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giovedì 1 maggio 2025

Metamorfosi e mistero. Il mondo di Leonor Fini


Palazzo Reale

Io sono Leonor Fini

Mattinata di sole, ancora pochi i turisti nei pressi del Duomo. Con Susy, da Bassano del Grappa in rapida trasferta a Milano, eccomi ad ammirare la mostra di questa artista intrigante, fuori dalle righe, in totale distonia con lo spirito dei tempi.

Una vita segnata, già dall’infanzia, da eventi traumatici: La separazione non pacifica dei genitori; la fuga a Trieste, dall’Argentina, della madre con lei al seguito; la ricerca disperata del padre per riaverla con sé, con tanto di intervento poliziesco; la madre che per anni la traveste da maschio per renderne più difficile l’identificazione; in ultimo, una malattia che la costringe per due mesi bendata e al buio.

Ce n’è abbastanza per vedere crescere una persona insicura e disturbata.

Una persona che si vede corpo mutevole e performativo, che dipinge spesso figure ibride, tra l’umano e l’animale, entrando a piene mani nel campo della metamorfosi e della trasformazione dell’identità, che trova nell’attività di costumista e scenografa per teatro e cinema la via per trattare il corpo come mezzo espressivo e narrativo.

La sua stessa vita fu una forma di espressione artistica. Si presentava alle feste ed agli appuntamenti con abiti eccentrici e di stampo teatrale, facendo della sua immagine una narrazione visiva. Narcisista ed egoica fino all’estremo, come dichiarava lei stessa, probabilmente copriva una insicurezza di fondo cercando sempre di stupire gli astanti, di farsi notare, di non essere racchiusa in nessuna definizione.

Leggo i pannelli che ne spiegano l’opera e trovo goffe le affermazioni di lei come capace di mettere in discussione il genere, l'identità, l'appartenenza, i modelli consolidati di famiglia, la mascolinità e la femminilità. Sorta di ultra femminista ante litteram.

La sua infanzia ci mostra i traumi, i “mostri”, le paure che l’hanno formata. Proprio quei pannelli che scrivono del suo rapporto con Freud e la psicoanalisi come fanno a non prendere in considerazione una lettura travagliata, sofferta, di chi cercava compagnia solo di uomini efebici, glabri, giovani e così distanti dalla figura di maschio adulto, di… padre? Di chi amava farsi ritrarre sempre in pose affettate, costruite, mai sincere, tanto che un suo caro amico le scriveva implorandola di lasciarsi vedere invece di nascondersi continuamente? Che, di suo pugno, scriveva quanto qui sotto:


 












Tant’è, questi sono anni di strampalata cultura woke, di asservimento ai capricci individualisti, di isterica attenzione ai diritti privati mentre crollano le difese di quelli collettivi e sociali, di crisi grave di ogni senso di collettività e comunità. Sono anni ben riassumibili nella battuta del comico Eros Brousson: “
Pazzesco che una volta si dovessero aspettare nove mesi per sapere se il figlio che si aspettava era maschio o femmina. Adesso devi aspettare venticinque anni e non è neanche detto, magati poi è un unicorno o una maniglia”. Sono anni di trito superomismo di massa fatto passare come fulgido coraggio di andare oltre i propri limiti. Sono anni in cui appare evidente che la più gran dote di cui un individuo possa attrezzarsi e di cui molti, troppi, mancano, è il totale disinteresse nell’assecondare il bisogno di gratificazione immediata del pubblico, quello reale e quello virtuale quanto mefistofelico dei social. Sono anni in cui il pensiero dominante arruola tutto e tutti sotto la bandiera del politicamente corretto, del soggettivismo come presupposto per una società di individui soli e alienati, dell’acquiescenza verso un Paese dominato da poteri forti e pensieri deboli.

Le opere della Fini, via da ogni giustificazione a posteriori, sono intense, spesso grevi. Mi suscitano emozioni profonde, rimandano a tormenti e oscuri spazi. Impossibile restare indifferenti.

La sua intera produzione, dipinti o costumi che siano, è un cammino nell’inconscio, un affacciarsi su mondi sospesi tra sogno e realtà. Le sue figure femminili, un misto di potenza minacciosa e rassicurante presenza, paiono uscire da un universo parallelo, fatto di sensualità e insondabili misteri.

Il corpo è simbolo di trasformazione incerta, ambigua, immerso in un mondo privo di certezze. C’è un istrionismo evidente in tutte le sue opere, un aspetto drammatico come parte di chissà quale antico rituale sepolto nei secoli, di cui lei si presenta come sacerdotessa.

Sì, sono immagini le sue, ma trasmettono e coinvolgono stati d’animo, emozioni sotto pelle che mi interrogano su cosa sia la realtà oggi e quanto in essa giochi la mia presenza nel definirla; suggeriscono che in tutte le cose viva il loro contrario, che nella luce ci sia l’ombra e quanto la seconda ci appartenga.

Mostra bellissima, ricca di opere.













