mercoledì 27 giugno 2012

Un bimbo tra i giganti



“Ognuno regola la propria condotta secondo l'immagine che si è fatta di sé. Se si desidera cambiare la propria condotta si dovrà dunque cambiare questa immagine”. (M. Feldenkrais)

Che gioia vedere Lupo, mio figlio, in “formazione marziale” la sera ,con gli adulti.
Frugoletto di otto anni alle prese con le spinte, le prese, le pressioni, i pugni che ,ancorché misurati, arrivano comunque da adulti, da stazze di sessanta, ottanta, cento chili lui che ne pesa nemmeno trenta. Eppure, da un paio di settimane, finiti gli impegni scolastici, una sera la settimana viene in pedana a praticare Kenpo nel corso adulti.
Identica gioia, ed emozione, per quel paio d’ore in cui  ha praticato con noi allo Stage Estivo ed al Seminario, schiacciato e soffocato sotto il peso di una fit ball compressa da altri energumeni, rotolandosi al suolo avvinghiato e strattonato, prendendo e dando calci e pugni.
Certo io lo incoraggio, gli ricordo che, in quei momenti, non è solo lui a praticare, ma, con lui, è come se ci fosse l’intero corso bambini, che ne ha la responsabilità come quella di mostrare, impegnandosi al meglio, le capacità di trasmissione del suo insegnante Celso.
Il suo esempio contagia pure Luca, anche lui otto anni, così, una sera, formazione marziale Kenpo insieme e, tutti insieme, noi adulti ed i due bimbi, a tirar tardi in pizzeria.
Nei loro movimenti, nel loro agire, appare evidente  quella immediata relazione con la vitalità che anima il corpo. Ogni gesto è completo: se guardano in alto il viso del compagno di lotta, l’intero corpo si inarca; se si accingono a balzare sul compagno a terra, l’intero corpo si flette in avanti.
Una completezza, un’armonia, che, col passare degli anni, facendosi adulti, perdiamo. Guardiamo in alto con gli occhi ed un rattrappito movimento del rachide cervicale; afferriamo il boccale di birra allungando solo il braccio.
Movimenti, gesti, rattrappiti, isolati, frantumati, avulsi dal contesto corporeo complessivo. Vitalità flebile e gesti inutilmente aggiuntivi,  parassiti, completano un quadro poco entusiasmante !
Qui sta la risorsa del nostra agire marziale.
Ogni adulto si muove proporzionalmente a quanto e come ha imparato a muoversi e questo apprendimento è influenzato  dalla nostra infanzia, ovvero dall’educazione a noi impartita e dal contesto in cui siamo cresciuti; dall'adattamento a traumi subiti, fisici ma anche emotivi; dalla professione  in cui siamo impegnati.
 A ciò aggiungiamo che noi non comprendiamo realmente, esperienzialmente,  la meccanica del nostro corpo. Ne abbiamo una conoscenza spesso superficiale e, comunque, sempre teorica, libresca; sovente, infatti, ci muoviamo in modi che non si confanno a come siamo fatti ed alle potenzialità del nostro agire.
Se poi ci aggiungiamo tutta l’area emotiva, che è impossibile disgiungere dall’aspetto fisico e che, anzi, lo influenza, abbiamo una visione chiara della complessità in cui l’individuo agisce.
Per questo sono critico verso la ginnastica, gli sport, le stesse Arti Marziali la cui pratica, come esercizio,  non è sufficiente quando addirittura è controproducente. 
Molta pratica ginnica, la “preparazione fisica”, sostiene  che noi non siamo forti abbastanza, che i nostri muscoli devono essere incrementati. Perciò un programma di esercizi è costruito  per incrementare la capacità di lavoro dei muscoli. Tutto questo tralasciando il sistema nervoso, che è invece il responsabile di ogni apprendimento, ed una visione d’insieme, di intelligenza fisicoemotiva,  di noi corpo. Pensiamo solo al fatto che i muscoli non hanno una volontà propria, è il cervello a dire loro cosa fare !


“E' necessario tener ben presente una proprietà molto generale dell'azione muscolare: se proviamo a muovere leggermente l'indice, poi tutta la mano, poi l'avambraccio, infine tutto il braccio e cerchiamo di valutare lo sforzo insito in ciascuno di questi movimenti, potremo constatare che si compiono tutti con la stessa facilità. Ebbene, dal punto di vista lavoro in campo gravitazionale, i movimenti dell'indice richiedono un lavoro di qualche gm x cm, quelli della mano di qualche migliaio di gm x cm, quelli dell'avambraccio qualche decina di migliaia di gm x cm, quelli di tutto il braccio molto di più ancora. Si vede dunque che la sensazione muscolare dello sforzo non misura affatto il lavoro compiuto, ma qualcos'altro e, precisamente, la qualità dell'organizzazione del movimento”. (M. Feldenkrais)
 
Qui sta la risorsa del nostro agire marziale, appunto. Per come noi pratichiamo: qualità differente, metodo differente.
Qui sta anche il contributo che Lupo ci dà ogni volta che pratica con noi: facile fermarlo, stenderlo con la nostra forza fisica.
Facile assumere un atteggiamento di supponenza, di paternalistica gentilezza.
Molto più interessante è assimilarne la globalità dei movimenti e, in essa, notare le comparse delle prime storture. Molto più interessante è incantarsi davanti al suo entusiasmo, alla sua spontanea vitalità. E provarci anche noi “grandoni” dentro e fuori dal Dojo. Ogni giorno.
Grazie Lupo !!



