mercoledì 15 novembre 2017

Una strada che abbia un cuore, per uomini veri



Giorni addietro, uno scambio epistolare con un professionista della psiche.
Questi vuole iniziare una pratica marziale, ritenendola pratica in grado di fargli conoscere ed esplorare il “pieno potere del mio corpo”, “la capacità di combattere”; vorrebbe “esplorare a piena potenza me stesso per non frenare temendo esplosioni incontrollate”, chiarisce che “il mio obiettivo non è imparare a ‘spaccare tutto’ ma conoscere meglio me stesso”.

Ecco, di seguito, la mia risposta.

 
Credo che tu abbia colto nel segno: ciò che cerchi è l’essenza di una sana pratica marziale.
Purtroppo le Arti Marziali comunemente intese e praticate, tradiscono questo cuore e lo fanno in molti modi.

Chi crede che basti praticare forme e fondamentali e combattimento per diventare forte e saggio. (in virtù di che?)

Chi punta tutto sullo sforzo fisico e sullo scazzottarsi come valvola di sfogo.

Chi vuole solo sentir parlare di coppe e trofei

Chi teorizza di energia e potenza senza mai aver sudato o preso e dato sberle in faccia.

Il modo di muoversi corpo, passa da una mollezza indecente ad una rigidità pinocchiesca o ad una feroce esposizione muscolare.

L’insegnamento è sempre direttivo, imitativo, mai facendo del praticante un protagonista quanto piuttosto un passivo ripetitore: c’è lo stile da imparare, la mossa da copiare, la tecnica da ripetere all’infinito.

Scoprire ed esplorare il proprio potere personale che c’azzecca con tutto ciò?

Combattere non è una finzione da palestra, con regole e comandi e poi tutti a farsi una doccia, né è uno sport; combattere è simulare stati emotivi e tensioni fisicoemotive profonde, perturbanti, in situazioni certo “protette” ma, appunto, di totale simulazione, non di finzione o di divertimento o di cieco sfogatoio.
Combattere è imparare l’arte del confliggere che “Lottiamo tutti. Da quando nasciamo, combattiamo per respirare, aprire gli occhi, camminare, parlare” scriveva Ken Buchanan, pugile, campione del mondo dei pesi leggeri negli anni ’70.

Dunque, il cuore delle Arti Marziali, come, se ho ben capito, tu intendi ed io condivido, è una terapia pulsante perché la capacità di stare nei conflitti, di scoprire e gestire tutto il proprio potere corporeo, pulsioni profonde e magari inconfessate, l’individuo la sappia trasferire in ogni occasione, in ogni relazione del vivere quotidiano, in famiglia, con gli amici, al lavoro.

Purtroppo, tale “cuore” non è la merce cercata nella nostra attuale società, quella del consumo senza uso, dello sfoggio estetico muscolare o intellettuale.
Dunque, nella logica della domanda / offerta, le Scuole che si occupano di “cuore”, di Strade che abbiano un cuore, sono poche, pochissime e sovente hanno vita breve. Nessuna, che io conosca, sta a omissis

Allora, per restare nella tua città, mi permetto di invitarti a cerca una palestra di pugilato: forse la semplicità di questo sport, l’essere ai confini della moda, ti permetterà di trovare un ambiente che in qualcosa sia affine a ciò che tu cerchi.

Oppure in una palestra di Yoseikan Budo (omissis) puoi trovare dinamismo corporeo ed un’attività fresca e pimpante con ancora qualche retaggio della Tradizione, di quel “Budo” che anticamente significò un modo “guerriero” (chi stava, eccome, nei conflitti) di stare al mondo. Non ricordo (e magari non è più lo stesso) chi sia l’insegnante ma, i primi di Dicembre, verrà in Italia il caposcuola, il Maestro Mochizuki Hiroo per un seminario rivolto ad insegnanti e maestri: se l’ingresso fosse aperto agli spettatori, potresti farti un’idea alla fonte, anche se ormai la docenza, in gran parte, lui l’ha passata al figlio.

Confido di esserti stato utile e, se ti andasse, fammi sapere che strada eventualmente tu hai preso.

(omissis)


venerdì 10 novembre 2017

La corazzata Potemkin non è una cagata pazzesca



Serata simil teatrale, a “Il cielo sotto Milano”, dove opera la compagnia “Dual Band”.

Serata dedicata al centenario della Rivoluzione d’Ottobre, meglio presentata come
La corazzata Potemkin non è una cagata pazzesca”,
in un evidente rimando al cinema fantozziano.

