in scena l’industria del benessere, ma la spa, la piscina e lo spogliatoio sono stanze vuote e desolanti. Perché?

M. E. "L’industria del benessere vuole assicurarsi che non ci sentiamo mai soddisfatti, ci chiede di migliorarci continuamente, ma ci ricorda sempre che non siamo abbastanza perfetti, è un loop senza fine in cui nessuno è mai contento".

I. D. "C’è sempre una nuova app di fitness sul mercato, c’è sempre una nuova crema per tirare su la faccia".

(https://www.internimagazine.it/agenda/elmgreen-dragset-intervista-fondazione-prada/)

 

 




















 

 

 

 

 

 

domenica 3 aprile 2022

Todome il colpo di grazia

Il katana nel fodero, acciaio pronto a sfidare l’impossibile. E’ Kenshindo, la “Via dello spirito della spada”; è Spirito Ribelle che si tinge di rosso sangue e danza tra i colori della morte e della vita; è il nostro praticare di spada, viatico puro e crudo per conoscere di sé, distante da ogni terapia e da ogni metodo di miglioramento logocentrico che, come tale, è solo sabbia dispersa nel vento.

Se non pratichi di corpo, se non fai consapevolmente esperienza di corpo, resti nel campo delle “seghe mentali”: sei un viandante sempre fermo in uno stesso luogo che nemmeno conosci; come in un corso di spinning ti ostini a pedalare, a soffiare nei polmoni, polpacci in fiamme, restando sempre fermo lì, dove in sella sei salito. Che parli a fare se nemmeno sai che pure la tua bocca, la lingua, la laringe sono corpo e come tali, come te corpo, vanno vissute, vanno esperite? Che pensi a fare se nemmeno sai che pure la mente è corpo e come tale, come te corpo, va vissuta, va esperita?

“Non è solo la separazione tra mente e cervello a essere mitica: probabilmente anche la separazione tra mente e corpo è altrettanto fittizia. La mente è incorporata, nel senso più pieno del termine, non soltanto intrisa nel cervello” (A. Damasio)

Sono qui a praticare da solo, in silenzio, a provare e riprovare in kikai, l’oceano del ki, dell’energia, che solo stati di coscienza espansa consentono al guerriero di entrare in contatto con la propria Ombra

“Non c’è luce senza ombre e non c’è pienezza psichica senza imperfezioni. La vita richiede per la sua realizzazione non la perfezione, ma la pienezza. Senza l’imperfezione non c’è né progresso né crescita.”

(C.G. Jung)

Ancora troppe volte il mio desiderio mi deruba e mi sorprende congelando l’attimo: Troppo tardi, non posso più scappare, posso solo combattere.

Sono forse diventato banale? Cosa c’è che non va? Non mi piace?

Non posso e non voglio negarlo, né voglio infilarmi nel mio buco nero, quello che canta di commiserazione, quello che canta di consolazione.

Mi affido al cambiamento ritmico, jo, ha, kyu: lentamente a crescere, ad accelerare fino a divenire rapido, rapido come rapida, letale, esce la lama dal fodero e sibila di morte, di vita difesa ad ogni costo.

Questo è lo sporco, piccolo, segreto di ogni spadaccino, di ogni guerriero. Le mani intrise di passione, sono un esperto di errori. Ogni kata, ogni duello, è un’affabulazione sotto la luce della stella polare, a contatto con il magnetismo terrestre.

Ognuno di noi, anche io, posso aver fallito alla prova del tempo, ed è troppo tardi per rimpiangere gli anni sprecati, posso aver fallito nei momenti migliori ma se io, se noi Spirito Ribelle, siamo qui a duellare di spada, allora c’è il tempo, ci sono le occasioni per cacciare la preda più brutta, quella più funesta che è sempre noi.

La bellezza del Budo che nasce dalla pratica Bujiutsu, sta nel praticarlo, errore dopo errore, inciampo dopo inciampo, ma col proposito di andare avanti, sempre, per scoprirsi a viverlo e per non vederlo morire perché l’umo, ogni uomo, morirebbe con lui.

“Ho spesso immaginato quale aspetto prenderebbe il mondo se riuscissimo a liberarlo dalla interminabile sequela di suicidi. Il silenzio assordante che si propaga dalla scena di un suicidio interrompe il tranquillo andamento dei fatti umani. E quanti sono suicidi senza saperlo!” (M° G. Filippini)

 

Benvenuto, se lo vorrai, nel mondo di Kenshindo, la “Via dello spirito della spada”, benvenuto alla scoperta di te: chi sei e come stai al mondo.

