sabato 22 ottobre 2022

Quando la fotografia si fa arte

E’ il tradizionale

Photofestival

la rassegna di foto d’autore che ogni due anni arricchisce il panorama culturale della nostra Milano.

Più di un autore, più di un tema mi incuriosiscono, allora mi rivolgo a Giancarlo, per tutti “Giazzi”. Lui è un fotografo di grande passione, chi meglio di lui può aiutarmi a comprendere lo stile di un autore, indirizzarmi verso una scelta piuttosto che un’altra?

Così, delle tre proposte che gli faccio per condividere un giro a mostre, lui sceglie

The Witness di

Max Vadukul

Artista nato in Kenya da genitori indiani, collaboratore di diverse riviste, predilige il bianco e nero, qui espone immagini col al centro l’ambiente, i rifiuti urbani, gli effetti del cambiamento climatico.

Foto scattate in alcune metropoli indiane, particolarmente afflitte dall’inquinamento.

Tocca al Giazzi spiegarmi alcune particolarità delle opere dell’autore, mentre io resto affascinato dall’armonia in cui le forme rotonde di una sfera, sempre presente in ogni immagine, duettano, si scontrano e si differenziano dalle linee, dagli angoli aspri che dominano le immagini.

Immagini molte belle, alcune mi emozionano. I giochi di riflesso che ogni sfera presenta paiono un rimando alla nostra presenza: muta? Impotente? O forse c’è ancora una possibilità di invertire la rotta che ci porta a scapicollare verso il degrado della Madre Terra?

Usciamo soddisfatti dall’impatto estetico, molto meno dalle riflessioni che quel degrado ci impone alla mente.

Un gran buon caffè al bar Zaini, nome storico (dal 1913) per il cioccolato milanese, che, trasferitasi l’azienda fuori dalla città, qui ha lasciato un paio di bar – pasticceria a deliziarci il palato. Lunghe chiacchiere seduti su una panca in corso Como e due passi, sempre a chiacchiere, nel quartiere Isola, totalmente rinnovato nell’architettura e nell’urbanistica. Un bel pomeriggio, tra sole, amicizia e l’incontro con un forte e autorevole rappresentante della fotografia contemporanea.

Fondazione Sozzani, corso Como 10

17.09.2022 – 08.01.2023

 

Le proposte del Photofestival sono tante e variegate ma io opto per confrontarmi con

RI – SCATTI

Ovvero: Il carcere fotografato dai detenuti e dalla polizia penitenziaria

Un corso di fotografia rivolto ai detenuti ed agli agenti della polizia penitenziaria, quattro le carceri milanesi coinvolte, le opere poi dei detenuti stessi e delle guardie.

Ne esce una galleria di immagini decisamente particolari. Molte belle, come possono essere “belle” delle fotografie ben scattate, qualcuna che si distingue per taglio, visione, originalità. Alcune che mi emozionano dentro, dentro mi turbano. Che sono davvero una spinta inarrestabile a confrontarmi con l’Ombra che mi si agita dentro, con il terrore della fine di ogni libertà, con la rottura, la separazione, inevitabile da un mondo che, a noi “liberi”, è totalmente estraneo.

Mi par di notare una differenza tra le foto scattate dalle detenute e quelle ad opera dei maschi: le prime più intime, più riflessive; poi, tra i detenuti giovani e soprattutto stranieri, domina la fisicità, con scatti di corpi muscolosi, tatuati, intenti a sollevare pesi o pugni al sacco.

Nelle foto scattate dal personale penitenziario è quasi sempre presente un riferimento alla divisa, come se la vita condivisa tra le mura del carcere avesse bisogno di segnalare però una differenza palpabile, che dia certezze: loro e noi.

Mi colpisce un’immagine: le gambe di una poliziotta, solo le gambe: una gamba che indossa i ruvidi pantaloni della divisa e gli scarponcini, l’altra stretta in fuseaux neri e scarpe tacco dodici.

In una delle sale, un video scorre ininterrotto: sono interviste. Le parole di detenuti e detenute mostrano una umanità straziante e straziata, la rottura dolorosa con gli affetti lasciati fuori dalle mura, la speranza di un domani in cui sarà loro possibile prendere una strada lontana dal crimine; speranza che cozza con la fragilità di cui sono portatori e la diffidenza, quando non l’ostilità, che sanno di incontrare fuori.

Le vetrate delle sale si affacciano sui giardini, tra statue e bimbi; fuori, il sole e lo scalpiccio delle persone libere di andare e venire. Libere.

Una mostra da vedere assolutamente.

PAC via Palestro 14

09.10.2022 – 06.11.2022

 

 




 

 

 

martedì 11 ottobre 2022

Giochi d’acciaio

Il katana, l’acciaio sfoderato e sibilante, i fendenti a sfiorare volto e corpo dell’opponente.

E noi con un’anima, con il cuore e il coraggio a sfidare ogni paura.

Ancora noi, identità in movimento, tracce lasciate in anni di pratica che ogni taglio, ogni estrazione, cancella e ricrea.

