martedì 12 settembre 2017

Abbi cura di te



Ascolti il tempo che si misura in impulsi, in singulti e rapide scivolate, a confondere e mescolare l’attaccare ed il difendere.

Senti cento e cento colpi che si infrangono nella mischia, nello scontro.

Vedi ombre di paura e di coraggio snodarsi, serpenti dal colore incerto, sul volto di ogni combattente.

Assapori una strada incerta, in cui senti che la vita non ti aspetta e sei tu che hai da addentarla, cuore e ardimento. E’ la voglia di essere felice, anche se questo significa non dare retta alla gente ed andare contro corrente.

La senti dentro la sensazione netta che, se il gioco sarà facile, qualcosa o qualcuno te la farà pagare.

Nessuno di noi, nemmeno io, nemmeno tu, ha poi così tanti anni da spendere passati ad aspettare o a rincorrere qualcosa, un bene o un incontro, che porti via l’incertezza o la fame ossessiva di un consenso e di un applauso, la paura di quello che sei o la tracotanza volgarmente esposta di quel che vorresti essere.

Nessuna certezza.

E’ questo che ti fa tremare i polsi?
E’ questo che non vuoi sentirti dire?

Poi, in sordina, ci sono quelli, ci siamo noi, a lottare di corpo ed emozioni, a simulare scontri e duelli.

Un gioco, che gioco non è, nel momento in cui ci butti dentro il tuo cuore, le tue paure.
Un gioco, che gioco lo è per davvero, nel momento in cui ti rappresenta nel tentativo di conoscerti e trasformarti.

Tre ore di azioni guerriere, di Arti di Combattimento, Marziali.

Se volessimo parlare di Tradizione, allora parleremmo di Arti Interne, che sono Tai Chi Chuan, eludere la forza che ti si para dinnanzi ed avvolgerla tutta fino a farla morire; Pa Kwa, danzare sfere e spirali attorno alla forza che ti si para dinnanzi e poi soffocarla; Hsing’I, tagliare e spezzare la forza che ti si para dinnanzi ed addensare la tua, volgendogliela contro.
Parleremmo di Wing Chun, filiazione cantonese di quest’ultima, brutale e letale.
Parleremmo di Kenpo Taiki Ken, magistrale sintesi delle prime, due a volteggiare, venti di guerra inneggianti a semplicità e spontaneità, fino abbattersi inarrestabili e potenti su ogni aggressore.

Ora puoi vedere ed ascoltare e sentire fin sotto la pelle il mio percorso, il nostro percorso, che può essere anche tuo. Percorso di adepti guerrieri, di aspiranti a divenire adulti consapevoli, autodiretti, indipendenti e coraggiosi

Questo praticare d’Arte, lo vieni a provare
 
Martedì o Venerdì?




martedì 5 settembre 2017

Una mappa preziosa




 
Le settimane di forzato riposo mi lasciano tanto tempo libero.
Ne approfitto per riprendere in mano “Gli Enneatipi in Psicoterapia” di Claudio Naranjo.
Gli Enneatipi sono una lungimirante interpretazione dei caratteri umani.
Incredibilmente solo sfiorati dalla sciocca manipolazione New Age che ha, invece, stravolto e depotenziato pratiche di tutto rispetto come altre già di per sé di scarso o nullo rispetto quali I Ching, Tarocchi e segni zodiacali (1), il loro studio è un acuto materiale in ogni pratica di aiuto, counseling o psicoterapia.
Sempre che siano saldamente nelle mani di un autentico conoscitore e non di un “apprendista stregone”.

Le origini dell’Enneagramma si perdono nei secoli, mischiandosi con culture, segni, simboli di diversa provenienza. Chi richiama una lettura simbolica dell’Odissea di Omero, chi la geometria sacra dei pitagorici e poi Platone ed i suoi seguaci.
Certamente in Occidente, fu Georges Ivanovic Gurddjieff (? – 1949) il primo ad esporre l’Enneagramma, attribuendone la conoscenza ad insegnamenti Sufi da lui ricevuti, e a farne uno strumento di lavoro per la crescita individuale.
Dopo di lui, la figura più eminente fu Oscar Ichazo (1931) che lo propose come metodo per descrivere i diversi aspetti dell’esperienza umana (2). Da lì, l’Enneagramma si diffuse negli ambiti più disparati, con ampi scontri tra i vari caposcuola.
E’ però innegabile che le mappe dell’io di provenienza sufi, della cabala e dei gesuiti, bene si integrino con le teorie della psicologia, riconoscendo nei nove aspetti tracciati dall’Enneagramma un terreno comune di integrazione della natura umana.

Claudio Naranjo (1932) è uno psicoterapeuta formatosi con diversi studiosi di prestigio, quali Ignacio Matte Blanco, psichiatra e psicoanalista, Carlos Castaneda, dottore in filosofia, scrittore e sciamano, Fritz Perls, psicoterapeuta e padre della terapia gestaltica, entrando a far parte della comunità di Esalen. Questa fu un autentico crogiuolo di idee e sperimentazioni, di cui, tra gli altri, fecero parte Alan Watts, cultore dello Zen ed autore di “Lo Zen e il tiro con l’arco”, quello che probabilmente fu il primo Maestro ad introdurre in Occidente il Taoismo ed il Tai Chi Chuan, il Maestro Gia Fu Feng, l’aikidoka e psicoterapeuta George B. Leonard (3).
Successivamente, Naranjo fece un percorso spirituale con lo stesso Ichazo, bruscamente interrotto per divergenze tra i due.
Io ho avuto la fortuna di assistere ad alcune sue conferenze e di studiare, nel mio percorso gestaltico, sotto uno dei suoi migliori allievi, Riccardo Zerbetto, psichiatra e psicoterapeuta.

