giovedì 13 agosto 2020

Agosto 2020 – giorni 9, 10, 11 e 12


Sono i giorni della bicicletta.
Che sia per un breve e solitario girare a zonzo, che siano oltre 20 km. al seguito di nonno Alfredo, lui con la bici elettrica, privilegio dell’età, e con Monica anche lei con me ad arrancare sotto il sole, che siano i sentieri lungo il Brenta, c’è tanta gioia e voglia di libertà, in questo mio pedalare.
E neppure tanta fatica, che darci dentro con i femori rende il pedalare agile e rapido, che il quotidiano lavoro di Chi Kung ha comunque reso forti e resistenti tendini e muscoli.
Poi, lontano dai tentacoli del traffico milanese, qui pedalare è una goduria, accolti da un rispetto da parte degli automobilisti che già scoprii anni addietro e che mi fa girare tranquillo, mentre il verde mi scivola accanto.
Allora, questi e i prossimi saranno anche i giorni della bicicletta.


















Non manca una visita a Portobuffolè, borgo sconosciuto ai più (chi, tra coloro che mi stanno leggendo, lo ha anche solo sentito nominare?), scoperto da Lupo, sempre più adolescente sveglio e capace di interessarsi alla storia ed all’arte di cui l’Italia abbonda.

- Il viaggio in auto mi vede messo alle strette sul caso dei “furbetti dell’INPS, laddove Monica e Lupo sono alleati nel ritenere probabilmente fuori luogo la richiesta di bonus della consigliera comunale Anita Pirovano, giustificandola però nella sostanza e rimarcandone la differenza con i grandi profittatori dei banchi dei deputati.
Io non la penso certo così, non fosse altro che per la mia travagliata storia personale e politica sin dai tempi dell’adolescenza, ma quando la mia situazione, ed io stesso, viene equiparata a quella della Pirovano, la bella signora che mendica il bonus perché ha un muto da pagare e le vacanze da fare (!!), cedo ogni voglia di dialogo: avrò da riflettere su quel che ho fatto e quel che sono diventato se vengo identificato con una simile personcina e compari di merenda da 1700 euro al mese (fonte CdS del giorno 11 Agosto).
Mi consolerò leggendo le dichiarazioni, nello stesso articolo, dalla sua collega pentastellata Patrizia Bedori: “Io non li ho presi. Non ho chiesto allo Stato che per me non è una mucca da mungere e mi indigno per chi li ha presi non avendone bisogno: l’etica e la morale per me non hanno prezzo”. 
Per la bella signora Pirovano, che ha un muto da pagare (beta lei, io casa non ho mai avuto i soldi per acquistarla) e le vacanze da fare (di nuovo beta lei, io per anni le vacanze le ho passate ospite dai suoceri perché non potevo permettermi altro) e chi è con lei d’accordo, le cose, etica e morale, non stanno così. 
Ah, da buon “precisino” e perché mi piace informarmi su ciò intorno a cui discerno, sono andato a leggere quanto dichiara di imponibile la bella signora Pirovano: 28.545 euro l’anno. Sti cazzi!! Io non dichiaravo tanto alla sua età, 38 anni, e nemmeno ora che di anni ne ho 68. Sono proprio un morto di fame, io.
La bella signora Pirovano no, lei ha saputo farsi strada, tra lavoro privato e politica, di fatto come mestiere checché ne dica la bella signora, a meno che 1700 euro non siano considerati un volontariato!!
Intanto, la retribuzione di una Cassiera di un Supermercato varia da uno stipendio minimo di 750 € netti al mese, al massimo di 1.550 € netti, quello di un Postino è di 1.250 € netti al mese.
Ci avrà mai pensato la bella, e dichiaratasi di sinistra, signora Pirovano, col suo incarico di presidente nella
Sottocommissione Carceri Pene e Restrizioni? Domanda retorica la mia.
Per chi ne volesse sapere di più, ecco la sua commovente presentazione:
https://www.comune.milano.it/comune/palazzo-marino/i-gruppi-consiliari/milano-progressista/anita-pirovano

