mercoledì 26 settembre 2012

Lo Z.N.K.R. alla festa di via Negroli


Domenica 23 Settembre
Se vuoi vedere, impara ad agire” (H. von Foerster)


Pubblicità in televisione: uomo felice e sorridente al volante dell’automobile sfavillante appena acquistata ad un prezzo più che vantaggioso, con comode rate di 99,99 euro al mese. Eh già, mica ti fanno vedere come sarà l’auto quando il tipo avrà finito di pagarla, tra sette o otto anni: Un veicolo malandato, frusto, e già pronto per essere sostituito !! Insomma, l’auto nuova non si festeggia quando il debito è estinto ma quando viene contratto.
i "montatori"
Qui ed ora”, all’insegna di questo motto siamo alla festa di via Negroli. Finalmente una sistemazione, una “tana”, accogliente, grazie all’ingegno ed all’impegno di Angelica. Un bel gruppo affiatato che si da da fare, volantina, incontra passanti e si apre al dialogo.
Se verranno, da questa iniziativa, dei nuovi praticanti, ben vengano: energie nuove per la Scuola. Ma l’obiettivo è ben altro. E’ costruire un gruppo ed un buon clima di gruppo.
La parola gruppo deriva dall’italiano medioevale groppo = nodo che, a sua volta, viene dal germanico truppa = massa rotonda; ambedue i termini hanno, come identica origine, l’idea di un tondo.
L’etimologia ci offre, dunque, due direzioni di significato: il nodo e il tondo. Il senso di nodo rimanda alla coesione tra i componenti  il  gruppo. “Tondo”, designa una riunione di persone o, per restare nella stessa immagine, un circolo di persone.
Facciamo esperienza di gruppo qui, perché poi ognuno la trasferisca nel suo gruppo famiglia, lavoro, amici. Impariamo qui a fare gruppo.

Contrariamente a precedenti esperienze, questa volta le persone si fermano spesso. Chiedono, chiacchierano, si prendono del tempo per sé. Ognuno di noi si offre al confronto per come è: chi subito aperto e disponibile, chi “sta sulle sue”, chi d’impeto e chi di prudenza. Ognuno può studiarsi, se lo vuole, per come si relaziona agli altri.
Non mancano gli episodi curiosi.
1981 Karate all'Umanitaria
Angelica mette un volantino in mano ad una coppia, lui dai capelli bianchi, il corpo appesantito, lei giovanile e lo sguardo vivace. Lui legge le prime righe e “Ma quanti anni ha adesso Tiziano Santambrogio” “ Lo conoscete ?”. Angelica annuisce e mi indica, seduto dietro il banchetto. Il tipo si fa avanti … un momento di incertezza e ci abbracciamo, ci infiliamo in un turbine di ricordi: è uno degli allievi del primo gruppo Karate, all’Umanitaria, ormai  più di trent’anni fa. Trent’anni che non ci incontravamo.
Quando si allontana, mi coglie un pensiero “Quanti anni ha adesso Tiziano Santambrogio ?” Miii…. Sono le espressioni che anche io uso parlando di grandi e piccoli “vecchi”: “Ma quanti anni avrà ora Chuck Norris ? e Mario Capanna ? e la signora Teresa ? e Bob Dylan ? e il proprietario della pasticceria Corcelli ? e……

giochiamo un pò
Avvio la ”lezione aperta”. Donatella mi suggerisce di fare cose vivaci. Io ci avevo già pensato: ho con me i guanti da passata ed i tambo.
Ci muoviamo rapidi, efficaci. Offro movimenti scenografici, che colpiscano la fantasia dei presenti, ma chi pratica coglie subito ( o quasi !) gli aspetti che più interessano noi dello Z.N.K.R: equilibrio ed elasticità; coordinazione motoria ed atteggiamento predatorio. Un  dissolversi di chiaroscuri, di apparenze e di significati sottesi.
L’invito semplice, in termini di corpo a rispondere alla tre domande chiave:
Quale parte del corpo si muove ?
eccomi !!
Dove origina il movimento  ?
Come questo si espande attraverso il corpo tutto ?

L’anziana signora sbuffa e si impegna; la giovane boxeur si cimenta con spostamenti a lei sconosciuti; la presenza di Lupo spinge alcuni altri bimbetti ad avvicinarsi.

Un breve scroscio di pioggia non ci impedisce di portare a termine la lezione.
Poi, gli ultimi incontri con un pubblico davvero curioso, lo smontare il tutto, il pranzo da Giovanni.
Anche questa è fatta. Ora ci attendono via Mincio e corso Lodi.

