martedì 19 maggio 2020

Un incontro straordinario



 I piedi che affondano nel terreno. Tutto il mio peso vi affonda, rilasciamento che anticipa un’energia ascendente, sorta di “molla” esplosiva, di onda shock, che percorre il corpo tutto indirizzando gli arti a divorare famelici lo spazio tutt’intorno. (1)
Affondare nel terreno, accelerare il moto ascendente tramite un’energia spiraliforme che non trovi freni o intoppi o sacche di resistenza grazie ad un corpo flessibile. Flessibile dentro e fuori. Libero e “vuoto”.(2)

Per questo è importante lavorare Fushime Taiso, laddove la mappa neurologica primordiale, alle radici, la possiamo esplorare compiutamente. Laddove, in caso di mancanze, di strappi o immaturità nel percorso di crescita ontogenetico (la maturazione infantile) in cui si riflette quello filogenetico (della specie) riscontriamo, una volta adulti, deficit di movimento sino ad una asfissia nella percezione sensoriale.
Dalla posizione fetale alla “stella marina”, movimento abbozzato che l’ombelico indirizza alle parti connesse, ai quattro arti, passiamo ai movimenti spinali testa - coda (pesci), poi a quelli omologhi, in cui gli arti agiscono simultanei e simmetrici (anfibi).
Quando l’essere, l’animale, esce definitivamente dall’acqua, ecco i movimenti omolaterali, asimmetrici sullo stesso versante di un arto superiore ed uno inferiore (rettili), a seguire i controlaterali, l’arto anteriore di destra si muove in avanti insieme al posteriore di sinistra e viceversa (felini), fino alla salita alla stazione eretta (bipede) e … ritorno.
Da bipede ecco, appunto, l’importanza di scaricare il peso a terra per poi esprimersi nello spazio, recuperando un pieno uso del bacino / femori e della colonna vertebrale in cui, nei millenni, il mancato uso degli arti superiori (anteriori) per la deambulazione, la parte “alta” si è impigrita fino a concedere poco o nulla alla qualità del movimento.

Simbolicamente, dalla Terra verso il Cielo.
Dall’accoglienza del femminile all’avventura di scoperta tipica del maschile. Sorta di separazione, di rescissione traumatica, violenta, dal cordone ombelicale, dal maternage come condizione necessaria per divenire maschio adulto. Certo, poi, ogni volta, torniamo alla terra, al femminile, per poi riprendere il viaggio in una sequenza senza fine.

Eppure, in questa affascinante sequenza così come l’ho descritta, sequenza di straordinaria efficacia motoria e pure marziale, di combattimento,
manca ancora qualcosa.

Manca, meglio, ora scopro un ancor più raffinato andamento corporeo che si traduce in azione e gesti ancor più fluidi, ancor più rapidi; scopro un nuovo, un diverso rapporto con la Terra, con il femminile, con la Madre.
Non una separazione netta, agita come strappo. Piuttosto un’accoglienza che mentre mi accoglie, accoglie il mio pesare ed io mi lascio accogliere, al contempo mi permette di allontanarmi, di esplorare nuovi spazi, di scoprire l’avventura del maschile senza lo sforzo, che è traumatico, del distacco.
E’ un incontro foriero di esplorazioni che nascono spontanee, senza traumi, senza sforzi e danzando l’armonia dell’ambiente.

Scopro, nell’azione corporea (3), che, dal semplice e primordiale movimento di irradiamento ombelicale fino al balzo sull’avversario, posso ora agire ancor più fluido, ancor più rapido.
Scopro, nell’elaborazione psicologica, che il distacco dal materno può essere una potente delizia, un delicato e audace slancio nel maschile, nel paterno.
Scopro che la separazione, ogni separazione, non necessariamente, anzi, deve essere trancio doloroso.

Scopro che faccio meno fatica ed ottengo di più.

Che è il succo, il cuore, di ogni pratica motoria, corporea, dunque anche sportiva se l’intellighenzia sportiva fosse realmente tale e non un mondo chiuso nella sua ignoranza! (4)
Che è il succo di ogni pratica marziale, combattente, lottatoria, laddove la rapidità del successo sull’avversario col minor dispendio di energie stabilisce chi vive e chi muore.
Che è il succo di ogni pratica terapeutica, di ricerca del benessere e del bellessere.

“Per quanto tu sia bravo, puoi sempre migliorare,
ed è questa la parte emozionante”
(Tiger Woods)

Un sentito grazie ad Eleonora che, prendendomi per mano, mi ha permesso questa scoperta.


1. Pratica sensazionale di efficacia ed efficienza ben più progredita di chi ancora pratica privilegiando gli arti al lavoro del corpo tutto, ma pure di chi ancora pratica affidandosi al ruotare dei fianchi o alla contrazione / decontrazione muscolare delle gambe.