Chissà se coloro che si occupano di corpo e movimento, in particolare di corpo e movimento nel conflitto, nel “marziale”, vanno a confrontarsi con altre manifestazioni artistiche, si arricchiscono del rapporto “artistico” anche fuori del loro “orto” traendone momenti di riflessione sul loro fare di corpo. Anche se ne dubito, per quanto posso sapere direttamente da loro o leggendo le loro esternazioni in rete.

Mi auguro, però, che i praticanti Spirito Ribelle non siano altrettanto chiusi nel loro “orto”. Che esplorino il mondo tutto dell’arte. Che, mio parere sincero, non si lascino sfuggire la mostra di Leonor Fini.

Io sono Leonor Fini

Palazzo Reale. Milano

dal 26.02.2025 al 22.06.2025








 

 

 

 

giovedì 30 gennaio 2025

L’estetica algida

 



Questa volta, con l’amico Piero, sono a

Palazzo Reale

Per la mostra fotografica di

George Hoyningen – Huene

Nato nel 1900, nella sua vita e con le sue opere ha attraversato il mondo culturale ed artistico variegato e in sussulto che fu anche di Man Ray, Coco Chanel, Jean Cocteau, Salvador Dalí e Lee Miller, il movimento surrealista e i primi vagiti della fotografia di moda divenendo un punto fermo per le più importanti riviste del settore.

Bellissime (forse perfette?) immagini in bianco e nero, impossibile non coglierne l’eleganza raffinata, il gioco di luci ed ombre, la pulizia estrema, asettica.

Ecco, qui mi fermo: Personalmente, emozioni zero. Difficile, a livello emotivo, distinguere l’oggetto posto accanto alla persona fotografata, dalla persona stessa: Due bellissime “cose”.

Ottimo fotografo di moda, cioè capace di rendere ogni soggetto un oggetto bellissimo, quasi da invidiare nella sua perfezione, da desiderare di possedere, di avere, di … comprare.

Insomma, il suo lavoro al servizio dei committenti lo faceva bene, benissimo. Tanto vi aderiva da essere “fotografo di moda”, di glamour, anche quando, libero dagli obblighi della committenza, si spingeva in terra d’Africa e ne documentava paesaggi e forme con la stessa perfezione stilistica, lo stesso stile algido, senza nulla raccontare di mistero, povertà o ricchezza, differenza dal borghese mondo occidentale che lui frequentava, forza, magia, che inevitabilmente ha quella terra, come hanno raccontato altri autori nelle diverse arti figurative o nella letteratura. Niente “mal d’Africa”, niente esotismo, niente sorpresa, niente eccitazione.

Nelle fotografie tutte di Hoyningen – Huene, almeno quelle esposte, non ho trovato nulla dei fremiti e degli eccessi del surrealismo, né ho trovato riscontro, nei ritratti femminili, delle sue parole: “Le modelle sono donne e non personalità di alabastro” perché, almeno a me, sono sembrate tutte oggetti di alabastro. Probabilmente l’influenza delle sculture greche lo indusse a non varcare mai i confini dell’oggetto bello, forse in questo limitato dal non conoscere la “religione” greca, invero pantheon di divinità umane, molto umane, con i loro eccessi, con l’assoluta noncuranza nel praticare copula, incesto e pedofilia. L’incontro trai i dettami di quella che era pur sempre una religione, con la sua severità, e le pratiche … per nulla severe ma libertine, forse avrebbe contribuito a dare emozioni e vibrazioni ad immagini altrimenti fredde, algide.




In anni in cui la professione della modella ancora non esisteva, le donne che fotografava erano amiche personali, ballerine, incontri casuali; dunque probabilmente prive di quella professionalità austera, di quella patina glaciale che contraddistingue chi della modella fa una professione. Costoro avranno portato davanti all’obbiettivo della macchina fotografica le loro incertezze, l’essere sfrontate o timide, la loro vergogna nell’esporsi o, al contrario, il loro desiderio di mettersi in vetrina: Niente di tutto questo traspare nelle foto di Hoyningen – Huene, capace con grande, grandissima bravura, di appiattirle tutte in neutre immagini di copertina.

Nemmeno quando ad essere oggetto erano corpi nudi maschili, scattati senza alcuno scopo commerciale ma solo per diletto. Nonostante l’essere Hoyningen – Huene omosessuale, i muscolosi ritratti di corpi e torsi, anche quando appartenenti al suo compagno, sono bellissime, precise ed algide immagini di corpi – cosa. Un totale ottundimento emotivo.


Mi dispongo ad osservare le fotografie a partire dal mio campo di pratica e conoscenza, ne imito le pose e posture, e tutte mi rimandano staticità emotiva. Nessuna forma umana è a spirale. La spirale rappresenta la ciclicità, l’evoluzione, il movimento della vita e la connessione tra l’umano e il divino, tanto quanto lo sforzo introiettivo, di trasformazione e di esplosione alla vita. Nelle foto, nulla di questo, solo forme a “spillo”, qualche leggera curvatura. Un paio di omolaterali e mai un controlaterale, ovvero ordine e “piedi per terra” e mai pensiero laterale, pensiero creativo, pensiero sovversivo.

