mercoledì 21 febbraio 2024

Com’è e cos’è praticare Spirito Ribelle?

Sono narrazioni di corpo e gestualità che, nei giochi e negli incontri, negli scontri e nelle evasioni, nel fluire e nello spezzarsi dei gesti, raccontano di cos’è e com’è praticare Spirito Ribelle.

Pratica Ribelle è contro una corporeità, un movimento, dominato dall’alienazione di un corpo Korper (oggetto, estraneo) a scapito di un corpo Leib (abitato, esperito); è contro corporeità e movimento subordinati alla legge del profitto e della mercificazione, della ripetizione pedissequa, di una meccanica povera e superficiale, di donne e uomini addestrati come animali da circo. Pratica Ribelle è, invece, coraggiosa voglia di scoprirsi e scoprire; di superare gli angusti confini del già saputo per entrare nel mondo del corpo personale e ancora inesplorato. E’ corporeità vitale ed erotica

Pratica Ribelle, attraverso corporeità e movimento semplici, fluidi, mai banali, è immergersi nel piacere dell’abitare lo spazio, dello stupore nell’incontrare l’altro da sé. Il che porta a stare bene, stare meglio, molto meglio, nel quotidiano vivere in famiglia, al lavoro, negli affetti, negli incontri e scontri che ogni giorno affrontiamo.

Pratica Ribelle 

è 

abitare Poteri Potenti.

 

 


 

 

 

 

giovedì 15 febbraio 2024

Di doman (del presente?) non c’è certezza

Lorenzo de' Medici, conosciuto come “il Magnifico”, così scriveva nel quindicesimo secolo, invitando a godere giorno per giorno delle gioie della vita, esaltando la giovinezza, con i suoi amori, le sue gioie, i suoi momenti spensierati.

Quanto di questo invito al godimento è rimasto oggi? Il consumismo compulsivo, il narcisismo diffuso che scorrazza indisturbato nei “social”, la vetrinizzazione di corpi oggetti, la smania di stupire, l’esaltazione di ogni eccesso, il “limite” visto come una pecca di cui liberarsi, sono la testimonianza dell’attualità del moto del “Magnifico”? O, invece, nella loro spasmodica tensione, nella loro delirante ossessione, sono lì a testimoniare una paura profonda, un radicato senso di smarrimento esistenziale e il disperato tentativo di sfuggirli?

Da alcuni anni, secondo alcuni dopo la destabilizzante esperienza del covid e le restrizioni imposte dal potere politico a cui si sta aggiungendo la percezione di una guerra globale strisciante che si manifesta attraverso diverse guerre locali; una crisi economica che funge da divaricatore smisurato tra i pochi che hanno molto ed i molti che hanno poco, molti le cui fila si ingrossano con l’ingresso di quelli che una volta erano i ceti medi ed oggi precipitano ai confini della povertà; le sensazioni soggettive hanno preso una piega estremamente critica e pessimista verso l’ambiente, la società ed il futuro prossimo. Come a dire: “Comunque vada là fuori, noi stiamo male e non ci fidiamo affatto”.

Paolo Iacci, figura di spicco nel mondo del lavoro e della direzione del personale, scrive: “Viviamo in una sensazione di malessere ampio e generalizzato che investe non solo il mondo del lavoro, ma anche l’intera società civile e il nostro universo relazionale”. (HR n°3. a. 2024)

Insomma, che i dati oggettivi siano ancora lontani dalla catastrofe o ne siano invece sempre più prossimi, l’attenzione e la percezione della realtà si è spostata dall’oggetto analizzato al soggetto analizzante, soggetto con un carico emozionale tale mettere in figura quel che uno prova, sente, e cacciare sullo sfondo quel che (forse) è.

Chi si occupa di studiare i fenomeni sociali suddetti, ha individuato alcune caratteristiche di questo atteggiamento.

- La fragilità: l’individuo si scopre sempre più precario in un ambiente, sia generale che privato ovvero quello a lui vicino, vieppiù vacillante e transitorio. Ogni certezza appare sempre velata dal dubbio di una sua caduta, di una possibile aggressione esterna tale da farla crollare.

Qui la pratica marziale, la nostra pratica Spirito Ribelle, è formazione a non affidarsi mai ad alcuna certezza, a stare nel “qui ed ora” come continuo mutamento; a trasformare la fragilità in flessibilità, in apertura che sappia filtrare quanto ci arriva addosso secondo le nostre personali ed autonome decisioni. Quella delicata e forte insieme linea che, nel segno del Tao, è tanto confine quanto preziosa sutura tra una metà e l’altra.