2. “Possiamo allora dire che lo spazio incorporato, vale a dire tutti i volumi che percepiamo al nostro interno, si espande leggermente tutt’intorno a noi, nello spazio peripersonale (…) e che lo abitiamo e lo utilizziamo molto meglio se affiniamo la consapevolezza della sua dinamicità” (M.  Della Pergola).

3. Non sono ancora in grado di spiegare compiutamente in forma teorica questa evoluzione: dall’agire descritto nelle prime righe a quanto vado scrivendo in quelle a seguire. So come fare, come proporlo ad altri. So come trasformare in questa innovazione ogni esercizio, ogni gioco già praticato: dai Fushime Taiso agli spostamenti, dalla forma Tai Chi Chuan ai push hands, dai colpi di braccia e gambe alle proiezioni al suolo. Ma, al momento, non ho ancora trovato come passare dalla pratica all’elaborazione teorica scritta, o, quanto meno, ad una elaborazione tanto esaustiva quanto sufficientemente sintetica da essere ospitata in un blog!!

4. Ancora largamente maggioritaria è la pletora di docenti, allenatori e praticanti che sostiene il “Ho le spalle contratte” invece di “ Io sono spalle contratte”. Sorta di schizofrenia che scinde Io e corpo, che guarda al corpo come corper, oggetto di scienza, oggetto posseduto, oggetto da misurare, invece che leib: corpo del mondo della vita, essere corpo.
Dal Platone (Atene 428-347 a. C.) del valore universale delle idee, per cui diviene necessario negare corpo e sensazioni, alla nascita del capitalismo con le teorie comportamentiste ( primi del ‘900) per cui, dato l’inserimento sistematico delle macchine nel ciclo produttivo, era imperativo sapere ciò di cui un individuo è capace attraverso osservazione e misurazione, fino al dominio della tecnica dei giorni nostri (dove ogni essere umano è trattato come se fosse soltanto una macchina, cioè un mezzo), ecco il percorso dell’alienazione del corpo, ecco le palestre ed i corsi in cui il corpo è da modificare, da modellare, in cui persino un’arte complessa, profonda e pulsionale come il combattimento viene insegnata / praticata seguendo il foglio simil IKEA per montare un mobile!!.





sabato 16 maggio 2020

Giri Haji. Dovere e Vergogna




Un poliziesco anglonipponico, incentrato su un sicario della yakuza scappato dal Giappone e sul fratello detective, piombato a Londra a cercarlo.
Una Londra fatta di meandri speso sordidi e sottobosco di uomini e donne che faticano a trovare una propria dimensione autentica nella sempre più caotica e malevola città.
Nella serie, agiscono personaggi tutti grande spessore, nessuno secondario né alla trama avvincente degli accadimenti né allo scavo psicologico delle loro debolezze umane. E non è facile trovare una serie in cui tutti, ma proprio tutti, i partecipanti contribuiscano all’intensità dello spettacolo.

Mi ci sono accostato per semplice curiosità per poi imbattermi, oltreché in uno spettacolo avvincente e godibilissimo, nel binomio che dà il titolo alla serie:

Dovere/Vergogna”,

che sono i due elementi che qui tutti i personaggi hanno in comune.
Ogni personaggio, infatti, è legato da un obbligo in cui albergano le cicatrici di disonori passati.

Un senso del dovere che per i personaggi di stampo europeo suona come un individuale  Devo stare meglio” oppure “Dovrei essere diverso da come sono”, mentre in quelli giapponesi il senso del dovere (giri), è quello al quale si sacrificano le emozioni umane (ninjo), al fine di far trionfare l’armonia della collettività, il rispetto della famiglia, dell’impresa per cui si lavora, del clan, della patria.
Stesso è per la vergogna, correlata, nei primi, alla percezione che si ha di se stessi. La vergogna si presenta come un senso sgradevole di nudità, di trasparenza: si ha la sensazione di essere stati scoperti e di conseguenza si vorrebbe diventare invisibili, sparendo per sempre dagli sguardi altrui.
Nella cultura giapponese, vergogna (haji)  più che imbarazzo è disonore.
Come scrisse Ruth Benedict, in “Il crisantemo e la spada”, la cultura della vergogna sarebbe la pressione ad agire nello stesso modo. Per il giapponese, lo stimolo di partenza proviene dall’esterno, sicché l’autocontrollo o l’autocensura, contrariamente alla mentalità occidentale, si attivano non per fedeltà a una propria morale interiorizzata, ma per evitare il rimprovero esterno.

L’incontrarsi e lo scontrarsi dei personaggi, a Londra come in Giappone, crea sotterranee e malcelate commistioni tra queste due visioni che lacerano sia i singoli che le relazioni tra gli stessi, il tutto mentre la vicenda procede tra sparatorie, massacri, agguati e fughe vertiginose.

