mercoledì 28 novembre 2018

Il mio volo libero




 A chi non è mai capitato che qualcuno gli chiedesse di scendere dalle nuvole, di smetterla di solcare i cieli più ampi ? 
Anche a me.
Che fosse un professore accidioso ad insultare il mio sogno di cambiare il mondo.
Che fossero una paio di giovani dottori, al capezzale di un letto d’ospedale, guardando mia madre per dirle “Non guarirà e se mai guarisse, non tornerà normale”.
Che fosse un amore grande, troppo grande, a voler mancare una vita frugale nelle cose materiali eppur grandiosa nei sogni e nel suo volare.
Che fossero uno, dieci, cento fine mese a “tirar la cinghia” per non cadere, mentre quello sprezzante “Sei un pezzente”, uscito forte da una bocca amata, mi rimbombava sempre nella mente.

Ebbene, ora sto ancora più in alto. 

Non so se siano le ali, pur stropicciate dal vento avverso, gyaku – fu, quel vento contro a volte cercato a volte per caso incontrato, ma sempre distese ad accogliere indistintamente soffi e brezze e tempeste.

Non so se sia il curioso desiderio di incontrare, di accostare, di mescolare. Oppure quello di donare quanto appreso a chi, perso nei boschi, intrappolato nel fango del terreno, guardi su in alto verso un tracciato di libertà e liberazione.

Sarà l’ascoltare, che è abbracciare il tempo senza dargli limiti definiti, che è disponibilità ad accogliere il dissenso. Perché ci vuole tempo per ascoltare, ma anche per permettere ai gesti ed alle parole, pure a quelle avverse, a quelle al momento distanti, di entrare dentro in noi. Ed ascoltare, accettandolo, il tempo che occorre perché gesti e parole e incontri diventino la nostra personale saggezza e non una vetrina per bellimbusti, saccenti, capitan Fracassa, o peggio, una chiesa di fanatici adoratori di un’unica Verità.

Sarà l'apprendere per poi incoraggiare chi mi accompagna nel volo, nel viaggio, a farne uso nella vita di tutti i giorni, anche se questo significasse smarrire i contorni del passato, volti e figure, per andare verso un orizzonte talmente aperto da fare paura.

Sarà il volare a spirale, cerchio dopo cerchio ad inanellare, che è testare, che è provare.
Perché solo verificare ciò che impariamo toglie scorie e sabbia lasciandoci fluire senza intoppi e bugie raccontate persino a noi stessi. Ho visto troppe verità segrete mai sperimentate, troppe banalità assurte a preziosismi rari, troppi docenti e allievi  mai mettere in pratica ciò che insegnano o imparano.

Sarà l’inesorabile passo di In yo gogyo, dove gli opposti ed i cinque elementi si incontrano e scontrano per partorire sempre nuove vite e lasciare accadere vecchie morti. 
Perché solo quando qualcosa raggiunge il suo estremo sviluppo, allora muta nel suo opposto. Altrimenti, di contro alla fede ottusa in un’unica direzione, comunque ci si imprigiona nel consumismo senza uso, nel rubare qui e là mischiando, apprendisti stregoni, e mai realmente trasformando, mai crescendo.

Sarà l’assumersi la responsabilità per ogni atto, di più, per ogni pensiero.
Perché come è certo che nessuno può fare il percorso al posto nostro, così è certo che ogni nostro agire ci riconduce a noi stessi. Inutile sottrarsi o scaricare su altri. Inutile posticipare a quello che sarà il momento giusto o nascondersi dietro e dentro le faccende quotidiane. O sei Tu o non lo sei. Non raccontare balle!!

Allora, viaggiare dentro di noi, che sia un volare nel cielo o un solcare il mare aperto, un camminare tra boschi e sentieri o uno scavare sotto la crosta della terra, è un ricco Tao.

Un Tao dove non trovi ricette e pozioni e manuali d’istruzione, quanto piuttosto un atteggiamento di fondo, una disponibilità, un’attitudine, che noi italiani invece abbiamo tradotto storpiandolo in “forma”: Cristallizzazione di una vita, carapace di un essere che è vivente, fissazione di ciò che è sempre movimento.