- Portobuffolè, indicato come “borgo più bello d’Italia” e “bandiera arancione” (riconoscimento di qualità turistico-ambientale conferito dal Touring Club Italiano ai piccoli comuni dell'entroterra italiano che si distinguono per un'offerta di eccellenza e un'accoglienza di qualità) è un piccolo e stupendo gioiello.
Entriamo nel centro storico immersi in un silenzio che tutto ovatta ed abbraccia. D’altronde “Venite ad ascoltare il silenzio” è la scritta che campeggia sulla brochure del Comune. Basterebbe questo, le strade minute e le antiche case, la pulizia ovunque, a farne un passaggio in un mondo migliore.
Ma c’è anche la giovane guida del posto (ottimo lavoro di preparazione alla visita da parte di Lupo) ad introdurci alla casa che ospitò Gaia Da Camino, antesignana, nel XIII secolo, delle femministe, lei così versatile tra poesia provenzale e mediazioni politiche; la torre civica, già orrendo luogo di detenzione; la chiesa di san Rocco.
Ci sarebbero pure un ex ospedale e, soprattutto, un ampio parco con edifici ricchi di affreschi. Ma il primo sta morendo aspettando ancora le sovvenzioni giuste, mentre il secondo è di proprietà di privati che lo tengono chiuso ed inutilizzato.
Portobuffolè è il tipico caso di gioiello sconosciuto di cui l’Italia è piena; di gioiello che potrebbe splendere ancora di più se governanti e potenti si rendessero conto che, a parte l’immane valore culturale ed educativo di simili testimonianze, con un investimento adatto sarebbe traino economico di rilievo per tutto il territorio limitrofo. Fallo capire a tutti i “Lor signori”, quelli che si sono succeduti nei decenni negli scranni di potere nazionale e regionale, che il turismo non è un gioco ma una sicura fonte di reddito!!
Tante le cose, piccole e grandi, che veniamo a sapere.
Di un primo e lontanissimo stanziamento umano di genti provenienti dall’Asia Minore a cui succedette, nel 201 a.c. un insediamento romano; di come per lungo tempo fu in uso coprire gli affreschi per non pagarne la tassa; di come per salvare dalla brutalità napoleonica l’immagine del leone di san Marco gli vennero modificate le scritte lì incise… ma quanti riferimenti ai tempi nostri!!
Ce ne andiamo in silenzio, troppo partecipi dell’ambiente per sfregiarlo con parole.
Ringrazio Lupo per la bella, bellissima scoperta. E risaliamo in auto.







La sera, c’è spazio per un apericena, con bagno nel piccolo idromassaggio, a casa di zia Susy.
Vino ottimo, a partire dallo Scaia bianco (in dialetto veneto la parola “scaia” significa scaglia di pietra, gesso, calcare: è un omaggio al nord-est di Verona, dove viene prodotta questa linea di vini) e proseguendo con un millesimato più che piacevole al palato; cibi autentiche leccornie per una “cuoca” che so provetta, e grandi discussioni, capaci di spaziare dall’educazione del figlio all’organizzazione di una gita tra le ville venete, dalla situazione lavorativa di Susy, tanto difficile quanto, ahimè, comune a chi operi nella sanità pubblica, al senso del fare vacanza in quest’Italia accasciata e indebolita.


















domenica 9 agosto 2020

Agosto 2020 – giorni 7 e 8






 La luce del giorno entra timida dalla finestra, stanno per arrivare le 06,30 del mattino ed io sono pronto ad affrontare una sessione di formazione.
Sveglia presto, dunque, perché poi, esaurita l’avventura tra spiralizzazione dei tendini e “Camicia di ferro”, esplorazione del sistema nervoso e intensa percezione sensoriale, mi attende la scoperta del lago di Molveno.
Considerato una dei più bei laghi d’Italia, addirittura classificato “IL” più bel lago d’Italia (lago più bello e più pulito d’Italia secondo Legambiente e il Touring Club Italiano per la qualità dell’acqua, della spiaggia e dei servizi) è un gioiello dentro il Parco Naturale Adamello Brenta, dove si specchiano le Dolomiti.

Monica al volante, Lupo dietro, con Kalì, a brontolare…è l’adolescenza.
Due ore di auto, tra pietre grigie che paiono denti di un gigante e il verde di alberi e distese d’erba abbagliante.
Nell’immagine del lago, acque color di pietra preziosa, lascio liberi demoni ed angeli che, sulle ali della fantasia, fugano ogni abominio, ogni figlio di una rabbia generosa.
La brezza è gentile, i passi lungo la spiaggia e poi sul sentiero che il lago costeggia chiedono il mio nome e come mi sento ora, cielo striato di nuvole grigie e la mia famiglia accanto, sentore di pace che riecheggia.
Dimmi come mi sento per te” … mi sono guardato intorno, occhio ballerino, e non ti ho visto lì… tra gli alberi, di fronte alle montagne grandi, so che non sono mai stato visto nelle mani del destino.
Respiro profondo, sorrido agli occhi neri e stupendi di Monica, mentre le spalle forti di Lupo con le mani circondo.
So che mi conosci meglio di quelli che mi conoscono meglio, il sentimento e tutto ciò che voglio è solo o addirittura tutto. Allora lascio che la meraviglia si compia.
Me lo merito, o forse no ma non importa.
Il piccolo ristorante, con portate prelibate ed il buon vino bianco. Nel sole, il lago ci lasciamo alle spalle.