Allora lo scorrere degli eventi, mentre mostra il limite di karoshi “la morte per eccesso di lavoro”, ovvero la spinta all’onorare ad ogni costo impegni e scadenze, mostra anche la decadenza mortifera insita nella deresponsabilizzazione e nell’eccesso di godimento; di come tatemae / honne, l’apparenza che fa da scudo alla sostanza, possa rivelarsi una trappola soffocante tanto quanto l’occidentale mostrarsi e fare quel e come ci pare, in nome di un liberismo avido ed egoista, sia traghetto verso disperazione e dissoluzione.
Danziamo, puntata dopo puntata, tra il preconcetto nostro di cercare sempre una causalità lineare e quello asiatico di cercare invece un senso ad ogni esperienza.
Abitiamo la compostezza di kijo, il dolore riservato, persino elegante, di contro alla sguaiata esposizione senza ritegno dei sentimenti, ed intanto ci domandiamo se il primo non sia paura, fuga dall’ascolto di sé ed il secondo una spiacevole ma necessaria catarsi.

La serie non lascia certezze allo spettatore, o almeno questa è la mia impressione. Questo perché la parabola di ognuno dei personaggi è narrazione in divenire.
Se davvero la realtà è mondo intenzionato, allora l’individuazione, il percorso di ognuno, è a carico di ognuno di noi, in cui l’altro, l’ambiente, non può essere né scusa né colpa per le nostre scelte. Che si venga da una formazione tradizionale o da una che la tradizione ha dimenticato, ognuno ha da fare i conti con i sensi di colpa e le ambizioni, i progetti, che lo abitano. Ognuno ha il suo substrato inconscio, più o meno contaminato dal retaggio della storia umana, da quello che è chiamato “inconscio collettivo”.

Dal punto di vista occidentale, che per forza di cose; nascita, educazione, relazioni ecc. è il mio, per così dire, “naturale”, viene da chiedersi, questo sì abbracciando la concezione orientale, il senso di questa rapidità, che è superficialità, della comunicazione, dell’avere tutto e subito, della frenesia del consumare quand’anche senza usare, e che in fretta deragliano nel consumo usurante di noi stessi.

Guardare la e le storie qui raccontate è ripensare ai nostri atteggiamenti, al nostro fare fisicoemotivo, significa comprendere il senso di ciò che sta accadendo attorno a noi, che sia ancora latente o in bella mostra, ma che intuiamo essere trasformazione in corso della collettività  verso un futuro ancora tutto da riempire ma dai contorni acidi e maligni. Allora ognuno di noi è e sarà responsabile verso di sé come verso gli altri, responsabilità che è rispetto e cura, pazienza e gentilezze, tanto quanto fermezza e coraggio, audacia.
E’, per me, per le mie scelte, Spirito Ribelle, ovvero pratica di disubbidienza ed opposizione all’abbruttimento ed al servilismo di un presente che vuole condurci verso un prossimo futuro dominato in toto dalle leggi del profitto e della mercificazione, dell’alienazione.
D’altronde “ Niente se ne va prima di averci insegnato ciò che dobbiamo imparare” (Buddha)

Una nota di merito alla musica. Non tanto per i gradevoli brani musicali, quanto per le percussioni, i tamburi, che colpiscono e tracciano, improvvisi, lungo l’intero arco della narrazione. Semplicemente sublimi.

Giri Haji
su Netflix





lunedì 27 aprile 2020

Praticare meravigliosamente



Praticare appieno, meravigliosamente, è un mare di idee inaspettate e indicazioni semplici ma profonde atte ad incrinare, fino a ribaltare, credenze cristallizzate e ignoranze solidificatesi nel tempo tra i saperi, vetusti o meno, creduti legittimati da diplomi e carte o inventati di sana pianta, del corpo e della andragogia corporea, del corpo e dell’anatomia applicata al movimento, del confliggere e combattere uno con e contro l’altro.

Praticare appieno, meravigliosamente, è un mare di idee inaspettate e indicazioni semplici ma profonde atte ad incrinare, fino a ribaltare, quelle difese personali, quegli evitamenti personali, che ci impediscono di contattare le nostre pulsioni profonde, di affrontare il processo di individuazione necessario alla nostra autentica affermazione adulta ed autodiretta, a conoscere e coltivare vitalità ed erotismo, l’intelligente curiosità di abbracciare la vita.

Praticare appieno, meravigliosamente, è un mare di idee inaspettate e indicazioni semplici ma profonde atte ad incrinare, fino a ribaltare, quel senso di vuoto, di smarrimento, che, recidendo il legame, il rapporto tra vita e senso, ci fa imboccare la strada della povertà emotiva e dell’insoddisfazione latente, ci fa intravedere lo spettro di stati depressivi.

