mercoledì 10 agosto 2022

Incontri e scontri di corpi

In un precedente post (Il corpo che parla), ponevo la domanda su che senso avesse praticare Arti Marziali oggi, nel terzo millennio, in un contesto sociale e culturale del tutto diverso da quello in cui ebbero origine; mi spingevo, con le differenze già sotto gli occhi di tutti, a sottolineare che la concezione consumista, edonista e narcisista diffusa ovunque influenza e forma ogni tipo di pratica motoria:

Anche la pratica delle Arti Marziali?

Nei gruppi facebook dedicati alle AM a cui inviai il post e che fu accettato e dunque pubblicato (fa eccezione uno solo che spesso mi rifiuta senza dare spiegazioni), ho riscosso un discreto numero di approvazioni, “like” come si dice adesso in piena sottomissione alla moda anglofona, ma nessuna risposta. E nessuna risposta nemmeno qui, nel mio blog,

Nessuna risposta, davvero. Né offrendo a spiegazione una qualche citazione generica, né tantomeno e ben più importante, portando una propria esperienza di pratica, carnale: io faccio Arti Marziali rapportandomi in questo tal modo con un contesto che nulla conserva delle origini e dei valori delle stesse.

Per restare in superficie, mi ricordo di quel che mi disse alcuni decenni addietro un esperto di Arti Marziali, non ricordo se fosse il compianto Maestro Cesare Barioli o il Maestro Claudio Regoli: “Noi siamo abituati, non ci facciamo più caso, quando ci imbattiamo in gruppi di italiani col vestitino da Karate o da Kung Fu; credi che resteremmo altrettanto indifferenti se incontrassimo venti asiatici vestiti con gli abiti tradizionali del sud Tirolo?”

Fuor di ironia, cosa vivi di te nella pratica marziale, cosa cerchi e trovi in te corpo abitando un’Arte resa inutile nel suo scopo primario da una vita in cui nessuno ogni giorno cerca di ammazzarti; i cui contenuti di saggezza e calma interiore non sono certo raggiungibili ripetendo forme su forme, tecniche su tecniche? Il tutto, sotto la cappa di una concezione diffusa del corpo come oggetto, come strumento alienato dal sé, strumento da esibire.

Nella mia poca dimestichezza con i social, confido di non sbagliarmi se mi aspetto che, tra i post e video di chi mostra la sua bravura in una “forma” o in una difesa da aggressore, chi pubblica una importante frase tratta dai testi classici, ci sia anche chi scrive ed espone di sé e del suo senso nel dedicare tempo, energie e soldi a praticare delle Arti avulse da dove e come siamo noi ora. Uno scambio tra praticanti.

Ecco, allora scrivo di me, di come io intendo la pratica ora,

e magari qualcuno espone la sua di esperienza  

Personalmente pratico Arti Marziali recuperandone ed attualizzandone (appunto, siamo in Italia nel terzo millennio!!) l’aspetto di centralità del corpo: un corpo abitato, vissuto e non corpo oggetto, consumato, e di corpo inserito in relazioni di gruppo, di collettività.

Noi entriamo in contatto col mondo, con l’ambiente, attraverso il corpo: chi ora mi sta leggendo lo fa con gli occhi e dagli occhi trasmettendo impulsi al cervello; mentre mi legge, le sensazioni che prova, gli modificano il ritmo del respiro; mentre mi legge, ha una postura che cambia e agisce dei micromovimenti in tutto il corpo.

La nostra stessa mente è profondamente incarnata, come scrivevano già i taoisti e da alcuni anni ha scoperto il mondo delle neuroscienze.

Propongo un praticare di corpo che induca alla consapevolezza di come siamo ed abitiamo corpo e di come, attraverso il corpo, conoscere di noi stessi e di come ci relazioniamo con gli altri.