Serata con in scena il confronto, che è prima di tutto generazionale, tra la russista Milli Martinelli, donna quasi centenaria, saggista e traduttrice di opere di Turgenev, Tolstoj, Bulgakov, e lo studente tredicenne Lupo Kriss Santambrogio, che è pure mio figlio.
Con loro, in vesti diverse, la Dual Band stessa ed alcuni collaboratori, e, di sottofondo, la pellicola di Ejzenstejn.

E già portare ad un adolescente, a tutti gli adolescenti, il messaggio, e quale messaggio? di un evento così complesso e davvero rivoluzionario, pare cosa improba.

Perché come si può descrivere il cuore, di più, cosa è rimasto del cuore di quell’evento, ai giorni nostri? Ma anche come è possibile, sempre che possibile lo sia, coinvolgere giovani e giovanissimi, i nostri giovani e giovanissimi, perché prestino un’attenzione non puramente intellettuale o, peggio, limitatamente scolastica, ad un evento così terribile e sconvolgente?

C’è chi ha scritto di “comunismo interiore”, che per me significa coltivare dentro il cuore, dentro la pancia, quegli ideali di libertà e comunione, e manifestarli, nel mio piccolo, con le relazioni e le modificazioni dell’ambiente a me più vicino: Quello che è stato, per oltre trent’anni, lo ZNKR di via Simone D’Orsenigo, autentico Dojo di tutti, autentica casa di tutti.

Ma resta il dilemma “Che c’entra, che c’azzecca con i giovani d’oggi?”.

La società del consumo senza uso, dell’apparire sfrenato, della perdita del senso di collettività; questa società di non personalità, di fragilità psicosomatica rimpiazzata da una trasformazione camaleontica, con la quale plagiare i tratti senzienti attraverso irrazionali adesioni alle migliaia di slogan introdotti negli encefali imbelli di una società di pavidi.
Dove quel poco di collettivo rimasto è tutto virtuale: sono gli hashtag pro o contro quello e le pagine fb.
Sono quegli assembramenti improvvisi, ma fa più “tendenza” chiamarli flashmob, dai pallidi tratti umanitari, pacifisti, tanto simili al segno di pace scambiato al termine della messa, usciti dalla quale, ognuno torna al suo privato. Sorta di “sintonia feticcia e sincronica” ho letto giorni or sono a firma “Il Poliscriba”, per un arco di tempo talmente breve che la comprensione tra umani nemmeno viene presa in considerazione, passando invece sotto l’arco di trionfo del: “Quel giorno ero Charlie, Pinco, Pallo e ogni indignazione possibile/fruibile e, soprattutto, io c’ero”.

Se le rivoluzioni efficaci stravolgono il quotidiano, virano su idee nuove per dare risposte ai bisogni dell’uomo, cosa è rimasto, se è rimasto, della rivoluzione d’Ottobre?

La serata, pur con qualche caduta di ritmo, scorre densa ed interessante. Le immagini, le poesie lette, gli interventi tutti, concorrono, pur nel pugno d’ore concesso, a rendere interessante la scoperta e riscoperta dell’evento, a darne un affresco dalle tinte forti.
Ma a me resta quel dilemma, quel senso di continuità che non riesco a trovare.

Per me fu più facile, quasi naturale, con i moti del ’68, ed i libri e le assemblee ed i pestaggi a spranghe e coltelli e le cariche della polizia e gli ideali vissuti al massimo, trovare, vivere, un naturale, sfrontato e certo ingenuo continuum.
Per altri, negli anni a venire, per i giovani a venire, la Rivoluzione d’Ottobre fu solo un goffo treno di immagini, nemmeno così impressionanti che già iniziavano a sbiadire, con tanti convogli di parole, frasi, slogan, libri adocchiati solo nei titoli.

Ma ora, ai ragazzi nati nell’ultima decade del duemila, a quelli che sono giovani adesso, che siamo al terzo millennio, e saranno uomini adulti tra altri dieci anni, come faremo a spiegare che no, la corazzata Potemkin non è una cagata pazzesca? Di più, ci permetteranno mai di spiegarglielo loro così proiettati in un futuro totalmente diverso, estraneo al ventesimo secolo?

Probabilmente la Rivoluzione d’Ottobre finirà nel dimenticatoio, finirà ancorata solo nei libri di scuola, come l’impero romano ed il Risorgimento, pagine di nomi ed eventi senza alcuna anima, alcun cuore.
Probabilmente la mia generazione è l’ultima a tessere, dentro e fuori, di comunismo ed anarchia e socialismo, tessere dentro il cuore, privatamente e, perdinci, pure inutilmente, pure da sconfitti.

Si chiude la serata, Lupo è stracontento.
I suoi occhi chiari che sorridono sono l’epilogo migliore, almeno per me.



