giovedì 26 marzo 2020

Essere e vivere di corpo: cosa ci può insegnare il Covid - 19


 


Uomini, donne, giovani e anziani, costretti in casa a fare i conti con relazioni che, per forza, si fanno strette, assillanti, quotidiane.
Genitori e figli posti, per la prima volta per giorni e giorni, sempre gli uni davanti agli altri senza diversivi o vie di fuga. Mogli e mariti posti, per la prima volta e per giorni e giorni, sempre fianco a fianco 24 ore su 24 a condividere angusti spazi fisici e spazi sentimentali, cose da fare e da evitare.
Uomini, donne, giovani ed anziani, costretti, per contro, a stare lontani, distanti contro la loro volontà. Amanti nascosti i cui momenti intimi rubati negli intervalli non esistono più. Lavoratori instancabili e appassionati e lavoratori  disinteressati in fuga dalla routine di casa che non hanno più la loro isola comunque felice. Amici del cuore ed occasionali incontri di un aperitivo che non sbocciano più ma appassiscono di giorno in giorno.

Lo scrittore israeliano David Grossman (1) paventa un dopo segregazione in cui ognuno sceglierà di cambiare qualcosa di sé e del suo vivere, dopo questa esperienza di convivenza ( ma io dico anche di lontananza) forzata.
Forse.
Ma chi sceglierà il cambiamento: fare un figlio o rinunciare a farlo, separarsi dal coniuge per congiungersi all’amante o viceversa, abbandonare il posto di lavoro o decidere di farvi carriera ecc. lo farà per autentica scelta o per fuga vigliacca dalle sue responsabilità? Lo farà per scelta adulta o inseguendo i capricci o gli ormoni di un novello Peter Pan?
Ottimista Grossman nel ritenere che “La presa di coscienza della fragilità e della caducità della vita spronerà uomini e donne a fissare nuove priorità. A distinguere meglio tra ciò che è  importante e ciò che è futile”?
E chi sceglierà di non cambiare, lo farà per una raggiunta consapevolezza, per amore del trovato o ri-trovato, o per pigrizia, per abitudine, perché, come si dice in certi ambienti “La merda puzza ma tiene caldo”?
Mah, forse è più nel vero Massimo Gramellini che prevede un banale ritorno alla normalità dell’ameba. (2)

Crescono, pare, le videochiamate e l’assembramento su quelle piattaforme che permettono di parlarsi e vedersi in più d’uno contemporaneamente.
È un modo per richiamare il corpo, “evocare il contatto attraverso l’apparizione dell’immagine dell’Altro”, scrive lo psicoanalista Massimo Recalcati.
E’ una solidarietà non retorica ma necessariamente solitaria e silenziosa, l’occasione concessa di fare parte di una comunità di solitudini?
Forse.
O forse è il terrore di affogare in un mare di solitudine di cui non si vede il fondo, la convinzione popolare che “mal comune mezzo gaudio”, la castrata voglia di fuggire dal dove e con chi sei adesso.
Ci sono momenti di solitudine che cadono all’improvviso come una maledizione, nel bel mezzo di una giornata. Sono i momenti in cui l’anima non vibra più” scriveva Alda Merini
Quanto è la consapevolezza della tua fragilità forte a farti cercare l’altro? Quanto un rinnovato senso di  solidarietà e collettività ti induce ad offrirgli un ponte seppur virtuale?
E quanto, invece, ti spingono la tua dannata paura della solitudine, della caducità ed incertezza del vivere che questo Covid – 19, o meglio, le decisioni dei potenti su questo Covid – 19,  ti ha svelato senza possibilità di mentirsi o fuggire?
Siamo tutti yogurt la cui data di scadenza ci è nascosta”, mi disse, decenni addietro, un allievo.