Un Tao che ci permette di coltivare sentimenti coraggiosi e generosi, di concepire comportamenti efficaci: Anche la tecnica più precisa, se non si fonda su un atteggiamento che rispecchi sinceramente chi siamo e come stiamo viaggiando, resta vuota astrazione, è un falso, un orpello che non ci rappresenta

Quando scopro che ciò che io, o tu, o lei, o lui, pensavamo impossibile almeno riusciamo ad immaginarlo; quando riusciamo ad immaginarlo dentro di noi, sorta di reverie dove la coscienza pulsa ad una intensità tanto  impercettibile quanto capace di ricondurci alla dimensione originaria dell’essere dell’uomo di fronte al mondo e del comparire del mondo all’uomo,
allora, e solo allora, diventa possibile realizzarlo.

Un antico detto recita:” Benché numerosi siano i sentieri ai piedi della montagna, coloro che arrivano in vetta vedono tutti la stessa luna”. Ma perché sia così, hai da metterti in viaggio ora, volando nel cielo o navigando il mare, camminando tra boschi e sentieri o scavando sotto terra, e non hai da fermarti mai.













giovedì 22 novembre 2018

Anatomia & Tai Chi




Molto entusiasmo, molta voglia di fare, tra le allieve del corso Tai Chi Chuan ai giardini Marcello Candia, Milano.
Tant’è che una di loro, Teresa, mi porta, per un parere, il libro che ha appena acquistato:
Anatomia & Tai Chi
di David Curto Secanella e Isabel Romero Albiol

Il libro si presenta molto bene, con un formato che mi cattura immediatamente, una grafica semplice e di immediata comprensione e dei caratteri facilmente leggibili.
Ben venga un testo così preciso sull’anatomia del corpo umano relativamente alla pratica del Tai Chi Chuan. E capisco che Teresa, medico, ne sia stata attratta.
Certo, condensare in un libro l’enorme tesoro di saperi che sta nel Tai Chi Chuan, credo sia impossibile.
Con questa debita premessa e una volta chiarito che ogni pubblicazioni onesta sul Tai Chi Chuan è benvenuta, e questo “Anatomia & Tai Chi” è onesto nella sua esposizione e contribuisce, almeno in parte, a colmare una lacuna sul piano strettamente anatomico, veniamo, brevemente, a ciò che non condivido, a ciò che, per me, manca.

Non condivido l’inserire lo stretching come parte importante nella pratica.
Credo che nel corpus del Chi Kung e del Tai Chi Chuan sia già  presente ciò che serve a “preparare il muscolo all’attività, incrementandone capacità elastica e rilassamento” (pg. 45).
Di più, sono convinto che il sapere di queste due Arti comprenda un preciso lavoro che investe il sistema miofasciale ( assente invece nel libro), ovvero quel sistema che avvolge ogni muscolo, ogni organo viscerale.  Tale involucro, da un lato costituisce una rete che sostiene, collega e separa tutte le unità funzionali del corpo, dall’altro, sotto la pelle, funge da contenitore per tutto il corpo.
Arriviamo così al corpo come tensostruttura in cui l’esatto rapporto tra tensione e rilassamento (rilasciamento)  è ciò che lo fa ben funzionare.
Ne hanno scritto sia autori lontani dalla pratica Tai Chi Chuan come Massimo Soldati, psicologo e psicoterapeuta, che si occupa di dell’Integrazione Posturale Transpersonale; Jader Tolja, medico e ricercatore, divulgatore dell’Anatomia Esperienziale; sia praticanti della Scuola Tai Chi Chuan del Maestro Gianfranco Pace.
Per restare nel campo “libri”, ci pensò già Mantak Chia, in Italia negli anni ’90, a lasciarci una visione ben più complessa e completa nelle sue svariate opere, per esempio in “Tao Yoga, Chi Kung dell’energia”.
Personalmente, se volessi integrare affidandomi a pratiche occidentali, per la mia formazione ed esperienza virerei sul metodo Feldenkrais.
Non certo sullo stretching, a cui, probabilmente tra i primi nelle Arti Marziali, mi avvicinai nei primi anni ’80 per poi lasciarlo perché nient’affatto convinto della sua utilità, tanto più ora che la sua divulgazione ha portato frotte di runners e clienti di palestre a rovinarsi praticando esercizi strampalati e del tutto dannosi.
E non sono certo in cattiva compagnia:
Secondo uno studio pubblicato sul “British Medical Journal”, scaldare i muscoli con lo stretching prima di qualsiasi attività sportiva potrebbe essere una perdita di tempo, perché non serve a prevenire gli stiramenti o a ridurre i dolori” (pubblicato in “Le Scienze” Settembre 2002)
Lo stretching non è il miglior mezzo sul quale basare la fase di riscaldamento pre-gara e/o pre-allenamento (…) L’utilizzo dello stretching nella prevenzione del fenomeno del delayed muscle soreness (1) apparirebbe ingiustificato e sostanzialmente inutile” (pubblicato in “Sport e Medicina” Dicembre 2007)