 

venerdì 3 novembre 2017

Ombre che danzano



Tu non segui l’esempio, sii tu stesso l’esempio”. Queste parole sono scolpite indelebili nel mio modo di proporre la pratica marziale, a comunicare all’allievo di dimenticare chi sia per lui testimone a cui rimettersi per essere invece lui stesso attore e testimone di quel che fa, del clima culturale che lui stesso va contribuendo a costruire in Dojo, attore e insieme testimone, in un processo di relazione e relazioni che travalica il luogo “Dojo” e la stretta pratica marziale, della società e dell’epoca in cui è calato.

So che insieme, io lui, il gruppo tutto dei praticanti che mi circonda, stiamo costruendo un sogno, non credendo a nessun altro e con la convinzione di demolire tutte le mura issate attorno.
Nulla, stereotipi “marziali”, paccottiglia diffusa ovunque a piene mani da macho men dallo sguardo truce o simil soldatini in divisa acquistata al mercatino dietro l’angolo (e la giovane età testimonia che nemmeno la naja, l’obbligo di leva, hanno assolto), o da efebici intellettuali del verbo mistico a cui mai una goccia di sudore o un paio di sberle sul muso hanno fatto visita, offusca il nostro incedere.

Noi sappiamo che gli uomini sono prima emozione, poi pensiero e solo dopo logica riflessione.
Quando siamo faccia a faccia, in un reciproco guardarsi attento, a tentar di capire se stiamo andando “a male” o, come sembra, stiamo rivoltandoci dentro, respirando in altri mondi, sguazzando di calci e pugni in altri mondi. Mondi che poi siamo ancora noi, noi dentro.
Perché, quando siamo faccia a faccia, stiamo vivendo in questi altri nostri, personali, mondi.

A volte, sono strappi di adrenalina, altre, sono melodie cinetiche, altre ancora sovviene la tentazione di volgere lo sguardo, e non solo quello fisico, verso il basso e tornarsene fra “nani e ballerine”.
Il freddo che sta fuori, sappiamo non ci sarà dentro, nemmeno l’appiccicoso buonismo per cui un “No” debba sempre essere educato, persino esitante, ma nemmeno il “va ffa…” sbraitato per ignoranza codarda.
Solo, tentiamo di non negarci al sogno, coltivandolo ed accudendolo perché, fuori di qui, fuori dalla metafora del dojo e del lottare, non svanisca, piuttosto intendendolo vivere ad occhi aperti, a cuore aperto.

Serenamente coraggiosi, siamo.

E ci chiediamo adesso, qui ed ora, dove siamo, cosa stiamo facendo, come faremo a capirlo, se divelliamo ogni indicatore di direzione, ogni obbligo di direzione.
Allora, ombre nere sguscianti a tracciare macchie indistinte contro questi muri così bianchi, bianchissimi, almeno per quel pugno di ore, non siamo più, non siamo mai, spettatori esterni, ma siamo insieme l’opera e chi l’opera va edificando.

Fuori di qui, tra le vie di Milano e altrove, il mondo altro non si è mai fermato, il consumo senza uso e i battaglioni di amebe la fanno da padroni.
Noi qui ci siamo vestiti di sangue e sudore, di ferocia ed amore, di fragile forza umana, di sorrisi e incessante ricerca interiore Se poi sarà stato solo un breve delirio, una fuga in avanti simile a “mosca cocchiera”, o se invece antichi valori inizieranno a ri – costruirsi dentro ognuno di noi per essere portatori sani di un mondo diverso fuori, allora nessun tempo, nessuna energia, sarà stata spesa invano.

Vittoria o sconfitta non importa, l’etica del Bushido ci impone la nobiltà nella sconfitta stessa, se la battaglia l’abbiamo ingaggiata.



venerdì 27 ottobre 2017

Del corpo e delle emozioni



La chiusura della storica sede di via Simone D’Orsenigo, con relativo trasferimento in via Labeone e modifiche della “struttura” della Scuola stessa, mi lascia con più tempo libero per i miei interessi extra, o meglio, “para” Arti Marziali.
“Para” perché, in linea di massima, la mia passione principe, le Arti Marziali e la pratica fisicoemotiva, mi indirizza verso temi e terreni comunque riconducibili alla corporeità, al confliggere come momento ineludibile di crescita, di conoscenza di sé.

Eccomi allora partecipare ad alcune delle serate che il Centro Studi di Terapia Gestalt, la scuola in cui mi sono formato counselor nel Marzo del 2007, propone lungo tutto l’autunno.
Prima un incontro sull’ipnosi ericksoniana e il mondo dei sogni, poi una serata sul Wingwave coaching.
Ora è la volta di Cristina Tegon, counselor, esperta di terapia corporea, nonché shiatsuka e massoterapista, docente ai corsi di counseling, che ci coinvolge in una serata a tema “Quando le parole non hanno niente da dire”.

