venerdì 2 dicembre 2022

Souishou - Push Hands

 

Mani che “accettano e premono”, per me, più che “spingere e tirare” come generalmente viene letto questo gioco di coppia.

Gioco di coppia la cui finalità è interpretata diversamente a seconda del Maestro o della Scuola; per me, come già scrissi, è costruzione di un elastico scudo difensivo e offensivo.

E’ sancire un territorio condiviso di relazione. E’ membrana elastica capace di filtrare e respingere secondo necessità, evitando

- sia di introiettare supinamente, accartocciandosi e facendosi sradicare, sia di erigere una barriera rigida e insensibile al contatto;

ma anche evitando

- sia di premere grossolanamente contro un bersaglio indistinto, sia che l’attore spinga oltre le linee di forza consentite col rischio di cadere nel vuoto.

Da quanto sopra, deriva una considerazione fondamentale:

Quando tocchi il compagno di pratica, occorre percepire che qualcosa sotto le tue mani, i tuoi avambracci, sta mutando continuamente. In ogni momento si instaura una relazione fatta di stimoli, domande e risposte. Una relazione in cui io sia consapevole di ciò che sto facendo, capisca cosa sta facendo il compagno e intuisca cosa lui sta capendo di quel che io vado facendo. Questo rimanda al “Qui ed ora”, all’immediatezza dell’esperienza agita, che è un cardine del pensiero e della pratica taoista.

Questo mio modo di praticare e proporre i Push Hands comporta:

Capire o quanto meno intuire delle intenzioni dell’altro. Mi spiego riprendendo un esempio portato da Bonnie Bainbridge Cohen, la creatrice del Body Mind Centering: “Penso al corpo come fosse sabbia. Studiare il vento è difficile. Se però osserviamo come il vento plasma la sabbia – come si formano, scompaiono e riappaiono le tracce che vi disegna – allora riusciamo a distinguere quelli che sono i pattern del vento o, in questo caso, della mente”.

Il che ci rimanda al vivere quotidiano. Alle semplici discussioni in famiglia, nelle relazioni affettive o educative, per comprendere davvero di me e necessariamente dell’altro costruendo un clima empatico di dialogo; oppure all’eventualità di un’aggressione in strada, con la necessità di leggere correttamente e magari prevenire le azioni dell’aggressore.

Il che ci allontana da ogni allenamento, da ogni pratica, fondata sul ripetere e ripetere per memorizzare o perfezionare la meccanica dei gesti, ripetere le stesse movenze aspettandosi un risultato. Impossibile, perché ogni relazione è diversa, non solo negli attori, ma pure nell’occasione in cui avviene.

Il che pone il gioco dei Push Hands tra i più efficaci ed efficienti per conoscere di sé e come si sta nelle relazioni; per accompagnare il praticante dentro il suo mondo interiore attraverso il percorso corporeo, fisicoemotivo; per farne preziosa e radicale terapia di sostegno ed aiuto, di autentico counseling.

Due ultime considerazioni:

Personalmente, mi è indifferente se chi si avvicina ai Push Hands per come io li propongo, sia un praticante proveniente da altri modi di praticarli o un novizio.

  • Nel primo caso, il bagaglio appreso e le spontanee resistenze ad aprirsi al nuovo modo saranno utili: il “bagaglio” per sconsigliarlo a ripercorrere una strada che si mostra chiusa, che non porta lontano; le “resistenze” perché mi indicano dove il soggetto è più fragile e dunque bisognoso di difendersi, di indossare una “corazza”.
  • Nel secondo caso, l’essere un novizio gli permetterà di incontrare più facilmente lo stupore del nuovo, dell’imprevisto, facendolo più malleabile ai suggerimenti del sé corpo.

Certamente, in ambedue i casi è importante la genuina curiosità di sapere, di migliorarsi, di mettersi alla prova affidandosi non tanto al conduttore, a me, quanto a …… se stesso, perché io, da buon Sensei, ti introduco al bosco, ti accompagno nel bosco, ma sei tu quello che ci cammina dentro!!