Questa evocazione di corpo e corporeità si sostanzia, sui social, di programmi dei più svariati, e scriteriati, per “tenersi in forma”. Tutti, dagli specialisti al generico quotidiano “La Repubblica”, accomunati
- da una concezione del corpo come asettico strumento, come macchina: “Allenare glutei ed addominali”,”10 esercizi per tenersi in forma”, pezzi di un corpo asettico, altro da me.
Se la lingua italiana in questo non ci aiuta, ricorriamo, come fatto altre volte, alla lingua tedesca.
Il filosofo e matematico Edmund Husserl chiamava Korper il “corpo-oggetto” o “corporappresentazione”: il corpo in quanto occupa un certo spazio e risponde quindi a certe misure, il corpo ridotto alla semplice misurazione di certe quantità (peso, larghezza, lunghezza, ecc.). Invece Leib è il corpo vissuto come esperienza, come abitato, unità imprescindibile  di percezione e movimento, quello che io chiamo “fisicoemotivo”. (3)
- da una ignoranza totale degli stessi componenti di questa macchina,  come se la stessa potesse funzionare e durare nel tempo senza un equilibrato rapporto tra i componenti: Allenati per farti una carrozzeria Ferrari e non curarti se il tuo motore è quello di una FIAT 126; fatti la carrozzeria di un SUV Porsche sul telaio di una Smart; metti le ruote di un Hammer ad una Nissan Micra ecc.  e, soprattutto, fottiti del guidatore!! (4)
Insomma, questi incompetenti non solo non sanno dello stretto, inseparabile rapporto tra fasi psicologiche e fasi di movimento in cui ogni intervento sul corpo volto a riorganizzarlo e a reintegrare le caratteristiche di movimento comporta una conseguente riorganizzazione sul piano psichico e viceversa, ovvero una crescita sul piano psicologico dischiude a un nuovo modo di muoversi.
Questi nemmeno sanno come intervenire, senza far danni, sulle singole parti !!
Così abbondano esercizi in iperlordosi lombare, affondi con sovraccarico sulle ginocchia, crunch con affaticamento dei dischi intervertebrali e lombari e con pressione abnorme delle vertebre cervicali, piegamenti sulle braccia e plank col peso sostenuto  dall’articolazione del polso invece che scaricato sul centro della mano, ecc.

Allora eccoli uomini e donne, giovani resi sfrontati dall’età anagrafica o attempati ed attempate  il cui pelo in capo e quello tra le cosce che si va imbiancando terrorizza mostrando loro il tempo che passa, dedicarsi forsennati ad una pratica motoria volta ai conseguimenti mondani, ad accrescere l’autostima davanti allo specchio o sulla bilancia, a farsi accettare dalla collettività in quanto magri e sodi, a esporre e vendere meglio il prodotto corpo / korper per soddisfare gli ormoni scomposti al mercato della vanità e del consumo sessuale.

Laddove invece l’autenticità, lo Spirito Ribelle, sta proprio nel liberarsi dalle costrizioni imposte, dalle mode imposte, dall’alienazione indotta, per inoltrarsi nel terreno perturbante del se stesso.
Perché la capacità fisicoemotiva di modificare, contrarre, espandere lo schema corporeo, di sentirlo a seconda delle situazioni, di prendersi spazio o di ridurlo quando occorre è una caratteristica di plasticità della persona  adulta ed autosufficiente, quella che, pur se sbalzata o ammaccata dalle situazioni del vivere, pur se a volte cade ed altre si smarrisce, sa, o almeno ci prova, coltivare vitalità ed erotismo, sa tenere  lontana la nevrosi.


Praticare di Leib e non di Korper, è un atto rivoluzionario
proprio perché significa dedicarsi a qualcosa che, secondo i canoni in voga,
è radicalmente privo di utilità 
e, 
mi permetto di sostenere,  
per questo già di per sé genuinamente terapeutico. (5)

Scegliere di praticare un cosa e un come che non solo non ti salverà dal destino che attende tutti ma ti porrà in conflitto prima con le tue paure e le tue presunte certezze  poi con l’opinione comune; scegliere questo che farà di te un individuo unico nella massa indistinta; un unico per cui se solo pochi altri “unici” avranno per te valore questo non ti impedirà, in una società in cui puoi essere qualsiasi cosa, di farti gentile con tutti, ha in sé un che di enormemente coraggioso. E’ solo un soffio, ma è quel soffio per cui vale la pena vivere sapendo che dovrai morire.

Chissà se questa segregazione imposta, obbligati al distanziamento sociale, alla reclusione nelle nostre case, sarà, come scrive Recalcati, “un’esperienza assolutamente nuova e radicalissima della libertà”.
Una libertà intesa  come connessione prima di tutto con il sé fisicoemotivo più autentico e profondo che è condizione indispensabile per una connessione, un senso di comunità, con l’altro e lo sconosciuto perché Nessuno può fischiettare  una sinfonia. Ci vuole un’intera orchestra per suonarla” (H. Luccock)


2. Signor Virus, come se non bastassero la reclusione e la puzza d’amuchina, ogni giorno c’è qualche vip avido di soldi e di fama, pronto a spiegarci che tu ci farai diventare più saggi e meno avidi. Si sa che la paura di morire compie miracoli di introspezione. Però, come tutte le emozioni, di solito si esaurisce con la situazione che l’ha causata. Correggimi, tu che la sai lunga perché vieni da lontano, ma l’apertura del cuore e la consapevolezza sono il risultato di un duro lavoro su sé stessi. Non vengono elargiti di colpo da una circostanza esterna. Altrimenti, considerato lo sproposito di guerre ed epidemie che ti hanno preceduto nei millenni, adesso dovremmo essere tutti santi e madonne, su questa barca” (M. Gramellini  in “Il corriere della sera” del 24.03.2020)