“Ok, il corpo non è come pensavamo e allora? C’è un piccolo ma fondamentale corollario a questo fatto: se è possibile percepire in maniera precisa la diversa organizzazione interna che il corpo assume in relazione alle diverse situazioni, quello con cui ci ritroviamo non è solo un corpo diverso, ma anche un potente mezzo di indagine e di penetrazione della realtà e della cultura.
Corpo-Mente-Spazio-Cultura sono infatti in continua relazione e la possibilità di sentire e capire un polo (il corpo) ci permette di capire tutti gli altri”. (J. Tolja)




mercoledì 20 giugno 2012

32° Gasshuku - stage estivo


Uno stage dai colori forti.

9 e 10 Giugno 2012
Agriturismo UNA. Ripatransone (AP)

La corte che ospita i praticanti
Tra levarsi dell’acciaio e sorrisi sfrontati; botte pesanti e rotolamenti al suolo e sudore ad inzuppare le giacche. Tra sguardi ammiccanti e movenze feline; risa ed urla e canzoni cantate a squarciagola mentre chi ti sta dinanzi ti prende a ceffoni sul muso e tu stai lì, imperterrito ed inerte, a prenderle e poi prenderle ancora.
Nel verde di un Agriturismo in cui ormai siamo “di casa”, ai bordi della piscina o sparsi tra i bungalows e le panche che delimitano la corte, la nostra corte.
All’alba di un cielo azzurro pallido o a fendere aria e stuoie, katana in pugno, sotto un cielo pennellato d’inchiostro.
un pò a terra no ?
Qualcuno tira l’alba a chiacchiere. Qualcuno dorme mentre qualcun altro cerca di impedirglielo russando come orso ingrugnito.
schiaccia tu che schiaccio anch'io
il giovanissimo Lupo
Poi ancora pugni e calci, i guantini alle mani ed il caschetto sul volto. Emozioni che sussultano e corpi frementi e donne ed uomini abbracciati, avvinghiati, a lottare. Tra loro, per un paio d’ore, anche un fanciullo: un altro piccolo passo per crescere.

nella notte l'acciaio

Al saluto finale, la consegna delle cinture
Il blu del mare, dell’acqua che è “sui”. Perché sono le forze dell’inverno ( che strano, scriverne ora ricordando il caldo delle colline marchigiane in una Milano calda da far schifo ) a portare il freddo in cielo e l’acqua sulla terra. E l’organo rene e il sapore salato. E l’emozione della paura e l’abilità di produrre il suono dei gemiti. Il blu del mare, di questo mare debole e grande insieme come del mare che, fattosi oceano, imperversa sulle coste ed impone la sua legge ai naviganti. La cintura blu per gli occhi grandi di Gilda.
Il marrone per Angelica. Focosa ed irriverente guerriera. Passionale e fragile insieme. Quanta la strada fatta e quanta, “quantissima”, quella da fare ancora per togliersi la stupida corazza di aculei ed accettare la forza della vulnerabilità. Marrone come la ruvida montagna o … densa e calda come cioccolata ?
Ed ecco il nome di Simona, la prima shodan del DAO. Emozione sul viso, il passo incerto, forse per la prima volta. Le mani accolgono dal suo Maestro Valerio la cintura nera, finemente ricamata. Poi, inginocchiata davanti, tocca a me consegnarle il diploma. Quanta femminilità ha ancora da sbocciare, da rompere il recinto tutto macho di rozza aggressività e forza muscolare. Io la vedo, la intuisco, sotto quel corpo snello e abilmente muscoloso. Già, se fosse una sportiva da ring sarebbe una campionessa, ma ha scelto la strada dell’Arte. E sarà senz’altro un’ottima artista.
All’Insegnante Celso il diploma di nidan, secondo dan. Chissà che, per metafora e metonimia, non sia la chiave per aprire le porte dell’adultità. Dell’essere responsabile, a partire dalle piccole cose quotidiane, del saper essere “qui ed ora” e non in un cortile di chiacchiere vigliacche e mugugni e maldicenze e fughe infantili. Ce la può fare, se lo vuole, dipende solo da lui.
Poi, il gruppo di sgretola: ognuno per la sua strada. Solo un paio di “milanesi” restano con me, almeno qualche giorno.
il cuneo corto
A seguire, i Seminari di un Wing Chun Boxing tanto flessibile quanto duro e spigoloso all’occorrenza.
chi ha detto che la fit ball sia solo per fighetti ?
Il “Sapere del Profondo”, tra i sobbalzi di fianchi femminili ed il loro ululato forte.
La “Via dello spirito della spada”, Kenshindo, a riconoscere che il passato non potremo mai cancellarlo, ma sta a noi dargli il peso, l’importanza che vogliamo. E questo è il senso del tameshigiri urlato al tramonto, delle lanterne, fragili ali di uccello bianco, donate al cielo che, pian piano, si alzano e scompaiono.
Sarà il Kenpo a chiudere la “giostra”. L’Arte dominante nella nostra Scuola.
Kenshindo

il mio amico carissimo e Venusia
















Eleonora, piccola e forte guerriera




Torno a casa, a Milano. Ormai Monica mi conosce e sa perché questa settimana io, invariabilmente, da anni, la chiamo “le mie vacanze”. Comodo, nell’abbraccio di una terra bellissima, di un amico insostituibile, di allieve ed allievi che non mancano mai di farmi sentire il loro calore.
Io so che loro sanno quanto ho donato loro. Chissà se sanno quanto, ogni volta, loro mi donano, quanta gioia e ricchezza mi riporto a casa proprio grazie a loro.

