lunedì 17 luglio 2017

A volte ...


A volte, in Dojo,si presenta qualcuno chiarendo da subito “Sono fuori forma”, che da molto non fa più nulla, fino a spingersi sul terreno del “Non so come muovermi, non sono coordinato

Allora, mentre spargo frasi ed indicazioni sul “Muoviti spontaneamente” “Lasciati andare di corpo”, in realtà lo spingo verso un agire, per lui del tutto innaturale.
Attenzione, non date un’accezione negativa alla parola “innaturale”, perché nessun gesto, nessun movimento che io gli proponga, è, nella logica del principiante, qualcosa di naturale.
La loro efficacia, la loro capacità trasformativa, risiede proprio nel fatto che si tratta di gesti e movimenti estranei, paradossali per la logica in cui è imbrigliato il principiante: muovere braccia e gambe agendo dal centro del corpo, chiedere agli arti stessi di non sforzarsi di fare ma di fungere semplicemente da veicolatori fluidi ed elastici di ciò che al centro del corpo nasce e si espande, sono tutte azioni che sortiscono effetto proprio per il loro allontanarsi dall’usuale e proporre un agire tanto inusuale quanto, per certi versi, paradossale.

Poi ci aggiungo l’aiuto (aiuto?!) che può dare l’immaginare lo scheletro agire, muoversi; le immagini vivide a cui chiedo di aderire, di identificarsi, sorta di reverie secondo il pensiero di Bachelard; il costante riferimento al Wu Wei, non eccedere, non sforzarsi, di stampo taoista che, nella nostra cultura (un grazie al Maestro Trickovic per avermi fatto scorgere questo accostamento) è il classico “Non tirare troppo la corda”.
Per non parlare del costante invito
- ad ascoltarsi corpo, ascoltarsi agire fino a descriversi (senza giudicarsi!!) agire;
- ad ascoltarsi in ciò che si prova nel fare, nell’agire: quali sensazioni, quali emozioni.

Entrambe via per arrivare ad assumersi la responsabilità di sé corpo, sé fisicoemotivo: “Io sono spalle contratte” e non più “Ho le spalle contratte”, “Io sono schiena bloccata” e non più “La schiena si blocca”, come se un sortilegio malefico, un mostro, si fosse impadronito del nostro corpo. No, “Sono io corpo che mi contraggo spalle, mi blocco schiena”.
Insomma, un concentrato di opposizioni, di paradossi in cui introdurre sorpresa, sconcerto e imprevedibilità portano l'allentamento della presa della comprensione abituale, ordinaria.

Altrimenti, con spiegazioni e direttive precise, con modelli da imitare, ciò che il neofita capirebbe, anche di nuovo e di novità e come accade in ogni “sapere”, lo condurrebbe solamente a un'ulteriore comprensione, ovvero il qui - futuro prevedibile. Questa mia conduzione invece, mescolando sapientemente maieutica e paradosso, è la conduzione senza comprensione, o meglio, senza comprensione meccanica ed obbediente.

In caso contrario, nuovi condizionamenti andrebbero a sovrapporsi o a sostituirsi a quelli vecchi: il risultato sarebbe un corpo comunque privo di consapevolezze e ulteriormente condizionato, ed è questa la situazione che è possibile osservare nella stragrande totalità di praticanti attività motorie, comprese quelle marziali, di combattimento. (1)

Finché l’individuo agisce attraverso atti volontari e meccanici, finché il corpo rimane qualcosa di estraneo, da manipolare e modificare, finché non accettiamo che noi siamo sé fisicoemotivo, ovvero una presenza costante h24 da ascoltare visceralmente, che si esprime per emos-azioni, l’individuo non è né agisce né si relaziona, tanto meno consapevolmente, ma si muove nel solco dell’estraniazione, dell’alienazione, o, per dirla più semplicemente della “ginnastica dell’obbedienza”.