Più in generale, in “Anatomia &Tai Chi” manca del tutto una visione olistica del corpo,
dell’individuo come sé fisicoemotivo.
Si resta ancora al corpo macchina, quello su cui lavorano gli ossessionati del corpo che affollano le palestre o gli atleti che tuttalpiù ci aggiungono una spruzzata di psicologia: portatori di riduzionismo positivistico (2) e di una concezione scientista (3) e nient’affatto scientifica dell’individuo, del corpo e del movimento.
Alla faccia del pensiero taoista o, per restare nella nostra cultura e a tempi più recenti, al pensiero ed alle pratiche di quei numerosi ricercatori che hanno esplicitato come corpo e movimento rivelino chi e come siamo e siano alla base delle nostre azioni, delle nostre sensazioni e delle nostre emozioni.
Giusto qualche nome:
Ida Rolf, medico e  fondatrice dell’omonima pratica tesa a ristabilire l’allineamento naturale e l’integrazione strutturale del corpo;
Rudolf Laban, danzatore e coreografo, per il quale l’uomo, attraverso movimento e danza, può divenire  padrone della propria energia vitale, muscolare ed emozionale;
Moshe Feldenkrais, fisico e ingegnere, fondatore dell’omonima pratica che utilizza il movimento per arrivare alla consapevolezza di sé e migliorare la funzione;
Stefania Guerra Lisi, artista e docente di discipline della comunicazione, ideatrice del metodo della Globalità dei Linguaggi.
Purtroppo, la massa resta (ed è fatta restare….) ben ignorante e soprattutto illusa.

Ma il Chi Kung è davvero così poca cosa?
Quanto sopra, concisamente espresso, per esempio, da Vincenzo Bellia in “Dove danzavano gli sciamani”:
Il movimento è in sé “azione interpretativa”: interpreta contenuti psichici ed emozionali portandoli nel gioco interpersonale, interpreta i movimenti ai quali risponde, in una co – creazione simbolica che porta alla luce le dinamiche intrapsichiche”,  mostra l’estrema povertà delle pagine dedicate al Chi Kung.
Solo posizioni e tavole anatomiche.
Del Chi Kung che resta?  Della sua capacità di trasformazione, diciamo pure alchemica, che resta? Nulla. Solo figure, esercizi di puro stampo “ginnico” e, pur restando colpevolmente dentro al territorio meramente “ginnico”, gli autori non si rendono conto che, comunque e inevitabilmente, ogni postura, ogni portamento, investe l’aspetto “tutto” dell’individuo. Allora è necessario esserne consapevoli ed agire di conseguenza!!
Sì perché: “La personalità fisica non è qualcosa di separato, di estraneo, o di differente dalla psicologia dell’individuo, ma è parte di un’entità psicofisica interna covariante” (Ida Rolf in “Rolfing”).
Allora, poiché ogni gesto, ogni atto corporeo, è simultaneamente un investimento psichico, almeno proporre  sequenze di figure e gesti che di questo indissolubile legame siano consapevoli ed agiscano di conseguenza.
O, per restare in un campo forse più accessibile  agli inconsapevoli portatori di un gretto riduzionismo positivistico, ancora Ida Rolf: “Gli uomini sono soggetti sia alle leggi del mondo materiale sia a quelle dell’energia. I corpi umani, le case, le automobili, gli aeroplani, tutto ciò che esiste nel mondo tridimensionale è strutturato secondo le regole della meccanica. Tale suddivisione basilare della fisica si occupa degli effetti prodotti dall’involucro dell’energia terrestre – il suo campo gravitazionale – sulle cosiddette ‘particelle materia’ e sui loro aggregati. Tali particelle non sono semplicemente ‘materia’, ma sono anch’esse campi energetici. Tutti gli aggregati di materia manifestano energia a qualche livello” (ibidem).

