mercoledì 8 gennaio 2020

Di un sé corpo tanto reale solo a saperlo immaginare




“L’immaginazione è la regina del vero e il possibile è una delle province della verità”
(C. Baudelaire)

La visibilità è la fantasia nella sua sostanza, ma soprattutto essa raffigura la virtù dell’immaginazione, ciò che fa visibile l’invisibile.

Certo, noi siamo corpo, noi abitiamo il nostro corpo.
Infatti, per cercarne  i significati, ci confrontiamo con un vissuto instabile che dà conto dell’osservatore e della sua disponibilità a capire le condizioni con cui ci mettiamo all’ascolto. (1)
Ma il nostro stesso corpo è abitato: ossa, muscoli, sangue, fascia, organi… indicano una vita interna che non si esplicita solo nella semplice fisiologia, quanto piuttosto che crea trame e risonanze nella nostra esperienza emozionale, affettiva, psichica.

In questo, la percezione (2), ovvero il modo in cui distilliamo, interpretiamo, accogliamo o rifiutiamo le informazioni, fuori e dentro di noi, è una esperienza globale.
E', cioè, un andamento fisicoemotivo di traduzione delle informazioni che si costruisce sulle esperienze passate, sulle condizioni presenti e sulle aspettative a venire.
Una traduzione tanto più completa e suggestiva, quanto più si affidi a reverie: La capacità di ricevere e rimandare, trasfigurare, le impressioni emotive e sensoriali di ciò che abita dentro e attorno a noi.

Ecco, qui allo Spirito Ribelle, il mio, il nostro, praticare di corpo e movimento, di combattimento a mani nude o armati, come ponte variabile tra caos e messa in forma, come incontro tra  quiete e moto a dare origine al vortice, come quel vibrare che ci permette di saper stare nei conflitti come individui consapevoli ed autodiretti, mai passivi.


1. Questo, su un piano simile, è altrettanto vero nella ricerca scientifica, nel mondo scientifico.
Alla faccia di scientisti e fanatici “talebani” di ogni affermazione scientifica assurta a Verità assoluta… “dopo Bohr e Einstein, tutti abbiamo dovuto ammettere che ogni descrizione include sempre il descrittore”.
Ecco affermata l’impossibilità per l’uomo di vivere e di giudicare “oggettivamente” un sistema nel quale vive e che modifica già con il semplice fatto di esserci.
Meccanici della ginnastica e della pratica sportiva, eccovi serviti!!

2. “L’idea centrale è che la percezione sia un processo di inferenza attiva orientata all’interazione adattiva con il mondo tramite il corpo, invece che  una ricreazione del mondo dentro la mente
((    (Seth A. “Il creatore della realtà” in “le Scienze” Novembre 2019)




martedì 7 gennaio 2020

Esotismo è…



Che ci fa un italiano a praticare Arti che sono proprie dell’Oriente? Arti che odorano di esotismo?
Esotismo, dal greco exo (fuori): quel gusto, quella passione che spinge verso culture, abitudini, costumi, “estranei” al nostro quotidiano.(1)

Un gusto, una passione che, con un pensare razionale, trova la sua giustificazione nell’essersi mantenuta ben più a lungo che da noi in quei paesi, in quel mondo, la Tradizione, la pratica, del combattere a mani nude, del combattere con armi bianche e simili. (2)
Un combattere “occhi negli occhi” che da noi, complice la rapida evoluzione e diffusione delle armi da fuoco, ha avuto vita breve e poco si è conservato nei secoli.

Ma, tuffo nel cuore, un gusto, una passione che si innerva e cresce con la capacità tutta orientale di immaginare oltre la realtà, di fantasticare su di essa, dando nomi improbabili, persino impossibili, a giochi ed esercizi e tattiche e strategie: “camicia” di ferro”, “spire del cobra”, “bufalo d’acqua”, “coda del dragone bianco” “solcare il mare senza che il cielo se ne accorga”, ecc. (3)

Lo scriveva già il grande Italo Calvino: “Nella forma che il caso e il vento danno alle nuvole, l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante”.
Un uomo antico, intriso di Tradizioni mai del tutto sopite, che si affaccia, curioso sempre, sulla Natura e le sue manifestazioni.
Un uomo che sa restare bambino, naso all’insù, a leggere di mostri e volti e avventure disegnate nel cielo da nuvole bizzarre o in acqua da correnti improvvise.