4. “… scoprire la relazione tra i livelli di attività, anche minimi, all’interno del corpo e i movimenti più grandi compiuti dal corpo stesso: relazione che porta a un allineamento tra movimento cellulare interno ed espressione del movimento nello spazio esterno. Ciò implica identificare, distinguere e integrare i vari tessuti all’interno del corpo. Vuol dire scoprire in che modo  ciascuno di essi contribuisce a dare al movimento una specifica qualità, comprendere l’evoluzione che ha avuto nel processo di sviluppo della persona e il ruolo che  gioca nell’espressione della mente” (B .Bainbridge Cohen, in “Sensazione, Emozione, Azione”)


5Le parole ‘terapia’ e ‘guarigione’ sono entrambe apparentate non alla malattia, bensì al servizio, alla vigilanza, alla consapevolezza” (S. Ginger, in “La terapia del con – tatto emotivo”)













lunedì 16 marzo 2020

Talento Ribelle




Aprire un libro e trovarsi subito immersi nella cucina di un ristorante non è che mi aggradi.
Non ne posso più di questi anni di sovraesposizione di chef e gare di cucina; di prepotenze e maleducazione che gli stessi elargiscono a piene mani su poveracci che, pur di guadagnarsi un posto di rilievo in un talent show, si lasciano umiliare e sbeffeggiare; di ambienti dove allignano quell’altezzoso personaggio che sentenzia di alta cucina ma, per qualche soldo in più, si fa imbonitore di una patatina in sacchetto, quell’altro con indimostrata capacità culinaria (quante stelle Michelin? Nesuna…) ma una famiglia “potente” (madre nota “attrice” di pellicole pecorecce e papà imprenditore) alle spalle, quello la cui fama è dovuta ben più alle capacità imprenditoriali, al business, che a quanto sappia fare in cucina.
Eppure, l’apertura di

Talento Ribelle
perché infrangere le regole paga (nel lavoro e nella vita)

è il succulento (restiamo in tema!!) inizio di una interessante cavalcata che Francesca Gino, scienziata comportamentale italo-americana, professore di economia aziendale della famiglia Tandon e capo unità dell'unità di negoziazione, organizzazioni e mercati presso la Harvard Business School, compie nel mondo imprenditoriale, in particolare quello U.S.A., testimoniando, dati alla mano, il successo che il “talento ribelle” ottiene in ogni branca del business.

E’ vero che  i ribelli hanno sempre goduto di una cattiva reputazione: portatori di caos, in disaccordo con il senso comune e refrattari alle regole.
Ma, scrive Francesca Gino, i ribelli possono essere  quelli che cambiano il mondo in meglio con le loro idee e le soluzioni non convenzionali, i portatori di innovazione e cambiamenti radicali.
E le aziende, quelle che volontariamente hanno osato cambiare e quelle che sono state costrette a cambiare per non morire,  si sono accorte di loro.
La Pixar, multinazionale casa di produzione cinematografica, la Ariel Investments, società di investimento specializzata in titoli a piccola e media capitalizzazione, la Valve Software, che si occupa di sviluppo e distribuzione di prodotti hardware e software, tra cui la piattaforma leader per la distribuzione di giochi per pc, la BBC, società concessionaria in esclusiva del servizio pubblico radiotelevisivo nel Regno Unito, sono solo alcune delle aziende, citate nel libro, che grazie al “talento ribelle” sono riuscite ad uscire  da una crisi profonda o ad emergere sbaragliando la concorrenza.

Le esperienze riportate nel corposo libro mostrano che i ribelli efficaci sono persone che infrangono le regole in modi positivi e produttivi. Essere ribelli comporta avere il coraggio di usare cinque talenti (novità; curiosità; prospettiva; diversità; autenticità) e di farlo sia al lavoro che nella vita privata. Essere ribelle è combattere la tendenza, tipica della nostra natura umana, verso tutto ciò che è comodo, confortevole e familiare.
Una equilibrata dose di ribellione comporta l’avere, ognuno in dosi diverse, ciascuno di questi elementi chiave. È così che i ribelli possono cambiare in meglio le cose, senza restare imprigionati nell’arroganza sterile o nell’atteggiamento ripetitivo del “bastian contrario”.