Spesso, l’individuo è convinto che ciò che fa automaticamente, di suo, sia sbagliato, mentre i gesti, i movimenti che gli sono mostrati e imposti siano buona cosa, confondendo così tra consapevolezza e controllo, cercando fuori di sé quel sapere motorio che in realtà già cova, nascosto e sepolto, dentro di lui, oltre le limitazioni che ora ha, frutto di schemi subiti negli anni precedenti, e che pretende di sostituire con altri modelli, altri schemi, altrettanto non suoi e limitanti. (2)

Ecco perché propongo un percorso di spiazzamento. So che ogni forma artistica, di più, ogni forma artistica che si proponga come percorso di individuazione, trasformazione e crescita, sia essa teatro, danza, psicoterapia o … Arti Marziali, richiedono nella loro esecuzione qualcosa di più d'una semplice progressione che vada dall'inizio al punto intermedio e poi alla fine.

Allora, senza addentrarmi in ragionamenti che richiederebbero più pagine scritte e, soprattutto, una prassi esperienziale da cui sortire, mi preme scrivere che il corpo non si controlla, se non per brevi momenti e tanto meno in situazioni di forte stress.  Il corpo, il Sé corpo fisicoemotivo, non puoi comandarlo, possederlo, puoi solo … viverlo.
Per farlo, occorre
- destabilizzare quanto si sa e si crede di sapere;
- evitare di sostituire questo con un nuovo “sapere” imposto;
- entrare nella fase dell’abbandono; dell’ascolto
poi, che sia la voce di un filosofo “Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi” (F. Nietzsche) o quella di un fisico “La logica ti porta da A a B. L’immaginazione ti porta ovunque” (A. Einstein) entrare appieno nel corpo inteso come “Dispositivo Sinestetico è il corpo in quanto generatore di Sinestesia.
La Sinestesia è la capacità innata, involontaria e inestinguibile in tutti gli esseri umani, di vivere simultaneamente diverse sensazioni alla stimolazione di una qualunque di esse. Ed è anche il dispositivo psicofisiologico in virtù del quale una qualunque rappresentazione sensoriale può rinviare a una data emozione attraverso altre rappresentazioni sensoriali”. (S. Guerra Lisi – G. Stefani)

Ovvero, come non mi stanco mai di ripetere, ognuno di noi è il corpo vivente, è la persona stessa. E’ perciò un corpo intrasoggettivo e intersoggetivo, perennemente in relazione.
Perché io che sono questo corpo, me corpo, subisco e trasformo il vincolo gravitazionale; mantengo la mia forma e la sottopongo a continui mutamenti; vivo e mi relaziono attraverso le membra e le articolazioni; incarno l’impersonale collettivo della corporeità della specie (il corpo umano) nella bipartizione dell’identità di genere (maschio, femmina); traduco le molteplici sedimentazioni della corporeità culturale (gesti, posture, abbigliamento, prossemica …); condenso la ricerca individuativa della soggettività (io, il mio corpo).

Cosa chiedere di più ad un’arte del corpo, ad un’Arte Marziale?



(1)Ancora ai tempi dei corsi nella palestra Umanitaria, dunque primi anni ’80, ad una mia amica, docente di Aerobica con cui condividevamo la palestra, capitò di grattarsi il naso mentre eseguiva e mostrava i movimenti alla classe di fanciulle, Queste, all’unisono, tutte a grattarsi il naso, perfette imitatrici del modello che le fronteggiava. Attenzione a riderne, perché è questo metodo di insegnamento che prevale nei corsi Fitness come nelle Arti Marziali, dove il docente, magari un atletico trentenne di 1,80 x 75 kg mostra e impone il suo stesso movimento / gesto ad un acerbo sedicenne o a un quarantenne cifotico ed in sovrappeso. Ovvero, qui non è il singolo casuale gesto, grattarsi il naso, ad essere imitato, ma l’intera pratica fitness, yoga, sportiva, marziale a richiedere, a pretendere, un’imitazione il più possibile uguale al modello !! Per non parlare delle diversità emotive e di “vissuto” tra un praticante e l’altro. Sì, ma provate a parlarne e vi guarderanno come uno strambo !!