Siamo in otto, in cerchio in sala, pronti a sperimentare i primi accenni di comunicazione corporea, di espressione emozionale attraverso il corpo.
Per me è bellissimo entrare nuovamente nel mondo delle relazioni silenziose, del contatto di sguardi.
Sento l’emozione di contatti velati dal mistero e dall’incertezza, dalla sospensione di ogni giudizio. Contatti che tracciano disegni incerti, in cui quanto di me si mischia, si sovrappone su quanto di un altro sconosciuto che mi sta di fronte.

Ogni volta che accade qualcosa di reale… questo mi commuove profondamente”, scriveva Fritz Perls, il fondatore della terapia gestaltica. Ed ogni contatto è sempre un luogo di emozioni profonde. Impossibile sfuggirvi, tuttalpiù ci è possibile provare a negarle, oppure rinchiuderle a forza in qualche interno anfratto sperando che lì restino sepolte per sempre. Ma non è così: le nostre emozioni, quello che siamo “dentro”, torna regolarmente a trovarci, evade dalla cella in cui l’abbiamo rinchiuso e bussa forte, forte per farsi riconoscere ed accettare, forte per incrinare maschere di facciata e sicurezze ostentate. Allora, di nuovo, le ributtiamo dentro, in un alternanza, in un “braccio di ferro” senza sosta che, in realtà, ci logora e ci impedisce di vivere appieno. E’ una sotterranea nevrosi che è indice del tradimento perpetrato a spese della propria visione della vita, della propria autonoma prospettiva della realtà.

Non così per me.

E questa sera è l’occasione per calcare nuovamente lo spazio delle emozioni scoperte, gestite, condivise. E’ l’occasione per riandare agli intensi anni di formazione gestaltica in cui corpi e sguardi si sono toccati, si sono incontrati e scontrati; in cui le parole, pur necessarie, hanno sottostato agli impulsi del corpo inteso come “korper”, parola tedesca intraducibile in lingua italiana se non come “io sono corpo”.
Un paio di semplici giochi, che il tempo è quello dato, mi consentono di vibrare appieno, di lenire la mancanza di contatto umano di cui mai sono sazio.

E penso a luoghi altri da questo, a, che palle!!, quando, al primo incontro, ti chiedono “Che lavoro fai?” (voglia di sbattergli in faccia un paio di righe prese dal “Piccolo Principe”), quando vacanze e trasmissioni TV e frequentazioni di social e cellulari ostentati e “Vai in palestra?” e rigidità corporee esibite in un mix di tatuaggi sconclusionati e sciocchi insieme a inutili muscoli ipertrofici o in carcasse amorfe, decadenti, orribilmente gonfie o stortignaccole di corpi che svelano “corper” in fuga da ogni autentico sé che abbia davvero il coraggio di fare i conti con le proprie pulsioni, sono la norma, sono la regola. Appunto, “Che palle!!
Ogni incontro è per l’individuo anche un nuovo incontro con se stesso, occasione incredibile per approfondire, conoscendo l’altro, la conoscenza di se stesso, osservando le proprie reazioni e cercando di individuarne e comprenderne le motivazioni profonde.
Perché perdere una siffatta splendida opportunità?

Ma questa sera, almeno in parte, quest’opportunità io non l’ho persa, nello scambio con la giovane e sorridente fanciulla che mi stava davanti, né con la metafora squisitamente fisica dell’albero.
Peccato che Cristina non abbia voluto accogliere il desiderio dei più di continuare ancora un poco, giusto per non lasciarci in piena “agitazione emozionale”. NO, così non si fa.
Chissà che queste esperienze, queste “Pillole di Gestalt”, in prossime occasioni, si smarchino da un “brusco coito interrotto” per lasciare a chi si è dato partecipando, il gusto di un distacco, di un post contatto, per dirla in termini gestaltici, meno affrettato e più salutare.

Salgo in auto e torno verso casa.
Comunque, bellissima serata, sia per le emozioni del “Qui ed ora”, sia per gli intensi ricordi che sono affiorati in superficie, ricordi di un triennio che mi ha turbato, sconvolto e mostrato di me e delle mie relazioni un mondo in parte sconosciuto, in parte che io non volevo riconoscere. Grandi e reali insegnamenti di vita.

Accantonate alcune delle prossime serate, scelgo, a metà Novembre, di esserci alla serata dedicata alla “Danza tribal fusion”… il viaggio continua e non si ferma mai.