Fra tutte le forme di sensazione, quella preferita dalla maggior parte degli essere umani è il contatto con un’altra pelle umana” (E. Berne)



gli "artisti di strada"



martedì 11 settembre 2012

Trenitalia: potere e disprezzo





Che i treni partano in ritardo, che accumulino ritardo, che si guastino lungo il percorso, che vengano annullati poco prima della partenza.
Che i servizi igienici siano inservibili, o sporchi, o privi di chiusura della porta o del sapone.
Che le carrozze siano sporche, prive di aria condizionata o, in piena estate, con il riscaldamento a tutta forza.
Che i treni a percorrenza regionale siano stati costruiti pensando ad un popolo di “puffi”, con spazi più che ridotti per i passeggeri e per i bagagli ( praticamente impossibile caricare un borsone “sportivo”, non parliamo poi di una valigia ).
Ecco, tutto quanto sopra, non mi turba più di tanto.
Può succedere.
In una struttura complessa che si occupa di migliaia di viaggi e persone, è sicuramente fisiologica una percentuale di disagio, di inefficienza.
Quel che, per me, “non ci sta” è il ripetersi continuo, incessante, di questi inconvenienti (treni in ritardo, sporchi, ecc.) come delle scelte a danno dei clienti ( i “regionali” vere e proprie scatoline dell’orrore ).
“Non ci sta” l’assoluta insensibilità dei dirigenti e, via via, a scalare, dei vari quadri, nel porre rimedio a tali inefficienze, a non ripetere scelte che danneggino i passeggeri.
Infatti i dirigenti, ora di Trenitalia e prima delle Ferrovie dello Stato, stanno, immutati da decenni, al loro posto; il “grande capo” pure, salvo trasferirsi, lautamente pagato, presso qualche altro ente pubblico o, raggiunta l’età, entrare in una pensione “d’oro”.
Ecco quel che mi infastidisce
-          il ripetersi inarrestabile di errori, incongruenze, danni verso i passeggeri.
-          Che nessuno paghi, tra dirigenti e “grande capo” per questa situazione disfatta che pure è nelle loro mani, dipende da loro.

Che possiamo fare noi, utenti / vittime del loro mal dirigere ?
Smettere di usare i treni. Ma questo significherebbe smettere di viaggiare o riversarsi sul mezzo proprio. Oddio, quest’ultima ipotesi, con i costi raggiunti dai biglietti unitamente al taglio di percorsi e fermate operato da Trenitalia, mi tenta assai. Ma perché devo rinunciare io ad un mio diritto, che per altro pago regolarmente ?
Buttare giù dal treno in corsa qualcuno del personale. Ma ce la prenderemmo proprio con l’ultimo della gerarchia, il meno colpevole. Come chi inveisce con il personale degli sportelli, alle poste o in Comune, lasciando “in panciolle” chi non assume personale, che lo mal distribuisce, chi lo mal forma, chi non lo licenzia quando questi è un incapace o un fannullone. Insomma, sarebbe un bello sfogo pulsionale e nulla più. Nemmeno il mitico “colpirne uno per educarne cento” !!
Organizzare una spedizione punitiva ( ah, ricordi giovanili !! ) per pestare a sangue o gambizzare il “grande capo” o, almeno, uno dei suoi sottoposto. Ma, tanto, o tornerebbe al suo posto o al suo posto ci verrebbe un altro esattamente come lui ( guarda un po’ come nulla è cambiato, di nefandezze e disservizi, in decenni e decenni di ferrovie ). Senza dimenticare la campagna stampa, benpensante ed intellettualoide, che orchestrerebbero giornalisti, esangui intellettuali, politici “di lungo” o “breve” corso contro lo scatenarsi delle peggiori pulsioni, delle follie metropolitane. Quegli stessi giornalisti, intellettuali, politici, che certo non si fanno sette ore di fila su un regionale sovraffollato, afoso da far schifo, minuscolo e a misura di “puffo”. Certo non viaggiano, in piena estate, su un intercity ( ed ero pure in prima classe !!), privo di aria condizionata e con i servizi igienici fuori uso nella carrozza ed in quella accanto.
Insomma, niente da fare, ci tocca subire.
E mentre lo scrivo, mi accorgo  che nulla è cambiato, in secoli e secoli di storia dell’uomo: Bocca grande mangia bocca piccola.
A nulla serve, al leopardo, aver catturato la preda. Se arrivasse il leone, sarebbe questi a sfamarsi, mentre il leopardo starebbe a guardare.
Sono solo cambiati gli “attributi” per dominare: una volta erano la forza fisica e, poi, l’uso di armi sempre più evolute; ora si tratta di “far carriera”, di inserirsi ai posti di comando.
Semplice. Forse un po’ raccapricciante, soprattutto per chi abbia ancora in esaltazione la democrazia, ma semplice.
Far carriera, entrare nei posti di comando, laddove il merito, la capacità di fare, non è poi così importante. Anzi.
E questo è sotto gli occhi di tutti, non solo nella stramostrata politica (Minetti e il “trota”, con la miseria della stirpe Bossi, sono solo alcuni degli esempi più recenti);
ma anche nell’industria e nella finanza. Leggetevi l’elenco numeroso di rampanti e boriosi imprenditori e finanzieri che, nel menar vanto della loro impresa, omettono di specificare che l’hanno ereditata da papà (grande uomo d’affari questo Lapo Elkan, che genio questo Gabriele Albertini, leggetevi la ricerca in merito del sociologo Antonio Schizzerotto) o grazie a leggi fatte ad hoc da politici amici ( leggetevi le carte riguardanti il rapporto Craxi – Berlusconi ) o grazie a traffici palesemente illeciti per i quali, ogni tanto, ne “pizzicano” qualcuno di assolutamente insospettabile ( Tanzi, Caldarelli, la Jesse di Francenigo e la Zaccariotto Cucine di Gaiarine).
nell’ università, tra “baroni” e figli e nipoti degli stessi, a cui non è sfuggita nemmeno “nostra signora della lacrima”, il ministro Fornero.
nello sport, da Moggi senior a Moggi junior, da Prandelli senior a Prandelli junior, da Juventopoli ai drogati campioni del ciclismo, dalla danzopoli d’Agosto  allo Schwarz di Luglio )