La mappa non è il territorio” (espressione attribuita ad Alfred Kozrzybski, creatore della GS, la semantica generale), con questo avvertimento, possiamo avvicinare l’Enneagramma, e in particolare i nove enneatipi, così come proposti da Naranjo, come strumento valido per la conoscenza di sé.

Dei vari “schemi” dell’Enneagrama che affollano anche internet, mi piace proporvi quello che trovate in
nel caso vi foste incuriositi e voleste una lettura pur del tutto superficiale.

Se, invece, voleste saperne di più, ecco allora il corposo volume di Naranjo “Gli Enneatipi in Psicoterapia”.
Magari sarà il primo passo per intraprendere un autentico percorso su di sé, affidandovi, mi raccomando, a psicoterapeuti esperti e tenendosi lontano dai corsi e da “pacchetti” in stile New Age.
Il Centro Studi di Terapia della Gestalt ( http://cstg.it/ ), la scuola dove io ho studiato e mi sono diplomato nel 2007, è direttamente collegata con Claudio Naranjo e con il SAT, il percorso di crescita che lui propone e comprende lo studio / pratica sugli enneatipi)

Ah, volete sapere che “numero” sono io nell’Enneagramma? Non ve lo dico!!

 

1. In una rivista di psicologia, anni addietro, lessi di questo “effetto circo Barnum”, ovvero di come sia relativamente semplice costruire un oroscopo personalizzato che, in realtà, tale non è. Mescolando sapientemente affermazioni generiche, lusinghe e qualche dettaglio specifico, il soggetto viene ingannato e portato a credere che realmente sia il sui il soggetto di tali … panzane.
Una mia cara amica, la cui madre tutt’ora campa agiatamente confezionando oroscopi e lettura dei Tarocchi, me ne diede esempio “de visu”. Davvero, come pare abbia detto Barnum stesso, “Nasce uno sciocco al minuto”.

 
2. I puristi (anche qui, intorno all’Enneagramma, ci sono i puristi, i tradizionalisti ad oltranza, non solo nelle Arti Marziali!!) storcono il naso davanti a questa strada psicologica che, secondo loro, dimentica il grandioso costrutto che lega l’Enneagramma ad una dimensione più grande, evocativa e profonda, esoterica e mistica, presente invece nell’operare di Gourdjieff.
Le mie letture dei libri di Gourdjieff e dei suoi seguaci, l’incontro con uno dei pochi italiani ad essere stato introdotto alla “Quarta Via”, pur nel loro fascino, sono troppo poco perché io abbia anche solo un parere in merito.

 
3. Chissà che incredibile fucina di idee e pratiche fu Esalen, alla sua fondazione nei primi anni ’60, autentico centro di sviluppo del potenziale umano.
Pratiche corporee e psicoterapeutiche, esperienze di stati di allucinazione, meditazione, confronto serrato di idee, tutto concorreva a farne il fulcro da cui, successivamente, dipartirono uomini e scuole diverse tra di loro ma accomunate dall’identico amore verso l’uomo e la sua crescita e trasformazione.
Infatti, ad Esalen, in quegli anni, confluirono, oltre ai già citati, anche lo psichiatra Stanislav Grof, fondatore della “Respirazione Olotropica”; Richard Price, piscologo; Abram Maslow, fondatore della “”Psicologia Umanistica”; Ida Rolf, creatrice dell’omonima pratica di massaggio; Don H. Johnson, fondatore di “Somatics”; Alexander Lowen, psicoanalista, allievo di Wilhelm Reich e fondatore dell’” Analisi Bioenergetica”; Gregory Bateson, il padre dell’ “Analisi ad Orientamento Sistemico”; John Grinder e Richard Bandler, creatori della PNL “Programmazione Neuro Linguistica”.
Con loro, una giovanissima Joan Baez, agli inizi della sua attività di cantante folk e di attivista pacifista; Jeffrey J. Kripal, indologo; Frederic Spielberg, uno dei fondatori della moderna scienza dello studio comparato delle religioni.
Mi riesce difficile trovare una comunità altrettanto vivace e geniale, impegnata sulla creatività umana come forma espressiva basata sul piacere di realizzare la propria persona grazie ai propri autentici desideri e passioni, perché “La salute di un individuo dipende dalla possibilità di essere creativo, cioè di ‘autorealizzarsi’, e coincide con l’espansione fiduciosa delle proprie potenzialità, con il dispiegarsi delle caratteristiche neoteniche proprie della specie umana” (A. Carotenuto).

 

Post illustrato con foto scattate ad un recente pranzo con gli amici venutimi a trovare, dove Monica ci ha deliziato con piatti originali e gustosi ed io, a chiudere la malattia che mi aveva steso al tappeto, mi sono permesso un paio di bicchieri di vino. Evviva!!

 





 

mercoledì 30 agosto 2017

Un viaggio immodesto



 

 
LA PRIMA PARTE
si snoda in terra friulana

 