Sulla via del ritorno, una sosta a Trento, piazza candida, strade eleganti e vecchie case a custodire ogni sorta di vita, di vite, che si susseguono da anni, decenni, secoli, storia povera, storia araldica.
Dove muoiono le scuse, dove si rincorrono le menzogne, ma ognuno, anche io, posso abitare nel vetro e lasciarmi vedere e vedere a mia volta, spogliandomi di gesti di coraggio e piccole vergogne.
Non è colpa delle favole, non è colpa delle illusioni, sta a me camminare per la strada scelta e riscelta ogni giorno, anche quando sale il timore che una strada non ci sia, che diventar grande sia un bluff, perché non posso certo illudermi che la maturità arrivi quando lo voglio io o che le persone attorno siano più o diverse da quel che sono nella loro perversa abilità.
Non è colpa delle favole, non è colpa delle illusioni se sorrido anche quando un senso non c’è, se col naso al cielo intravedo le forme di un volto e poi mi giro a guardare la donna che mi è accanto ed il cuore prende a battere forte, se con la mano segnata dal tempo che non si arresta mai cerco a sfiorare la mano giovane del figlio che al tempo corre incontro rapido come lampo.
Io, di notte sogno molto, forse anche per questo di giorno mi piace sognare ancora di più. E viverli quei sogni.

Poi, l’indomani, esaurito il tempo della forma di Tai Chi Chuan e del lavoro sulla sensibilità articolare, scopro le mani di polvere da sparo odorare.
Pistola semiautomatica in mano, linea di tiro davanti ed il bersaglio a 25 metri.
Non è colpa delle notti e dei sogni a cavalcare avventure, a immergersi in emozioni profonde, dove la calma in me danza avvinghiata ai turbamenti.
Sono io qui, solo, in postazione 5, a sgranare un proiettile dopo l’altro, e quando sento il mondo presentarsi
tiro fuori il bimbo che ho dentro, non lo nascondo più, e lascio che corra in tondo, incespicando lui che è così incerto e vulnerabile, accanto al lupo, alla fiera, lei così forte e selvaggia, che mi anima dentro.
Cento proiettili, un’ora piena di spari ed adrenalina. Tanto so dove abita la forza fragile, quel che io sono.
So dove abita il desiderio che diviene riuscita, danza nuda, svelata alle pulsioni del ventre e del cuore, danza di vita a piene mani e sempre ambita.


giovedì 6 agosto 2020

Agosto 2020 – giorno 6



 Più voci, dissonanti o meno, sfacciate o meno, chiedono, invocano, pretendono il ritorno alla normalità.
Di che normalità si tratti, è forse questo il reale terreno del contendere.
Una normalità pre Covid – 19 e, soprattutto, pre restrizioni imposte da questo governicchio e dai suoi scalmanati esperti?
Che si sia sostenitori di un complotto di cui il virus è arma subdola o che si creda ad un avvenimento così tragico scaturito dal nulla, che si faccia carico al virus di migliaia di morti o che lo si sfrondi di decessi in cui altre patologie sono state il terreno che ne ha permesso e condiviso il tragico esito, credo che una premessa sia doverosa ed un auspicio di svolta radicale sia quanto più vicino ad uno Spirito Ribelle.