Come mi piace praticare queste antiche Arti che il continente asiatico copiosamente ci dona!!

“Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie  mani alla guerra e
prepara le mie dita alla battaglia”
(Salmo 143)


1. Resta inteso, come più volte scrissi, che nessun modello ha valore descrittivo generale e metacontestuale. Ogni modello, perciò, è culturalmente determinato: ha senso solo all’interno delle condizioni (antropologiche, culturali, sociologiche, ecc.) in cui è nato, in riferimento ai bisogni ed alle aspettative della comunità che gli ha dato forma e vita.
Infatti, nella pratica di queste Arti d’Oriente, come io le propongo, non si scimmiotta alcun modello teorico né tecnico; non ci si illude di essere samurai o monaci Shaolin!!
Piuttosto, si gioca a incarnare ogni sorta di immagine archetipica, universale, potentemente evocatrice di qualcosa per il combattente, il predatore; a compiere attività antiche con profonda valenza simbolica (raccogliere, seminare, tagliare, forgiare, accendere un fuoco, ecc) o gesti fondamentali (offrire, accettare, aprire, chiudere, ecc).
I simboli religiosi dello sciamanismo, qui sono sostituiti da simboli artistici.
 
2. L’introduzione delle armi da fuoco, in Giappone, avvenne tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo.
Il primo contatto dei Giapponesi con le armi da fuoco ebbe luogo nel 1543, quando tre avventurieri portoghesi giunsero sull’isola di Tanegashima ed impressionarono il signore del luogo abbattendo delle anatre coi loro moschetti.
Qui basti sapere che le prime cronache a riportare di armi da fuoco in Italia, più precisamente a Perugia citando lo schioppo, risalgono al 1364, praticamente due secoli prima!!.
Entro un anno, gli armaioli di Tanegashima furono in grado di riprodurre alla perfezione i moschetti portoghesi, mentre altri studiosi sostengono che gli armaioli di Tanegashima non riuscirono a replicare lo scodellino, la parte dell’arma in cui la polvere da sparo entra in contatto con la miccia accesa, generando così lo scoppio che lancia il proiettile fuori dalla canna dell’arma e dovettero attendere l’anno successivo, quando i portoghesi tornarono sull’isola con un loro armaiolo da mettere al servizio del feudatario.
Questa novità ebbe una entusiastica diffusione e, secondo alcuni, un’evoluzione tecnica addirittura superiore ai  corrispettivi europei, salvo venire poi pressoché abbandonata per oltre due secoli in favore del ritorno all’arte di combattimento tradizionale. Il Giappone tornerà alla polvere da sparo, e su larga scala, solo dopo l’arrivo della flotta statunitense dell’ammiraglio Perry nella baia di Tokyo (1853).

3. La Psicoterapia Breve Strategia (G. Nardone) utilizza, a scopo terapeutico, tutta una serie di stratagemmi che si rifanno all’arte della guerra dell’antica Cina conservandone i nomi, anche fantasiosi, proprio per le loro capacità evocative.







sabato 4 gennaio 2020

Martin Eden



 Struggente ed intensa pellicola ( regia di Pietro Marcello e interpretazione intensa di Luca Marinelli), traspone il Martin Eden di Jack London nella Napoli del ventennio: operazione riuscita alla perfezione.

Diciamo subito che, in realtà, il presunto primo ventennio del ‘900 è attraversato da incursioni  che lo stravolgono, laddove la famiglia Orsini sembra vivere nell’Ottocento più edulcorato, mentre la famiglia di Eden pare schiacciata in un dopoguerra da anni quaranta.

