martedì 23 gennaio 2018

Apertura a 10


"Nulla di grande è stato mai ottenuto
 
senza entusiasmo"

(R.W. Emerson)




 
 
 
Sta arrivando...
 
Raduno di Kenpo Taiki Ken
 
Sabato 3 Febbraio ore 16.00 - 19.00
Giardini della rotonda della Besana
Milano
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

mercoledì 17 gennaio 2018

Apertura a 16. Siamo aggressivi



Siamo aggressivi, ed è giusto essere così.
Siamo sfrontati, ed è giusto essere così.

Massimo rispetto per tutti, ma …
Quelli remissivi, quelli con la testa sempre china, non sanno godere di alcun orizzonte, non sanno prendere né lasciare alcunché
Quelli che stanno cheti, hanno la “coda di paglia” e non sai mai quello che pensano realmente.

Poi, appunto, ci sono quelli, ci siamo noi, che ci mostriamo per quello che siamo:” Poche persone hanno il coraggio delle proprie azioni. Ma pochi fra i pochi possiedono il coraggio dei propri pensieri”.

Noi Spirito Ribelle, il sorriso sul volto ed il cuore sempre gettato oltre l’ostacolo.
Consapevoli che
- il “guerriero” vincente di oggi è colui che ha la determinazione di evolvere, attraverso la propria arte, nella vita tutta.
- il “guerriero” vincente di oggi è l’adulto consapevole ed autodiretto che stabilisce una meta ambiziosa, costruisce pratiche eccellenti e si gusta il viaggio.

Perché, quando sei sul ring della vita, come fa un pugile campione, hai da ricordare che non stai ’difendendo’ il titolo, stai ‘lottando’ per conservarlo. Non lo possiedi, lo hai messo in palio nel momento in cui sei salito sul ring. Per questo, mantieni sempre uno Spirito Ribelle, determinato ed aggressivo.

 
Siamo vulnerabili, ed è giusto essere così.
Siamo teneri, ed è giusto essere così

Massimo rispetto per tutti ma…
Quelli duri, quelli con l’armatura indosso, la ostentano per celare la paura di una sconfitta, la paura di scoprirsi fragili ed indifesi.
Quelli che si mettono sfacciatamente in mostra, svelano l’ignoranza di un animo povero e disconnesso dagli altri.

Poi, appunto, ci sono quelli, ci siamo noi, che ci mostriamo per quello che siamo: "Le persone vere spaventano. Per questo spesso rimangono sole. Perché sono sincere, sono oneste, quando vogliono dire qualcosa, lo dicono nel modo più vero che conoscono."

Noi Spirito Ribelle, il sorriso sul volto ed il cuore sempre gettato oltre l’ostacolo
Consapevoli che 
- sentirsi vulnerabili vuol dire permettersi di essere se stessi, di accedere alle emozioni, di farsi commuovere da ciò che ci accade intorno.
- sentirsi vulnerabili vuol dire  vivere relazioni in cui non c’è bisogno di difendersi, ma c’è il desiderio di andare verso, incontro all’altro.

Perché quando tu sei vulnerabile, ossia accetti le imperfezioni e sai stare con te stesso, allora sei pienamente connesso con il mondo che ti circonda, sei davvero un uomo o donna appassionato e vitale.

 
Siamo quelli dello Z.N.K.R., quelli del Kenpo Taiki Ken

 

Se volessi venire a conoscerci, a praticare con noi, ci trovi

Sabato 3 Febbraio,

ai giardini della Rotonda della Besana, a Milano,

dalle 16.00 alle 19.00






 

domenica 14 gennaio 2018

Apertura a 19





“Quando non c’è pericolo nel combattimento,

non c’è gloria nel trionfo”


(P. Corneille)

 

Raduno di Kenpo Taiki Ken

Sabato 3 Febbraio ore 16.00 – 19.00
Giardini della Rotonda della Besana
Milano




giovedì 11 gennaio 2018

Arte e misfatti



Caduta nel vuoto, anzi, nel diniego più deciso, la mia proposta, non mi resta che andare da solo alla Fondazione Prada: ci sono in mostra opere di Leon Golub, americano, nato nel 1922 e deceduto nel 2004.