Personalmente, seduto qui sui massi che costeggiano lo scorrere del Brenta, bicicletta accanto e intonsa lama possente al fianco, la mia premessa impone uno sguardo a quel che comunemente chiamiamo caso. Tutte le “cose” del mondo, persone, animali, piante, e tutto ciò di cui facciamo esperienza sono la manifestazione di un’unica energia, di un campo di forze unitario, il cui muoversi ci appare sovente incomprensibile, dettato da motivazioni sovente non condivisibili, altre volte da motivazioni che paiono a noi avverse. 
Questo “caso” non è la negazione della causalità. Anzi, la contiene. Esso è il contenitore delle svariate e imprevedibili cause che innestano gli eventi tutti. 
Il mondo, macro e micro, quello su cui ci appare impossibile agire e quello più modesto in cui qualcosa, o forse tutto, ci pare possibile fare, è uno scenario complesso partorito dalle azioni di molti attori, umani e non, ognuno dei quali opera seguendo motivazioni proprie.
Ogni attore opera per raggiungere un certo risultato ma, spesso o qualche volta, ottiene risultati di cui volutamente e vigliaccamente non vuole valutare la portata nell’ambiente oppure in parte imprevedibili, che, a loro volta, avranno effetti imprevedibili su altri attori o eventi.
Così pensando, ci troviamo di fronte a un fatto affascinante: le cose cosiddette “separate”, in realtà non lo sono affatto. Sono unite dallo spazio che, tanto separa quanto nello stesso tempo unisce.
In questa visione, il caso permette uno spazio di libertà per l’attore, sia che voglia modificare le regole e i rapporti di potere, sia che voglia tornare alle vecchie regole ed ai vecchi rapporti di potere. Questo, nel macro, per quel che può, come nel micro, il suo micro mondo, nel quale può molto.

Che il virus sia considerato un fatto voluto, causato, sia che venga considerato frutto del caso, del “caso” così inteso, questi e le decisioni e le azioni ed i pensieri stessi presi intorno a lui, hanno scombussolato gli equilibri preesistenti in modo radicale e inaspettato, con ciò creando uno spiraglio di possibilità, di intervento.
Se, a me pare, le macro forze finanziarie e governative una certa strategia di restaurazione, quando non di ulteriore abbrutimento nel campo economico e sociale, ce l’hanno, non vedo altrettanta lucidità nelle forze sparse che invece, vorrebbero, seppur indistintamente, una svolta radicale.

Personalmente, sono molto colpito dalle crescenti aspettative attorno alla tecnologia, al digitale.
Pare quasi che, memori e feriti dalle paure e dalle delusioni sperimentate nelle relazioni umane, poi costretti rinchiusi nelle proprie case preda della “sindrome della capanna” (1), ci troviamo indirizzati a cercare sostegno e rifugio nella tecnologia.
Quella tecnologia che, con la suadente voce di Alexa, assistente vocale basata su cloud, un'intelligenza artificiale che, interpretando il linguaggio naturale, è in grado di interagire con l'uomo, ci guida nelle nostre scelte quotidiane; quella tecnologia che ci permette di mentire ed illuderci immersi in posticce relazioni pseudo sentimentali o in perversi ma perfetti giochi sessuali con il / la partner ideale (2); quella tecnologia che, navigando sui social, ci illude di far parte di un gruppo di amici, raccattati a centinaia su Twitter e Facebook; quella tecnologia che, con la DaD, la didattica a distanza, avanza la pretesa di non essere una temporanea e sgangherata riduzione del danno da isolamento ma un innovativo modo di fare scuola;
quella tecnologia che distorce ed aliena il nostro stesso essere corpo, essere individui fisicoemotivi.
Una continua connessione che produce solo una nuova e trista solitudine.

Allora, per quel che so, per quel che posso, Spirito Ribelle qui tra le braccia della pigra Bassano, sapendo  di non sapere, in termini verbali, se un dato evento è buono o cattivo, certo a disagio in circostanze che mi suonano sgradevoli quando non avvilenti e mortifere, provo a sperimentare se tale disagio è il modo giusto e appropriato di percepire l’avvenimento, e che quest’ultimo e lo stato d’animo che lo accompagna passeranno e troveranno una nuova forma appropriata solo se saprò danzare nelle forze del caos immergendomi io-corpo.
Forse pare poca cosa in rapporto con le enormi forze in azione, ma io questo so e posso fare.
So e posso offrire solo me stesso, forte nella mia vulnerabilità, all’accadere degli eventi.
Allora l’intrecciarsi, qui, sulle rive del Brenta, dell’antico sapere taoista che è Chi Kung e Tai Chi Chuan con la caccia feroce del Kenpo Taiki Ken, dello svelto agire di mano con le potenti falciate del mio kukri a immaginare, a prefigurare, una giustizia futura.
Io totalmente carne, totalmente individuo incarnato.

1. “Questa sindrome sembra essere caratterizzata da un senso di smarrimento che spinge un soggetto a voler continuare a restare nel proprio rifugio e a non voler così varcare la soglia della propria casa.
A tal proposito, è bene sottolineare come questo non sia un disturbo psicologico, ma una reazione emotiva naturale.
Dopo aver trascorso giorni e giorni nella nostra casa, lontani dal resto del mondo, il nostro cervello si è in un certo senso abituato a quella sicurezza e protezione che abbiamo ritrovato.”