(2)“Secondo Erickson, lo scopo del terapeuta è consentire al paziente di riavere accesso alle proprie risorse inconsce. Questo presuppone che nell’inconscio delle persone esista la capacità di far fronte ai problemi che esse hanno, e che il compito del terapeuta sia limitarsi a riportare alla luce queste risorse.
(…) Il problema secondo Erickson non risiede nell’inconscio (come sostiene la psicoanalisi), ma, al contrario, proprio nelle facoltà consce che la psicanalisi considera le più evolute e le più adatte a mantenere la salute mentale. Secondo Erickson, il funzionamento conscio interferisce con quello inconscio, impedendo a quest’ultimo di adeguare il comportamento della persona alle richieste del suo ambiente” (M. Rampin - G. Nardone)










lunedì 3 luglio 2017

Cena sociale 2017




Agriturismo “Il Bivacco.
Cascina Barbesina. Garlasco (PV)

 

Grazie

di

cuore

 

 
ad
Alessandro
Angelica
Barbara
Donatella
Elise
Gianluca
Giovanni
Giuseppe
Luigi
Michele
Monica
Nicola
Paola
Roberto
Simona
Valerio

 

… e Kali

 









giovedì 29 giugno 2017

37° Gasshuku – stage estivo



Giugno 2017
Country House UNA. Cupra Marittima (AP)

 

 

Un papavero… un papavero … ma cosa m’importa, profumi d’amore!!
Flora Fauna Cemento . 1971

Il cerchio del Tai Chi Chuan
Questo è il nostro tormentone estivo, mio e di Lupo, con cui ammorbiamo ( eh, eh) l’ambiente allo stage dello Z.N.K.R.
Non un ritornello di una canzone scritta e cantata in questi mesi d’estate. No, invece un vecchio pezzo degli anni ’70.

Due giorni di formazione marziale in cui scoprire e riscoprire che basta un attimo, un secondo, per stravolgere le solite storie scritte e, spesso, subìte. Per respirare nel corpo e nel cuore quell’aria forte e leggera che ci penetra dentro. Per lasciare la bocca inerte, in silenzio, e volteggiare sul prato verde tirando di pugni e sfidando il disequilibrio imposto da mani impertinenti.
Equilibrio!?

A volte pare che tutto si fermi in un condensarsi denso di azioni energiche che sono anche energetiche. E viceversa.
Uno di fronte all’altro, occhi dentro occhi, un po’ a riconoscersi nelle stesse paure, un po’ a differenziarsi nelle diverse aspettative.
Mani contro mani, io a rubare, a invadere il tuo spazio, tu a rubare, a invadere il mio spazio.

Equilibrio!?
E sono giochi di sensibilità, di propriocezione, di fiducia l’uno dell’altro, di cooperazione sincera. Ma sono anche illusioni, piccole torbide magie, oscuri disegni che ingoiano il passato per mostrare il futuro.
Sono un gusto nuovo o forse un gusto antico che abbiamo dimenticato e che ora torna, Spirito Ribelle, alla superficie.

La forma della Gru
Sono, siamo, uomini e donne che danzano l’orribile danza dell’uccisione, per imparare ad accettare le proprie ed altrui Ombre, a farsene carico. Per imparare a diventare adulti autentici. Anche se non tutti, solo i più forti nella loro vulnerabilità, i più capaci di appassionarsi e non cedere un grammo di questa loro passione alla tentazione dell’egoismo strafottente e meschino, della codardia che fa tenere gli occhi bassi dopo essere stati colti con le mani nel sacco e fa bofonchiare dei modesti e squallidi “Sì, sì, sì…”.

 

Un grazie ai gestori di UNA per la loro solita, ma sempre gradita, generosa accoglienza. Posto incantevole, cucina ricca e prelibata, personale sempre gentile ed affidabile: come stare tra amici di lunga data.

Un grazie a Valerio, allievo, Maestro ed amico, e a chi, con lui, ha collaborato al video che mi ha donato momenti di autentica commozione.

Giù botte!!
 




Mani che fluttuano

La danza del pugilato

Schivare, intercettare

Un nuovo, piccolo, guerriero: Michele Maria

Paesaggio mozzafiato

Sempre ottima la cucina!!

Irriducibili

mercoledì 21 giugno 2017

Una serata particolare



Grazie a tutti: quelli qui “immortalati”, quelli che, al momento della foto, erano già andati via, quelli che sarebbero arrivati dopo.

Grazie a tutti, ma proprio tutti voi, che avete scelto di esserci, rendendo emozionante e bella, bellissima, una serata che, altrimenti, sarebbe stata solo una serata di profonda tristezza.

Una piccola, ricca, tacca nel mio cuore nel momento in cui chiudo definitivamente una porta, un’avventura.

 

I shin den shin

Tiziano


lunedì 19 giugno 2017

Tizi coreografo?