Praticare appieno, meravigliosamente, è un mare di idee inaspettate e indicazioni semplici ma profonde atte ad incrinare, fino a ribaltare, ogni delirio di onnipotenza, ogni pretesa di autocentrismo monadico, indicandoci che nessuna vita umana può pretendere di costruirsi da sé necessitando invece della relazione, del contatto, che è sempre fisicoemotivo, con l’altro.

Praticare appieno, meravigliosamente, è un mare di idee inaspettate e indicazioni semplici ma profonde atte ad incrinare, fino a ribaltare, la pretesa di possedere la Verità assoluta, indicandoci, invece, che possiamo non essere servi del “pensiero unico” e che, condividendo, dando la parola all’altro, accettiamo di perderla per ritrovarla in un discorso comune, collettivo.

Praticare appieno, meravigliosamente, è un mare di idee inaspettate e indicazioni semplici ma profonde atte ad incrinare, fino a ribaltare, l’eccesso che è consumo senza uso, l’eccesso del godimento illimitato, la manipolazione drogante di un sistema che introduce nuovi bisogni per produrre e vendere nuovi prodotti, materiali o ideali, in risposta a quei bisogni indotti.

Praticare appieno, meravigliosamente è presenza come strategia di vita, è appartenenza al mondo, è un corpo ben centrato che emoziona e così muove i sensi, è vivere. 
E’ Movimento Intuitivo e Gestalt Process. E’ arte del confliggere, del benessere e bellessere. 
E’ Spirito Ribelle.




“La direzione è molto più importante della velocità.
Sono in tanti ad andare velocemente da nessuna parte”















venerdì 24 aprile 2020

Il fascino discreto della borghesia



 In questo periodo di isolamento imposto (1), da e per mesi, da “Lor Signori” sostenuti da fantasiosi esperti di teoria (Burioni docet) mentre quelli autentici, quelli che l’esperienza se la sono fatta sul campo (Tarro e Manera, per esempio) sono relegati ai margini,  tante sono le pellicole contemporanee che possiamo vedere in TV.
Eppure trovo in Lupo, dopo aver visto “in famiglia” il recente, è del 2011, Midnight in Paris”, di  Woody Allen, un sostenitore nel condividere la visione di una pellicola datata 1972 !!
Il fascino discreto della borghesia
regia di Luis Bunuel
Grazie al canale Youtube, ci assicuriamo quasi due ore di gran spettacolo.
E’ per me fonte di gioia trovare in mio figlio sedicenne un adolescente di tale spessore e curiosità intellettuale nient’affatto superficiale.
Sì perché “Il fascino discreto della borghesia” non è certo un film di facile comprensione in cui, vuoi la tecnica cinematografica ampiamente datata, vuoi la non - trama surreale, richiedono un’attenzione continua.

Il fascino discreto della borghesia è centrato sulla storia di sette personaggi: due coppie, un vescovo, un ambasciatore e la sorella minore di una delle donne delle coppia, tutti di estrazione sociale alta.
In un susseguirsi di incontri, costoro, ogni volta che si siedono a tavola per mangiare, sono interrotti da eventi imprevisti, strampalati.
La storia da subito si mescola, fino a nascondersi, con i sogni di personaggi che occasionalmente entrano in scena o dei sette stessi.
La  pellicola, in sintonia con lo spirito antagonista del regista, è una feroce critica verso la classe agiata che detiene il potere e, con essa, contro una morale ipocritamente perbenista.
Tutta la trama segna il senso di decadenza mortifera che anima quei personaggi: Il vescovo elimina il moribondo di cui è chiamato al capezzale che gli confessa essere stato l’assassino dei genitori dello stesso prelato, tre uomini del gruppo trafficano in droga, l’ambasciatore ha una relazione con la moglie dell’amico il quale finge di non saperne nulla.
In questo quadro grottesco e squallido, si giocano i sogni e gli incubi che costellano la pellicola.
La poetica del regista ruota attorno al tema del desiderio, letto sotto due forme: l'ossessione per il potere e possesso e la frustrazione del desiderio. Il tutto governato da  un'impotenza di fondo che rimanda  ad una matrice sessuale. Come a dire che questi continui pranzi interrotti sono coiti interrotti, segnano un’impotenza di fondo.

E  sono proprio i sogni, “sogni d’angoscia” secondo il pensiero freudiano, a mostrarne l’essenza, ad essere l’asse portante del film.
Ne parlo, a fine proiezione, con Lupo.
Perché, oltre alla sensazione di scombussolamento, persino turbamento, mai scevro di una pepata nota di sarcasmo ed ironia che accompagna sempre la pellicola, credo importante confrontarmi su una spiegazione che dia senso a quei sogni, a quegli incubi, dunque al film stesso (2).
Così, forte della teoria freudiana che vuole il sogno rivelatore di un desiderio inconscio il quale, a sua volta, ne nasconde uno ancor più profondo, ancor più allontanato, estraniato dall’Io, (3) rivediamo insieme, uno dopo l’altro i sogni, gli incubi che Bunuel ha messo in scena.

