lunedì 9 dicembre 2019

Hai mai notato che…




 Hai mai notato che, a scuola, al lavoro, negli ambienti sportivi, nei gruppi di interesse ecc., trattando di una persona, l’accento viene sempre posto sui suoi punti deboli?
In ogni ambito è prassi comune, nel dare un feedback ad una persona, puntare  sui problemi individuati dalle analisi piuttosto che sulle frasi di incoraggiamento e sostegno.
In ogni occasione di studio ed apprendimento, per migliorare la persona e le sue prestazioni, il docente / conduttore tende ad evidenziarne i punti deboli.

Sovente questo accade anche quando noi agiamo in prima persona, quando ci rivolgiamo a noi stessi “Devo studiare di più” “Devo dimagrire” ecc. parlando di noi stessi con un indistinto senso di valutazione negativa, come a dirci che non stiamo facendo quanto dovremmo.

Lascio ora stare quell’appellarsi al verbo “devo” che, già di per sé indicando una sorta di costrizione, da un lato non entusiasma certo a fare, dall’altro spersonalizza togliendoci furbescamente ogni responsabilità del fare stesso.

Torniamo al dilemma punti di debolezza / punti di forza.
Già l’eccellente Moshe Feldenkrais sosteneva, nelle sue lezioni corporee, l’importanza di puntare sulla parte del corpo, destra o sinistra, in cui migliore erano sensazioni e risultati perché, col fare, trascinasse e coinvolgesse nel miglioramento anche l’altra parte, quella più riottosa e impacciata.
Schiere di pedagogisti ed educatori, non ultimo Daniele Novara del Centro Psicopedagogico per la Pace, hanno posto in risalto, in primis con bambini e ragazzi ma anche con gli adulti, la necessità di far leva sull’apprezzamento, sui punti di forza, perché il giovane cresca migliorando se stesso come persona e le performance richieste.
Le stesse ricerche in campo lavorativo hanno ampiamente dimostrato come  nelle competenze in cui siamo capaci miglioriamo più rapidamente di quelle in cui siamo deficitari.
Questo significa  che siamo più motivati a migliorare quanto più intuiamo raggiungibile l’obiettivo e più inclini a pensare  che quanto ci sforziamo di fare  darà risultati investendo sui nostri punti di forza e non sulle mancanze. Il che comporta  una crescita dell’autostima di contro ad un abbassamento di stress ed ansia. DI conseguenza, l’individuo lascia in secondo piano lo sforzo per piacere ed essere preso in considerazione dagli altri, puntando, invece, sul diventare il miglior se stesso.
Così facendo, i suoi punti di forza travalicheranno e modificheranno sensibilmente le stesse aree deficitarie riducendone il fardello negativo. (1)
Incoraggiamento e leva sui punti di forza
sono gli strumento fondanti la crescita individuale e l’eccellenza.

Perché questa prassi sia terra ancora ignota ai più, non è mio compito esplorarlo.
Forse è la scorza dura di positivismo ed illuminismo, forse è il cattolicesimo col suo tetro senso del peccato, della punizione e dell’espiazione, forse è la forza marcia di un capitalismo becero e prepotente che non sa guardare alla sua decadenza né alle sue avanguardie più aperte al cambiamento.

Personalmente, nella mia vita privata di adulto e genitore, nella mia sfera professionale di Body Counselor e Sensei di Arti Marziali, cerco di non scordarmi mai le parole di Plutarco “ La mente non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere”.


1. Ricerche sul campo ed elaborazioni teoriche condotte da diversi  esperti, quali Albert Bandura, Donald O. Clifton, Francesca Gino.




Ido Portal




lunedì 25 novembre 2019

Spirito Ribelle, sito rinnovato!!




Ci hanno, a vario titolo, contribuito i due allievi ed amici a me più vicini: il Maestro Valerio e Giovanni, e Monica, mia allieva, ma soprattutto autentica compagna di vita nelle acqua calme come nelle tempeste più assassine.
Ci hanno contribuito e poi Giovanni ci ha messo il “tocco” finale.

La svolta, dopo gli oltre trentacinque anni dello Z.N.K.R., che ha portato allo Spirito Ribelle (ne trovate tracce, odori e una descrizione nel precedente numero di Shiro: Giugno – Settembre 2019) ora si mostra anche in una vetrina “on line” che rispecchia appieno questo nuovo corpo e cuore.

Uno sfondo che è Milano, la mia, nostra città.
Perché la Natura: i boschi e l’acqua, i monti e i laghi, gli alberi e il muschio, sono sì affascinanti, sono sì un ricordo atavico da non dimenticare mai, sono sì luoghi e tempi di pratiche che ancora oggi io e lo Spirito Ribelle (come fu dello ZNKR) abitiamo a volte, per ore o notti e giornate intere. Ma io e gli allievi, siamo uomini e donne di città. Come ricordava lo sciamano Don Juan, in un prezioso libro di Carlos Castaneda: “Tu sei un guerriero metropolitano”.
Allora è Milano, la nostra Milano, quella dei noti Duomo e Castello Sforzesco, Brera ed i Navigli, ma anche quella della chiesa di San Eustorgio dove compare un inquietante affresco raffigurante una Madonna con le corna; della basilica di Sant’Ambrogio e del pilastro su cui è scolpito un serpente; del Carrobbio luogo dove si leggevano le condanne o si proclamava la concessione della libertà agli schiavi; di Piazza Vetra che fu una delle zone più temute di Milano in quanto vi si svolgevano le esecuzioni capitali di coloro che erano condannati per eresia comprese le streghe, arse sul rogo (1); di via Scaldasole dove, negli anni ’60, agiva un circolo anarchico di cui faceva parte Giuseppe Pinelli.(2)
Ma anche la Milano della periferie: quel piazzale Corvetto dove, nella prima decade del 2.000, i capi mafia si incontravano apertamente in un bar di corso Lodi, proprio dove si affaccia una delle mie finestre, mentre i “soldati” venivano arruolati nei pressi di un distributore in piazza Bologna (3); il quartiere Giambellino, passato dagli anni ’60 e ’70, in cui il tessuto operaio ed associativo era vivace e coeso e la mala quella simpaticamente cantata da Giorgio Gaber nel “Cerutti Gino”, a luogo di degrado e simbolo di una mancata integrazione (4)