Se una persona viene da me e mi dice: ‘Non so che cosa sto sentendo. Non so nulla di questo o quello”, io gli rispondo: ‘Fantastico!’. Perché vuol dire che, se t’interessa, hai davanti a te tutto un tesoro di esperienze da scoprire.” (B. Bainbridge Cohen, terapista, artista, creatrice del Body Mind Centering)

 

“Nella maggioranza dei casi, un praticante di Arti Marziali è ciò che io chiamo un artista di seconda categoria. Raramente impara a dipendere da se stesso per l’espressione; piuttosto segue fiduciosamente un modello. Con il passare del tempo, probabilmente comprenderà alcune morte routine e diventerà bravo in relazione al suo particolare modello. Esercitarsi nella pratica abitudinaria e seguire modelli stabiliti forse lo renderà bravo in relazione a quel tipo di routine e modelli, ma solo la consapevolezza di sé e l’espressione di sé portano alla verità. Una persona viva non è un prodotto morto di ‘questo’ o di ‘quello’ stile; è un individuo, e l’individuo è sempre più importante del sistema”. (Bruce Lee, artista marziale, attore e filosofo)

 

 


lunedì 28 novembre 2022

L’accoglienza gentile

Mentre mi guardo so che non posso fermare il tempo e non c’è alcun ruolo che io possa indossare o meta lontana verso cui scappare.

Dietro le spalle ho un mare di volti e di gesti ed un rumore assordante.

Pratico Arti Marziali, le propongo ai miei compagni d’avventura, e so che ho da mantenermi aperto a viaggiare tra le diverse caratteristiche fisicoemotive per contattare l’uno o l’altro nello stile che gli è proprio, per indurre l’uno o l’altro ad esplorarne uno nuovo anche quando la strada è insicura.

Ogni stile di presenza e di movimento ha le sue ragioni, per questo i corsi proposti di tecniche uguali per tutti sono una prigione, ogni forzatura di forme uguali per tutti è un’assurdità, una trama di aberrazioni.

Sarà per questa consapevolezza che non mi rattrista più di tanto sapere che i sogni sono appassiti e con loro l’insana voglia di ottenere tutto, ma proprio tutto.

Mi da quasi più fastidio chi guarda senza vedere, chi non coltiva alcuno spazio dentro al cuore.

Non puoi praticare Suishou (Push Hands) senza uno spazio dentro di te, senza comprendere lo spazio dentro il compagno, senza condividere uno spazio insieme.

Altrimenti è solo tecnica, solo forma vuota o gara a chi spinge e butta più lontano, nani illusi di essere giganti che combattono a sbatacchiarsi, e c’è sempre un ignorante campione a sbraitare, un grande Maestro dall’alto del suo scranno a spiegare e caterve di ignari praticanti a trastullarsi.

Ho molti dubbi davanti e poche certezze in tasca, ma almeno so cosa provo quando mi guardo dentro, quando mi guardo attorno. A volte i miei piedi incespicano nel fango, a volte lo sguardo deraglia dalla linea dell’orizzonte, eppure sono ancora qui a giocare un gioco in cui vince chi sorride, chi è vulnerabile, chi accoglie di sé e dell’altro, chi lo fa donando.

Le mani di Marta sul mio petto, là dove batte il cuore, ed esattamente dietro, sul dorso. Ad ascoltare lo spazio che dovrebbe, ad esserne capaci, farlo danzare il cuore, danzare fino a infondere movimento nel resto del corpo. Le mani di Eleonora, lei che conduce questo seminario di Body Mind Centering, mi sostengono e mi aiutano a trovarlo questo spazio dentro il cuore: davvero un’anatomia che è e si fa esperienziale.

Incredibile sapere dall’embriologia come il cuore arrivi nel feto; spettacolare osservare le immagini di torsioni e spazi che nel cuore si innestano e lo costruiscono, forme che sono anche forze in azione. Il difficile, l’affascinante, è tradurre spazio e torsioni in movimenti reali.

A me pare di essere immobile, solo il battito a dar segnale di sé. Marta, poi, invece mi racconta di impulsi potenti, addirittura di un fremito arrivarle alla mano e lungo il braccio fino alla spalla. Eleonora mi dice quel che già altri, in incontri intensi e di esperienza dentro il corpo, mi hanno detto: “Hai un gran cuore, forte e generoso, ma stretto in un dolore enorme che se non superi, lì ti tiene costretto”.

Mi emoziono, ci emozioniamo, occhi sgranati. E ancora lo spazio, dentro e fuori di me, a narrare del vivere.

E’ un attimo lungo minuti, è un silenzio che parla. So che posso prenderlo e guardarci attraverso. Fuori, nel mondo di ogni giorno, è facile e semplice dire ad uno come è, ma chi davvero ha voglia ed è capace di guardarlo dentro? Chi davvero aspetta senza giudicare, mantenendosi invece accogliente e aperto?

