giovedì 26 aprile 2012

Tameshigiri e il cerchio degli elementi


Senza toccare con mano l’acqua e il fuoco, non si può dire di conoscerli davvero
(Takuan Soho)

Senza toccare con mano l’acqua e il fuoco, non si può dire di conoscerli davvero
(Takuan Soho)


I piedi ben piantati a terra. Sono dentro la forza di gravità. La terra è sia attrito per ogni minimo spostamento che base di slancio per ogni traslocazione.  Essa è il femminile, la madre che ci ha nutriti, nutriti di forza e di valori, su cui poggiamo per ergerci, maschili, nell’esplorazione attorno a noi. Ed ogni volta che “spicchiamo il volo” a lei, sempre a lei, dobbiamo tornare. Nel contempo, in un cerchio che, come tale,  non ha né inizio né fine, in una visione che fa giustizia di ogni tentativo di schematizzare, di rinchiudere in uno steccato, colgo la sensazione del mio peso che mi porta verso terra, centripeto, dunque energia yang, quanto del suo essere pesante, dunque energia yin.
Le mani le avvolgo attorno allo tsuka di “Lama danzante”. La linea forte ed equilibrata dell’acciaio pare fronteggiare l’aria, il vuoto che sta tutt’attorno.
Guardo la stuoia, fallica e ferma, che ho di fronte.

Mi affido alla sensazione dell’acqua, come elemento fluido, che tanto sa adattarsi alle circostanze quanto sa travolgere e rovesciare ogni ostacolo. Nel palato, sulla lingua, formo la lettera “L”, un suono che richiama il liquido salivale.
L’acqua permette il movimento” (1). Il richiamo dell’acqua esige un dono totale, un dono intimo. Così “… presteremo grande attenzione alla combinazione dell’acqua e della terra, combinazione che trova nell’impasto il suo pretesto realista” (G. Bachelard “Psicanalisi dell’acqua”)
Sarà per questo che il mio corpo inizia a vibrare, le mani scivolano sullo tsuka accettando di non possedere, di non padroneggiare più il katana, tanto da socchiudersi e, addirittura, aprirsi completamente, mano destra con le dita rilasciate e volte al soffitto.
Come a dire, in un processo omologico corpo - mano, che anche il mio corpo è aperto, centro / diaframma, le cui dita (i prolungamenti, ovvero gambe e braccia) sono pronte all’azione quanto prive di alcuna intenzione, di alcun progetto, piuttosto aperte al succedersi delle cose in un qui ed ora del tutto inverosimilmente immobile, sospeso nel tempo.

Libero il fuoco che covo dentro. Energia selvaggia che svetta, incalzante e mai doma, verso l’alto. Quasi a congiungersi, in un atto violento, con l’aria sopra di me. La forza del fuoco è, insieme, la sua condanna: per bruciare, ha bisogno di consumare ciò che gli da energia. Per vivere,  moriamo giorno dopo giorno.
Sento il tronco, che ospita cuore e polmoni, funzioni respiratorie e regolazione della circolazione, vale a dire il luogo che partecipa integralmente di tutte le emozioni. E noi prendiamo coscienza delle emozioni grazie al corpo, perché è attraverso le sensazioni del corpo che le registriamo e le rievochiamo. Uno scambio incessante in cui convivono una semiotica (2) del corpo rivolta verso l’esterno, ed una rivolta verso l’interno che struttura l’Immagine di Sé.
Che immagine ho di me adesso ? (3 Feld) C’entra qualcosa con l’imago junghiana ? (4)
“Lama Danzante”, ed io con lei, scendiamo in picchiata, rapidi come un predatore affamato, a divorare in un solo morso la preda.
Lo “ha”, il filo tagliente, deve necessariamente impattare preciso, chirurgico se voglio tagliare di netto. Altrimenti il bersaglio si staccherà scagliandosi lontano, invece di cadere al suolo immediatamente sotto il makiwara, come accade ad un esile stelo reciso; oppure esso si mostrerà slabbrato, deformato come i denti nella bocca di una vecchia donna o in una impressionante figura di Enrico Baj a testimoniare che la lama ha colpito e frantumato, ma non tagliato; o, peggio, la lama scemerà la sua potenza arrestandosi impigliata, preda inerme, tra le trame fameliche della stuoia.

L’acciaio ha fatto il suo corso. Il metallo, l’elemento tigre, ha tranciato di netto, in maniera irreversibile, la stuoia; Il metallo, l’elemento dell’assertività, del taglio netto, dello spirito di sopravvivenza.
L’eco del mio urlo si è perso nel Dojo. Le vocali genitali, pulsionali, U ed O, hanno urlato la loro violenza.
Stringo tra le mani la pelle che avvolge lo tsuka, ne sento la consistenza, l’appoggio sicuro dei menuki.
Guardo il trancio di stuoia, inerte, morto, al suolo. Ho ucciso ed una parte di me ne è stata uccisa.

by sadjuk
Respiro a pieni polmoni, prendo aria e do aria. L’aria è ovunque, permea ogni cosa, la penetra.  L’aria è libertà: ogni cosa che cerchi di attaccarsi ad essa vede vanificato il suo tentativo. L’aria è calma, immobile, l’aria è vento e tempesta.
Chi sono io adesso ?