Poi, sfondo milanese alle spalle, quel che noi facciamo e come lo facciamo.
Una pratica corporea, una pratica motoria, che evidenzi lo scorrere insieme, inseparabile, di pensiero, emozioni, sensazione e fisicità; una pratica corporea, una pratica motoria, che stimoli a ricercare le condizioni migliori per percepire, per riorganizzare i pensieri e per apprendere attraverso il sapere carnale, corporeo; una pratica corporea, una pratica motoria, che faccia dei vari modi del confliggere un’arte di comprensione e crescita reciproca.
Buttagli un’occhiata e, se ti andasse, vieni a trovarci, vieni a praticare. Ti aspettiamo!!


1.            Per saperne di più, “Milano magica”, di Elisa Ghiggini, docente e laureata in storia e filosofia, già attiva nella comunità di Damanhur, che ebbi il piacere di conoscere e frequentare negli anni ’80.
3.            “Criminalità organizzata nelle periferie milanesi: il caso Corvetto”, consultabile su                     https://www.stampoantimafioso.it/wp-content/uploads/2017/03/Tesi-Triennale-Corvetto.pdf




giovedì 7 novembre 2019

Praticare con noi





Praticare secondo il nostro modo è avviarsi su un percorso di consapevolezza che fa del movimento corporeo lo strumento per conoscere realmente se stessi, le proprie abitudini motorie, scoprendo, altresì, nuovi e più efficaci ed efficienti (1) modi di agire nello spazio e con gli altri.
Infatti, solo il movimento, volontario o involontario (2), ci permette di accedere alle sensazioni ed alle emozioni.
Mentre agiamo nello spazio, ascoltandoci, apriamo il campo interiore fondamentale per
-       arricchire e modificare l’immagine che abbiamo di noi. Se l’immagine di noi corrisponde poco o nulla a quel che siamo realmente, ogni nostro gesto, ogni nostro agire ci costerà fatica e non sarà mai pulito e fluido, in quanto difforme da ciò che siamo veramente (3);
-       aprire la strada verso una esplorazione che, priva di giudizi (giusto o sbagliato) e subordinazione a ciò che ci viene suggerito o peggio imposto da altri, porti alla scoperta del nostro sé autentico e così al suo agire consapevole e fluido.
-        
Il passaggio alla stazione eretta, insieme all’abbandono dell’uso  di un tratto della colonna vertebrale per deambulare (4), ci ha portato necessariamente a concentrare nel bacino il luogo della forza e  della trasmissione.
Lì sta il baricentro del corpo umano.

Purtroppo, causa anche una difettosa immagine di sé, esso è visto come un unico blocco (5) incapace di micro movimenti interni, spesso assente da gesti e azioni di cui invece è il reale motore: guardate quanti pochi runners e joggers corrano col bacino, affidandosi invece alle gambe, ovvero alla periferia invece che al centro!!
Una buona consapevolezza del bacino ci fa comprendere che i suoi movimenti arrivano a spalle e testa, attraversando la colonna vertebrale, come anche in direzione opposta.
Una scarsa comprensione e consapevolezza del bacino: come è fatto, dove è collocato, come agisce all’interno del corpo, invece depaupera e distorce ogni gesto, ogni azione che richiedano fluidità e forza, impedisce l’accesso libero alla sfera delle sensazioni e delle  emozioni, riducendo ogni vivacità erotica, dunque non solo sessuale, ma intesa come piena gioia di vivere.
Che si tratti di semplici gesti isolati quotidiani, che si tratti di una formazione corporea alla “Camicia di Ferro”, che si tratti di agire in condizioni di criticità e avversità che nascono esterne a noi per poi toccarci, colpirci “dentro”, dunque fisicamente come anche  emotivamente e sentimentalmente (per esempio un’aggressione fisica e/o emotiva), che si tratti di sciorinare una danza, una “forma”, una sequenza artistica o sportiva, senza la comprensione e l’uso consapevole del bacino, il nostro agire come i nostri risultati, saranno ben poca cosa.


1. Efficace – “che produce pienamente l’effetto richiesto o desiderato”. Efficiente – “che ottiene risultati da quello che fa”. Accostati, assumono il significato di “massimo risultato nel minor tempo possibile e con la minore dispersione di energia”.

2. “Muscoli involontari (noti anche come muscoli bianchi o muscoli lisci) sono quei muscoli presenti nell'organismo umano la cui contrazione viene regolata dal sistema nervoso autonomo. Sono involontari, quindi, tutti i muscoli la cui attività non viene influenzata da attività nervose volontarie”

3. “Ognuno di noi parla, si muove, pensa e “sente” in modo diverso sulla base dell’immagine di se stesso che ha sviluppato negli anni.  Per cambiare il modo in cui agiamo dobbiamo cambiare l’immagine di noi stessi che portiamo dentro di noi.” (Moshe Feldenkrais). Dunque, avendo un’immagine di sé carente o parziale (che è il caso della maggior parte delle persone), si eseguono movimenti non organizzati in maniera ottimale, sforzi eccessivi anche per compiere piccole azioni, carichi dannosi per le articolazioni, tensioni inutili in zone del corpo come la cervicale o la zona lombare e quindi risultati poco soddisfacenti sia nell’azione  da compiere che nel piacere personale, più o meno consapevole, ad essa collegato.