A fronte di una comunicazione sovente disincarnata, non solo per le restrizioni dettate dalla pandemia ma soprattutto, per l’imperare di una vita sempre più virtualizzata e tinta di consumo senza uso, sostenuta da valori egoriferiti e narcisisti, uso le Arti Marziali per ri – scoprire il sapere del corpo ed i giochi dei corpi; questo in un contesto di scontro, di lotta che, per metafora, forma a ben stare nei quotidiani “scontri” in famiglia, nel lavoro, negli affetti, ecc.

Così cerco di recuperare il cuore delle Arti Marziali per farne un percorso attuale e di senso compiuto anche oggi, in Italia, nel terzo millennio. Per realizzarlo, ogni esercizio, ogni gioco proprio delle Arti Marziali lo propongo ri -modellato e inserito in una didattica ed in una andragogia antagonista, anche alternativa, a quelle dominanti, ovvero maieutica e libertaria di contro a quella che chiede di imitare modelli dati, che ritiene l’allievo un asettico e passivo contenitore da riempire con un sapere dato, in cui il docente ordina e l’allievo obbedisce e imita.

Questo è il senso che io do al praticare arti di combattimento nate e cresciute secoli or sono, in società e culture ormai scomparse, praticate da uomini che conducevano vite del tutto diverse dalle nostre.

C’è qualcuno che si è posto il mio stesso interrogativo? Se sì, come lo ha affrontato?

 




 

 

 

sabato 6 agosto 2022

Il corpo che parla

Tanti, tantissimi, in palestra: fitness, pesi, snelli, muscolosi, mettersi in forma, tonificare, sono solo alcune delle parole che campeggiano nelle varie pubblicità.

Anche le Arti Marziali si sono adattate, si sono piegate a questi slogan 

e alla cultura del corpo che c’è dietro?

In una società dove, chi più chi meno, ha il sedere appiattito da ore ed ore in auto o seduto sui mezzi pubblici, le diottrie calanti dalle ore chini sul cellulare o sul computer, lo stipendio ogni fine mese, le vacanze sotto l’ombrellone, le serate in discoteca o davanti al televisore, le foto del cibo consumato al ristorante diffuse sui social; dove il massimo di aggressività è sfogata cercando di schiacciare una mosca o spintonando chi scavalca la fila all’ufficio postale, il massimo di avventura è il campeggio in tenda; dove la carne e la verdura è comperata al supermercato e si firma contro caccia e pesca; insomma, in questa società di massa, di vetrina e di consumismo, di leggi e tutele per ogni situazione, cosa sono per te e come le pratichi le Arti Marziali?

Le società antiche mettevano al centro il corpo sia come elemento di crescita personale che nel contesto delle relazioni collettive. Campeggiava una sorta di responsabilità etica di aver cura e di abitare il proprio corpo in relazione all’ambiente, anche nei modi e nei contenuti della sua trasformazione attraverso l’esercizio fisico. La palestra di Platone, per restare nella nostra area culturale, ne è un chiaro esempio (1).

Poiché è noto che sono i modelli sociali e culturali di ogni epoca ad influenzare il fare soggettivo, oggi, nel terzo millennio, come è cambiata la concezione del corpo e la pratica corporea? Come la post – modernità, trasformando il mondo, ha cambiato la concezione del corpo e la pratica corporea?

Possiamo affermare che oggi, nel terzo millennio, vige una separazione tra la cultura del corpo come principio biologico del fare umano e lo scomparire del fondarsi dentro la corporeità della prassi simbolica e di pensiero dell’individuo (2)?

Per dirla semplice: Negare il corpo abitato, vissuto, espressione lui stesso di segni e cultura (3) è quanto domina oggi nella concezione condivisa.

La dedizione al proprio corpo mi pare essere votata a contrastare e rallentare le immagini dell’invecchiamento, a modellarlo esclusivamente secondo canoni estetici, a migliorarne le prestazioni temporali utilizzando esercizi di pura meccanica (4) quando non attrezzature elettroniche (5) o biotecniche. Impossibile negare che questo terreno culturale fonda la soggettività odierna di massa.

Dunque, a fronte di discipline e tecniche ed esercizi corporei che sono espressioni di questo campo valoriale, che si manifestano secondo un senso consumista e narcisista, come stanno le Arti Marziali?