- E chi l’avrebbe mai detto di entrare in un gioiello minuscolo e prezioso come si è rivelata essere Cividale del Friuli?
Lunghi occhi di luce chiara ne illuminano strade e case. Mura solide, la cui bellezza m’incanta, come femmina dagli anni trascorsi senza che il dolore e le ferite del vivere ne abbiano scalfito il fascino, posandone invece su pelle e portamento la dignità di una sovrana.
Il silenzio e la pulizia e il parlare sommesso.
Pare quasi di attraversare un sogno, di passare  senza che io abbia lasciato un passato, di perpetrare un danzare, lento e lieve , in un tempo immanente, senza prima né dopo.
Sono i musei, le chiese, gli unici a dirmi che c’è stato un passato e, giocoforza, ora c’è un presente e, da qualche parte, un futuro.
L’Ipogeo celtico, sotterraneo, misterioso, anfratti di roccia, fango al suolo.
Visita intima, abbiamo chiesto le chiavi d’ingresso, solo in tre: io, Monica, Lupo e, ah già, la piccola Kalì, porta richiusa alle spalle.
Respiriamo il senso di un tempo lungo, lunghissimo, dove l’aggettivo “secolare” ora sì acquista il suo significato. Dove il senso di “storia” si fa senso profondo, a entrarmi nel ventre, a battermi nel cuore.
Ma anche il Ponte del Diavolo, leggenda di uomini che, incapaci nelle loro forze, al Diavolo chiesero aiuto. Solo un caso beffardo impedì che lo sciagurato patto stretto con il Signore delle Tenebre (“Possiederò l’anima del primo che attraverserà il ponte”) fosse rispettato.
Dai, Monica, fermiamoci a vivere qui!”. So già la risposta, che arriva immediata.
D’altronde, io e Monica, viviamo immersi in un continuo vorticare del Tao, bianco e nero, nero e bianco, coppia di opposti che insieme si attraggono e si respingono, gusti diversi, diversi in mille e mille aspetti e scelte e, per questo, finché le forze centripete avranno la meglio, INSIEME.

- Non manca una giornata intera dedicata ad Aquileia.
Quando leggo che è la “Piccola Roma”, mi viene da ridere e penso “Sì, come quella conoscente biondona che chiamiamo la ‘Marylin Monroe de noiatri’”
E, ovviamente, mi sbagliavo.
Aquileia  è davvero una piccola Roma, con resti di epoca romana, ottimamente conservati, a cielo aperto e disseminati ovunque, che ovunque ti giri trovi resti dell’antico impero romano.
Una lunga passeggiata tra i resti del porto fluviale, ci conduce fino al centro della città: chiese ed ancora scavi di rara bellezza.
Il Museo paleocristiano di Monastero è l’esatta rappresentazione di come deve essere un luogo di memoria per poter attrarre attenzione e partecipazione di ogni tipo di visitatore.
Un piccolo capolavoro in cui ci perdiamo e riperdiamo, in cui mi entra nella pelle il quotidiano del vivere di sconosciuti, i loro matrimoni e la loro morte, i loro litigi ed i loro amori.
Ovunque memorie di una civiltà che fu, a ricordarmi quanto siano piccole, minuscole, le briciole che compongono la mia vita e che, pur briciole che siano nel grande fiume della vita e dei secoli, dei millenni, sono però tutto quanto io abbia oggi e che mi rappresenta. Perciò, briciole preziose, uniche.

- Queste piccole, pregiate vacanze friulane, attraversano altre città incantevoli, tra l’imponente piazza di Palmanova e l’incredibile sensazione di solcare in auto il mare, a pelo d’acqua, per lasciarsi abbracciare dal porto e dalle case di Grado. Attraverso la burbera ma calorosa accoglienza della gente friulana; b & b incastonati in colline ubertose e distese di verde; cibo abbondante e vino di qualità.
Attraverso la commozione, il dolore, del Sacrario di Redipuglia.
Ricordo che brucia, giovani  immolatisi a difendere un suolo, una patria, dei valori.
Mentre qui, aitanti giovanotti dalla pelle di ogni colore scuro, lasciano morire la loro terra e scappano, inferociti nelle pretese di un lavoro e di mille comodità e garanzie, invadendoci ad ondate senza sosta, lassù, nel Sacrario di Redipuglia, il ricordo di chi non è scappato, di chi è rimasto a combattere perché io, tu, possa prendersi un gelato e fare figli, scegliere una vacanza e leggere un libro.
Come successe alle migliaia di uomini e donne che, oppressi dalla feroce dittatura fascista, non scapparono a pretendere sicurezza altrove, ma restarono a combattere, a morire, costruendo con il loro sangue quelle sicurezze, quegli agi, che i giovanotti dalla pelle scura ora pretendono anche per sé.
Sotto il portone dove abito, c’è una corona che ricorda la morte, il sacrificio, di due giovani ventenni antifascisti. Ogni volta che vi passo accanto mi commuovo, mi sento un privilegiato perché io ho amato ed amo, ho gioito e sofferto, in una parola ho vissuto ed ancora sto vivendo, mentre loro ben poco hanno goduto in un paio di decenni.
La libertà di vivere, mi insegnano costoro ed i morti del Sacrario, la si conquista nella propria terra, non la si pretende scappando. Lo devo anche per questi giovani morti per me, per te.
Ma questi sono i tempi della codardia e della sig.ra Boldrini, dei politici abbronzati e in giacca e cravatta che sentenziano di accoglienza e società multiculturale mentre vivono in luoghi sontuosi, protetti dal loro potere e dalle loro sfacciate ricchezze.
Un pensiero beffardo immaginare la sig.ra Boldrini vivere una vita da impiegato a 1.200 euro al mese in quel di viale Padova o piazzale Gabrio Rosa, pendolare sulla linea ferroviaria Milano – Mortara.
E, “intanto”, là, tra le montagne del Friuli e non solo, come anni dopo nelle stesse montagne o in altre, in città e paesi, italiani a magliaia morirono, sangue e suolo, mentre qui, ora, continua l’invasione dei codardi nella loro terra, ma spacconi e prepotenti nella nostra. Qui in Italia, dove grandi collusioni politiche, economiche  e mafiose; interessi ladri di italiani stessi e malaffare spicciolo; buonismo di chi ha sulle spalle, con il peso volgare della pedofilia diffusa e protetta, anche quello della spinta alla procreazione incontrollata, che i metodi anticoncezionali hanno ragione cristiana in Europa ma non in Africa, prosperano e si ingrassano anche sulla pelle di questi poveri disgraziati in fuga.