Il teatro, quel magico luogo ove lo spettatore si lascia trasportare in luoghi ed avvenimenti altri da sé quanto, sovente, metafore di luoghi ed avvenimenti che sono, invece, parte integrante, seppur camuffata, seppur tenuta nascosta, si sé e del proprio vivere.
Se è vero che ogni individuo, chi più chi meno, vive ogni giorno sotto il desiderio di nascondere le caratteristiche e le motivazioni personali, assumendo una quantità di ruoli e di maschere esistenziali differenti a seconda che ci si trovi in famiglia, al lavoro, fra amici, ecc. l’attore, in scena, a teatro, ha l’occasione, in un gioco creativo di scambi ed illusioni, di atti di prestigio e disvelamenti crudeli, di spogliarsi e spogliarci delle maschere, inducendoci ad osservare quanto di nascosto e insolito e diverso vive nel nostro personale sottobosco.

In sintonia con alcuni dei più grandi creatori di teatro, io vedo il fare teatro come un luogo di disvelamento, in cui l’attore, esprimendo il potenziale inespresso accresce la capacità di fare esperienza. Ovvero coinvolgersi in toto, essere fisicoemotivo, intuitivo.
Con queste premesse, ho accettato di buon grado l’invito di Anna Zapparoli, regista dello spettacolo “Un sogno chiamato Europa”, a guidare gli attori della compagnia “Dual Band” lungo il percorso di combattimento che è una delle scene dello spettacolo stesso.

Forte delle mie esperienze di movimento e di pratica del combattimento, con un poco di sentore di coreografie, residuo degli anni in cui lo Z.N.K.R, primo in Italia, presentava in piazze e teatri e circoli e palazzetti, le Arti Marziali all’interno di un linguaggio più propriamente teatrale, mi sono accostato in “punta di piedi” a questa nuova occasione di fare esperienza, di misurarmi con un aspetto del fare movimento così diverso dal mio usuale.
Sostenuto dallo sguardo capace di Anna e dalla generosa collaborazione degli attori tutti, abbiamo lavorato in un paio di sessioni perché l’intreccio di corpi ed il loro riempire il palcoscenico, ben coniugasse il senso aspro del confliggere con le esigenze estetiche. Uno sforzo spontaneo di fronteggiare le necessità della situazione, un momento di più minuti in cui il gruppo in scena sapesse interagire, in un linguaggio conflittuale, allo scopo di raggiungere l’obiettivo di emozionare e coinvolgere il pubblico nella trama della vicenda.
Era importante che ogni attore come il gruppo stesso, agisse attento e aperto a qualunque mossa inusuale, imprevista che, inevitabilmente, scaturisce nel caos di una lotta ancorché insieme costruita nei gesti e nelle “tecniche”.

Beh, io ho dato il massimo e mi sono divertito. Il risultato, nelle prove, mi è parso di buona fattura, così come soddisfatti mi sono sembrati Anna e gli attori coinvolti.
Tant’è che già sono intercorse parole di collaborazione per l’Orlando Furioso, dove ci sarà da cimentarsi con spade ed armi varie.
Una prospettiva che molto mi alletta, una porta aperta sul fare coreografia del combattere e del duellare, un’altra occasione per crescere.

Chi lo volesse, sulla pagina fb della Dual Band, troverà un breve video di questa mia esperienza di … “coreografo” (!!).

Ma, certo, l’appuntamento clou è
Mercoledì 21 e Giovedì 22, presso “Il cielo sotto Milano”,
nella stazione del Passante Ferroviario di Porta Vittoria, in Viale Molise,
per lo spettacolo “Un sogno chiamato Europa”.
 
 


 

mercoledì 7 giugno 2017

Il cuore del ribelle


Penso alla parola “ribelle”, mi immagino chi abbia un profondo, istintivo, rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nel provare un grave disagio dentro la società dell’universalismo coercitivo, della massificazione, della reificazione generalizzata, del consumo senza uso.

Disagio che lo vede contrapporsi a quei “valori”, rifiutandone la conseguenza etica che si sostanzia di mercatizzazione, omologazione e fa della ricerca scientifica e della tecnologia lo strumento per ogni delirio di onnipotenza, ogni aspirazione oltre i limiti dell’umano.

