martedì 15 ottobre 2019

Piano piano … siamo in buona compagnia, forse?!




Da decenni propongo il movimento, il fare corporeo, come esplorazione a 360 gradi, come ricerca delle fondamenta del corpo in azione, come percorso che attraversi la sfera delle sensazioni e delle emozioni.
Io, uno dei pochi tra i pochi che in questo modo si occupano di corpo e movimento, probabilmente l’unico, o quasi, nel mondo delle Arti Marziali e del combattimento.

Poi, in queste settimane, sul più diffuso quotidiano nazionale sportivo, “La Gazzetta dello Sport”, dunque quello che, da un lato, dovrebbe camminare con me e meglio di me su queste direttrici, ma, dall’altro, comprendo abbia difficoltà a farlo per non disturbare interessi professionali ed economici di allenatori, atleti ed aziende, compaiono interviste, riflessioni che odorano del nostro pensare ed agire:
Il corpo non è un accessorio, il punto di equilibrio lo troviamo quando ci consideriamo un tutt’uno, l’insieme di muscoli e respiro definisce la nostra identità
Un grande coach non è uno stilista di moda, con un suo sistema a cui i giocatori si devono adeguare: al contrario, è un umile sarto, che prende le misure del cliente, cioè la squadra, per tagliare l’abito in maniera perfetta
Rispetto alla passata stagione abbiamo inserito trattamenti sugli  organi viscerali e dry – needing che ha dei punti in comune con l’agopuntura”.

Evviva!! Era ora che qualche apertura ci fosse, proprio nel mondo dello sport professionistico, quello che avrebbe i maggiori interessi a migliorare e migliorarsi superando una concezione meccanica del corpo ed una pratica ripetitiva del fare. Sarebbe un autentico faro trainante le migliaia di appassionati e dilettanti che, nella corsa come nel calcio, in palestra come negli sport e nelle arti di combattimento, si allenano secondo una mentalità e degli schemi  incistati, ripetitivi, davvero ignoranti!!

Perché ogni proposta realmente produttiva del “fare”, ogni esercizio, è come una cipolla che, strato dopo strato, ti mostra saperi continui. Gli esercizi validi, le tecniche valide si evolvono soprattutto per trasmettere informazioni, efficienza e diversi utilizzi; invece, tutt’ora, il praticante resta intrappolato in una sterile imitazione del primo strato, perdendo la complessità e gli strati sottostanti.

Scegliere approcci più ampi e differenziati ci consente di osservare la nostra pratica di movimento senza porci dei limiti  e di sviluppare noi stessi non solo nella prestazione ma come individui.

Ogni gesto, anche il più semplice: premere e tirare, sollevare ed abbassare, va interpretato come un concetto, non solo come una “tecnica”. Infatti questi, tecnica o un esercizio, non è altro  che un contenitore con all'interno l’autentica essenza priva di forma definita e siamo a noi darle una, due, diverse forme adattabili, flessibili, al contesto ed agli obiettivi.
E scopriamo, come ci raccontano gli antichi insegnamenti taoisti, che ogni pratica ha bisogno del suo contrario,  ovvero la pratica della quiete sgorga dalla pratica del movimento e viceversa, unitamente alla loro sintesi.

Fai tutto ciò senza mai perdere mai la tua giocosità e con essa  la passione e l'amore verso la scoperta della tua personale espressione fisica, la tua personale melodia cinetica, che è anche, e soprattutto, espressione della tua individualità, della tua personalità tutta.
Questo stato intriso di curiosità e passione è una potente guida che ti accompagnerà anche quando gli esercizi apparentemente così semplici li scoprirai difficili; quando incontrerai movimenti inusuali, scomodi, talvolta dolorosi, in cui saprai però scoprire un eccezionale potenziale di crescita personale; quando ti accorgerai che ogni tua comprensione ti apre le porte su mille e mille ignoranze, mille e mille territori di corpo e movimento ancora inesplorati e, invece di farti prendere dallo sconforto, ne sarai entusiasta e motivato ad andare oltre, a scoprire di più ed ancora.          
Sarà un cammino di autentica consapevolezza e felicità in cui ritrovarti in un corpo, te stesso corpo, elastico, ritmato, vitale.

Se ne sta accorgendo anche il principale quotidiano sportivo? Piano piano … pare di sì.
Noi lo sappiamo e pratichiamo da un pezzo.
Se ti andasse, aggregati a noi, divertiti con noi. Ti aspettiamo!!





domenica 13 ottobre 2019

Joker o del nichilismo




Seduto nell’accogliente poltrona della sala “President” all’Anteo, Monica accanto a me:
Joker
la tanto acclamata pellicola di Todd Phillips in cui giganteggia l’interpretazione di Joaquin Phoenix, sta per iniziare.