Paolo, mio compagno in questa cerimonia di Tameshigiri, alle mie spalle, respira piano, senza far rumore.
Il rumore lo faccio io, lasciando “Lama Danzante” a riposare sulla vecchia cassapanca di legno: una storia secolare alle spalle, Monica che l’ha portata a Milano dalla natia Bassano, le abili mani di Angelica che le hanno ridato vita e, con essa, figure di cavalli, angeli, dei e demoni.
Raccolgo il trancio di stuoia.
L’ odore acre dell’incenso mi riempie il naso. La luce sghemba del sole attraversa il Dojo.
Ed io, anche per oggi, sono vivo.

Noi non facciamo quello che vogliamo, ma comunque siamo responsabili di ciò che siamo
(J.P. Sartre)

(1)   “A ritmo di cuore: la Danza Terapeutica” di E. Cerruto.
(2)   Semiotica, dal greco sēmeîon, significa "segno" ed è un settore di studi che si occupa di tutto ciò che l'uomo usa per comunicare.
(3)   Impossibile agire efficacemente se l’immagine che abbiamo di noi, la nostra consapevolezza corporea, è distante da quel che davvero siamo: forme e proporzioni. Su questo, parole interessanti le scrive M. Feldenkrais nell’introduzione al suo “Judo per cinture nere”.
(4)    Termine junghiano che designa il prototipo inconscio, elaborato a partire dalle prime relazioni intersoggettive reali o fantasmatiche, con cui il soggetto percepisce gli altri. L'imago, quindi, non è l'immagine, ma uno schema inconscio con cui il soggetto considera l'altro. Non è neppure una rappresentazione del reale, sia pure più o meno deformato, perchè, come dice Jung, l'imago di un padre terribile può benissimo formarsi anche in presenza di un padre buono. L'imago è connessa al complesso con la differenza che, mentre questo si riferisce all'effetto che la situazione interpersonale ha determinato nel soggetto, l'imago designa la sopravvivenza fantasmatica dei membri della situazione relazionale.
       (www.psicologi-italiani.it)





giovedì 5 aprile 2012

Sovvertire l'ordine

La lezione più importante che l’uomo possa imparare in vita non è che nel mondo esiste la paura, ma che dipende da noi trarne profitto e che ci è consentito tramutarla in coraggio
(R. Tagore)

Ma come ?

Attingere dai gesti istintivi di paura / difesa trasformandoli in gesti di attacco, laddove il predato non reagisce, con ciò restando down rispetto all’aggressore, ma agisce così posizionandosi up e diventando lui il predatore.
Ecco esempi, attingendo da quella ricca fucina che è il Wing Chun come noi, allo Z.N.K.R., lo interpretiamo:
braccia distese davanti a  sé a fermare l’aggressore, a porre una distanza di sicurezza, diventano “pugni a catena”, ovvero le proprie armi puntate a colpire;
braccia flesse davanti al viso a proteggersi da un assalto improvviso, che ci sorprende / da un aggressore giunto a distanza ravvicinata, diventano “cuneo corto”, ovvero gli avambracci a protezione ed i gomiti direttamente puntati sull’aggressore a colpire;
atteggiamento iperlordotico / irrigidimento delle gambe, impietriti dalla sorpresa, diventano accettazione della forza di gravità con tratto lombosacrale allungato e articolazioni flesse;
respiro bloccato e superficiale nell’attimo della paura, diventano respiro profondo e consapevole.
Con queste premesse, ovvero:
Ø  impossibilità ad insegnare tecniche di combattimento ad individui che non fanno esperienza consapevole del loro essere corpo;
Ø  inutilità dell’insegnare tecniche (modelli) in un contesto di alto disordine e totale imprevedibilità motoria e gestuale;
Ø  secondarietà delle tecniche (saper fare) rispetto al saper essere (intelligenza emotiva), in un contesto, lo scontro, il cui tratto distintivo e fondante è la ridda di pulsioni ed emozioni che lo animano,
dunque, l’agente dello scontro è un organismo fisicoemotivo, il cui “non perdere” è innanzitutto determinato dall’essere
vigile
Prestare attenzione a qualcosa ed essere consapevoli della sua presenza non sono la stessa cosa (…) Questo sdoppiamento fra consapevolezza ed attenzione potrebbe essersi evoluto come meccanismo utile alla sopravvivenza: essere in grado di notare qualcosa di insolito senza rendersene conto avrebbe potuto rappresentare un vantaggio, per esempio per la sopravvivenza nella savana” (G. Guerriero in “Mente & cervello” Dicembre 2011)
autotelico
Il senso cinestetico che ci permette di prendere coscienza di noi stessi è attivato dai numerosi ricettori propriocettivi, collegati a muscoli e tendini che sono numerosi intorno alle articolazioni, poiché vengono stimolati nel movimento (S. Guerra Lisi – G. Stefani “Il corpo matrice di segni”)
intraprendente
Coraggio è una parola che ricorre spesso nella leadership. E richiede coraggio percorrere quel vicolo buio dove gli altri non vogliono andare. Ma la vera audacia nella leadership ruota effettivamente attorno al grado di coraggio nelle proprie convinzioni che una persona riesce a conservare. Quel tipo di coraggio porta all’ostinazione nel continuare a credere in se stessi e capacità di recupero per risollevarti dopo ogni sconfitta, ogni passo falso, ogni caduta. Portando a compimento i tuoi piani, i tuoi impegni, i tuoi sogni, anche quando chiunque altro dice che non puoi riuscirci: questo è il coraggio” (M. Krzyewski “Le strategie di coach K.”)
 