Rispetto al critico, che si riconosce e fa parte della comunità e le rivolge pensieri ed azioni tesi ad un suo cambiamento, anche profondo, il ribelle, provando un senso di solitudine ed estraniazione rispetto al comune sentire e vivere, rifiuta di farsi in qualche modo normalizzare, inglobare, volendo rimanere fedele solo a se stesso e a quei valori di Tradizione che riconosce come fondanti l’uomo e l’umanità.
In questo, il ribelle è un solitario. Lo è, come scrisse Salvatore Veca, sia sotto l’aspetto metafisico, in quanto davanti all’enigma ed all’angoscia dell’esistere ha solo se stesso come compagno; sia sotto l’aspetto sociale, in quanto vive da sradicato, da “diverso”, dentro la società.

Il ribelle è ben identificato da Ernst Junger come colui che entra nel bosco. Come in una antica tradizione nordico-germanica, il ribelle sceglie di ritirarsi nella selva. Passare al bosco significa abbandonare il mondo omofono e materialistico dominato dal mercato e da un uso della tecnologia come elisir di lunga vita, per ritrovare la libertà dell’Io e opporre / proporre una resistenza spirituale, di valori alternativi a quanto ora imperante

Il ribelle è un modo di essere antagonista, di più, alternativo, all’automatismo e all’omologazione coercitiva del sistema dominante.

“Passare al Bosco” significa entrare in una condizione assoluta che renda l’individuo cosciente della sua libertà, del suo potere personale come dei sui limiti, in modo tale da aprire un confronto prima dentro di sé e poi fuori, con gli inganni perpetrati da questa società: dal fallimento nell’economia, il settore da cui traeva la sua legittimazione, al disagio esistenziale su cui si estende la longa manu di una medicalizzazione esasperata che non risparmia nessuno, a cominciare dai bambini stessi, al disastro ambientale che sta riducendo il nostro habitat ad un’enorme pattumiera, affermando invece la possibilità  del singolo di conoscere realmente di sé e di condurre da sé il proprio destino.

Il ribelle che lotta per la libertà, per la ricerca eretica ed audace, costruisce tale lotta attraverso piccoli passi, piccoli strappi.
- Un incessante lavoro introspettivo che coinvolga il sé fisicoemotivo, dunque modi anche di stare in piedi e muoversi del tutto sconosciuti, quando non osteggiati, al pensiero e pratica dominante, cercando in aree culturali e di pratica anche diverse tra di loro purché funzionali al prendere corpo delle emos – azioni, ovvero degli impulsi d’animo originanti qualsiasi movimento, compreso quello di contrattura frenante o difensiva.
- Un incessante nutrimento di idee e riflessioni che non si limiti alla “voce del padrone” ma, consapevole delle parole di Ludwig Feuerbach come di Tiziano Terzani “l’uomo è ciò che mangia”, si nutra abbondantemente di voci fuori dal coro.
- La frequentazione di persone come lui ribelli o, quanto meno, critiche verso il sistema, fuori da ogni “politically correct”.

Ma la libertà a cui aspira il ribelle non è solo una libertà che si può formulare, non è una libertà nuova da realizzare. Questa libertà è solo l’inizio per conoscere e congiungersi ad una libertà sovratemporale, soprasensibile: è esistere, è, con le parole di Gourdjieff “Vivere e non sopravvivere”.

Il passaggio al bosco, è da intendersi come   la riscoperta di se stessi in uno spazio / dimensione sacro che è quello primordiale. Esso spaventa l’uomo medio, “homo Homer” (Simpson!!) per la sua natura elementare, per le pulsioni a cui attinge, perché l’”homo Homer”  scappa dagli istinti primordiali  e pensieri reconditi,  per nascondersi dietro maschere, ruoli, facciate di comodo.

Il ribelle, per non restare schiacciato, soffocato, dalla molliccia pasta adesiva che tutto ricopre ed uniforma, sa giocare, equilibrista incerto ma mai domo, tra ciò che può mostrare a tutti e ciò che mostra solo a se stesso ed ai pochi ribelli che incontra, sa nascondere i propri odori e le proprie tracce. Sa stare anche ai limiti del bosco, avvistando per tempo servi e segugi del padrone, altre mischiandosi con loro stessi, in un trasformismo lieve su cui se la ride a crepapelle mentre loro si perdono tra sentieri e cespugli che non conoscono, che li spaventano nella loro natura selvatica.