 

LA SECONDA PARTE
si avvia a rilento, colpito io nelle “parti basse” da un male tipico dei maschi di una certa età, che mi inficia il normale fare.
- Ciò non mi impedisce, raggiunti da Giovanni ed Elise in compagnia della loro vivace Luce, di andare insieme là, sulla diga del Vajont.
Tragico disastro voluto dall’incuria e dall’insaziabile sete di denaro dei soliti uomini di potere e senza scrupoli. Duemila morti, di cui centinaia i bambini.
Un’opera che là non doveva essere fatta ma là fu fatta. E la natura diede, 1963, il suo tragico responso, scaricando tonnellate di pietre e massi, sollevando un’onda gigantesca, radendo al suolo interi paesi, uno dopo l’altro.
L’orrore profondo che mi prende le viscere convive con il senso di inutilità di quanto accaduto: nulla impararono gli uomini di potere da quel genocidio.
Negli anni a venire, negli anni che sono questi, altri uomini di potere, chi apertamente e chi nascondendosi dietro alle leggi del “mercato”, hanno perpetrato altri crimini, grandi e piccoli.
Ma sempre innocenti, uomini, donne e bambini, incolpevoli, sono morti per saziare l’ingordigia e sete di denaro di pochi uomini di potere: la nube tossica a Seveso, le scorie di fonderia altamente tossiche smaltite illegalmente nel veneto, i rifiuti ed i roghi tossici nella “terra dei fuochi”, i veleni ammorbanti dell’ILVA di Taranto che hanno diffuso tumori tutt’intorno, la discarica di Bussi nel pescarese …
D’altronde, nella società dell’effimero e del “consumo senza uso”, dell’apparire forsennato e ridicolo su fb e dell’egoismo diffuso, della frustrazione e dell’invidia di massa verso chi ostenta ed ha di più (1), ovunque, le pecore abbondano, belanti e pronte ad essere tosate, mentre “Lor signori” se la ridono a crepapelle e preparano nuovi disastri, nuove eclatanti o silenziose stragi massa.

- I giorni in compagnia degli amici proseguono sereni, tra riflessioni profonde e chiacchiere amene, un “mezzo e mezzo” da Nardini e la scoperta di una Elise docente di matematica impeccabile, una gita in uno dei tanti laghi che circondano Bassano, qualche bicchiere di buon vino bianco e ipotesi di corsi marziali e di benessere nell’abbiatense.
Gli abbracci, la sera, sotto una volta di stelle luminose: Arrivederci a Milano!!

- Il libro di queste giornate estive è “Psicologia della paura”, di Anna Oliverio Ferrario.
Mi colpiscono queste pagine: “ Contatto fisico: la persona spaventata non si limita a sottrarsi al pericolo ma può cercare di raggiungere qualcuno che lo protegga e lo conforti attraverso un contatto fisico. E’ il caso, per esempio, del bambino che inseguito da un cane salta tra le braccia della mamma; ma è anche il caso dell’adulto che dopo un grosso spavento cerca conforto in un abbraccio. Di fronte a situazioni minacciose i bambini cercano istintivamente quel contatto fisico rassicurante a cui sono abituati fin dalle prime fasi della vita, tant’è che quando nei primi anni di vita questo tipo di conforto è stato insufficiente essi appaiono insicuri e ansiosi, a volte bisognosi in maniera eccessiva della presenza materna in una età in cui potrebbero ormai fronteggiare le normali separazioni quotidiane. Il problema di questi bambini è che non sono riusciti a interiorizzare quel senso di sicurezza di base che consente di affrontare autonomamente tante diverse situazioni di vita quotidiana.”
Ho sempre pensato che la giocosa voglia di lottare, di spingersi al suolo, fosse semplicemente dettata da una infanzia in cui tali giochi “maschi” fossero, per diversi motivi: madre apprensiva, scarsa o nulla vita “di strada”, assenti e/o vietati, e così ci fosse, finalmente, il piacere liberatorio di recuperare, pur adulti, una pratica giocosamente maschia.
Ora, però, mi sovviene una riflessione azzardata, forse irriverente.
Quest’ansia di voler lottare, ricercando, in uno scontro, subito il contatto corpo contro corpo, questo piacere nell’avvinghiarsi e stringersi l’un contro l’altro, quanto rimanda alla distanza infantile da un padre assente o iper – giudicante ed alla vicinanza ad una madre iper – protettiva e iper – accudente?
Chissà se la vita privata di costoro, degli amanti del buttarsi l’uno nelle braccia dell’altro, non veda, quand’anche adulti, una madre, o una moglie – madre, a sostenerli emotivamente, economicamente, in un habitat maschile dai contorni perlomeno incerti quando non ambigui?
Lo so, pare una riflessione paradossale, ma …para doxaaffermazione, proposizione, tesi, opinione che, per il suo contenuto o per la forma in cui è espressa, appare contraria all’opinione comune o alla verosimiglianza e riesce perciò sorprendente o incredibile”.
O forse è solo una superficiale elucubrazione che mi è venuta così, di getto, impigrito dalla brezza mattutina e dal cielo azzurro sopra di me.