Il rapporto fra innovazione ed esecuzione, scrive Francesca Gino, comporta sempre un grado di creatività determinata dal contesto e dall’autonomia di chi agisce. È oramai sempre più noto alle aziende che la qualità di una performance è legata a dinamiche "ribelli" di rule-changing creativity.
I dati riportati nel libro, spingono a ritenere che più “talento ribelle” sia presente e considerato in azienda, più la stessa viaggia con un clima interno di grande soddisfazione e con un alta percentuale di obiettivi raggiunti.
Infatti, la pressione per adattarsi alle regole, per conformarsi, ha un impatto negativo significativo sull'impegno, la produttività e l'innovazione dei lavoratori, siano essi dipendenti o manager.
Finalmente, le aziende all’avanguardia si sono accorte che i ribelli ispirano e insegnano attraverso l'azione e dunque hanno tutto da guadagnare favorendo il “talento ribelle”: Incoraggiare il giusto tipo di violazione delle regole è ciò che i leader di oggi devono fare per aiutare le loro organizzazioni ad adattarsi ai cambiamenti pena il restare indietro nella spietata concorrenza che pervade il mercato.

Senza sottovalutare quanto possa essere importante il “talento ribelle” nella vita privata. La Gino ci spiega come abbia iniziato a interessarsi a questo progetto con l’intenzione di capire che cosa comporti infrangere le regole nel lavoro, ma infrangere le regole ha scoperto che arricchisce ogni aspetto del vivere: Vivere una vita da ribelli è energizzante, è vitalità anche nella sfera personale.
Tutto questo, come già scritto, dati alla mano e ricerche documentate.

E che c’entrano le pagine iniziali dedicate alla cucina?
C’entrano e parlano di Massimo Bottura, proprietario e chef de “L’Osteria Francescana”, già due volte decretata miglior ristorante al mondo nella classifica dei World’s 50 Best Restaurant, tre stelle Michelin, non certo un volto noto della TV (!!), che ha infranto la tradizione rivoltando ricette italiane tramandate da secoli, mettendo in discussione le procedure di cottura e creando versioni innovative e sorprendenti dei piatti tradizionali.
Uno che afferma: “Non lasciate che la tradizione vi vincoli. Fate in modo che vi renda liberi”.

Un libro dal caratteristico stile yankee, ma preciso nei riferimenti, accurato nel sostenere la sua tesi sostenendola con ricerche ed indagini inconfutabili e pure un libro di scorrevole lettura.
Poi, quando si tratta di “Ribelle”, come posso non accostarmi con piacere ed empatia?!?!


mercoledì 11 marzo 2020

Quasi nemici




Sono questi tempi così oscuri, dove la vita sociale e collettiva in tutti i suoi aspetti è messa al tappeto dalle decisioni governative prese per abbattere  un nemico invisibile; un nemico  che non so quanto nato dal caos della Natura e quanto, invece, da mani umane:
https://www.stefanomontanari.net/ecco-lintervista-che-e-stata-censurata/.

Ecco, a cinema chiusi,  mi piace ricordare alcune delle ottime pellicole che ho visto recentemente.

Quelle famose, famosissime:
Il coreano Parasite”, Palma d'oro alla 72ª edizione del Festival di Cannes, vincitore di ben quattro Oscar. Pellicola potente e drammatica, che attualizza, ribaltandoli, i canoni tradizionali della lotta di classe.
Le classi subalterne, in particolare i sottoproletari, non vogliono più  distruggere il sistema che le ha incastrate,  esse invece anelano a sostituirsi alla classe dominante, imitandone modi, gusti e costumi. E in quelle stesse classi diseredate troviamo autentici, pur se truffaldini, piccoli geni, come la giovane maga del computer e autentica Zelig del trasformismo, costrette (o lo scelgono?) ad una vita di sotterfugi ed imbrogli per emergere dall’ombra della miseria.
L’italiano “Figli”,  pellicola tanto divertente quanto emozionante nel raccontare la lotta di una coppia, che sono anche due individui, per conservare le loro personalità e non annullarsi, per  creare il proprio destino e, là dove non sia possibile, accettare quel che arriva piegandolo il più possibile ai propri sogni, alle proprie scelte, alla scelta di essere una coppia.
E’ un messaggio forte e necessario come non mai in questi tempi di capricci e consumismo, di “Io non mi sento in colpa” e di responsabilità addossate ad altri (1), di ricerca di sorprese solo perché tu stesso non sai più sorprenderti; ancor più attuale in queste settimane di vite costrette in casa, costrette ad allontanarsi dall’altro, dal diverso, a causa un nemico invisibile che si chiama coronavirus. E’ un chiaro messaggio a restare insieme, ad avere il coraggio di aprirsi sinceramente e chiedere aiuto alla persona amata, perché nessuno si salva da solo. Restare insieme, ricomponendo i pezzi di una storia anche quando pare sfaldarsi davanti ai propri occhi, parlarsi e mettersi a nudo mostrando all’amata / amato sia le proprie parti più oscure sia i capricci e le voglie da Peter Pan anche quando questi sia canuto e   … comprendere che uniti stiamo in piedi, separati ci perdiamo e cadiamo.  E quanto possono darci, in questo percorso di crescita, i nostri figli, il fare figli!!