Dunque, un fotografo dalla tecnica eccelsa, inappuntabile, perfettamente a suo agio dento i limiti e gli scopi del vendere un prodotto.

Come a dire, sempre nel mio campo di pratica e studio: Vuoi vedere e praticare una forma di Tai Chi Chuan esteticamente lineare, delicata, capace di catturare i tuoi occhi, di esporsi bella al pubblico? Avanti c’è posto in tante ma tante e ancora tante Scuole che ti propongono gesti aggraziati, che solleticano il narcisismo del praticante, la voglia di stare in vetrina, di lavorare corpo Korper.

Se invece ti tentasse una forma di Tai Chi Chuan che odora di “Passione, Botte e Sorrisi”, di corpo Leib che vive e sussulta, che ti parla al cuore e al ventre, che fatica a stare quieta in vetrina tanto da sfondarla le vetrina, vieni da noi, allo Spirito Ribelle.

George Hoyningen-Huene

21 gennaio - 18 maggio 2025

Palazzo Reale. Milano

 

 


 

 

 

 

venerdì 8 novembre 2024

Munch artista del tormento e del liquido

Un mondo fatto di tenebre, rari i momenti capaci di guardare il cielo. Opere attraversate da passioni, dolori e strazi che si intrecciano con uno struggente desiderio di esplorare il buio dell'animo umano.

Palazzo Reale, con l’amico Piero alla mostra dedicata a Edvard Munch,

artista norvegese, ai più noto per l’opera L’Urlo.

Mostra davvero ricca di opere bellissime e pannelli descrittivi ed esplicativi ben fatti. Molta gente nelle sale.

In Munch, il tormento, tra malattie fisiche e squilibri mentali, è terreno fertile per andare oltre un’arte puramente rappresentativa ed esprimere invece un’arte che origini dal sangue del cuore dell’individuo.

Pittore prolifico tanto quanto scrittore prolifico, egli considera l’arte come uno sprofondare nei segreti dell’animo umano: “Nella mia arte ho cercato di spiegare a me stesso la vita e il suo senso”, cercando allo stesso tempo di “aiutare gli altri a chiarirsi la propria”. E questo senza alcuna certezza, senza sicumera, ma tanta, tanta passione.

Nel guardare i suoi quadri, nelle stesse pennellate, mi pare di cogliere l’elemento Acqua come fondamentale: “Le sue immagini hanno la fluida liquidità dell’acqua, il cui tempo è dato dalle inclinazioni più o meno rapide e veloci di strade, coste, alberi, corpi, capelli, vestiti: fiumi di cielo sui fiumi” (S. Guerra Lisi e G. Stefani).

Acqua, liquame al tempo stesso diluente ed assorbente colori e materie, che nel tempo sgretola serbandone in sé l’essenza.

Inconscio come oscuro putridume in ogni pennellata che lascia emergere avviluppando le figure senza scampo; un'umanità schiacciata, moltitudine di individui, ognuno con il proprio carico di sofferenza.

Struggersi per l'angoscia dei desideri e nella disordinata confusione dei ricordi, affiorano volti e corpi. Inafferrabili, impossibile fissarli, inchiodarli dentro confini definiti… l’unico confine e la finitudine della tela.

Addirittura Munch lasciava i sui dipinti esposti alle intemperie perché si arricchissero di sporco, di pioggia, di lacerazioni inferte da contatti casuali. La Natura e le opere dell’uomo in continua commistione, scorrere del tempo che tutto modifica, anche corrode.  D’altronde l’Acqua tanto si adatta quanto modifica, a volte con impeto altre lentamente, tutto ciò che si illude di durare immobile nel tempo.

La mostra, una volta terminata la visita, mi lascia un intenso senso di vita, certamente non gioioso, ma forte e appassionato, anche nelle sue pesanti Ombre.

Nel nostro percorso corporeo Spirito Ribelle è abituale il contattare la “cantina” di ogni praticante, le sue parti nascoste che si lamentano e ruggiscono nell’animo scansando la luce e il pubblico giudizio. Così come ci sono abituali espressioni gestuali sinusoidali, fluide, dilatabili; onde, vortici e spirali … Acqua.

Pensieri sparsi, riflessioni da scambiare con Piero. Più di un’ora e mezza intensamente masticata e gustata davanti alle opere di un artista eccezionale.

Una mostra da non perdere.

Palazzo Reale. Milano

14.09.2024 – 26.01.2025

 

 

 



 

 

mercoledì 23 ottobre 2024

Dubuffet e l’Art Brut – l’arte degli outsider

 




Con Piero, amicizia pluri-cinquantennale, al Mudec.

Sensazioni profonde, dove il mondo mostra un’ombra che taglia e ferisce dentro la carne. Pare che quelli che sanno le cose non parlino, piuttosto gridino, lacerando la calma piatta di chi, ordinariamente, è sonnambulo ma crede di vivere sveglio.