Se sono un puro “copia e incolla” di tecniche e valori nati e appartenuti a società e uomini di cui ora non resta alcuna traccia culturale e fisica, che senso ha praticarle?

Se sono un ammodernamento o una ri – creazione rimpolpata dalle moderne conoscenze fisiologiche, restano comunque nell’alveo di una cultura, quella di oggi, che non le riconosce: Le tecniche non sostenute da un impianto teorico, quanto valore, quanto spessore hanno? Come si riportano all’Arte Marziale in quanto lotta fisica, scontro fisicoemotivo per salvare la pelle eliminando un altro uomo (Bujutsu), per approdare a conoscenza e crescita dell’individuo, ossia al Budo?

 

1, “La palestra di Platone” di Simone Regazzoni

2. “Leib dal Körper: il primo è il corpo vivo, è la carne, esso si muove con l’essere umano ed è un corpo che sente e patisce; il secondo è il corpo cosale, che abita in un mondo fisico insieme a tutti gli altri corpi” (Costa, 2016). Per una spiegazione esaustiva: https://www.psicologiafenomenologica.it/articolo/leib-korper-ripensare-fondamenti-psicopatologia/

3. “corpo come essere vivente, stratificazione di memorie (filogenetiche e ontogenetiche), dispositivo emotonico, sinestesico, struttura bioenergetica, struttura omologica” “Il corpo matrice di segni” di Stefania Guerra Lisi.

4. La motricità, da un punto di vista puramente neurofisiologico (meccanico), è l'insieme d'integrità del meccanismo di funzionamento degli apparati e delle strutture centrali e periferiche dell'organismo umano. Di contro, esiste una motricità complessa e complessiva per cui: “Nella forma visibile del corpo si traduce sia il modo di essere che il modo di agire, poiché l’unità psicofisica collega le tre componenti: vita psichica, vita vegetativa inconscia e vita tonico – motoria, sia cosciente che riflessa. Il continuum che le collega è il movimento, poiché qualunque essere vivente, anche se apparentemente statico è in movimento: non solo la respirazione e la pulsazione cardiaca ma i moti d’animo, l’imago – azione, sia pure in stati alterati di coscienza fino al coma” “Il corpo matrice di segni” di Stefania Guerra Lisi.

5. I principali strumenti di monitoraggio che vengono utilizzati in Urban Fitness sono:

– BIOIMPEDENZIOMETRIA INBODY: una bilancia pratica ed essenziale che permette in soli 30 secondi di verificare la composizione corporea del soggetto. I parametri che vengono valutati principalmente sono: % massa magra, % massa grassa, idratazione, metabolismo basale e distribuzione delle masse (grassa e magra) per distretti corporei.

– SUPER OP: un bracciale a polso che grazie ai parametri di frequenza cardiaca, pressione arteriosa e un avanzato algoritmo permette di misurare la condizione temporanea organica del soggetto. Misura lo stato di super-compensazione e quindi il momento migliore per allenarsi ed esprimere il massimo potenziale durante un allenamento.

– D-WALL: si tratta di un muro digitale (Digital Wall). Una videocamera 3D riporta su un monitor in tempo reale i valori legati al baricentro, all’appoggio plantare e alla distribuzione del carico. Inoltre si possono verificare le calorie bruciate e la corretta esecuzione degli esercizi grazie all’analisi segmentale.

– BODYGEE: visualizza e monitora la trasformazione del tuo corpo in 3D.

(https://www.urbanfitness.it/metodo-ems-certificato/)

 

 



by G. Balla

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

martedì 2 agosto 2022

La forza delle immagini

Le Arti Marziali sono una pratica fortemente coinvolta nell’immaginare.

I testi classici ridondano di immagini atte a spiegare i principi del fare, atte ad accompagnare il praticante nel suo percorso marziale.

Nel terzo millennio, in una società che non ha più nulla del terreno sociale e culturale in cui le Arti Marziali nacquero, chi intende offrire una didattica fondata sulle immagini, chi intende usare l’immaginare come metodo di progressione e conoscenza, deve sapere cosa sia immaginare e come immaginare.