- Fragilità e precarietà partoriscono l’ansia. Se la paura è un nostro prezioso alleato nel farci muovere sensatamente davanti ad un pericolo, l’ansia si prefigura come una paura totalizzante e paralizzante non solo davanti ad un pericolo individuato ma anche, e qui sta la gravità, quando il pericolo, la minaccia, non è affatto incombente ma abita solo nella nostra mente.

Qui la pratica marziale, la nostra pratica Spirito Ribelle, è sfida nel cogliere le opportunità là dove altri vedono solo il pericolo, la minaccia; è, nel segno del Tao, fare leva sul pur minuscolo punto nero che campeggia nel campo bianco e viceversa.

- La “non linearità (ibid). Ovvero la percezione di forze e spinte che si contrappongono originando contraddizioni apparentemente insanabili, problematicità apparentemente ingestibili.

Qui la pratica marziale, la nostra pratica Spirito Ribelle, punta a percorre quella linea sottile che si traccia nel bel mezzo del Tao seguendo un percorso sempre curvilineo, sempre dolce e pure inarrestabile, scartando la direzione retta per assumere quella avvolgente, quella periferica. Vulnerabilità che si fa forza.

- L’imperscrutabilità, laddove non solo ci sentiamo privati del controllo, ma manchiamo di comprensione. La complessità che il mondo ha assunto ci trova impreparati, privi degli strumenti necessari per leggere quanto ci accade. La massa caotica di informazioni in cui giacciamo non solo è superficiale, ma pure approssimativa quando non mendace.

Qui la pratica marziale, la nostra pratica Spirito Ribelle, legge la semplicità e profonda intelligenza del Tao nel suo essere figura perfetta, che il cerchio non ha inizio né fine, che la sfera non perde mai il suo equilibrio.

Noi Spirito Ribelle traduciamo tutto ciò in pratiche corporee profondamente trasformatrici, capaci, attraverso un particolare e sapiente modo di muoversi, di affidarsi a stupore e curiosità alla scoperta di connessioni, relazioni e incontri all’interno del nostro sé - corpo che è sempre e indissolubilmente corpo e mondo; di far crescere vitalità ed erotismo quali caratteristiche di ogni praticante.

Che siano Suishou, Yuri, Peng Lu Ji Han, Hakkei, Iron Shirt, Randori d’Entraide, Chi Sao, Fushime Taiso, Kumite, che ci si affidi alle mani nude o ai bastoni nelle loro diverse lunghezze o ai coltelli, che siano agiti a solo, in coppia o in gruppo, sono giochi, incontri e scontri di corpo, capaci di introdurci ai segreti dei Poteri Potenti, alla meraviglia quotidiana del vivere.

Senza la paura che del domani non vi sia certezza e 

affrontando consapevolmente quel che ci accade oggi.





 

 

 

 

 

giovedì 1 febbraio 2024

Narrare a ritmo di cuore

Come ogni narrazione che si rispetti, la nostra narrazione Spirito Ribelle parte dal corpo e si dipana attraverso il movimento.

Come ho scritto più volte,

l’embodiment, la conoscenza incarnata,

si fonda su schema corporeo e immagine corporea.

L

o schema corporeo è un sistema di processi sensomotori che struttura postura e movimento. È flusso che si sostanzia grazia alla relazione continua tra un corpo vivo ed il suo mondo. Flusso di cui è difficile prendere coscienza, se non attraverso intense pratiche introspettive o nei momenti di crisi fisicoemotiva tipici della formazione marziale. In questo, Kenshindo, la nostra pratica del Katana, è palcoscenico profondamente perturbante.

Lo schema corporeo è mediato dalle percezioni provenienti dal proprio corpo (la cosiddetta propriocezione) e dal processo di rappresentazione, momento per momento, delle sensazioni somatiche provenienti dal corpo stesso (l’interocezione).

Questo modo di percepire si rapporta con le sensazioni viscerali, con la postura, con il movimento, con il respiro, tutti aspetti inevitabilmente condizionati da come entriamo in contatto con l’ambiente, con l’altro da noi.