Qui mi piace evidenziare il sogno raccontato da un militare a un gruppo di borghesi, i quali faticano a celare il loro fastidio  davanti  ad una manifestazione dell'inconscio da parte di un estraneo. Come a dire il bon ton innanzi tutto. A quanti di noi è capitato trovarci in uno e nell’altro di questi ruoli?
Infastiditi e ben poco coinvolti dalla cruda e sofferta nudità esposta da altri quanto, a nostra volta, assolutamente non accolti o addirittura sconfessati quando eravamo noi a cercare un ascolto empatico ai nostri desideri, alle nostre paure inconfessate.

Il sogno del signor Sénéchal (splendidamente interpretato da Jean-Pierre Cassel, padre dell’attore Vincent Cssel) è di trovarsi ,del tutto inconsapevole, su di un palcoscenico davanti al pubblico, mentre i suoi amici si allontanano turbati.  Impietrito, appare impotente: non sa come scappare  anche lui dal palcoscenico. La sua angoscia è indizio di profonda insicurezza, di inadeguatezza, di incapacità nell’accettare quel che egli è vergognandosene.
Questo sogno di inadeguatezza, di vergogna dentro ed oltre la “maschera”, il “ruolo”, ci dice qualcosa? “

Sconvolgente il sogno del commissario di polizia (il "brigadiere insanguinato" che fa evadere i prigionieri) ovvero il desiderio di malvagità e sadismo da parte di un'istituzione repressiva, in cui viene messa in scena
una forma di impotenza.
Infatti il commissario di polizia non può essere sadico come vorrebbe mentre è costretto, a sua volta, a subire il Ministro, il superiore, che ne castra la volontà di potenza.

Ora non mi resta che contare sulla buona prima impressione per condividere prossimamente con Lupo la visone di “La via lattea”, sempre di Bunel; pellicola che io trovo affascinante e, a per mio, uno dei più bei film che abbia mai visto.


1. L’OMS dichiara “Nelle RSA del mondo metà dei morti per Covid – 19”, come a dire che una corretta gestione delle stesse avrebbe dimezzato il numero totale dei decessi. Della restante metà, i medici sul campo hanno dichiarato che la maggioranza è morta per/col Covid – 19 avendo, però, pesanti ed invalidanti patologie pregresse. Insomma, questo Covid – 19, pericoloso che certamente sia, non è il male assoluto, il feroce sterminatore che Lor Signori ed i loro presunti esperti al seguito ci hanno raccontato!!

2. Bunuel e gli altri componenti del movimento surrealista come Dalì, Breton, Desnos, subirono l’influenza della psicoanalisi freudiana. Bunel stesso ebbe contatti personali con Jacques Lacan, psicanalista di stampo freudiano poi creatore di un suo proprio orientamento.

3. Una volta che il desiderio represso cerca di emergere in sogno ma si scontra con quella parte della psiche che è il preconscio, la quale lo costringe ai confini della coscienza, questo nascondimento  provoca uno stato di angoscia.



domenica 19 aprile 2020

Le scorpacciate del cuore




“Chi è molto emotivo viene spesso giudicato debole.
Ma è il contrario: provate voi a sentire tutto
e a rimanere comunque in piedi”
(M. Conteddu)


La pratica delle Arti Marziali, la pratica Body Counseling, è un’esperienza di incontro con il proprio mondo inconscio. Ci fa fare esperienza di un rapporto con una dimensione inconscia della nostra vita che elude continuamente ogni rapporto.
Passando attraverso questa esperienza, cambia il praticante, cambia il suo rapportarsi con le persone e l’ambiente che abita, cambiano tante cose… tra queste c’è il rapporto con lo scibile, la cultura e tutto quel  che ambisce a dire quel qualcosa di fondamentale che, invero, non si lascia dire.

Per farlo, per praticare di corpo come io propongo, che sia pratica del combattimento, ovvero “marziale”, o pratica terapeutica, ovvero di benessere e bellessere (ma esiste e, se esiste, dove si posiziona il confine tra l’una e l’altra?) occorre essere audaci, che è non nascondere il malessere, ma farne  intensa e vigorosa occasione di crescita e trasformazione.
Significa farlo attraverso l’esposizione corporea, fisicoemotiva, laddove il corpo è l’essere dell’esistenza, il luogo del suo accadere, l’iscrizione del senso. Se l’esistenza appare come un viaggio ed insieme un’esposizione corporea, allora “il pensiero avrà come oggetto il corpo” (1) e l’esperienza del toccarsi e del toccare.