Il primo elemento da chiarire è che 

immaginare non è pensare.

Lo spiegava bene Gaston Bachelard (1) quando ricordava che, immaginando un ramo, ciò che rende peculiare e potente l’immagine non è forma o colore dello stesso, ma la forza vigorosa di torsione del ramo, il suo procedere nello spazio conquistando, centimetro dopo centimetro, terreno essenziale alla sua stessa sopravvivenza.

Se il ramo tu lo pensassi non saresti in grado di viverlo nella sua essenza, nella sua vitalità.

E qui interviene il docente, il Sensei, che sa (se lo sa!!) come aiutare l’allievo perché tale stato fantasticante e originariamente percettivo affondi nell’inconscio (Bachelard scriveva di “reverie”) e da lì si espanda per tutto l’essere vivente e il suo agire nello spazio.

Il secondo elemento, trattandosi di pratiche corporee, somatiche, è spogliare l’immaginazione del suo percorso dal soggetto ad un oggetto esterno (io e il ramo) costruendo invece un percorso immaginale dentro il corpo (io e il mio respirare, io e il mio braccio teso a colpire, ecc.)

Una volta capaci (ne siamo capaci?) di entrare in sintonia con i nostri gesti, di riconoscerli, siamo in grado di ascoltare le sensazioni che ne sorgono, però….

La questione che però si pone è se siamo noi ad ascoltarle, col dubbio di una… “sega mentale” (2), di una nostra costruzione illusoria, o sono loro, le sensazioni, che sono autentiche e si fanno sentire in quanto noi, finalmente, siamo liberi e capaci di ascoltarle.

Il primo caso suesposto è quando si propone un’immagine con l’intento di contattare la nostra parte corpo, materiale.  Il secondo è quando ciò che si si sente, si percepisce di e nel corpo a suscitare un’immagine. Il primo va dalla mente al corpo, il secondo, invece, dal corpo alla mente. (3)

Nel primo percorso, inevitabilmente, il te corpo ti dirà ciò che è più vicino alle tue aspirazioni, alle tue aspettative; Nel secondo percorso, sarà ciò che percepisci, ancorché confusamente, approssimativamente, a regalarti un’immagine di quel te corpo in quel momento.

Per praticare questo secondo percorso, occorre

-       - avere una facilità nell’immaginare scartando la prigione limitante del pensare

-      -  assumersi la responsabilità di sé corpo: Non “Ho le spalle contratte”, ma “Io sono spalle contratte”

-      -  accettare che il docente, il Sensei, mentre per esempio stai scaricando una mole di diretti al sacco, ti chieda “Quale parte di te corpo inizia il movimento?”, “Come senti diffondersi di e nel corpo questo primo movimento?”, “Cosa provi mentre stai colpendo il sacco?”.

Accettare questa didattica, riecheggiare i testi classici rivisitati in chiave moderna perché siamo italiani del terzo millennio, dà risultati eccellenti.

Sta a te scegliere, cominciando dal cercare il docente, il Sensei, in grado, per esperienza pratica e formazione anche teorica, di introdurti a questo emozionante viaggio aperto alla ricezione di tutto ciò che sei di corpo, di essere fisicoemotivo. Per crescere guerriero nelle Arti Marziali.

 

1. Filosofo della scienza.

2. Espressione usata in psicoterapia (la incontrai la prima volta negli scritti di Giulio Cesare Giacobbe, psicologo e psicoterapeuta) per connotare una eccessiva preoccupazione o complesso di pensieri che comporta ansia o paura, per estensione indica tutti i pensieri fasulli, disturbati e disturbanti, ridondanti, falsi, che l’individuo suscita e coltiva in sé anche senza averne reale motivo.