2. Il sempre più dilagante mondo del sesso on line, che si tratti di approcci con Chatroulette, il sito web che, in maniera casuale, mette in contatto sconosciuti di tutto il mondo attraverso videochat, di appositi siti per incontri “al buio” o meno, o di esplicito sesso virtuale (Cybersexual addiction) con l’amico/a di turno o con sconosciuti/e.


















lunedì 13 luglio 2020

Acciaio, sangue e ferite



 I capricci del cielo e delle nuvole ci spingono ancora una volta a cercare riparo in quel della Besana.
Atmosfera ovattata, poche persone ad aggirarsi sotto un cielo ora sereno, i cui precedenti rutti e gli scrosci d’acqua hanno tenuto lontano gli abituali frequentatori.

Praticare all’aperto ci impedisce di sfoderare l’acciaio. Allora sarà nostra premura identificarci, anima e pancia, con katana e kodachi d’allenamento.

Le lame sibilano sferzando l’aria, chiedo ed invito corpi a fluire, a trovare nel senso interiore delle cose il senso motorio che non si sforza, non sfrigola sugli accidenti ma fluisce e fluisce e fluisce ancora.

Entro dentro il dare la morte e non posso che incontrarne l’altra faccia: l’amore e le cose, le persone che l’hanno animato. Ogni cuore che incontro è un taglio che sanguina. Come provo quel che sto provando? Che fosse un dono casuale (ma il caso esiste?) o che io avessi bisogno d’amore è stato un tocco di mano… poi un graffio ed un altro, orrenda danza di menzogne e nascondimenti.

I fondamentali a vuoto, quando invero l’avversario c’è, lo sento, davanti e dentro i Kihon Enbu.
Percezione dell’insieme che è più naturale, più sincera, della percezione frammentaria dei singoli elementi.

Spezza il silenzio se ne hai paura. Urlagli contro quel che hai dentro. C'è un oceano di motivi per essere felici ma ci sono correnti nere e putride che lo attraversano sotto e sotto ti trascinano ad affogare.

L’allievo mi chiede di sensazioni che lo attanagliano, lo attaccano all’impugnatura del katana: com’è difficile separarsi restando insieme!! O forse come è tragicamente e grottescamente facile restare insieme stando di fatto separati.
Forse, dai, mi costa pena ammetterlo, avevo un disperato bisogno di sentire che a me ci tenevi davvero, davvero. E resto incredulo a chiedermi se davvero ti occupavi di me, di noi o se era un vuoto da riempire, se era od ora è un fardello che mi spacca dentro.
Perché i duelli prima a vuoto, poi in coppia, portano sempre domande che non vogliono risposte.

Haru no sora, “cielo di primavera”. Statici quanto basta per essere movimento allo stato puro.
Ci sono tutti? Non c’è alcuna necessità di avere paura, solo stiamo lasciando andare cascate di emozioni.
Squarcio il silenzio dell’animo a trovarci le voci del cuore. Cosa mi stanno dicendo?
Avanzo e qualcosa mi trattiene indietro. Finché non avrò udito il canto della verità non sarò mai sereno.

Così Natsu no sora, “cielo d’estate”, passi rapidi e felpati mente le lame sgusciano e poi cozzano l’una contro l’altra.
La strada maestra è qui, oppure un poco più in là. O nemmeno c’è, la “strada maestra” solo cocci di un vaso fragile che ogni giorno mi accingo a ricomporre, perché vivere è anche sentire le ferite addosso e dentro eppure sorridere.
Per quanto posso, per quanto sono capace.

I movimenti si fanno incerti, la presenza intuitiva vacilla inframezzata da parole che sono troppe.
Tre ore di Kenshindo, di “Via dello spirito della spada”, sono sempre tante.
Scegliamo di lasciar stare la scherma libera, il combattimento libero, Gekken.
Minuti dedicati a noi, al nostro io-corpo. Corpo attivo, perfetto tramite di segni e simboli diretti e spiazzanti.