Bocca grande mangia bocca piccola”. Almeno fino a che i leopardi non decideranno di mettersi insieme e farvi un kulo così.

martedì 28 agosto 2012

Inquietudini d’Agosto


“Se mancasse l’audacia d’animo, mancherebbe tutto. L’audacia, tale virtù in particolare, trova luogo nell’arte” (Fiore dei Liberi)

Il senso di ore ed ore di auto, tra code e rallentamenti che sono grassi foruncoli fastidiosi, piazzati proprio tra quelle che i puritani chiamano le parti intime ?
E tutti, ma proprio tutti, sono lì: gregge indistinto che parte e si sposta insieme, stesso giorno e stesse ore. Stupidità umana a cucchiaiate, matassa informe e senza nerbo.
Che c’entro io con queste pecore ?
Arrivare ai sessant’anni per provare lo stordimento ubriaco del gregge, dello scivolare piano, ma inesorabile, verso la tosatura: sorta di beluina transumanza, enorme mandria di gnu che si trascina, stanca, ignorante e impotente, da un capo all’altro del parco Kruger
Alt, aspetto positivo:
dalla finestra di casa
un passato pluridecennale fuori dal gregge ( è, salvo un paio di “incidenti”, la prima volta che mi lascio intruppare nella transumanza ), dunque, figo questo Tizi. Si tratta solo di continuare ad avere immacolata la “fedina” di umano adulto auto diretto: mai più nel gregge stupido delle partenze di massa !!


Cemento ovunque; auto e scooter e pullman si infilano a ripetizione nella stradina che, sega fastidiosa e rumorosa, lacera ripetutamente il muro di cemento delle case schiacciate le una alle altre; sporcizia ovunque.
ancora dalla finestra di casa
Cammino su rocce e scogli; il mare, verde e limpido, scivola frusciante. Cammino scansando bottiglie vuote, cartacce, escrementi ( canini ? umani ? Boh!? ), una ciabatta spezzata, un groviglio di fazzoletti usati, avanzi di cibo. Non è questa la Croazia, selvatica e nuda, conosciuta la scorsa estate.
Questa è una vecchia baldracca disfatta, trucco pesante, il sudore rancido sul viso a solleticare rughe profonde come fogne oscure.


scorcio di mare
Belle le chiacchiere serali, notturne, attorno al tavolo, e, qui e là, le esposte reciproche nudità emozionali.
Dopo cena, i bambini in casa, a giocare; gli adulti fuori.
Non sono uno da “conversazione” (A) e, lo ammetto, me ne vanto. So fingere; so aprire e chiudere la bocca emettendo suoni comprensibili attorno al tempo atmosferico, all’aumento delle bollette, ai politici ladroni ed alle cose del quotidiano scorrere ( comprese quelle di cui nessuno dei presenti alla conversazione sa nulla, ma giudica e sentenzia per sentito dire o per un titolo di un quotidiano: quanti innocentisti / colpevolisti sul delitto di Avetrana, sulla chiusura dell’ILVA, su…). Ma sono io, veramente io, quando riesco a virare sul personale, sull’essere, allontanandomi dall’apparire.
Allora, ben vengano, tra sprazzi notturni in un cielo stellato, le confidenze emozionali di vita vissuta, le parti Ombra danzate a fatica ma con sincerità
Grazie, cari compagni di un breve soggiorno croato. Grazie di cuore per quei piacevoli ed intensi incontri serali tra uomini e donne. Ho vissuto sere bellissime.