3. “Da un lato, le visualizzazioni, in cui la persona che facilita la sessione ti chiede di proiettare una serie di immagini sul tuo corpo o sul tuo contesto: ‘Visualizza una luce bianca che riempie il tuo utero’, per esempio. E dall’altro le tecniche percettive, in cui il facilitatore invita all’osservazione concreta di qualcosa che sta accadendo in quei momenti. Ad esempio: ‘Osserva il tuo respiro’”” (Tere Puig, laurea in Ingegneria, è scrittrice e insegnante di yoga). Andiamo alla posizione chuan chuang / ritsu zen: “Immagina che i gomiti siano appoggiati su delle nuvole” o invece “Senti qualcosa di pesante in te gomiti o spalle?” “Come puoi rendere leggero e piacevole lo stare di te gomiti?” “Dove trovi, in te corpo, l’appoggio più semplice perché i gomiti stiano leggeri e senza sforzo nello spazio?” ecc.

 



 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 25 luglio 2022

Sempre più muscolosi

E dai di preparazione fisica!! Fatti i muscoli, fatti il fiato: Sbaglio o è questo l’imperativo dominante nel fitness come nella pratica sportiva e pure spesso in chi pratica Arti Marziali?

Eh già, i muscoli, quelli sì che sono importanti, addirittura fondamentali. O no?!

Eppure è il sistema scheletrico ad essere la nostra basilare struttura di sostegno. Esso è fatto di ossa e articolazioni. Le prime reggono il peso in rapporto alla forza di gravità, operano come impianto di leve per i nostri movimenti, e ne regolano la forma. Il nostro ambito d’azione è subordinato allo spazio interno alle articolazioni e alla combinazione di movimenti compiuti intorno ai loro assi.

Il sistema scheletrico dona al nostro corpo 

una sua forma fondamentale.

Grazie ad essa operiamo sull’ambiente dislocandoci nello spazio, disegnandolo e ridefinendolo e producendo tante nuove e varie forme quanti sono i movimenti a nostra disposizione. E’ attraverso la consapevolezza corporea e incarnata dei processi cognitivi e mentali del sistema scheletrico (1) che viene alla luce la qualità strutturale della mente e come il pensiero stesso trovi base su sistemi di leva, punti di fulcro e spazi che permettono la capacità di formulare le idee e comprenderne meglio le relazioni. Proprietà quali la chiarezza, l’assenza di sforzo e il senso della forma sono esperienze fisicoemotive connesse al sistema scheletrico.

E ti pare poco? Eppure, quanti praticanti dedicano tempo ed energia a migliorare quest’aspetto? Quanti hanno il sé scheletro come fulcro del loro muoversi ed agire?

Temo che questi praticanti, come i loro maestri ed istruttori, nemmeno sappiano come fare!! Ovvero non sappiano esplorare quelle caratteristiche funzionali del sistema scheletrico che consentono movimenti eseguiti con il minimo sforzo; non sappiano capire le relazioni tra ossa e articolazioni e la loro integrazione nel corpo; non sappiano intervenire sui modelli di allineamento e di movimenti inefficaci per trasformarli in vettori di potenza e precisione. Altrimenti tra proposte di schede di allenamento ai pesi e video in cui si mostrano in trazioni alla sbarra o in piegamenti sulle braccia (piegamenti, non flessioni, si chiamano “piegamenti”, azz) due parole o due gesti li spenderebbero sul come lavorare di scheletro.

Davvero credono che a puntare tutto o quasi sui piegamenti sulle braccia, i crunch, le trazioni alla sbarra, si raggiunga il massimo possibile di efficacia ed efficienza? Non sanno che trascurare scheletro ed articolazioni, come pure sistema endocrino e tessuto miofasciale, mina la salute fisicoemotiva e anche la performance stessa?

Riuscite ad immaginare il motore di un Ducati 750 sul telaio di un Garelli 5o cc, i freni di una bicicletta Graziella, la marmitta di un Ciao, i copertoni di una fat bike, ecc. per non parlare del pilota…

 

 1. Un processo comunemente chiamato embodiment: http://www.spazioformamentis.it/embodiment/

 



 

giovedì 21 luglio 2022

Quanta finzione nelle Arti Marziali

Certo, alcune dimostrazioni ed esibizioni non sono così, ma tante, troppe lo sono perché io non scriva che:

Non ne posso più delle solite dimostrazioni ed esibizioni dove il mega maestro o l’istruttore palestrato malmenano un povero allievo succube e passivo che porta loro un attacco prestabilito, concordato.