Per questo aborro quel modo di praticare di corpo, di Arti Marziali, di combattimento, tutto centrato sull’imparare tecniche o sullo sfogarsi a picchiare un sacco quanto un “avversario”. Tanto quanto conservo un autentico distacco verso quel modo di praticare che insaporisce di spunti psicologici queste pratiche che, comunque, restano superficiali. Anche queste seconde, ben lontane da quegli “stati di coscienza espansa” che sono il cuore del fare marziale. (1)

Limmagine corporea è invece un sistema di percezioni, emozioni, credenze che nutriamo verso il nostro corpo. Tutto ciò è mediato dall’immagine corporea che abbiamo di noi stessi. Come scriveva Moshe Feldenkrais, non potrò mai agire efficacemente se la mia idea di me corpo è dissonante dalla realtà. Il che succede generalmente.

Praticare di corpo Leib

, di “conoscenza incarnata”, è abbandonare ogni pretesa di insegnamento, di indottrinamento, di “Maestro” che sa e deposita il suo sapere su allievi passivi. E’, invece, incuriosire, stimolare nel praticante l’esperienza del fare. E’ abitare il mistero di significanti liberi di errare, nel duplice senso di muoversi liberamente quanto di essere liberi di fallire, senza essere prigionieri di uno e un solo significato. E’ apertura sullo scrigno che si chiama “Segreto”, qualità perturbante, persino iniziatica, di un sapere che non può essere né indottrinato né piattamente uguale per tutti; né, tantomeno, mostrato come modello da copiare perché esso è in realtà portatore di un senso interpretato soggettivamente: Il modello da imitare, da copiare, è il contrario della comunicazione che è invece terreno fertile di condivisione.

Noi Spirito Ribelle, lo sappiamo bene. E lo pratichiamo bene.

 

 1. Lo schema corporeo è una nozione che prova a rendere pensabile quello che in fenomenologia è definito Leib, il corpo soggetto, corpo abitato, di contro a Korper, il corpo oggetto. “Si tratta di una forma dialogo (…) diretta ed immediata con il mio corpo, che si esprime senza mediazioni linguistiche ma con le parole della carne. Infine, possiamo dire che lo schema corporeo è un sistema autorganizzato di abitudini che l’organismo ha scoperto essere funzionali al perseguimento dei propri scopi vitali (…). Questi schemi di interazione, (…), si strutturano nel corpo diventando, per esempio, un certo modo di respirare, caratterizzato da una certa ampiezza e da una certa profondità, un certo modo di star seduti o di intonare la propria voce”. (G. Salerno, psicologo e psicoterapeuta. “Un approccio fenomenologico alla psicologia dello sport”) Queste “forme caratteristiche della carne” (ibid) emergono e strutturano l’esistenza di ognuno sottomettendone altre, costruendo l’identità personale di ciascuno di noi, la nostra “coerenza”.

 




mercoledì 24 gennaio 2024

Botero

 Finalmente di nuovo con mio figlio Lupo a mostre: Entrambi appassionati di Botero, ci rechiamo al

Museo della Permanente

dove è esposta

Via Crucis. La Passione di Cristo

ciclo di opere realizzate da Fernando Botero tra il 2010 e il 2011.

Di Botero ho letto critiche anche aspre, come quella di Francesco Bonami in “Lo potevo fare anch’io”, ma io, quando vent’anni or sono ne scoprii le opere, rimasi subito ben impressionato.

Delle opere esposte mi ha colpito la presenza solenne, forte, di Cristo. Mai domo ancorché sottoposto a torture ed umiliazioni, la sua fisicità tiene testa ad ogni avversità. La sua presenza sovrasta ogni accadimento. Per contro, Il suo corpo, massiccio, quando tra le mani di altri, pare lieve, etereo, non leggo alcuno sforzo nel sostenerlo.

Solo nell’immagine abbandonato tra le braccia di Maria, lo si nota piccolo, in dolce subordine. Altrimenti è figura piena, dominante. Persino quando accasciato al suolo sotto il peso della croce, conserva una sua dignità, un suo sereno prostrarsi.

Appare evidente che per l’artista questa narrazione drammatica della Passione è un simbolo di dolore e ingiustizia che travalica ogni senso religioso, ogni appartenenza religiosa. E’ autentico spettacolo di forza e dolore dentro il mondo umano, terribilmente umano, del “male”.