Presto a casa, allievi che sono amici a sorriderci dentro, tra un aperitivo tipico di Bassano del Grappa e un formaggio di quelle parti, salame di campagna e birre che ti stonano la mente e pizza e cioccolato e rhum ad 80 gradi e chiacchiere che non sono tali ma dialoghi di esperienze ed intelligenze del vivere.
Grazie vita di farmi esistere.
Domani, torneranno Monica e Lupo. Io ci sarò ad amarli.










domenica 5 luglio 2020

L'Ospite


Regia di Duccio Chiarini, con Daniele Parisi, Silvia D'Amico, Anna Bellato, Thony, Sergio Pierattini.

Impressionante, nella sua cruda realtà, la frase che, più o meno, recita così: “La nostra generazione ripara, questa getta via”, detta dai genitori del protagonista.
Frase che testimonia, in questo film tenero e struggente, una svolta epocale.

Non solo abitiamo anni in cui l’oggetto consumato, al primo intoppo, viene buttato e cambiato, che tanto costa meno comprarne uno nuovo; addirittura, alcuni oggetti: cellulare, lavastoviglie, televisore ecc. sono costruiti in modo tale da avere una precisa e limitata durata nel tempo (1). Fino alla desolante e vieppiù diffusa pratica di un consumo senza uso!!

Ecco, estendiamo quanto sopra alle relazioni amorose, che sono il campo d’azione di questa pellicola, ed avremo il triste e tristo quadro della situazione.
Certo, non sono più i tempi in cui una coppia si obbligava a restare tale per non suscitare scandalo o perché uno dei componenti (solitamente la donna) non era autonoma nei mezzi di sostentamento.
Ma da qui a questa pazza altalena di coppie in cui c’è chi si premura di “scopare” un’ultima volta la partner la domenica che, a lasciarla il lunedì, soffrirebbe di meno perché distratta dal lavoro; chi, già con un figlio ed in attesa del secondo, insegue chissà quale giovinezza spensierata tra le braccia di un amore di gioventù, non è che io veda un miglioramento!!

Sono quarantenni incapaci di costruire relazioni profonde, e perciò stesso stabili, perché spaventati dalla responsabilità di affrontare anche i conflitti, le tensioni, che queste comportano.
In questo teatro di fragilità e contraddizioni, si muove Guido, “l’ospite” in quelle case, in quelle relazioni e lui stesso “ospite” nella sua di relazione amorosa.
Anche lui fragile e insicuro, ma animato da una curiosa tenerezza e da una vulnerabilità che sa essere forza gentile. E sono queste sue caratteristiche a fargli attraversare lieve i mondi disordinati e, a tratti dolorosi, delle coppie amiche come del suo stesso mondo. Lo fa senza giudizi, senza acredine, in una faticosa ma innocente accettazione di quel che è, non disperando, altresì, di incontrare e costruire quel che sogna.

Nelle prime battute, potrebbe lasciare sconcertati, persino indispettiti, questo suo emozionarsi plateale, questo mostrarsi insicuro, incerto e, a tratti, spaesato. Ma sta proprio qua la sua forza interiore (2): non teme di riconoscersi tenero e fragile, non teme di lasciarsi scoprire dagli altri così tenero e fragile, ma sarà proprio questa sua non nascosta vulnerabilità a permettergli di tenere alta la testa e sincero il cuore nelle avversità della vita.
Niente uomo che “non deve chiedere mai”, niente uomo (ma anche donna, in una parità tra i sessi raggiunta sul piano dell’esibizionismo e della sfacciataggine volgare) “vetrina”, semplicemente un uomo.

D’altronde, questi sono gli anni del lavoro flessibile che è, in realtà, lavoro precario; di una pretesa flessibilità psichica che è, in realtà, sminuzzamento e frantumazione psichica.
D’altronde, queste sono le generazioni in cui il complesso di Edipo ha lasciato il posto ad un narcisismo totalizzante (3), ad una esposizione tanto massiccia quanto sciocca e superficiale sui social.
D’altronde l’essere umano, quand’anche si sforzi di essere coerente, è intriso di contraddizioni, debolezze, slanci generosi e tetre chiusure e solo l’esserne consapevole può permettergli di tenere, comunque, la “barra dritta” durante la navigazione nella vita.
D’altronde, queste sono le generazioni private e prive di ogni riferimento ideale, quand’anche fosse ideologico, e di ogni capacità combattente; cresciute nel mito del progresso illimitato e del pacifismo ad oltranza.
Sono i nati tra gli anni ’70 ed ‘80, figli del benessere e della “Milano da bere”, in un mondo che è diverso, in cui le condizioni sono diverse e dunque questi quarantenni e cinquantenni sono essi stessi diversi: aperti alle emozioni e forse più acculturati, ma deboli e vili, incapaci come sono di lottare in ciò in cui credono o, ed è ben peggio, senza più aver nulla per cui valga la pena  lottare e credere.