Non ne posso più delle solite dimostrazioni ed esibizioni dove il mega maestro o l’istruttore palestrato, appena l’allievo accenna il movimento concordato addirittura già agiscono per neutralizzarlo.

Non ne posso più delle solite dimostrazioni ed esibizioni dove il mega maestro o l’istruttore palestrato mettono in leva, proiettano al suolo o lanciano a metri di distanza l’allievo consenziente ed inerte, che sia quello rigido come un ramo secco, quello molliccio come un cuscino sgonfio, quello dal braccio lasciato penzoloni al fianco invece di usarlo per piantare uno sganassone sul volto di chi lo sta manipolando come fosse pasta per la pizza.

A cosa servono?

Possibile che il mega maestro o l’istruttore palestrato non siano in grado, pur nella finzione di un attacco concordato, di parare e contrattaccare solo nel momento in cui l’attacco entra nella loro sfera “intima”, quella zona “rossa”, zona bollente, che sta sul confine della loro “guardia”?

Possibile che chi guarda ammirato non si renda conto della gracilità di quelle difese fasulle? Che basterebbe fintare un diretto e all’ultimo portare un gancio e il mega maestro o l’istruttore palestrato verrebbero centrati in pieno?

Ma questo mega maestro o l’istruttore palestrato, se vogliono davvero mostrare come difendersi, che so, da un diretto e pure concordato, non sono in grado di farlo solo e quando il pugno entra davvero nella loro zona “rossa”?

Ma questo mega maestro o l’istruttore palestrato, loro in primis, si sono mai formati a difendersi realmente, ossia solo e quando il pugno entra davvero nella loro zona “rossa”?

Eppure le Arti Marziali pullulano di esercizi, di giochi, atti a difendersi quando l’attacco è alle soglie della propria guardia così da non cadere nelle “finte” dell’avversario, altri ad anticiparlo appena questi mostri l’intenzione dell’attacco, altri ancora ad indurlo ad attaccare dove si vuole. (1)

Certo, formarsi a queste diverse strategie di difesa comporta sbagliare e sbagliare ancora, comporta prendere colpi su colpi: il mega maestro o l’istruttore palestrato sono stati a loro volta formati in questo modo? L’allievo che guarda estasiato e vuole diventare forte e invincibile come il mega maestro o l’istruttore palestrato è disponibile a sbagliare e sbagliare ancora, a prendere colpi su colpi per imparare?

Queste dimostrazioni ed esibizioni così costruite, hanno avuto il pregio di avvicinare alle Arti Marziali migliaia di praticanti, ma erano gli anni ’70. Possibile riproporle ora, così finte, nel terzo millennio? A cosa servono?

 

1. Qualunque sia la strategia adottata è prioritario il saper gestire "mentalmente e fisicamente" l'avversario controllando le emozioni e le azioni proprie ed altrui. Nelle Arti marziali afferenti all’area nipponica, una prima suddivisione delle strategie adottabili è la seguente: KAKE WAZA (SEN - SEN NO SEN): Attacco diretto prima che l'avversario metta in atto una strategia, ovvero " Intuire l'intenzione”. KAKE NO SEN (SEN NO SEN): Attacco nell'esatto momento in cui l'avversario dia segno di eseguire un attacco, "sentire il momento in cui la freccia è scoccata e l'arciere non può più modificare la traiettoria, ed agire prima che arrivi". TAI NO SEN: Attacco nel momento esatto della partenza dell'attacco dell'avversario utilizzando una tecnica di difesa "De-ai". AMASHI WAZA (GO NO SEN): Difendersi uscendo completamente dall'attacco avversario e quindi eseguire un contrattacco. UKE WAZA (GO NO SEN): Colpire difendendo (uchi-komi). RENZOKU WAZA (SHIKAKE WAZA): Attaccare utilizzando una combinazione di tecniche, per aumentare l’efficacia della nostra azione o per contrastare la reazione avversaria.  SASOI WAZA (SHIKAKE WAZA): Invitare all'attacco mostrando delle aperture nella propria guardia (suki) per stimolare l’azione avversaria e poi usare una strategia adeguata. KUZUSHI WAZA (SHIKAKE WAZA): Aprire o rompere  la guardia dell’avversario per disorientarlo e portare un attacco, un esempio classico è quello del kendoka che batte o “spazza” con la propria shinai quella del partner. (http://www.hombu-dojo.it/tai-no-sen,-go-no-sen,-sen-no-sen.html)