4. “Tutti i quattro arti servono alla marcia, la funzione della colonna vertebrale è differente : la porzione toraco-lombare è un ponte tra gli arti pelvici propulsori e quelli toracici predisposti ad ammortizzare”

5. “Il bacino è una coppa formata da cerchi, fori e archi. (omissis) La coppa del bacino oscilla liberamente attorno alle due teste dei femori ed è collegata, posteriormente, al sacro e alla colonna vertebrale” (A. Olsen in “Anatomia Esperienziale”)






lunedì 21 ottobre 2019

Mai potrai fermare il combattimento







Kenshindo
Seminario di Ottobre
 
Sono i Fushime Taiso a vedere corpi adagiati sul terreno prendere forma e forme in cui sia il peso e il centro ad innestare i primi movimenti. Sorta di antica stella marina, di primordiale essere pulsante prima, ancora prima di chi avrebbe nuotato in acqua per poi divenire essere anfibio.
Ontogenesi e filogenesi. Come a dire , ricordando l’Italo Calvino delle “Cosmicomiche”, che nel corpo sta l’inconscia coscienza collettiva del mondo, sorta di sapere ancestrale  che va realmente ripercorsa dal pesce all’anfibio per comprendere la nascita ed avviare il cammino di evoluzione che è confliggere emotonicamente (1) alla gravità, verso la stazione eretta.
Incerte tracce di quello che, dall’utero materno, sarebbe stato identificato come il “viaggio dell’eroe” verso l’esterno, incontro al mondo.

E le pressioni dentro il cuore prendono ad aumentare, ogni gesto pare essere un sogno folle, disperato: Una spada in mano ora, nel terzo millennio? La pretesa, la responsabilità di togliere una vita, di compiere una morte?
Fa male, ognuno di noi qui lo sa, e il dolore cresce ancora, cresce ogni volta che mimi l’affondo della lama, che falci in direzione del corpo che hai difronte.
Chiedi alla morte di lasciarti tornare alla vita e mentre lo fai spifferi di vento gelido ti tagliano il fiato, ti tolgono il respiro.
In questa danza guerriera autunnale sai, lo senti, che il tuo momento dovrà arrivare. Intanto monta un sorda  energia dentro.

Giochi con la fiamma di una candela. Falciate si susseguono a falciate. Sorridi, persino ridi, eppure sai che il gioco, come ogni autentico gioco, esprime la tua genuina fame dentro, le tue autentiche pulsioni e fai inevitabilmente i conti con le tue parti Ombra, incontrando e fuggendo paura, orgoglio, vigliaccheria, presunzione, superficialità, vergogna, senso di onnipotenza e quant’altro sonnecchi nella tua bestia dentro.

L’acciaio ora brilla nella sala bianca.
In questo tardo pomeriggio d’autunno rivive la saga per un eroe guerriero che deve ancora arrivare, che sta per arrivare.
Profondo e lungo, il sonno dell’ignavia, dell’ameba che, in questi anni di cretineria e malaffare diffusi, ha sostituito il coraggio della tigre e la libertà solitaria del lupo, si stende a tenere lontani i momenti del vivere di nuovo, del vivere adulto, autodiretto e coraggioso.

Ma nessuno di noi, in questa sala bianca, ci sta, ognuno  sovrano del momento, del “qui ed ora”, ognuno proprietario del tempo.
Costi quel che costi, anche a voler di nuovo narrare una storia dimenticata da così tanto tempo, perché formarsi in Kenshindo, formarsi con l’acciaio è costruire, o almeno tentare di costruire, una personale era dell’oro, una personale strada in cui io, tu, possiamo essere l’uomo che io so, tu sai, di dover essere.

Il pensiero di due dei protagonisti.
“…sabato pomeriggio, corso di spada giapponese con Tiziano, primo incontro:
entusiasmo per conoscere qualcosa di nuovo che sempre affascina la mente…la cultura della spada, del samurai, dei valori di onore e rispetto tanto per la vita, quanto per la morte, come eterne espressioni dello scorrere dell’Energia Primordiale, che tutto permea.
E, tutto questo, si è tradotto con 3 ore di lavoro profondo col corpo fisico, la mente, le emozioni personali e quelle dell’altro, degli altri, del gruppo e, dello Spirito, in un libero fluire, saggiamente condotto da Tiziano, che come un direttore d’orchestra c’è, segue, dirige e ti conduce laddove non sapevi neanche tu di arrivare, con un corpo fisico nuovo, libero da forme, pensieri, emozioni … spazi nuovi, da riempire con consapevolezza di esperienze nuove, accrescitive, evolutive, divertenti, in saggezza e virtù…

…con stima e gratitudine, sia da parte mia che di Flavio: Grazie Tiziano e grazie a Donatella, Giuseppe, Silvano e Giovanni  che ci hanno accolto con amicizia e familiarità, appena possibile sarà un piacere allenarsi di nuovo insieme” .
Angela

“L’intensità della Morte in uno sguardo, la forza della vita, fragile come il filo del katana, nello stesso sguardo.
Il corpo maestro nelle movenze, uccide le seghe mentali, sorprende il razionale e mette il cuore in bilico tra vivere e morire sulla punta dell’acciaio”.
Giovanni
 

1. La corrente vitale dell’organismo umano, in relazione alle interazioni con l’esterno, si esprime in emozioni profonde, inconsce: emos che è sangue e mozioni che sono modificazioni, dunque emos-azioni.



martedì 15 ottobre 2019

Piano piano … siamo in buona compagnia, forse?!




Da decenni propongo il movimento, il fare corporeo, come esplorazione a 360 gradi, come ricerca delle fondamenta del corpo in azione, come percorso che attraversi la sfera delle sensazioni e delle emozioni.
Io, uno dei pochi tra i pochi che in questo modo si occupano di corpo e movimento, probabilmente l’unico, o quasi, nel mondo delle Arti Marziali e del combattimento.