“Il partito preso dell’Art Brut è quello che si oppone al partito preso del sapere, ciò che l’Occidente chiama (piuttosto rumorosamente) la propria ‘cultura’. E’ il partito preso della tabula rasa. Le sue truppe non indossano alcuna uniforme, non vestono toghe o ermellini e non si fregiano di titoli gloriosi (…) Vagabondi, veggenti dagli ostinati soliloqui, non brandiscono diplomi bensì stampelle e vincastri; sono gli eroi dell’arte, i santi dell’arte”

(Jean Dubuffet)

In ogni tempo, in ogni area artistica, ci furono e ci sono anche ora le minoranze ribelli.

Anche, è certo, nel campo del corpo e del movimento, nomi e metodi diventati famosi, almeno nella nicchia dei ricercatori, o rimasti sconosciuti. Per restare al secolo scorso e agli inizi di questo, ecco Moshe Feldenkrais, Milton Trager, Josef DellaGrotte, Rudolf Laban, Bonnie Bainbridge Cohen, Orlando Cani, Linda Kapetanea e Jozef Frucek, Ido Portal; pure nel vasto campo delle Arti Marziali pochi pionieri ed esploratori, ognuno a loro modo, e, alcuni decenni, ci siamo anche noi, ZNKR ora Spirito Ribelle.

E mi riconosco nell’intenso forgiare dionisiaco e demoniaco, di irrefrenabile tormento ed estasi, di queste opere…Art Brut.

Queste opere hanno voci basse, a volte appena sussurrate, solo, improvvisamente, urlano “Pietà di me”, per poi maledire il mondo attorno accogliendolo in un abbraccio. Artisti disastrati, feriti nell’anima, privi di quella insensibilità che protegge mediocri e prepotenti, chiamati a pagare le colpe di altri. Zittiti, spaventati, stritolati in maldestre posizioni ambigue.



“Con questo termine Art Brut intendiamo opere eseguite da persone immuni da qualsiasi cultura artistica, persone dunque per le quali, contrariamente a quanto vale per gli intellettuali, il mimetismo conta poco o nulla; questi autori, pertanto, traggono ogni cosa (soggetti, scelta dei materiali, strumenti, ritmi, stili di scrittura, ecc.) da dentro se stessi e non dai cliché dell’arte classica o dell’arte che va di moda”

(Jean Dubuffet)

Cosa significa muoversi, agire, accarezzare il corpo e affrontare il corpo in uno scontro, cosa significa in quanto esperienza, non certo in quanto tecnica da memorizzare, gestualità da mostrare. Senza questo fare esperienza si perde ogni comprensione. Si affoga dentro la mediocrità rigidamente apollinea della mente moderna, ossessionata dal controllo e spinta dal narcisismo egocentrico, che ogni spazio di cultura e creatività avvelena con gli strumenti della “lista della spesa” e del “menù di fatti”, avvolgendo in questo senso triviale e stecchito anche il mondo del corpo e della corporeità, il mondo delle Arti Marziali.

 

 


 


 

 


lunedì 7 ottobre 2024

Da vedere (O NO?) al MAS. Museo Arte e Scienza – Milano



Venerdì 4 “vernissage” al MAS per

On Leonardo’s road –

 mostra d’arte contemporanea

Francesca Callipari, curatrice di mostre, presenta gli artisti che espongono nelle sale superiori.

Luogo incantevole, il MAS, crea un’atmosfera vagamente misteriosa, le sedie tutte occupate e qualcuno in piedi, luci soffuse, le pareti riccamente addobbate. Il fascino finisce subito all’appello degli artisti che, uno dopo l’altro, salgono sul piccolo palco. Per tutti, salvo qualche dimenticanza (!!) le parole della curatrice ripetono “sperimentare”, ma quel che vedo proiettato sullo schermo, in attesa di sincerarmi di persona, non ha nulla a che vedere con lo sperimentare, sono le solite noiose ripetizioni del già visto, senza alcun guizzo di originalità. Ben calate nel grigiore generale sono anche le parole degli artisti: Brevi ringraziamenti alla curatrice, qualche parola di apprezzamento per il posto e tanta emozione dipinta sui volti e trasmessa dal corpo. Si staccano il pittore, marito della curatrice (!!) che regala alcune nozioni tecniche alla platea, e la giovane che frettolosamente parla della necessità di vedere con nuovi occhi e quest’intento anima le sue fotografie.

Pare la premiazione ad una recita scolastica o a un torneo amatoriale in una bocciofila. I presenti, a giudicare dai capannelli, sono tutti parenti o amici degli artisti.

Finalmente la lunga lista di artisti si esaurisce e tutti si sale a vedere le opere esposte.

Quanto vedo, non fa che rafforzare la convinzione maturata al piano di sotto: Nulla mi emoziona, tutto mi risuona di già visto e rivisto.

