mercoledì 1 agosto 2018

Proposte per una sana e corretta formazione




Occuparsi della propria salute e occuparsi del saper combattere hanno diverse cose in comune, per esempio la materia dell’agire che è la vita umana e l’aspirazione etica.

Queste cose, questa “casa” comune, poi, vive di due ben diversi indirizzi di pensiero e pratica (1)

Il primo,
meccanico e meccanicistico (“una concezione del mondo fisico che spiega i fenomeni naturali attraverso il movimento locale di corpi dotati di caratteristiche meramente quantitative”. Encicl. Treccani)
si sostanzia di controllo:
controllare la salute come se il corpo fosse una macchina asettica, una somma di pezzi solo parzialmente legati tra di loro e osservabili solo esternamente, visivamente;
controllare il combattimento come se la sopravvivenza dipendesse da un corpo – macchina in grado di duplicare gesti (tecniche) prefissati.

Il secondo.
organico ed organicistico (“considera la struttura organizzata propria degli esseri viventi non interpretabile esclusivamente in base a principi fisico – chimici; si assume infatti che l’organismo rappresenti un’unità non concepibile come semplice somma delle singole parti che lo costruiscono”. Encicl. Treccani)
si sostanzia di consapevolezza:
consapevolezza, nella tutela della salute, è ascoltare e riconoscere ciò che proviamo, è saper integrare per saper comprendere l’insieme;
consapevolezza, nel combattimento, è un agire tutt’uno fisicoemotivo, in relazione alle diverse e mutevoli situazioni conflittuali e perciò in grado di mutare, di variare esso stesso integrandosi ed integrando tutti i livelli fisicoemotivi coinvolti.

Dunque, nella salute come nel combattere, in questo secondo indirizzo, che è il mio, che è quello che propongo nei corsi e nelle attività Spirito Ribelle ZNKR”, il fondamento è riconoscersi corpo sé fisicoemotivo, incarnarsi corpo.

Diventare consapevoli, fare esperienza incarnata,
è l’unico modo
per accedere al guaritore e al combattente che è dentro di ognuno di noi.

Questo porta al Wu Wei, il “non tirare troppo la corda”; all’accettazione ed esplorazione di flessibilità e vulnerabilità (2).

Io mi pongo in modo antagonista, di più, alternativo al “volere è potere”, che è il mantra del primo indirizzo.
Alternativo a tutti gli sforzi di controllo e dominio del corpo (come se questi fosse cosa a sé stante e non … noi stessi!!) che in realtà:
-       significano una perversa alienazione di sé; riportano ai secoli bui della separazione tra mente e corpo (“mens sana in corpore sano”); sono la servitù all’imperativo di massimo sfruttamento e becero apparire che oggi regna sovrano.
-       pretendono l’eliminazione dei blocchi, dei deficit emotivi e psichici ricreando, paradossalmente, proprio in virtù di questi sforzi per eliminarli, gli stessi processi di tensione e malessere.

Nella salute come nel combattimento, tale deleteria distorsione non sempre è esplicitata, a volte viene proposta in maniera subdola.
Come ben scrive Francesco Vignotto: “ <Ascolta il tuo corpo> e <Rispetta i tuoi limiti> sono delle frasi di circostanza che suonano spesso involontariamente sarcastiche, come il celebre meme sui giornali femminili: accettati come sei, però intanto perdi dieci chili”.

Dunque, nella tutela della salute come nel combattimento, l’imperativo dello sforzo assoluto nega ogni possibilità di ascolto e consapevolezza.

Allora “Fai il cazzo che ti pare!!”
Non esattamente.

Ascolto, consapevolezza ed integrazione significano, nell’esecuzione di un gesto, di un movimento nello spazio, ascoltarsi nell’attesa, nella preparazione, sì da capirsi corpo intero: respiro, rumori interni ed esterni, volume, pieni e vuoti.
Poi, senza fretta né ansia di prestazione, sperimenteremo il gesto, il movimento.