La trasposizione vede Martin Eden, ingenuo e spavaldo insieme, affogare lentamente e dolorosamente nella acre contraddizione dei tempi nostri tra un anelito alla scalata sociale e il distacco, che è perdita dolorosa in odore di tradimento, dalla classe di appartenenza.
Conquistati cultura e successo, denaro e popolarità, Martin Eden si ritrova privo di una identità consapevole, abbandonandosi a gesti autodistruttivi, ad una indifferenza tormentata in cui il passato non gli appartiene più ma nemmeno sa riconoscersi nel presente.

Sprezzante e violento, i suoi tratti anarchici ed individualisti, che si mostrano in tutto lo scorrere del film in opposizione alle teorie socialiste come in opposizione ad un presunto liberalismo che anticipa le distorsioni e le ingiustizie di un capitalismo monopolistico marcescente, si rifanno, anche in modo disordinato, alle teorie di Herbert Spencer. Questi, un intellettuale inglese dei primi dell’800 a sua volta influenzato dalle teorie di Malthus, nonché strenuo difensore del liberalismo totale,  arriva a ipotizzare che lo Stato non deve assolutamente intervenire con criteri di solidarietà o di agevolazioni,  perché altrimenti  impedisce che maturino le forme di selezione naturale necessarie alla sopravvivenza della società stessa.

Eden fa proprie, a suo modo, queste teorie investendole in un anarchismo individualista sfrenato, avverso al sapere accademico e al nuovo che lo circonda, quanto del tutto incapace di trovare, nella vita privata come in quella pubblica, un percorso di autentica individuazione antagonista o alternativa da offrire a se stesso come alla collettività.

Un intellettuale per niente organico; un “maledetto” autolesionista come altri scrittori e poeti; ma anche, riflettendo ai giorni nostri ed allo sfrenato bisogno di successo, un uomo che si è sacrificato sull’altare dell’industria culturale fino a perdere il senso di sé; e pure un monito verso quanti, famosi o non famosi, una volta raggiunto il successo, grande o piccolo che sia, non riuscendo a reggerne il peso psicologico, si sono alienati, persino suicidati, materialmente o meno: quel subdolo mal di vivere che non risparmia nessuno, nemmeno chi sembra ne sia protetto da una condizione sociale di superiorità e riconoscimento collettivo.

La pellicola, tra le tante chiavi di lettura possibili, ci narra di un uomo che crede solo nel proprio essere individuo perennemente  contro una società ingiusta; che crede di trovare una strada salvifica nell’amore (verso una giovinetta della società alta) e nella cultura (alta); che finisce per affondare malamente scoprendo la falsità delle sue illusioni e delle sue idealizzazioni, l’impossibilità a tornare alle sue radici, fino a darsi la morte.









mercoledì 18 dicembre 2019

Per non dimenticare MAI




15 Dicembre 2019. Pomeriggio piovoso, tanta gente a zonzo, tra acquisti natalizi e il piacere di godere di una Milano che, in centro e zone limitrofe, espone opulenta tutta la sua bellezza.

15 Dicembre 1969. Presso la questura di Milano, l’anarchico Giuseppe Pinelli, convocato e poi trattenuto in Questura per la bomba scoppiata tre giorni prima nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana, in una giornata fredda come erano freddi i giorni degli inverni quarant’anni or sono eppure, ohibò!, la finestra della stanza in cui veniva interrogato era spalancata, si suicida gettandosi giù in cortile e muore.

Pinelli innocente. Il suo alibi venne poi confermato. Un innocente si suicida? Un uomo di quaranta anni, non certo atletico, sfugge alla vista ed al controllo dei poliziotti presenti correndo per la stanza, arrampicandosi sulla finestra, per poi  lanciarsi nel vuoto?
Nel 1975, un giovane e zelante Gerardo D'Ambrosio, giudice istruttore, escluse l'ipotesi dell'omicidio e sempre lo stesso D’Ambrosio ritenne che il commissario Luigi Calabresi, preposto all’interrogatorio di Pinelli, nel momento del salto nel vuoto non fosse presente (sigarettina? Pausa caffè?) e dunque non avesse alcuna responsabilità in merito.