Il personaggio è sempre stato descritto come un maniaco omicida, violento, ben sopra le righe, fino a evolversi nella figura nichilista che compare ne “Il Ritorno del Cavaliere Oscuro”: un fomentatore di caos e disordine di contro al Batman portatore d’ordine e legalità.
La prima cosa che mi ha pesantemente colpito è, qui nella pellicola di Phillips, la totale mancanza di un possibile confronto: in questo Joker nessuno si salva, tutti, ma proprio tutti, sono, siamo, “cattivi”.
La pellicola è dominata dalla dichiarazione che tutti indistintamente sono portatori di male: fosse solo per ignavia, impotenza o superficialità, nessuno si salva, tutti nuotano nel mare del male.
Un nichilismo che eleva ad ideologia e pratica consentita la distruzione, l’annientamento di qualsivoglia istituzione o sistema di valori esistente, qualsiasi forma sociale collettiva e relazionale.
La stessa fanciulla che, per brevi tratti, affianca Joker è la prima ad indicargli il gesto dello spararsi alla tempia perché non vi è alcuna soluzione al degrado e a sostenere il valore positivo dell’assassinio di tre colletti bianchi; nonostante la relazione con lei, fatta di caldo rifugio silenzioso ma anche di un bacio che apre su un incontro carnale intenso, Arthur / Joker non esita ad affermare di non essere mai stato felice, nemmeno per  un minuto.
Insomma: siamo tutti malati e malefici, nessuno si salverà.

Altro elemento per me perturbante è lo svilupparsi stesso della storia di  Arthur /Joker: un clown fallito che sogna di diventare un comico di successo ma che subisce un escalation  di umiliazioni ed angherie senza che abbia fatto nulla per meritarle.
Questo ci porta colludere, a solidarizzare con Arthur / Joker.
Però, di contro al solidarizzare che possiamo aver coltivato nell’incontrare i personaggi principali “oscuri” di serie come “Dexter”. “House of cards” “Breaking Bad”, arrivando a chiederci  quanto fosse giusto colludere col protagonista pur sapendo le cose orribili di cui si sarebbe macchiato, qui il crescendo è tale e costruito per eliminare ogni dubbio, che probabilmente il solidarizzare fino a sfiorare l’identificarsi è una palla di neve che, minuto dopo minuto, diventa una valanga inarrestabile in un contesto che non solo non fa nulla per fermarla o impedirne l’ingrossamento, ma, anzi, lo incoraggia, in un moltiplicarsi di malvagità reciproche e spudorate.
Ecco raddoppiata, rafforzata, la mia sensazione che nulla si salva, nulla si potrà salvare.

Lo stesso disturbo mentale conclamato di Arthur/Joker, a cui la società, per altro, non dedica alcuna pratica curativa soffocata dai tagli e dai risparmi imposti al “Sociale”, ci porterà a ritrovarlo nella madre, suggerendo, da un lato, l’inevitabilità della trasmissione della malattia, dall’altro che la malattia, in forme latenti ma altrettanto pericolose, sia presente nel politico maneggione come nel comico privo di scrupoli pur di piacere e cavalcare il successo.
Ancora una volta compare il “nessuno si salverà”. L’accusa che siamo tutti malati e cattivi e che la specie umana è destinata all’estinzione violenta.

Una pellicola dura, che fa male, che non esito a definire agghiacciante, con una interpretazione, anche fisica, gestuale, di Phoenix davvero eccezionale. Inquadrature essenziali e musiche incalzanti.
Un grande film, grande ma, o forse per questo grande, portatore di desertificazione nell’animo e dubbi profondi sul senso del vivere.

Nel tentativo di comprendere e smussarne il freddo che mi lascia dentro, mi rivolgo a Freud, all’impossibilità che l’Es, nell’uomo e in tutti gli uomini indistintamente, sia dominante, di più, l’unico ad esistere: Joker/Es si appella  alla forza del Caos, autentica natura dell’uomo, al di là di ogni principio etico di bene e male, guidato da tutto ciò che vive di pulsionale e istintivo e non contiene moralità né valori. Solo Es, dunque senza Io e Super Io? Possibile? Possibile e plausibile che, prima o poi, avvenga per tutti noi?
E ripenso a Jung, all’Ombra junghiana.
Nella quotidianità, l’uomo trascura  il suo versante oscuro, convinto che esso non sia parte di lui. Ma una voce dentro, ancorché inascoltata,  gli porta echi della propria Ombra, gli dice che il Male dentro di lui esiste e brontola come fiera accucciata e legata alla catena. Così Arthur/ Joker non sapeva di avere un’Ombra dentro e la totale subordinazione ad essa lo costringe a vivere un’esistenza lontana dalla coscienza, dalla razionalità e votata all’efferatezza. Se per Jung l’Ombra solo quando taciuta e rinnegata è davvero pericolosa e portatrice di azioni malefiche mente il riconoscerla e piegarla all’interno del vivere sociale ne fa una forza anche propositiva, per Arthr/Joker la questione non si pone: lui è l’Ombra stessa e, scena dopo scena, scopriamo che l’Ombra si annida in ogni angolo del sociale, della collettività fino ad esplodere vivida e terrificante: Nessuno si salva.
Né potrà redimersi o, almeno, contenersi, come ci suggerisce la scena finale.