Sperimenteremo perché ascoltiamo tensioni e rilassamento, magari scoprendo che là dove credevi e volevi fare stai invece ostruendo, complicando, confondendo.
Sperimentare invece è delicatamente esplorare struttura, sistemi e funzionamento del corpo (sensi, pelle, scheletro, muscoli, tessuto connettivo) nel loro insieme e accompagnarli lungo la gestualità, il movimento.

Questo modo di operare, ben attenti al come agiamo,
influenza, fino spesso a modificarlo, il cosa facciamo.

Tutto questo è sapere profondo, perché ogni volta che prestiamo un’attenta, sincera, attenzione a noi stessi, a noi corpo, ne rivisitiamo intensamente la storia. Con soprese di ogni tipo.

Solo così, lasciandoci andare alle sensazioni, lo “io corpo” diviene un completo spazio espanso dove resistenze e facilitazioni, il conosciuto e l’estraneo, formano un’unica area di equilibrio: il nostro personale equilibrio.

Questo porta a:

- Faccio piacendomi quel che faccio; faccio perché mi piace quel che faccio al di là del raggiungimento       dell’obiettivo prefissato, del gesto giusto, piuttosto godendo del gesto ora migliore, migliore qui ed ora: “Non   c’è nulla che posso sentire, nel qui ed ora tanto caro alla retorica olistica, quando sono proiettato verso un   risultato. Non sono né qui né ora dove mi trovo, bensì e dopo dove ancora non sono” (F. Vignotto).

- Mi sorprendo nello scoprire che il gesto ipotizzato “giusto”, in realtà non esiste.
  Nel gesto oggi migliore, preludio al gesto migliore domani, scopro un fare, un agire spesso lontano da quello    prefissato, da quello imposto, da quello ritenuto giusto per raggiungere l’obiettivo ritenuto giusto.

Essere consapevole, individuo adulto e autodiretto, è il cuore del mio formarmi.
Formarmi a stare in salute e a saper “combattere”: due facce della stessa medaglia!!

1. “I latini utilizzavano due verbi per esprimere il concetto di ‘sapere’: gnosco  e sapio; il primo si riferiva a una comprensione intellettuale. Mente il secondo proveniva da una radice che significava ‘gustare’, ‘assaporare’” (J. Tolja).

2. Avete presente gli straripanti forzuti, i duri, quelli che si mettono in mostra tutto muscoli e tatuaggi e narrazioni di improbabili imprese da macho man in cui hanno spaccato questo e quello? Insomma i “Ganassa è la parola tutta milanese che definisce gli sbruffoni, quelli che la fanno grossa per mettersi in mostra” (M. Dalai).

Un grazie a Francesco Vignotto, i cui scritti sono sempre stimolo per ulteriori personali riflessioni.












lunedì 23 luglio 2018

Lo Yao, energia vera



Aprire lo Yao, distendere lo Yao, “sentire” lo Yao.
Il corpo che danza, movimenti avvolgenti, spiraliformi.

La assaggio di corpo la certezza che lo spazio lo sto misurando in fremiti e sussulti della pelle, respiri e lente evoluzioni a spostare l’aria, ad attraversale l’aria attorno a me.
Impossibile mentirsi:  non c'è distinzione, non c'è nemmeno l'illusione di imparare per raggiungere uno scopo.

Gli anni, i decenni, sono passati e mi hanno cambiato. Mi chiedo “Davvero sono così diverso?
Non so come guardarmi in faccia, senza l’ausilio di uno specchio, ma i miei gesti, la mia pelle, parlano e sto imparando ad ascoltarli un po' più spesso.

Allora, sto Yao, che cazzo è?

A sentire i sinologi, anatomicamente non corrisponde affatto  alla localizzazione tipicamente “occidentale”, al di sopra del bacino nelle creste iliache.
Costoro, esaminando l’ideogramma cinese Yao nel suo complesso, dunque anche i tratti a destra e sinistra,
rimarcano l’associazione reni e tratto lombare: nella concezione cinese i reni sono tra i primi cinque organi, posizionati ancora più in basso e distinti come yin yin.
La teoria dei cinque elementi collega i reni all’acqua, quindi per analogia al cuore della notte, che spiega la luna rappresentata nel pittogramma. I reni e la sua entità psichica lo zhi (la volontà) sono il fondamento della vitalità e della volontà dell'individuo. Questo mostra perché lo Yao, che contiene la funzione energetica dei reni, può essere considerato come il motore del movimento nella pratica di Chi Kung e Tai Chi Chuan.