Toccarsi dentro, contattarsi dentro, nel profondo … oggi che la pressione sociale non si esprime più attraverso i divieti (2) ma attraverso modelli proposti anzi imposti perché, in perfetta logica di mercato capitalistico, i divieti non accelerano i consumi, i modelli invece sì. Farsi imporre dall’esterno sogni e bisogni, obiettivi e stili di vita comporta esporsi in ogni caso al fallimento: non solo se ci si accorge di non essere all’altezza di quel modello, ma anche nel caso si riesca a realizzare un progetto che non ci appartiene, che comunque ci mostra la nostra inautenticità. (3)
Toccare l’altro, contattare l’altro … perché il sentire del corpo è tale nel tocco che sfiora, incontra, preme, la pelle dell’altro, nell’esperienza dell’andar fuori, nel tono di chi si dispone all’incontro con l’altro consapevole di un ritorno presso di sé in cui non sarà più come prima.

Praticare di corpo, che è una scorpacciata di cuore, respiro ed emozioni è sentirsi scossi, è emozionarsi,  è assumere stati di coscienza espansa. E’ comprendere se stessi, consapevoli che le contraddizioni sono spesso più significative dei comportamenti coerenti e lineati proprio perché segnalano conflitti e noi siamo fatti di conflitti.



1. Marco Vozza, nella sua introduzione al pensiero del filosofo Jean Luc Nancy.

2. Salvo il caso eccezionale di questi mesi, in cui all’attacco di un virus il governo ha risposto con una serie di divieti che sono gravi limitazioni della libertà e innestando uno stato di paura diffuso nelle coscienze degli individui col rischio di sfociare in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo. Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo.
A questo, danno mano forte virologi e medici più avvezzi al teorizzare che allo stare sul campo di battaglia, Burioni capofila, mentre chi davvero ha lottato contro virus aggressivi, Tarro su tutti, viene relegato in panchina quando non in tribuna  (https://www.affaritaliani.it/milano/il-virologo-da-nobel-tarro-milano-puo-gia-riaprire-il-caldo-batte-il-virus-666197.html) e gli sproloqui ed i numeri gettati alla rinfusa da esperti (????) come Arcuri e Borrelli.
Il terrore del contagio, per cui all’aria aperta (!!) cambiamo marciapiede appena intravediamo in lontananza un altro individuo, per cui ci infiliamo in code estenuanti per comprare un’agognata mascherina, e al tempo stesso le pratiche di massa provocate da un’ulteriore paura dell’imprevedibilità del futuro, mi portano ai concetti cardine della psicologia delle masse, teorizzati da Freud in “Totem e tabù”. Ed è un tornare nient’affatto confortante.




 Post illustrato con particolari della mia dimora












giovedì 16 aprile 2020

Goals



 No, non un libro sul gioco del calcio né, tantomeno, una autobiografia celebrativa di uno dei bomber più prolifici degli anni ’80 e ’90.
Gianluca Vialli, utilizzando spaccati di storie di sportivi, alcuni famosi altri meno, sgrana una serie di brevi insegnamenti su come affrontare le avversità che ognuno di noi incontra nella vita di tutti i giorni.
Utilizza un metodo semplice, ma estremamente efficace: poche pagine a descrivere grandi trionfi o anche piccoli successi ottenuti contro ogni avversità, ogni pregiudizio, ogni pronostico sfavorevole, accompagnate da una frase lapidaria, motivazionale.
Non sono frasi mollicce in stile “Baci Perugina”, ma parole anche dure che toccano immediatamente il cuore, le emozioni.

Finché non cominciò a piovere, Noè sembrava un folle.
Continua a costruire

Niente di originale in anni in cui, dagli U.S.A. e dalla loro cultura di frontiera, teorie motivazionali, testi sulla resilienza, frasi stesse scandite all’insegna della motivazione e del raggiungimento del successo, sono sbarcate massicce sulla nostra tavola culturale. Ma queste, scelte da Vialli, le ho trovate particolarmente significative. Significative di un modo semplice ma non semplicistico, diretto ma mai saccente, per arrivare a bersaglio: il lettore anonimo, che non è e probabilmente non sarà mai un Alex Ferguson o una Serena Willams, un LeBron James o  un Roger Federer, ma che di kazzi amari da masticare, di avversità nella salute, nell’amore, nel lavoro, ne fa, purtroppo, incetta ogni giorno.
E sarà anche per questo che, accanto ai nomi altisonanti che occupano per anni le pagine di quotidiani e rotocalchi, le cui immagini e parole ed imprese sono raccontate e raccontate ancora nelle televisioni di tutto il mondo, compaiono oscuri carneadi, vincitori di un premio secondario, vincitori di periferia, anonimi vincitori per una notte che la ribalta l’hanno solo sfiorata o vincitori il cui nome, le cui imprese, per un motivo o per l’altro, il grande pubblico non l’hanno toccato, il successo l’hanno occupato per pochi attimi o, addirittura, ha portato loro più danni che benefici. 
Se ci è facile pensare al pugno nero di Smith e Carlos  ed alla loro silenziosa contestazione a favore del Black Power nelle Olimpiadi del 1968, non so (io di certo no) quanti conoscano la storia di Ghada Shousa, in una Siria tormentata e maschilista, di James Hunt, il pilota pazzerello che vince un mondiale, uno solo, grazie alla sua avventatezza in una giornata di grande fortuna  ma è ricordato dai più perché sulla tuta aveva fatto scrivere ”Il sesso è la prima colazione dei campioni”; dell’impacciato e modesto Mark Edmondson, uomo troppo semplice per non combinare un pasticcio anche quando, finalmente, lui tennista n° 212 al mondo, un trofeo lo vince.

