lunedì 15 ottobre 2018

Ti ho fatto un incantesimo





Kenshindo incontra il Judo
del Tokyokodokan Milano




Tutti i cinque sensi danzano dentro  la mia anima come la terra fa con il sole, e l'aria, che ad ogni respiro assaggio, ha preso il suo ritmo naturale.
Tutto quel che pensavo lei fosse, tutto, proprio tutto, esplode potente saturando di sé ogni particella attorno.
Sono, siamo, con gli allievi ed amici i Maestri Valerio e Giuseppe, gli yudansha shodan Donatella e Giovanni, ospiti presso il
Tokyokodokan Milano,
in via Lattanzio,
a proporre il nostro
Kenshindo
“la Via dello spirito della spada”,
ad un gruppo di judoka.

L’incantesimo del katana si ripete, sempre diverso eppur sempre affascinante.
Mai ho sognato che avrei incontrato qualcosa come te, mai ho mai sognato che avrei messo in conto di poter perdere qualcosa come te, te che sei arma regina, sei letale strumento di morte e, insieme, leggero strumento di passione.

Questo controverso sentimento guida i miei passi, i miei gesti, le mie proposte ora che sono a coinvolgere in Kenshindo chi mai ha incontrato il katana nel suo percorso.
Così creo un’atmosfera di incertezza, di stupore ( che sarà mail il burlaghé?) incamminandomi lungo un riscaldamento che sia realmente apertura verso la pratica vera e propria. Dunque, un riscaldamento che leghi indissolubilmente gli aspetti più evidentemente fisici ( bravissima la yudansha Emanuela ad elencarli) a quelli fisicoemotivi, che nessuno di noi è macchina ma tutti siamo individui.
Il riscaldamento, ogni BUON riscaldamento, sintonizza il circuito percettivo – motorio (che poggia abitualmente intorno all’asse visivo – verbale) sul canale sensoriale cinestesico – propriocettivo, a partire dal quale mutano conseguentemente anche le rappresentazioni del corpo – visto e del corpo – parlato.
In sintesi, questa è la funzione psicologica del riscaldamento: promuovere l’investimento soggettivo, personale,  del movimento.
Allora, poiché comunque l’apertura di ogni lezione, di ogni allenamento, agendo sul corpo, modifica lo stato psicologico dei praticanti, è fondamentale farlo facilitando il passaggio:
           dallo stato di coscienza ordinario a “stati di coscienza secondi”;
           dal linguaggio verbale al linguaggio non verbale;
           dal pensiero logico – analitico al pensiero analogico e associativo;
           dalla disposizione difensiva ordinaria a una maggiore disponibilità alla circolazione delle emozioni;
           dalla dimensione concreta – operativa alla dimensione immaginativa, espressiva e creativa;
           a un buon bilanciamento extra / intraintensivo.
(Dove danzavano gli sciamani di V. Bellia)

L’incontro entra nel vivo ed io parto valorizzando quel che già i judoka sanno, parto da loro, dal loro vissuto: è importante che Paolo, yudansha, ottimo nell’esecuzione della sua tecnica preferita, Morote seoi Nage, abbia la sensazione di essere capace di qualcosa, dunque della sua conoscenza judoistica, perché più facilmente e senza ostruzionismi si apra alla pratica col bokken. Starà poi a lui tradurre la sua proiezione al suolo preferita in un gesto, un taglio di spada.
E tutti a provare quanto lo stesso Paolo ci ha suggerito.
Starà poi a me, forte di un uso del corpo “interno” fatto di articolazioni leste e muscolatura profonda potente, migliorarne il gesto, mostrarne le lacune. Lasciar testare l’evidente differenza tra uno sforzo fisico ancora grezzo, fatto di muscolatura superficiale condotta da un sé corpo ancora sconosciuto a se stesso, ed il gesto in cui i movimenti invece fluiscano svelti e sinuosi perché  originati dall’ordine in cui le parti del corpo si mettono in movimento.
Infatti, quando il praticante sente dentro, “nelle ossa”, che ci sono più modi di fare, allora le cosiddette tecniche, i waza , a mano nuda o con armi, i pugni o le leve articolari, le schivate o le proiezioni al suolo, scaturiscono dalla totalità di se stesso. Questo poiché è attraverso l’immediata, dinamica consapevolezza di un’esperienza fisicoemotiva che il fare esperienza e le “tecniche” si coniugano spontaneamente, liberando il praticante in vista del disegno fluido e ininterrotto del fare marziale, dello scontro, del combattimento.
Continuiamo e sarà il giovane Lorenzo, sguardo sveglio e vispo, a proporre la sua risposta al suichokugiri (il fendente a spaccare il cranio) di Paolo.
E insieme lo lavoriamo, lo mondiamo dei gesti, degli atteggiamenti che ne frenano l’efficacia.
Lo stesso Lorenzo subito capisce che cosa sto chiedendo loro, dove sto andando con le movenze che siano agili e flessuose, semplici e … letali.
Ancora Emanuela, decisa nel suo voler imparare, curiosa nel suo interrogarsi in tutta onestà e Sebastiano, anche lui yudansha,sempre attento a voler capire.