Ma anche quelle molto meno famose, come  l’italiano ”Il traditore”, inquietante storia di mafia e collusione tra Stato e Cosa Nostra ed il francese “Quasi Nemici”.
Su quest’ultimo voglio soffermarmi.

Quasi Nemici

In tempi in cui domina il pregiudizio e la diffidenza verso il prossimo, parrebbe la solita  pellicola buonista  che affronta temi quali l’integrazione e il razzismo.
Invece no.
Commedia svelta e brillante, riesce a rendere coinvolgente e denso di riflessioni  un racconto basato sulla retorica (2) come arte di affermazione sul prossimo, e non è poco. Non è poco, tra una risata amara ed un dotto excursus filosofico, utilizzare gli insegnamenti di Schopenhauer, filosofo dei primi dell’800,  per affrontare temi quali il retroterra su cui siamo nati, come impieghiamo le nostre opportunità per crescere, assumendo il concetto fondamentale che il confronto con gli altri concorre ad arricchirci.
E’ poi una seria e al contempo spassosa riflessione sul rapporto docente e allievo, cultura antica e cultura contemporanea. Una riflessione tanto più necessaria in anni di drastica penuria  della “magistralità”, ovvero di mancanza per le giovani generazioni di modelli e maestri a cui riferirsi, tanto sono ormai affondate (e gli adulti non ne sono certo esenti) in un circo mediatico di relazioni virtuali e superficiali in cui apparire e ammucchiare “like” è l’imperativo assillante.
E’ l’invito a saper fare un passo indietro, aprendosi all’altro per scoprire  quanto ciò possa farci del bene.
E’ l’indisponente professor Mazard , il quale, però è anzitutto uomo che sa porre domande. Spesso antipatico, sopra le righe, ma uno che vuole che le cose si muovano e quando ciò  accade è proprio grazie alle sue provocazioni.
E’ un accorato e divertente inno all’importanza dell'istruzione e della cultura, del difficile equilibrio tra  fallimento e successo, della sensazione di avere o no un posto nella società moderna.
E’ un ambiguo elogio, la retorica insegna, (e quanto deve, per esempio, la PNL agli insegnamenti di Schopenhauer!!) all’importanza di far prevalere la propria ragione infischiandosene di una autentica o presunta verità. Ma esiste un’unica assoluta Verità?
Una pellicola mai banale, sempre divertente e intelligente. Da vedere!!


1. Eric Berne, nell’Analisi Transazionale, definisce gioco una modalità d'interazione caratterizzata da una serie di transazioni ulteriori che portano ad un tornaconto ben definito(stati di ansia, angoscia, rabbia, frustrazione, ecc). In “Ti ho beccato figlio di puttana”, il giocatore, con una serie di manovre ed affermazioni,  si conferma nell'attribuire la colpa di un accadimento ad altri.
C’è qualcosa che possiamo fare per fermare questa dolorosa giostra?
 Visto che è una dinamica al di fuori della nostra consapevolezza non è propriamente
semplice non cadere nella trappola, ma ci sono delle domande che possiamo porci per
comprendere se stiamo entrando in un “gioco” oppure no. Eccole:
- Qual è l’obiettivo che ho nel dire quello che sto per dire?
- Di che cosa ha bisogno il mio partner in questo momento?
- Qual è il mio desiderio autentico, celato dall’ “esigenza” di avere ragione? /Posso
trovare un modo più efficace per esprimerlo?
Ovviamente non è un esercizio facile, molto spesso ci capiterà di porci queste domande
retroattivamente (cioè quando è troppo tardi); oppure sentiremo di non aver le energie
per contrastare un processo che è sicuramente automatizzato (come la strada segnata
della locomotiva); in certi casi il nostro desiderio di ferire l’altro sarà più forte di tutto e
infine a volte avremo bisogno di perderci per poterci ritrovare.
Tuttavia se amiamo davvero è uno sforzo che vale la pena di fare, per la persona amata,
ma soprattutto per NOI stessi.

2. Retorica: “La retorica è, dunque, l’arte della parola e della comprensione del punto di vista dell’uditorio. La capacità di convincere, anche attraverso le emozioni, è alla base di questa disciplina









lunedì 9 marzo 2020

Il centro del corpo




Sei corpo vivente, sei corpo in movimento.
Per muoverti, per agire nello spazio, DEVI identificare e percepire il tuo centro di forza e con esso quello spazio intimo e profondo nel quale ti puoi può orientare in tutte le direzioni possibili.
Quando cogli il senso e la potenza del tuo centro, puoi connetterlo alla periferia: le gambe e le braccia. Una connessione in cui il centro irradia ad una periferia che, per raccogliere e continuare proficuamente l’input ricevuto, deve essere libera di agire, di muoversi.
Quando cogli i tuoi confini, sei consapevole di dove e come sei, che è condizione necessaria  per iniziare e concludere le azioni, per contattare e gestire emozioni e pensieri.