Ogni mio tentativo di anestetizzare, di correggere con riferimenti intellettuali, lo squarcio dentro che la pellicola mi ha provocato, non sortisce alcun effetto.
Monica stessa, lineamenti del volto tesi ed induriti, indugia più del solito nella poltrona.
A tavola, nell’accogliente “Osteria del cinema”, cibo di qualità e clima accogliente, ne discutiamo vivacemente, entrambi coinvolti, entrambi vicini.












lunedì 30 settembre 2019

Parole sputate nel cuore




“ I tatuaggi bisogna ‘soffrirli’. Dopo aver vissuto qualcosa di particolare,
lo si racconta tramite il tatuaggio come in una specie di diario”
(N. Lilin)

Io non ho tatuaggi. O, almeno, non ho tatuaggi volontariamente incisi da una mano estranea.

Sul corpo, ho segni (simboli), incisi dalle cose, dagli eventi.
Un cicatrice sulla  testa, caduto dalle scale quando, bambino, mi atteggiavo a David Crockett e una sotto l’arcata sopraccigliare, colpito quando credevo che noi sessantottini avremmo cambiato il mondo.

Ma i segni che più sento miei sono quelli degli eventi che il corpo ha somatizzato: Escrescenze  sotto pelle a ricordare.
La prima quando, ventenne, sboccando sangue, entrai in ospedale per poi trattenermi in un sanatorio.
Una, da poco superati i quarantacinque anni, quando l’Amore (con la A maiuscola) mi cacciò dal campo che pure insieme avevamo costruito e condiviso e progettato per il nostro futuro insieme.
Una, quando i primi referti medici tratteggiavano i contorni di un male assassino e fu solo a dipinto terminato che le fosche tinte mutarono in colori pastello.
Una, quando la morte di mio padre Renzo venne annunciata come ormai alle porte.

E la vita è tutto un mutare, panta rei, ma che fatica capirlo ed accettarlo davvero con tutto me stesso;  e che riconoscere, scriveva  Thomas Elliot (poeta e saggista), è esplorare dal punto da cui siamo partiti per tornarci e trovarlo diverso.

Allora, in questi che per me sono giorni sbagliati ed io stesso sono sbagliato a rantolare e dibattermi su una strada sbagliata, faccio fatica a comprendere, a stare in un tempo che, nell’attesa, sembra non passare, ma passa. E fa male.
L’equilibrio, pur incerto, è stare lontani dal buio e dal non - riconoscimento che porta al mal di vivere, che io abitai in alcuni anni della mia tormentata e turbolenta adolescenza, e dall’ottimismo fissato e per sempre, da una sorta di delirio di onnipotenza, che io cavalcai fiero e tronfio di me quando ripetevo “Io non vado in ferie, la mia vita, io, sono sempre in ferie” prima di quel doloroso cartellino rosso e di un incontro terapeutico fortemente destabilizzante con il dr. Michele Mozzicato, medico, psichiatra e psicoterapeuta.

A volte mi chiedo se questa fatica di stare nel mezzo, Tao indefinito e incerto, sia meglio o peggio dei due estremi.

Intanto, in questi che per me sono giorni sbagliati ed io stesso sono sbagliato a rantolare e dibattermi su una strada sbagliata, a masticare malamente un inconscio che è un estraneo, (ma per me, non tanto estraneo) che mi abita; a cozzare la mia ragione contro quella che difende ed addirittura protegge il ladro a cui mi si dice nessuno, tanto meno il derubato, può chiedere di assumersi responsabilità ed eventuali conseguenze del suo entrare furtivo, del suo rubare, del suo essere privo, per scelta o per incapacità, di un habitat suo in cui costruire cose ed amore ed è dunque lecito dai!!, che rubi qui e là pezzi di cose e di vita di altri.


“Nei tempi antichi, barbari e feroci,
i ladri s'appendevano alle croci:
ma nei presenti tempi più leggiadri,
s'appendono le croci in petto ai ladri.”
(G. Mazzini)

“Dichiarandoci anarchici proclamiamo innanzitutto di rinunciare a trattare gli altri come non vorremmo essere trattati noi da loro; di non tollerare più la disuguaglianza che permetterebbe ad alcuni di esercitare la propria forza, astuzia o abilità in maniera odiosa.”
(Pëtr Alekseevič Kropotkin)

Intanto, appunto, il mio personale confliggere è stare lì con ciò che è anche incomprensibile, aprirmi alla presenza dell’altro che mi permette di capire di me. E accingermi a cambiare, se ne sarò capace ma voglio e devo esserne capace se non voglio annegare, se voglio ancora abitare questo habitat condiviso anche se privato di alcuni mobili che mi erano cari.