Erano i primissimi anni del terzo millennio quando scoprivo  che mentre i movimenti degli animali sono istintivi e generalmente attuati in risposta a stimoli esterni, quelli dell’uomo sono intrinsechi di qualità umane, poiché ogni individuo, con i suoi movimenti, esprime se stesso e comunica  qualcosa del suo essere interiore.
 Allora l’individuo ha la possibilità e la capacità di prendere coscienza degli schemi creati dai suoi “impulsi di sforzo” (così li chiamava Laban) e di imparare a svilupparli, a rimodellarli e ad usarli.
Ne discuto, non certo oralmente ma agendo di bokken, con Ilaria, yudansha dal sorriso ampio e dalla fisicità prorompente, con Carlotta, con chiunque si presti a verificare su di sé la qualità di quanto vado proponendo ed i clima generale è davvero accogliente, ben predisposto a confrontarsi, a sperimentare. Segno che il Dojo e la cultura che vi regnano è sincero e aperto, autentico Budo ricco di umanità.

Arriva il momento dell’acciaio, dell’estrazione e dei fendenti che, lame affilate, non permettono inganni, ritrosie o menzogne: Vivi o muori.
Eppure non serve aver paura della direzione verso cui ci guida il tagliente affilato: ognuno sarà in grado di scoprire (e poi fare?) ciò che vuole nella profondità delle sue emozioni. Tutto andrà per il meglio affidandosi a ventre e cuore, a quella misteriosa gioia combattente che ogni individuo ha in sé.
Allora Laura, Maestra yondan, attenta a capire come estrarre rapidamente. E i tentativi di tutti di trovare in sé quelle movenze che consentano di sopravvivere ad una attacco portato  al nostro lato: Non possiamo certo girarci e poi estrarre, e nemmeno estrarre da fermi e poi girarci….
Ed io a proporre il sorgere delle spirali, autentico potente innesto per onde e torsioni del corpo perché questi risponda vincente all’aggressione.

Ci avviamo alla conclusione.
Lavoro con il vivace Paolo, mostrando come l’affidarmi all’elemento Terra, corpo rilasciato in armonia con la forza di gravità, mi consenta di eludere lo squilibrio del suo Morote seoi Nage.

Poi, davvero, ci avviamo al tramonto della mattinata: Movimenti liberi, in cui reverie, il fantasticare, divenga corpo fisicoemotivo capace di esprimersi traducendo nello spazio quel che ognuno identifica come flusso e fluire, ognuno a suo modo, chi serpente, chi acqua che scorre …

In cerchio, mano nella mano, respiriamo e ci ascoltiamo, pelle su pelle, contatto su contatto. La mano di Emanuela e quella di Ilaria nelle mie. Contatti diversi, che sanno di forza e tenerezza, di dolce abbandono e apparente ritrosia. Contatti che subiscono inevitabilmente l’influenza di chi, a sua volta, con loro intrattiene la mano e a sua volta è influenzato dai compagni accanto, dalle loro di mani strette l’una nelle altre, in un cerchio che, figura geometrica perfetta, non ha inizio né fine; in un cerchio che è ed è stato, per un momento lungo attimi o ore, una comunità di intenti, di uomini e donne insieme per divertirsi, conoscersi e progredire. Attraverso l’Arte, non importa quale, progredire verso la conoscenza di sé e dell’altro, di come ognuno sta con se stesso e nelle relazioni che va costruendo.