Golub, segnato e coinvolto nelle manifestazioni contro la guerra in Vietnam, poi dall’espansionismo militare in Cambogia e Laos, dipinge immagini e scene di estrema violenza: interrogatori e torture espliciti, tra dannate figure di mercenari e squadristi.
Opere di notevole dimensione, acrilico su lino, tratti decomposti delle epidermidi dei soggetti, sfondi rosso intenso, mani deformi e volti sogghignanti o disperati.
Un vero “pugno nello stomaco” anche per chi la TV, fiction o documentary, ha abituato al peggio della brutalità umana.
Sorta di “Art Brut” fattasi esplicita, mi induce a riflettere su come, sovente, siamo portati a vedere la violenza scartando da subito l’ipotesi di essere noi le vittime. Noi quelli denudati, irrisi, violati, torturati, impotenti davanti alla prevaricazione di altri.
Golub guarda, dipinge e denuncia: pittore di vicende pubbliche, di cruenti avvenimenti sociali, proposti all’emozione nuda dell’osservatore.

Non posso esimermi dal riandare ai caldi e forti anni del ’68; a quel mio sogno, masticato e condiviso con tanti altri giovani, di rivoluzionare, di mondare quel vecchio, stantio, ingessato ed ingiusto mondo.
Illusi !! E guarda ora come siamo caduti in basso e …. davvero, pare non esserci limite al peggio.

Sulla via del ritorno, la “Fondazione” è a dieci minuti a piedi da casa, scorro la vista su una serie di locali tutti lustri e patinati: è il pranzo dei rampanti  “colletti bianchi” milanesi.

Poi, il modesto ingresso della “Osteria Tajoli”.
Vecchio locale della Milano anni ’60, una delle mie abituali mete, in “dolce compagnia”, quando avevo vent’anni. Sempre unico giovane tra tutti adulti ed anziani dai capelli bianchi, sempre orgoglioso dello stupore sul volto delle fanciulle con cui mi accompagnavo nell’annusare un ambiente così autenticamente milanese e nell’essere trasportate tra le melodie di Claudio Villa, Arturo testa, Luciano Tajoli, rigorosamente suonate a cantate dal vivo dal gestore.
Molto è cambiato, ovviamente, allora non c’era la TV ed è scomparsa la stufa, il locale è stato ampliato e rinnovato: e ci credo, sono passati più di quarant’anni!!
Tutto tranne il gestore, che trovo alla cassa e con cui scambio due parole sul tempo che fu.

Un bel pugno di ore, tra arte e cucina semplice. Proprio ciò che piace a me.




sabato 6 gennaio 2018

Salato e dolce, amaro e dolce, insieme,






Nuvole contro il cielo
Quando il tempo non risponde e quando il sole stenta, tra nuvole codarde nel loro assemblarsi in cielo.
E io ci sono,  solo,  stanco dentro, a calpestare la grigia sabbia di un mare calmo.

Quando per un momento torno sui miei passi e il cuore mi si incrina dentro,  coraggio dimenticato in una camera d'albergo tra coperte calde e il respiro rumoroso di un figlio che adoro.
E le movenze Chi Kung dondolano il corpo, ad accarezzare l'aria,  ad accarezzare,  pare impossibile,  il cielo.

Quando il pensiero si fa libero e irriverente,  volendo fermamente credere che il sogno non sia il solito, anonimo,  minuscolo dramma mediocre: nulla di eclatante,  nulla di straordinario, solo noia e un' imprevedibile data di scadenza.
E io danzo nella luce del mattino,  apro braccia e respiro,  svello le sbarre che trattengono il cuore e cavalco i gesti Tai Chi Chuan.

Quando, a scrutarmi dentro,  mi scopro diverso per l'ennesima volta, ma non posso perdermi, no, non posso, perché ho sessantasei anni ed il vanto di avere "spalle larghe".

Quando il grigio verde del mare si confonde con le striature del bagnasciuga e ancora non comprendo dove stia il falso e dove il vero,  ancora non comprendo che falso e vero sono la stessa,  identica faccia.
E io fluisco lentamente,  sempre più lentamente fino a fermarmi,  sorriso taoista a chiudere,  e so di non arrendermi anche se tutto pare concludersi in un buco nero,  anche se so che svendere questo nome, questa mia personale storia,  sarebbe così semplice, persino facile, quai una liberazione.

Qualcuno,  molti,  ha scritto che per ogni notte c'è ad attenderti un giorno: è tutto vero.
Io che ho scosso il vento, ho accarezzato aria e cielo, ho calpestato sabbia e mare, lo so.

Una storia sconnessa
La TV trasmette a ciclo continuo musica degli anni '60. Un cielo piovoso che si schiarisce umido per poi scurirsi, buio pesto e arrogante,
Un dubbio: sapere in che storia io sia finito,  se per conoscere qualcosa di me io debba sempre prima perdermi, se davvero sono forte o mi sto solo facendo del male.