Ed ecco tornare la figura lei stessa sconnessa, fragile, ma teneramente forte di Guido che, nella scena finale, vediamo seduto sul suo vecchio divano, quello che non aveva i soldi per cambiare ma che gli piaceva lo stesso, con cui si sente a casa e in pace con se stesso e con gli altri.
A mostrarci che, da adulto consapevole, sa farsi bastare quel che ha, tanto quanto sa andare incontro, tra cadute e ripensamenti e debolezze, al suo sogno, piccolo o grande che sia, per costruirlo e difenderlo.
Perché ognuno può essere adulto consapevole e maturo, ognuno può essere un combattente, un guerriero, accettando le proprie ed altrui bugie, le proprie ed altrui miserie, le proprie ed altrui cadute, senza mai farsene scudo o giudicare, privilegiando alla ricerca del “perché” quella del “senso” delle cose, senza mai perdere l’entusiasmo di credere e lottare.

Intensa e convincente la prestazione di Silvia D’Amico, che ho apprezzato sia in pellicole scadenti come “Il colpo del cane” che in momenti di alta qualità come “The Place”, “Hotel Gagarin”, “Non essere cattivo”.
Davvero brava.


1. Si chiama “obsolescenza programmata”, ovvero fabbricare un prodotto con la precisa intenzione di farlo durare poco e alimentare così il consumo.

2. “Alla conoscenza delle proprie fragilità non si giunge se non sulla scia dei sentieri che portano alla nostra interiorità, e che costa fatica seguire, perché ci confrontano con le nostre emozioni e con le nostre sensibilità, con le nostre angosce e con le nostre speranze recise, dalle quali è più comodo fuggire ignorandole, o rifiutandole, e vivendo come se non fossero in noi” (E. Borgna)

3. Il soggetto che ne soffre sviluppa una vera e propria sorta di fissazione per l’immagine che rimanda agli altri.
“L’uomo libero è un uomo ridotto a pura spinta a godere (…) questa nuova rappresentazione dell’uomo è alternativa all’uomo ideologico del Novecento perché ciò che lo muove non sono più le grandi passioni ideali, ma la spinta compulsiva del godimento mortale” (M. Recalcati)



giovedì 2 luglio 2020

Kenshindo il Seminario di Luglio





Il corpo “armato”, la lucida fame di sangue dell’acciaio, la pulsione di morte che si presenta in ognuno di noi.
Chi si fa avanti?

venerdì 26 giugno 2020

E ti penso corpo



 Sì, questo periodo di isolazionismo non può non averci suggerito qualcosa sulla vulnerabilità del corpo, di noi – corpo, e di quanto questo investa la nostra salute tutta, quella psichica, quella emozionale, dunque la nostra vitalità.
Il filosofo Merleau Ponty ebbe a scrivere “Io sono quell’animale di percezione e di movimento che si chiama corpo”, esplicitando una volta di più che non solo la separazione mente – corpo, ma anche l’unione mente – corpo, quel beffardo “mens sana in corpore sano”, non stanno in piedi, non hanno alcuna buona ragione o alcun buon intento. 

Infatti,
il corpo non è qualcosa di cui disponiamo,
ma siamo noi stessi integralmente corpo.

Purtroppo, in sintonia con i dettami dell’usa e getta, della mercificazione senza limiti, che non esclude il corpo, anzi, da questa sua perversione (secondo il sociologo e filosofo Jean Baudrillard, il corpo è diventato “il più bell’oggetto di consumo) questo “suggerimento” non ha fatto alcuna breccia nel senso comune.
Così, continuiamo a vedere i soliti runners, i soliti ginnasti, affollare corsi e sedute, parchi e palestre in cui modellano l’involucro corpo tirandolo da un lato e piegandolo dall’altro, irrobustendolo qui e stropicciandolo lì seguendo mode e dettami dal sapore ignorante e pedestre.