Due fanciulle restano a lungo davanti alla foto che, di fatto, potrebbe essere (o magari lo è!!) la riproduzione di un dipinto di Esher. Un autore si dilunga a spiegare alla fanciulla che lo accompagna i significati presenti nella sua opera. Io mi fermo davanti ad un dipinto che, secondo curatrice ed autrice, ha suscitato scalpore sui giornali: Una rivisitazione della “Donna con ermellino” di Leonardo da Vinci.  Uno sguardo più attento lo dedico all’opera di chi ci ha spiegato di giochi di luce, di colori d’oro e di esoterismo. In effetti, nelle mie scorribande presso librerie esoteriche, in molti libri sul tema ho visto illustrazioni del tutto simili, come immagini simili crea Leo Principe, pittore molto ”cliccato” sul web. Vado, curioso, davanti alle opere di chi si è descritta come “digital artist” che utilizza anche l’intelligenza artificiale e me ne allontano con la curiosità ancora in tasca.

Non sono un professionista delle arti figurative. Con questa necessaria premessa, mi trovo però a concludere la visita, per l’ennesima volta, col motto “Nulla di nuovo sotto il sole”.

Certamente, ormai nel terzo millennio d.c., dopo le tele lasciate bianche, l’orinatoio di Duchamp, i colori gettati sparsi sotto l’impulso di irrefrenabili pulsioni, le tele tagliate, i barattoli riempiti di feci, le figure umane gonfiate a dismisura e via con tutto l’enorme e inelencabile elenco di tendenze e sotto – tendenze, dopo millenni di opere d’arte, cercare e pretendere del nuovo, del non visto prima, pare insensato.

Però… è insensato nelle opere artistiche contemporanee, vista l’impossibilità di creare cose nuove, cercare relazioni nuove dentro contesti e stili vecchi e già visti? Relazioni che, poste in quel contesto, suscitino emozioni diversamente aggettivabili a seconda dell’estro e del gusto dell’autore in rapporto alla singolare e soggettiva personalità di chi le guarda? Opere che siano disturbanti, accoglienti, offensive, estranianti, confortevoli, interrogative, inquietanti ecc. Che emozionino, insomma.

Non sono un professionista di arti figurative, lo ripeto. Come non lo sono di musica o letteratura. E ci sarà un motivo, motivo grande, più grande di me, se incidono dischi e fanno concerti (a cui il pubblico va) Alessandra Amoroso, Marco Carta, Elodie e tutti quei distributori di musica “marmellata” tutta uguale, indistinta, dai testi  di una banalità disarmante, che cade nell’oblio nel giro di pochi mesi; se tutti i politici, nonostante impegni lavorativi per forza gravosi data la loro professione, scrivono (o si fanno scrivere) libri per altro immediatamente dimenticabili; se scrivono e pubblicano e vendono Fabio Volo e Marina Di Guardo (quest’ultima, forse più nota come la mamma della Ferragni).

Per lo stesso motivo, hanno tutto il dritto di dedicare tempo e passione alla loro arte anche tutti i pittori e fotografi che imperversano nelle mille e mille gallerie e mostre d’Italia. Dunque anche i simpatici artisti che in questi giorni espongono al MAS. Io mi arrogo il diritto di continuare a cercare, tra mostre ed esposizioni, quell’artista, quelle opere, che mi facciano emozionare.

Un po' come avviene nel mondo del movimento e del fitness. Tra la moltitudine di proposte tutte uguali nel considerare l’uomo – corpo (Korper) una macchina (o uno stupido?), quei supermercati del chiacchiericcio e del narcisismo che si chiamano Get Fit, Virgin e gli epigoni meno famosi, a voler cercare, cercare attentamente, trovi, in spazi per niente rinomati, gioielli stupendi di corpo Leib, gioielli che rispondono al nome di Laban Movement Analysis, Natked, Body Mind Centering, Feldenkrais.

Un po' come avviene nel mondo delle Arti Marziali. A ben cercare, dietro ed oltre gli spacciatori dei soliti nomi noti come delle invenzioni fantasiose, dietro ed oltre stili e tecniche da ripetere e ripetere e ripetere e mandare a memoria, dietro ed oltre Maestri, Guru, professori, gonfi di ego e certezze assolute, puoi trovare autentici ricercatori appassionati, cacciatori di emozioni. Puoi trovare noi Spirito Ribelle e altri come noi, che senz’altro ci sono, esistono; senz’altro, da qualche parte seminascosta, c’è chi, come noi Spirito Ribelle, pratica di cuore e di pancia contribuendo a formare individui adulti, coraggiosi, vitali ed erotici; pratica di crudo Bujutsu per aprirsi all’etica del Budo.

 

DAL 5 al 11 OTTOBRE 2024

Presso MAS Via Quintino Sella 4. Milano

 

 




 

domenica 7 luglio 2024

Mondiali di Kendo


A Milano si tiene il

19° Campionato Mondiale 

di Kendo,

 ed eccomi spettatore interessato.

Il Kendo, cosa è?

E’ la tipica scherma giapponese in cui i contendenti si affrontano utilizzando un completo di protezioni ed una “spada”, lo shinai, fatta unendo tra di loro quattro di stecche di bambù. Bersagli consentiti: Men (il capo), Do (il tronco), Kote (i polsi), Nodo (la gola).