Esiste una fluttuazione e interscambio costanti tra due fonti di movimento, il mondo del corpo e il mondo dell’immaginazione” (J. Chorodow)
il sorriso di Monica













lunedì 4 giugno 2012

Il miele e l’aceto


Eppure il coraggio essenziale, quello più necessario all’azione, sta proprio nella capacità di rimanere in agguato nelle tenebre della morte e dell’inquietudine
(Y. Mishima “Lezioni spirituali per giovani samurai”)

Le stuoie, beffarde e insieme docili vittime impotenti, sono davanti a me.
Urlo. Ho un nodo in gola. La musica si insinua nell’aria.
Mi pare una sfida.
Non sono stato un “bravo ragazzo”. Per niente. E a volte, non lo sono neppure ora.
Il “passeggero oscuro” lo sa e ride. Lui c’era.
Era lui, tra spranghe brandite nello scontro; esplosioni violente là, lungo i bastioni di porta Venezia; la lama del coltello che scatta verso l’avversario, il “nemico”; quel viso dolce di bimba debole che se ne va con un sorriso, scegliendo di non tornare mai più; quelle figure estranee e fragili violate per un gioco maschio e ignorante.
by angotti 81
Era lui, ed ero io.
L’acciaio di “Lama Danzante” scatta rabbioso, un taglio dopo l’altro. Al limite della perfezione.
Ma che perfezione ci può essere in tanta violenza ?
Che “perfezione” è se le lacrime mi inondano gli occhi, se la rabbia morde, mai paga ?
Urlo. E urlo ancora.
Il “passeggero oscuro” non è mai sazio.
Tranci di stuoia rasata che cadono al suolo sono, forse, deboli palliativi; una sorta di metadone per la fame insaziabile di un predatore violento.
Le sei stuoie sono ora solo dei moncherini sparsi sul pavimento.
Bravo Tiziano, bei tagli: poche le fibre sfilacciate per terra, i moncherini caduti tutti esattamente ai piedi del trespolo.
Bravo un cazzo. Lui se la ride. Lui sa che io e lui siamo la stessa persona, la stessa cosa, sempre e per sempre.
Aiutare gli altri almeno a galleggiare, se non a uscire, dalla merda, dai dolori, dalle brutture subite, è un po’ risarcire chi io ho violato e faccio fatica a perdonarmi; un po’ è mostrare al “passeggero oscuro” che l’altro da lui non è poi così cattivo, è sano; un po’ è spalmare il miele sull’aceto, per renderlo meno aspro.
Pulisco “Lama Danzante” e gli occhi miei sono tristi. L’oceano nero non mi lascerà mai. Ho da farmene una ragione, ho da farmene un valido motivo per tirare dritto. Un valido motivo per guidare, da “Sensei”, ( “colui che è nato prima” e nella bufera più sozza e violenta c’è già stato senza mai arretrare, gyakufu, ovvero faccia al vento) chi lo vorrà verso orizzonti dove la luce, comunque, saprà tenere al suo posto il buio. Che è naturale il vivere e succedersi dell’uno e dell’altro.
Ho da forgiare carattere e personalità: Kinorenma. Consapevole del gusto inebriante dell’uccidere e scegliendo di donare la vita.
A casa, mentre pulisco tutto l’acciaio, noto con sorpresa che la tsuba nuova montata su “Lama Danzante”, un Dragone, è lo stesso motivo della tsuba del wakizashi, la spada corta, che mi regalarono gli allievi anni or sono; della tsuba antica, fine ‘800, di “Ammazzademoni”, il katana del Demonio e delle pulsioni profonde; della tsuba dello Iaito che per venticinque anni mi ha accompagnato in quello che io considero la mia lunga iniziazione all’Arte del katana.

Disse a don Juan che l’agguato era un’arte applicabile a tutto, e che c’erano quattro gradi di apprendimento: la spietatezza, l’astuzia, la pazienza e la gentilezza
(C. Castaneda “Il potere del silenzio”)




lunedì 28 maggio 2012

Una mattina insieme: figli e genitori


“Sono rare per un genitore le occasioni di indossare gli occhi del figlio sul mondo”

Semplice: invitare i genitori dei bimbi del corso Kenpo a praticare, una paio d’ore, insieme ai loro figli.
Perché provino a stare, alla pari, con i “pari” del figlio, con i suoi amici nei suoi momenti conviviali; per una volta entrando da “invitato” laddove solitamente, nella vita di tutti  i giorni, sono il “padrone di casa” o un pari del “padrone di casa”.

Mattinata bellissima, emozionante, densa di risate, sguardi felici, sudate copiose, fughe per la pedana, rincorse, spintoni, rotolamenti, botte, ammiccamenti, cadute per poi rialzarsi.
Laddove ogni gioco proposto offriva diverse interpretazioni; permetteva, attraverso l’accesso fisico emotivo, di scoprire aree psicologiche fondamentali per la crescita di ogni “cucciolo” e mostrava, nei modi di praticarli, i tratti del carattere di ognuno. E ogni adulto praticante avrà senz’altro notato nel figlio il “come” affrontava ogni prova, come si relazionava all’altro e nel gruppo. Quel “come”, al di là del risultato per noi del tutto secondario, che indica, “in fieri”, quale adulto sta formandosi nel “cucciolo”, quale adulto quel “cucciolo” diventerà. Perché le radici della nostra vita emotiva risiedono nell’infanzia.