Con queste premesse, come attivare azioni istintive di difesa  e contrattacco efficaci ed efficienti ?
Nella nostra Scuola, propongo koan zen fisicoemotivi, stratagemmi tattici e strategici, che inducano il praticante ad attingere alle proprie risorse inconsce riconoscendo  emozioni (emos – azioni) che si traducono in tono muscolare, il quale agisce (secondo la teoria dei neuroni a specchio) in sincronia e sintonia con come e quanto egli stesso abbia interiorizzato l’ambiente esterno, il contesto.
L’antica saggezza asiatica della guerra, raccolta in “L’arte della guerra”, “I 36 stratagemmi”, “il libro dei cinque anelli”, solo per citare alcuni testi, ci viene in aiuto:
o    “Attraversare il mare ingannando il cielo”, inducendo il praticante a porre attenzione su gesti e particolari del tutto ininfluenti durante l’agire, evitando così il successivo disfunzionale tentativo di controllo del sintomo, gestuale o emotivo, e delle proprie reazioni.
o    “Osservare l’incendio sulla riva opposta”, lasciando che il praticante si consumi in gesti ed emozioni del tutto inefficaci, perché solo “la tazza vuota si può riempire di the”. 
o    “Portar via la pecora che capita sotto mano”, trasformando qualsiasi pur piccola negligenza, gesto parassita, del praticante in occasione di “vantaggio” per la sua crescita.
o    “Spegnere il fuoco aggiungendo legna”, invitando il praticante ad accentuare consapevolmente gesti ed emozioni inefficaci ed inibenti si che, per omeostasi, torni poi a riequilibrarsi.
o    “Intorbidire l’acqua per catturare i pesci”, creare confusione, dare suggerimenti contraddittori, per lasciare il praticante senza punti di riferimento confezionati, affinché sia lui ad assumersi la responsabilità del cercare e scoprire.

Una didattica maieutica, ovvero fatta di domande verbali e fisicoemotive. Modalità operativa che sollecita nell’individuo la personale motivazione all’apprendere invece che introiettare ordini, modelli, certezze impartite dall’alto; nella forte convinzione che a stare nei conflitti, negli scontri, si impara solo attraverso i conflitti, attraverso gli scontri; che a vincere le resistenze si impara solo utilizzandole come “piede di porco” per aprire nuove ( e vecchie) porte.
 Un sovvertire l’ordine in cui, per dirla in termini più vicini alla nostra cultura, si privilegi l’azione dell’emisfero cerebrale destro, quello deputato a funzioni non verbali, sintetiche, concrete ( quel che accade qui ed ora), spaziali (sintetizza nello spazio), globali (coglie la forma nel suo insieme): “(…) i circuiti emozionali hanno la prevalenza sui circuiti logico – razionali, soprattutto nei momenti critici –paura, rabbia, coraggio, intuito". (J. Whitmore “Il Coaching”).

Per me, solo così il praticante coglie l’Arte Marziale, è la personale espressione di quell’Arte Marziale, è artista del confliggere, in pedana come nel vivere quotidiano.
 
Immagini tratte dai Seminari di  Wing Chun Boxing da me tenuti preso il DAO del M° Valerio, San Benedetto d. Tronto (AP)





martedì 6 marzo 2012

La Arti Marziali sono una cosa brutta.

Combattere, lottare, è brutto, sporco, oscuro.
Combattere, confliggere corpo a corpo, sudarsi addosso, premere l’un contro l’altro, mescolare odori diversi, compreso quello della paura, questo è praticare Arti Marziali.
Per questo diffido dei bei corsi, di Arti Tradizionali come di sport da contatto o di nuove (!?) specialità da strada, sia che in essi vigano le pelle parole, le belle teorie, le dissertazioni metafisiche e guai a mettersi le mani in faccia, sia che in essi vigano il guizzare di muscoli, le urla ed i comandi in stile “marine”, le “pompate” a terra e poi tutto il tempo a scazzottarsi.
Diffido perché senza “botte”, non c’è Arte del combattere, solo disquisizioni intellettualistiche, pretese di sapere e saggezza  che crollano alla prima sberla presa per strada o, per mezzo di una bocciatura scolastica, un licenziamento al lavoro, un abbandono nella coppia, una disobbedienza del figlio, nella vita quotidiana.
Diffido perché scazzottarsi a sfogo è solo, appunto, uno sfogatoio senza alcun intervento dentro le parti Ombra di sé, dentro le pulsioni profonde che agitano ogni essere umano: ti sei sfogato, punto e basta. Come correre a perdifiato in salita o una “sveltina” in auto con una prostituta o una sbronza con gli amici. E dopo poco, sei il solito di prima. (1)
 