La domanda è: dove si poserà questo nuovo “tatuaggio” somatico ? Su questo “pene che non ha più nessuna fantasia” (https://www.youtube.com/watch?v=lQLAlIlJeKQ) o sulla mano vecchia da vecchio a segnalarmi le trombe sempre più prossime dei settant’anni?
Non è una risposta che io non ne ho, ma forse comprendo che l’Amore, (quello con la A maiuscola), non è giudicante, spesso è esigente e mette a nudo; che l’Amore, (quello con la A maiuscola), è permettersi di mostrare la propria fragilità, le proprie parti Ombra, senza che l’altro ne approfitti. E che l’Amore ( quello con la A maiuscola), è l’altra faccia del Conflitto, perché, puntino nero in quella parte bianca, il riconoscimento, declinato in tutte le sue versioni e senza il quale non c’è Amore, è nel conflitto. Nel conflitto, nello stare nel conflitto, i doppi impresentabili di noi possono essere presentati e, forse, riconosciuti. Così prendendo le distanze dalla confessione che invece divide bene e male.

Eros e Thanatos, "pulsione di vita" e "pulsione di morte", non c’è vita senza morte. Nello sciamanesimo è la compresenza nell’individuo e nelle cose del “vivente” e del “morente”, nel Taoismo, l’ho già scritto, è data dall’unione sempre mobile di Yin e Yang, nelle raffigurazioni simbolo-immaginali è rappresentata dagli Amanti Divini ed alchemicamente indicata dal Matrimonio Mistico.
Un vivere, ci ricorda Wilhelm Reich (medico, psichiatra e psicoanalista) in cui la vita è sempre e contemporaneamente, coesistenza di contrazione ed espansione.
La morte è l’aroma dell’esistenza. Essa sola dà sapore agli istanti, essa sola ne combatte l’insulsaggine. Le dobbiamo all’incirca tutto” scriveva  Emil Cioran, filosofo del ‘900.

A me, a tutti noi credo, e soprattutto quando arrivano i giorni sbagliati e noi stessi siamo sbagliati a rantolare e dibatterci su una strada sbagliata, tocca impegnarsi in questa danza antica liberando le nostre potenzialità disoccupate, apprezzando dell’attendere, ancorché questi sia e dia sofferenza, la sua prossimità semantica all’attenzione.
Alle mia spalle, canta e suona Beth Hart (https://www.youtube.com/watch?v=sP-ub5wF-_0)
war in my mind…. black in my soul…..














giovedì 19 settembre 2019

Le pallavoliste non lo sanno




Scorrono sul televisore le immagini del campionato europeo femminile di pallavolo.

Quando di apre la contestazione per una palla “in” o “out”, le nostre azzurre, come le rivali del momento, sono colte naso all’insù ad aspettare le immagini decisive.
Lo fanno accorciando il rachide cervicale, la porzione posteriore del collo, ovvero comprimendone le vertebre.
Splendide atlete, ottime “macchine” da competizione, sfugge loro che una migliore e completa osservazione di quanto posto in alto, una postura che non ingeneri fastidio e, col tempo, probabili dolori cervicali, richiede l’intervento anche del tratto alto della colonna vertebrale: la porzione immediatamente sopra e tra le scapole.
Tra l’altro, un uso corretto del tratto alto della colonna vertebrale limita, fino ad impedirlo, l’accorciamento della parte bassa, lombare, della colonna, con relativa compressione vertebrale.
Insomma, per guardare più agevolmente, per ampliare lo spazio guardato, per farlo rispettando la fisiologia del nostro corpo, la salute del nostro corpo, occorre coinvolgere la colonna vertebrale tutta!!

Ma loro non lo sanno. Loro, come tutti gli sportivi, sono il risultato di allenamenti tesi a ripetere  e ripetere e ripetere ancora questo o quel gesto senza alcuna attenzione alla salute, a coordinare in sé collegamenti funzionali tra le diverse parti del corpo, alla consapevolezza (sai cosa e come lo stai facendo?) e neppure al binomio efficacia ed efficienza. Senza trascurare come questa consapevolezza inciderebbe positivamente sulla capacità emotiva di reggere lo stress e prendere rapidamente le decisioni gestuali più adatte al momento.

Pensate a che formidabili esecutrici, che formidabili atlete, sarebbero se fossero coinvolte in una pratica che realmente mettesse a loro disposizione tutto il sapere del corpo, tutto il perfetto funzionamento del corpo.
Perché questo a loro, come a tutti gli sportivi, non accade?
Credo per diversi fattori: l’ignoranza, mi duole scriverlo, dei loro preparatori; il tempo più lungo che una simile formazione corporea comporta impedendo, con ciò, di avere rapidamente pronte, ovvero già in giovanissima età, delle “macchine” da competizione; l’età stessa di queste atlete. Sì perché la capacità di ascoltare il proprio corpo fino a diventare, come Natura vuole, noi stessi corpo, e la pazienza curiosa ed entusiasta di osservare ogni minimo dettaglio gestuale per poi integrarlo in un gesto più ampio, difetta ai giovani.