La targa, in memoria di Pinelli, posta dal Comune di Milano nel verde che si affaccia davanti alla banca dell’Agricoltura, recita genericamente e in modo ruffiano di una persona morta.
E’ la targa posta dagli studenti e dai democratici milanesi ad esplicitare 
ucciso innocente nei locali della questura di Milano”.

D’altronde, forse l’anarchico Pinelli non è mai morto e tanto meno è mai stato ucciso: nessun colpevole, dunque nessuna morte, come tristemente dice uno dei figli delle persone uccise dalla bomba. (1)
Se, poi, in pompa magna, a commemorare quella strage è, in questi giorni, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, democristiano DOC e dal 1983 deputato della stessa, ovvero il partito politico a cui si deve la costruzione e la reggenza del malaffare diffuso in tutta Italia nonché uno stretto legame con la mafia (2), uomo vicino ad elementi quali Ciriaco De Mita, coinvolto nello scandalo  della gestione dei fondi pubblici erogati per la ricostruzione delle zone danneggiate dal terremoto del 1980 in Irpinia e successivamente in quello della sanità legato all’Aias, nonché svelto indossatore di nuove casacche, il partito popolare prima e la Margherita poi, il giro della collusione e dei segreti di Stato più oscuri tra uomini coinvolti ed apparati dello Stato stesso, si può dire concluso.

Allora che ci facciamo noi, io e Monica, questo pomeriggio di un piovoso 15 Dicembre 2019 qui, in piazza Fontana?
Che ci fanno questa cinquantina di persone ad ascoltare una banda che suona vecchie canzoni anarchiche ed antifasciste, scandendo slogan contro il terrore nero?
Che ci facciamo noi tutti, mentre cala la sera, commossi tutti e magari qualcuno pure adirato per una verità che non viene, non verrà mai, davanti alla targa che ricorda l’assassinio impunito di un anarchico, di un uomo innocente?
Nessun colpevole, nessuna morte.



1. Nei locali del Teatro Carcano, una mostra che è un pugno nello stomaco: “Vi.Te. – Milano e la Lombardia alla prova del terrorismo” a mostrare foto, articoli di giornale, testimonianze e documenti su terrorismo e stragismo. Tra le varie testimonianze, tutte agghiaccianti, anche quella di chi, appunto, afferma gelido che non ha nulla da dire su una strage che, se non ci sono i colpevoli, non c’è mai stata.

2. “L'anonima DC. Trent'anni di scandali da Fiumicino al Quirinale” di O. Barrese e M. Caprara.


Per saperne di più








lunedì 16 dicembre 2019

Praticare con noi … il bacino




Praticare con noi … 
il bacino

Praticare secondo il nostro modo è avviarsi su un percorso di consapevolezza che fa del movimento corporeo lo strumento per conoscere realmente se stessi, le proprie abitudini motorie, scoprendo, altresì, nuovi e più efficaci ed efficienti (1) modi di agire nello spazio e con gli altri.
Infatti, solo il movimento, volontario o involontario (2), ci permette di accedere alle sensazioni ed alle emozioni.
Mentre agiamo nello spazio, ascoltandoci, apriamo il campo interiore fondamentale per
-       arricchire e modificare l’immagine che abbiamo di noi. Se l’immagine di noi corrisponde poco o nulla a quel che siamo realmente, ogni nostro gesto, ogni nostro agire ci costerà fatica e non sarà mai pulito e fluido, in quanto difforme da ciò che siamo veramente (3);
-       aprire la strada verso una esplorazione che, priva di giudizi (giusto o sbagliato) e subordinazione a ciò che ci viene suggerito o peggio imposto da altri, porti alla scoperta del nostro sé autentico e così al suo agire consapevole e fluido.

Il passaggio alla stazione eretta, insieme all’abbandono dell’uso  di un tratto della colonna vertebrale per deambulare (4), ci ha portato necessariamente a concentrare nel bacino il luogo della forza e  della trasmissione.
Lì sta il baricentro del corpo umano.