Se la mia storia personale è stata così, coì anche lo è stata e lo è quella dello Z.N.K.R. la Scuola che fondai nella stagione 1980 – 1981.

La decisione, presa con gli allievi più anziani, di stare fuori da ogni federazione per vivere una pratica e dei rapporti personali come era nelle Scuole Tradizionali delle Arti Marziali, e non solo. Sulla storia di quelle Scuole, proporre corsi senza stretti vincoli di orario, iniziative fuori dal Dojo nella notte stellata o immersi fino alle cosce nella neve, praticando anche otto ore di seguito, utilizzando armi vere, che tagliano e trafiggono, non quei giocattoli che impugnano Maestri e presunti esperti di combattimento. Facendo del Dojo una casa in cui ci fu chi ha dormito la notte ed alcuni lo fecero più e più volte; chi ha cucinato; chi ha fatto l’amore; chi ha praticato nelle ore che più gli aggradavano; chi ha suonato la chitarra; chi ha preparato gli esami universitari; chi vi ha trovato rifugio sicuro, lontano da situazioni familiari critiche e drammatiche: la casa di tutti i praticanti, di cui tutti i praticanti avevano le chiavi.

Io mi sono formato, forgiato e proposto non come il Super Sayan invincibile e che sa tutto, non come il Maestro che ormai ha raggiunto la “maestria” di un’Arte ma come il Sensei (“colui che è nato prima”) e come tale, avendo già affrontato pioggia e tempeste, rovesci e cadute anche rovinose, può indicarti dei modi, dei sentieri, delle possibilità, se anche tu non vuoi scappare come un codardo davanti alla devastazione della natura (la Tua di natura), alle paure e alle proiezioni della Tua natura.

Sono stato Sensei nella pratica delle Arti Marziali, ma mi sono lasciato accostare come tale, come “nato prima”, anche da chi mi chiedeva, confessava, gridava, di un padre assente o di un padre squalificante, di un figlio difficile, di una neo paternità che lo lasciava spiazzato, di una relazione amorosa che andava a sfiorire, di un progetto di studio o lavoro su cui non sapeva scegliere, di un mal di vivere indistinto e pervasivo che lo sfiniva giorno dopo giorno.
Mi sono esposto, ho ascoltato, ho condiviso, ho provato ad aiutare, camminando insieme per strade battute dal traffico urbano, seduti su una panca sotto il sole, davanti ad un boccale di birra, accucciati sul futon: sorta di setting sempre diversi ma sempre intimi ed accoglienti.

L’ho fatto, nella pratica delle Arti Marziali come in un sorta di counseling e body counseling, sempre pensando di proporre modi e sentieri utili, ma so anche di aver sbagliato, a volte di aver confuso la notte con un’ombra, di essermi voltato dall’altra parte quando c’era da guardare davanti e di aver guardato troppo avanti, troppo fissamente, quando invece c’era da volgere lo sguardo altrove.
Mi consola sapere che l’ho sempre fatto sinceramente, sinceramente convinto di proporre sentieri e giacigli utili a chi mi stava accanto, a volte incazzandomi come una tigre ferita, altre scivolando dentro una mia tana inarrivabile. Ma sono un Sensei, uno che fu un poco di buono, che un caritatevole angelo custode probabilmente prese sotto la sua ala portandolo fuori da guai irreparabili, uno che sotto la tempesta di vento e pioggia c’è stato sì, senza scappare, e lì si è rafforzato ma ne è anche stato segnato; dunque non certo un santo o un esempio di beata perfezione!!  
Uno che, camminando per sentieri accidentati, ancora a volte cade, a volte fatica a rialzarsi, a volte impreca e vorrebbe mandare a fare in culo te, o magari te.

Però, quasi quant’anni sono passati, io ci sono ancora. Ancora per me, per la mia crescita ed autodeterminazione, come per dare una o due “dritte” alla tua, se vorrai ascoltarmi.

Allora, lo Z.N.K.R., con Giugno chiude una porta, un locale, una certa avventura.
Allora, come Z.N.K.R. Spirito Ribelle, ne apre un’altra, senz’altro diversa, ma, confido emozionante ed utile per chi vorrà ancora accompagnarmi.

 
".... Il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla...."