Un sentito grazie a tutti loro. Un grazie particolare al Maestro, hachidan, Francesco Zaccheo che in pedana si è lasciato coinvolgere partecipando con la totale voglia di esserci, e che, insieme a  tutto lo staff del TokyoKodokan, ci ha cortesemente permesso di portare il nostro Kenshindo fuori dal nostro Dojo. Tra nuovi amici.
I Shin Den Shin
















mercoledì 3 ottobre 2018

Il magico potere del fallimento



Monique Serf, fischiata ad ogni esibizione, rifiutata in molteplici audizioni, affronta, presso un noto cabaret,  un provino al seguito del quale le viene offerto il posto di …lavapiatti, che lei accetta. Non è ancora Barbara. Abrahm Lincoln, fallisce negli affari, perde le elezioni, nuovamente subisce un pesante tracollo economico, resta vedovo, cade preda di un pesante esaurimento nervoso, viene nuovamente sconfitto in due successive occasioni elettorali. Sarà poi presidente degli U.S.A.
E le storie di Steve Jobs, di Serge Gainsbourg, Charles Darwin, Soichiro Honda …

Ce ne sarebbe abbastanza per annoverare
Il magico potere del fallimento”,
di Charles Pépin,

tra i soliti libri sull’enpowerment, sui prodigi della forza di volontà; per inserirlo nell’ormai vasta pletora di testi sulla resilienza; per farne un forte esempio del mito anglosassone del “volere è potere”; per considerarlo in linea con la dilagante e mortifera moda, a cui il palcoscenico dei media e dei social  dà enorme risonanza, che vuole ognuno di noi portatore sano di soli diritti e sano ed unico dispensatore di verità e certezze.

Invece l’autore, filosofo e docente universitario, introduce diversi dubbi, diverse interpretazioni che, pur non negando in toto il filone de “Gli ostacoli sono quelle cose spaventose che vedi quando togli gli occhi dalla meta” (Henry Ford), ci porta, grazie a Freud ed al pensiero psicoanalitico, su un diverso terreno.
Ci porta a non subire passivamente il “pensiero unico” anglosassone dove ad ogni caduta, ad ogni sconfitta, fa sempre seguito una risalita purché ci si affidi alla forza di volontà, alla tenace e totale fiducia nei propri mezzi: Volere è potere?!?!.
Forse ogni caduta, ogni fallimento è un  monito a riconsiderare i propri limiti, a verificare se davvero l’obiettivo puntato è nostro, davvero rispecchia il nostro Io più profondo.

Forse “Riuscire nella propria vita non significa volere a tutti i costi: è volere nella fedeltà al proprio desiderio. Il fallimento può essere l’atto mancato che ci avvicina a questo tipo di fedeltà” (C. Pépin).

La nozione di atto mancato fu introdotta da Freud nel 1901 nel saggio “Psicopatologia della vita quotidiana”.
In psicoanalisi, l’atto mancato è una condotta socialmente inadatta che realizza un desiderio inconscio. Ovvero, ti accingi a compiere un’azione ma o ne fai un’altra o non realizzi l’obiettivo di quell’azione.
Gli atti mancati non sono frutto di casualità, di stanchezza o di mancanza di attenzione o determinazione, piuttosto rivelano ciò che il soggetto non sa o non può esprimere consapevolmente: un’intenzione, un’unità, un desiderio represso. L’esplicitazione di un conflitto interno.
L’atto mancato, che nell’agire concreto è il fratello del lapsus nelle parole, potrebbe indicarci quali sono i nostri sentimenti e desideri più profondi. Quelli autentici.