Ecco:
L'unico vero viaggio, l'unico bagno di giovinezza, sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l'universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è. “ (M.Proust)
“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuovi orizzonti, ma nell'avere occhi nuovi.” (M. Proust)
Ed anche
“’D’altra parte il turismo di massa ha le sue leggi. Come un Creso, più aumenta, più uccide tutto ciò che tocca” (G. Botta).
Basta per spiegare perché non mi importa nulla di viaggiare a vedere luoghi ?
Con buona pace di chi, dopo una settimana o un mese da turisti a vedere Messico o Egitto, ci racconta “Sono stato in Messico”, “Sono stato in Egitto”.
Se si tratta di un passatempo (ancoraA”, è buono pure per questo), di un divertimento, OK. Ognuno si diverta come crede.  Ma tu, turista d’Agosto, davvero credi di essere stato in – tutto- il Messico ? Davvero hai la pretesa di aver conosciuto – tutto – il Messico ? E quale Messico ? Quello guardato con i tuoi occhi di turista d’Agosto ? Il tuo Messico, il tuo Egitto, è una sfilza di immagini e nulla più. Contento tu, OK.
Un mio ormai ex allievo, vent’anni fa, mi disse “Siamo tutti yogurt con la scadenza. Solo che, contrariamente agli yogurt, la scadenza non ci è dato saperla”. Lascio volentieri ad altri le visite al Billa o all’Esselunga, osservando corridoi e scaffali, notando, magari e del tutto superficialmente, le differenti confezioni di yogurt che ne sono ospitati. Io preferisco gustare profumo, sapore, di questi yogurt, assaggiarne il sapore. E farmi assaggiare. Prima dell’arrivo della scadenza.



tutti in montagna !
Mi aspetta Bassano del Grappa. Bellissima, dolcemente penetrata tra i fianchi dallo snodarsi del Brenta, le montagne forti alle spalle.
Mi aspettano le passeggiate tra i boschi; Marostica, minuscola cittadina dal sapore d’antico; le mangiate enormi ( stupenda scoperta il ristorante “Ottocento simply food”, tra verde esploso tutt’attorno, cibo prelibato e offerto con grande autorevolezza ); le ore dentro la libreria Roberti, antica ( occupa un palazzo del ‘700), accogliente, e gli scambi con commessi gentili e preparati; le mucche al pascolo e le vedute sterminate dal monte Crocetta. La calda accoglienza della sempre gentile Susy.
Mi aspettano il riposo, le dormite fino a tarda mattina, gli studi e le letture.
Soprattutto, mi aspettano gli incontri con uomini e donne.


verde ovunque
Con Vanni, medico sportivo ed ortopedico di lungo corso, tra ciclismo, sport del ghiaccio a squadre ed individuali ed ora anche calcio, e con Anna, giovane pallavolista che, dopo Club Italia e campionati di serie B, è pronta al gran salto in serie A, siamo a chiacchiere sportive.
Allenamenti e periodizzazione; pesi ed elastici; fisioterapia e iniezioni riabilitanti; aneddoti e curiosità, a volte anche sconvolgenti rispetto ad una “facciata” di pretesa integrità. Ognuno porta il suo personale contributo. Minimo quello mio sportivo, schiacciato in anni lontani.
Come sempre mi accade, dopo questi incontri, sono ben contento di praticare ed offrire Arti Marziali, soprattutto come noi le intendiamo allo Z.N.K.R. Arti, e non sport.


Anna e ... la mucca
L’aria fischia, sibila pericolosa.
“Gli oscuri dell’aria”, come mi piace chiamare i miei coltelli da lancio, tendono all’albero di fronte a me.
Un bel gioco, un masticare comunque d’acciaio. A più riprese, coinvolgo altri nell’impresa. E mi piace osservare le piccole dita di mio figlio Lupo avvolgere l’acciaio pericoloso, il braccio protendersi, ancora goffo. Padre e figlio, per alcuni momenti, uniti nella stessa maschia danza.