Sulle rive del Brenta, tra alberi enormi ed acque a scorrere lente, oppure calcando, tra case colorate, il prato rasato di un giardino vasto e sdraiato.
L’animale Ryu, il Drago, mi percorre tutto, scoprendomi a modulare il respiro in volumi tridimensionali, cassa toracica consapevole di avere, con un davanti, anche un dietro e due lati, come a toccare che sono torace dappertutto. Parrebbe cosa ovvia, ma, statene certi, non lo è. O lo è solo in teoria, perché la pratica corporea, di movimento, quanto lo sa? Quanto ne è consapevole?
L’animale Ryu, il Drago, mi percorre tutto, scoprendomi ad ampliare o moderare la colonna vertebrale già col semplice alzare di spalle, in un continuum armonioso in cui il tutto non è mai la semplice somma delle parti ed ogni singolo movimento di una parte investe il tutto. Parrebbe cosa ovvia, ma, statene certi, non lo è. O lo è solo in teoria, perché la pratica corporea, di movimento, quanto lo sa? Quanto ne è consapevole?

Così, scivolando tra Ryu, il Drago, e Tsuru, la Gru, e Tora, la Tigre, calco il terreno aspettando il vuoto, lo yin, il femminile, per dar vita al pieno, lo yang, il maschile. Ogni volta è la sorpresa del vuoto a calare il silenzio che diverrà suono, rumore, presenza nata dall’ignoto.
Troppo spesso abbagliati dalla luce, dal chiaro che presupponiamo sia certezza, dalla forza che presupponiamo sia energia, dimentichiamo la vita nel buio, nelle tenebre, nel nascosto, e la sua potente bellezza.

Che struggente sorpresa, mentre danzo Tanshu, la danza dell’animale predatore, incontrare il vuoto, lasciarmi stupire dall’assente, dal mancante, che quella carezza che manca, quella presenza che manca, quel piede che si fa lieve, persino assente, sul terreno, è l’unico modo per formarmi individuo adulto presente, abile e potente. E’ il modo migliore perché energia e vitalità salgano in primo piano.

D’altronde, alle nostre origini di feto, non fu lo spazio vuoto a permettere il crearsi del pieno? Non fu un modesto tubo (neurale) a permettere la creazione di quel complesso sistema di regia ed attività che è il sistema nervoso da cui origina ogni azione?

Abbiamo davvero bisogno di António Rosa Damásio, neurologo, neuroscienziato, psicologo, per comprendere che “probabilmente anche la separazione tra mente e corpo è altrettanto fittizia. La mente è incorporata, nel senso più pieno del termine, non soltanto intrisa nel cervello”?

Possibile che una mente in grado di superare le leggi della fisica perché capace di immaginare luoghi e tempi violando dunque quelle leggi, di contro ad un corpo che è, per forza, sempre nel qui ed ora, sia motivo per ancora percepirci scissi dal corpo?
Non comprendiamo che ciò che chiamiamo mente
 è sempre ed ancora corpo?

Eppure offrire al corpo un riconoscimento e comprenderlo significa comprendere la realtà che ci circonda; eppure è la fisicità dell’individuo a rendere praticabile ogni narrazione, ogni ricordo; eppure sono io corpo che vivo e sento e sono responsabile di ogni mia azione.

Ed è questa consapevolezza corporea, questa ricca fisiologia del movimento, in grado di contrastare il dominio capitalistico dell’alienazione, della reificazione, dello sfruttamento.
La possibile trasformazione sociale, l’utopico “sol dell’avvenire”, parte da qui: dal senso di ogni individuo per se stesso e per come si muove, come agisce, che personalità va ad acquisire.

Ma, mi guardo intorno, e so che è una battaglia persa, almeno per ora.
Tra runners e ginnasti che si accaniscono con ogni strumento di tortura per modellare a loro piacimento il ventre o le cosce, ciclisti a sudare sulla bici ferma e inchiavata al pavimento nei folli corsi di spinning, atleti a sollevare e riporre, sollevare e riporre, sollevare e riporre lo stesso attrezzo con lo stesso gesto ripetuto e ripetuto in un’ossessione compulsiva… come se il corpo fosse un oggetto altro da sé, una maglia o un pantalone che si può accorciare o allungare, che riposto in un armadio si può lasciare per indossarlo nei mesi a venire!!
Come se ogni gesto, ogni movimento, non fosse portatore di sensazioni e pensieri ed atteggiamenti che, depositati nel cervello, ne influenzeranno ogni scelta di vita, faranno di noi un individuo che pensa ed agisce in un modo piuttosto che in un altro, che in un modo piuttosto che in un altro monta e smonta i propri giorni come i momenti.


“Le azioni sono inscritte nella carne ancor prima che l’intenzionalità consapevole agisca e detti comandi. Insomma, non è che abbiamo un corpo ma siamo corpo”
(G. Dall’Ava)