“Il motore”?!
Ma lo sento che il corpo ha motore, è motore, proprio in quella zona?

Non si tratta di volare, di sentire i “draghi rosa”, espressione dispregiativa tipica sulla bocca del Maestro Aleks quando tratteggia, sarcastico, la caratteristica comune a più di un Tai Chi o presunto tale.
Sento, so, che è più arduo restare coi piedi a terra e non avvizzire, non istupidirsi, tra una ginnastica lenta “per anziani” e un rigido simil-Karatte fatto al rallentatore, tra deliri onanisti e dotte polverose citazioni di testi antichi.

Pratico, mi muovo e ascolto i pensieri liberi che rifiutano di essere rinchiusi.

Come spesso mi accade, mi chiedo che ci faccio qui e mi rispondo che non faccio alcun rumore, niente chiacchiere, solo sangue caldo nelle vene e respiro dentro altro respiro.
Ribelli del mondo, passati e presenti, vi ritrovo dentro di me?!?!

Leggo che il Maestro Claudy Jeanmougin (http://www.lebambou.org/article-3274875.html)  va oltre la definizione di cui sopra. Egli aggiunge ancora due parti all’insieme reni / lombari. Vede lo YAO come un'unità comprendente l'iliaco (o pelvi), la colonna vertebrale lombare, il sacro e le articolazioni anca-femorali (fianchi). Questa “unità funzionale,” come la chiama, è fondamentale nell’agire Tai Chi Chuan. E lo spiega dettagliatamente fino a spingersi a parlare di “sinergia di movimenti”.

Lentamente, dolcemente, cuore e corpo in libertà.
Mi sento, mi trovo dentro e mi appassiono ancora ed ancora.
Mi scordo delle parole, delle dissertazioni  teoriche sullo Yao.
Solo mi muovo e penetro l’aria, l’attraverso e ne sono avvolto.

Figure femminili tra le ombre e gli schizzi di luce, rimbalzano e si perdono, si confondono.. chissà se è reale questo aroma di caffè che mi sale nelle narici … e io a volte sfilo furtivo altre, ahimè, ancora inciampo e mi trascino goffo e pesante come un sasso portato dalla corrente di un fiume capriccioso.

Tanto, ancora tanto lavoro, tanta pratica, di cui godere al momento per quel che sa darmi, di cui farmi testimone per i progressi a venire, quelli che mi attendono gesto dopo gesto, fluire ed arrancare, scivolare e barcollare …

Spirito Ribelle mai domo, a mani aperte verso di me, verso il mondo, verso chi vorrà condividere questa lunga, ininterrotta avventura. Io ci sono.






giovedì 19 luglio 2018

Un gruppo di cuore



C’è la Tradizionale “cena sociale”, che raccoglie, attorno a un tavolo del “Pepe Nero”, l’intera famiglia
Spirito Ribelle ZNKR.

C’è Davide, appena arrivato dopo un anno passato in India e prossimo a tornarci, in un viaggio di mistero e formazione adulta.
C’è Andrea, ad attenderlo l’Australia e il progetto di là trasferirsi e là costruire il suo destino.
C’è un guerriero, o una guerriera? (dopo pochi giorni sapremo che sarà “guerriero”),  che si prepara ad affacciarsi alla vita quotidiana, intanto si crogiola nel ventre di Ellis.
Ci sono Paolo, sempre vicino all’acciaio della Scuola con consigli e suggerimenti, ed il figlio Amos, sguardo vivace e un sorriso per tutti.
Con loro, ci sono gli allievi praticanti, chi ai corsi in Dojo, chi solo per i Seminari, chi al corso all’aperto nei giardini Marcello Candia.