Per questo, da quasi cinquant’anni pratico Arti Marziali, viaggio di ogni ribelle mai domo, di ogni eroe perso. Arti Marziali come lotta, come caccia, dove il primo avversario, la prima preda, è sempre se stesso. Altrimenti sono solo vetrine di vanità e incoerenza, dentro vite che si sprecano in un tempo che prima o poi scopri breve, così fragile e breve tra l’immensità del nulla che lo precede e lo segue, vite prive di eros e thanatos, di amore e morte, di violenza.

 


 

lunedì 21 novembre 2022

Il corpo danzante

 Il fatto è che ho trovato la mia strada ma continuo a cercarla. No, non mi sono perso sul fondo, semplicemente questa strada esclude certezze rassicuranti, essa impone continua ricerca, continui approfondimenti. In essa ogni istante acquista un valore solo se diventa pratica verificabile e verificata, e se accetta pure gli incidenti.

 Una pratica di corpo che non sia mai vile, che mai mi veda fuggire, che mai mi tenga lontano da strappi e spine.

Così sono qui, accanto a danzatrici e danzaterapeute, psicologhe, educatrici, infermiere, musicoterapeute; sono qui a dare un senso alla mia ricerca di corpo e movimento, di pratica marziale completa, efficace ed efficiente, perché, ancora da cinquant’anni a fare e cercare, eppure non mi accontento.

Eccezionale Vincenzo Bellia, psichiatra, psicoterapeuta, fondatore della Danzamovimentoterapia Espressivo Relazionale, coadiuvato, al solito, da Barbara Dragoni, che incontro di nuovo dopo un anno esatto.

Corpi in movimento, a solo, in coppia, in gruppo. Impulsi dal tallone, lungo la catena cinetica posteriore; ondeggiamenti dalla spina dorsale ed articolazioni divise, separate per poi ricongiungersi in cerchi, spirali, scatti e balzi: Impulsi come attivazione, come spontanee espressioni motorie diffuse.

No, non è solo e tanto pratica e terapia di corpo nei disturbi d’ansia, dell’umore, del comportamento alimentare, nelle psicosi. E’ conoscenza e cura di sé, concretezza di sé corpo; è pratica per tutti, tutti coloro i quali vogliano sapere di sé e di come stare nelle relazioni, individui coraggiosi.

E chissà che, contando sul gruppo di danzaterapeute milanesi autorizzate all’insegnamento, non si riesca ad organizzare dei piccoli appuntamenti durante l’anno in preparazione del prossimo incontro con Bellia. Sarebbe un … delitto disperdere questo piccolo grande tesoro che è la Danzaterapia Espressivo Relazionale!!

  


mercoledì 16 novembre 2022

Di buoni sentimenti

Il cibo, ottimo ed abbondante, salato e dolce, c’era. L’alcool, che fosse vino, birra, rhum o altro, pure.

Ma soprattutto, c’erano Monica e Lupo. Soprattutto c’erano amici ed allievi di lunga, lunghissima data: che altro avrei potuto desiderare per festeggiare i miei 

71 anni?!

In un appartamento modesto ma ricco di passione, tra mobili antichi dal lontano Oriente, suppellettili scovate un po' ovunque, lame ed acciaio, libri e maschere, ho potuto godere del calore che solo i buoni sentimenti ti possono dare.

C’erano già quelli di Monica, da quasi 25 anni al mio fianco quotidiano, e di Lupo, che ha rinunciato ad ogni tentazione fuori casa, lui che a 18 anni di sollecitazioni extra domestiche giustamente si nutre, per starmi accanto, eh, già, c’era pure Kalì, boston terrier a caccia di coccole

C’erano amici ed allievi. Chi ho conosciuto entrambi, io e lui, non ancora maggiorenni, oltre mezzo secolo or sono; chi è stato allievo dello ZNKR e chi lo è ancora sotto il mon Spirito Ribelle, tutti ancora amici, amici oltre le strade quand’anche prese in direzioni diverse; chi non ha mai praticato ma, incrociato il rispettivo cammino, ha condiviso una sincera amicizia.

Ci sono stati i complimenti a Monica per l’eccellente cibo, le domande a Lupo per i suoi primi passi nell’età adulta. I giochi con Ermes e la sua vivace curiosità infantile. Le chiacchiere e le battute spiritose, i ricordi e i progetti a venire.