Poi, in queste settimane, sul più diffuso quotidiano nazionale sportivo, “La Gazzetta dello Sport”, dunque quello che, da un lato, dovrebbe camminare con me e meglio di me su queste direttrici, ma, dall’altro, comprendo abbia difficoltà a farlo per non disturbare interessi professionali ed economici di allenatori, atleti ed aziende, compaiono interviste, riflessioni che odorano del nostro pensare ed agire:
Il corpo non è un accessorio, il punto di equilibrio lo troviamo quando ci consideriamo un tutt’uno, l’insieme di muscoli e respiro definisce la nostra identità
Un grande coach non è uno stilista di moda, con un suo sistema a cui i giocatori si devono adeguare: al contrario, è un umile sarto, che prende le misure del cliente, cioè la squadra, per tagliare l’abito in maniera perfetta
Rispetto alla passata stagione abbiamo inserito trattamenti sugli  organi viscerali e dry – needing che ha dei punti in comune con l’agopuntura”.

Evviva!! Era ora che qualche apertura ci fosse, proprio nel mondo dello sport professionistico, quello che avrebbe i maggiori interessi a migliorare e migliorarsi superando una concezione meccanica del corpo ed una pratica ripetitiva del fare. Sarebbe un autentico faro trainante le migliaia di appassionati e dilettanti che, nella corsa come nel calcio, in palestra come negli sport e nelle arti di combattimento, si allenano secondo una mentalità e degli schemi  incistati, ripetitivi, davvero ignoranti!!

Perché ogni proposta realmente produttiva del “fare”, ogni esercizio, è come una cipolla che, strato dopo strato, ti mostra saperi continui. Gli esercizi validi, le tecniche valide si evolvono soprattutto per trasmettere informazioni, efficienza e diversi utilizzi; invece, tutt’ora, il praticante resta intrappolato in una sterile imitazione del primo strato, perdendo la complessità e gli strati sottostanti.

Scegliere approcci più ampi e differenziati ci consente di osservare la nostra pratica di movimento senza porci dei limiti  e di sviluppare noi stessi non solo nella prestazione ma come individui.

Ogni gesto, anche il più semplice: premere e tirare, sollevare ed abbassare, va interpretato come un concetto, non solo come una “tecnica”. Infatti questi, tecnica o un esercizio, non è altro  che un contenitore con all'interno l’autentica essenza priva di forma definita e siamo a noi darle una, due, diverse forme adattabili, flessibili, al contesto ed agli obiettivi.
E scopriamo, come ci raccontano gli antichi insegnamenti taoisti, che ogni pratica ha bisogno del suo contrario,  ovvero la pratica della quiete sgorga dalla pratica del movimento e viceversa, unitamente alla loro sintesi.

Fai tutto ciò senza mai perdere mai la tua giocosità e con essa  la passione e l'amore verso la scoperta della tua personale espressione fisica, la tua personale melodia cinetica, che è anche, e soprattutto, espressione della tua individualità, della tua personalità tutta.
Questo stato intriso di curiosità e passione è una potente guida che ti accompagnerà anche quando gli esercizi apparentemente così semplici li scoprirai difficili; quando incontrerai movimenti inusuali, scomodi, talvolta dolorosi, in cui saprai però scoprire un eccezionale potenziale di crescita personale; quando ti accorgerai che ogni tua comprensione ti apre le porte su mille e mille ignoranze, mille e mille territori di corpo e movimento ancora inesplorati e, invece di farti prendere dallo sconforto, ne sarai entusiasta e motivato ad andare oltre, a scoprire di più ed ancora.          
Sarà un cammino di autentica consapevolezza e felicità in cui ritrovarti in un corpo, te stesso corpo, elastico, ritmato, vitale.

Se ne sta accorgendo anche il principale quotidiano sportivo? Piano piano … pare di sì.
Noi lo sappiamo e pratichiamo da un pezzo.
Se ti andasse, aggregati a noi, divertiti con noi. Ti aspettiamo!!





domenica 13 ottobre 2019

Joker o del nichilismo




Seduto nell’accogliente poltrona della sala “President” all’Anteo, Monica accanto a me:
Joker
la tanto acclamata pellicola di Todd Phillips in cui giganteggia l’interpretazione di Joaquin Phoenix, sta per iniziare.

Il personaggio è sempre stato descritto come un maniaco omicida, violento, ben sopra le righe, fino a evolversi nella figura nichilista che compare ne “Il Ritorno del Cavaliere Oscuro”: un fomentatore di caos e disordine di contro al Batman portatore d’ordine e legalità.
La prima cosa che mi ha pesantemente colpito è, qui nella pellicola di Phillips, la totale mancanza di un possibile confronto: in questo Joker nessuno si salva, tutti, ma proprio tutti, sono, siamo, “cattivi”.
La pellicola è dominata dalla dichiarazione che tutti indistintamente sono portatori di male: fosse solo per ignavia, impotenza o superficialità, nessuno si salva, tutti nuotano nel mare del male.
Un nichilismo che eleva ad ideologia e pratica consentita la distruzione, l’annientamento di qualsivoglia istituzione o sistema di valori esistente, qualsiasi forma sociale collettiva e relazionale.
La stessa fanciulla che, per brevi tratti, affianca Joker è la prima ad indicargli il gesto dello spararsi alla tempia perché non vi è alcuna soluzione al degrado e a sostenere il valore positivo dell’assassinio di tre colletti bianchi; nonostante la relazione con lei, fatta di caldo rifugio silenzioso ma anche di un bacio che apre su un incontro carnale intenso, Arthur / Joker non esita ad affermare di non essere mai stato felice, nemmeno per  un minuto.
Insomma: siamo tutti malati e malefici, nessuno si salverà.