Toccato sul vivo, non ho apprezzato il capitolo dedicato allo Zhan Zhuang.
Riferendosi al Maestro Wang Xiang Zhai (1886 – 1963) come fondatore di tale pratica, gli autori di “Anatomia & Tai Chi” si dimenticano
che l’Arte del Maestro nacque da una serrata critica a come si erano ridotte le Arti Marziali interne, Tai Chi Chuan compreso;
che lo Yi Quan (Dachengquan), l’Arte da lui creata, è una completa pratica di salute e combattimento;
riducendone, invece, la portata ad una ennesima serie di posizioni statiche, del tutto anonime e nulla più.
Invece:
E’ una attitudine di pugilato che desidera prendere la quintessenza di tutte le scuole di pugilato cinese” (Guo Guizhi in “Dacheng quan” traduz. mia)
Così come gli schemi di boxe sono in gran parte invenzioni, anche i metodi sono paccottiglia che va contro i principi della boxe e impedisce ai praticanti di mettere in gioco i propri istinti” (Wang Xuanjie in “Dachengquan”)
Un albero immobile è vivo e cresce incessantemente, fino a quando diventa forte e solido. Ispirati forse da questo fenomeno della natura, i nostri antenati hanno inventato questo modi di allenare la postura dell'albero” ( Yu Yong Nian in “ I Chuan” trad. mia)
Come praticante e docente della versione giapponese dello Yi Quan, ossia il Taiki Ken, mi premeva dare a quest’Arte affascinante la sua giusta dimensione.

Scritto ciò, “Anatomia & Tai Chi” resta un libro onesto, dignitoso, a cui attingere consci che
l’Arte del Tai Chi Chuan è ben più complessa e radicalmente trasformatrice
di quanto in esso compaia, di quanto sia possibile racchiudere in un testo.

Ovviamente, riprendendo Carl Gustav Jung; “ciò che la Cina ha costruito impiegando migliaia di anni, non può essere afferrato dal ladro. E’ necessario guadagnarselo per poterlo possedere”, ( cit. in “Taiji Quan” di Horwitz, Kimmelman, Lui) occorre praticare intensamente, appassionatamente e … bene.
Come facciamo noi dello Spirito Ribelle ZNKR.

1. Sono così chiamati quei dolori ad insorgenza ritardata, ovvero dopo giorni, post allenamento.

2. Considera il mondo umano retto dalle stesse e, in questa concezione, immutabili leggi che dominano il mondo fisico, negando all’individuo qualsiasi libertà di scelta.

3. Esaltazione acritica del potere della scienza, si fonda sull’idea che il progresso scientifico-tecnologico possa risolvere di per sé tutti i problemi sociali e umani e che la scienza possa cogliere in modo assolutamente oggettivo la realtà in sé, prevedendo in modo infallibile gli sviluppi dei fenomeni studiati. Nell’accezione comune, scientista è chi sia cieco difronte ai cambiamenti che avvengono nelle scienze stesse e che ne indirizzano diversamente scoperte e affermazioni.




lunedì 15 ottobre 2018

Ti ho fatto un incantesimo





Kenshindo incontra il Judo
del Tokyokodokan Milano




Tutti i cinque sensi danzano dentro  la mia anima come la terra fa con il sole, e l'aria, che ad ogni respiro assaggio, ha preso il suo ritmo naturale.
Tutto quel che pensavo lei fosse, tutto, proprio tutto, esplode potente saturando di sé ogni particella attorno.
Sono, siamo, con gli allievi ed amici i Maestri Valerio e Giuseppe, gli yudansha shodan Donatella e Giovanni, ospiti presso il
Tokyokodokan Milano,
in via Lattanzio,
a proporre il nostro
Kenshindo
“la Via dello spirito della spada”,
ad un gruppo di judoka.

L’incantesimo del katana si ripete, sempre diverso eppur sempre affascinante.
Mai ho sognato che avrei incontrato qualcosa come te, mai ho mai sognato che avrei messo in conto di poter perdere qualcosa come te, te che sei arma regina, sei letale strumento di morte e, insieme, leggero strumento di passione.