Identifichiamo nel bacino (1), e più propriamente nell’anca, il centro del corpo.
Ad essa si riferiscono sia il bacino che sostiene la colonna vertebrale e il cui moto determina le curve della colonna stessa, sia i femori a cui spetta l’orientamento alto / basso degli arti inferiori.
Noi Spirito Ribelle agiamo sull’anca a partire dai muscoli profondi: i muscoli pelvi – trocanterici, il grande psoas, l’iliaco, il piccolo e il medio gluteo, certamente senza trascurare quelli superficiali.
Diversi esercizi e giochi, soprattutto nei Gambaru Kiko (2), ci aiutano ad identificare e sviluppare consapevolmente questi muscoli: “L’orso gioca con le zampe”, “Il sedere di ferro”, “Il guerriero  tasta il terreno”, una parte degli esercizi propri dell’animale Gru,  ecc.
Tutti in grado, come si confà ad ogni buon esercizio / gioco, di accompagnare il praticante dal nucleo dell’esercizio / gioco stesso a diverse e successive acquisizioni corporee e di movimento, perché complessità e connessione sono il cuore della nostra eccellente pratica.

Nei casi succitati, il praticante coglierà, con il lavoro centrato sulla muscolatura profonda dell’anca, anche il saper originare una fluida espansione del movimento in tutto il corpo, l’attivazione della periferia (arti inferiori e arti superiori), la percezione dello spazio interiore del corpo stesso.
Inoltre, imparare ad ascoltare e gestire il centro del corpo ci consente di individuare l’origine fisica delle nostre intuizioni. Infatti l’attenzione interiore ci permette di cogliere sia l’insorgere delle nostre emozioni (gioia, tristezza, paura, disgusto, rabbia ecc.) sia la nostra rielaborazione abituale dei pensieri, ovvero delle nostre risposte meccaniche alle stesse: dunque sapremo sostare nella transizione emozioni e pensieri e azioni con maggiore consapevolezza e non più schiavi di una inconsapevole coazione a ripetere. (3)
Insomma, in sintonia con l’antica Tradizione Taoista e con le moderne ricerche scientifiche,
quel che noi siamo e come lo siamo
sta dove si trova il bacino, il nostro baricentro, 
e non dove sta la testa!!






1. Vedi anche “Praticare con noi … il bacino”. 16 Dicembre 2019 
http://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/

2. Gambaru: Impegnarsi, dare il meglio di sé; Kiko: lavoro sull’energia interna, l’energia vitale.

3. “(omissis) la riduzione dell’intenzionalità a una forma di coscienza è fuorviante, perché rischia di non comprendere la natura somatica dell’intenzionalità” J. Maitland: Il corpo spazioso.







mercoledì 4 marzo 2020

Come lo fai?




Importante è cosa fai.
Ancor più importante è come lo fai.

Questa frase, che campeggia in ogni video mio e Spirito Ribelle è hon, “fondamentale”, per capire l’eccellenza che connota il mio / Spirito Ribelle praticare.

Altre volte scrissi intorno al “come” in riferimento al livello di consapevolezza / sensazione e a quello di didattica/andragogia.
Qui, invece, voglio fare un paio di esempi pratici, riferendomi al “come” nell’ambito dell’esecuzione di gesti comuni a diverse pratiche motorie: Arti Marziali, educazione fisica, sport….

1. Nella mia formazione presso una nota Scuola di Tai Chi Chuan, il docente si raccomandava di evitare quel movimento di scrollamento/ su e giù che investe tutto il corpo, generalmente utilizzato in fase di riscaldamento prima di entrare nel vivo dell’apprendimento  o di mobilizzazione/rilascio a  fine pratica.
Questo, a suo dire, per evitare che il Chi (o Ki) salga dal ventre alla testa.
Eppure quel movimento si può benissimo compiere senza che il Chi/Ki risalga, e, ancor più importante, senza coinvolgere le ginocchia sottoponendole ad un carico eccessivo e persino facendone spunto per imparare il corretto funzionamento dei femori.
Certo, visto che muovere consapevolmente i femori può essere, a prima vista, non facile, occorre aiutare la consapevolezza del praticante.
Ed ecco: il praticante  si siede su uno sgabello alto e, attento a mantenere le ginocchia ferme allo stesso livello, fa leva sui femori sì che il corpo si alzi descrivendo un arco e così portandosi in piedi.
In questo modo, il praticante impara tanto a compiere  correttamente l’azione dello scrollare /su e giù, quanto inizia ad affidarsi ai femori, che sono autentico motore corporeo.