Tali capacità sono, invece, concesse agli adulti e agli anziani, sia per una maggiore maturità psichica che per un diverso equilibrio energetico.
Sempre che anche costoro, benché non si guadagnino la “pagnotta” con lo sport ma pratichino sport ed esercizio fisico per divertimento e per stare in salute, non siano irretiti dal miraggio della prestazione (presunta) eccellente, non siano portati ad usare (male) il corpo come una macchina, nella quale, restando in quest’esempio, premere l’acceleratore mentre tengono tirato il freno a mano, scalare le marce senza usare la frizione, pretendere di avanzare pur avendo le ruote rivolte all’esterno.
E tu, che intendi fare?

Prenditi cura di te per non doverti curare!!














martedì 27 agosto 2019

Agosto di cuore e di corpo























Dedico tempo
a pratiche esplicite di consapevolezza corporea.
Così, scopro, tocco con mano, l’esistenza di una linea mediana.
Esserne consapevole mi permette di migliorare ogni gesto periferico di gambe e braccia, di operare torsioni e cambi di direzione che tengano in egual conto le due metà corporee, così attivando una simmetria funzionale che riduce gli impedimenti di una asimmetria strutturale.
Le parole spese sulla “linea centrale”, che sia Wing Chun o il tirar di spada in Kenshindo, si fanno pratica corporea vera, autentica.
Qualsivoglia Arte Marziale si affronti, dunque, per me, oltre alle succitate anche Tai Chi Chuan e Kenpo Taiki Ken, impariamo a muoverci in modo simmetrico, anche se noi corpo simmetrico non lo è affatto.
Salute ed efficacia / efficienza indissolubilmente a braccetto.

C’è un silenzio
straordinario in questa casa.
Attorno, alberi secolari e tanto verde ma pure altri appartamenti, altre famiglie. Eppure è il silenzio a regnare incontrastato sovrano.
Solo le cicale, ad una certa ora del giorno, stendono un lieve sottofondo.
Che meraviglia!!

Succede,
a cercare dove nostro figlio Lupo arriverà nel suo tragitto rafting, che Monica ed io incappiamo in un angolo seminascosto lungo il fiume Brenta.
Piccole insenature, rocce e strati d’erba a lambire l’acqua.
Con loro, una corte, diverse piccole costruzioni risalenti al 1500 e modificate nei secoli immediatamente successivi.
Un passato rimasto pressoché intatto nella sua essenza.
In realtà, queste costruzioni sorgono su altre che si perdono nella notte dei tempi, ma quel che oggi si impone ai nostri occhi è un intenso spaccato cinquecentesco che, seminascosto tra gli alberi, cela la sua intatta bellezza ad occhi che non abbiano motivo di scendere sulla riva del fiume.
Piccolo tesoro scoperto inaspettatamente.

La mostra
è racchiusa in un antico palazzo del 1700.
Lì, con Lupo e Monica, ammiro alcune delle opere di Albrecht Durer, artista rinascimentale di grande importanza per la Germania perché probabilmente il primo a cimentarsi con la prospettiva e a eseguire nudi utilizzando modelli in carne ed ossa. Uomo che nelle sue opere non nasconde riferimenti all’esoterismo ed all’alchimia, così come che conserva una profonda influenza neoplatonica.
Sono esposte opere dell’Apocalisse, della Grande Passione, della Piccola Passione, della Vita di Maria.
Mi piace incantarmi davanti a quei tratti che l’arte della xilografia rende così precisi e profondi.
Mi scopro a criticarne alcune innaturali torsioni del volto, a vedere il crescere di precisione nelle raffigurazioni dei corpi man mano che gli anni passano e con loro le sue frequentazioni di Venezia e degli ambienti artistici veneti che ne influenzeranno precisione e capacità nei dettagli.
Lascio che il me corpo tutto si adegui, perché queste mie osservazioni non restino puramente intellettuali, immergendosi in queste distorsioni spaziotemporali.
Distinguo i diversi soggetti rappresentati e noto le loro relazioni incerte e provvisorie, forse dissonanti, tra un Cristo inginocchiato con la testa inverosimilmente innestata e girata sulle spalle a guardare attorno, un rapimento di femmina in cui l’abbraccio possente del rapitore cozza contro la legge di gravità e il galoppo del cavallo.
Dunque mi accosto, tento di accostarmi, a queste opere, contando su un ascolto attento ed aperto di me corpo, riconoscendo che ogni realtà può essere interpretata con sguardi e orientamenti diversi, anche nello stesso contesto.
Un video a fine percorso, se mai ce ne fosse bisogno, ci spiega la difficoltà della xilografia mostrandoci come avviene il lavoro manuale e come esso sia invece facilitato quando intervenga l’ausilio della moderna tecnologia.

Ci aggiriamo
per Bassano del Grappa naso all’insù, a scattare fotografie a questo e a quel palazzo.
Eppure Monica a Bassano ci è nata, ci ha vissuto per un paio di decenni e ci torna regolarmente, ed io ci passo estati o fine settimana da almeno vent’anni.
Eppure … troppo bella questa signora austera e dai tratti aristocratici, troppo bella nei suoi misteri sparsi in un disordine nient’affatto casuale.
Troppo bella, troppo intrigante per non suscitare una curiosità continua, un senso di appartenenza come di una relazione tra amanti che si frequentano da anni senza ancora, e probabilmente mai, conoscersi davvero; senza che l’essersi esposti nudi l’uno all’altra abbia saziato la reciproca voglia di guardarsi e toccarsi.