 

“La spada deve essere più di una semplice arma;

deve essere una risposta alle domande della vita”

(Miyamoto Musashi)

 






giovedì 24 marzo 2022

La persona peggiore del mondo

Va bene, candidature e vincitori di ogni gara, sia canora che teatrale, cinematografica ecc. sappiamo bene essere sottoposti a selezione in cui pesano giochi di potere, scambi di favore, ripicche, gelosie e quant’altro delle relazioni e delle miserie umane.

Ma

“La persona peggiore del mondo”,

 pellicola norvegese del regista Joachim Trier mi risulta inspiegabile come possa essere stata selezionata per un Oscar: noiosa, prevedibile, macchinosa nelle conversazioni.

Leggo le recensioni dei critici, di chi ne sa più di me. Leggo “I temi del femminile contemporaneo, dal metoo alla maternità, dalle mestruazioni al sesso orale, sono trattati secondo le sensibilità di una protagonista che appartiene a una nuova generazione” (Paola Casella); “è (la protagonista) anche di un’onestà disarmante, in grado di vedere le cose per quelle che sono e incapace di accettare ogni condizionamento. Il suo essere “peggiore” sta quindi nel diventare una sorta di eccezione, di rapporto di minoranza dentro un sistema di norme sociali cui appartiene ma al quale non pensa di doversi uniformare” (Lorenzo Rossi) con una sequela di commenti approvanti la stessa.

Una protagonista, trentenne ed oltre, che non sa nulla di sé né di quel e come vivere diventa un’eroina dei nostri tempi? Consumarsi e consumare relazioni, proiettare sugli altri le proprie insicurezze per non fare i conti con la propria Ombra, è uno stile di vita auspicabile?

Probabilmente è uno stile di vita, è lo stile di vita che va prendendo piede. Lo stile di una società che più che liquida è ormai liquefatta, del delirio dei bagni “no gender” (https://luce.lanazione.it/basta-alla-distinzione-maschi-femmine-a-piacenza-gli-studenti-danno-vita-ai-bagni-gender-neutral/), del consumo senza uso, del sesso on line che rischiare di corpo richiede troppo coraggio, delle amicizie virtuali, del metaverso, ecc.

Questi autorevoli critici sfornano uno sfrenato elogio di Peter Pan, dimenticandosi che Peter porterà via la figlia di Wendy, perché vuole sostituire Wendy con la figlia Jane per condurla con sé sull'isola e per avere qualcuno che si occupi di lui; che Peter vive una vita dionisiaca con l'esclusivo desiderio di fuggire dalla realtà.

Eppure, nel film, le scene conclusive mostrano la protagonista davanti allo schermo di un computer sbirciare una vita altrui, questo mentre un suo ex incontra la morte ed un altro ex la vita di un figlio. Mentre gli altri camminano nella vita, si sporcano le mani nella vita, in tutti i suoi aspetti e contraddizioni, gioie e dolori, lei sta al computer, sbircia le vite altrui.

E questa sarebbe “solo una ‘persona libera di sesso femminile’, come direbbe Liliana Cavani, alle prese con la propria educazione sentimentale, che è anche un'educazione alla vita”??? (Paola Casella)

Umberto Galimberti ricordava in più occasioni che il cammino dell’uomo è fatto di cadute, ripensamenti, errori, dunque lungi da me cercare un’eroina a tutto tondo. Ma da qui ad ammirare una trentenne che vive in superficie fuggendo ogni situazione conflittuale per restare nel proprio limbo narcisistico, che scarica sempre e comunque fuori di sé ogni assunzione di responsabilità, no.

Pellicola non certo avvincente, appiattita sui contorni di una figura femminile superficiale ed egoista, dai dialoghi privi di pathos che oscillano tra la dotta tavola rotonda di esperti e lo scambio di un mediocre talk show, è da vedere, forse!!, solo per dare uno sguardo anche “cinematografico” alla mediocrità e al narcisismo imperante, per altro così massaggiato dai critici nostrani.

Non tutti, per fortuna, qualche intelligenza pensante, critica, c’è e scrive “Se per tutto il film si ha la sensazione di assistere allo sfoggio di un manifesto generazionale che procede per slogan, col senno di poi viene da chiedersi, quasi con un moto di speranza, se l’intento di Trier non fosse quello di ritrarre con un misto di sarcasmo ed ironia una generazione di capricciosi e narcisisti mettendone in luce contraddizioni e idiosincrasie” (Chiara Zuccari in https://www.sentieriselvaggi.it/la-persona-peggiore-del-mondo-di-joachim-trier/)

Interessante, per me, la gestualità e il portamento degli attori in scena: rigidi e freddi anche nei momenti più caldi, più intensi. Sarà la cultura nordica, sarà che volutamente abitano un vivere dove non crescono le emozioni, le tinte forti, ma tante, tante, tante parole; parole utili a nascondersi, a non confliggere.