 

Post illustrato con opere di Henri Matisse, uno dei miei pittori preferiti
 



martedì 10 ottobre 2017

Outfit



Ecco cosa ti chiedo, ecco cosa chiedo a te che hai appena varcato la soglia del Dojo: lascia fuori le tue convinzioni, le tue credenze, persino le tue aspettative.
Come fai con le scarpe, che riponi accuratamente nella scarpiera, per poi attraversare la sala a piedi scalzi o in comode e informali ciabatte, così fa con le tue convinzioni. Lasciale lì, le ritroverai di nuovo all’uscita, terminata la serata, se vorrai ancora indossarle. Nessuno te le porterà via e forse sarai tu stesso, nell’indossarle, a sentirti meno comodo, quasi a disagio, ricordando quell’ora o due in cui hai camminato libero, libero hai percorso una strada del tutto nuova, inesplorata, libero ti sei scoperto corpo agente, corpo vivente, corpo integro.

Certo che è difficile. Sei entrato qua con i tuoi schemi mentali e motori, le tue certezze, a volte una fragilità nascosta dietro espressioni da “duro”; spesso una maschera sul volto, maschera a cui si adeguano, schiavi passivi e infelici, i tuoi gesti, la tua corporeità tutta.

Tocca a me aiutarti a scoprire che i movimenti non sono un semplice meccanismo, un mezzo per raggiungere uno scopo, perché le azioni motorie esercitano un ruolo fondamentale nella formazione della mente, delle idee, condizionano ogni nostro apprendimento.
Movimenti, schemi motori, contatto fisico, sviluppano e plasmano la logica mentale, “melodie cinetiche” le chiamava Alexander Lurija, creatore della neuropsicologia.
Anche solo immaginare un gesto, un azione, attiva nel cervello la corteccia premotoria, nel lobo frontale.

Tocca a me accompagnarti in quella che le neuroscienze ora chiamano “Stimolazione bilaterale degli emisferi”, “Stimolazione neurosensoriale polimodale”, e già secoli or sono l’intuito taoista la chiamava semplicemente “Equilibrio del Tao”.

Allora ti invito a mimare nell’aria, con le braccia, il segno dell’infinito, dell’otto rovesciato, e già solo così, con un gesto semplice e povero, emisfero destro ed emisfero sinistro iniziano a dialogare, ad entrare in connessione. (1)
Sì perché il nostro cervello non è una struttura completamente formata e immodificabile, ma un processo dinamico, in continuo mutamento e sviluppo.

Ogni volta, ad esempio, che incontriamo qualcuno, con qualcuno ci scontriamo, si attivano numerosi sistemi neuronali e aree del cervello. Sono esperienze che, scrive il neuropsichiatra Jean Michel Oughourlian, concorrono a influenzare e modificare, la nostra stessa personalità. Si tratta di un “rapporto mimetico” definito da Oughourlian con il nome di “terzo cervello”. Al cervello cognitivo e al cervello emotivo si aggiunge così il “cervello mimetico”, il terzo cervello, il quale mette in evidenza il rilievo della relazione e della reciprocità. E’ il cervello del sistema dei neuroni specchio, dell’empatia, dell’amore e dell’odio.

Se Perls, il fondatore della terapia gestaltica”, scriveva “Contatto è saper apprezzare le differenze”, ecco che qui, in Dojo, nel contatto che a volte è reciproco aiuto altre è scontro diretto, impari a cogliere e coltivare le differenze, quelle tra te e l’altro ma, prima ancora, quelle che scorrono, si rincorrono, si azzuffano, si mescolano, dentro di te.

Sempre che tu abbia il coraggio, l’azzardo, di lasciare fuori di qui le tue certezze e la tua maschera, o, almeno, tu sia disposto a provarci. Tu sia disposto a fare della tua fragilità, che nascondi e ti spaventa, la leva per creare una forza enorme, inimmaginabile. (2)
Sempre che io sia in grado di accompagnarti, senza annoiarti né stancarti, senza lasciarti deluso per i successi che stentano ad arrivare o spaventato per i successi che, arrivati così inaspettatamente, tanto ti turbano.
Sempre che tu abbia voglia di riaccendere in te quella fiammella guerriera che arde dentro ognuno di noi e che, sovente, le nostre scelte piccole e conformiste, quelle deboli ed insicure che si sono piegate di fronte ad un percorso di studi da prendere, ad un posto di lavoro da lasciare, ad una donna o ad un uomo a cui dire “Basta”, ad un figlio che ci spaventava far nascere, hanno ridotto ad un misero lumicino.

Ti va di ardere nuovamente?