2. In ogni Scuola in cui ho praticato, vengono proposte diverse versioni di un esercizio che, per tutte, sostanzialmente si compie a gambe tese, flettendo in avanti il busto, colonna vertebrale e braccia pendenti in avanti e verso il suolo, ciò con l’obiettivo di rilassare la muscolatura della schiena ed incidere sulla flessibilità della colonna vertebrale.
Ecco, è sufficiente auto-palparsi  i muscoli ai lati delle vertebre per scoprire che i muscoli della schiena, in realtà, sono contratti!! Senza dimenticare  che questa posizione comporta un’accentuata compressione discale anteriore: Non va bene!!
Una buona flessibilità della colonna vertebrale e un buon rilassamento muscolare si possono, invece, ottenere  creando un lato convesso (quello in allungamento) ed uno concavo ( quello anteriore)  operando in situazione di scarico, ovvero in posizione fetale al suolo.
Il primo dei nostri Fushime Taiso ne è esempio perfetto, magari accentuando l’inspirazione nella schiena ed espirando socchiudendo la parte anteriore del tronco.

Importante è cosa fai.
 Ancor più importante è come lo fai.

Anche per questo io e lo Spirito Ribelle 
siamo l’eccellenza.

Un enorme grazie ad Eleonora Parrello, docente BMC (Body Mind Centering), i cui insegnamenti danno una precisa base teorica alle mie intuizioni ed alla mia pratica.







domenica 1 marzo 2020

Le poesie del corpo




Dagli errori non si torna, ma, è inutile negarlo, ogni errore, prima di essere tale, è stato una scelta.
Impari dagli errori, ma solo se hai il coraggio di prendertene  la responsabilità.

Sarà anche per questo che ogni volta mi pare di rinascere, perché di scelte (che sono state errori?) ne ho fatte, causando ferite a me e a chi mi stava accanto, e di scelte altrui che mi hanno fatto sanguinare il cuore ne ho subìte. (Chissà se per costoro sono stati errori o invece “vale tutto” e nessuna colpa, nulla di cui pentirsi, sulla strada lastricata di capricci e menzogne e violenze gratuite)
Una rinascita che non sa dimenticare, non può, le tracce del passato.
E’ vero, sbagliando io o subendo lo  sbagliare di altri, ho perso ciò che ero, ciò che avevo, ma ho compreso ciò che sarei diventato, ciò che avrei avuto.
Anche in questo corpo anziano, che mass media e senso comune oggi identificano come fragile, come il più esposto alle aggressioni di malattie e traumi, come il meno adatto allo stare al passo con i tempi frenetici della modernità.
Sono come un dipinto tracciato da una mano incerta, sono come una canzone compressa in un pentagramma privo di un paio di note.

Le cose fatte e quelle subìte non cambiano, restano nel tempo.
Siamo noi che cambiamo, sia che lo ammettiamo sia che lo neghiamo.
Siamo noi a sapere che non c’è alcuna pietà nella delusione.

E mentre pratico Chi Kung / Kiko, entrando nel mondo della Gru, Ho, che è simbolo taoista dell’immortalità, che è l’animale da cavalcare perché ci porti nel mondo dei saggi eremiti, ascolto la diversa qualità del movimento quando esso nasca dalle ossa oppure dai muscoli o dallo spazio interno al corpo.
E mentre pratico Fushime Taiso, la “Danza dei Mutamenti”,  colgo le difformità  di stato mentale, di sensazioni, di emozioni che si associano al variare del punti di avvio del movimento.

Ho imparato a comprendere la mia fantasia, la mia immaginazione.
Che sia l’agire del Taiki Ken o del Tai Chi Chuan, che siano le letture di Gaston Bachelard, vero mago della reverie, della realtà che si fa immagine e azione nel cuore, torno e rinasco ogni volta più forte di prima.

Ogni volta che sento di abitare questo corpo anziano afferro il mio giorno e lo rendo migliore, che io so essere forte e insieme fragile senza alcuna paura… o meglio, affrontando a volto aperto ogni orrenda paura.

E resto lo stesso, lo stesso di sempre, quando accetto anche dolorosamente che ogni vita, al suo apice, è destinata a scomparire, sia essa persona, situazione, sentimento, ma anche quando  mi tengo stretta la gioia delle cose durevoli di contro alla voglia di cambiamento cercata solo per scrollarsi di dosso il passato o quella noia da routine che porta ad inseguire incontri, persone ed oggetti da “usa e getta”, da rimpiazzare rapidamente.
Una spasmodica e grottesca ricerca di quelle sorprese che, prima ancora che in chi ti sta accanto e in quello che fai, non hai il coraggio di ammettere che mancano dentro te stesso, ed allora è più semplice e facile e comodo cercarle in altri ed altro.