Ogni occasione
formativa è motivo di scoperta di sé.
Non c’è ora dedicata alle mie pratiche Chi Kung / Kiko e Tai Chi Chuan che non mi porti nuove conoscenze, nuove scoperte.
Una danza che accoppia propriocettività, percepire sé corpo nello spazio, e introcettività, percepire il linguaggio degli organi interni.
Una danza raffinata, un viaggio che, ogni giorno, svela misteri e rapporti, volumi e pesi.
Ma se è così, e così è, chissà cosa mi attende domani e dopodomani e … autentico viaggio di scoperta, di ignoto.

Interessante ricerca
di sé nell’ambiente, nello spazio, nelle relazioni … ancora e nuovamente dentro di sé.
Luogo fisico e immaginario in cui agire la connessione tra libertà creativa e costrizione motoria, disegnando gesti e movenze personali, che leggano tracce e memorie di sé.
Senza lasciarsi deviare, senza lasciarsi possedere da presunti canoni dello stile, delle forme cristallizzate dettate da “parrucconi” (1) cattedratici dell’Arte.
Lasciare che l’immediatezza di un sé corpo centrato quanto desideroso di scoprire, fluisca senza alcun asservimento, senza alcuna celebrazione che ne spogli le potenzialità: versione sincera e spontanea, “I” (2) delle proprie pulsioni.
 
Il Sentiero del Silenzio
si snoda tra i boschi e le rocce dell’altopiano di Asiago, nella zona di Gallio.
Lungo di esso, alcune installazioni contemporanee a ricordare orrore e pietà della Grande Guerra.
Là dove caddero migliaia di giovani vite a difendere i nostri confini, ad onorare patria e valori.
Lo percorro allontanandomi da gruppi di turisti bercianti ed ignoranti che ridono, si auto fotografano e sciorinano battute da avanspettacolo.
Lo percorro da solo e in silenzio: rispetto per i morti, i nostri morti.
Mi emoziono, a tratti fatico a respirare. Il volto contratto a trattenere le lacrime.
Migliaia e migliaia di morti.
Gli idioti che mi lascio alle spalle testimoniano che, forse, ce la stiamo meritando questa società ladra ed arruffona, questo affannarsi a rincorrere una vacua notorietà sui social, questo smerdare i nostri confini, i nostri valori, lasciandoci passivamente in balia  di mode ed orde le più disparate.
Migliaia di morti: italiani ed austriaci, là dove il soldato nemico non è che l’altra faccia di me stesso, a me uguale: “Il popolo, la democrazia [...] sono belle invenzioni: cose inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all'altra e tutte le parole nel culo dell'umanità.” (L. Sciascia)
Migliaia di morti, mandati a morire per soddisfare brame di potere e ricchezza di pochi potenti capaci di manipolare menti e persone.
Anche oggi è così, qualsiasi sia la rotta percorsa, qualsiasi sia il paravento che potere e potenti usano per coprire un’altra invasione.
Migliaia di morti allora e migliaia di morti ad attenderci ora.




1. Parruccone, “persona con idee antiquate, che mantiene nei confronti delle novità o del progresso un atteggiamento retrivo e diffidente” (https://dizionario.internazionale.it/parola/parruccone)

2. I, in cinese “spontaneo”, purtroppo deformato, anche dai “parrucconi” di cui sopra, in “intenzione”. I Chuan, “pugilato della spontaneità”, il progenitore cinese del Kenpo Taiki Ken. La diversa lettura del termine I non è di poco conto e stabilisce una profonda e radicale differenza di come si pratichi. Il mio modo, condiviso da diversi sinologi e Maestri, per me significa, in altri campi, apprezzare e cogliere il valore dell’Art Brut (“È lasciare che l’immediatezza di una mente fragile fluisca, senza che ci sia una qualche celebrazione che possa impoverirne le potenzialità; è la traduzione sincera e necessaria del proprio tormento, la pulsione più recondita.” -http://www.artspecialday.com/9art/2018/07/31/jean-dubuffet-lart-brut/- di artisti che “che creano senza intenzioni estetiche, per una personale pulsione emotiva confluente in una comunicazione immediata e sintetica.” -https://libreriamo.it/curiosiamo-). E’ quel talento ribelle che ha portato ai vertici mondiali della cucina Massimo Bottura, mai frequentato una scuola di cucina; della strategia militare Erwin Rommel “l’intraprendenza di chi fa un uso creativo dei limiti impostigli dalla situazione e, se necessario, da chi ha autorità su di lui” (E. Bencivenga. “L’arte della guerra per cavarsela nella vita”); della pirateria Edward Teach, meglio noto come  Barbanera, e gli esempi sono numerosi in ogni campo del sapere e del fare: “Non lasciate che la tradizione vi vincoli. Fate in modo che vi renda liberi”, scrive lo stesso Bottura.