- I giorni si susseguono.
Una gita ad uno dei più bei laghi d’Italia, il lago di Braies, incantevole, tanto che non mi sarei stupito di vedere danzare sulle acque qualche eterea ninfa. Da tornarci assolutamente.
I momenti di formazione marziale, soprattutto volti al Chi Kung ed al Tai Chi Chuan.
Le passeggiate in centro Bassano e nell’antico palazzo settecentesco che ospita la libreria Roberti; ad occhieggiare  i coltelli esposti nel negozietto di piazza Garibaldi; a bighellonare  sotto le mura di  ville austere, mentre il fiume Brenta ci scorre accanto; una camminata lungo gli argini del torrente Musone e una cena alla veneta presso la Caneva, la “cantina” che si affaccia nei pressi del Terraglio; una serata a Vicenza, il cui centro storico è tanto bello quanto affollato di vitaioli affaccendati a chiacchiere e bevute (2).
A giorni, il ritorno a Milano.
Beh, sono state le mie ultime ferie estive… dal prossimo Maggio, sarò in pensione e, dunque, SEMPRE in ferie!!

- Purtroppo, il “male tipico dei maschi di una certa età” ha il sopravvento e mi mette letteralmente in ginocchio, anzi, ripetutamente e dolorosamente in bagno.
Una visita specialistica in tutta urgenza, il rientro a Milano: quattordici giorni di letto e riposo, dieta in bianco, medicinali “a manetta”.
La “bilancia del corpo umano”, come viene chiamata quella ghiandola che mi sta torturando, ha dato il segnale che ogni limite l’ho davvero passato.
Allora, come dicono i taoisti: “Da una disgrazia, una opportunità”,
Due settimane di formazione marziale mancata, diventano, quando il dolore si è fatto meno lancinante, due settimane di pratica sulla postura: quando cammino per casa, quando mi siedo a leggere, quando mi sdraio sul divano a stordirmi di TV.
Diventano preparazione ad una pratica alimentare dove gli eccessi, una volta guarito, saranno tali e non la regola; dove imparare a dormire almeno sette ore per notte.
Diventano un altro, faticoso, passo nel mio cammino personale, di vita e marziale, incontro ad un tramonto che sarà bellissimo.

 

“Non esistono testimoni tanto terribili o accusatori impalcabili, quanto la coscienza che abita nell’animo di ciascuno”
(Polibio)

 

1 Personalmente, cresciuto in una famiglia economicamente modesta; in anni in cui frugalità e rispetto dell’uso consapevole erano valori ancora ampiamente diffusi; formatomi, tra il ’68 e gli studi e la militanza politica prima ed il percorso Gestalt dopo, una coscienza sobria e capace di dialogare con me stesso senza proiettare sugli altri le mie mancanze e debolezze; non sento un gran che di aspirazioni modaiole e consumistiche, di concorrenza con le altrui vanità. Ma pensando a chi ne è succube, a chi vive “un doloroso raffronto tra se stessi e gli altri, raffronto che può essere vissuto come svalutazione di sé” (Gli Enneatipi nella Psicoterapia, di C. Naranjo), mi sovviene un’espressione di Indro Montanelli: “Quando un italiano vede passare una macchina di lusso, il suo primo stimolo non è averne una anche lui, ma tagliarle le gomme”.
Anche perché, salvo per i “figli di papà”, averne una comporterebbe scelte, rischi, stili di vita frenetici, anche opere di malaffare certo, per cui, comunque, si ha da correre dei pericoli, si ha da “mettersi in ballo” .. si ha da avere, nella legalità o fuori, comunque ardire e coraggio e spirito d’iniziativa.

 
2 Quante belle soprese ha da svelarci la nostra Italia, nonostante l’incuria, il degrado, gli sfregi che autorità varie e “popolo bue” le sferrano ogni dì. “L’uomo che non è mai stato in Italia, è sempre cosciente di un’inferiorità” (S. Johnson), eppure guarda le italiche masse sgomitare per una qualsiasi meta, purché estera!!

 

















 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

venerdì 4 agosto 2017

Nel silenzio della notte


I miei occhi sfiorano cose e luci e colori, ma è il cuore che sente dentro il buio e il freddo bollente della notte.
Effettivamente non so cosa avvenga di fuori, e, francamente, poco mi importa.
Lascio che sia il cuore a battere e condurmi negli spazi e nel tempo.

So che sono stato colpito e poi ferito da qualcuno e qualcosa; anche da me, in anni che non potevo prevedere.
Ma ora, da tempo, mi prendo mi cura di me. Non importa piangere, non importa, a volte, vedermi dentro spegnere la strada che mi indica la Via.
Importa danzare, lieve non so, forte nemmeno, ma io sono io e questo sono e so fare, tra le figure e le forme di un’Arte mai doma, mai schiava.

Ho imparato a prendermi cura di me, ad asciugarmi gli occhi ogni volta che piango, a rallentare il passo per ascoltare chi bussa da dentro il mio cuore, il mio ventre.

Ho imparato a cedere il passo davanti agli ostacoli ottusi e, a volte, quando ci riesco, a farne motivo per un salto in avanti, che è sempre anche un salto dentro.

L’ora è tarda, il cielo si lascia sfregiare dalle luci di una luna tonda e chiara come burro.

Pratico piano, per non svegliare nessuno, Monica che dorme nella camera accanto, Kalì che ha alzato un occhio solo per capire che accade ed ora giace beata nella cuccia.

Respiro profondo, le mani che segnano l’aria, il corpo che a volte pare pietra affondare nell’acqua, altre una belva fendere il buio.
Corpo ed ossa e muscoli si compongono e ricompongono in una melodia di sensi e schizzi d’umore.

Sento il colpo del mio cuore. Tutto quello che ho da fare è accompagnare il respiro e mantenere lo sguardo su di me.
A volte, non sempre ma sempre più spesso, prendo una graziosa rivincita sull’età e l’improbabilità di un corpo che nulla ha di “sportivo”, di ammiccante ai canoni estetici e di performance che dominano oggi.

Paradossalmente, proprio ora che sono gli anni del tramonto, so aspettare, ma mi piace anche ribaltare una piccola probabilità del destino. Era da giovane la fretta assillante di imparare, ora mi gusto il tempo dell’imparare. E progredisco meglio e più rapidamente.