Purtroppo, causa anche una difettosa immagine di sé, esso è visto come un unico blocco (5) incapace di micro movimenti interni, spesso assente da gesti e azioni di cui invece è il reale motore: guardate quanti pochi runners e joggers corrano col bacino, affidandosi invece alle gambe, ovvero alla periferia invece che al centro!!
Una buona consapevolezza del bacino ci fa comprendere che i suoi movimenti arrivano a spalle e testa, attraversando la colonna vertebrale, come anche in direzione opposta. (6)
Una scarsa comprensione e consapevolezza del bacino: come è fatto, dove è collocato, come agisce all’interno del corpo, invece depaupera e distorce ogni gesto, ogni azione che richiedano fluidità e forza, impedisce l’accesso libero alla sfera delle sensazioni e delle  emozioni, riducendo ogni vivacità erotica, dunque non solo sessuale, ma intesa come piena gioia di vivere.
Che si tratti di semplici gesti isolati quotidiani, che si tratti di una formazione corporea alla “Camicia di Ferro”, che si tratti di agire in condizioni di criticità e avversità che nascono esterne a noi per poi toccarci, colpirci “dentro”, dunque fisicamente come anche  emotivamente e sentimentalmente (per esempio un’aggressione fisica e/o emotiva), che si tratti di sciorinare una danza, una “forma”, una sequenza artistica o sportiva, 

senza la comprensione e l’uso consapevole del bacino,
il nostro agire come i nostri risultati, 
saranno ben poca cosa.



1. Efficace – “che produce pienamente l’effetto richiesto o desiderato”. Efficiente – “che ottiene risultati da quello che fa”. Accostati, assumono il significato di “massimo risultato nel minor tempo possibile e con la minore dispersione di energia”.

2. “Muscoli involontari (noti anche come muscoli bianchi o muscoli lisci) sono quei muscoli presenti nell'organismo umano la cui contrazione viene regolata dal sistema nervoso autonomo. Sono involontari, quindi, tutti i muscoli la cui attività non viene influenzata da attività nervose volontarie”

3. “Ognuno di noi parla, si muove, pensa e “sente” in modo diverso sulla base dell’immagine di se stesso che ha sviluppato negli anni.  Per cambiare il modo in cui agiamo dobbiamo cambiare l’immagine di noi stessi che portiamo dentro di noi.” (Moshe Feldenkrais). Dunque, avendo un’immagine di sé carente o parziale (che è il caso della maggior parte delle persone), si eseguono movimenti non organizzati in maniera ottimale, sforzi eccessivi anche per compiere piccole azioni, carichi dannosi per le articolazioni, tensioni inutili in zone del corpo come la cervicale o la zona lombare e quindi risultati poco soddisfacenti sia nell’azione  da compiere che nel piacere personale, più o meno consapevole, ad essa collegato.

4. “Tutti i quattro arti (nei quadrupedi) servono alla marcia, la funzione della colonna vertebrale è differente : la porzione toraco-lombare è un ponte tra gli arti pelvici propulsori e quelli toracici predisposti ad ammortizzare”

5. “Il bacino è una coppa formata da cerchi, fori e archi. (omissis) La coppa del bacino oscilla liberamente attorno alle due teste dei femori ed è collegata, posteriormente, al sacro e alla colonna vertebrale” (A. Olsen in “Anatomia Esperienziale”)

6. Il sistema scheletrico, ossa e articolazioni, compone  la nostra principale struttura di sostegno.
Le ossa supportano il peso in rapporto alla forza di gravità, fungono da sistema di leve per i nostri movimenti e danno a questi una forma. Il nostro raggio d’azione è determinato dallo spazio interno alle articolazioni e dalla combinazione di movimenti compiuti intorno ai loro assi. Il sistema scheletrico dà al nostro corpo una sua forma essenziale. Con essa operiamo nell’ambiente muovendoci nello spazio, ridefinendolo e creando tante nuove e varie forme quanti sono i movimenti a nostra disposizione. Attraverso la conoscenza esperienziale, incarnata, del sistema scheletrico, scopriamo la qualità strutturale della mente e come il pensiero stesso poggi le sue basi su sistemi di leve, punti di fulcro e spazi che facilitano la capacità di articolare idee e comprenderne meglio le relazioni.
Qualità come nitidezza, assenza di sforzo e senso della forma, sono esperienze fisicoemotive, psicofisiche, strettamente connesse al sistema scheletrico.