Narrando di  Michel Tournier e di Pierre Rey, l’autore ci dice che, a volte, i fallimenti, letti come atti mancati, sono il segnale di un’intuizione a cui non vogliamo dare retta o, altresì, che “esistono successi che in realtà sono fallimenti, quando si accompagnano a una mancanza di fedeltà a noi stessi” e ci tocca poi pagarli in termini di insoddisfazione, noia, persino depressione, a mostrarci un desiderio profondo tenuto inascoltato, tradito.
Lettura interessante, sicuramente controcorrente, ci indica delle chiavi di interpretazioni in merito al nostro agire a cui, solitamente, magari prestiamo poca attenzione.
Immediato, per me, il parallelo con la nostra pratica marziale, così irriverente ed eretica a fronte del piattume generale equamente diviso tra sfogatoio per macho men repressi e salotto buono per  intellettuali “profferenti formule astratte e concetti sclerotizzatisi nel tempo” (Di una bella, dei suoi cortigiani e dei suoi possenti amanti. In questo blog – Giugno 2013).
Una pratica marziale, la nostra,  cui calza perfettamente una delle più belle citazioni che Pépin lascia nel suo pregevole libro:
 “Ciò ch’è grande nell’uomo è l’essere un ponte e non una meta(F. Nietzsche)


lunedì 1 ottobre 2018

Open Kenpo Taiki Ken






Una buona pratica inizia dal sentirsi comodi, a proprio agio, nella stazione eretta.
Perché possono apparire belle da vedere, intriganti da osservare, potenti da imitare le evoluzioni, lente o rapide, nello spazio, le acrobatiche gesta motorie, i massicci affondi di braccia.
Ma se non sai decentemente stare in piedi, se quando avvii lo spostamento i gesti parassiti la fanno da padroni facendoti oscillare o caricare il peso, se non sai amalgamare Terra e Acqua originandone Legno, quanto disperderai nell’ansia, nella fretta di metterti in moto?

Allora Ritsu Zen (la meditazione in piedi, l’imparare a stare in piedi), nelle sue varie espressioni, a restare in ascolto, propriocezione che cresce, senza accasciarti sotto il peso della gravità, senza sforzarti di contrastarla. In docile equilibrio tra il peso che grava al suolo e lo svettare della colonna vertebrale.
In un ascolto fatto di piccoli aggiustamenti. Attento che collo e trapezio di rilascino, si aprano, permettendo ai gomiti l’unico gioco possibile perché siano davvero la protezione del tuo spazio vitale e l’avvio dei gesti ficcanti nello spazio, davvero siano “l’impugnatura dei coltelli” che sono lama – avambraccio, punta – mano.

Da lì, prende corpo una libera sequenza di posizioni fisse, statiche (ma esiste qualcosa di “fisso”, di “statico”, di realmente immobile?) che si plasmano micromovimenti attraverso il gioco di perle delle spirali, che scivolano l’una dentro l’altra in continua trasformazione, immane dragone a strisciare ed elevarsi e premere…

E Hai ( strisciare) e Neri (impastare), semplici o complessi, animati dentro dalle due diverse spirali base.

Insieme tracciamo Tai Sabaki come  “Cerchi nell’acqua”: esplorazioni dello spazio che sottendono, nascondono percosse e leve e proiezioni.

Siamo in tre e so che il Maestro Valerio e Giovanni, assidui compagni in Dojo e nelle scorribande fuori, sono in grado di misurarsi anche con  i Kappuru (giochi di combattimento in coppia) più complessi.
Così ci avviciniamo alle danze di spirali col tronco: non semplici evasioni, semplici schivate, ma movimenti che nel far scomparire il bersaglio attaccato caricano invisibili, potenti e simultanei contrattacchi.
Un gran bel divertimento, qualche sganassone che arriva rumoroso, la difficoltà di mantenere “in asse” il corpo, lo stupore di un agire esplosivo e furtivo così, senza sforzo apparente.

Ancora una volta la conferma che 
se importante è quel che fai,
ancora di più è come lo fai.

Ancora una volta la conferma che il percorso che io vado proponendo è di qualità assoluta, qualità superiore.
E il viaggio continua….

“L’energia è sempre in movimento verso l’esterno o verso l’interno. Non può mai restare ferma: se fosse ferma non sarebbe energia, ma non esiste nulla che non sia energia. Quindi, tutto si sta muovendo in qualche modo”
 (Osho Rajneesh)


domenica 23 settembre 2018

Tra luoghi e persone



Ampio l’ingresso al castello di Voghera, la luce di una giornata che odora d’estate ad attenderci.
Con Monica, dopo una passeggiata tra le bancarelle del mercato e la piazza del centro, siamo a curiosare dentro l’obiettivo per cui siamo a Voghera:
la mostra fotografica
Tra luoghi e persone”.