Appunto, l’intera famiglia, l’intero clan Spirito Ribelle ZNKR.
Ognuno racconta, ognuno chiacchiera. Ognuno porta del suo a questa che è la festa di fine stagione.
Carni, pizze, birra e dolci.
Tante cose da raccontarci, che è sincera amicizia anche fuori dal Dojo.
E il gradito, alcolico, regalo che scarto emozionandomi, perché ne sento il sentimento che tutti i presenti vogliono comunicarmi.

Ma c’è anche la serata, voluta fortemente da alcuni, in cui trovarci tra praticanti a discutere di come stiamo praticando, di dove stiamo andando in questo nostro particolare percorso, unico nel variegato panorama marziale italiano.
Così, giorni dopo, siamo ancora insieme, al “Birra e Polpette”, e qui pensieri e parole vertono tutti sulle Arti Marziali.

Le domande sono tante, come le aspettative.
Le risposte sono ancor di più, percezione fertile di un terreno di caccia enorme ed abbondante, in cui la consapevolezza comprende cosa stiamo facendo, come lo stiamo facendo e cosa sta succedendo nell’insieme.
Si fondono gli elementi base per forgiare un corpo marziale ed un agire marziale, a partire dall’aprire (articolazioni, tessuto connettivo, muscolatura profonda), rilasciare ma non rilassare, sprofondare accettando la gravità terrestre per poi emergerne senza sforzo, riempire …
Un fluire che ha del magico e lascia scorrere, in cui ogni movimento è parte integrante del successivo.

La proposta dei Neri, in cui ognuno di essi può essere liberamente svolto con una “trasmissione” diversa, con un una serie di spirali che avvolgono il corpo proiettandolo nello spazio lungo diversi tragitti e dunque diverse applicazioni della stessa forza,
Le posizioni statiche, Ritsu Zen, lavorate sempre con l’immaginazione dentro e lungo il corpo.
Le strategie di base, quattro fondamentali e quattro secondarie, del Tai Chi Chuan.
Il gioco di scambio ed amalgama tra Terra, Acqua ed Aria.
Il lavoro sugli animali che, dopo gli anni in cui era racchiuso solo nel Chi Kung della “Scuola Improvvisa” come strumento terapeutico, è divenuto, ampliandosi ed arricchendosi di altri elementi, anche un lavoro di contatto con il terreno quanto di contatto con l’animalità presente in ognuno di noi; è divenuto stimolante fase di apertura per ogni incontro, in cui fluire, rotolare, strisciare, balzare, gattonare.
Qualche accenno, poi, sulla pratica con l’acciaio del katana, la spada dei samurai.
Ora che l’incontro a due con ritmo, spazio e tempo è divenuto prassi comune e già ci siamo avventurati nei combattimenti uno contro due, ci attendono esplorazioni nell’estrazione con la mano sinistra, nella pratica Nitten Ryu, spada lunga (Katana) e spada corta (wakizashi), nei duelli armi povere come jo (bastone corto) e sai (i piccoli tridente) contro katana. Sono gli allievi a scegliere  Nitten Ryu, allora, da Settembre, impugneremo due spade !

Domande e suggerimenti si rincorrono, tra gustose polpette e birra a volontà.
La Scuola, ancorché piccola, da tempo mostra grandi e forti segnali di rinascita, eccellente polo di pratica.

La qualità del fare, nei suoi indissolubili aspetti di
efficacia ed efficienza gestuale, autentico saper combattere;
come ineludibile preludio a
terapia e individuazione, autentico percorso di crescita e trasformazione;
salute fisicoemotiva, autentico equilibrio psicofisico;
è certa e sempre alla ricerca del meglio, tra Tradizione e contemporaneità.

Libero ed indomabile 
Spirito Ribelle.


“Imponi la tua sorte, tieni stretta la tua felicità e procedi verso il rischio”
(René Char)







mercoledì 4 luglio 2018

Il grano e la zizzania



 


 

“Non sarai mai pronto prima:

lo diventerai dopo averlo fatto”

 

Ma questa è la quintessenza, la caratteristica essenziale, la sostanza intima e concentrata, di una sana pratica marziale!!