una personalità sana, a qualunque età, riflette per prima cosa la capacità individuale di riconoscere le figure appropriate, volenterose e capaci di fornire una base sicura e, in secondo luogo, quella di collaborare con tali figure, una volta trovate, in un rapporto reciprocamente gratificante. Al contrario, molte forme di personalità disturbata riflettono una capacità “menomata”, che può essere di vario grado ed assumere molte forme come: l’aggrapparsi ansioso, richieste eccessive o sproporzionate ad età e situazioni, il distacco disimpegnato e l’indipendenza provocatoria.
Paradossalmente la personalità sana, se considerata in quest’ottica, non si rivela assolutamente indipendente, come indicherebbero invece gli stereotipi culturali, ma capace di far fiduciosamente conto sugli altri quando l’occasione lo richieda. Una persona “sana”, dunque, è in grado di cambiare ruolo se la situazione cambia, offrendo in un dato momento una base sicura per l’azione di un suo compagno, mentre in un altro facendo serenamente conto su qualcuno che le offra a sua volta un’analoga base."
(Relazione della dr.ssa Katia Stanzani su “Costruzione e rottura dei legami affettivi” di J. Bowlby. a.2003)



“La richiesta di rispetto da parte dei genitori implica che il bambino non debba porre domande agli adulti, che faccia ciò che gli viene detto, che creda acriticamente in ciò che gli viene insegnato, in generale insomma, il bambino deve essere accettante e non critico.
Lo psicologo conclude metaforicamente che ‘molto viene buttato giù nella gola del bambino’ senza che lui abbia il permesso di mordere, masticare e digerire”
(Laura Perls “Come educare i bambini alla pace)
 
Credo sia apparso chiaro il senso ed il valore del gruppo e delle relazioni nel gruppo:
“La colossale ignoranza italiana sull’educazione sta nel non considerare la relazione al centro della crescita dei ragazzi e della società in generale. Bisogna lavorare su di essa. Servono educatori che non insegnino solo il fare, ma anche lo stare insieme, che non siano persone che tengano solo alla disciplina ma che facciano in modo che i ragazzi si conoscano tra di loro e che costruiscano qualcosa di bello insieme”
(Don Gino Rigoldi in “Voci dal ponte” n° unico. Febbraio 2012)

Credo, in questa mattinata, abbiamo tutti sperimentato la valenza delle Arti Marziali come suprema arte del confliggere; il valore del saper confliggere come strumento di sano confronto, da cui non fuggire, in cui non sostituire l’antagonista al problema. I conflitti sono “pane” quotidiano. Possiamo, dobbiamo, imparare a scontrarci, a litigare, a conoscere e mostrare le nostre emozioni accettando quelle altrui, a scoprire i limiti come argine al proprio narcisismo e al senso di onnipotenza. Confliggere è altamente formativo e, a volte, …divertente !!

Poi, piccola mia annotazione a margine, rapidamente espressa nei momenti finali, con la gioia di vedere tante mamme accanto ai loro giovani, giovanissimi “guerrieri”, ecco il dubbio sull’assenza dei padri.
Eppure stiamo praticando un’Arte dai tratti tipicamente maschili; eppure è proprio del maschile cercare e costruire relazioni di cui essere orgogliosi, non solo di cui essere sicuri; eppure spetta al “più Yang che Yin”  aprire ai figli la strada in cui convivano l’irresistibile impulso ad andare oltre e la tenera voglia di condividere, una strada percorsa da eretici, sperimentatori e pionieri.
Allora penso ai grandi cambiamenti intervenuti nella società, al nuovo ruolo che le donne, il “femminile”, hanno voluto e saputo interpretare arricchendo, con il tessuto sociale, anche le relazioni di coppia e famigliari (1). Penso, con ciò, anche alla crisi del maschile, alla ricerca, per il “maschile” di contenuti e forme che ben si amalgamino a queste trasformazioni, rifiutando sia un anacronistico ritorno al passato quanto una fuga dalle proprie responsabilità di uomo, maschio e padre.
Come a dire che, con  il piacere di vedere tante donne, mamme, “indossare i pantaloni”, confido che quelli siano i loro di pantaloni, non che abbiano indossato quelli smessi dai maschi, dai padri.

Alla prossima

(1)   Al netto
-       delle goffe derive femministe;
-       dell’impostazione ginecocratica di una società il cui sfrenato consumismo si associa a iper protezione e iper accudimento. Caratteristiche, queste, di una “madre” bisognosa di instillare nel figlio sempre nuovi bisogni perché egli le sia sempre dipendente;
-       delle responsabilità che il “femminile” ha nella formazione di maschi deboli - tali anche nelle loro più perverse manifestazioni di violenza antifemminile - di padri assenti. “ mamme che hanno una parte di responsabilità nell’educazione sentimentale dei figli maschi. Spesso si lasciano dire di tutto, si lasciano insultare, lasciano correre alcune espressioni poco felici dei loro pargoli. (….) Risultato ? I maschietti pensano di potersi permettere tutto con le femmine, da grandi potranno disporre di loro come meglio credono, hanno ricevuto un imprinting preciso: mamme consenzienti che si lasciano strapazzare dai compagni, dai figli e modelli mediatici che confermano l’oggettivizzazione del corpo femminile” (Paola Consolo Marangon “Il rispetto si impara da piccoli” in Conflitti 2012 n°2), 














martedì 8 maggio 2012

Da adolescente ad adulto


Non lasciarti illudere dalla parola tao. Sappi che non è altro che ciò che fai giorno e notte
(Shido Bunan)