Sere or sono, un aitante giovanotto, ai primi passi nel nostro Dojo dopo alcuni mesi di pugilato, disse pressappoco così “ Mai mi è successo che così tanto uomini mi mettessero le mani addosso”.
Ecco, fare Arti Marziali, è mettersi le mani addosso. Che non è tirare un pugno in faccia o proiettare l’altro al suolo: questa è tecnica, è restare al di qua dello scontro.
Le “mani addosso” sono entrare consapevolmente in una relazione fisicoemotiva con l’altro, perdersi e ritrovarsi nell’abbraccio con l’altro allo scopo di non morire, violarne la sfera intima accettando di farsi inevitabilmente violare la propria che altrimenti non c’è relazione.
E’ amigdala ( la parte limbica del nostro cervello) che si nutre di pulsioni orrende (2) in cui non c’è posto per la vita altrui.
 E’, in un percorso che comprende il metacomunicare, dunque anche le emozioni ( che sono emos – sangue – azioni ), scandagliare la sofferenza psichica interiore, quell’anima primitiva, dionisiaca, che la società “per bene” stenta ad accettare, tuttalpiù confinandola  in giochi di società (gli sport e le trasgressioni di massa ben recintate, in discoteca per esempio) e che tu stesso, tu che pratichi, non sai dove mettere nel tuo personale teatrino “per bene”.                                            
Per questo, per me, praticare realmente Arti Marziali significa che ogni  incontro è per l’individuo anche un incontro con se stesso, un’occasione unica per approfondire, grazie alla conoscenza conflittuale dell’altro, anche la conoscenza conflittuale  di se stesso, accostandosi alle proprie reazioni e cercando di individuarne e metterne a fuoco le motivazioni oscure e profonde, quel “giardino segreto” di cui scrisse, più di trent’anni fa, un grande karateka come Henri Plée. Così il rapporto con l’altro, anche quando nello scontro fisico in “simulazione” soccombiamo, è comunque indispensabile perché l’Io possa misurarsi con la realtà, con l’ambiente e  servirà a migliorare quell’altro rapporto altrettanto fondamentale che è per ognuno di noi il rapporto con se stesso.
Altrimenti, per me non è “Arte Marziale” ma, appunto, “seghe mentali “(3) , che siano sostanziate da forme da imitare, esercizi a coppia da memorizzare e lunghe sedute di meditazione, o che lo siano da sfuriate fisiche tra pesi, sudore e pugni e calci e lotta a terra giocati nell’illusione dell’invincibilità e nel timore dell’aggressione (4).

(1)     I tipi caratteriali nevrotici tentano di ottenere che l’ambiente rafforzi le loro illusioni, inclusi i modi in cui, a seconda del carattere, affrontano la realtà ed esprimono se stessi. Il fine di cercare il tipo di rinforzo adatto è di mantenere lo status quo con una pulsione energetica abbastanza bassa per non affrontare il dolore e l’angoscia del legame nevrotico e la piena responsabilità della propria vita. (…) E’ enorme l’investimento nel mantenere intatto il carattere e il livello muscolare e nell’appoggiare l’illusione dell’immagine di sé idealizzata. L’unione di questi elementi ha funzionato nell’infanzia contro una minaccia negatrice della vita e continua  funzionare ora di giorno in giorno”. (L. Marchino: La Bioenergetica)
(2)     Durante un corso di Difesa Personale rivolto  alle donne, alcuni allievi che mi facevano da assistenti scoprirono, con loro grande sorpresa e turbamento, il gusto inebriante e piacevole del sopraffare una donna. Gusto che, giustamente, alla loro mente / educazione risuonava orrendo. Ma è proprio qui, nella melma scomposta delle emozioni sconosciute e brutali, delle pulsioni, che il praticante, attraverso le Arti Marziali come io le propongo, scopre se stesso ed impara a gestirsi. Disconoscere la violenza e reprimerla significa solo colludere in modo distruttivo con l’odio che si soffoca in sé, negare il mostro che abita in noi sperando che mai si affacci allo scoperto, che mai esploda, perché represso ed incontrollato, in un banale diverbio stradale o in una lite in famiglia, con conseguenze disastrose e letali.
(3)     La sega mentale malefica consiste nell’identificazione dell’Io con un suo simbolo e nella creazione di sofferenza in seguito alla supposizione di minaccia a tale simbolo estesa all’intero Io”. (G.C. Giacobbe: Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita)
(4)     Tutte queste paure di essere aggrediti per strada, alimentate da docenti / sifu / maestri che su ciò coltivano il loro  business, mi hanno stufato. Credo che il cuore della DP, oggi, stia  nel riconciliarsi con le proprie ferite emozionali, le proprie paure e mutilazioni, quei fantasmi perturbanti che ci limitano nel vivere e su cui ricalchiamo vecchi copioni. Di contro, “la salute di un individuo dipende dalla possibilità di essere creativo, cioè di ‘autorealizzarsi’, e coincide con l’espansione fiduciosa delle proprie potenzialità, con il dispiegarsi delle caratteristiche neoteniche proprie della specie umana” (A. Carotenuto: La mia vita per l’inconscio). Questo è sapersi difendere: avere per tutta la vita una visione personale, responsabile e consapevole di quello / come sto facendo. Il sapersi destreggiare in uno scontro di strada è, per così dire, tanto un mezzo nell’apprendimento quanto un effetto collaterale del praticare !!