 

 

 

 

lunedì 21 febbraio 2022

Ombre e misteri

by angelalara
Sono nell’inafferrabile viaggio del mistero; così confuso, non so cosa mi colpisca, ma starò bene. Voglio stare bene.

A volte mi immagino di essere uno sconfitto, allora affollo le sere di labirinti di sogni per nascondermici dentro; come parole troppo strette sono fiori senza gambo, montagne senza vette.

Alle spalle, murales scolorati, tracce rapide di colori che un senso non ce l’hanno o forse sì, ma è troppo distante perché io lo colga.

Mi muovo rapido, a volte invece lento. Mi muovo, corpo che respira e inanella segni di colpi e schivate, agguati violenti e repentini scarti di lato.

Nel danzare di peso e lievità mi affido all’ombra che mangia i binari e il cortile alle mie spalle. La tarda ora del pomeriggio cresce di volume, di dimensioni.

Mi piacerebbe essere saggio come un budda, mi piacerebbe essere tutt’uno con gli altri uomini, anche con i peggiori nemici, ladri e ruffiani, e con chi li nasconde sotto la gonna delle bugie.

Un vecchio saggio forse suggerirebbe di essere tutt’uno con quelli che odia, che in verità li ama e non lo sa.

Ma io sono solo vecchio e non certo saggio.

Impugno fierezza e coraggio, inusuale arma tenuta stretta in mano per dare un senso alla mia storia, per sussurrare che anche la vita, il vivere, a volte non vuole conoscere niente di sé. Ma io, che sono solo vecchio e non certo saggio, voglio colpire ed offendere, baciare ed accarezzare per tutto il tempo che mi sarà concesso vivere e stare sempre in piedi, faccia al vento.

E questo è parte di ciò che propongo agli altri Spirito Ribelle, nel corso all’aperto, nei seminari, negli incontri individuali, tra respiri profondi, tecniche di Iron Shirt, la “camicia di ferro”, Neri, la parola giapponese usata nel Taiki Ken (1) e che significa impastare l’argilla ad opera del vasaio, Fushime Taiso, il movimento del cambiamento, della trasformazione, e poi volteggi di spirali, onde potenti, duelli a mano nuda o a mano armata.

Più cresco, più entro nelle ombre e nei misteri di questo affasciante viaggio di corpo, di corpo e
bellessere (2), di corpo e arti del combattere, e meno ascolto le parole mie e degli altri. Voglio guardare oltre, oltre e dentro le parole, voglio coltivare l’espressione del guerriero capace di far risuonare le voci assenti, quelle nascoste.

Forse l’abbraccio di Eros e Thanatos, Amore e Morte, ha già previsto che io conosca tutto quel che si aggrappa al cuore; ha già previsto che ogni Spirito Ribelle possa addentrarsi tra Poteri Potenti ed imparare a vivere.

 

Intrappolato.

“Non è perché state prendendo le decisioni sbagliate, è perché state prendendo quelle giuste. Generalmente cerchiamo di prendere decisioni sensate in base ai fatti che ci stanno di fronte. Il guaio, a prendere le decisioni sensate, è che lo fanno anche tutti gli altri”

(P. Arden, già direttore esecutivo creativo di Saatchi & Saatchi, imprenditore cinematografico, scrittore)

1. Arte Marziale fondata dal M° Kenichi Sawai https://taikiken.org/index.html

2. “.. il bellessere lo intendiamo come il dare un senso estetico e futuro alla crescente convinzione per cui il futuro non si prevede (perché non esiste ancora), ma lo si progetta (perché è originario nella speranza e nel desiderio di benessere)” (E. Spaltro, psicologo, fondatore dell’’Università delle Persone, in https://www.fisppsicologia.it/fisppsicologia.it/component/sppagebuilder/?view=page&id=73)

 

 



 

 

 

venerdì 11 febbraio 2022

La compagnia della mano gentile

Il cuore ritma lento e profondo, promesse di sincerità e bugie da angoli scuri.

Come essere coraggioso? Come fidarsi ancora?

Come posso amare e combattere se ho paura di cadere nuovamente?

Come posso guardare davanti se dietro, alle spalle, le rovine ancora bruciano e ladri e ruffiani si nascondono dentro le ombre?

Ma guardandomi stare da solo, tutti i miei dubbi svaniscono in qualche modo.

Un passo più vicino, un passo dopo l’altro.

Perché c’è chi, con me, continua il viaggio, continua il percorso, dopo lo Z.N.K.R., ora Spirito Ribelle.

Ai giardini Marcello Candia, pratiche corporee di introspezione e rafforzamento, di energia e respiro, di ceffoni e pugni e bastonate e coltellate…

E chi proprio non riesce a esserci, condivide incontri individuali, perché vivere sia coraggioso, sia attraversare emozioni e sensazioni, sia sempre e comunque Spirito Ribelle.