C’è il tempo di dare un’occhiata al castello visconteo,  tra la parte ben restaurata e quel che resta dell’antico carcere.
Incontriamo Luca Cortese, uno degli espositori, che bene ci spiega il senso della mostra e il contesto, cittadina e castello, che la ospita.
Ennesimo pezzo di una bellissima Italia, tra colline verdi e quello che fu un manicomio in cui operò Cesare Lombroso, le sale del castello affrescate dal Bramantino e il neoclassico palazzo Gounela, una immane cattedrale rinascimentale e il tempio sacrario della cavalleria italiana, strattonata tra l’indifferenza pubblica e gli sforzi entusiastici per salvarla di pochi volontari.
La mostra, promossa dal gruppo “Spazio 53” con il patrocinio dell’assessorato alla cultura del comune, proprio per essere una collettiva, ci permette una piccola carrellata su diversi “occhi” fotografici.
Se, almeno pe me, la buona Arte è quella che sa emozionarmi, alcuni di questi “occhi” mi hanno colpito.
Penso a
Francesco Cito, i cui bianco e nero su scorci di matrimoni napoletani sanno giocare squilibrando ironicamente “figura e sfondo”, per dirla col linguaggio della Gestalt.
Pio Tarantini, le cui immagini sono certo belle ma … la luce, la luce di quelle fotografie, non so spiegare perché, mi ha catturato, quasi incantato e fatto stare bene, tanto che me ne sono staccato a fatica.
Luca Cortese, i cui paesaggi chioggiotti sanno confondersi e confondere, come ad aprirsi su uno spazio altro, infinito, in cui è facile perdersi per chissà cosa e chissà dove ri – trovarsi.
Altri “occhi” mi sono risultati indifferenti, persino noiosi.
E, come sempre faccio in questi casi di distanza, di noia, da interpreti e loro interpretazioni, mi riservo, una volta a casa, di interrogarmi su cosa, di profondamente nascosto, mi lega, mi tiene dentro queste sensazioni, su cosa ci sia di me, forse, che non voglio vedere.
Per chi volesse, la mostra resta aperta, ingresso libero, fino al 7 Ottobre.



mercoledì 19 settembre 2018

The place



Un uomo, in un bar, ogni giorno. Seduto in fondo alla sala, una corposa agenda davanti, tante persone che lo cercano.
Tutto qui, per un film di stampo “teatrale”, con un setting claustrofobico, dove nulla accade se non nei dialoghi.
Non un film passatempo, non un film che puoi vedere chiacchierando in allegria.
E sono contento che anche un ragazzino come il quattordicenne Lupo lo abbia apprezzato.
Un film che prende allo stomaco, che ti inchioda negli angoli bui, che ti racconta l’Ombra dentro di te anche quando credi di non averla o di averla sottomessa.
Proprio  quella parte che magari mai è venuta a galla, ma, ci hai mai pensato?, verrebbe fuori in una situazione particolare, di tensione estrema o anche solo di aspirazione minimalista.
Basta restare aperti alle influenze del film, ai dialoghi degli attori, tutti eccellenti, e certamente una lacerazione interiore, una serie di “montagne russe” dell’anima, ci investirebbe.
E chissà che chi non ha gradito la pellicola trovandola noiosa o banale è proprio perché …. ha avuto paura di aprire quella porta?!?!
Sto scrivendo di
The Place,