Questo controverso sentimento guida i miei passi, i miei gesti, le mie proposte ora che sono a coinvolgere in Kenshindo chi mai ha incontrato il katana nel suo percorso.
Così creo un’atmosfera di incertezza, di stupore ( che sarà mail il burlaghé?) incamminandomi lungo un riscaldamento che sia realmente apertura verso la pratica vera e propria. Dunque, un riscaldamento che leghi indissolubilmente gli aspetti più evidentemente fisici ( bravissima la yudansha Emanuela ad elencarli) a quelli fisicoemotivi, che nessuno di noi è macchina ma tutti siamo individui.
Il riscaldamento, ogni BUON riscaldamento, sintonizza il circuito percettivo – motorio (che poggia abitualmente intorno all’asse visivo – verbale) sul canale sensoriale cinestesico – propriocettivo, a partire dal quale mutano conseguentemente anche le rappresentazioni del corpo – visto e del corpo – parlato.
In sintesi, questa è la funzione psicologica del riscaldamento: promuovere l’investimento soggettivo, personale,  del movimento.
Allora, poiché comunque l’apertura di ogni lezione, di ogni allenamento, agendo sul corpo, modifica lo stato psicologico dei praticanti, è fondamentale farlo facilitando il passaggio:
           dallo stato di coscienza ordinario a “stati di coscienza secondi”;
           dal linguaggio verbale al linguaggio non verbale;
           dal pensiero logico – analitico al pensiero analogico e associativo;
           dalla disposizione difensiva ordinaria a una maggiore disponibilità alla circolazione delle emozioni;
           dalla dimensione concreta – operativa alla dimensione immaginativa, espressiva e creativa;
           a un buon bilanciamento extra / intraintensivo.
(Dove danzavano gli sciamani di V. Bellia)

L’incontro entra nel vivo ed io parto valorizzando quel che già i judoka sanno, parto da loro, dal loro vissuto: è importante che Paolo, yudansha, ottimo nell’esecuzione della sua tecnica preferita, Morote seoi Nage, abbia la sensazione di essere capace di qualcosa, dunque della sua conoscenza judoistica, perché più facilmente e senza ostruzionismi si apra alla pratica col bokken. Starà poi a lui tradurre la sua proiezione al suolo preferita in un gesto, un taglio di spada.
E tutti a provare quanto lo stesso Paolo ci ha suggerito.
Starà poi a me, forte di un uso del corpo “interno” fatto di articolazioni leste e muscolatura profonda potente, migliorarne il gesto, mostrarne le lacune. Lasciar testare l’evidente differenza tra uno sforzo fisico ancora grezzo, fatto di muscolatura superficiale condotta da un sé corpo ancora sconosciuto a se stesso, ed il gesto in cui i movimenti invece fluiscano svelti e sinuosi perché  originati dall’ordine in cui le parti del corpo si mettono in movimento.
Infatti, quando il praticante sente dentro, “nelle ossa”, che ci sono più modi di fare, allora le cosiddette tecniche, i waza , a mano nuda o con armi, i pugni o le leve articolari, le schivate o le proiezioni al suolo, scaturiscono dalla totalità di se stesso. Questo poiché è attraverso l’immediata, dinamica consapevolezza di un’esperienza fisicoemotiva che il fare esperienza e le “tecniche” si coniugano spontaneamente, liberando il praticante in vista del disegno fluido e ininterrotto del fare marziale, dello scontro, del combattimento.
Continuiamo e sarà il giovane Lorenzo, sguardo sveglio e vispo, a proporre la sua risposta al suichokugiri (il fendente a spaccare il cranio) di Paolo.
E insieme lo lavoriamo, lo mondiamo dei gesti, degli atteggiamenti che ne frenano l’efficacia.
Lo stesso Lorenzo subito capisce che cosa sto chiedendo loro, dove sto andando con le movenze che siano agili e flessuose, semplici e … letali.
Ancora Emanuela, decisa nel suo voler imparare, curiosa nel suo interrogarsi in tutta onestà e Sebastiano, anche lui yudansha,sempre attento a voler capire.

Erano i primissimi anni del terzo millennio quando scoprivo  che mentre i movimenti degli animali sono istintivi e generalmente attuati in risposta a stimoli esterni, quelli dell’uomo sono intrinsechi di qualità umane, poiché ogni individuo, con i suoi movimenti, esprime se stesso e comunica  qualcosa del suo essere interiore.
 Allora l’individuo ha la possibilità e la capacità di prendere coscienza degli schemi creati dai suoi “impulsi di sforzo” (così li chiamava Laban) e di imparare a svilupparli, a rimodellarli e ad usarli.
Ne discuto, non certo oralmente ma agendo di bokken, con Ilaria, yudansha dal sorriso ampio e dalla fisicità prorompente, con Carlotta, con chiunque si presti a verificare su di sé la qualità di quanto vado proponendo ed i clima generale è davvero accogliente, ben predisposto a confrontarsi, a sperimentare. Segno che il Dojo e la cultura che vi regnano è sincero e aperto, autentico Budo ricco di umanità.