Facile, comodo, biasimarmi, bollarmi (bollare, noi erranti cacciatori di dubbi e mai venditori di certezze) estremista, bastian contrario, criticone, sempre “gyakufu”, controvento, come si usa dire in Giappone.

 

“Sapete come si descrive il biasimo nella ricerca? Un modo per scaricare il dolore e il disagio” (Brené Brown, ricercatrice, narratrice, docente)

 

Piuttosto che conformista, servo capace solo di qualche generica lamentela, pigro assorbente di informazioni consone a quel che già sa, a quel che gli fa comodo, masticatore di capricci e voglie da tardo Peter Pan, piuttosto che questa ameba, meglio il lupo.

“La sindrome del dipendente accondiscendente riguarda quanti accettano tutto passivamente ed eseguono senza criticare perché non concepiscono la critica. Sul posto di lavoro non si interrogano su cosa stanno facendo né sulla possibilità eventuale di non farlo. Sentono il bisogno di annullarsi nella speranza di ricevere così una gratificazione, un riconoscimento. In realtà è una regressione: si rinuncia ai desideri, alle idee, alla responsabilità, alle prerogative dell’età adulta per tornare a uno stato infantile. La totale dipendenza implica infatti come contraltare le gratificazioni del padrone-mamma: protezione e sicurezza. Si sa che ci verrà sempre detto cosa fare, si sa che gli altri penseranno a noi e per noi: adattandosi a questo modello si risparmiano energie. Criticare è faticoso: chi critica sta male perché rileva una differenza tra ciò che è e ciò che vorrebbe. E affrontare questo conflitto costa molto più che lasciarsi andare alla regressione.

Questo modello non è il peggiore: gli individui passivi sono in fondo buoni amministratori della loro energia psicologica! Eseguire mantenendo la lucidità critica o eseguire senza porsi domande sono due modi diversi di gestire la propria esistenza. Il primo è più maturo, adulto e creativo, ma implica costi umani alti, tra cui stress e disagi conseguenti. Il secondo regala serenità ma comporta il rischio dell’appiattimento. La scelta dipende dalla propria capacità di gestire la conflittualità: qualcuno preferisce evitarla; qualcun altro sente di esistere solo se l’affronta” (Vittorino Andreoli, psichiatra, saggista e scrittore; il grassetto è mio ndr)

by Hiroshi Yagi
Il lupo, animale che ha lasciato il Giappone ormai da più di un secolo, animale lì estinto; animale che la religione shintoista associa agli spiriti di montagna, che è animale protettore dei viandanti.

Protettore di quelli come me e quelli che con me proseguono, ai giardini MarcelloCandia o in incontri individuali o nei Seminari di Keshindo (la “Via dello spirito della spada”), la ricerca di sé e del senso del vivere.

Di quelli come me che conoscono il danzare in equilibrio tra Eros e Thanatos, Amore e Morte; che amano la quiete che nasce solo dentro una tempesta; che amano la donna con cui scelgono di vivere e la desiderano, sempre.

 

“L’amore ti rende un ribelle, un rivoluzionario. L’amore ti dà ali per volare alto nel cielo” (Osho, mistico e maestro spirituale

Il lupo che si affida all’istinto e vive avventure potenti in ogni gesto del quotidiano, senza bisogno di eccitazioni effimere e anticonformismi di maniera, e che lotta fino a trovare il suo posto nel mondo, anche quando il mondo, questo mondo, gli va stretto. Quel suo posto annusato, trovato, modellato tra pratiche corporee di introspezione e rafforzamento, di energia e respiro, di ceffoni e pugni e bastonate e coltellate qui, ai giardini Marcello Candia o in incontri individuali o nei Seminari di Keshindo (la “Via dello spirito della spada”).

Da tempo so che la parola è un limite, persino un inciampo, poi si disfa come ogni castello di sabbia e l’incontro, ogni incontro, si scioglie, finisce per arenarsi.

Solo un attimo di senso, di emozione che palpita, di corpo audace che sfida ogni nemico invisibile.

L’attimo nel danzare e sfilare di corpo pare eterno, e mi convinco ogni giorno di più a non scendere a patti, benché il disagio raddoppi in questo gioco avvelenato, perché la compagnia della mano gentile, quel “Colpisci gentilmente che campeggia sui volantini, forse non morirà mai, almeno nei miei sogni, nelle mie visioni.

Da qualche parte, sempre e comunque, altri spiriti ribelli.

(http://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/search?q=fuori+dal+coro Maggio 2018)

 

“Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella zona grigia in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi.” (Rita Levi Montalcini, neurologa)

 

 


by Bansky