"Ho iniziato a capire che un guerriero deve dare prova di sé non solo in battaglia ma anche nella vita. Vive in nome di un codice (…) Il combattimento è un’estensione di quel codice, non la sua fonte".
(colonnello D. Grossman: On Combat)

Post illustrato con le immagini del nostro  31° Kangeiko, stage invernale, tenutosi a Maserno – Montese (MO) nei giorni 25 e 26 Febbraio. Fatica fisica e fatica emozionale, mettersi alla prova in un ambiente diverso dal quotidiano, condividere nel gruppo. Anche questo ci differenzia, anche questo mostra cos’ è realmente “Formazione Guerriera”.






lunedì 27 febbraio 2012

Elogio del wing Chun

Bellissima, quest’Arte

Sottile e corposa, turgida e sinuosa.
La sento, tra le mani, questa sensazione netta e chiara. La sento mentre il pitone australiano, prima tra le mani di mio figlio Lupo, ora tra le mie, mi scivola attorno.
Il buon Paolo sorride, lui che i serpenti li alleva ed è abituato alla sorpresa di chi ne entra a contatto.
Muscoli guizzanti che si muovono senza sforzo apparente. Densità.
Un leggero senso di rabbia e frustrazione: Pratico Arti Marziali dal 1976, Wing Chun dai primi anni '90, ma quello scorrere fluido e forte insieme non sarà mai mio.
Ride Giuseppe, che mi consola dicendo “ Però lui non sa maneggiare un katana”.
Già, bella consolazione !!
Il serpente muove la testa e mi osserva, il suo corpo aderisce al mio corpo.
Che c’entra tutto ciò con la preparazione fisica, le “pompate” con i pesi e forza sub massimale e ripetizioni e quelle braccia ipertrofiche che i praticanti anelano ed i Sifu sfoggiano in video sempre uguali: Il boss che mena l’allievo passivo e timoroso ?  
Che c’entra tutto ciò con quei Sifu e quei praticanti legnosi, scattosi, spalle contratte, respiro corto e pugni a catena la cui “catena” hanno dimenticato da un pezzo di oliare ?
Che c’entra tutto ciò con la solita ragazza che, prima una tecnica poi un’altra, sbaraglia in un nanosecondo il truce ( e accomodante) aggressore di turno ?
Che c’entra tutto ciò con quel praticante WC che copia tecniche di lotta e BJJ per colmare una presunta lacuna di un sapere guerriero che già per essere tale, guerriero, ha in sé i germi dello scontro in tutte le sue manifestazioni ? O con quel praticante WC che “tanto la mia è un’arte letale” e questo lo mette al riparo dal praticare sparring e combattimento,  salvo poi crollare alla prima manata in faccia ?
Il pitone scivola curioso, pelle fresca, coda prensile.
Ecco, il nostro lavoro sulla muscolatura profonda, quella deputata all’equilibrio, che è fatto di conflitti e mediazioni tra microdisequilibri. Quella muscolatura che da l’avvio ad un “resto” che occorre elastico, rapido nel contrarsi e decontrarsi.
Ecco Il lavoro sul tessuto connettivo, impasto per muscoli, ossa, tendini.

"La maggior parte di noi è inconsapevole del modo in cui si muove. Noi prestiamo attenzione a dove stiamo andando o a ciò che stiamo facendo, non a come ci muoviamo. Per esempio: pensa a come ti metti in piedi da seduto. Come lo fai? Cosa accade? Cosa si muove e quando?"
(Larry Goldfarb)

Ecco il lavoro sull’intelligenza corporea, sugli aspetti fisicoemotivi del nostro agire.