 

















martedì 30 luglio 2019

In musica!!




Non poteva mancare la musica tra le arti con cui “giocare” in questa afosa estate milanese.

E’ Lucio, amico e compagno di pratica nel Tai Chi Chuan by Sifu Mizner, a suggerirmi la serata con Delvon Lamarr. https://www.youtube.com/watch?v=wx0BipbRJTU qui in una vecchi registrazione.
Così ci ritroviamo, con Monica che accetta entusiasta, nel cortile di uno stabile che la via Bergognone, come ha fatto con altri stabili, ha trasformato in uno dei luoghi cult della metropoli.
Ottimo ritmo che miscela jazz e soul e vivaci sonorità “nere”, tastierista, Delvon Lamarr, e chitarrista, Jimmy James,  di pregio, e un  batterista (che Lucio mi dice da poco subentrato a quello storico) di ordinaria amministrazione, impreziosiscono di potenti assoli la serata.

Questa sera non ho voglia di affrontare la mia ricerca corpo / movimento e manifestazioni artistiche.
Sì perché questa mia ricerca si può estendere ad ogni manifestazione d’arte, dunque alla musica, oltreché, ma questo lo faccio ormai da decenni, ad ogni aspetto della vita quotidiana.
Come, mutando le ampiezze di una musica, queste entrano in relazione con i volumi di me corpo? Come i repentini cambi di ritmo si identificano nei cambi del ritmo del mio respirare? Come posso rapportare il ritmo dato dal pedale sulla grancassa col variare dei battiti del mio cuore?
No, questa è serata di birra, confidenze con l’amico Lucio (finalmente, è da Settembre che gli propongo una serata di alcool e chiacchiere!!) e sguardi teneri con la donna con cui vivo da vent’anni.


La possibilità di sperimentarmi in questa nuova avventura ci sarà pochi giorni dopo.
Nell’incantevole cornice notturna del Castello Sforzesco mi attende il jazz.
E’ “West Side Story – Una voce e 10 strumenti” ad interpretare  l’opera di Leonard Bernstein.
Gruppo solido che miscela musicisti affermati (1) e nuove leve con l’accompagnamento vocale di Paola Folli, a me totalmente sconosciuta ma che il grande pubblico (!?) ha apprezzato in TV come vocal coach nella trasmissione “X Factor”.
Gli arrangiamenti sono davvero notevoli, come l’insieme dell’esecuzione e gli assoli. Solo la cantante ha sì una voce vellutata quando parla (a parte che l’incespicarsi l’accompagna ad ogni intervento!!) ma timbro anonimo come anonima, scolastica, l’interpretazione quando canta, non mi piacciono affatto (2).

Accanto a me Monica e tra i piedi la piccola Kalì, mi riservo comunque di sperimentare un poco della mia corporeità. Lo faccio complice un cielo profondo in cui sono fiondate alcune piccole stelle luminose; lo faccio lasciandomi assorbire da mura e cortile che emanano storie di uomini e battaglie, di sangue ed amori, di nobili e poveri sconosciuti; lo faccio ascoltando come il ritmo entri nella terra e lo rimandi sul mio corpo sdraiato al suolo; lo faccio ascoltando i piccoli movimenti degli ischi ogni volta che cambio il mio modo di sedere, ascoltando il respiro stare con la sezione ritmica o involarsi con gli assoli di sassofono o tromba.

Poi, la musica finisce, tra gli applausi convinti del pubblico.
Usciamo in una Milano notturna che non finirà mai di affascinare ed ammaliare.

1. Tra di loro, al contrabbasso, Attilio Zanchi, mia frequentazione giovanile ai tempi dell’ARCI e degli Yu Kung, gruppo storico milanese di “protesta” in cui, per un certo tempo, militò anche Francesca Oppici, che i più anziani tra gli allievi ricordano praticare con noi per diversi anni. Devo a Zanchi le prime ispirazioni, erano i tempi del Karate, che, con le letture del Maestro Plée, mi portarono a sperimentare l’attività multipla e simultanea, la diacronia gestuale, nell’esecuzione dei kata.

2. D’altronde, da una trasmissione che ha visto e vede giudici, tra gli altri, dei figuri come Fedez, Arita, Manuel Agnelli, Morgan, Levante e dei “vincitori” come Marco Mengoni, Michele Bravi, Lorenzo Fragola … che mi posso aspettare?!?!











martedì 23 luglio 2019

Liu Bolin




Il caldo è estenuante ma ho deciso:

oggi MUDEC per la mostra fotografica di Liu Bolin.

D’altronde, a fine corsi, lo scrissi ai miei allievi e a tutti quelli che raggiungo con  la NL mensile:
“Dunque, se vi andasse, leggetemi, statemi vicino e, soprattutto, come già Vi scrissi, praticate quotidianamente e come più vi aggrada di “penna e spada”: praticate Arti Marziali e leggete libri, praticate Arti Marziali, danzate e scrivete confrontandovi con gli altri, praticate Arti Marziali, cimentatevi nelle varie espressioni corporee ed artistiche,
praticate Arti Marziali e dipingete, scrivete poesie.
In una parola, Vivete.”
Ah, se ti interessasse essere informato su quel che faccio, su pensieri, riflessioni ed incontri miei e dello “Spirito Ribelle”, contattami che ti inserisco nella mailing list!!