In Giappone la sua pratica è incoraggiata sin dalla tenera età tanto da essere diventata materia obbligatoria all’interno del sistema di istruzione scolastico

Il Kendo è uno sport?

Nato con finalità ben diverse, tra cui la fedeltà allo spirito samurai e la formazione ad alcuni valori tra i quali il saper affrontare coraggiosamente la morte e il coltivare lo spirito di sacrificio, con i decenni è diventato uno sport, tanto capace di diffondersi oltre la ristretta cerchia degli appassionati quanto perdendo molto (tutto?) della parte spirituale.

Ricordo, qui in Italia negli anni ‘80, le diatribe su queste diverse interpretazioni tra Mario Bottoni, fervente tradizionalista disposto a mantenere il Kendo in una nicchia con eventuali gare aperte solo ad un pubblico di praticanti ed arbitrate da Maestri di alto livello pur di non perderne i valori Tradizionali, ed i sostenitori di una versione sportiva, per ciò stessa capace di attirare attenzioni di pubblico e commerciali altrimenti negate. Vinsero i secondi, ovviamente.

Il praticante di Kendo sa usare il katana?

Quando, per esigenze belliche, in Giappone arruolarono nell’esercito i kendoka di ogni livello, si accorsero subito che non sapevano affatto “tagliare” (1). Sì perché il katana richiede il tagliare, non il colpire. Lo sa bene chi pratichi Tameshigiri, il taglio di stuoie o canne di bambù. Tagliare significa tranciare di netto, senza sbavature, il bersaglio che, nei casi migliori, addirittura resta un attimo immobile prima di cadere al suolo. Colpire significa spaccare in due il bersaglio lasciando margini scomposti e residui di materiale quando non trovarsi con la lama affondata nel bersaglio e lì bloccata senza che questi si divida in due.

Dunque, il kendoka, per saper davvero tagliare, dovrà affiancare alla pratica dello sport con lo shinai, una efficace ed efficiente pratica col katana e le Arti ad esso connesse. “Efficace ed efficiente” che per me è tale solo se completata dalla pratica del Tameshigiri, il che, almeno qui in Italia, non è affatto scontato. Anzi!! (2)

Ed eccoci ai Mondiali!!

Atmosfera elettrizzante, atleti di tutto il mondo, pubblico eccitato nel commentare i colpi dati e non dati.

Non è che il Kendo mi faccia … impazzire… Se la preparazione non è cambiata, la base dell’allenamento consta del colpire a vuoto ripetutamente e poi ancora ed ancora: Domina l’impostazione tipicamente meccanica che crede, con la ripetizione, di riuscire a rendere spontaneo il gesto. Poi i contendenti si muovono sempre in linea retta, avanti ed indietro: Banditi gli spostamenti diagonali, laterali, circolari. Infine, la limitazione dei bersagli consentiti impoverisce il bagaglio strategico e tecnico.

Eppure … resto affascinato dai combattimenti, dai Kiai delle contendenti (sono alla giornata dedicata agli individuali femminili), dalle movenze feline che cercano uno spiraglio per entrare nella guardia altrui. Nonostante sia stato ridotto a gioco sportivo, resta ancora valido l’imperativo di” colpire quando si è già entrati”, ovvero di lanciare lo shinai quando si sa, si sente, che il bersaglio è stato colpito e l’affondo resta una pura formalità.

Ci si muove dentro sakki, che è sentire la volontà di attacco rivolta contro se stessi, e hara – gei, intuirsi a vicenda. Questi formidabili principi, nella competizione sportiva vengono applicati premiando solo i colpi che arrivano precisi e potenti sul bersaglio, e lo fanno impegnando la parte terminale dello shinai, quella che in un katana sarebbe il tagliente più affilato che va dal kissaki (la punta) a circa una spanna lungo la lama.

Insomma, sarà ormai solo uno sport, un gioco, ma personalmente ne sento il fascino che sa di lontano ed antico, di duelli vita o morte. Encomiabile, poi, l’atteggiamento delle duellanti e dei loro coach: mai una voce o un gesto fuori posto, sempre rispettose dell’avversaria come delle decisioni arbitrali.

Mi vengono in mente le gare di Karate anni ’70. Sicuramente meno dinamiche e varie della versione sportiva del Karate (3) ma… quelle emozioni, quelle tensioni dei praticanti e tra il pubblico, quel senso di terribile ed irreparabile “qui ed ora”, risultano ormai perse, per non parlare del rispetto tra i combattenti e del silenzio glaciale del pubblico.

Ecco, io che, nel mio piccolo, sono passato attraverso la pratica e le gare di ambedue, riconosco che nella seconda c’è più libertà e divertimento, ci sono atleti preparati di fiato e fisico, ma nella prima si respirava davvero il clima samurai, l’esplodere improvviso di un atto che sarebbe stato letale, la paura di essere fortemente danneggiati, la tensione del coraggio e della paura.