Altro elemento per me perturbante è lo svilupparsi stesso della storia di  Arthur /Joker: un clown fallito che sogna di diventare un comico di successo ma che subisce un escalation  di umiliazioni ed angherie senza che abbia fatto nulla per meritarle.
Questo ci porta colludere, a solidarizzare con Arthur / Joker.
Però, di contro al solidarizzare che possiamo aver coltivato nell’incontrare i personaggi principali “oscuri” di serie come “Dexter”. “House of cards” “Breaking Bad”, arrivando a chiederci  quanto fosse giusto colludere col protagonista pur sapendo le cose orribili di cui si sarebbe macchiato, qui il crescendo è tale e costruito per eliminare ogni dubbio, che probabilmente il solidarizzare fino a sfiorare l’identificarsi è una palla di neve che, minuto dopo minuto, diventa una valanga inarrestabile in un contesto che non solo non fa nulla per fermarla o impedirne l’ingrossamento, ma, anzi, lo incoraggia, in un moltiplicarsi di malvagità reciproche e spudorate.
Ecco raddoppiata, rafforzata, la mia sensazione che nulla si salva, nulla si potrà salvare.

Lo stesso disturbo mentale conclamato di Arthur/Joker, a cui la società, per altro, non dedica alcuna pratica curativa soffocata dai tagli e dai risparmi imposti al “Sociale”, ci porterà a ritrovarlo nella madre, suggerendo, da un lato, l’inevitabilità della trasmissione della malattia, dall’altro che la malattia, in forme latenti ma altrettanto pericolose, sia presente nel politico maneggione come nel comico privo di scrupoli pur di piacere e cavalcare il successo.
Ancora una volta compare il “nessuno si salverà”. L’accusa che siamo tutti malati e cattivi e che la specie umana è destinata all’estinzione violenta.

Una pellicola dura, che fa male, che non esito a definire agghiacciante, con una interpretazione, anche fisica, gestuale, di Phoenix davvero eccezionale. Inquadrature essenziali e musiche incalzanti.
Un grande film, grande ma, o forse per questo grande, portatore di desertificazione nell’animo e dubbi profondi sul senso del vivere.

Nel tentativo di comprendere e smussarne il freddo che mi lascia dentro, mi rivolgo a Freud, all’impossibilità che l’Es, nell’uomo e in tutti gli uomini indistintamente, sia dominante, di più, l’unico ad esistere: Joker/Es si appella  alla forza del Caos, autentica natura dell’uomo, al di là di ogni principio etico di bene e male, guidato da tutto ciò che vive di pulsionale e istintivo e non contiene moralità né valori. Solo Es, dunque senza Io e Super Io? Possibile? Possibile e plausibile che, prima o poi, avvenga per tutti noi?
E ripenso a Jung, all’Ombra junghiana.
Nella quotidianità, l’uomo trascura  il suo versante oscuro, convinto che esso non sia parte di lui. Ma una voce dentro, ancorché inascoltata,  gli porta echi della propria Ombra, gli dice che il Male dentro di lui esiste e brontola come fiera accucciata e legata alla catena. Così Arthur/ Joker non sapeva di avere un’Ombra dentro e la totale subordinazione ad essa lo costringe a vivere un’esistenza lontana dalla coscienza, dalla razionalità e votata all’efferatezza. Se per Jung l’Ombra solo quando taciuta e rinnegata è davvero pericolosa e portatrice di azioni malefiche mente il riconoscerla e piegarla all’interno del vivere sociale ne fa una forza anche propositiva, per Arthr/Joker la questione non si pone: lui è l’Ombra stessa e, scena dopo scena, scopriamo che l’Ombra si annida in ogni angolo del sociale, della collettività fino ad esplodere vivida e terrificante: Nessuno si salva.
Né potrà redimersi o, almeno, contenersi, come ci suggerisce la scena finale.

Ogni mio tentativo di anestetizzare, di correggere con riferimenti intellettuali, lo squarcio dentro che la pellicola mi ha provocato, non sortisce alcun effetto.
Monica stessa, lineamenti del volto tesi ed induriti, indugia più del solito nella poltrona.
A tavola, nell’accogliente “Osteria del cinema”, cibo di qualità e clima accogliente, ne discutiamo vivacemente, entrambi coinvolti, entrambi vicini.












lunedì 30 settembre 2019

Parole sputate nel cuore




“ I tatuaggi bisogna ‘soffrirli’. Dopo aver vissuto qualcosa di particolare,
lo si racconta tramite il tatuaggio come in una specie di diario”
(N. Lilin)

Io non ho tatuaggi. O, almeno, non ho tatuaggi volontariamente incisi da una mano estranea.

Sul corpo, ho segni (simboli), incisi dalle cose, dagli eventi.
Un cicatrice sulla  testa, caduto dalle scale quando, bambino, mi atteggiavo a David Crockett e una sotto l’arcata sopraccigliare, colpito quando credevo che noi sessantottini avremmo cambiato il mondo.

Ma i segni che più sento miei sono quelli degli eventi che il corpo ha somatizzato: Escrescenze  sotto pelle a ricordare.
La prima quando, ventenne, sboccando sangue, entrai in ospedale per poi trattenermi in un sanatorio.
Una, da poco superati i quarantacinque anni, quando l’Amore (con la A maiuscola) mi cacciò dal campo che pure insieme avevamo costruito e condiviso e progettato per il nostro futuro insieme.
Una, quando i primi referti medici tratteggiavano i contorni di un male assassino e fu solo a dipinto terminato che le fosche tinte mutarono in colori pastello.
Una, quando la morte di mio padre Renzo venne annunciata come ormai alle porte.

E la vita è tutto un mutare, panta rei, ma che fatica capirlo ed accettarlo davvero con tutto me stesso;  e che riconoscere, scriveva  Thomas Elliot (poeta e saggista), è esplorare dal punto da cui siamo partiti per tornarci e trovarlo diverso.