Dunque, non sarò certo io ad esimermi dal dedicare tempo e passione all’Arte ed alle sue manifestazioni.
Anche perché voglio provare, più compiutamente di altre volte, a gustare delle opere artistiche partendo dalla mia corporeità, dal contatto fisico che con esse vado ad instaurare: una esplorazione non limitata alla sfera cognitiva, come accade abitualmente, ma consapevolmente capace di coinvolgere le diverse aree del mio essere individuo fisicoemotivo.
Insomma, un collegamento tra osservazione visiva, riflessione mentale ed esperienza corporea che aiuti a considerare come ogni lavoro artistico (pittura, scultura, musica …) ci riconduca sempre ad un confronto con la nostra corporeità come è e come la viviamo. (1)

Altri, ben prima di me e con un impianto epistemologico probabilmente più strutturato, lo hanno già fatto.
Mi riferisco a Stefania Guerra Lisi, nei primi anni ’90, ed al suo eccezionale metodo “La Globalità dei Linguaggi” e, più recentemente, a Mara Della Pergola che ha piegato il metodo Feldenkrais a questa lettura corporea.
Nessuna di loro, nessun altro che io sappia, lo ha però fatto partendo dal campo Arti Marziali ed integrandolo con altre diverse competenze corporee che, per il mio percorso, sono soprattutto lo stesso metodo Feldenkrais, la Danza Sensibile e la pratica Gestalt.

Ora vi dico come è andata.
Il cinese Liu Bolin è il formidabile autore di quelle che sono chiamate “performance mimetiche” in cui, utilizzando un meticoloso body painting, il suo corpo è del tutto integrato nello sfondo dell’immagine.
Immediatamente ho compreso come il peso del pur modesto zainetto cambiasse le mie stesse sensazioni e, dunque, lasciasse andare impressioni fisicomeotive ben diverse ad averlo in spalla o meno. E dunque, io sono quello con lo zaino o quello senza? Ah ah ah ah!!!!!!!!!!!!!!!!!
Diversa, ai miei occhi, era la qualità del mio rapporto con la fotografia se inspiravo, e l’immagine si avvicinava, o espiravo, con l’immagine ad allontanarsi. Diverso pure era guardare con l’occhio dominante o con l’altro.
Una volta di spalle alla fotografia, diverso era guardarla dopo aver girato in senso orario o antiorario.
Ho sperimento diversi ritmi respiratori, diverse distribuzioni del peso corporeo, diverse angolazioni di veduta.
Insomma: ognuno di noi, consapevole o meno, poco o tanto, si trasforma, muta, quando entra in risonanza con un’immagine, un suono, una forma ecc.

Mi sono permesso, stentatamente che sono ancora ai primi passi in questo “viaggio”, di accostarmi alle opere di Liu Bolin provando a cogliere e confermare primariamente me stesso e l’evoluzione delle mie sensazioni. Da lì, ho aperto il mare delle emozioni e degli ancora fragili ed incerti pensieri costruendo una mia personale visione, una mia personale interpretazione, una mia personale conoscenza, delle opere del fotografo.

E’ stato un primo approccio ma, certamente, questa è la strada migliore per avvicinarsi ad ogni manifestazione artistica vivendo una propria ed unica esperienza personale che travalica qualsivoglia dotta spiegazione o interpretazione fatta da altri. Ancora di più per costruire un sé realmente olistico, fisicomoetivo, applicabile in ogni occasione del nostro vivere quotidiano, che sia il lavoro o l’educazione dei figli, una relazione di coppia o una comunicazione dei media.

Allora, mi permetto di esortare chi ora mi sta leggendo: che pratichi di corpo e movimento come processo di consapevolezza, che pratichi un qualsiasi sport per vincere un titolo o una medaglia, che faccia esercizi in palestra per tonificare la muscolatura, ad affacciarsi su questa avventura nel suo rapportarsi con l’arte.
Avrà solo di gioirsene, di scoprire un sé mondo inaspettato e, se volesse “una mano”, se volesse approfittare del percorso pratico-teorico che io ho già fatto, mi contatti liberamente.


1. Mi è molto spiaciuto che quando scrissi di queste mie prime esplorazioni a contatto corpo / arte, del vicendevole influire di pensiero, emozioni, sensazioni e moto (e torniamo alla differenza fondamentale tra leib e korper, tra corpo vissuto, esperito e corpo meccanico) su cui stavo lavorando, nessuno, sul mio blog  o di persona, dei miei allievi, nessuno dei destinatari della mia NL, si sia espresso, si sia fatto avanti, abbia detto la sua. Nemmeno tra chi coltiva, o ha coltivato, la passione del dipingere!! Per me, inspiegabile.