 

 

 

1. “Possiamo dunque pensare al cervello rettiliano di MacLean come corrispondente dell’Es di Freud, cioè degli istinti primordiali, così al cervello paleo mammaliano come sede dell’Io e alla neocorteccia come il luogo del Super-Io, preposto quest’ultimo, come ci ricorda Raffaello Vizioli, alla coscienza morale, alla critica e al giudizio. Si tratta di una concezione che MacLean ha verificato scientificamente, che Platone ha intuito e che Freud ha percorso su altri fronti” (Guido Brunetti)

 

2. L’immagine è atto fondamentale nel processo formativo dell’uomo. La psicologia ci dice che, a livello di strutture ancestrali, gli istinti vengono condotti originariamente attraverso immagini anticipanti. Questo a suo modo legittima la concitata ricerca, e con essa la smodata attenzione mediatica, che induce uomini e donne di ogni età ad essere sempre più succubi dell’ossessione del corpo, con “un atteggiamento simile a quello dello scultore che mai è soddisfatto della sua statua che ricava dal marmo” (Claudio Lombardo); si tenta, così, di ottenere un corpo diverso dai corpi cosiddetti normali e che sia invece ammirato, o almeno accettato, dal proprio Super Io così gracile ed insicuro, come dalla collettività.
Ma quando l’immagine interiore (autoimmagine) – raffigurata artisticamente nel proprio Io – non ricalca l’immagine esteriore (il corpo) si suscita un disallineamento che si manifesta a livello comportamentale. Quest’ultimo, generalmente porta all’indebolirsi dell’interiorità e, nei casi psichicamente più gracili, genera frustrazione, senso di estraniamento, indecisione, disattenzione, confusione dei sentimenti e anche anaffettività.






venerdì 29 settembre 2017

Una stramba Scuola per tipi strambi



 
 
 
“Qui non devi imparare, qui impari divertendoti”
(Tiziano Santambrogio)
 
 
Allora sorridi, dai!!
Cosa è quella faccia tirata, quel volto così serio, quell’espressione tra il preoccupato e l’incazzato?!?!
Lo so, è il pensiero dominante che ti ordina di sforzarti, di soffrire per essere legittimato ad imparare. Lo so, c’è pure del retaggio cattolico a ricordarti che solo la sofferenza, dopo che ti sarai mondato dei tuoi peccati (ma quali?) ti autorizza a ricevere il premio.
Figuriamo poi nelle Arti Marziali, nelle pratiche di combattimento, dove ogni macho man che si rispetti deve assumere posture ed atteggiamenti da bullo, da strafottente, deve sfoggiare la faccia truce e lo sguardo da “duro” sopra un corpo dalle braccia “pompate” e, meglio ancora, un tappeto di tatuaggi.

Vuoi che ti ricordi come taoismo e scienze moderne siano concordi nell’affermare che solo divertendosi, solo giocando, solo affidandosi al sistema parasimpatico, quello del piacere, impari veramente?
Lo lessi nei libri di Jerome K. Liss e di William Glasser, entrambi psichiatri; lo scrive coach Di Martino;
lo sentii ripetere più volte ai seminari di Anatomia Esperienziale e di Metodo Feldenkrais; non smette di ricordarlo agli allievi il Maestro Xia Chao Zhen.
Allora, sorridi!!
Lo so, è il pensiero dominante che ti impone di concentrarti sul risultato, sul “goal” da raggiungere, sulla meta a cui arrivare.
Ma così ti perdi il piacere del fare, il piacere del viaggio. 
Devi tirare il gancio sempre più potente, devi eseguire quella forma in modo perfetto, devi aumentare il numero di ripetizioni negli squat. Devi…
E non solo non ti diverti affatto, ma nemmeno ti ascolti corpo, i suoi (che sono tuoi!!) suggerimenti; non accogli le sensazioni che ti arrivano, lo scorrere delle emozioni. Eppure è lui (ossia te, eh eh eh) il vero “Maestro”, è lui che sa dirti come fare. Magari scoprendo strade diverse per arrivare in vetta alla montagna, o anche scoprire che quella vetta ti interessa poco o niente e la tua soddisfazione, il tuo piacere, il tuo autentico “goal” è altrove, in altra montagna o addirittura al lago!
Magari, ascoltandoti corpo, scopri l’inutilità degli squat e di tutta quella sequela di esercizi che compongono la ginnastica, che compongono il tanto diffuso fitness.(1)
Non ci credi?
OK: nella tua vita quotidiana quanti gesti corrispondono alla meccanica con cui esegui uno squat?
Mentre cammini, giochi a calcio o a tennis, tiri di boxe o di MMA, mantieni l’equilibrio su un pavimento sconnesso… NO, mai?!
Ah, ti servono come riscaldamento muscolare?
Allora, visiona mentalmente tutte le azioni che ti ho scritto sopra e pure quelle altre che tu fai abitualmente, poi, quando vuoi, aziona il “fermo immagine” ed, ecco, lavorando su quanto vedi, su quella “fotografia”, puoi, -primo, scoprire che mai e poi mai esegui uno squat in tutta la tua giornata, beh, forse quando defechi su una turca, ah ah ah,
-secondo, intervenire sia riscaldando la muscolatura sia migliorando la tua coordinazione motoria per produrre gesti migliori, più efficaci ed efficienti; quegli stessi gesti che compongono la tua solita giornata.
Vuoi sapere con quali esercizi? No, caro. Niente esercizi, ho in serbo una valigia piena di giochi divertenti!! Altro che noiosissimi squat!! Noi, impariamo divertendoci.