C’è stata tanta calda umanità profusa a piene mani. Grazie a tutti.

 








 

 

lunedì 14 novembre 2022

Il corpo abitato

Tutto ciò che accade è soltanto una risposta o un’eco di ciò che noi stessi siamo” 

(J. Gebser, filosofo, linguista e poeta)

E allora mi confermo che io sono corpo abitato, corpo vissuto. Me lo conferma questo ciclo di seminari di Body Mind Centering, la disciplina a cui mi dedico da tre anni a questa parte sotto la guida della dolce e generosa Eleonora, docente preparata capace di coinvolgere chiunque si affacci a questa porta.

di Nielsen Johannes
Questa volta la sede di pratica è il centro Dhyana, luogo di ritrovo per pratiche yoga e meditative, cure naturali e sedute di psicologia: un crocevia dove sapori New Age, riferimenti alla medicina allopatica, strizzatina d’occhio alle mode in voga, fiuto per gli affari, autentica voglia di benessere, si incontrano e si mescolano.

Tre allievi ed Eleonora: in pochi, si pratica meglio, si impara meglio o, per dirla alla Gurdjieff “Meglio fette di torta a pochi che mille briciole a molti”. Affermazione che può far storcere il naso ma che offre una verità palese. Chiunque può praticare BMC, ma solo pochi lo scelgono preferendo i più, in sintonia con i dettami vigenti, la superficialità e la “vetrinizzazione” di pratiche in cui si ha un corpo, corpo da modellare ed esibire, e non ci si sfida sul piano del “Io sono corpo”.  Non a caso, nel mio proporre Arti Marziali, ho pochi, pochissimi compagni di viaggio, preferendo i più, come soldatini obbedienti, praticare valanghe di tecniche da memorizzare e copiare senza alcun coinvolgimento fisicoemotivo, senza alcun senso di corpo abitato.

di Yuichi Ikehata
Il legame tra BMC e come io pratico e propongo Arti Marziali è fortissimo. Studi e pratiche di Gestalt Therapy, metodo Feldenkrais e Danza Sensibile, come il BMC anche questi fondati sull’essere corpo, hanno segnato e segnano il mio cammino marziale. Lo fanno mentre li amalgamo alle più antiche pratiche taoiste che riscopro studiando Healing Tao del Maestro Mantak Chia con Angela, docente di sicuro affidamento; lo fanno mentre traduco nel concreto del praticare, degli esercizi corporei, quelle che nei testi classici cinesi sono solo affermazioni immaginali, metafore impossibili da comprendere con la ragione. Una efficace sinergia tra antico sapere d’Asia e le moderne discipline del nostro mondo.

E questo lo ritrovo nel percorso con Eleonora, tra esplorazioni dello spazio dentro il corpo, fuori dal corpo.

“Il nostro sé è un orientamento psicospaziale e psicotemporale, e il modo in cui siamo diventati la persona specifica che siamo dipende in gran parte da come ci muoviamo nello spazio e da come diveniamo presenti sotto forma dello spazio vivente che siamo” (J. Maitland, professore di filosofia, docente Rolfing).

Esploriamo la colonna vertebrale a partire da quando, nelle prime settimane di vita, ancora non c’era ma c’era ciò che la prefigurava e, forse, incontriamo le memorie inconsce del contenimento primario, memorie  onto – filogenetiche. Contattiamo la Madre Terra, il sostegno sicuro del pavimento e le possibilità di spazio attorno.

Ore di esplorazione sensoriale profonda e accurata. Ore di me corpo. Quel che realmente sono.

Il viaggio, l’esplorazione, continua, incontro dopo incontro. Grazie Eleonora.

“Se per tutta la giornata non si è trovato nulla di strano, non è stata una gran giornata” 

(J. A. Wheeler, fisico nucleare)

 

di Matteo Pugliese



 

 

 

 

domenica 6 novembre 2022

Illusioni di fotografia

Lupo, mio figlio, mi comunica per tempo che non ci sarà a pranzo. Colgo l’occasione per anticipare la seduta a tavola e dirigermi al Castello Sforzesco.

La sala Bertarelli-Archivio Fotografico ospita una mostra di Paolo Monti,

fotografo italiano tra i più acclamati nel secolo scorso.