Forse, una volta intrapresa la china dello sport, che porta lo sport inevitabilmente ad essere lo specchio fedele della società, il declino valoriale e di rispetto sono inevitabili. Guardate il tennis oggi, tra gesti plateali e volgari degli atleti, roboanti richieste di sostegno al pubblico e pubblico stesso vociante e maleducato.

Ecco, guarda un po', il Kendo sportivo è ancora un’isola felice di rispetto e marzialità, di cuore guerriero, o, almeno, io così ho vissuto questo bellissimo pomeriggio all’Unipol Forum di Assago, al 

19° Campionato mondiale di Kendo.

 

1. La lacuna nell’uso realistico del katana fu colmata attraverso gli insegnamenti della Scuola Toyama Ryu; in particolare furono scelte alcune essenziali sequenze di Tameshigiri per formare i praticanti al taglio efficace ed efficiente. Queste sequenze sono le stesse adottate nel nostro Kenshindo.

2. Come scritto più volte, personalmente sono distante anche dalla pratica “sportiva” del Tameshigiri, cioé dalle gare su chi lo taglia più grosso (sì, abbiamo pure questo!!), come dal taglio praticato su oggetti vari quali frutta e cartone. In questo sono e resto un tradizionalista.

3. https://youtu.be/gAYIaiM2xgs

https://youtu.be/e0Wn7T-TMCI

https://youtu.be/iy5IixR7X7c

 





mercoledì 24 gennaio 2024

Botero

 Finalmente di nuovo con mio figlio Lupo a mostre: Entrambi appassionati di Botero, ci rechiamo al

Museo della Permanente

dove è esposta

Via Crucis. La Passione di Cristo

ciclo di opere realizzate da Fernando Botero tra il 2010 e il 2011.

Di Botero ho letto critiche anche aspre, come quella di Francesco Bonami in “Lo potevo fare anch’io”, ma io, quando vent’anni or sono ne scoprii le opere, rimasi subito ben impressionato.

Delle opere esposte mi ha colpito la presenza solenne, forte, di Cristo. Mai domo ancorché sottoposto a torture ed umiliazioni, la sua fisicità tiene testa ad ogni avversità. La sua presenza sovrasta ogni accadimento. Per contro, Il suo corpo, massiccio, quando tra le mani di altri, pare lieve, etereo, non leggo alcuno sforzo nel sostenerlo.

Solo nell’immagine abbandonato tra le braccia di Maria, lo si nota piccolo, in dolce subordine. Altrimenti è figura piena, dominante. Persino quando accasciato al suolo sotto il peso della croce, conserva una sua dignità, un suo sereno prostrarsi.

Appare evidente che per l’artista questa narrazione drammatica della Passione è un simbolo di dolore e ingiustizia che travalica ogni senso religioso, ogni appartenenza religiosa. E’ autentico spettacolo di forza e dolore dentro il mondo umano, terribilmente umano, del “male”.

Personalmente, come faccio ad ogni esplorazione dentro l’arte della pittura, ho provato ad entrare nel cuore di ogni dipinto variando il “modo” di guardarlo, ovvero una volta inspirando e l’altra espirando, da angolazioni diverse, ecc. ma, soprattutto, assimilando posture e gesti dei soggetti rappresentati.

Immediato è scoprire che tutte le parti del corpo sono in relazione, dunque modificare una parte porta a modificare l’intero: imitare una postura dà un certo senso, poi modificarla lievemente, ascoltando le sensazioni proprie del momento, dove mi porta? Che relazione stringe con l’immagine davanti a me?

Poiché noi stiamo e ci muoviamo sempre in rapporto alla terra, alla gravità, cosa colgo del dipinto nel momento in cui, imitandone la postura, vario il peso da “pesante” a “leggero”?

Cosa succede nel mio gustare l’immagine quando muto la connessione centro / periferia, ovvero quando privilegio uno schema corporeo che dal centro si propaghi alle estremità oppure privilegio l’inverso?

E se provassi a dare continuità all’immagine fissa? A darle movimento nello spazio?

Mi piace entrare nei dipinti usandomi di corpo. Così trascurando una lettura, che è comunque sempre “interpretazione”, razionale, magari indirizzata da recensioni e commenti altrui altrettanto razionali. Mi piace stabilire con le opere d’arte un rapporto carnale, somatico; inevitabilmente soggettivo ma così del tutto mio: Allora sì gusto l’opera. Come avviene (per chi ama e sa vivere!!) in ogni aspetto della vita quotidiana, in ogni aspetto vissuto attraverso una consapevole esperienza carnale, fisicoemotiva, di embodiment: che sia un buon piatto di pasta a tavola o una stretta di mano ad un nuovo incontro, un tramonto sopra Milano o una passeggiata al parco, l’ascolto di una musica o il soffiare del vento sul volto.

Splendido insegnamento delle Arti Marziali quando praticate come da noi Spirito Ribelle: Ovvero esplorazione e comunicazione di corpo. Ghiotta opportunità perché la pratica marziale sia chiave di lettura di noi nel mondo, di noi nell’ambiente, di noi… davanti, anzi dentro, un’opera d’arte.