Due settimane scivolano via rapide.
Il ritorno a Milano; la casa avvolta da una luce candida; i katana a troneggiare impavidi sul mobile “bello”; il giocare con Lupo e l’incombenza della spesa.
Pronto ? Certamente !!


(A)  “I passatempi sono di vario tipo. Le determinanti esterne sono sociologiche (sesso, età, stato civile, situazione culturale, razziale e economica). “Auto e motori” (confronto di macchine) e il “Chi vince” (sport) sono “discorsi da uomini”. “Negozi”, “Cucina” e “Vestiti” sono tutti “discorsi da donne”. Il “com’è andata con quella” è proprio degli adolescenti, mentre il passaggio alla maturità è caratterizzato dall’apparizione del “Bilancio d’esercizio”. Altre specie della stessa famiglia, variazioni delle “Quattro chiacchiere”, sono: “Come si fa” ( a far qualcosa), ottimo per i brevi viaggi in aereo; “Quanto costa”, (molto in voga nei bar frequentati dalla piccola borghesia); “E’ mai stato a …” (qualche posto meraviglioso), tipico della media borghesia e degli “esperti”, come i commessi viaggiatori: “Conosce” ( il tal – dei – tali) per i solitari; “Che ne è stato di …” (quel caro Joe), giocato spesso da chi ha fatto soldi e da chi non ne ha fatti; “La mattina dopo” (una sbronza) e il “Martini” (conosco una ricetta migliore), caratteristici di un certo tipo di giovani ambiziosi.”
un piccolo amico per mio figlio
(E. Berne: A che gioco giochiamo). Libro che, da anni, suggerisco a chiunque voglia capire come, ogni giorno, sprechiamo il tempo e avveleniamo le relazioni.













giovedì 2 agosto 2012

Immaginazione ed istinto nelle Arti Marziali


“Dimenticatevi ogni metodo, è l’istinto ad essere il maestro” ( M° Wang Xuanjié)

Sovente,  i praticanti mi sentono dire di “immaginare”, mi sentono parlare di “reverie”. Così come mi preme ricordare loro che pensare è un mondo diverso, (alieno ?), dall’immaginare.
Con ciò, non faccio che attingere al bagaglio “tradizionale” delle Arti Marziali. Pensiamo all’I Chuan, di cui il Taiki Ken è la versione giapponese, ma anche al Tai Chi Chuan ed al Chi Kung.
“Il Dachengquan ( altro modo di chiamare lo Yi Quan / I Chuan) non si basa sulla bellezza della forma esterna, ma sull’uso della mente. In breve, se si sta sulla forma, questa è una cosa ancora immatura; solo quando si arriva ad agire la tecnica spontaneamente, appare il miracoloso” (M° Wang Xiangzhai).

by dreamwave22
Come ho già scritto altre volte, attingendo a fonti cinesi ed olandesi, ho da tempo scartato la parola “intenzione”, nel descrivere il fare del nostro Kenpo, preferendole “intuito”.
Attingere all’intuizione, all’istintualità, mi pare in perfetto accordo con le caratteristiche predatorie di un’Arte Marziale, qualsiasi essa sia, proprio perché il confliggere è atto fisicoemotivo antico, arcaico, dunque che si rifà al “profondo” di ogni essere umano.

Restando sul tema dell’immaginare, Gaston Bachelard,  scavava ancora più a fondo evidenziando le caratteristiche dell’immaginazione formale e di quella materiale.
La prima per agire abbisogna della vista: prima le cose le vedi poi le immagini. Attraverso di essa si mescolano parti del reale percepito e ricordi del reale vissuto. Come a dire che essa copia, non rielabora, somma più o meno esattamente quanto immagazzinato nella memoria. Essa, per così dire, riproduce.
La seconda, l’immaginazione materiale, vuole l’individuo sentire la materia, entrare in simpatia (a) con quanto gli appare. Essa vive l’esperienza del reale mettendo in gioco sentimenti e pulsioni. Empatia che diviene simpatia, partecipazione fisicoemotiva totale.
“Non è la forma dell’albero che fa immagine, quanto piuttosto la forza di torsione e questa forza implica una materia dura, una materia che si indurisce nella torsione” (G. Bachelard).
Come scriveva il M° Wang Xiangzai, immaginiamo oltre la forma, l’apparenza, per cogliere il dinamismo delle forze in campo, la loro essenza e la loro direzione.
Questo sì è immaginare.