Quel che mi interessa, nell’ampio panorama delle sue opere, è quella sua attività sperimentale che lo portò, anticipando i tempi, ad agire sull'astrazione e le possibilità molteplici del linguaggio fotografico e delle sue potenzialità. I chimigrammi e le sperimentazioni con materiali a colori ne sono la testimonianza più affascinante. Fotografie ottenute senza la macchina fotografica, giocando con carta argento, oggetti i più disparati, e le forme variabili della luce.

Inventato da Pierre Cordier negli anni ’50, Monti ne è stato l’esploratore più conosciuto.

Le opere esposte sono davvero interessanti anche se, come tutta l’arte astratta, possono lasciare più di un interrogativo. Passiamo oltre il confine stretto che vuole una fotografia tale solo quando realizzata con la macchina fotografica (1), so che spesso, davanti ad una immagine astratta, viene da esclamare: ma, quell’opera, avrei potuto farla anche io!!

Non mi addentro, anche se Francesco Bonami ha scritto al riguardo un bel libro “Lo potevo fare anch'io. Perché l'arte contemporanea è davvero arte” che (forse) contribuisce a depotenziare quell’affermazione.

Qui preferisco interrogarmi sul dialogo forma e non – forma, o meglio trans-forma.

Penso al carapace, alla fissità, imposta in ogni forma delle Arti Marziali e come questa rigidità formale sia invero costantemente smentita dall’interpretazione di ogni praticante; non solo, sia costantemente smentita dal concetto di “pulsazione”, che crea e nutre movenze e fraseggi ritmici a loro volta portatori di modifiche nello stato fisicoemotivo del praticante.

Penso che, a monte di questa rigidità formale, ci sta una rigidità didattica, un limite nella cultura e nel pensiero del Maestro o docente.

Penso che tutto questo sia il frutto di una società essa stessa rigida nelle fondamenta, dove il fluido viene concesso solo per divenire liquido, persino liquefatto, purché non intacchi la rigidità delle fondamenta. Come non vederci la dialettica marxiana di struttura e sovrastruttura? Come non vederci l’attenzione spasmodica ai diritti individuali purchè non si tocchi il cuore della produzione, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo?

Per questo amo come propongo e pratico le Arti Marziali, per individui che si scoprano coraggiosi, autodeterminati, vitali ed erotici e per ciò stesso ribelli. Per questo amo il Tanshu del Taiki Ken, che non è una forma codificata né una sorta di shadow boxing, ma una libera danza di un predatore alle prese con il senso originario del suo vivere, tra azioni base come acquattarsi, osservare, annusare, slanciarsi, afferrare, rotolare, aprire, chiudere, colpire, spingere ecc. Per questo amo la nostra forma di Tai Chi Chuan in cui ogni praticante scopre e modifica il proprio spazio vissuto e la propria chinesfera. Per questo vivo il gruppo come luogo privilegiato dove il ritmo individuale si incontra e scontra con l’animo gruppale e perciò con una amplificazione emotonica di una forza straripante.

Per questo, io che, per restare tra i pittori contemporanei, amo Botero e Machado, però amo profondamente anche tutta l’art brut e … mi sono goduto le opere astratte di Paolo Monti.

 

 

1. Gli anni giovanili, grazie al mio lavoro di allora, mi posero in contatto con fotografi “realisti” come Pino Bruni e Walter Battistessa, ma anche con l’ispirazione creativa di Ando Gilardi e le sue sperimentazioni al di fuori del comune senso di “fotografia”. Ciò mi consentì un’apertura mentale preziosa per confrontarmi e apprezzare anche ciò che non era immediatamente figurativo. Un’apertura mentale che si estese a tutti i campi dell’arte, forgiandosi con il teatro sperimentale di Out Off, di cui seguii la nascita con il critico d’arte Giorgio Seveso, e con la frequentazione di Bruno Munari, autentico genio dell’espressione visiva. Apertura mentale che, come sa chi pratica con me, è fondante la mia visione e la mia proposta del “come” intendere e praticare Arti Marziali, ponendomi, con ciò, in modo del tutto antagonista, persino alternativo, a come è invece proposta e praticata dai vari Maestri e docenti, nei vari Dojo e Scuole che operano qui in Italia.

Milano, Castello Sforzesco

Paolo Monti – fotografia e astrazione

21.10.2022 – 08.01.2023

 

 

 

sabato 22 ottobre 2022

Quando la fotografia si fa arte

E’ il tradizionale

Photofestival

la rassegna di foto d’autore che ogni due anni arricchisce il panorama culturale della nostra Milano.