Leggo, in “Il counseling per gli adolescenti” di Geldard K. & D., i seguenti compiti evolutivi che un adolescente deve padroneggiare per svilupparsi in modo adattivo; flessibile, “ju”, diremmo noi dell’ambiente marziale.



l’accettazione del proprio corpo e del proprio ruolo sessuale;
la creazione di nuove relazioni con coetanei di entrambi i sessi;
il conseguimento dell’indipendenza affettiva dai genitori;
la scelta di un’occupazione e la preparazione in vista del suo svolgimento;
lo sviluppo delle abilità intellettive e dei concetti necessari per la competenza civile;
il conseguimento dell’indipendenza economica;
l’acquisizione di modelli di comportamento responsabile;
la preparazione al matrimonio nella vita familiare;
la costruzione di valori in armonia con il proprio ambiente.


Fatto salvo che i sopracitati risalgono al 1951, ad opera di R.J. Havighurst, dunque vanno reinterpretati alla luce di un mezzo secolo che ha imposto trasformazioni imponenti, ripensando al “maschile adulto”  odierno, mi vengono alcune considerazioni.

Certo, l’umano tentativo di migliorarsi, abbellirsi anche esteticamente. Ma … tatuaggi, piercing, muscoli ipertrofici e fisici “palestrati”, scelte di allenamento in funzione di un corpo muscoloso da esibire, creme antirughe e sopracciglia rifinite, petti depilati e lampade abbronzanti. Tutto questo che qualità e misura ha per te, maschio adulto che mi stai leggendo ? Ovvero, qual è il tuo confine tra l’umano  sforzarsi di piacersi e piacere e la nevrosi, l’ossessione per pratiche senza le quali ti sentiresti inadeguato, escluso dal gruppo, un … “nerd” insomma ?

Una stimolante e variegata corrente di relazioni ed amicizie, dove quelle vecchie, consolidate, si affianca a quelle nuove, a quelle frutto dei nuovi incontri, o sempre i soliti amici ? Quanto ti esponi, ed esponi la tua donna ed i tuoi figli, al relazionarsi, all’incontrarsi aprendo casa tua ? 
Una casa (1) aperta all’incontrarsi  o il solito tran tran ?

OK, alla mamma vuoi sempre bene, e ci mancherebbe. Ma la tua donna è tale o è un’altra “tua mamma” ? Oppure, altra faccia altrettanto pericolosa, è la tua donna solo perché non scalzi il ruolo della tua mamma ? Insomma, una scelta tra due adulti o tra un bimbo ed un’aspirante mamma ?

La figura maschile, paterna, che rappresenti con tuo figlio è proprio la tua o stai interpretando il “copione” (2) che fu di tuo padre ? O da questo copione fuggi, semplicemente rinunciando ad essere padre ? (3)

Va bene che il lavoro non sia tutto ( vedi il mio “Lavorare rende liberi” su questo stesso blog ) ma … la tua occupazione lavorativa ti permette l’indipendenza economica come ti dona delle soddisfazioni personali ? Ancora la mamma, o una figura femminile, a pagarti le bollette di luce e gas, a pagarti il mutuo per la casa, a darti i soldi per quel tuo desiderio, per quel tuo regalo o ti occupi tu di te, da maschio adulto ?

Hai presente un guerriero, che cacciava per sfamare la famiglia, andava per boschi a tagliare la legna per scaldare la casa, rischiava la vita in battaglia per il suo pezzo di terra o la sua gente ? Tu sei uno che vivacchia grazie ad un lavoretto stiracchiato e poco pagato ? Magari un lavoro ce l’hai, ma ti lamenti e commiseri perché non hai studiato per quello, non è quello che volevi fare,  intanto imprechi per il caro luce e caro gas oppure…  sei un guerriero del terzo millennio che bada coraggiosamente, per quel che riesce e comunque impiegando tutte le sue forze, a sé ed ai suoi cari ? (4)

Dedichi tempo ed energie alla tua acculturazione, alla capacità di capire ed interpretare un mondo che è sempre in mutamento ? Stai laddove ti è difficile, anche dove ti mostrano parti di te che non vuoi accettare o evadi, scappi ?

E’ dura diventare adulti, e non si smette mai, tra ripiegamenti, cadute e faticose rimesse in piedi.
Per questo amo le Arti Marziali come noi le pratichiamo.
Finché le cose stanno ancora divenendo, si possono ancora guidare( I Ching )

Nella lingua greca, “terapeuo” è curare ma anche “aiutare”, “servire”.
Le Arti Marziali, come io le propongo allo Z.N.K.R., sono strumenti, sono un fare terapeutico  per aiutare, accompagnare, il praticante ad essere samurai ( “servitore” di se stesso), guerriero (colui che sa stare nei conflitti): un maschio adulto, autodiretto. Un maschio che lotta.
Per chi lo voglia.



1 - Qui, casa, nel senso sia di “identità personale”  che di propria abitazione. Ambedue accoglienti, disponibili al contatto ed al confronto.

2 - il Copione è “un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli eventi successivi e che culmina in una scelta decisiva” ( E. Berne), riproposta acriticamente anche negli anni successivi in occasioni successive.