Mi guardo allo specchio,  solo in casa e, tra le rughe e quelle che il poeta cantò essere "le ingiurie del tempo", scopro occhi ancora pieni di vitalità ed un sorriso che nessun pugno in faccia della vita ha spento mai.

Allora mi affaccio sul terrazzino a mischiare notte e stelle, faccio smorfie buffe come a togliermi dai guai e domande sciocche e immagini irriverenti a scalciare in testa.
Perché ricordo di andare sempre controcorrente e che, per ora, mi è vietato scomparire e so che, ancora, mi piace prendere a spallate la vita, Spirito Ribelle.

Natale di lotta
Pugni e calci, balzi e schivate.
Nel piccolo giardino tra ville e casette, le montagne in lontananza e l'aria frizzante, evolvo il Tai Chi Chuan conducendolo dentro l'arena del Kenpo Taiki Ken.
Immancabile, la pallina da tennis: coordinazione motoria, attività multipla e simultanea, "fiato", tutto quanto insieme  e così distante dalla monotona e autolesionista corsa su strada.  Non può mancare il gioco del "tennis boxing", a sostituire la classica "pera" del pugilato, con effetti più consoni ad un'Arte Marziale ed alla sua totale libertà in combattimento.

Il sorriso balza nel cuore anche se, per esperienza so che ogni giorno è guerra,  è scontro,  ogni occasione è buona perché qualcuno tenti di prevaricare qualcun altro; niente più regole ma tutti contro tutti e gli stessi buonisti, i pacifisti,  altro non sono che "guerrafondai", fascisti a calcare la sponda opposta.

Sono i giorni di Natale e delle feste.
Credenti o meno, tutti paiono dimenticare la semplicità e grandiosità di un bimbetto nato in una grotta,  destinato ad influenzare milioni di persone e cose tante nel mondo.
E così pare invece dominare la religione dei centri commerciali e delle bancarelle: sono questi gli autentici presepi del mondo, di una società fattasi mercato.
Ogni atto è rivolto a spingere all'acquisto: disastrosa coazione a ripetere.
Sui sacchetti di una nota catena di negozi spicca la scritta "X mas" a sostituire Christmas, la "messa di Cristo": "L'epifania della X, 'ics' evoca l'indistinto, il vuoto che può essere colmato come ci pare. È un segno di libertà e liberazione,  la messa di quel che vogliamo e acquistiamo sul  mercato,  in contanti, a rate, con carta di credito, rid bancario". (R. Pecchioli).
Come la sapeva lunga il buon Karl Marx!!

I miei gesti guerrieri sfumano. appena appesantiti da una certa stanchezza. La sera stende le sue lunghe dita scure sul verde che mi circonda.
Un'altra ora di "formazione al confliggere" se ne va. Un'altra ora per fortificare questo mio essere ribelle guerriero,  controcorrente.

Pasolini, ancora negli anni '70, scriveva: "L'Italia di oggi è distrutta esattamente come l'Italia del 1945. Anzi  certamente la distruzione è ancora più grave,  perché non ci troviamo tra macerie,  pur strazianti, di case e monumenti,  ma tra macerie di valori: valori umanistici e, quel che è peggio,  popolari" e, ancora, " non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci". (un grazie a Roberto Pecchioli per aver riesumato dall'oblio una così forte e calzante espressione).

A casa, la televisione ci racconta degli sfollati di Amatrice, delle casette loro consegnate che si sfaldano, si rompono, infiltrazioni d'acqua ovunque,  caldaie che esplodono,  sin dal primo giorno di consegna,  ci racconta di come aumentino le bollette di luce e gas,  i pedaggi autostradali, i trasporti.
Imprenditori ci hanno rubato su,  politici ci hanno rubato su: Buon Natale!,
"Certo che c'è la guerra di classe. C'è e l'abbiamo vinta noi".
(Warren Buffet, imprenditore, terzo uomo più ricco al mondo).

Come un fiume che va...
I giorni si susseguono, tra cenette deliziose, pratica marziale,fitti sentimenti con la dolce Susy, compiti di scuola condivisi con Lupo, le risate e i gesti d'amore con Monica, il semplice andare a zonzo per le vie di Bassano e l'immancabile, lunga, sosta alla libreria Roberti.