"Le quattro fasi
Fase dell'appartenenza (orale) è caratterizzata dalla capacità di abbandonarsi, di appoggiarsi. (...) peculiare libertà sul piano orizzontale, ovvero movimenti di rotazione.
Fase della differenziazione (anale), la possibilità di dire "no" corrisponde alla fase di movimento caratterizzata dallo spingere, ovvero dalla possibilità di differenziarsi dal piano di appoggio. Nell'adulto si osserverà una maggiore libertà sul piano verticale, per esempio nelle flessioni laterali.
Nel movimento, la fase dell'affermazione (fallica) coincide con l'andare verso e con una maggiore libertà di movimento sul piano sagittale.
La fase della scelta (genitale) corrisponde invece alla fase in cui, una volta raggiunto ciò che interessa, lo si può anche prendere, quindi incorporare. (...) una buona integrazione dei movimenti su tutti e tre i piani.
Questo stretto rapporto tra fasi psicologiche e fasi di movimento implica un'enorme potenzialità a livello evolutivo, in quanto ogni intervento sul corpo volto a riorganizzarlo e a reintegrare le caratteristiche di movimento mancanti comporta un'analoga riorganizzazione sul piano psichico. Viceversa, una crescita sul piano psicologico dischiude a un nuovo modo di muoversi."
(J. Tolja)

“Bisogna comprendere che non miriamo semplicemente a sostituire un'azione con un'altra (quello che chiamiamo "statica") ma miriamo a cambiare il modo d'agire, cioè operiamo sulla "dinamica" e sul processo dell'attività in generale."
 (Larry Goldfarb)

Ecco il lavoro sulle pulsioni, sulle emozioni, con tutte quel che ne segue ( Vedasi, per es. “L’odore della paura” in Mente & Cervello  Febbraio 2012)

Il serpente ora passa tra le mani sicure di Paolo, che lo ripone nella teca.
Io sbuffo, OK, non sarò mai sinuoso e potente come quel pitone ed i suoi parenti ma, la strada, la formazione intrapresa da noi, allo Z.N.K.R., è quella giusta per agire consapevole, attento, elastico e potente, efficace ed efficiente.
Agire Wing Chun, Insomma. Il nostro Wing Chun Boxing.


"L'anatomia esperienziale è una metodica basata sull'esperienza della percezione. La sua azione si basa sullo spostamento del controllo del movimento da aree più corticali ad aree più sottocorticali."
(J.Tolja)


 "Moshe era una persona che aveva studiato la più occidentale di tutte le scienze: meccanica ed ingegneria ed incontra questa idea olistica ed esoterica di come le persone si muovono in modo da essere efficienti. Da ingegnere capiva la meccanica del judo e, a partire da questo, ha creato il Metodo osservando ed analizzando come ci muoviamo quando ci muoviamo nel modo migliore possibile – ha chiamato questo movability, mobilità, motilità: il muoversi in modo ottimale in tutte le direzioni senza preparazione – questo è il “sogno” che si ricerca nelle arti marziali, se si ha questa mobilità si può rispondere così a qualunque attacco.
L’idea che si muove attraverso lo scheletro viene dalle arti marziali. L’idea di muoversi dal centro viene dalle arti marziali.
Io penso che le arti marziali siano un esperimento con una storia di 5.000 anni, un esperimento che ha come tema il movimento efficiente, un esperimento che viene fatto in circostanze difficili. Se l’ipotesi non funziona ci si ritrova con la faccia a terra ! l’idea base è: come ci muoviamo nel modo migliore posibile. Moshe da ingegnere l’ha decodificato. Le cose che facciamo nel Feldenkrais c’è solo un altro posto dove le farebbero: in un dojo, lì premono attraverso lo scheletro per vedere se si è sulle proprie ossa."
(Larry Goldfarb)





giovedì 16 febbraio 2012

Non voglio commettere un crimine

Aiuto, sindaco Pisapia, mi aiuti, sto per commettere un crimine !!
Ieri sera, mentre attraversavo il tratto di strada, a senso unico, che funge da parcheggio in mezzo a corso Lodi, sono stato quasi travolto da un ciclista che procedeva in contro mano.
Al mio gesto di rimprovero, quello si è fermato malamente apostrofandomi. Per un attimo ho sentito l’impulso di gettarmi su di lui e massacrarlo di botte. Poi, mi sono ripreso e mi sono allontanato,
Allora, signor Sindaco, poiché quel tratto è preda abituale di ciclisti, scooteristi e persino automobilisti che, per loro comodità, vi transitano in contro mano, Le scrivo per chiederLe un aiuto.
In attesa che il nostro presidente del consiglio cambi gli italiani (dubito che ci riuscirà, tanto più visti gli elementi che ha in squadra, ma questo è un altro discorso), ovvero che diventiamo tutti educati e rispettosi della legge, La prego, invii in quel tratto di strada una pattuglia di vigili urbani a presidiare e a far rispettare il codice stradale.
Le casse del Comune ne trarranno enorme giovamento, ma soprattutto, salverà la vita del prepotente di turno cui farò, prima o poi,  male, molto male; la mia, che finirò in galera solo perché, stanco delle prepotenze altrui ed in assenza della legge, mi sarò fatto giustizia da me. Poi, mi aiuterà a far capire a mio figlio che le leggi, i regolamenti esistono e vanno rispettati, togliendogli dal viso quella sua espressione dubbiosa che gli appare mentre slalomiamo tra ciclisti, scooteristi ed automobilisti impudenti e maleducati.
Conto su di Lei.