3 - “Il padre è colui che è consapevole della sua natura di co-creatore della vita in un disegno di felicità che si esplica secondo due aspetti. L’aspetto dinamico si configura come spinta originaria, donativa e vitale, atto maschile per eccellenza: il padre è colui che mette in moto il processo di creazione, è colui che realizza il getto del dono creativo, capace di promuovere una nuova vita e la stessa continuazione della vita. Il secondo è un aspetto di accoglimento, cioè di disponibilità alla fondazione e rifondazione della personalità del figlio, disponibilità alla quale il padre, roccia e rifugio, deve essere sempre aperto e che presuppone una disposizione all’accoglimento del figlio e all’offerta di rifornimento di energie allo stesso. Quindi il padre, come creatore, presenta da una parte un lato direttamente propulsivo, dinamico e attivo, dall’altra un lato di accoglimento che, proprio per la sua capacità di apertura, è in grado di fornire, silenziosamente e per lungo tempo, le energie necessarie alla crescita dei figli. Le due dinamiche, della spinta e dell’accoglimento, portano alla nascita del senso di appartenenza”.
(…)
“Un padre che, proprio perché ama i figli, ed è profondamente affettivo, non si sottrae alla sua funzione di fornire loro indicazioni, norme, visioni del mondo. Un materiale di conoscenze e valori che spesso i figli rifiuteranno, o accantoneranno per lungo tempo nella loro vita. Un dono paterno di cui hanno tuttavia assoluto bisogno, per costruire, nel confronto con esso, la propria sicurezza, e la propria libertà”. (C. Risé)

4 - Ragionevolmente, per quanto ci è dato conoscere dei tempi antichi, del medioevo (nipponico o italiano che sia), del rinascimento, qualcuno c’è che reputi questi secoli moderni e post moderni più duri e crudi del loro passato ? Banalizzando, è davvero più duro pagare regolarmente la bolletta del gas che, scure in spalla, avventurarsi in un bosco, tra predatori umani e animali, a buttar giù alberi, fare legna, riportarla a braccia a casa, accatastarla, proteggerla e, di volta in volta, accendere il fuoco ? Ogni secolo ha le sue difficoltà. Davvero qualcuno crede fosse più facile la vita di un maschio adulto del 1000 o del 1400 o del 1700 d.c. ? Ogni vivere ha le sue difficoltà. Ognuno di noi è guerriero del terzo millennio, nei contenuti. Cambia solo la forma ! Ricordo, in uno dei più bei libri di Carlos Castaneda, le parole di don Juan a riprendere l’apprendista, a ricordargli di non vagheggiare pratiche nel deserto, quanto a rispettare le sue origini, ovvero ad essere un buon “guerriero metropolitano”.





giovedì 26 aprile 2012

Tameshigiri e il cerchio degli elementi


Senza toccare con mano l’acqua e il fuoco, non si può dire di conoscerli davvero
(Takuan Soho)

Senza toccare con mano l’acqua e il fuoco, non si può dire di conoscerli davvero
(Takuan Soho)


I piedi ben piantati a terra. Sono dentro la forza di gravità. La terra è sia attrito per ogni minimo spostamento che base di slancio per ogni traslocazione.  Essa è il femminile, la madre che ci ha nutriti, nutriti di forza e di valori, su cui poggiamo per ergerci, maschili, nell’esplorazione attorno a noi. Ed ogni volta che “spicchiamo il volo” a lei, sempre a lei, dobbiamo tornare. Nel contempo, in un cerchio che, come tale,  non ha né inizio né fine, in una visione che fa giustizia di ogni tentativo di schematizzare, di rinchiudere in uno steccato, colgo la sensazione del mio peso che mi porta verso terra, centripeto, dunque energia yang, quanto del suo essere pesante, dunque energia yin.
Le mani le avvolgo attorno allo tsuka di “Lama danzante”. La linea forte ed equilibrata dell’acciaio pare fronteggiare l’aria, il vuoto che sta tutt’attorno.
Guardo la stuoia, fallica e ferma, che ho di fronte.

Mi affido alla sensazione dell’acqua, come elemento fluido, che tanto sa adattarsi alle circostanze quanto sa travolgere e rovesciare ogni ostacolo. Nel palato, sulla lingua, formo la lettera “L”, un suono che richiama il liquido salivale.
L’acqua permette il movimento” (1). Il richiamo dell’acqua esige un dono totale, un dono intimo. Così “… presteremo grande attenzione alla combinazione dell’acqua e della terra, combinazione che trova nell’impasto il suo pretesto realista” (G. Bachelard “Psicanalisi dell’acqua”)
Sarà per questo che il mio corpo inizia a vibrare, le mani scivolano sullo tsuka accettando di non possedere, di non padroneggiare più il katana, tanto da socchiudersi e, addirittura, aprirsi completamente, mano destra con le dita rilasciate e volte al soffitto.
Come a dire, in un processo omologico corpo - mano, che anche il mio corpo è aperto, centro / diaframma, le cui dita (i prolungamenti, ovvero gambe e braccia) sono pronte all’azione quanto prive di alcuna intenzione, di alcun progetto, piuttosto aperte al succedersi delle cose in un qui ed ora del tutto inverosimilmente immobile, sospeso nel tempo.