Senza il tuo consenso, 
nessuno può farti sentire inferiore

D’altronde lo sport, il suo mondo, non è che una micro rappresentazione del più grande mondo tutto.
In esso ci puoi leggere e persino anticipare le leggi dell’economia, i costumi sociali, i comportamenti individuali e di gruppo che regolano la società tutta. E’ una particolare lente di ingrandimento capace di mostrare i fenomeni della società umana, indagando i loro effetti e le loro cause, in rapporto con l'individuo e il gruppo sociale e in riferimento ad altri avvenimenti.

Non è il carico che ti fa cadere a terra.
E’ il modo in cui lo porti

Libro di scorrevole lettura ma, questa è la mia impressione, di ardua trasmissione nella nostra vita quotidiana perché la vita, a volte per alcuni e per altri spesso, sa essere avversario tremendo e implacabile.
Però, senza per questo offrirla come scusa ai miei tentennamenti, tengo e terrò sempre davanti agli occhi la seconda frase del libro “Sii gentile con te stesso”.
E, se qualcuno dei mie lettori si sta chiedendo quale sia la prima frase… eccola
Le citazioni funzionano solo se tu funzioni”.
Perfido, questo Vialli!!

Gettami in pasto ai lupi e tornerò indietro
alla guida del branco



giovedì 9 aprile 2020

Il desiderio del corpo









Nel piccolo cortile, abbacinato dal sole, mi specchio e non so più chi e cosa sto guardando.
Gesto dopo gesto, gesto dentro a gesto, apro questa porta che sono io, sono colui che plasma la propria  identità. Sento come respiro, come arranco, per poi scivolare fluido; sento come manco, quando mi chiedo perché non sono più io, e sento come abbondo, quando scopro che nuovo e dolcemente potente sono io.
Comprensione profonda, lo chiamo quel processo di apprendimento in cui la consapevolezza si insedia dentro me corpo, fin dentro le cellule, e impregna ogni aspetto dell’essere, essere fisicoemotivo, unico accompagnamento.

E pratico Fushime Taiso, “il cambiamento”, sorta di corporei disegni originali che sono riflessi primitivi, soluzioni di equilibrio e reazioni di raddrizzamento.
Apro un’oscurità primitiva, animalesca, mia vecchia amica di stanze buie, lontane dalla ragione e dalla buona educazione.
Sai, sono venuto a incontrarti nuovamente, tu visione che fa rabbrividire dolcemente e hai lasciato i tuoi semi mentre dormivo nelle prigioni della finzione.
Tu visione che, non so quando, è stata piantata nel mio cuore, nel mio corpo, nel mio cervello e ancora perdura nel suono del corpo che danza e striscia e scivola, affilato e nudo come un coltello.

Fushime Taiso, flusso assillante di energia che forma e trasforma e deve fare i conti con un me corpo che accumula esperienza, invecchia e si confronta con l’ambiente circostante.
Tutte le percezioni il corpo abitano e quel corpo agitano. E tutta la sapienza del mio corpo di “artista marziale” è impregnata di incontri ed esperienze in cui sempre, da qualsivoglia fonte provenisse, ho privilegiato l’accoglienza.

Quanti anni, mesi, giorni ed ore nella vita abbiamo noi…passano tra frastuoni e silenzi  e forse non te lo chiedi mai; e quanti cambiamenti nel tuo corpo che cresce e inevitabilmente si trasforma a volte di nascosto a volte in modi volenti.

Io, per parte mia, anche oggi, abbacinato dal sole in questo cortile piccolo, provo a farlo con sincerità, provo a cimentarmi nei Fushime Taiso e, con loro, nelle pratiche corporee e somatiche che, rifiutando ginnastica e l’attenzione a un corpo meccanico e stupido, fanno dello Spirito Ribelle la mia casa e quella casa che tengo aperta a chi voglia accompagnarmi in questo viaggio, prendendo in mano il suo cuore intrepido.
