mercoledì 13 luglio 2022

Percorsi

Ognuno con i suoi, di percorsi. Quelli della partenza: da regioni diverse, da situazioni famigliari diverse, da infanzie diverse. Quelli del tragitto in cui hanno giocato un ruolo elementi diversi: la leva militare, il nomadismo totale, l’impegno politico estremista.

Poi arriva il tempo e l’occasione in cui ognuno non può passare ad aspettare; quel momento, quell’occasione che non lascia un minuto in più a tergiversare.

Anche qui, diverso per ognuno come diverso è il tocco per conoscersi ed entrare: una birra in un localino a porta Romana, poderosa motocicletta accanto e tanto da parlare: il riconcorrersi con la fatica di trovarsi sul palco di un circolo ARCI in via Bellezza; le parole di un amico che già ha annusato il percorso e l’impegno della caccia da attraversare.

Tra il mondo della terra, del quotidiano, e quello del cielo dove rimbalzano i sogni e le passioni c’era e, per certi versi c’è ancora, un posto dove ognuno può trovare il cuore e l’anima, e pure il buio e lo sporco del proprio personale mistero da affrontare come una cura.

Dove in te puoi credere e il tempo che hai passato ad aspettare è un momento che ti attraversa dentro, senza cancellare né il prima né il dopo.

Dove tutti gli anni che sono passati non hanno mai avuto timore di cambiare idea, anche di sbagliare, anche di cadere, ma sempre poi per rialzarsi che ogni sconfitta la vivi come un dono.

Quello che sarà per ognuno lo sarà nel futuro, e nessuno ci assicura che tutti i sogni che abbiamo un giorno diventeranno realtà e nemmeno che resteranno gli stessi.

In quel posto e poi in ogni posto che vai scegliendo passerai le notti ed i giorni, le storie dettate dal tuo inconscio e gli accadimenti voluti dal tuo Io. Ogni scontro, ogni battaglia da combattere, vedrà il sole sorgere ogni volta e te, volto contro vento, ad affidarti al tuo intuito, al tuo fiuto.

Su una riva lontana o sul portone accanto sembrerà che il tempo si sia fermato, e starà ad ognuno di noi decidere se chiudere le braccia al petto o lasciarle aperte a quel che sta accadendo.

Intanto, in questa afosa serata di Luglio, noi siamo qui. Tavola imbandita, casa che odora di protezione ed affetto, una ruvida riproduzione dalla mano di Gauguin a vegliare forte e serena.

Grazie Giovanni ed Elise, grazie per quel tempo e quell’occasione che anche stasera ci aspetta. Z.N.K.R. prima, ora Spirito Ribelle, il clan c’è; c’è per chiunque voglia condividere, sia che ancora pratichi di pugno e di coltello o che calpesti altri sentieri. Basta volerlo davvero, basta decidere.

 

Il luogo della poesia

Non sta il poema

nelle tenebre oscure del linguaggio

ma in quelle della vita.

Non sta nelle perfezioni del suo corpo

ma nelle emorragie della sua ferita.

Non sta là dove credevamo che ci fosse

né è immagine unica né fissa.

Sta là dove fugge quel che amiamo:

sta nella sua partenza.

E’ il nostro dire addio a noi stessi

ogni volta incrociando lo stesso angolo.

E’ pagina che muove solo il tempo

con il suo inchiostro uguale ma diverso.

Il poema non sta, no, nel linguaggio

ma nell’alfabeto della vita.

(Jaime Siles)