Allora, in questi che per me sono giorni sbagliati ed io stesso sono sbagliato a rantolare e dibattermi su una strada sbagliata, faccio fatica a comprendere, a stare in un tempo che, nell’attesa, sembra non passare, ma passa. E fa male.
L’equilibrio, pur incerto, è stare lontani dal buio e dal non - riconoscimento che porta al mal di vivere, che io abitai in alcuni anni della mia tormentata e turbolenta adolescenza, e dall’ottimismo fissato e per sempre, da una sorta di delirio di onnipotenza, che io cavalcai fiero e tronfio di me quando ripetevo “Io non vado in ferie, la mia vita, io, sono sempre in ferie” prima di quel doloroso cartellino rosso e di un incontro terapeutico fortemente destabilizzante con il dr. Michele Mozzicato, medico, psichiatra e psicoterapeuta.

A volte mi chiedo se questa fatica di stare nel mezzo, Tao indefinito e incerto, sia meglio o peggio dei due estremi.

Intanto, in questi che per me sono giorni sbagliati ed io stesso sono sbagliato a rantolare e dibattermi su una strada sbagliata, a masticare malamente un inconscio che è un estraneo, (ma per me, non tanto estraneo) che mi abita; a cozzare la mia ragione contro quella che difende ed addirittura protegge il ladro a cui mi si dice nessuno, tanto meno il derubato, può chiedere di assumersi responsabilità ed eventuali conseguenze del suo entrare furtivo, del suo rubare, del suo essere privo, per scelta o per incapacità, di un habitat suo in cui costruire cose ed amore ed è dunque lecito dai!!, che rubi qui e là pezzi di cose e di vita di altri.


“Nei tempi antichi, barbari e feroci,
i ladri s'appendevano alle croci:
ma nei presenti tempi più leggiadri,
s'appendono le croci in petto ai ladri.”
(G. Mazzini)

“Dichiarandoci anarchici proclamiamo innanzitutto di rinunciare a trattare gli altri come non vorremmo essere trattati noi da loro; di non tollerare più la disuguaglianza che permetterebbe ad alcuni di esercitare la propria forza, astuzia o abilità in maniera odiosa.”
(Pëtr Alekseevič Kropotkin)

Intanto, appunto, il mio personale confliggere è stare lì con ciò che è anche incomprensibile, aprirmi alla presenza dell’altro che mi permette di capire di me. E accingermi a cambiare, se ne sarò capace ma voglio e devo esserne capace se non voglio annegare, se voglio ancora abitare questo habitat condiviso anche se privato di alcuni mobili che mi erano cari.

La domanda è: dove si poserà questo nuovo “tatuaggio” somatico ? Su questo “pene che non ha più nessuna fantasia” (https://www.youtube.com/watch?v=lQLAlIlJeKQ) o sulla mano vecchia da vecchio a segnalarmi le trombe sempre più prossime dei settant’anni?
Non è una risposta che io non ne ho, ma forse comprendo che l’Amore, (quello con la A maiuscola), non è giudicante, spesso è esigente e mette a nudo; che l’Amore, (quello con la A maiuscola), è permettersi di mostrare la propria fragilità, le proprie parti Ombra, senza che l’altro ne approfitti. E che l’Amore ( quello con la A maiuscola), è l’altra faccia del Conflitto, perché, puntino nero in quella parte bianca, il riconoscimento, declinato in tutte le sue versioni e senza il quale non c’è Amore, è nel conflitto. Nel conflitto, nello stare nel conflitto, i doppi impresentabili di noi possono essere presentati e, forse, riconosciuti. Così prendendo le distanze dalla confessione che invece divide bene e male.

Eros e Thanatos, "pulsione di vita" e "pulsione di morte", non c’è vita senza morte. Nello sciamanesimo è la compresenza nell’individuo e nelle cose del “vivente” e del “morente”, nel Taoismo, l’ho già scritto, è data dall’unione sempre mobile di Yin e Yang, nelle raffigurazioni simbolo-immaginali è rappresentata dagli Amanti Divini ed alchemicamente indicata dal Matrimonio Mistico.
Un vivere, ci ricorda Wilhelm Reich (medico, psichiatra e psicoanalista) in cui la vita è sempre e contemporaneamente, coesistenza di contrazione ed espansione.
La morte è l’aroma dell’esistenza. Essa sola dà sapore agli istanti, essa sola ne combatte l’insulsaggine. Le dobbiamo all’incirca tutto” scriveva  Emil Cioran, filosofo del ‘900.

A me, a tutti noi credo, e soprattutto quando arrivano i giorni sbagliati e noi stessi siamo sbagliati a rantolare e dibatterci su una strada sbagliata, tocca impegnarsi in questa danza antica liberando le nostre potenzialità disoccupate, apprezzando dell’attendere, ancorché questi sia e dia sofferenza, la sua prossimità semantica all’attenzione.
Alle mia spalle, canta e suona Beth Hart (https://www.youtube.com/watch?v=sP-ub5wF-_0)
war in my mind…. black in my soul…..














giovedì 19 settembre 2019

Le pallavoliste non lo sanno




Scorrono sul televisore le immagini del campionato europeo femminile di pallavolo.

Quando di apre la contestazione per una palla “in” o “out”, le nostre azzurre, come le rivali del momento, sono colte naso all’insù ad aspettare le immagini decisive.
Lo fanno accorciando il rachide cervicale, la porzione posteriore del collo, ovvero comprimendone le vertebre.
Splendide atlete, ottime “macchine” da competizione, sfugge loro che una migliore e completa osservazione di quanto posto in alto, una postura che non ingeneri fastidio e, col tempo, probabili dolori cervicali, richiede l’intervento anche del tratto alto della colonna vertebrale: la porzione immediatamente sopra e tra le scapole.
Tra l’altro, un uso corretto del tratto alto della colonna vertebrale limita, fino ad impedirlo, l’accorciamento della parte bassa, lombare, della colonna, con relativa compressione vertebrale.
Insomma, per guardare più agevolmente, per ampliare lo spazio guardato, per farlo rispettando la fisiologia del nostro corpo, la salute del nostro corpo, occorre coinvolgere la colonna vertebrale tutta!!