 l’ultimo film di Paolo Genovese ( il regista del brillante e dissacrante “Perfetti sconosciuti”)  che si ispira alla serie U.S.A. “The Booth at the End”,
Il cuore del film è il dilemma, tradotto in atti concreti, in azioni, mica in intellettualismi, in cui o si tacita la propria coscienza, ci si toglie ogni maschera e ruolo di perbenismo e “politicamente corretto”,  o ci si ribella alla richiesta ricevuta  rinunciando al proprio sogno, grande o piccolo che sia.
Il volto di Mastandrea , chiamato ad interpretare il ruolo del misterioso uomo che tutto può, tutto può dare in cambio di un’azione spesso disgustosa, crudele, è un volto di dolore e  stanchezza quanto di ineluttabilità sul percorso del destino che ognuno ha e si dà.
Straripano ovunque le paure, le angosce e le miserie di tutti coloro che vogliono migliorare la propria vita, salvare altri od essere salvati, trovare o ritrovare una (caduca) felicità.
Tutt’intorno, si muove asettico, come in un piccolo acquario, un micro mondo di indistinti ed anonimi avventori. Inutili alla trama del film quanto ignari spettatori delle tragedie altrui, mi chiedo se siano solo tali o rappresentino quella folla indistinta, quelle persone (nel film c’è chi lo dice esplicitamente) che di certi baratri nemmeno hanno sentore e magari, magari??, così stanno bene nella loro beata ignoranza e superficialità.
O forse, così asettici e conformisti, semplicemente non vivono davvero ma, per dirla alla Gurdjieff, “sopravvivono”.
Sempre che la modesta avventura della loro vita, del loro tran tran, non abbia alle porte, anche per ognuno di loro, un incontro, un incidente, con quella parte di sé dimenticata e terribile. Basta solo aspettare.
Infatti, c'è una frase che, secondo me, svela un aspetto inquietante del film: “In ognuno di noi c'è una parte terribile, chi non è costretto a scoprirla è fortunato”. Io penso che quell’Ombra terribile dentro, per nessuno potrà restare sopita per sempre. Magari non si avrà il coraggio di affrontarla, preferendo la fuga nella religiosità manichea ed ossessiva o nel carrierismo sfrenato, in qualcuna delle antiche e moderne dipendenze che, in forma grave o leggera, impregnano le persone, tra shopping compulsivo e vigoressia, FOMO (la dipendenza dai social) ecc. Ma lei resterà sempre dentro, minacciosa, incombente.
Personaggio ambiguo, dai contorni incerti, è la cameriera del bar, interpretata da una brava Ferilli, il cui ruolo si scopre solo alla fine in un trapasso inquietante.
Intrigante è il carosello di uomini e donne che si alternano al tavolo, senza sapere però gli uni delle altre mentre il corso della vita degli uni interferisce anche rocambolescamente con le altre, tra la richiesta di una violenza sessuale, un infanticidio, una rapina…  una suora alla ricerca della perduta presenza di Dio, un uomo disposto a tutto per salvare il figlio dal cancro, un altro il cui unico sogno è una notte di sesso con una starlette, un poliziotto alla ricerca del figlio…
Non ho tutto sotto controllo, le cose non dipendono da me” e questo colpisce l’ansia di certezza e de-responsabilità dei questuanti, perché il misterioso uomo ha solamente  ideato il meccanismo ma poi a ciascuno di costoro spetta la decisione ultima: Nessun obbligo, ognuno ha la facoltà di rescindere il contratto stipulato. Questa facoltà, sempre ricordata, sempre sbattuta in faccia ai questuanti, non capisco se e quanto sia una speranza del misterioso individuo  o una perfida provocazione.
Alcuni hanno scritto che The Place è un film sul libero arbitrio, altri che è ha un’anima cattolica.
Io so solo che è un film sul vivere e sul come vivere, autenticamente e drammaticamente vivere.
Pellicola stupendamente intrigante e violentemente perturbante.
Come vivere, appunto.



lunedì 17 settembre 2018

Perdere per guadagnare





Perdere per guadagnare

Assurdo ma… io invito ad aprirsi all’errore, al fallimento, perché ci consente  di capire e cambiare. Perché davanti alla caduta, possiamo rialzarci e provare in altro modo. Di più, perché ogni evento reale, ogni accadimento o incontro reale non vada affrontato con la sicumera di chi già sa e dunque vuole intervenire e modellare il fatto o l’incontro a proprio piacimento, ma come chi si interroghi sui contenuti e sui modi del fatto o dell’incontro, leggendolo come una materia da esplorare, un motivo di stupore e scoperta.

Perdere per guadagnare.

Assurdo ma … cedevolezza e flessibilità, d’animo e di corpo, ci consentono di intuire  ogni mossa, ogni movimento dell’antagonista, individuo o accadimento della vita, che abbiamo davanti. Ci consentono di assorbire o deviarne la forza, l’impatto; di recuperare l’equilibrio fisico ed emotivo quando sia stato sconnesso; di emergere liberi, potenti e vincenti.