Arriva il momento dell’acciaio, dell’estrazione e dei fendenti che, lame affilate, non permettono inganni, ritrosie o menzogne: Vivi o muori.
Eppure non serve aver paura della direzione verso cui ci guida il tagliente affilato: ognuno sarà in grado di scoprire (e poi fare?) ciò che vuole nella profondità delle sue emozioni. Tutto andrà per il meglio affidandosi a ventre e cuore, a quella misteriosa gioia combattente che ogni individuo ha in sé.
Allora Laura, Maestra yondan, attenta a capire come estrarre rapidamente. E i tentativi di tutti di trovare in sé quelle movenze che consentano di sopravvivere ad una attacco portato  al nostro lato: Non possiamo certo girarci e poi estrarre, e nemmeno estrarre da fermi e poi girarci….
Ed io a proporre il sorgere delle spirali, autentico potente innesto per onde e torsioni del corpo perché questi risponda vincente all’aggressione.

Ci avviamo alla conclusione.
Lavoro con il vivace Paolo, mostrando come l’affidarmi all’elemento Terra, corpo rilasciato in armonia con la forza di gravità, mi consenta di eludere lo squilibrio del suo Morote seoi Nage.

Poi, davvero, ci avviamo al tramonto della mattinata: Movimenti liberi, in cui reverie, il fantasticare, divenga corpo fisicoemotivo capace di esprimersi traducendo nello spazio quel che ognuno identifica come flusso e fluire, ognuno a suo modo, chi serpente, chi acqua che scorre …

In cerchio, mano nella mano, respiriamo e ci ascoltiamo, pelle su pelle, contatto su contatto. La mano di Emanuela e quella di Ilaria nelle mie. Contatti diversi, che sanno di forza e tenerezza, di dolce abbandono e apparente ritrosia. Contatti che subiscono inevitabilmente l’influenza di chi, a sua volta, con loro intrattiene la mano e a sua volta è influenzato dai compagni accanto, dalle loro di mani strette l’una nelle altre, in un cerchio che, figura geometrica perfetta, non ha inizio né fine; in un cerchio che è ed è stato, per un momento lungo attimi o ore, una comunità di intenti, di uomini e donne insieme per divertirsi, conoscersi e progredire. Attraverso l’Arte, non importa quale, progredire verso la conoscenza di sé e dell’altro, di come ognuno sta con se stesso e nelle relazioni che va costruendo.

Un sentito grazie a tutti loro. Un grazie particolare al Maestro, hachidan, Francesco Zaccheo che in pedana si è lasciato coinvolgere partecipando con la totale voglia di esserci, e che, insieme a  tutto lo staff del TokyoKodokan, ci ha cortesemente permesso di portare il nostro Kenshindo fuori dal nostro Dojo. Tra nuovi amici.
I Shin Den Shin
















mercoledì 3 ottobre 2018

Il magico potere del fallimento



Monique Serf, fischiata ad ogni esibizione, rifiutata in molteplici audizioni, affronta, presso un noto cabaret,  un provino al seguito del quale le viene offerto il posto di …lavapiatti, che lei accetta. Non è ancora Barbara. Abrahm Lincoln, fallisce negli affari, perde le elezioni, nuovamente subisce un pesante tracollo economico, resta vedovo, cade preda di un pesante esaurimento nervoso, viene nuovamente sconfitto in due successive occasioni elettorali. Sarà poi presidente degli U.S.A.
E le storie di Steve Jobs, di Serge Gainsbourg, Charles Darwin, Soichiro Honda …

Ce ne sarebbe abbastanza per annoverare
Il magico potere del fallimento”,
di Charles Pépin,

tra i soliti libri sull’enpowerment, sui prodigi della forza di volontà; per inserirlo nell’ormai vasta pletora di testi sulla resilienza; per farne un forte esempio del mito anglosassone del “volere è potere”; per considerarlo in linea con la dilagante e mortifera moda, a cui il palcoscenico dei media e dei social  dà enorme risonanza, che vuole ognuno di noi portatore sano di soli diritti e sano ed unico dispensatore di verità e certezze.