lunedì 9 dicembre 2019

Hai mai notato che…




 Hai mai notato che, a scuola, al lavoro, negli ambienti sportivi, nei gruppi di interesse ecc., trattando di una persona, l’accento viene sempre posto sui suoi punti deboli?
In ogni ambito è prassi comune, nel dare un feedback ad una persona, puntare  sui problemi individuati dalle analisi piuttosto che sulle frasi di incoraggiamento e sostegno.
In ogni occasione di studio ed apprendimento, per migliorare la persona e le sue prestazioni, il docente / conduttore tende ad evidenziarne i punti deboli.

Sovente questo accade anche quando noi agiamo in prima persona, quando ci rivolgiamo a noi stessi “Devo studiare di più” “Devo dimagrire” ecc. parlando di noi stessi con un indistinto senso di valutazione negativa, come a dirci che non stiamo facendo quanto dovremmo.

Lascio ora stare quell’appellarsi al verbo “devo” che, già di per sé indicando una sorta di costrizione, da un lato non entusiasma certo a fare, dall’altro spersonalizza togliendoci furbescamente ogni responsabilità del fare stesso.

Torniamo al dilemma punti di debolezza / punti di forza.
Già l’eccellente Moshe Feldenkrais sosteneva, nelle sue lezioni corporee, l’importanza di puntare sulla parte del corpo, destra o sinistra, in cui migliore erano sensazioni e risultati perché, col fare, trascinasse e coinvolgesse nel miglioramento anche l’altra parte, quella più riottosa e impacciata.
Schiere di pedagogisti ed educatori, non ultimo Daniele Novara del Centro Psicopedagogico per la Pace, hanno posto in risalto, in primis con bambini e ragazzi ma anche con gli adulti, la necessità di far leva sull’apprezzamento, sui punti di forza, perché il giovane cresca migliorando se stesso come persona e le performance richieste.
Le stesse ricerche in campo lavorativo hanno ampiamente dimostrato come  nelle competenze in cui siamo capaci miglioriamo più rapidamente di quelle in cui siamo deficitari.
Questo significa  che siamo più motivati a migliorare quanto più intuiamo raggiungibile l’obiettivo e più inclini a pensare  che quanto ci sforziamo di fare  darà risultati investendo sui nostri punti di forza e non sulle mancanze. Il che comporta  una crescita dell’autostima di contro ad un abbassamento di stress ed ansia. DI conseguenza, l’individuo lascia in secondo piano lo sforzo per piacere ed essere preso in considerazione dagli altri, puntando, invece, sul diventare il miglior se stesso.
Così facendo, i suoi punti di forza travalicheranno e modificheranno sensibilmente le stesse aree deficitarie riducendone il fardello negativo. (1)
Incoraggiamento e leva sui punti di forza
sono gli strumento fondanti la crescita individuale e l’eccellenza.

Perché questa prassi sia terra ancora ignota ai più, non è mio compito esplorarlo.
Forse è la scorza dura di positivismo ed illuminismo, forse è il cattolicesimo col suo tetro senso del peccato, della punizione e dell’espiazione, forse è la forza marcia di un capitalismo becero e prepotente che non sa guardare alla sua decadenza né alle sue avanguardie più aperte al cambiamento.

Personalmente, nella mia vita privata di adulto e genitore, nella mia sfera professionale di Body Counselor e Sensei di Arti Marziali, cerco di non scordarmi mai le parole di Plutarco “ La mente non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere”.