“l’albero ritorto è il fulcro di un incrocio di vettori tensivi, per ‘capirlo’ il corpo si fa albero e l’albero si presenta come un corpo contorto. La materia ‘dura’ che risulta da questa immagine non è altro che la contrazione muscolare che essa determina in chi la interpreta ‘rivivendola’.” Così scrive Francesco Spampinato nel suo “Immaginazione materiale e corporeità”.
Di conseguenza , la vista che dà un nome alle forme, resta nei confini rigidi della parola “albero”, nel riconoscimento cognitivo agito a distanza e scevro di coinvolgimenti fisicoemotivi.
Una gran differenza ! Tanto più se, come iniziai a scrivere più di dieci anni or sono forte delle letture di Alberto Oliverio ( da tempo raggiungibili anche sul suo sito: http://www.oliverio.it/ ) e, in anni recenti, delle ricerche nel campo delle neuroscienze, il collegamento mente / corpo (volendo ancora una volta disgiungere i due, che sono in realtà un tutt’uono !) è ampiamente dimostrato anche dalle scienze moderne e contemporanee.

Allora, un conto è immaginare / pensare l’albero ( ritsu zen), separare le acque, camminare nel fango, ecc un conto è immaginare / “simpatizzare” l’albero, separare le acque, camminare nel fango, ecc. Processi mentali / fisici diversi per risultati ben diversi.
Dentro qui nascono e si sviluppano  due importanti filoni di pratica e pensiero.
Uno relativo ad un’interpretazione psicofisiologica che collega l’immaginare siffatto a processi protomentali.
L’altro che, immaginando, per così dire, “di materia” più che “la materia”, scopre le sostanze chiave della cosmogonia taoista, i cui archetipi psichici  svelano chi è “dentro” il praticante e le sue relazioni.

Quanto, e di più, nella pratica del nostro Kenpo !!
Basta solo essere aperti, ricettivi. Quello che, in lingua giapponese è uke, contrazione di ukeru, ovvero accettare.
Alla faccia dei kazzutissimi guerrieri inkazzosi che, volti truci e modi spicci, spopolano nel mondo marziale, anche quando fotografati in casa o a passeggio, anche quando dialogano del proprio praticare, insomma, sempre e comunque http://www.youtube.com/watch?v=wCK3RQyBUxs&feature=related


Yi si può tradurre con volontà e spirito” ( M° Guo Gui Zhi )


(a)   L’empatia è la capacità di comprendere cosa un’altra persona sta provando, Vi è comprensione ma non necessariamente partecipazione emotiva. Simpatia è lo stato in cui condividiamo le emozioni dell’altro, a nostra volta emozionandoci




lunedì 30 luglio 2012

Olimpiadi ? No grazie !


Giusto per portare un punto di vista diverso da quelli ora in circolazione ...


Ed eccoci al gran circo delle Olimpiadi.
by IKL
Quanti milioni spesi per la cerimonia di apertura ? Milioni che avrebbero potuto essere investiti in azioni più proficue, in questi tempi di crisi, che per inscenare un paio d’ore di spettacolo. Spettacolo tra una regina d’Inghilterra del tutto inebetita ( ma avete visto che espressione intontita mentre sfilavano le delegazioni ?), una Michelle Obama gioiosa e fanciullesca ( qualcuno le spieghi quel che sta succedendo nel mondo intero), regnanti e capi di stato bolsi ed incartapecoriti o dipinti di sorrisi ebeti e di circostanza.
Ecco i nostri atleti e tra questi decine di carabinieri, poliziotti, finanzieri stipendiati, pagati, da noi per passare alcune ore del giorno ( le altre, oziano) a sollevare pesi o tirare di fioretto o di carabina.
Ma io pago perché un carabiniere tuteli l’ordine pubblico non perché si diverta ( e diverta pochi altri, visto il seguito che, fuori dalle Olimpiadi, hanno questi sport ) a sparacchiare  con una carabina o a sguazzare nella neve.
Se questi volesse fare dello sport il suo mestiere, la sua professione, si cerchi un datore di lavoro privato che lo paghi con i suoi soldi, un team di sponsor. Perché lo devo, non volendolo, pagare io con le mie tasse ?
Perché lo Stato preleva forzosamente  dalle mie tasche dei soldi non per la sanità pubblica o per la scuola pubblica, ma per allenare un manipolo di judoka o di sciatori per le loro gare ?
by Eliseo84
Perché mai, in strada, scarseggiano poliziotti e carabinieri ma questi abbondano in palestra ?
Ai tanto vituperati “ricconi” del calcio, lo stipendio, per loro volontà, lo pagano dei privati.
Se proprio volessi “fare le pulci” anche a loro, lo farei alle società private di cui sono i dipendenti perché costruiscano / gestiscano in proprio gli stadi, accollandosi loro l’onere di pagare chi si occupi di tutelare l’ordine e non scaricando sul pubblico le spese per poliziotti e carabinieri.
Mi disgustano le Olimpiadi, circo di atleti professionisti, ovvero non più dilettanti come recita il credo olimpico (1), atleti in buon numero pagati da me, da noi tutti cittadini, per gli anni in cui scoccheranno frecce su un paglione o si strattoneranno su una materassina. Poi, terminati gli anni dell’agonismo, li pagheremo sempre noi per una scrivania in qualche ufficio, sempre che non accedano a qualche professione privata grazie a quell’agonismo pagato da me , da te che mi stai leggendo.
Questo mentre, per strada, carabinieri e poliziotti loro compagni, rischiano ogni giorno la vita per tutelare l’ordine pubblico: quello mio, tuo, di tutti noi.