Museo della Permanente

v. F. Turati 34. Milano

F. Botero “Via Crucis” Novembre – Febbraio 2024

 

 

 

 

domenica 14 gennaio 2024

La chimera

La poesia, si può spiegare la poesia? Di più, che senso ha spiegare la poesia, una poesia? A scuola, spiegano il significato di una poesia: Ci sarà un perché, ma è anche e certamente un grossolano e stolto modo di ucciderla (1).

La chimera

di Alice Rohrwacher

Autentica poesia, viaggio epifanico in un mondo passato le cui spore aleggiano ancora attorno a noi.

Ci pensano i critici, è il loro mestiere, a dissezionare il film. A spargere commenti, a volte stupiti ed ammirati, altre razionalmente analizzanti, ma tutti comunque positivi verso questa pellicola (2).

- Personalmente, io che mi incanto e mi commuovo guardando la luna; che amo tanto Dino Campana quanto  Rupi Kaur; che mi stupisco per ogni sorriso di bimbo che incontro; che sento l’ala necrofora della morte quando impugno il katana; che non cerco sempre spiegazioni per ogni avvenimento, per ogni frase; ho trovato “La chimera” un gran bel film, un lungo momento di trasposizione ed immersione dentro il cuore caldo di ogni umano che corra il rischio di vivere e non si accontenti di sopravvivere.

- Personalmente, con tutto il rispetto per le opere d’arte che illustrano, che spiegano, che portano “messaggi”, la cui importanza non disconosco, io sto dalla parte dell’arte che emoziona ed incanta; se poi mi arrivasse anche un “messaggio”, che “messaggio” sia, ma sempre filtrato dal mio registro emozionale, dai miti e dai riti che mi sono propri. (3)

Allora, chi apprezza il canto della poesia in tutte le sue manifestazioni artistiche, libero poi a gusto personale, che so, di apprezzare le parole di Franco Arminio e non Dario Bertini; di farsi incantare, nel pieno di un tramonto, dalla violenza del rosso o invece dalla delicatezza dei suoi contorni; di lasciarsi trasportare dalla danza quando ascolta le melodie arabeggianti o invece quando ascolta la sonorità sudamericana, vada a vedere “La chimera”. Il suo personale gusto gli dirà se goderne o no.

Invece, chi davanti ad un bel tramonto esclama: “Bello, sembra una cartolina”; chi dai libri di poesie si tiene ben lontano; chi spara raffiche di immagini digitali per fissare un volto, un paesaggio, un cibo (e magari convulsamente schiaffarlo sui social) nel mentre che la vita gli scappa di mano lasciandogli solo fredde informazioni; chi non ha mai letto né mai leggerà “La camera chiara” di Roland Barthes perdendo così l’occasione di entrare nel ventre gorgogliante di quest’arte misteriosa; chi, per strada, non accenna mai un passo di danza mentre uno stereo da un’auto o lo sferragliare di un treno gli suggerisce tracciati di spazio da disegnare col corpo, lasci perdere “La chimera”. Piuttosto, si faccia guidare per mano dai triti e ritriti dettami “woke” (dai, concedetemi una concessione al servilismo italiota verso la cultura anglofona!!) e progressisti della linda e benpensante Cortellesi di “C’è ancora domani”.

In fin dei conti, c’è posto per tutti: Affabulatori, illusionisti, maghi, streghe e stregoni, poeti e poetesse, come furono, nell’arte del cinema, Bunuel, Jodorowsky, Fellini e, in “La chimera”, Alice Rohrwacher, ma anche neo – realiste a caccia di facili consensi come è Paola Cortellesi di “C’è ancora domani”. Tutti i gusti, sono giusti.

 

1. “La poesia è corpo errante, non ha una meta, né guadagnato traguardo, non chiede la ragione e il senso dell’esistenza, non invoca una plausibile motivazione logica. É come la rosa che in quanto rosa non si chiede il perché della sua breve vita, o perché la sua bellezza duri così poco, né tanto meno perché sparge intorno il suo profumo. Una rosa semplicemente è. Ė espressione manifesta” (T. Ferrante, insegnante, in “LA POESIA, LENTE D’INGRADIMENTO SULLE EMOZIONI”

2. “Un Film al contempo arcaico e postmoderno, completamente libero come sa essere il cinema di Alice Rohrwacher”. “L’ineffabile bellezza del film di Alice Rohrwacher”. “Questo film, invece, deve ancora incontrare più occhi possibili. E poi evaporare”.

3. “L’aspetto problematico dell’arte odierna consiste nella sua tendenza a comunicare un’opinione precostituita, una convinzione morale o politica. Essa cerca cioè di comunicare informazioni. La concezione anticipa la realizzazione. Così facendo, l’arte si riduce a mera illustrazione.” (Byung Chul Han, filosofo, in “Come abbiamo smesso di vivere il reale”)