Perdere per guadagnareTing, che è ascoltare: ascoltare di sé, di quel e come siamo in quel preciso momento (qui ed ora); è ascoltare l’altro, quel che intende fare e quel che fa; è ascoltare ciò che sta accadendo insieme senza lasciarsi fuorviare da pregiudizi e schemi e “tecniche”. (1)
Ting – Jin che è accostarsi all’atro, individuo o accadimento della vita, per capire forze, ritmi, spazi che sono in gioco; è farlo attraverso sé individuo fisicoemotivo (2), individuo pienamente consapevole.

Per esserlo, occorre Song, rilasciare.
Occorre un preventivo lavoro, che non finirà mai, perché il corpo si rilasci (non rilassi, ma rilasci); sprofondi accettando la forza di gravità / il magnetismo terrestre; perché si apra: articolazioni, muscoli, certamente, ma pure sensazioni; perché impari a servirsi della fisicità dei fenomeni emozionali, le emos – azioni.

E’ questo, anche questo (e non è poco), che studiamo all’ “Open” dedicato al nostro fare
Tai Chi Chuan,
Sabato 15, ai giardini Marcello Candia.
Tra passanti del tutto indifferenti e qualcuno che, invece, si ferma, osserva.
Lavoriamo sulla stranezza di tenere il peso “indietro” avendolo però sugli avampiedi, così da meglio percepire le pressioni del compagno e mai interrompere quel sottile e profondo vibrare interiore che è il “motore” di ogni agire efficace ed efficiente.

L’ “Open” si chiude, mentre arrivano Michele, il figlio di Tina con papà Federico, mentre Spartaco, un robusto bulldog inglese che è il mio preferito, mi fa mille feste a stento trattenuto da Mara, mentre i giardini continuano imperterriti la loro vita.
Un grazie al Maestro Valerio, a Giovanni e alla “sorpresa” Tina per la bella compagnia, per l’attenta pratica condivisa.

Arrivederci, per chi lo vorrà, ai prossimi appuntamenti Open:
Sabato 22, giardini in largo Marinai d’Italia, per il Wing Chun Boxing

Sabato 29, parco in piazzale Cuoco, per il Kenpo Taiki Ken.

1. Due recenti, tristi fatti di cronaca che vedono morire, per un gioco, una sfida assurdi, due adolescenti. I genitori del primo scrivono chiedendo a tutti i genitori di capire e vigilare sui propri figli perché ad altri non accada quel che è successo al loro; i genitori del secondo scrivono per accusare di inadempienza questo e quello.
 
2. Nel Dao De Jing (Tao Te Ching), l’ideogramma che significa “corpo” è lo stesso che indica “la propria persona”.


giovedì 13 settembre 2018

Una fatica gentile









Lo vedo sforzarsi. 
E’ abile, è iper concentrato, si muove con una buona dose di destrezza. Si sforza, attinge a tutta la sua energia nello scattare in avanti, nel resistere ad ogni pressione.
E’ giusto, è naturale, dopo, che si senta affaticato, che respiri affannosamente.

Ma quella non è la mia strada.
Io cerco serenità e calma nell’azione.

Certo, anche io dedico una parte di me alla concentrazione, al fare con uno scopo ben preciso.
Ma lascio sempre aperto l’orizzonte sulla creatività, sulla disponibilità al lasciarmi sorprendere, sull’intuizione.

Toh, l’aumento della concentrazione riduce l’attività della corteccia prefrontale, l’area del cervello strettamente connessa a tutti i sistemi sensoriali e motori, deputata alla gestione delle emozioni ed ai “rinforzi” positivi e negativi, alla gestione di azioni coordinate e strategiche, all’apprendimento di nuove esperienze, di nuovi comportamenti.

Una corteccia prefrontale attiva, invece, è proprio
- quel che occorre ad ogni valido combattente, di più, a chiunque voglia affrontare le “cose” della vita riconoscendole, imparando, selezionando quelle più consone a sé e prendendo, di conseguenza, le decisioni migliori, quelle vincenti.
- quel che mi invita a liberare il fluire di ogni movimento. Che mi invita a mantenere viva, desta, l’attenzione. Che mi rimanda all’istinto, all’animalità che cova in ognuno di noi.

Anche in questo, le moderne ricerche di neuroimaging, che permettono uno studio del cervello “in vivo”, coincidono con l’antica saggezza taoista !!