Ma loro non lo sanno. Loro, come tutti gli sportivi, sono il risultato di allenamenti tesi a ripetere  e ripetere e ripetere ancora questo o quel gesto senza alcuna attenzione alla salute, a coordinare in sé collegamenti funzionali tra le diverse parti del corpo, alla consapevolezza (sai cosa e come lo stai facendo?) e neppure al binomio efficacia ed efficienza. Senza trascurare come questa consapevolezza inciderebbe positivamente sulla capacità emotiva di reggere lo stress e prendere rapidamente le decisioni gestuali più adatte al momento.

Pensate a che formidabili esecutrici, che formidabili atlete, sarebbero se fossero coinvolte in una pratica che realmente mettesse a loro disposizione tutto il sapere del corpo, tutto il perfetto funzionamento del corpo.
Perché questo a loro, come a tutti gli sportivi, non accade?
Credo per diversi fattori: l’ignoranza, mi duole scriverlo, dei loro preparatori; il tempo più lungo che una simile formazione corporea comporta impedendo, con ciò, di avere rapidamente pronte, ovvero già in giovanissima età, delle “macchine” da competizione; l’età stessa di queste atlete. Sì perché la capacità di ascoltare il proprio corpo fino a diventare, come Natura vuole, noi stessi corpo, e la pazienza curiosa ed entusiasta di osservare ogni minimo dettaglio gestuale per poi integrarlo in un gesto più ampio, difetta ai giovani.

Tali capacità sono, invece, concesse agli adulti e agli anziani, sia per una maggiore maturità psichica che per un diverso equilibrio energetico.
Sempre che anche costoro, benché non si guadagnino la “pagnotta” con lo sport ma pratichino sport ed esercizio fisico per divertimento e per stare in salute, non siano irretiti dal miraggio della prestazione (presunta) eccellente, non siano portati ad usare (male) il corpo come una macchina, nella quale, restando in quest’esempio, premere l’acceleratore mentre tengono tirato il freno a mano, scalare le marce senza usare la frizione, pretendere di avanzare pur avendo le ruote rivolte all’esterno.
E tu, che intendi fare?

Prenditi cura di te per non doverti curare!!














martedì 27 agosto 2019

Agosto di cuore e di corpo























Dedico tempo
a pratiche esplicite di consapevolezza corporea.
Così, scopro, tocco con mano, l’esistenza di una linea mediana.
Esserne consapevole mi permette di migliorare ogni gesto periferico di gambe e braccia, di operare torsioni e cambi di direzione che tengano in egual conto le due metà corporee, così attivando una simmetria funzionale che riduce gli impedimenti di una asimmetria strutturale.
Le parole spese sulla “linea centrale”, che sia Wing Chun o il tirar di spada in Kenshindo, si fanno pratica corporea vera, autentica.
Qualsivoglia Arte Marziale si affronti, dunque, per me, oltre alle succitate anche Tai Chi Chuan e Kenpo Taiki Ken, impariamo a muoverci in modo simmetrico, anche se noi corpo simmetrico non lo è affatto.
Salute ed efficacia / efficienza indissolubilmente a braccetto.

C’è un silenzio
straordinario in questa casa.
Attorno, alberi secolari e tanto verde ma pure altri appartamenti, altre famiglie. Eppure è il silenzio a regnare incontrastato sovrano.
Solo le cicale, ad una certa ora del giorno, stendono un lieve sottofondo.
Che meraviglia!!

Succede,
a cercare dove nostro figlio Lupo arriverà nel suo tragitto rafting, che Monica ed io incappiamo in un angolo seminascosto lungo il fiume Brenta.
Piccole insenature, rocce e strati d’erba a lambire l’acqua.
Con loro, una corte, diverse piccole costruzioni risalenti al 1500 e modificate nei secoli immediatamente successivi.
Un passato rimasto pressoché intatto nella sua essenza.
In realtà, queste costruzioni sorgono su altre che si perdono nella notte dei tempi, ma quel che oggi si impone ai nostri occhi è un intenso spaccato cinquecentesco che, seminascosto tra gli alberi, cela la sua intatta bellezza ad occhi che non abbiano motivo di scendere sulla riva del fiume.
Piccolo tesoro scoperto inaspettatamente.

La mostra
è racchiusa in un antico palazzo del 1700.
Lì, con Lupo e Monica, ammiro alcune delle opere di Albrecht Durer, artista rinascimentale di grande importanza per la Germania perché probabilmente il primo a cimentarsi con la prospettiva e a eseguire nudi utilizzando modelli in carne ed ossa. Uomo che nelle sue opere non nasconde riferimenti all’esoterismo ed all’alchimia, così come che conserva una profonda influenza neoplatonica.
Sono esposte opere dell’Apocalisse, della Grande Passione, della Piccola Passione, della Vita di Maria.
Mi piace incantarmi davanti a quei tratti che l’arte della xilografia rende così precisi e profondi.
Mi scopro a criticarne alcune innaturali torsioni del volto, a vedere il crescere di precisione nelle raffigurazioni dei corpi man mano che gli anni passano e con loro le sue frequentazioni di Venezia e degli ambienti artistici veneti che ne influenzeranno precisione e capacità nei dettagli.
Lascio che il me corpo tutto si adegui, perché queste mie osservazioni non restino puramente intellettuali, immergendosi in queste distorsioni spaziotemporali.
Distinguo i diversi soggetti rappresentati e noto le loro relazioni incerte e provvisorie, forse dissonanti, tra un Cristo inginocchiato con la testa inverosimilmente innestata e girata sulle spalle a guardare attorno, un rapimento di femmina in cui l’abbraccio possente del rapitore cozza contro la legge di gravità e il galoppo del cavallo.
Dunque mi accosto, tento di accostarmi, a queste opere, contando su un ascolto attento ed aperto di me corpo, riconoscendo che ogni realtà può essere interpretata con sguardi e orientamenti diversi, anche nello stesso contesto.
Un video a fine percorso, se mai ce ne fosse bisogno, ci spiega la difficoltà della xilografia mostrandoci come avviene il lavoro manuale e come esso sia invece facilitato quando intervenga l’ausilio della moderna tecnologia.