Personalmente, come faccio ad ogni esplorazione dentro l’arte della pittura, ho provato ad entrare nel cuore di ogni dipinto variando il “modo” di guardarlo, ovvero una volta inspirando e l’altra espirando, da angolazioni diverse, ecc. ma, soprattutto, assimilando posture e gesti dei soggetti rappresentati.

Immediato è scoprire che tutte le parti del corpo sono in relazione, dunque modificare una parte porta a modificare l’intero: imitare una postura dà un certo senso, poi modificarla lievemente, ascoltando le sensazioni proprie del momento, dove mi porta? Che relazione stringe con l’immagine davanti a me?

Poiché noi stiamo e ci muoviamo sempre in rapporto alla terra, alla gravità, cosa colgo del dipinto nel momento in cui, imitandone la postura, vario il peso da “pesante” a “leggero”?

Cosa succede nel mio gustare l’immagine quando muto la connessione centro / periferia, ovvero quando privilegio uno schema corporeo che dal centro si propaghi alle estremità oppure privilegio l’inverso?

E se provassi a dare continuità all’immagine fissa? A darle movimento nello spazio?

Mi piace entrare nei dipinti usandomi di corpo. Così trascurando una lettura, che è comunque sempre “interpretazione”, razionale, magari indirizzata da recensioni e commenti altrui altrettanto razionali. Mi piace stabilire con le opere d’arte un rapporto carnale, somatico; inevitabilmente soggettivo ma così del tutto mio: Allora sì gusto l’opera. Come avviene (per chi ama e sa vivere!!) in ogni aspetto della vita quotidiana, in ogni aspetto vissuto attraverso una consapevole esperienza carnale, fisicoemotiva, di embodiment: che sia un buon piatto di pasta a tavola o una stretta di mano ad un nuovo incontro, un tramonto sopra Milano o una passeggiata al parco, l’ascolto di una musica o il soffiare del vento sul volto.

Splendido insegnamento delle Arti Marziali quando praticate come da noi Spirito Ribelle: Ovvero esplorazione e comunicazione di corpo. Ghiotta opportunità perché la pratica marziale sia chiave di lettura di noi nel mondo, di noi nell’ambiente, di noi… davanti, anzi dentro, un’opera d’arte.

Museo della Permanente

v. F. Turati 34. Milano

F. Botero “Via Crucis” Novembre – Febbraio 2024

 

 

 

 

domenica 21 gennaio 2024

Il fascino assassino del Katana

Chi mi legge sa che da decenni, prima ZNKR ora Spirito Ribelle, coltivo una concezione incarnata, fisicoemotiva, dell’essere umano. Di conseguenza, propongo una pratica del corpo tesa allo sviluppo dell’embodiment, dell’intelligenza incarnata all’interno di una situazione di confronto e scontro.

Purtroppo viviamo in una società vieppiù disincarnata, in cui le esperienze e le relazioni sono generalmente vissute attraverso lo schermo di uno smartphone da quello che il filosofo Byung Chul Han chiama “phono sapiens”, (in “Come abbiamo smesso di vivere le cose”), in cui “le energie libidiche abbandonano le cose e si lanciano sulle non – cose. La conseguenza di ciò si chiama infomania” (ibid). Ormai, gran parte di ciò che prima era corporeo, è virtuale. Quel che di corporeo rimane è vetrinizzazione, è consumo di corpo oggetto (Korper), prigione a cui non sfugge nemmeno la pratica fitness o quella sportiva.

Come coniughiamo questo nostro, di Spirito Ribelle, fondarsi invece sul

corpo Leib, corpo esperito, corpo abitato,

con la pratica di un oggetto, di un’arma bianca, arma pure del tutto inattuale nel terzo millennio?


Ne scrissi già in precedenti post. Qui mi preme, in sintonia con le righe sopra, a fronte dello strapotere del virtuale: degli e – book sui libri, delle “amicizie” in rete su quelle fisiche, della “realtà aumentata” su quella reale, del sesso attraverso uno schermo su quello carnale, rilevare che siamo divenuti insensibili al fascino ed alla magia degli oggetti. Oggi sono solo cose prive di dialogo con l’umano.

Invece, il lungo e faticoso processo metallurgico, in particolare nei Katana tradizionali, richiama il mistero dei processi alchemici, possiede una materialità intrigante. L’amalgamarsi contraddittorio di acciaio duro e acciaio morbido, l’importante presenza di materia impura per rendere l’arma affidabile, la pesante fatica manuale per forgiare e quella precisa e ripetitiva per affilare, i riti che circondano la creazione di ogni lama, non possono non risvegliare miti e archetipi che sono linfa del vivere consapevole.