(1)   Anche prendendo per buone le feroci  critiche al dilettantismo o al pensiero di de Coubertin ( http://www.laportadeltempo.com/Documenti/doc_010804.htm; http://www.treccani.it/enciclopedia/temi-olimpici-dilettantismo-e-professionismo_(Enciclopedia-dello-Sport)/ ) possiamo tranquillamente affermare che gli atleti, indossata la veste del poliziotto, carabiniere, finanziere, sono, “paro paro” la nuova elite  di ricchi che, utilizzando le casse pubbliche, si può permettere di essere mantenuta tutto il giorno per sudare, qualche ora, in palestra o dintorni.



giovedì 26 luglio 2012

Biancaneve e il cacciatore


Tutti al cinema !


Serata piacevole, con  me e Monica c’erano Giuseppe e Donatella: tutti a vedere “Biancaneve e il cacciatore”, la pellicola diretta da Rupert Sanders .
Non un capolavoro del cinema mondiale, ma interessante lo snodarsi della trama, l’intreccio dei personaggi che, come ormai d’uso da decenni, non sono mai del tutto buoni o del tutto cattivi, i paesaggi mozzafiato, le inquadrature ardimentose, le musiche incalzanti, i colori avvolgenti, i rimandi a precedenti pellicole di successo, come “Avatar” o “Alice in wonderland” o la serie televisiva “Il trono di spade”
Finisce il film e, al solito, solo l’unico ad applaudire in una sala praticamente vuota. Poi, chi mi conosce lo sa, io sono un tenerone, magari anche un po’ stupido ?, ed in un paio di scene mi sono commosso ed emozionato, emozionato pure alla scena finale, l’incoronazione di Biancaneve.

Una pizza dal sempre ottimo Spontini e poi tutti a casa.
Finisce qui ?
No perché, nei giorni a seguire, dalle emozioni fuoriescono riflessioni a raffica, considerazioni, domande, come sempre mi succede in ogni mio vivere, laddove le emozioni scorrano libere e pulsanti.

E penso alle fiabe, semplice e profondo  strumento che mette il bambino di fronte ai principali problemi umani (il bisogno di essere amati, la sensazione di inadeguatezza, l’angoscia della separazione, la paura della morte), distribuendo nettamente il bene e il male in determinati personaggi, cosa che la realtà sconfessa ogni giorno proponendoci i mille contradditori micro noi che compongono il “noi” totale. Un modo semplice per arrivare al cuore del bambino e, nel divertimento, proporgli i primi rudimenti di una educazione / formazione emozionale e sentimentale.
Questa identificazione coi personaggi e la partecipazione emotiva alla fiaba sono possibili perché le fiabe parlano il linguaggio della fantasia, che è il linguaggio proprio  del bambino.
Ma Biancaneve, e tutti quelli che le stanno attorno in questa inquietante pellicola, si mostrano e mostrano segni che fanno del fantasy, persino, a tratti, dell’horror, uno strumento per entrare nella vita di noi adulti, nella vita dove non c’è la separatezza infantile del bianco e del nero. Un film per adulti, insomma, dove, però, come per i bambini ed anche per noi adulti ( la pubblicità insegna) sono le emozioni a veicolare scelte e valori.

Nella favola, come nel film che è esplicito in questo senso, è il principio femminile che genera il desiderio: una figlia bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come le piume dei corvi. Sono  i colori della trasformazione alchemica: la nigredo, l'albedo e la rubedo.
La storia, comunque reinterpretata, mostra lo sviluppo della coscienza del femminile attraverso la violenza e  la morte, e il conseguente incontro con il principio maschile. Se l’ingenuità del padre di Biancaneve, facile preda della bellezza di Ravenna ( come dice spesso mia madre, ultranovantenne ? ‘”Tira più un pelo di f… che un carro di buoi”) non gioca a favore di noi maschi, ci rifacciamo subito col virile cacciatore ( ben gustato da Monica e Donatella !) e con il senso dell’onore del giovane William.