giovedì 9 febbraio 2012

In un mondo migliore

“Non se colpisci duro la prima volta”

Bella, solida, lapidaria, questa frase che Christian, uno dei giovanissimi protagonisti, pronuncia in “In un mondo migliore", film danese della regista Susanne Bier.
Film di grande pregnanza maschile; di forti tinte educative quanto di dubbi sui contenuti di questo “ex ducere”, condurre fuori; di rapporto padri e figli.
Un bel film asciutto, schietto. Emozionante.
Allora, “random”, ecco alcune mie impressioni (1)
·         Già dopo una manciata di minuti mi sono emozionato, lacrime agli occhi. E me ne vanto: che bello lasciarsi emozionare dagli sguardi di bimbi, da una voce, dal chiarore della luna, dallo sforzo sul viso di un giovane corridore, dal gioco di luci di un tramonto. Qual è l’ultima volta che ti sei emozionato fino alle lacrime ? E … la penultima ?
·         Non sempre le azioni eclatanti, gli uomini d’avventura, sono i più coraggiosi. Quanto coraggio  c’è, invece, nel “tirare la carretta” ogni giorno, purché consapevolmente e con entusiasmo ? Ogni giorno confliggere nelle relazioni con chi ci sta accanto in un’anonima città, in un anonimo ufficio, in un anonimo appartamento.
·         Quanta superficialità nelle istituzioni e in chi le anima, o dovrebbe “animarle”. Quanta sbrigativa voglia di mettere tutto a tacere, di chiudere gli occhi di fronte al bullismo, alle intemperanze ed ai dolori di ragazzini che pure, all’istituzione scuola, agli “insegnanti”, sono affidati ogni mattina, giorno dopo giorno, anno dopo anno.
Educatori / formatori o passacarte ? Piuttosto sono più o meno capaci erogatori di nozioni, di calcoli matematici come di regole linguistiche, che guide lungo il crescere della vita. “Lo studente deve essere il centro di ogni programma da svolgere (omissis) i nostri programmi devono cominciare con quello che egli sente, con quello di cui si occupa, che teme, per cui si commuove” (“L’insegnamento come attività sovversiva” di N. Postman). Nulla di tutto questo nell’istituzione scolastica.
·              Quanti errori, nello scorrere delle immagini, vedo di me padre con Kentaro, il mio primo figlio. Errori, mancanze, che ora pesano come macigni su di lui, inficiandone lo sviluppo adulto. E chissà quali, che io non so, non riconosco, sto caricando sulle minute spalle del mio giovane Lupo, otto anni di vivacità e dolcezza. Come mi è difficile essere padre, buon padre.
·         Quanto di me nella rabbia violenta del giovane Christian. Rabbia, odio verso il mondo, che hanno connotato gli anni della mia adolescenza. Com’è stato doloroso e difficile uscirne. Com’è tutt’ora difficile accettare e tenere a bada la “bestia” (il “passeggero oscuro” lo chiama Dexter, tormentato personaggio dei libri di Jeff Lindsay poi di una fortunata serie televisiva) che rantola in un angolo profondo di me.
E mi vengono in mente la parole di don Mazzi, pronunciate in un forum tra il “gelo” ( Ma va ?!?!?) degli addetti ai lavori, per lo più assistenti sociali, educatori, psicologi. Parole di attenzione, d’esortazione all’attenzione verso i ragazzi, gli adolescenti “normali”. E’ a loro che dovrebbero andare le maggiori attenzioni di chi si occupa di devianza. A loro finché sono ancora “in carreggiata”, per aiutarli a restarci “ in carreggiata”. Questa sì che sarebbe prevenzione, ovvero occuparsi di coloro nei quali il malessere è ancora latente, inesploso. Prima che sia troppo tardi.
Che fortuna ho avuto io in più d’una occasione (toh! ho iniziato i miei anni bui proprio come il protagonista: bombe rudimentali a far saltare auto), che fortuna ha Christian, nel film. Ma una società civile si affida alla fortuna di questo e quello o opera conoscendo i disagi, dialogando, accompagnando i suoi futuri cittadini adulti perché si tengano lontano dal crimine ? Una rete di prevenzione ed assistenza aspetta che i pesci vengano a galla o avvolge e permea di sé il branco quando è ancora in acqua ?
·         Il dubbio, il dubbio, dall’inizio alla fine del film. Come mi scrisse un ex allievo e amico carissimo, commentando in privato il mio post sui bambini che non si azzuffano più:
-       crescere il figlio nel rispetto pedissequo delle leggi, delle consuetudini, della morale “per bene”, sperando che la violenza, la prevaricazione dilagante lo risparmino, non lo “mettano sotto”;
oppure
-       crescerlo in grado di difendersi da sé, anche al di fuori delle regole, col rischio che il pensiero dominante, la cosiddetta convivenza civile, lo emarginino, fino a storpiarne l’animo e la vita ?