Invece l’autore, filosofo e docente universitario, introduce diversi dubbi, diverse interpretazioni che, pur non negando in toto il filone de “Gli ostacoli sono quelle cose spaventose che vedi quando togli gli occhi dalla meta” (Henry Ford), ci porta, grazie a Freud ed al pensiero psicoanalitico, su un diverso terreno.
Ci porta a non subire passivamente il “pensiero unico” anglosassone dove ad ogni caduta, ad ogni sconfitta, fa sempre seguito una risalita purché ci si affidi alla forza di volontà, alla tenace e totale fiducia nei propri mezzi: Volere è potere?!?!.
Forse ogni caduta, ogni fallimento è un  monito a riconsiderare i propri limiti, a verificare se davvero l’obiettivo puntato è nostro, davvero rispecchia il nostro Io più profondo.

Forse “Riuscire nella propria vita non significa volere a tutti i costi: è volere nella fedeltà al proprio desiderio. Il fallimento può essere l’atto mancato che ci avvicina a questo tipo di fedeltà” (C. Pépin).

La nozione di atto mancato fu introdotta da Freud nel 1901 nel saggio “Psicopatologia della vita quotidiana”.
In psicoanalisi, l’atto mancato è una condotta socialmente inadatta che realizza un desiderio inconscio. Ovvero, ti accingi a compiere un’azione ma o ne fai un’altra o non realizzi l’obiettivo di quell’azione.
Gli atti mancati non sono frutto di casualità, di stanchezza o di mancanza di attenzione o determinazione, piuttosto rivelano ciò che il soggetto non sa o non può esprimere consapevolmente: un’intenzione, un’unità, un desiderio represso. L’esplicitazione di un conflitto interno.
L’atto mancato, che nell’agire concreto è il fratello del lapsus nelle parole, potrebbe indicarci quali sono i nostri sentimenti e desideri più profondi. Quelli autentici.

Narrando di  Michel Tournier e di Pierre Rey, l’autore ci dice che, a volte, i fallimenti, letti come atti mancati, sono il segnale di un’intuizione a cui non vogliamo dare retta o, altresì, che “esistono successi che in realtà sono fallimenti, quando si accompagnano a una mancanza di fedeltà a noi stessi” e ci tocca poi pagarli in termini di insoddisfazione, noia, persino depressione, a mostrarci un desiderio profondo tenuto inascoltato, tradito.
Lettura interessante, sicuramente controcorrente, ci indica delle chiavi di interpretazioni in merito al nostro agire a cui, solitamente, magari prestiamo poca attenzione.
Immediato, per me, il parallelo con la nostra pratica marziale, così irriverente ed eretica a fronte del piattume generale equamente diviso tra sfogatoio per macho men repressi e salotto buono per  intellettuali “profferenti formule astratte e concetti sclerotizzatisi nel tempo” (Di una bella, dei suoi cortigiani e dei suoi possenti amanti. In questo blog – Giugno 2013).
Una pratica marziale, la nostra,  cui calza perfettamente una delle più belle citazioni che Pépin lascia nel suo pregevole libro:
 “Ciò ch’è grande nell’uomo è l’essere un ponte e non una meta(F. Nietzsche)


lunedì 1 ottobre 2018

Open Kenpo Taiki Ken






Una buona pratica inizia dal sentirsi comodi, a proprio agio, nella stazione eretta.
Perché possono apparire belle da vedere, intriganti da osservare, potenti da imitare le evoluzioni, lente o rapide, nello spazio, le acrobatiche gesta motorie, i massicci affondi di braccia.
Ma se non sai decentemente stare in piedi, se quando avvii lo spostamento i gesti parassiti la fanno da padroni facendoti oscillare o caricare il peso, se non sai amalgamare Terra e Acqua originandone Legno, quanto disperderai nell’ansia, nella fretta di metterti in moto?

Allora Ritsu Zen (la meditazione in piedi, l’imparare a stare in piedi), nelle sue varie espressioni, a restare in ascolto, propriocezione che cresce, senza accasciarti sotto il peso della gravità, senza sforzarti di contrastarla. In docile equilibrio tra il peso che grava al suolo e lo svettare della colonna vertebrale.
In un ascolto fatto di piccoli aggiustamenti. Attento che collo e trapezio di rilascino, si aprano, permettendo ai gomiti l’unico gioco possibile perché siano davvero la protezione del tuo spazio vitale e l’avvio dei gesti ficcanti nello spazio, davvero siano “l’impugnatura dei coltelli” che sono lama – avambraccio, punta – mano.