Post illustrato con particolari della mia dimora













































mercoledì 1 aprile 2020

Freud la serie TV




Rimasi stregato, dalla serie “Taboo”, in cui insieme danzavano loschi e pratici affari con un mondo esoterico, personaggi borderline e un amore proibito, creando  una sequenza lievemente raccapricciante e invece panciuta di torbido mistero. Il tutto condito dalla forza primitiva, animalesca nei suoi legami con le pratiche animistiche e cannibali dell’Africa, che riempiva il protagonista.
A proposito, la serie è ancora per poco su SKY, chi ne fosse incuriosito, si affretti: ne vale la pena!!

Non potevo, dunque, non lasciarmi tentare da
Freud
serie Netflix di produzione austriaca.

Non potevo perché Freud non è la semplice storia del noto padre della psicoanalisi.
La serie è un thriller dalle tinte oscure che mescola il giallo investigativo, il genere noir ( quel filone in cui fondamentale non è individuare il colpevole, ma come farà il protagonista a destreggiarsi in situazioni pericolose), l’esoterismo, l’ipnosi e le pratiche occulte; in un ambiente in cui convivono degrado sottoproletario e sfarzo nobiliare; in una fase storica di grandi tensioni politiche e rivoluzionarie ad opera di ex esiliati ungheresi; dentro ad un mondo scientifico che mostra subito i suoi aspetti scientisti (ritiene un unico sapere valido e rifiuta quindi ogni altra forma di sapere che non segua i metodi propri di queste scienze) e avversi ad ogni innovazione; animato da personaggi ambigui, distorti e violati nell’animo da pulsioni indicibili.

In primo piano, Sigmund Freud.
Complice l’assenza di riferimenti certi sulla sua vita giovanile, gli autori, mescolando le poche informazioni disponibili con un loro personale disegno narrativo, hanno dato vita ad un Freud cocainomane (attenzione, la sostanza non era vietata in quegli anni. 1), che procede a tentoni nelle sue sperimentazioni sull’ipnosi come possibile terapia, fragile e contraddittorio, messo all’angolo dai baroni della medicina e coinvolto, suo malgrado, nella soluzione di alcuni efferati delitti che ammorbano Vienna.

Dunque, inutile cercarvi i primi autentici passi nella creazione del suo impianto terapeutico, il ruolo reale che ebbe l’ipnosi, poi abbandonata, nelle sue pratiche. Solo qualche accenno, evidenziato nei titoli stessi di ogni singolo episodio (Isteria; Trauma; Sonnambulismo; Totem e Tabù; Desiderio; Regressione; Catarsi; Rimozione), che poi si perde in una trama volta a coinvolgere emozionalmente lo spettatore nella catena di delitti tra scene oniriche, mitologia ungherese, elementi soprannaturali e, non potrebbe mancare mai nelle produzioni di questi anni, momenti di sesso vero o sognato.

In questo mescolarsi di molta finzione e poca biografia, incerti sul crinale del dubbio se ciò che vediamo è sintomo di una malattia mentale latente, pratiche ipnotiche e inconsci disturbati o è invece magia nera, ci stanno la collaborazione di Freud con il locale ispettore di polizia (che i successi televisivi e filmici di uno spericolato Sherlock Holmes abbiano influito?) e la presenza di Lou Salomé.
Costei, scrittrice e psicanalista a sua volta, in realtà conobbe Freud solo nel 1911, dunque molti anni dopo rispetto a quanto mostra la serie televisiva, con un Freud già in età matura. Ebbe una vita decisamente vivace, sia sentimentalmente (fu amante di Friedrich Nietzsche, filosofo, poeta, saggista, compositore e filologo, e del poeta Rainer Maria Rilke), che culturalmente. Ma, pare, nulla a che vedere con i tormenti e  i “viaggi” esoterici che arricchiscono la serie televisiva.

Godibile anche nelle ambientazioni, in realtà la serie non è stata girata a Vienna, ma a Praga.
Come succede a molte pellicole (pensare ai forti e selvaggi panorami di molte pellicole “western” e scoprire che sono state girate in Spagna o nella nostra Sardegna!!), qui è stata scelta Praga perché, secondo gli autori,  ha conservato quel fascino antico e gotico che Vienna ha invece perduto.
Ed è giusto così, in fondo, per una serie che, tolto il nome dato al protagonista ed una serie di riferimenti generici al suo pensiero, non ha nulla di reale.


 Anche se …  Io sono una casa, è buio al mio interno, la mia coscienza è una luce solitaria, una candela al vento. Tremola da una parte e dall’altra, tutto il resto è avvolto nell’ombra, tutto il resto giace nell’inconscio”, afferma Freud stesso … ed allora ….



1. “Stai in guardia, principessa mia, quando io arriverò. Vedrai chi è più forte: la ragazza carina che non mangia abbastanza oppure l’omone selvaggio con la cocaina in corpo!”. Così, nel 1882, scriveva, ed esattamente riporta la serie TV, Sigmund Freud alla fidanzata Martha Bernays nell’attesa del loro incontro.