Beh, se poi qualcuno si diverte agendo in modo ossessivo compulsivo, ovvero ripetendo più e più volte lo stesso identico gesto, allora sto zitto. Purché, se lo fa eseguendo i curl (flessione dell’avambraccio sul braccio per tonificare il bicipite) non creda così di aumentare la sua forza. Si, sicuramente avrà un gesto, ed uno solo, la flessione dell’avambraccio sul braccio più forte, ma… ”Pompare i bicipiti è una merda, la forza non sta lì”. Se ad usare un’espressione così categorica è chi, per anni, ci ha dato dentro di pesi e bilancieri, sfoggiando un corpo dalla muscolatura (superficiale) perfetta e possente, per poi abbandonare tutto questo, ricreandosi un corpo meno appariscente ma elastico, agile e incredibilmente potente, c’è da prendere in seria considerazione questa nuova strada. Ah, a dire così è stato Ido Portal, che, tra le altre cose, da alcuni anni, affianca Conor Mc Gregor (!!) nella sua preparazione agli incontri di MMA.

Giocando, poi, impari a destreggiarti e, magari, a padroneggiare l’imprevedibile, le situazioni di caos. Toh, proprio quello che sicuramente ti accadrà in un’aggressione e, sovente, ti accade nella tua vita quotidiana, tra l’automobilista che non frena quando attraversi le strisce pedonali, lo squilibrio in cui incappi inciampando in un gradino, il bicchiere che ti scivola di mano, fino alle imprevedibili e sconnesse crisi emotive che possono coglierti in ogni relazione affettiva. Beh, anche in un incontro sportivo il tuo antagonista ha così tante variabili gestuali che solo la formazione all’imprevedibile ti può dare qualche possibilità di vincere.

O credi davvero che i piegamenti sulle braccia (piegamenti, non flessioni, azzz… e sulle braccia, non con le braccia) le ripetute alle macchine saranno quelli che ti permetteranno di ristabilire in un attimo il tuo equilibrio precario quando inciampi sul giocattolo che tuo figlio ha lasciato sul pavimento o quando hai da scansare l’ombrello del vicino che ti pencola pericolosamente accanto agli occhi?

Allora, allontanati da ogni trappola cartesiana su “mente e corpo”, che tu sei un tutt’uno e muoviti, ascoltati corpo, “ascoltati” perché tu sei insieme soggetto ed oggetto dell’ascoltare, muoviti dentro e fuor di te e fallo giocando, divertendoti. Fallo sorridendo, per niente preoccupato (e rilassati, dai!!) dei risultati e del tutto occupato in quello che fai. Gioca ed ancora gioca.
 
Hai dei dubbi che sia possibile?
Vieni a trovarci ……….
 
“Il vero vincitore di un gioco non è chi arriva primo, ma chi si diverte di più”
(A. Torri)
 
1. Davvero, osservando gli allenamenti di Kick Boxing, Kudo, Jeet K.do, mi prende lo sconforto. Se la didattica è ancor la solita, tutta ordini e copia/incolla, ovvero una noia dai risultati incerti, gli esercizi sono gli stessi che furoreggiavano negli anni ’80, più di trent’anni fa!!!! Prendiamo i balzi a piedi uniti eseguiti lungo una serie di cerchi posti al suolo. Oltre ad essere un autentico rischio per le articolazioni, in primis delle ginocchia (non è un caso che, per esempio, chi pratica pallavolo di professione, balzi e simili li alleni solo ed esclusivamente su pavimenti ad hoc, ad hoc elasticizzati e non sul normale linoleum o parquet), non rispecchiano in alcun modo quanto il praticante farà in combattimento. Ve lo immaginate un kudoka o un kick boxer balzare a piedi uniti contro l’avversario? E chi mai ha occasione di farlo nella vita quotidiana? Anche se hai da saltare una pozzanghera, prendi la rincorsa e salti slanciando avanti una gamba e recuperando l’altra. Vallo spiegare a questi Maestri ed allenatori e ai loro supini allievi!
 