Ci stanno dentro l’agire né prima né dopo ma al momento, quando serve, ovvero il gestaltico “qui ed ora”; poi la supremazia della pratica da cui discende la teoria che a sua volta si farà pratica rinnovata e migliorata; ci sta il coraggio di osare, di buttarsi cuore oltre l’ostacolo.

Ci sta, insomma, il nostro autentico ed unico modo di intendere e praticare Arti Marziali in Dojo, così come l’invito a farne pratica di scelte e relazioni anche nella vita quotidiana.

Come avrei potuto non innamorarmi di un testo che contiene perle siffatte?

L’autore già lo conoscevo grazie ad altri interessanti libri.

Si tratta di Matteo Rampin, uomo poliedrico: ufficiale dell’esercito, psichiatra, psicoterapeuta, didatta, formatore, consulente di atleti, allenatori, artisti e manager, studioso di stratagemmi militari e di fraudologia, esperto di ipnosi medica.

Il filo conduttore del libro

“Il grano e la zizzania”

è la comunicazione e in particolare il modo in cui essa influenzi comportamenti e percezioni.

Come ormai è sapere consolidato, Il linguaggio è un'arma non solo in grado di descrive la realtà, ma anche di modificarla: forse le parole non sono realtà "concrete", certamente lo sono i loro effetti.

A volte, spiega Rampin, il modo di parlare si traduce in disfunzioni, malesseri, che possono sì originare da condizioni reali, ma che, per chi parla, sono la prova e giustificano il lasciarsi andare alla disfatta, la mancanza di qualsivoglia tentativo di cambiare.

L’uso della ristrutturazione, un modo di intervenire tipico della psicoterapia e delle relazioni d’aiuto, che consiste nell’indurre il cliente a leggere la stessa realtà con nuovi occhi, viene nel libro svolto in modo facilmente leggibile senza perdere nulla della sua efficacia, aprendo la porta del  cambiamento, accettando che difficoltà , crisi e conflitti, siano il cuore di ogni esistere.

Perché grano e zizzania, Yin e Yang, siano due facce della stessa medaglia.

Partendo dalle mie competenze, mi sono divertito a sfidarmi  anticipando, di ogni frase dell’ipotetico cliente che cristallizzava una lettura del suo problema, la ristrutturazione proposta da Rampin.

Ed è un sfida, un modo di leggere questo stimolante libro, che propongo a tutti quelli che, letta questa mia recensione, lo acquisteranno.

Tornano, certamente, i rimandi alle Arti Marziali, quelle autentiche come noi le proponiamo, non certo le pratiche scazzottatorie di tamarri o impiegati repressi, o  le “seghe mentali” dei vari intellettuali.

Così, a chi fallisce  e si dice «Sono stato sconfitto», l’autore spiega in poche righe, come si possa arrivare a comprendere che “La sconfitta non è cadere: è rimanere a terra”.

A chi fugge in presenza di situazioni critiche e conflittuali, ecco proporre che “Fuggire una cosa è sceglierne un’altra, spesso peggiore”.

A chi sia portato  a gesti e parole violente per imporsi, e guai a dirglielo che si andrebbe al muro contro muro, Rampin propone che chi aggredisce lo fa perché perde il controllo, ma “L’espressione massima della forza è l’autocontrollo”.

Nel leggere le ristrutturazioni proposte dall’autore, molte mi hanno colpito per la loro semplice efficacia, rimandandomi a persone e situazioni più volte incontrate.

Rampin, scrive “Un modo infallibile per procurarsi sofferenza è guardare ‘quelli che  stanno meglio’, e poi, volendo essere perfezionisti, chiedersi: ‘Perché stanno meglio di me?”.  L’autore propone “Perché gli altri stanno meglio di te? Forse perché non guardano gli altri”. Infatti “Non è perché stiamo male che guardiamo gli altri, ma è perché guardiamo gli altri che stiamo male”.

Fino ad arrivare a contemplare una risposta alla domanda: “Perché vivo?”. Domanda che, in forma leggermente diversa, proponeva Enrico Galiano  alla presentazione pubblica del suo ultimo romanzo, presso la libreria  “La scatola lilla”.