Ci aggiriamo
per Bassano del Grappa naso all’insù, a scattare fotografie a questo e a quel palazzo.
Eppure Monica a Bassano ci è nata, ci ha vissuto per un paio di decenni e ci torna regolarmente, ed io ci passo estati o fine settimana da almeno vent’anni.
Eppure … troppo bella questa signora austera e dai tratti aristocratici, troppo bella nei suoi misteri sparsi in un disordine nient’affatto casuale.
Troppo bella, troppo intrigante per non suscitare una curiosità continua, un senso di appartenenza come di una relazione tra amanti che si frequentano da anni senza ancora, e probabilmente mai, conoscersi davvero; senza che l’essersi esposti nudi l’uno all’altra abbia saziato la reciproca voglia di guardarsi e toccarsi.

Ogni occasione
formativa è motivo di scoperta di sé.
Non c’è ora dedicata alle mie pratiche Chi Kung / Kiko e Tai Chi Chuan che non mi porti nuove conoscenze, nuove scoperte.
Una danza che accoppia propriocettività, percepire sé corpo nello spazio, e introcettività, percepire il linguaggio degli organi interni.
Una danza raffinata, un viaggio che, ogni giorno, svela misteri e rapporti, volumi e pesi.
Ma se è così, e così è, chissà cosa mi attende domani e dopodomani e … autentico viaggio di scoperta, di ignoto.

Interessante ricerca
di sé nell’ambiente, nello spazio, nelle relazioni … ancora e nuovamente dentro di sé.
Luogo fisico e immaginario in cui agire la connessione tra libertà creativa e costrizione motoria, disegnando gesti e movenze personali, che leggano tracce e memorie di sé.
Senza lasciarsi deviare, senza lasciarsi possedere da presunti canoni dello stile, delle forme cristallizzate dettate da “parrucconi” (1) cattedratici dell’Arte.
Lasciare che l’immediatezza di un sé corpo centrato quanto desideroso di scoprire, fluisca senza alcun asservimento, senza alcuna celebrazione che ne spogli le potenzialità: versione sincera e spontanea, “I” (2) delle proprie pulsioni.
 
Il Sentiero del Silenzio
si snoda tra i boschi e le rocce dell’altopiano di Asiago, nella zona di Gallio.
Lungo di esso, alcune installazioni contemporanee a ricordare orrore e pietà della Grande Guerra.
Là dove caddero migliaia di giovani vite a difendere i nostri confini, ad onorare patria e valori.
Lo percorro allontanandomi da gruppi di turisti bercianti ed ignoranti che ridono, si auto fotografano e sciorinano battute da avanspettacolo.
Lo percorro da solo e in silenzio: rispetto per i morti, i nostri morti.
Mi emoziono, a tratti fatico a respirare. Il volto contratto a trattenere le lacrime.
Migliaia e migliaia di morti.
Gli idioti che mi lascio alle spalle testimoniano che, forse, ce la stiamo meritando questa società ladra ed arruffona, questo affannarsi a rincorrere una vacua notorietà sui social, questo smerdare i nostri confini, i nostri valori, lasciandoci passivamente in balia  di mode ed orde le più disparate.
Migliaia di morti: italiani ed austriaci, là dove il soldato nemico non è che l’altra faccia di me stesso, a me uguale: “Il popolo, la democrazia [...] sono belle invenzioni: cose inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all'altra e tutte le parole nel culo dell'umanità.” (L. Sciascia)
Migliaia di morti, mandati a morire per soddisfare brame di potere e ricchezza di pochi potenti capaci di manipolare menti e persone.
Anche oggi è così, qualsiasi sia la rotta percorsa, qualsiasi sia il paravento che potere e potenti usano per coprire un’altra invasione.
Migliaia di morti allora e migliaia di morti ad attenderci ora.




1. Parruccone, “persona con idee antiquate, che mantiene nei confronti delle novità o del progresso un atteggiamento retrivo e diffidente” (https://dizionario.internazionale.it/parola/parruccone)

2. I, in cinese “spontaneo”, purtroppo deformato, anche dai “parrucconi” di cui sopra, in “intenzione”. I Chuan, “pugilato della spontaneità”, il progenitore cinese del Kenpo Taiki Ken. La diversa lettura del termine I non è di poco conto e stabilisce una profonda e radicale differenza di come si pratichi. Il mio modo, condiviso da diversi sinologi e Maestri, per me significa, in altri campi, apprezzare e cogliere il valore dell’Art Brut (“È lasciare che l’immediatezza di una mente fragile fluisca, senza che ci sia una qualche celebrazione che possa impoverirne le potenzialità; è la traduzione sincera e necessaria del proprio tormento, la pulsione più recondita.” -http://www.artspecialday.com/9art/2018/07/31/jean-dubuffet-lart-brut/- di artisti che “che creano senza intenzioni estetiche, per una personale pulsione emotiva confluente in una comunicazione immediata e sintetica.” -https://libreriamo.it/curiosiamo-). E’ quel talento ribelle che ha portato ai vertici mondiali della cucina Massimo Bottura, mai frequentato una scuola di cucina; della strategia militare Erwin Rommel “l’intraprendenza di chi fa un uso creativo dei limiti impostigli dalla situazione e, se necessario, da chi ha autorità su di lui” (E. Bencivenga. “L’arte della guerra per cavarsela nella vita”); della pirateria Edward Teach, meglio noto come  Barbanera, e gli esempi sono numerosi in ogni campo del sapere e del fare: “Non lasciate che la tradizione vi vincoli. Fate in modo che vi renda liberi”, scrive lo stesso Bottura.