Libero il fuoco che covo dentro. Energia selvaggia che svetta, incalzante e mai doma, verso l’alto. Quasi a congiungersi, in un atto violento, con l’aria sopra di me. La forza del fuoco è, insieme, la sua condanna: per bruciare, ha bisogno di consumare ciò che gli da energia. Per vivere,  moriamo giorno dopo giorno.
Sento il tronco, che ospita cuore e polmoni, funzioni respiratorie e regolazione della circolazione, vale a dire il luogo che partecipa integralmente di tutte le emozioni. E noi prendiamo coscienza delle emozioni grazie al corpo, perché è attraverso le sensazioni del corpo che le registriamo e le rievochiamo. Uno scambio incessante in cui convivono una semiotica (2) del corpo rivolta verso l’esterno, ed una rivolta verso l’interno che struttura l’Immagine di Sé.
Che immagine ho di me adesso ? (3 Feld) C’entra qualcosa con l’imago junghiana ? (4)
“Lama Danzante”, ed io con lei, scendiamo in picchiata, rapidi come un predatore affamato, a divorare in un solo morso la preda.
Lo “ha”, il filo tagliente, deve necessariamente impattare preciso, chirurgico se voglio tagliare di netto. Altrimenti il bersaglio si staccherà scagliandosi lontano, invece di cadere al suolo immediatamente sotto il makiwara, come accade ad un esile stelo reciso; oppure esso si mostrerà slabbrato, deformato come i denti nella bocca di una vecchia donna o in una impressionante figura di Enrico Baj a testimoniare che la lama ha colpito e frantumato, ma non tagliato; o, peggio, la lama scemerà la sua potenza arrestandosi impigliata, preda inerme, tra le trame fameliche della stuoia.

L’acciaio ha fatto il suo corso. Il metallo, l’elemento tigre, ha tranciato di netto, in maniera irreversibile, la stuoia; Il metallo, l’elemento dell’assertività, del taglio netto, dello spirito di sopravvivenza.
L’eco del mio urlo si è perso nel Dojo. Le vocali genitali, pulsionali, U ed O, hanno urlato la loro violenza.
Stringo tra le mani la pelle che avvolge lo tsuka, ne sento la consistenza, l’appoggio sicuro dei menuki.
Guardo il trancio di stuoia, inerte, morto, al suolo. Ho ucciso ed una parte di me ne è stata uccisa.

by sadjuk
Respiro a pieni polmoni, prendo aria e do aria. L’aria è ovunque, permea ogni cosa, la penetra.  L’aria è libertà: ogni cosa che cerchi di attaccarsi ad essa vede vanificato il suo tentativo. L’aria è calma, immobile, l’aria è vento e tempesta.
Chi sono io adesso ?

Paolo, mio compagno in questa cerimonia di Tameshigiri, alle mie spalle, respira piano, senza far rumore.
Il rumore lo faccio io, lasciando “Lama Danzante” a riposare sulla vecchia cassapanca di legno: una storia secolare alle spalle, Monica che l’ha portata a Milano dalla natia Bassano, le abili mani di Angelica che le hanno ridato vita e, con essa, figure di cavalli, angeli, dei e demoni.
Raccolgo il trancio di stuoia.
L’ odore acre dell’incenso mi riempie il naso. La luce sghemba del sole attraversa il Dojo.
Ed io, anche per oggi, sono vivo.

Noi non facciamo quello che vogliamo, ma comunque siamo responsabili di ciò che siamo
(J.P. Sartre)

(1)   “A ritmo di cuore: la Danza Terapeutica” di E. Cerruto.
(2)   Semiotica, dal greco sēmeîon, significa "segno" ed è un settore di studi che si occupa di tutto ciò che l'uomo usa per comunicare.
(3)   Impossibile agire efficacemente se l’immagine che abbiamo di noi, la nostra consapevolezza corporea, è distante da quel che davvero siamo: forme e proporzioni. Su questo, parole interessanti le scrive M. Feldenkrais nell’introduzione al suo “Judo per cinture nere”.
(4)    Termine junghiano che designa il prototipo inconscio, elaborato a partire dalle prime relazioni intersoggettive reali o fantasmatiche, con cui il soggetto percepisce gli altri. L'imago, quindi, non è l'immagine, ma uno schema inconscio con cui il soggetto considera l'altro. Non è neppure una rappresentazione del reale, sia pure più o meno deformato, perchè, come dice Jung, l'imago di un padre terribile può benissimo formarsi anche in presenza di un padre buono. L'imago è connessa al complesso con la differenza che, mentre questo si riferisce all'effetto che la situazione interpersonale ha determinato nel soggetto, l'imago designa la sopravvivenza fantasmatica dei membri della situazione relazionale.
       (www.psicologi-italiani.it)





giovedì 5 aprile 2012

Sovvertire l'ordine

La lezione più importante che l’uomo possa imparare in vita non è che nel mondo esiste la paura, ma che dipende da noi trarne profitto e che ci è consentito tramutarla in coraggio
(R. Tagore)

Ma come ?