Il mio Kenpo Taiki Ken ruba schizzi di luce del mattino.
Pare fu James Corbett, pugile della prima ora, quando questo sport era ancora violenza con poche regole,  a creare la" Shadow boxing", quel praticare un  allenamento in cui simuli le movenze di un avversario e ti ci confronti.
Mi piace.
Anche perché,  in sintonia col mio modesto pensare e con quello ben più qualificato di psicologi e formatori di atleti d'eccellenza,  questo significa che, per quanto sia possibile imparare velocemente, non lo faremo mai rapidamente se posti in situazioni critiche.
E' lo psicologo,  neocomportamentista e precursore del cognitivismo, Edward C. Tolman,  ad affermare che animali e uomini si formano "mappe nel cervello" o "mappe intuitive" dell'ambiente vaste e plastiche in condizioni di assenza di stress o stress debole, mentre in condizioni di stress forte, di forte criticità,  la mappa intuitiva fatica a formarsi e lo fa con caratteristiche asfittiche: nel primo caso,   questi sarà un uomo che ha imparato meglio e meglio saprà gestire le eventuali situazioni di crisi, di forte stress.
Insomma, si impara la condotta da tenere in situazioni conflittuali,  di crisi, facendo pratica in situazioni di bassa o modesta criticità.

Le ombre della sera abbracciano presto, troppo presto, quelli che sono gli ultimi giorni di vacanza.
Uno sguardo, un arrivederci gettato dietro le spalle.
A presto, per questo luogo, persone e colori ed odori e storia e paesaggi,  che tanto mi piace

 
 
 
 
 
 
 






venerdì 22 dicembre 2017

Musica e non sense



La serata prende avvio con un ricco happy hour al “Taxi Blues”.
E, finalmente, un hh come si deve!!
Negli anni della mia adolescenza e gioventù, l’happy hour non esisteva, solo l’aperitivo, ovvero al bere erano accostati un pugno di patatine e qualche oliva.
Poi venne l’happy hour e fu un trionfo di carne e pasta e salumi e formaggi.
Da alcuni anni, invece, sarà per risparmiare, sarà che l’happy hour lo trovi ovunque, la carne è pressoché sparita, la pasta è scadente e troneggia la verdura.
Dunque, ben venga la nuova sede del Taxi Blues, proprio a due passi da casa mia, dove l’happy hour, già provato più volte in questi mesi, è un trionfo di opulenza culinaria!!

Proseguiamo, io e Monica, con un salto alle “Dolci Melodie”, dove il caffè è da sempre squisito e l’accoglienza sempre affabile, dove non può mancare un seppur piccolo “peccato di gola”.

Siamo pronti per il teatro.
Sì perché Lupo, dolcissimo, per l’anniversario del nostro matrimonio: il 21 Dicembre, ci ha regalato due biglietti per lo spettacolo “The Dual Beatles Nonsense Circus

Ed è serata di grande godimento, tra alcune delle più belle canzoni dei Beatles, reinterpretate e cantate con un impasto di voci fortemente accattivante e prezioso, e brevi scenette tratte dall’irriverente repertorio dei Monty Phyton.

I Monty Phyton, sul finire degli anni ‘60, riprendendo le orme lasciate da Lewis Carrol e dai fratelli Marx, stravolsero la comicità spargendo a piene mani il nonsense, ovvero il paradosso e l’assurdo, intanto che irridevano mentalità e costumi della borghesia, della società inglese e degli standard televisivi.
Il loro umorismo, apparentemente sconclusionato, mentre sbeffeggiava le ipocrisie della società, mentre mostrava un nuovo e paradossale punto di vista da cui osservare la vita attorno a noi, in realtà invitava a non ritenere giusta, esatta, una sola lettura, una sola interpretazione delle cose, perché tutto può essere capovolto.

Negli stessi anni, o meglio, già negli anni ’60, i Beatles ribaltarono ogni corrente musicale allora in voga e non solo musicale, presentandosi con un look eccentrico e fuori dagli schemi.
Le loro musiche, negli anni a seguire, avrebbero influenzato l’hard rock, il metal e la psichedelia; il loro look avrebbe dato vita ad un completo cambiamento nelle pettinature e nell’abbigliamento di milioni di giovani.
Erano gli anni dei grandi moti ribellistici e rivoluzionari, di Marthin Luter King e delle “Pantere Nere”, della “primavera di Praga”, della nascita del fenomeno Hippy, dello sbarco sulla luna, ed I Beatles furono sempre parte integrante di quegli anni. Tanto che il compositore Aaron Copland ebbe a scrivere: “Se volete conoscere gli anni Sessanta, ascoltate la musica dei Beatles”.
In italia si esibirono in un’unica tournee, nel 1965, ed io ebbi il gran piacere di vederli, al Velodromo Vigorelli, con il mio amico Paolo e accompagnati da mia sorella Anna, di cinque anni più grande di noi, perché quelli erano tempi in cui era impensabile che un tredicenne andasse da solo ad un concerto; di più, erano i concerti stessi ad essere impensabili. Una tournee che raccolse poche adesioni, di contro all’enorme successo che i Beatles già avevano in tutto il mondo. Ma l’Italia, e non solo quella canora, è sempre stata un passo indietro!!