Rampin spinge a riflettere che “Forse si vive per trovare risposta alla domanda ‘perché si vive?’”. Io, sul foglietto consegnatomi, avrei risposto “Se lo sapessi, sarei un morto vivente”. Ma ho lasciato il foglio in bianco: probabilmente, sarebbe stata una risposta troppo impegnativa per la leggerezza dell’incontro!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 25 giugno 2018

La tenerezza del lupo




In "I ragazzi che si amano" di J. Prevert
Sono giovani, sono dolcemente appiccicati l’uno all’altro. Lei lo avvolge in un abbraccio tenero, lo sguardo sognante; lui, appena più alto, incombe, un braccio sulle sue spalle, a lei aderente come un rampicante tenace.
Sono giovani e auguro loro di stare in quel bellissimo momento, di godersi quel fragile “qui ed ora” che non sarà, non può essere, eterno.
Nel lungo, lento scorrere della loro immobilità, dei loro sguardi persi e sognanti, vedo palpitare la risolutezza della quiete.

Ogni forma è lenta. Ogni forma è un deviamento, è una Via diversa dall’egoismo brutale ed effimero dell’efficienza muscolare e dell’accelerazione isterica che la vorrebbero inutile.

Non è rilassamento, è Sung: Non rilassarti, non collassare sulla tua struttura scheletrica, bensì rilasciati corpo, sentine peso e volume, spazio interno e spazio esterno, sensibilità cinestetica.

Roba da innamorati, certo, non da manovali del gesto ginnico, abbracci possessivi, privi di eros (e dunque di thanatos) o da boriosi intellettuali che si abbracciano nell’energia cosmica e nel frullato New Age.

In "Questo amore" di J.Prevert
Roba da innamorati, non certo da atleti iperattivi o aspiranti soldatini i quali, come sassi, rotolano servi di una meccanica che ignora il linguaggio delle emozioni, l’oceano delle pulsioni, la coscienza espansa della reverie:La rêverie è dunque uno stato estremamente fragile, evanescente, instabile; e tuttavia essa è l’origine del mondo e dell’uomo, ossia è la dimensione originaria dell’essere dell’uomo di fronte al mondo e dell’apparire del mondo all’uomo (G. Sertoli - Le immagini e la realtà. Saggio su Gaston Bachelard).

E non sanno indugiare, come indugiano gli innamorati nel loro lungo, tenero abbraccio.

L’auto mi allontana ed io mi volto per guardarli un’ultima volta, lì, dolcemente avvinghiati, teneri amanti, appassionati d’amarsi.

Eppure, ciascuno di noi è la tessera di un essere umano, sempre alla ricerca dell’altra sua metà, scriveva Platone. A questa aspirazione di interezza e allo sforzo di coglierla, diamo il nome di Amore, di Eros.

Credo che nulla in ciò, e mi perdonerà il sommo Platone, sia fisso, duri per sempre. Che nessuna “metà” sia quella “giusta”. E’ che incontriamo persone giuste in quel e per quel momento: da lì in avanti sta a noi tessere relazioni che funzionino (giuste) o che non funzionino (non giuste).
Ogni relazione, come ogni percorso di vita, va vissuto consapevoli che sarà necessario modularla, saper scegliere quando flettersi e quando resistere, quando afferrare e quando lasciare, un po' come nel lottare, nel combattere: “Non si trova il partner giusto, lo si costruisce” (M. Rampin).

Come lupi feroci. Come abili predatori.
Coraggiosi cacciatori di cibo, sempre rispettosi dell’ambiente, della Natura in cui vivono. Coraggiosi lottatori solo per quelle lotte che abbiano un senso profondo, senso di “vita o morte”.

Non so quanto dureranno i due giovani innamorati. Non è nemmeno importante.
Importante è la passione e la totale presenza che sapranno mettere in ogni loro singolo istante, in ogni loro passo dentro al rapporto, finché questo abbia un senso.