Ecco, il Katana, oggi, nel terzo millennio, non “serve”, non è soggetto ad alcun uso, dunque non può essere consumato: Bestemmia grave di questi tempi!! Però, nelle nostre mani spadaccine, il Katana è momento di relazione con le nostre pulsioni, è persino creatore di mondi.

- Quanti allievi il Katana l’hanno impugnato frettolosamente e subito lasciato, incapaci di stabilire un rapporto con l’arma che trancia di netto, che uccide; costoro ormai abituati, servi, di cose, strumenti, immediatamente a disposizione, di pronto uso, e come tali strumenti impossibilitati a suscitare quell’ascolto profondo e profonda attenzione che richiede, impone, il Katana.

- Quanti allievi, impugnando il Katana, una volta entrati in contatto con le forze terrificanti che sprigiona, con il disvelamento dell’Ombra che macera e turba, che gorgoglia e rantola dentro ogni spadaccino, sono fuggiti senza parole o adducendo parole di menzogna. Onore, invece, a chi, spaventato dai demoni intravisti, ha sì abbandonato l’arma ma ammettendo di non essere pronto, di essere sopraffatto dal timore: Anche nella fuga c’è onore e coraggio quando ce se ne assume la responsabilità, quando si ammette la propria incapacità a stare nel conflitto.

- Qualcuno, invece, è rimasto. Ha impugnato la tsuka, l’impugnatura della lama, finemente intessuta di seta o cotone o intrecciata di cuoio, e ne ha fatto esperienza. Esperienza di tagli e falciate, a vuoto o su un bersaglio di stuoie o di bambù, o di lanci rapidi violentemente fermati a pochi centimetri dal corpo dell’avversario. Così disvelandone il mezzo, antiquato, sorpassato, inevitabilmente desueto, nella sua sorprendente e perturbante utilizzabilità. Solo così addirittura portando alla luce un aspetto esperienziale che precede l’utilizzabilità; che scoperchia un mondo, il mondo, dell’umano più antico e del suo rapporto con la morte.


Da diversi anni, colto in un momento di intensa tristezza eppure affacciato al mondo, ho con me un Katana tradizionale: uno Shinto, dei primi del 1600.

Come già scrissi, non ne sono proprietario, ma solo il temporaneo custode. Quest’arma antica, benché da me acquistata, non la ritengo una mia proprietà, piuttosto la sua presenza in bella mostra sul katana kake testimonia l’approvazione del suo esserci.

Solo così mi ritengo degno di accettare, col mio acquisto, di averla salvata da una definitiva scomparsa o dal divenire serva di qualche sciocco uso sportivo, gara a chi lo taglia più grosso, o vacua mostra per occhi vanitosi. Non cosa d’uso, non merce, ma esperienza di cuore.

Esperienza che è modalità critica necessaria per un'assimilazione personalizzata di ogni nostra pulsione e capacità di disporla al servizio di una personale presenza autodeterminata e coraggiosa nel nostro vivere, nelle nostre relazioni di ogni giorno.

Questo è essere praticanti Kenshindo, la “Via dello spirito della spada”, oggi, nel terzo millennio. Roba per donne e uomini coraggiosi.






domenica 14 gennaio 2024

La chimera

La poesia, si può spiegare la poesia? Di più, che senso ha spiegare la poesia, una poesia? A scuola, spiegano il significato di una poesia: Ci sarà un perché, ma è anche e certamente un grossolano e stolto modo di ucciderla (1).

La chimera

di Alice Rohrwacher

Autentica poesia, viaggio epifanico in un mondo passato le cui spore aleggiano ancora attorno a noi.

Ci pensano i critici, è il loro mestiere, a dissezionare il film. A spargere commenti, a volte stupiti ed ammirati, altre razionalmente analizzanti, ma tutti comunque positivi verso questa pellicola (2).

- Personalmente, io che mi incanto e mi commuovo guardando la luna; che amo tanto Dino Campana quanto  Rupi Kaur; che mi stupisco per ogni sorriso di bimbo che incontro; che sento l’ala necrofora della morte quando impugno il katana; che non cerco sempre spiegazioni per ogni avvenimento, per ogni frase; ho trovato “La chimera” un gran bel film, un lungo momento di trasposizione ed immersione dentro il cuore caldo di ogni umano che corra il rischio di vivere e non si accontenti di sopravvivere.