Lui è proprio affaticato: buon pro gli faccia. 
Sicuramente, lo sfogo motorio gli ha messo in circolo le endorfine adatte a dargli una sensazione di appagamento, di benessere. Poi, altrettanto certamente, arriverà la deprimente sensazione di spossatezza, l’imbarazzante carico di acido lattico e quei dolori muscolari conseguenza di microlacerazioni nei muscoli e di un aumento delle attività ematiche e linfatiche che incrementano, appunto, la sensibilità nelle fasce muscolari sottoposte a sforzo.

Lui ha utilizzato l’energia di scorta che ha nel corpo. 
Come gli sfoghi isterici, gli scatti di collera, le attività convulse: una prima sensazione di benessere e presenza, poi il crollo, mentre tutt’intorno nulla è cambiato.

Io, invece, scelgo la via dell’emozione, dell’ascolto, della consapevolezza 
che significa attingere alla muscolatura profonda, al lavoro articolare, alla presenza degli organi interni.
Abbraccio me-corpo rilasciato, consapevolmente fragile ed emotivo, sempre in ascolto: un aprirsi che costruisce forza flessibile e selvaggia, potere dolce e letale.
Imparo a vivere, imparo che è la serenità a guarire ogni malessere: sia che gli artigli siano a riposo, sia che siano ben sfoderati.

Uno sguardo reciproco, l’uno verso l’altro. Io e lui così vicini, tra gli alberi e il verde dei giardini, eppure così lontani, così distanti.

Chissà che un domani, superata l’età della sfrontatezza, quando saranno gli “anta” quelli da festeggiare al compleanno e i capelli si tingeranno di grigio, non scopra anche lui questo mio stupendo percorso.

Magari non un serio incidente al ginocchio o un continuo impedimento alla piena mobilità della schiena (gli intoppi più frequenti su quel percorso di sforzi e fatica) ma, piuttosto, l’accettazione dell’evidente trasformazione del corpo: pelle e muscoli e … rughe (!!) e dei tempi di recupero che, su quel percorso di sforzi e fatica, si sono fatti sempre più lunghi.

Magari non il senso di inutilità, i primi segnali di timore per il tempo che passa e non torna più o i primi sintomi di depressione, quanto piuttosto l’incontro con “uomini straordinari” (ovvero fuori dal conclamato piattume ginnico-motorio),  l’apparire, sebbene ancora confuso, indistinto, di un possibile rinnovato ed autentico senso della vita.

Ecco, gli auguro che siano la curiosità verso la consapevolezza fisicoemotiva, l’anelito alla vitalità, ad accompagnarlo verso una pratica olistica e aperta. Verso lo scoprire, lui “anta”, che può essere ben più efficace e “in forma” di quando aveva venti o trent’anni, e, soprattutto, ben più sereno, consapevole e… adulto autodiretto.

D’altronde, come scrive Alberto Oliverio, medico e psicobiologo, “in una collettività è importante che vi siano individui pronti a realizzare un’idea o un progetto con tutte le loro forze, sacrificando altri aspetti della vita di relazione”.
E’ altrettanto vitale, è sano, che vi sia chi resta aperto ad ogni orizzonte, chi, eretico e ribelle, flessibile ed emotivamente autentico, abiti strade inusuali, porti linfa nuova, una grande vitalità ed un grande erotismo.
Chi faccia di sé-corpo una presenza attenta ed empatica.

D’altronde, come scrissi decenni addietro, forte del mio confrontarmi con professionisti (medici, allenatori ed atleti) dello sport, per formare rapidamente un giovane a che abbia delle performance di alto livello , una preparazione fisica condita di sforzi e pesi è l’unica strada percorribile nel breve periodo.
Poi, per ben vivere e ben stare sé-corpo, con prestazioni non sportive ma fisicoemotive reali e non circoscritte ad una gara, di alto livello e che migliorino col passare dell’età, ci vuole altro!!

Questo è quanto io pratico, io propongo a chi mi accompagna qui, allo Spirito Ribelle Z.N.K.R.
Un praticare alla portata di tutti: nessuno è troppo vecchio o impacciato o timoroso.
Basta solo passare dall’idea di avere un corpo al sapere che siamo corpo; allora a chiunque è data la facoltà di scoprirlo / scoprirsi corpo, conquistando un’autentica salute psicofisica, un importante posto nella vita.