Questo me corpo anziano, così prossimo ai settant’anni, lo comprendo meglio osservando la sabbia in riva al mare, là dove capire il vento è quasi impossibile ma ne trovo l’identità nelle forme mutevoli che lascia nella sabbia e, a sua volta, la sabbia stessa, indirizzandone la direzione, crea nuove e mutevoli e forse comprensibili danze di vento.
Questo me corpo anziano sì ma, oggi più di prima, vitale ed erotico, sapiente e sereno ad offrirsi fragile e delicato allo scorrere incomprensibile della vita, alla danza odorosa dell’amore e a quella putrida della morte.

“La conoscenza del reale è una luce
che proietta sempre da qualche parte delle ombre”
(G. Bachelard)








giovedì 27 febbraio 2020

Gauguin Matisse Chagall




E’ un’assolata domenica mattina, qui sui Navigli. Gazzetta dello Sport spianata davanti, lo specchio d’acqua milanese che dorme ignaro del frastuono e della confusione che lo attendono tra un paio d’ore.
Mi alzo dai gradoni assolati e mi dirigo verso il Museo Diocesano là dove sono esposte opere di

Gauguin Matisse Chagall
 la passione nell’arte francese dai Musei Vaticani

Si tratta di opere di artisti francesi: Paul Gauguin, Auguste Rodin, Maurice Denis, Georges Rouault, Marc Chagall, Henri Matisse e altri, attinenti la Passione di Cristo.
Tra la fine del diciannovesimo secolo e la prima metà del ventesimo, il dibattito, all’interno della Chiesa come del mondo dell’arte, si accende attorno alla trasposizione  figurativa dei concetti spirituali. Il che porta ad opere che rinsaldano il rapporto, inteso come imprescindibile, con la verità del fatto sacro, mentre altre introducono a piene mani tradizioni popolari e riferimenti alla storia contemporanea.
Le nuove domande di sacro come le aspre critiche alla Chiesa ed al sentimento religioso che nascono nella società moderna, costringono gli artisti, credenti o meno, a riflettere e sperimentare stili, espressioni, tecniche differenti in un crogiuolo in cui passato e modernità paiono a volte integrarsi, a volte divergere.
La Chiesa stessa, nelle sue più alte espressioni, dovrà fare ammenda di anni, di secoli, in cui l’arte è stata piegata a precisi voleri dottrinali e di potere, quando non trascurata e negletta.
Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione.
E questo grazie alle vostre mani” (Concilio Vaticano II. A. 1965)

Che ci faccio io, anarchico e spirito ribelle, al cospetto di opere dall’intenso sentimento religioso?
Accanto all’innata curiosità per ciò che risuona diverso dal mio quotidiano, mi spingono un mai sopito anelito spirituale che, benché tale e non religioso, ama coniugarsi con il mondo delle religioni, insieme alla passione per le opere pittoriche, comunque si connotino.
Il “Christ en croix” di Jean Fautrier mi colpisce immediatamente, con un viso che ricorda le maschere africane e mi impone di guardarlo, anzi, di fissarlo, lasciando sullo sfondo una insolita corona di spine  a tre punte ed un corpo dal colore bruno.
E’ Chagall, con la sua “Crucifixon grise”, a trovarmi ammutolito, con un Cristo sofferente ad occupare quasi tutta la tela, sovrastando la folla che protende una scala, ponte tra terra e cielo, ed una sconosciuta figura femminile accanto a lui.
Sala dopo sala, opera dopo opera, anche quando si tratta di sculture,(eppure io, verso la scultura, nutro un’indifferenza frutto di ignoranza in materia, ma sembro un deficiente a rimirare nei particolari l’opera di Auguste Rodin, ovvero una mano a racchiudere l’abbracciarsi di Adamo ed Eva) mi incanto, mi misuro con un respirare che si fa diverso, corto o lungo, superficiale o profondo, proprio per assaporare di corpo, di emozioni, ciò che di altrettanto emozionante, sensibile, arriva dalle opere esposte.

All’uscita, una simpatica chiacchierata con un’altra visitatrice che condivide il mio dispiacere per il numero davvero esiguo delle opere esposte. La bellezza, l’intensità, non si discutono ma lei, che si divide tra Italia e Francia, non esita ad informarmi che in territorio d’Oltralpe le possibilità in materia sono ben più ricche e che, nella terra del Vaticano, si sarebbe aspettata una raccolta ben più nutrita.
Il sole del mattino ora è alto, le strade si sono popolate, io cerco un angolo di tranquillità per lasciar decantare le emozioni, per la sciar danzare l’anelito spirituale che si agita dentro.