- Personalmente, con tutto il rispetto per le opere d’arte che illustrano, che spiegano, che portano “messaggi”, la cui importanza non disconosco, io sto dalla parte dell’arte che emoziona ed incanta; se poi mi arrivasse anche un “messaggio”, che “messaggio” sia, ma sempre filtrato dal mio registro emozionale, dai miti e dai riti che mi sono propri. (3)

Allora, chi apprezza il canto della poesia in tutte le sue manifestazioni artistiche, libero poi a gusto personale, che so, di apprezzare le parole di Franco Arminio e non Dario Bertini; di farsi incantare, nel pieno di un tramonto, dalla violenza del rosso o invece dalla delicatezza dei suoi contorni; di lasciarsi trasportare dalla danza quando ascolta le melodie arabeggianti o invece quando ascolta la sonorità sudamericana, vada a vedere “La chimera”. Il suo personale gusto gli dirà se goderne o no.

Invece, chi davanti ad un bel tramonto esclama: “Bello, sembra una cartolina”; chi dai libri di poesie si tiene ben lontano; chi spara raffiche di immagini digitali per fissare un volto, un paesaggio, un cibo (e magari convulsamente schiaffarlo sui social) nel mentre che la vita gli scappa di mano lasciandogli solo fredde informazioni; chi non ha mai letto né mai leggerà “La camera chiara” di Roland Barthes perdendo così l’occasione di entrare nel ventre gorgogliante di quest’arte misteriosa; chi, per strada, non accenna mai un passo di danza mentre uno stereo da un’auto o lo sferragliare di un treno gli suggerisce tracciati di spazio da disegnare col corpo, lasci perdere “La chimera”. Piuttosto, si faccia guidare per mano dai triti e ritriti dettami “woke” (dai, concedetemi una concessione al servilismo italiota verso la cultura anglofona!!) e progressisti della linda e benpensante Cortellesi di “C’è ancora domani”.

In fin dei conti, c’è posto per tutti: Affabulatori, illusionisti, maghi, streghe e stregoni, poeti e poetesse, come furono, nell’arte del cinema, Bunuel, Jodorowsky, Fellini e, in “La chimera”, Alice Rohrwacher, ma anche neo – realiste a caccia di facili consensi come è Paola Cortellesi di “C’è ancora domani”. Tutti i gusti, sono giusti.

 

1. “La poesia è corpo errante, non ha una meta, né guadagnato traguardo, non chiede la ragione e il senso dell’esistenza, non invoca una plausibile motivazione logica. É come la rosa che in quanto rosa non si chiede il perché della sua breve vita, o perché la sua bellezza duri così poco, né tanto meno perché sparge intorno il suo profumo. Una rosa semplicemente è. Ė espressione manifesta” (T. Ferrante, insegnante, in “LA POESIA, LENTE D’INGRADIMENTO SULLE EMOZIONI”

2. “Un Film al contempo arcaico e postmoderno, completamente libero come sa essere il cinema di Alice Rohrwacher”. “L’ineffabile bellezza del film di Alice Rohrwacher”. “Questo film, invece, deve ancora incontrare più occhi possibili. E poi evaporare”.

3. “L’aspetto problematico dell’arte odierna consiste nella sua tendenza a comunicare un’opinione precostituita, una convinzione morale o politica. Essa cerca cioè di comunicare informazioni. La concezione anticipa la realizzazione. Così facendo, l’arte si riduce a mera illustrazione.” (Byung Chul Han, filosofo, in “Come abbiamo smesso di vivere il reale”)



mercoledì 10 gennaio 2024

Di pratiche perturbanti

Siamo, io e lui, in un intenso corpo a corpo. E’ studio pratico di squilibri percepiti, di aperture sottintese, di inganni nelle pressioni che svaniscono nel baratro dell’assenza. Poi, improvviso, quasi trovato nel suo essere cercato, il corpo dell’uno o dell’altro perde aderenza col terreno, la perde e si trova col culo al suolo.

Di contro al tardo “illuminismo”, al goffo imperativo cartesiano di “mente e corpo”, noi Spirito Ribelle apparteniamo all’esigua schiera dei “corpo e mondo”, di chi sa e vive di corpo abitato, esperito.