1. Ricerche sul campo ed elaborazioni teoriche condotte da diversi  esperti, quali Albert Bandura, Donald O. Clifton, Francesca Gino.




Ido Portal




lunedì 25 novembre 2019

Spirito Ribelle, sito rinnovato!!




Ci hanno, a vario titolo, contribuito i due allievi ed amici a me più vicini: il Maestro Valerio e Giovanni, e Monica, mia allieva, ma soprattutto autentica compagna di vita nelle acqua calme come nelle tempeste più assassine.
Ci hanno contribuito e poi Giovanni ci ha messo il “tocco” finale.

La svolta, dopo gli oltre trentacinque anni dello Z.N.K.R., che ha portato allo Spirito Ribelle (ne trovate tracce, odori e una descrizione nel precedente numero di Shiro: Giugno – Settembre 2019) ora si mostra anche in una vetrina “on line” che rispecchia appieno questo nuovo corpo e cuore.

Uno sfondo che è Milano, la mia, nostra città.
Perché la Natura: i boschi e l’acqua, i monti e i laghi, gli alberi e il muschio, sono sì affascinanti, sono sì un ricordo atavico da non dimenticare mai, sono sì luoghi e tempi di pratiche che ancora oggi io e lo Spirito Ribelle (come fu dello ZNKR) abitiamo a volte, per ore o notti e giornate intere. Ma io e gli allievi, siamo uomini e donne di città. Come ricordava lo sciamano Don Juan, in un prezioso libro di Carlos Castaneda: “Tu sei un guerriero metropolitano”.
Allora è Milano, la nostra Milano, quella dei noti Duomo e Castello Sforzesco, Brera ed i Navigli, ma anche quella della chiesa di San Eustorgio dove compare un inquietante affresco raffigurante una Madonna con le corna; della basilica di Sant’Ambrogio e del pilastro su cui è scolpito un serpente; del Carrobbio luogo dove si leggevano le condanne o si proclamava la concessione della libertà agli schiavi; di Piazza Vetra che fu una delle zone più temute di Milano in quanto vi si svolgevano le esecuzioni capitali di coloro che erano condannati per eresia comprese le streghe, arse sul rogo (1); di via Scaldasole dove, negli anni ’60, agiva un circolo anarchico di cui faceva parte Giuseppe Pinelli.(2)
Ma anche la Milano della periferie: quel piazzale Corvetto dove, nella prima decade del 2.000, i capi mafia si incontravano apertamente in un bar di corso Lodi, proprio dove si affaccia una delle mie finestre, mentre i “soldati” venivano arruolati nei pressi di un distributore in piazza Bologna (3); il quartiere Giambellino, passato dagli anni ’60 e ’70, in cui il tessuto operaio ed associativo era vivace e coeso e la mala quella simpaticamente cantata da Giorgio Gaber nel “Cerutti Gino”, a luogo di degrado e simbolo di una mancata integrazione (4)

Poi, sfondo milanese alle spalle, quel che noi facciamo e come lo facciamo.
Una pratica corporea, una pratica motoria, che evidenzi lo scorrere insieme, inseparabile, di pensiero, emozioni, sensazione e fisicità; una pratica corporea, una pratica motoria, che stimoli a ricercare le condizioni migliori per percepire, per riorganizzare i pensieri e per apprendere attraverso il sapere carnale, corporeo; una pratica corporea, una pratica motoria, che faccia dei vari modi del confliggere un’arte di comprensione e crescita reciproca.
Buttagli un’occhiata e, se ti andasse, vieni a trovarci, vieni a praticare. Ti aspettiamo!!


1.            Per saperne di più, “Milano magica”, di Elisa Ghiggini, docente e laureata in storia e filosofia, già attiva nella comunità di Damanhur, che ebbi il piacere di conoscere e frequentare negli anni ’80.
3.            “Criminalità organizzata nelle periferie milanesi: il caso Corvetto”, consultabile su                     https://www.stampoantimafioso.it/wp-content/uploads/2017/03/Tesi-Triennale-Corvetto.pdf