Vedi un mondo a testa in giù, ti chiedi che mondo sia questo qui. E in questo mondo capovolto che senso abbia uccidere per non morire, e non mentire mai.

Kata, forme in coppia, tre passi e un’estrazione, tre passi e un contrattacco. Le lame sono affilate, perché qui non si gioca ai samurai, qui si pratica di vita contro morte, qui danzano uomini e donne veri, la cartapesta dei Maestri della finzione, dei loro studenti della finzione con le loro inutili spade di latta, non abita qui.

Mettere il cuore in una lama non può mai essere teatralità, è un incendio in un bosco, è un buco nero nel ventre. Kenshindo, la “Via dello spirito della spada”, opera nel “qui ed ora”, più che sullo sviluppo lineare di un programma stabilito, è attenta alla figura che emerge dallo sfondo, privilegia l’evento e la discontinuità introspettiva, la crescita del guerriero.

Rinto kata, aggressivi, sporchi e letali. Dove l’amore per la vita è un oscuro sicario, dove quel che meriti non ce l’hai scritto in faccia, ma sul tagliente della lama sì, quello c’è e lo sai.

C’è una parte di me, la sola che mi vuole bene, che scorre e sfila via rapida, incurante dei mostri che l’assalgono. E questa cosa di voler spaccare, mentre ora metto tutto in ordine.

E’, lo so da un pezzo, il cuore dentro di ogni acciaio che luccica, è il nostro Spirito Ribelle che si ritrova a dialogar di spada.

 


Un Lunedì al mese

a Milano

la pratica Kenshindo

 

 





Il Sensei ti apre la porta, ma tu la varchi da solo

 

martedì 4 ottobre 2022

Spingere, che è premere. Tirare, che è cedere

I push hands, (suoishou, tuei shou o comunque si voglia chiamarli) sono variamente interpretati; a loro si attribuiscono caratteristiche e fini sovente diversi, quando non divergenti, tra una Scuola e l’altra.

Per me, la caratteristica principale, quella che è “in figura” lasciandone altre sullo sfondo, è la capacità di costruire una membrana elastica, uno scudo difensivo capace di trasformarsi in scudo offensivo.

Partiamo dalla fisiologia del corpo, generalmente orientata su ritmi binari: compressione ed espansione, condensazione e dispersione, di cui è modello la regolazione del tono muscolare. La nostra muscolatura vive di continue alternanze tra tensione e distensione, che sono la base di ogni nostro gesto ed esprimono i nostri stati d’animo, emos – azioni.

I processi psichici più arcaici agiscono lungo confronti binari che, in situazioni di crescente complessità, si articolano in sintesi dialettiche. Osserviamo l’agguato di un predatore: ogni preda, al momento dello svelamento del pericolo, si immobilizza. Quella che rapidamente muta tale stato in fase di fuga ha probabilità di sopravvivere, quella che indugia nello stato di fissità, muore.

Le azioni di tirare a sé e respingere sono quelle basiche nell’uomo: portare il cibo alla bocca, abbracciare chi si desidera, come accettazione, conoscenza, desiderio di avere; l’opposto è respingere, allontanare, repellere. I push hands sono dunque espressione fondamentale dell’individuo; praticarli riporta all’istintualità, alla ricerca del predatore / guerriero che lottava per la sua sopravvivenza, alla scoperta di quei tratti arcaici che differenziano l’artista marziale dallo sportivo. Ho scritto “differenziano”, senza nessuna pretesa di superiorità dell’uno sull’altro, semplicemente l’obiettivo è diverso tra chi cerca il contatto con la pulsione di morte, con il gioco dialettico vita / morte e chi cerca l’eccellenza nella prestazione sportiva.

Praticarli, per me, significa scoprire che le dinamiche cedere e premere (yeld and push) e raggiungere e tirare (reach and pull) operano, in forme diverse ma collegate tra di loro, nei diversi schemi di coordinazione motoria, sostenendoci sia quando ci flettiamo su noi stessi e sulle nostre risorse sia quando esploriamo lo spazio fuori di noi.

La lentezza nell’esecuzione dei push hands

inibisce la formazione all’esplosività necessaria quando si colpisce?

Nient’affatto. Non solo agire lentamente permette una capacità autodescrittiva fondamentale per conoscersi nel movimento e migliorarsi, ma la variazione temporale tra premere e colpire diventa non più soggetta ad una intenzione, ovvero ad una costruzione di pensiero, ma ad una capacità intuitiva, al percepire ciò che sta dietro le cose, all’apparenza, dentro il dialogo degli opposti con il compagno di pratica, attingendo alla nostra parte “oscura”, animalesca, distruttiva. Così l’esplosione di forza e penetrazione che, in alcuni momenti della formazione si usa, sarà davvero fa jing, o hakkei, e non semplice contrazione muscolare; sarà amalgama, per dirla con Rudolf Laban, della combinazione perfetta di ciò che serve a creare un “full effort” (1), quello necessario in ogni situazione estrema, traboccante cariche emotive; appunto: combattere per non morire.

 

1. “Il tipo di Sforzo che guida una determinata azione determina come tale azione viene eseguita” (https://labaneffortsinaction.com/labans-efforts)