Attingere dai gesti istintivi di paura / difesa trasformandoli in gesti di attacco, laddove il predato non reagisce, con ciò restando down rispetto all’aggressore, ma agisce così posizionandosi up e diventando lui il predatore.
Ecco esempi, attingendo da quella ricca fucina che è il Wing Chun come noi, allo Z.N.K.R., lo interpretiamo:
braccia distese davanti a  sé a fermare l’aggressore, a porre una distanza di sicurezza, diventano “pugni a catena”, ovvero le proprie armi puntate a colpire;
braccia flesse davanti al viso a proteggersi da un assalto improvviso, che ci sorprende / da un aggressore giunto a distanza ravvicinata, diventano “cuneo corto”, ovvero gli avambracci a protezione ed i gomiti direttamente puntati sull’aggressore a colpire;
atteggiamento iperlordotico / irrigidimento delle gambe, impietriti dalla sorpresa, diventano accettazione della forza di gravità con tratto lombosacrale allungato e articolazioni flesse;
respiro bloccato e superficiale nell’attimo della paura, diventano respiro profondo e consapevole.
Con queste premesse, ovvero:
Ø  impossibilità ad insegnare tecniche di combattimento ad individui che non fanno esperienza consapevole del loro essere corpo;
Ø  inutilità dell’insegnare tecniche (modelli) in un contesto di alto disordine e totale imprevedibilità motoria e gestuale;
Ø  secondarietà delle tecniche (saper fare) rispetto al saper essere (intelligenza emotiva), in un contesto, lo scontro, il cui tratto distintivo e fondante è la ridda di pulsioni ed emozioni che lo animano,
dunque, l’agente dello scontro è un organismo fisicoemotivo, il cui “non perdere” è innanzitutto determinato dall’essere
vigile
Prestare attenzione a qualcosa ed essere consapevoli della sua presenza non sono la stessa cosa (…) Questo sdoppiamento fra consapevolezza ed attenzione potrebbe essersi evoluto come meccanismo utile alla sopravvivenza: essere in grado di notare qualcosa di insolito senza rendersene conto avrebbe potuto rappresentare un vantaggio, per esempio per la sopravvivenza nella savana” (G. Guerriero in “Mente & cervello” Dicembre 2011)
autotelico
Il senso cinestetico che ci permette di prendere coscienza di noi stessi è attivato dai numerosi ricettori propriocettivi, collegati a muscoli e tendini che sono numerosi intorno alle articolazioni, poiché vengono stimolati nel movimento (S. Guerra Lisi – G. Stefani “Il corpo matrice di segni”)
intraprendente
Coraggio è una parola che ricorre spesso nella leadership. E richiede coraggio percorrere quel vicolo buio dove gli altri non vogliono andare. Ma la vera audacia nella leadership ruota effettivamente attorno al grado di coraggio nelle proprie convinzioni che una persona riesce a conservare. Quel tipo di coraggio porta all’ostinazione nel continuare a credere in se stessi e capacità di recupero per risollevarti dopo ogni sconfitta, ogni passo falso, ogni caduta. Portando a compimento i tuoi piani, i tuoi impegni, i tuoi sogni, anche quando chiunque altro dice che non puoi riuscirci: questo è il coraggio” (M. Krzyewski “Le strategie di coach K.”)
 

Con queste premesse, come attivare azioni istintive di difesa  e contrattacco efficaci ed efficienti ?
Nella nostra Scuola, propongo koan zen fisicoemotivi, stratagemmi tattici e strategici, che inducano il praticante ad attingere alle proprie risorse inconsce riconoscendo  emozioni (emos – azioni) che si traducono in tono muscolare, il quale agisce (secondo la teoria dei neuroni a specchio) in sincronia e sintonia con come e quanto egli stesso abbia interiorizzato l’ambiente esterno, il contesto.
L’antica saggezza asiatica della guerra, raccolta in “L’arte della guerra”, “I 36 stratagemmi”, “il libro dei cinque anelli”, solo per citare alcuni testi, ci viene in aiuto:
o    “Attraversare il mare ingannando il cielo”, inducendo il praticante a porre attenzione su gesti e particolari del tutto ininfluenti durante l’agire, evitando così il successivo disfunzionale tentativo di controllo del sintomo, gestuale o emotivo, e delle proprie reazioni.
o    “Osservare l’incendio sulla riva opposta”, lasciando che il praticante si consumi in gesti ed emozioni del tutto inefficaci, perché solo “la tazza vuota si può riempire di the”. 
o    “Portar via la pecora che capita sotto mano”, trasformando qualsiasi pur piccola negligenza, gesto parassita, del praticante in occasione di “vantaggio” per la sua crescita.
o    “Spegnere il fuoco aggiungendo legna”, invitando il praticante ad accentuare consapevolmente gesti ed emozioni inefficaci ed inibenti si che, per omeostasi, torni poi a riequilibrarsi.
o    “Intorbidire l’acqua per catturare i pesci”, creare confusione, dare suggerimenti contraddittori, per lasciare il praticante senza punti di riferimento confezionati, affinché sia lui ad assumersi la responsabilità del cercare e scoprire.

Una didattica maieutica, ovvero fatta di domande verbali e fisicoemotive. Modalità operativa che sollecita nell’individuo la personale motivazione all’apprendere invece che introiettare ordini, modelli, certezze impartite dall’alto; nella forte convinzione che a stare nei conflitti, negli scontri, si impara solo attraverso i conflitti, attraverso gli scontri; che a vincere le resistenze si impara solo utilizzandole come “piede di porco” per aprire nuove ( e vecchie) porte.
 Un sovvertire l’ordine in cui, per dirla in termini più vicini alla nostra cultura, si privilegi l’azione dell’emisfero cerebrale destro, quello deputato a funzioni non verbali, sintetiche, concrete ( quel che accade qui ed ora), spaziali (sintetizza nello spazio), globali (coglie la forma nel suo insieme): “(…) i circuiti emozionali hanno la prevalenza sui circuiti logico – razionali, soprattutto nei momenti critici –paura, rabbia, coraggio, intuito". (J. Whitmore “Il Coaching”).

Per me, solo così il praticante coglie l’Arte Marziale, è la personale espressione di quell’Arte Marziale, è artista del confliggere, in pedana come nel vivere quotidiano.
 
Immagini tratte dai Seminari di  Wing Chun Boxing da me tenuti preso il DAO del M° Valerio, San Benedetto d. Tronto (AP)