Lo spettacolo è coinvolgente, frizzante, scenette e brani musicali si intrecciano e si susseguono a ritmo incalzante. Qualche sbavatura non fa che rendere ancor più vicini gli interpreti. Il buon umore, in sala, è palpabile e gli attori/cantanti “costretti” ad un bis dopo l’altro.

Ancora una volta, la “Dual Band” si dimostra capace di coinvolgere ed emozionare. Gli artisti in scena paiono essersela goduti a loro volta e questo non fa che rendere ancor più forte, intenso, il legame con chi li applaude, a ringraziarli per una bella serata.

Serata divertente, che mette il buon umore, ma, tra le pieghe dei testi, dei gesti, lascia intendere uno spessore culturale, un approccio diverso alle cose.
E, forse, nella bellezza inconfutabile delle loro musiche, nello spasso esplosivo dei loro sketch, è questo che Beatles e Monty Phyton volevano comunicare.

 



venerdì 15 dicembre 2017

Ad ognuno, che sappia, i suoi fiori del male



Lascio a casa Monica e Lupo, contenti di godersi la finale di X Factor e mi avvio vero lo spazio Avirex.

Il bello di abitare a Milano, e pure in una zona prossima al centro, è proprio l’aver a portata di … “gamba” più d’una occasione di semplice svago o culturale
Così, venti minuti di camminata, e sono seduto in poltrona, pronto per “Charles Baudelaire, come i fiori”.

Baudelaire è un poeta che lessi negli anni dell’adolescenza, in un confuso e variegato mescolarsi tra i deliri di Charles Bukowski e le fragili poesie di Jacques Prevert, la scoperta dell’immenso e sconosciuto Dino Campana e il misticismo di William Yeats.

Ho sempre amato le poesie, di un amore ormai difficilmente comunicabile in questi tempi in cui esse sono finite nel dimenticatoio, quand’anche appartenute ad artisti di grande valore. Figuriamoci a chiedere a chiunque un dialogo sulla poesia contemporanea, anche solo italiana. Tolto il nome di Alda Merini, temo che siano ben pochi a conoscere qualcosa della poesia italiana contemporanea. Lode dunque al mio vecchio compagno di liceo Marco Saya che, da anni, ha fondato una minuscola casa editrice aperta ai nostri poeti contemporanei. Troppo poco, però, perché il mondo della poesia sia poco più che una nicchia.

Così, mi lascio cullare dalla magia del teatro dove due giovani attori, Francesco Errico e Margherita Forte, portano in scena momenti di vita insieme tra Baudelaire e la compagna Jeanne Duvall, un po’ attrice e un po’ prostituta, nella Parigi ottocentesca.
Sono gli anni della paralisi alla mano e dell’alterazione estrema indotta da vino e droghe, delle angosce profonde e della noia, delle parole a germogliare come fiori.
Sono gli anni che vedono alla luce “I fiori del male”, raccolta in grado di suscitare tanto scandalo, nella bigotta società del tempo, che il libro viene i processato per immoralità, costringendo l’editore a cassare alcune poesie.

Mi godo lo scorrere dei versi, mentre Charles e Jeanne intrecciano duetti amorosi e conflittuali nel loro tran tran quotidiano.
Dentro, salgono emozioni che nessuno, fuori che me, può mai conoscere; una melodia solo mia, sorta di eco di un’eternità che si sospende su giorni che a volte sono di grazia, altri di rabbia. Un sottile riandare a posti a cui sono appartenuto, in cui io ed un altro di me abbiamo camminato insieme.
Come se fosse possibile avere l’occasione di diventare qualcuno di nuovo, qualcuno che io, o altri, potrebbe amare di nuovo.

Le luci, in sala, si spengono. E’ il tempo degli applausi e degli inchini dei due protagonisti.
Lei, di una fisicità prorompente, ancora sul viso i segni del dramma vissuto che ha saputo trasmettere, nonostante un impasto vocale spesso non limpido.
Lui, dignitoso in una parte che avrebbe richiesto, a mio parere, una presenza scenica ben più pregnante e poi colpevole di una serie di incidenti linguistici.

“Due passi” nelle ombre che avvolgono il parco sotto casa e nel traffico sempre sostenuto di corso Lodi.
E’ ora di abbracciare il senso della casa, della famiglia.