Noi Spirito Ribelle sappiamo che antecedente ad ogni forma di ragionamento linguistico e razionale vive unintelligenza incarnata, che è organizzazione relazionale tra corpo e mondo, dunque corpo e ambiente, con il quale ci affacciamo al mondo e che nel corso del vivere si struttura crescendo con noi.

Semplificando, il primo movimento è, quando qualcosa mi attira, orientarmi nella sua direzione, mentre se qualcosa mi repelle, mi ci allontano. Il “noi corpo”, essere fisicoemotivo, nasce con un assetto di questo tipo e si sviluppa verso la costruzione di un modello corporeo che tende a conservare costante la mia identità, la mia “coerenza” verso gli stimoli dell’ambiente, dell’altro da me.

E’ quanto ora sto facendo, in questo gioco di pressioni e trazioni, di ricerca di apertura nella “coerenza” dell’altro nascondendogli la mia, persino giocando di illusioni sulla sua tenuta, sul suo radicamento, quanto sulle crepe che potrebbe offrire.

Il corpo è tutto, e di questo le mani assumono importanza. Nel corpo a corpo sta quell’elemento tattile costitutivo di ogni relazione: Senza contatto fisico non esistono legami. Il contatto è oceano di voci senza suono.

Ogni gioco di coppia, di corpo a corpo, qui allo Spirito Ribelle, elude l’altro come oggetto, come semplice avversario da battere e combattere, come oggetto neutro su cui riversare le tecniche apprese, dunque oggetto disponibile, da consumare. Noi Spirito Ribelle siamo invece convinti che senza l’altro come componente viva della relazione il nostro egoismo la faccia da padrone, diventiamo autoreferenti; pronti a lamentarci, ad incolparlo, se l’altro non “tira” come vogliamo, se l’altro non si lascia usare e consumare come vogliamo. Se l’altro si rifiuta di essere “oggetto”.

Di più, l’esperienza consapevole della presenza, comporta sempre una esposizione, una vulnerabilità, un’apertura che è necessariamente flessibilità (Ju, il concetto chiave che regge la pratica marziale Tradizionale); che è Chi Sao nella sua accezione di mani “appiccicose”, cioè in stretta relazione, quanto mani “vuote”, cioè inserite nel mutevole “Qui ed ora” senza programmazione, senza intenzione precostituita e dunque dogmatica, e infine di mani “energetiche”, cioè membrana elastica in grado di recepire l’energia che arriva dall’esterno, dall’altro, quanto di trasmettere quella che sorge dall’interno, da noi, in un tentativo di equilibrio soddisfacente che spetterà a noi volgere a nostro vantaggio.

Siamo così dentro una intelligenza incarnata che rappresenta ed esprime le nostre competenze motorie e relazionali necessarie a vivere ed operare nel proprio ambiente; quella nostra “coerenza” che, nello scambio corpo a corpo praticato come sopra descritto, ci consente di costruire ed affinare le qualità necessarie ad adattarci, quando non anticipare, le modificazioni che l’ambiente attorno a noi ci suggerisce o, addirittura, ci impone.

L’adattamento, che è apprendimento continuo, è quindi sempre mediato da quello che oggi si è soliti chiamare embodiment: “Oggi l’embodiment è anche una riflessione sulle sensazioni e le emozioni, è un approfondimento del canale cinestetico. (…) L’embodiment riguarda lo sviluppo del canale cenestesico, e cioè la capacità di sentirsi attraverso il movimento e le sensazioni interne del corpo. Riguarda lo sviluppo delle capacità propriocettive. In Italia usate l’espressione “sesto senso”? Per il 90 per cento, lo sviluppo dell’intuizione ha a che fare con l’accesso al canale cenestesico e quindi con la conoscenza attraverso l’esperienza del corpo.” (M. Eddy.1)

Pratichiamo la sensibilità 

per espandere la nostra creatività

(E. Parrello. Insegnante, educatrice del movimento somatico e del movimento in età evolutiva, practitioner diplomata presso The School for Body-Mind Centering)

 

1. Dott.ssa Martha Eddy, CMA, RSMT, direttrice fondatrice dell'EdD/direttrice della programmazione e della ricerca di Moving For Life, Dynamic Embodiment (una formazione sulla terapia del movimento che utilizza l'educazione somatica) e Centro per l'educazione cinestetica.