“Nell’uomo autentico, si nasconde un bambino che vuole giocare”
(F. Nietzsche)
 




 

martedì 26 settembre 2017

E’ una scusa la sera



A volte faremmo di tutto per stare un po’ soli, dolcemente affondare nel petto e piano respirare, poi un rapido movimento di mani a ribaltare il cielo.
E nel fare e disfare e poi fare ancora, traccio nell’aria disegni rotondi che appaiono appena verosimili.
Se non fosse per un certo disagio nelle spalle, tra le scapole, sarebbe quasi bello questo lento roteare, questo circoscritto danzare.

E’ la pratica con l’anello di bambù. Antico strumento di allenamento, ormai, almeno qui in Italia, caduto in disuso, sempre che mai sia stato usato.
Mi diverto da solo con questo strumento, che se degli allievi rimasti negli anni solo uno a suo tempo lo comprò, gli altri non hanno colto l’occasione della chiusura dei locali in Simone D’Orsenigo per portarne via uno dei tanti che lì erano rimasti.
Lo assalgo, lo avvolgo, con gli avambracci e le mani, insignificanti movimenti che passano attraverso le immagini e mai mi permetto di dire che sia troppo facile, che resti tutto in superficie.

D’altronde, ogni praticante marziale, e l’adepto del Wing Chun non sfugge a questa prerogativa, è tale se sa fluire da un gesto all’altro, se la sua danza di mani e di corpo scivola letale senza strappi ed intoppi: per concatenare i movimenti, occorre sempre affidarsi ad uno spunto circolare, ad un eludere ed aggredire di spiraloide sostanza.

Tante volte, nel principiante come in chi venga da Arti e sport, comunque chiamati, impostati sul copiare le tecniche, copiare quel che il Maestro fa (praticamente tutti, che nessun docente pare avere alcun sentore di maieutica e buona andragogia), trovo una povertà nelle sensazioni propriocettive, nella coordinazione occhio / mano, che significa perdere ogni allineamento strutturale, braccia a smanacciare fuori dal corpo o, per l’inverso, gomiti rachitici imposti impacciati.
Imbracciando l'anello, le braccia sono fermamente “invitate” a gestire correttamente lo spazio vitale del corpo, quella sfera intima che il combattente sa di dover difendere ad ogni costo.

Allora, anello tra le braccia, fluido nella consapevolezza che aggiunge sensi e tratta la spossatezza con fare semplice e distaccato, come cosa quasi elegante, le braccia si piegano e si torcono, curvi corridoi a rapinare di spazio e distanza l’immaginario avversario che mi sta davanti, che mi aggredisce di lato.
Sono deltoidi, trapezio, il grande dorsale, a coordinare l'arrotondamento della schiena e collegare la colonna vertebrale mentre lavora la zona pelvica. Sono i muscoli profondi a dare l’impulso iniziale, mentre la gabbia toracica si espande da dentro, come un pallone a gonfiarsi.

Kwan Sao, Seung Gahn Sao, Po Pai Jeung, dietro questi nomi per noi impronunciabili, provati e riprovati con l’anello di bambù, si cela quella potenza di rotazione che, in natura, sorregge ed esprime tornado, vortici, rotazioni planetarie.
Così, nella pratica con l’anello, ci spiegano i “classici” e riprendono i Maestri più evoluti, se non nella didattica ancora stantia, almeno nelle conoscenze apprese ed aggiornate, come Tyler Rea, esponente Wing Chun del Lee Bing Choi lineage che si scosta dal più noto Wing Chun di origine Ip Man, i polsi aderenti alla circonferenza interna dell'anello inducono le braccia a ruotare attorno ad un punto di snodo artificiale. Dunque, “muovendosi le braccia in orbita intorno a questo punto di snodo artificiale, esse hanno una massa maggiore di quella che avrebbero fatto se l'asse di rotazione avesse attraversato l'area dell'osso ulnare e radiale, così come una superficie di deflessione maggiore”.

Allora io, in questa immacolata sala che ci ospita, prendo la scusa di una sera andata deserta, e, solo, cambio ritmo e respiro e con loro il gesto che muta così spesso. Che il posto è qui, qui quel formarsi all’adultità ed al coraggio che trasforma corpo e cuore, che induce le nostre impronte del vivere ad immaginare soluzioni diverse e diversi gli incontri.
Qui stasera, abbracciando un anello di bambù e domani chissà.

 

“Danza con le tue paure. Sorridi loro a cuore aperto.
Abbracciale e stai sereno: Ora sono tue amiche. Ora le riconosci come parte di te.
Ora tu sei loro e loro te.
E ti ritrovi più forte di prima”
(Tiziano Santambrogio)