Passione profonda per ogni incontro, per ogni momento.
Teneri lupi innamorati del vivere.
In questa società di “plastica”, del consumo senza uso, autentici Spiriti Ribelli, anche solo per un lungo attimo d’abbraccio.






















martedì 19 giugno 2018

La società della stanchezza






Byung – Chul Han, coreano, da anni docente universitario in Germania, scrive, nel 2010, un breve ed intenso libro sulla

“Società della stanchezza”,

facendo della stanchezza e citando Peter Handke, multiforme intellettuale austriaco, “una religione immanente”.

Han scrive del “poter essere” che ha sostituito l’imperativo del “dovere di prestazione”.

Quest’ultimo, origine del dolore del limite in rapporto alla propria volontà, cede ora il passo al poter fare senza alcun limite.

L’individuo non risulta più dilaniato tra dovere e piacere, tra dovere e volere, ma è schiacciato dalla positivizzazione assoluta di tutte le sue attività.

Dall’epoca immunologica, un’epoca in cui operava uno risoluto iato tra interno ed esterno, tra amico e nemico, proprio ed estraneo, siamo entrati nell’epoca della differenza: questa è priva dello stimolo dell’estraneità a cui si deve la reazione immunitaria.

Han scrive: “Gli immigrati o i profughi sono avvertiti come un peso, più che come una minaccia”. E queste poche parole, con le premesse di cui sopra, gettano uno sguardo ben diverso sulla diatriba razzista / non razzista, inficiandone le fondamenta, e sull’intera questione dell’immigrazione massiccia ed incontrollata dai paesi africani.

Tant’è che Han allarga l’esempio alla scomparsa della violenza virale che lascia il posto alle malattie neuronali: “stati patologici da ricondurre a un eccesso di positività”.

Altra piccola perla è la citazione di Jean Baudrillard, filosofo e sociologo, feroce critico del consumismo e della merce come feticcio. “Chi vive dell’eguale, muore dell’eguale”. Letta nella sua brevità, mi rimanda alla parole di Freud e al pensiero taoista come critica di chi, non riconoscendo il diverso da sé, affoga nell’omosessualità.

Citando Michel Foucalt (anch’egli filosofo e sociologo) e la sua società “fatta di ospedali, manicomi, prigioni, caserme e fabbriche”, Han scrive di una società che ora è composta di “fitness center, grattacieli di uffici, banche, aeroporti, centri commerciali e laboratori di genetica. La società del XXI secolo non è più la società disciplinare ma è una società della prestazione”.

In essa, abbondano stimoli e comunicazione, al punto tale da sovraccaricare l’individuo rendendolo di fatto dipendente dagli impulsi che lo aggrediscono. Tanto che il doping stesso ne diventa parte essenziale.

Han, forte di una personale elaborazione teorica che non trascura il pensiero di Nietzsche: “Per mancanza di calma, la nostra civiltà sbocca in una nuova barbarie.”, alla “stanchezza atomizzata, solipsistica, impotente, la quale produce un isolamento e una separazione dei soggetti” (O. Montecchiani in una recensione del libro di Han) contrappone una stanchezza che assuefà l’individuo a un tranquillo non fare, una stanchezza della “potenza negativa”, una stanchezza che sia accessibilità, che promuova la lentezza come valore, che sostituisca la mano che gioca alla mano che stringe ossessivamente, che ossessivamente produce.



Qui, mi appare in tutta la sua ricchezza e fascinazione la nostra pratica marziale che, dal Wu Wei (non eccedere, non tirare troppo la corda) del Tai Chi Chuan, passa attraverso la forza nascosta della muscolatura profonda, l’equilibrio tra femminile (Yin) e maschile (Yang), l’affondo della forza di gravità per accogliere il magnetismo terrestre (come spesso ci ripete ai seminari il Maestro Trickovic), l’elezione della vulnerabilità e flessibilità ad autentica fonte di comprensione e trasformazione del mondo e delle relazioni, portatrice di quel “cordiale disarmo dell’io” che Han cita nella premessa al suo interessante libro.

Ancora una volta, noi,

Spirito Ribelle.