Più di un autore, più di un tema mi incuriosiscono, allora mi rivolgo a Giancarlo, per tutti “Giazzi”. Lui è un fotografo di grande passione, chi meglio di lui può aiutarmi a comprendere lo stile di un autore, indirizzarmi verso una scelta piuttosto che un’altra?

Così, delle tre proposte che gli faccio per condividere un giro a mostre, lui sceglie

The Witness di

Max Vadukul

Artista nato in Kenya da genitori indiani, collaboratore di diverse riviste, predilige il bianco e nero, qui espone immagini col al centro l’ambiente, i rifiuti urbani, gli effetti del cambiamento climatico.

Foto scattate in alcune metropoli indiane, particolarmente afflitte dall’inquinamento.

Tocca al Giazzi spiegarmi alcune particolarità delle opere dell’autore, mentre io resto affascinato dall’armonia in cui le forme rotonde di una sfera, sempre presente in ogni immagine, duettano, si scontrano e si differenziano dalle linee, dagli angoli aspri che dominano le immagini.

Immagini molte belle, alcune mi emozionano. I giochi di riflesso che ogni sfera presenta paiono un rimando alla nostra presenza: muta? Impotente? O forse c’è ancora una possibilità di invertire la rotta che ci porta a scapicollare verso il degrado della Madre Terra?

Usciamo soddisfatti dall’impatto estetico, molto meno dalle riflessioni che quel degrado ci impone alla mente.

Un gran buon caffè al bar Zaini, nome storico (dal 1913) per il cioccolato milanese, che, trasferitasi l’azienda fuori dalla città, qui ha lasciato un paio di bar – pasticceria a deliziarci il palato. Lunghe chiacchiere seduti su una panca in corso Como e due passi, sempre a chiacchiere, nel quartiere Isola, totalmente rinnovato nell’architettura e nell’urbanistica. Un bel pomeriggio, tra sole, amicizia e l’incontro con un forte e autorevole rappresentante della fotografia contemporanea.

Fondazione Sozzani, corso Como 10

17.09.2022 – 08.01.2023

 

Le proposte del Photofestival sono tante e variegate ma io opto per confrontarmi con

RI – SCATTI

Ovvero: Il carcere fotografato dai detenuti e dalla polizia penitenziaria

Un corso di fotografia rivolto ai detenuti ed agli agenti della polizia penitenziaria, quattro le carceri milanesi coinvolte, le opere poi dei detenuti stessi e delle guardie.

Ne esce una galleria di immagini decisamente particolari. Molte belle, come possono essere “belle” delle fotografie ben scattate, qualcuna che si distingue per taglio, visione, originalità. Alcune che mi emozionano dentro, dentro mi turbano. Che sono davvero una spinta inarrestabile a confrontarmi con l’Ombra che mi si agita dentro, con il terrore della fine di ogni libertà, con la rottura, la separazione, inevitabile da un mondo che, a noi “liberi”, è totalmente estraneo.

Mi par di notare una differenza tra le foto scattate dalle detenute e quelle ad opera dei maschi: le prime più intime, più riflessive; poi, tra i detenuti giovani e soprattutto stranieri, domina la fisicità, con scatti di corpi muscolosi, tatuati, intenti a sollevare pesi o pugni al sacco.

Nelle foto scattate dal personale penitenziario è quasi sempre presente un riferimento alla divisa, come se la vita condivisa tra le mura del carcere avesse bisogno di segnalare però una differenza palpabile, che dia certezze: loro e noi.

Mi colpisce un’immagine: le gambe di una poliziotta, solo le gambe: una gamba che indossa i ruvidi pantaloni della divisa e gli scarponcini, l’altra stretta in fuseaux neri e scarpe tacco dodici.

In una delle sale, un video scorre ininterrotto: sono interviste. Le parole di detenuti e detenute mostrano una umanità straziante e straziata, la rottura dolorosa con gli affetti lasciati fuori dalle mura, la speranza di un domani in cui sarà loro possibile prendere una strada lontana dal crimine; speranza che cozza con la fragilità di cui sono portatori e la diffidenza, quando non l’ostilità, che sanno di incontrare fuori.

Le vetrate delle sale si affacciano sui giardini, tra statue e bimbi; fuori, il sole e lo scalpiccio delle persone libere di andare e venire. Libere.

Una mostra da vedere assolutamente.

PAC via Palestro 14

09.10.2022 – 06.11.2022