    “Come se non fosse più una madre. Come se non fosse mai cresciuta
Il femminile, il materno, dov’è ora nel film come nel vivere quotidiano ? Quando c’è, che femminile / materno è ?

Sì, proprio un bel film.

1)     Una bellissima recensione, a cura di Simona Argenteri, la trovate in “Mente & cervello” - Ottobre 2011.

martedì 24 gennaio 2012

Tu devi essere il lupo

E’ grazie a Roberto che ho potuto vedere un film bellissimo:
 “Tu devi essere il lupo”.
 
Sono le chiacchiere a cena, una sera da me, o quelle nello spogliatoio in Dojo, ora non ricordo, a spingerlo a propormi un film sul maschile, sulla paternità, temi che mi sono particolarmente cari.
Così, Domenica, complice l’assenza di mio figlio piccolo, mi immergo, con Monica, nella visione della pellicola. Un film italiano, del 2005, di quelli di nicchia, di quelli che nelle sale cinematografiche sono entrati in punta di piedi e ne sono subito usciti, nell’indifferenza generale.
Eppure il film è ben costruito, ben recitato e tocca temi, mostra figure, di assoluto rilievo e urgente contemporaneità.

Mostra la forza fragile – 1 - di un maschio nello scegliere  la paternità, nonostante la figlia non sia sua e la madre prenda subito il largo. Facendo, con ciò, giustizia immediata di tutte le stupidaggini che accompagnano, nella propaganda di tutti i giorni come nei “salotti buoni” di cui il Corriere della Sera, nelle firme di Laura Rodotà e Corinna De Cesare, è principe, il termine “mammo”. Una parola con cui donne, evidentemente represse e incattivite da incontri con uomini par loro, ed intellettuali uomini sì, ma privi di tratti maschili, connotano l’uomo che si prende cura dei propri figli.

Mostra la fragilità forte di una adolescente, alle prese con il maturare e l’inevitabile decadere di una relazione figlia – padre dai connotati esclusivisti. Ma lei, contrariamente alla madre, saprà scegliere il suo lupo ed il suo bosco. Saprà farlo, nei modi e nei tempi tali da permettere a lei di camminare a fianco del lupo, farfalla e belva una accanto all’altro, una che è anche l’altro, crescendo con ciò adulta e sapendo, nel contempo, accettare e condividere il trasformarsi della sua relazione con il padre. Così io leggo quel suo viso assorto, capelli mossi, mentre viaggia sull’auto del padre, il capo fuori dal finestrino ad accettare, a cercare, la sfida del vento.

    Mostra il rimpianto, l’impossibile fuga all’indietro di una madre ( l’attrice Valentina Carnelutti, qui  dal volto bellissimo, da incantarcisi e movenze femminili sinuose da perdercisi dentro – 2 -  )  tanto capace di offrire ai bambini, nei suoi spettacoli di marionette, l’avventura dentro il bosco, metafora di un viaggio dentro le proprio passioni, il proprio lato oscuro, quanto poco capace di farlo lei stessa. Se non ora, andando a ritroso nel suo tempo, riaprendo ferite altrui e violando intimi ed ingenui segreti di chi non l’ha mai conosciuta. E chissà che ora non sappia finalmente essere donna e madre felice e consapevole accanto al suo compagno attuale. Un uomo, per altro, a cui il regista regala tratti di subordinazione e sottomissione che certo non mi lasciano vedere una coppia sana.

Il film mi ha emozionato più volte, più volte mi sono commosso. Un piccolo, prezioso gioiello.

1.       Tanto fragile da tenere con sé la neonata nella speranza che ciò induca la madre a tornare da lui. Tanto forte da diventare “padre” per la piccola anche quando questo ritorno si mostrerà impossibile; essere “padre”, forte e fragile insieme, nell’affrontare con la figlia lo snodarsi del vivere e crescere insieme. Se ancora ci fosse chi, soprattutto tra le donne ma, ahimè, anche tra gli uomini, coltivi dubbi sulla genuina forza della maschia paternità, anche e solo in termini di modifiche ormonali, dia una lettura a “Cervello di papà”, di Brian Mossop, in “Mente & Cervello”, Dicembre 2011; e coltivi dubbi  sui disastri che provoca questa società ginecocratica anche nel campo educativo, laddove sminuisce la figura paterna, ecco, si legga “Il padre. L’assente inaccettabile” di Claudio Risè.
2.       Una femminilità intrigante, così lontana dalla sbrigativa Elena, la donna che il protagonista tiene sì accanto a sé ma decisamente in secondo piano, a non turbare il rapporto privilegiato con la figlia. Come  a suggerire che sensualità e fascino femminile non si accordino con il ruolo materno ? Spero proprio di no. Spero proprio, pensando ciò, di aver proiettato sull’affasciante Valentina alcune ombre del mio vissuto poiché invece, e ne sono convinto, sensuale femminilità e ruolo materno sono perfettamente conciliabili.