Le giravolte si smorzano, come i passi ed il frusciare nelle mani nell’aria.
Il corpo sa attendere la pause e con esse l’avvicinarsi al letto e il dormire.

Ciao, notte piena. A Dio, o al grande coniglio o a chi volete voi, piacendo, domani danzerò ancora di Tai Chi Chuan.




 

martedì 1 agosto 2017

Chi ha paura dell’autonomia?



Avete notato come sia diffusa l’insana abitudine di informarsi, studiare, confrontarsi sempre negli stessi, rassicuranti, ambiti: Le persone che, tendenzialmente, la pensano come noi; le riviste e le pubblicazioni che riportano quel e come noi pensiamo; i gruppi ed i luoghi in cui ci sentiamo riconosciuti e rappresentati?

Quando sconfiniamo, volutamente o meno, in territori “altri” da noi, la piazza di fb ne è un esempio, lo facciamo poco, pochissimo, per ascoltare e molto per affermare (urlare) le nostre verità, la nostra identità.

Ho definito “insana” l’abitudine di cui sopra, perché essa rivela la pigrizia, l’insicurezza, per alcuni la paura, di esporsi al confronto (il conflitto) e, così, anche scoprirsi “nudi” davanti all’altro (e a sé), scoprirsi portatori di maschere e corazze per coprire le proprie fragilità, incapaci di capire ed adattarsi a nuove ipotesi incontrate.
Confrontandosi con le opinioni altrui, si rischierebbe di confliggere con le proprie credenze, giungendo a riconoscerle come instabili pregiudizi, cominciando ad apprezzare quelle degli altri. Tuttavia, ciò implicherebbe il faticoso e incerto rischio di doversi mettere in gioco e, ancor peggio, di ricredersi ed iniziare un piccolo, (o grande) percorso di crescita e trasformazione.

Sì perché, formatisi dalle e nelle nostre credenze, una volta che queste siano messe in crisi, diverrà improcrastinabile re-imparare di sé e, con ciò, re-imparare a vivere, impresa affascinante che richiede energia e tempo, nutrendosi di apertura, fiducia, rispetto ed apprendimento; nutrendosi di incontri e confronti e relazioni costruiti con una reciprocità feconda; incontri tali, pur e forse proprio grazie alla diversità e al confliggere che ogni diversità porta in seno, da farci apprezzare i frammenti di serenità, persino di felicità, che una vita di apertura e ricerca ci dona.
E’ così semplice e facile, privilegiare i fatti e le opinioni che supportano il nostro punto di vista, piuttosto che considerare accoglibili quelli che lo contraddicono e, con ciò, far vacillare la fiducia in noi stessi. E’ così semplice e facile, ridurre l’ambiguità aggrappandosi a un punto di riferimento stabile, per poi operare degli aggiustamenti e, infine, raggiungere una decisione finale che non ci turbi, non ci contraddica.

Ecco perché tratteggio sempre come

semplice, ma non facile

il nostro praticare Arti Marziali, laddove non esiste né uno stile da imparare, né un modello da imitare, né un percorso di apprendimento lineare da seguire.

Personalmente, trovo insostenibile la possibilità di poter avere una qualche forma di conoscenza “oggettivamente vera” della realtà.
Lo strutturalismo, la meccanica quantistica, hanno smontato ogni rozza definizione di reale.
Numerosi esperimenti di psicologia sociale, ad esempio, hanno dimostrato come il modo in cui una persona si sente quando deve elaborare un giudizio su un’altra persona, influenzi notevolmente la sua percezione.

Questo ha da far riflettere chiunque cerchi un approccio valido al combattimento, che è prima di tutto uno scontro vorticoso di emozioni, di sensazioni di sé e dell’altro davanti a sé.
Ancor più per chi, non accontentandosi di giocare al “guerriero”, di sfogarsi “menandosi”, di tessere farneticazioni (seghe) mentali sull’autocontrollo e l’imperturbabilità, faccia del percorso marziale, di pugni e calci e bastonate e coltellate, un percorso di individuazione e crescita personale.

Qualsiasi “intellettuale” storca il naso davanti ad una proposta che fa dell’agire, del movimento, un percorso di crescita, dovrebbe sapere che

se comprendere è edificare una rappresentazione del mondo esterno,

agire, invece, contempla da subito un’immagine degli effetti desiderati di un’azione e poi prosegue nella sua evoluzione.

Agire, muoversi nello spazio, come ci spiegano neurobiologia e psicobiologia, significa procedere da una mappa dell’ambiente, cioè da coordinate che obbediscono alla corteccia parietale e all’ippocampo, responsabili di molteplici aspetti delle memorie spaziali.

Dunque, con una pratica che più volte ho definito un caffelatte composto di maieutica e paradossi, domande ed imprevedibilità, in cui a volte più forte è il sapore del caffè, altre quello del latte, ma, ormai uniti, è impossibile separare l’uno dall’altro, sono da anni passato dall’idea, tipicamente razionalista e scientista, che si possa risolvere un problema solo una volta che lo si sia conosciuto fino in fondo, all’idea che “si conosce il problema mediante la sua soluzione”.
Ecco il saper interpretare la forza della sensazione che ci sta limitando e sfruttarla per spingerci al di là dei nostri limiti, come a dire il trito e ritrito ma ben poco praticato, in un combattimento, sfruttare a nostro favore la forza dell’avversario.