Da lì, prende corpo una libera sequenza di posizioni fisse, statiche (ma esiste qualcosa di “fisso”, di “statico”, di realmente immobile?) che si plasmano micromovimenti attraverso il gioco di perle delle spirali, che scivolano l’una dentro l’altra in continua trasformazione, immane dragone a strisciare ed elevarsi e premere…

E Hai ( strisciare) e Neri (impastare), semplici o complessi, animati dentro dalle due diverse spirali base.

Insieme tracciamo Tai Sabaki come  “Cerchi nell’acqua”: esplorazioni dello spazio che sottendono, nascondono percosse e leve e proiezioni.

Siamo in tre e so che il Maestro Valerio e Giovanni, assidui compagni in Dojo e nelle scorribande fuori, sono in grado di misurarsi anche con  i Kappuru (giochi di combattimento in coppia) più complessi.
Così ci avviciniamo alle danze di spirali col tronco: non semplici evasioni, semplici schivate, ma movimenti che nel far scomparire il bersaglio attaccato caricano invisibili, potenti e simultanei contrattacchi.
Un gran bel divertimento, qualche sganassone che arriva rumoroso, la difficoltà di mantenere “in asse” il corpo, lo stupore di un agire esplosivo e furtivo così, senza sforzo apparente.

Ancora una volta la conferma che 
se importante è quel che fai,
ancora di più è come lo fai.

Ancora una volta la conferma che il percorso che io vado proponendo è di qualità assoluta, qualità superiore.
E il viaggio continua….

“L’energia è sempre in movimento verso l’esterno o verso l’interno. Non può mai restare ferma: se fosse ferma non sarebbe energia, ma non esiste nulla che non sia energia. Quindi, tutto si sta muovendo in qualche modo”
 (Osho Rajneesh)


domenica 23 settembre 2018

Tra luoghi e persone



Ampio l’ingresso al castello di Voghera, la luce di una giornata che odora d’estate ad attenderci.
Con Monica, dopo una passeggiata tra le bancarelle del mercato e la piazza del centro, siamo a curiosare dentro l’obiettivo per cui siamo a Voghera:
la mostra fotografica
Tra luoghi e persone”.

C’è il tempo di dare un’occhiata al castello visconteo,  tra la parte ben restaurata e quel che resta dell’antico carcere.
Incontriamo Luca Cortese, uno degli espositori, che bene ci spiega il senso della mostra e il contesto, cittadina e castello, che la ospita.
Ennesimo pezzo di una bellissima Italia, tra colline verdi e quello che fu un manicomio in cui operò Cesare Lombroso, le sale del castello affrescate dal Bramantino e il neoclassico palazzo Gounela, una immane cattedrale rinascimentale e il tempio sacrario della cavalleria italiana, strattonata tra l’indifferenza pubblica e gli sforzi entusiastici per salvarla di pochi volontari.
La mostra, promossa dal gruppo “Spazio 53” con il patrocinio dell’assessorato alla cultura del comune, proprio per essere una collettiva, ci permette una piccola carrellata su diversi “occhi” fotografici.
Se, almeno pe me, la buona Arte è quella che sa emozionarmi, alcuni di questi “occhi” mi hanno colpito.
Penso a
Francesco Cito, i cui bianco e nero su scorci di matrimoni napoletani sanno giocare squilibrando ironicamente “figura e sfondo”, per dirla col linguaggio della Gestalt.
Pio Tarantini, le cui immagini sono certo belle ma … la luce, la luce di quelle fotografie, non so spiegare perché, mi ha catturato, quasi incantato e fatto stare bene, tanto che me ne sono staccato a fatica.
Luca Cortese, i cui paesaggi chioggiotti sanno confondersi e confondere, come ad aprirsi su uno spazio altro, infinito, in cui è facile perdersi per chissà cosa e chissà dove ri – trovarsi.
Altri “occhi” mi sono risultati indifferenti, persino noiosi.
E, come sempre faccio in questi casi di distanza, di noia, da interpreti e loro interpretazioni, mi riservo, una volta a casa, di interrogarmi su cosa, di profondamente nascosto, mi lega, mi tiene dentro queste sensazioni, su cosa ci sia di me, forse, che non voglio vedere.
Per chi volesse, la mostra resta aperta, ingresso libero, fino al 7 Ottobre.