Questo percorso di continua eretica ricerca, significa necessariamente, che io inviti i miei allievi a verificare la bontà della loro scelta provando presso altri docenti, altre scuole, altri praticanti e poi condividere con me quanto esperito, tanto quanto stuzzicarli perché la loro ricerca eretica non si limiti alla stretta pratica marziale ma si confronti anche nella quotidiana vita di relazioni affettive, di lavoro, in uno scambio continuo in cui la pratica marziale impari dalla vita e viceversa, toh, di nuovo il caffelatte.

E questo, necessariamente, vale anche per me.

Certo, dopo decenni di Musha Shugyo, percorso errante di scoperta e formazione nei diversi campi marziale, motorio, terapeutico, ora mi permetto di selezionare, di centellinare i “sorsi del bere” in ragione anche dell’età e del tempo di vita che inevitabilmente si va riducendo.
Eppure, tra i miei amici più cari, dunque a … “influenzarmi”, contribuiscono adepti dei pesi e del “No pain no gain” con fini cultori del “No pain, more gain” e del distacco da ogni esercizio con sovraccarichi esterni; praticanti volti ad una visione “interna” e sottile del fare motorio con aitanti sportivi volti alla periodizzazione dell’allenamento e a macro, meso e micro ciclo. Più in generale, lucidi appassionati di musica colta con divoratori di MTV; mescolatori incalliti in grado di apprezzare indifferentemente film di Pasolini e di Lillo & Greg con puristi di genere, assidui frequentatori di mostre e musei con altrettanto assidui frequentatori di locali di tendenza.

Io stesso procedo aperto ed accogliente, critico ma mai pregiudizialmente chiuso, tra una serata da Mc Donald’s ed una cena in un ristorante stellato, una intima cena tra amici ed una tavolata gridando di stonato karaoke, alla ricerca di un concerto di Petra Magoni e con in tasca il biglietto per quello di Caparezza, a scorrere le righe di una rivista di gossip, mentre sulle ginocchia ho un libro di Fagioli.

Oddio, lo confesso, a tirar di pugni in una palestra affollata di maleodoranti maschioni urlanti, a sfogarsi delle repressioni di una minuscola vita rattrappita picchiando sul sacco, a sudare massacrandosi di deleteri crunch e rovinandosi le articolazioni ripetendo balzi e squat, sarà difficile vedermi. Anche perché, passi la compagnia di ventenni, a cui posso concedere l’innocenza e l’ignoranza dettate dall’età e dalla poca esperienza, ma quando vedo stravolgersi in simili pratiche over quarantenni e cinquantenni, magari pure padri di famiglia, le mie considerazioni sul genere umano e sullo stato attuale della società, piombano irreversibilmente nel buio più nero.
Va bene, dai, non sono perfetto !!!!!!

 

 

Post illustrato con foto scattate al festeggiamento di Giovanni per i suoi quarant’anni.

  
 
 
 
 


 

lunedì 17 luglio 2017

A volte ...


A volte, in Dojo,si presenta qualcuno chiarendo da subito “Sono fuori forma”, che da molto non fa più nulla, fino a spingersi sul terreno del “Non so come muovermi, non sono coordinato

Allora, mentre spargo frasi ed indicazioni sul “Muoviti spontaneamente” “Lasciati andare di corpo”, in realtà lo spingo verso un agire, per lui del tutto innaturale.
Attenzione, non date un’accezione negativa alla parola “innaturale”, perché nessun gesto, nessun movimento che io gli proponga, è, nella logica del principiante, qualcosa di naturale.
La loro efficacia, la loro capacità trasformativa, risiede proprio nel fatto che si tratta di gesti e movimenti estranei, paradossali per la logica in cui è imbrigliato il principiante: muovere braccia e gambe agendo dal centro del corpo, chiedere agli arti stessi di non sforzarsi di fare ma di fungere semplicemente da veicolatori fluidi ed elastici di ciò che al centro del corpo nasce e si espande, sono tutte azioni che sortiscono effetto proprio per il loro allontanarsi dall’usuale e proporre un agire tanto inusuale quanto, per certi versi, paradossale.

Poi ci aggiungo l’aiuto (aiuto?!) che può dare l’immaginare lo scheletro agire, muoversi; le immagini vivide a cui chiedo di aderire, di identificarsi, sorta di reverie secondo il pensiero di Bachelard; il costante riferimento al Wu Wei, non eccedere, non sforzarsi, di stampo taoista che, nella nostra cultura (un grazie al Maestro Trickovic per avermi fatto scorgere questo accostamento) è il classico “Non tirare troppo la corda”.
Per non parlare del costante invito
- ad ascoltarsi corpo, ascoltarsi agire fino a descriversi (senza giudicarsi!!) agire;
- ad ascoltarsi in ciò che si prova nel fare, nell’agire: quali sensazioni, quali emozioni.

Entrambe via per arrivare ad assumersi la responsabilità di sé corpo, sé fisicoemotivo: “Io sono spalle contratte” e non più “Ho le spalle contratte”, “Io sono schiena bloccata” e non più “La schiena si blocca”, come se un sortilegio malefico, un mostro, si fosse impadronito del nostro corpo. No, “Sono io corpo che mi contraggo spalle, mi blocco schiena”.
Insomma, un concentrato di opposizioni, di paradossi in cui introdurre sorpresa, sconcerto e imprevedibilità portano l'allentamento della presa della comprensione abituale, ordinaria.

Altrimenti, con spiegazioni e direttive precise, con modelli da imitare, ciò che il neofita capirebbe, anche di nuovo e di novità e come accade in ogni “sapere”, lo condurrebbe solamente a un'ulteriore comprensione, ovvero il qui - futuro prevedibile. Questa mia conduzione invece, mescolando sapientemente maieutica e paradosso, è la conduzione senza comprensione, o meglio, senza comprensione meccanica ed obbediente.

In caso contrario, nuovi condizionamenti andrebbero a sovrapporsi o a sostituirsi a quelli vecchi: il risultato sarebbe un corpo comunque privo di consapevolezze e ulteriormente condizionato, ed è questa la situazione che è possibile osservare nella stragrande totalità di praticanti attività motorie, comprese quelle marziali, di combattimento. (1)

Finché l’individuo agisce attraverso atti volontari e meccanici, finché il corpo rimane qualcosa di estraneo, da manipolare e modificare, finché non accettiamo che noi siamo sé fisicoemotivo, ovvero una presenza costante h24 da ascoltare visceralmente, che si esprime per emos-azioni, l’individuo non è né agisce né si relaziona, tanto meno consapevolmente, ma si muove nel solco dell’estraniazione, dell’alienazione, o, per dirla più semplicemente della “ginnastica dell’obbedienza”.

Spesso, l’individuo è convinto che ciò che fa automaticamente, di suo, sia sbagliato, mentre i gesti, i movimenti che gli sono mostrati e imposti siano buona cosa, confondendo così tra consapevolezza e controllo, cercando fuori di sé quel sapere motorio che in realtà già cova, nascosto e sepolto, dentro di lui, oltre le limitazioni che ora ha, frutto di schemi subiti negli anni precedenti, e che pretende di sostituire con altri modelli, altri schemi, altrettanto non suoi e limitanti. (2)

Ecco perché propongo un percorso di spiazzamento. So che ogni forma artistica, di più, ogni forma artistica che si proponga come percorso di individuazione, trasformazione e crescita, sia essa teatro, danza, psicoterapia o … Arti Marziali, richiedono nella loro esecuzione qualcosa di più d'una semplice progressione che vada dall'inizio al punto intermedio e poi alla fine.

Allora, senza addentrarmi in ragionamenti che richiederebbero più pagine scritte e, soprattutto, una prassi esperienziale da cui sortire, mi preme scrivere che il corpo non si controlla, se non per brevi momenti e tanto meno in situazioni di forte stress.  Il corpo, il Sé corpo fisicoemotivo, non puoi comandarlo, possederlo, puoi solo … viverlo.
Per farlo, occorre
- destabilizzare quanto si sa e si crede di sapere;
- evitare di sostituire questo con un nuovo “sapere” imposto;
- entrare nella fase dell’abbandono; dell’ascolto
poi, che sia la voce di un filosofo “Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi” (F. Nietzsche) o quella di un fisico “La logica ti porta da A a B. L’immaginazione ti porta ovunque” (A. Einstein) entrare appieno nel corpo inteso come “Dispositivo Sinestetico è il corpo in quanto generatore di Sinestesia.
La Sinestesia è la capacità innata, involontaria e inestinguibile in tutti gli esseri umani, di vivere simultaneamente diverse sensazioni alla stimolazione di una qualunque di esse. Ed è anche il dispositivo psicofisiologico in virtù del quale una qualunque rappresentazione sensoriale può rinviare a una data emozione attraverso altre rappresentazioni sensoriali”. (S. Guerra Lisi – G. Stefani)

Ovvero, come non mi stanco mai di ripetere, ognuno di noi è il corpo vivente, è la persona stessa. E’ perciò un corpo intrasoggettivo e intersoggetivo, perennemente in relazione.
Perché io che sono questo corpo, me corpo, subisco e trasformo il vincolo gravitazionale; mantengo la mia forma e la sottopongo a continui mutamenti; vivo e mi relaziono attraverso le membra e le articolazioni; incarno l’impersonale collettivo della corporeità della specie (il corpo umano) nella bipartizione dell’identità di genere (maschio, femmina); traduco le molteplici sedimentazioni della corporeità culturale (gesti, posture, abbigliamento, prossemica …); condenso la ricerca individuativa della soggettività (io, il mio corpo).

Cosa chiedere di più ad un’arte del corpo, ad un’Arte Marziale?



(1)Ancora ai tempi dei corsi nella palestra Umanitaria, dunque primi anni ’80, ad una mia amica, docente di Aerobica con cui condividevamo la palestra, capitò di grattarsi il naso mentre eseguiva e mostrava i movimenti alla classe di fanciulle, Queste, all’unisono, tutte a grattarsi il naso, perfette imitatrici del modello che le fronteggiava. Attenzione a riderne, perché è questo metodo di insegnamento che prevale nei corsi Fitness come nelle Arti Marziali, dove il docente, magari un atletico trentenne di 1,80 x 75 kg mostra e impone il suo stesso movimento / gesto ad un acerbo sedicenne o a un quarantenne cifotico ed in sovrappeso. Ovvero, qui non è il singolo casuale gesto, grattarsi il naso, ad essere imitato, ma l’intera pratica fitness, yoga, sportiva, marziale a richiedere, a pretendere, un’imitazione il più possibile uguale al modello !! Per non parlare delle diversità emotive e di “vissuto” tra un praticante e l’altro. Sì, ma provate a parlarne e vi guarderanno come uno strambo !!


(2)“Secondo Erickson, lo scopo del terapeuta è consentire al paziente di riavere accesso alle proprie risorse inconsce. Questo presuppone che nell’inconscio delle persone esista la capacità di far fronte ai problemi che esse hanno, e che il compito del terapeuta sia limitarsi a riportare alla luce queste risorse.
(…) Il problema secondo Erickson non risiede nell’inconscio (come sostiene la psicoanalisi), ma, al contrario, proprio nelle facoltà consce che la psicanalisi considera le più evolute e le più adatte a mantenere la salute mentale. Secondo Erickson, il funzionamento conscio interferisce con quello inconscio, impedendo a quest’ultimo di adeguare il comportamento della persona alle richieste del suo ambiente” (M. Rampin - G. Nardone)