La nostra cultura e la società inducono a controllare quando non a reprimere emozioni e sentimenti giudicati sconvenienti: è pensiero comune che la madre desideri sempre per la propria figlia ogni bene, ma davvero è sempre e solo così? E' verosimile che ogni donna, nel momento in cui dà alla luce una bambina, abbandoni il suo essere donna? E se nel cuore di mamma, in mezzo a tanto amore si annidasse  anche l’ invidia?   Fatti ,anche recenti, di cronaca nera mi inducono a foschi pensieri.
La pellicola di  Sanders aggira lo scabroso tema: Nella favola di Biancaneve la matrigna, una donna incapace di accettare il tempo che passa, la vecchiaia e tutto quello che essa comporta (come la decadenza del proprio corpo), vive sua figlia come una minaccia. La sua bellezza, la sua fresca femminilità sono una potente e pericolosa concorrente. Nella pellicola, il regista assolve la mamma di Biancaneve facendola morire in un rigido inverno e, pur dipingendo oscuri tratti feroci in Ravenna, “matrigna” sui generis, le dona un passato subìto di violenze e separazioni che nello spettatore si insinuano a giustificare le malefatte della regina. In questo aiutati da una Charlize Theron di incredibile bellezza.

by finalciak.com
Nella favola, la matrigna, posta brutalmente di fronte alla superiore bellezza di Biancaneve, sconvolta dalla gelosia, si rivolge ad un cacciatore, gli ordina di portare la bimba nel bosco e di pugnalarla, riportandole il suo cuore a prova della sua morte. Ma il cacciatore, risparmia la vita a Biancaneve e uccide al suo posto una cerbiatta. L'uomo (che potremmo pensare  una rappresentazione inconscia del padre) ha un comportamento ambivalente: finge di ubbidire alla regina ma, in realtà, non se la sente di uccidere la fanciulla. Nell’interpretazione psicoanalitica,  la gelosia della madre può riaccendersi proprio nel momento in cui il compagno non la rassicura più sull'intoccabilità del suo ruolo esclusivo di compagna e femmina, che non viene minacciato dalla presenza della figlia, per quanto bella e amata possa essere. La matrigna della favola, così come le mamme narcisistiche, cerca di liberarsi della ragazza che percepisce come una rivale.


Nella pellicola, la regina Ravenna agisce altrettanto crudelmente ma qui, con la gioventù e la bellezza, c’è in gioco il potere. Come a dire che, nella società del terzo millennio, il “potere” è il terreno di scontro condiviso da uomini e donne, senza differenza alcuna.
Se così fosse, avremmo dei tratti di parità uomo / donna che potrebbero piacere alle femministe, ma come non pensare anche ad una parità ottenuta su un terreno ambiguo e infido come il “potere” ? Un potere per cui Ravenna non solo agisce crudelmente ed attingendo  alla magia nera ma anche  servendosi di un fratello viscido  ( le mani di lui sul corpo di Biancaneve in cella). Come a dire che se non hai un uomo che ti faccia parte del lavoro “sporco” da sola non ce la fai. E infatti Ravenna affida al cacciatore il compito di scovare Biancaneve in quella foresta dove lei non ha alcun potere. Come a dire che, senza l’uomo “cacciatore”, tu donna non hai alcun potere fuori dalle mura di casa ?

by Flowerzzxu
Se Il cacciatore, la foresta da attraversare, rappresentano  l'iniziazione della fanciulla “innocente”,  lo sviluppo della sessualità,  mi è molto piaciuto vedere il confronto tra l’inutile bacio del bello e bravo e colto e di sangue nobile William, con il triste e passionale bacio del rude Eric: questo sì che funziona e ridà vita a Biancaneve ! Come a dire che, al passo con i tempi, quelli un po’ persi e dannati sono sdoganati dalla cultura odierna ed  hanno la meglio ? Non facciamoci sentire da Fabrizio Corona, da Costantino Vitagliano, pallide e goffe imitazioni attuali del mito dell’eroe perso, burbero e solitario. Eppure è questo che ci passa il “convento”, sociale e televisivo. Che tristezza !!

Interessante, comunque, il tema dello specchio, sotto diversi punti di vista. Per esempio l’ormai diffusa percezione distorta della propria immagine corporea che coinvolge sempre più persone, tanto da indurle a “vedere” difetti dell’aspetto risibili o del tutto immaginari. Diffusione che, sempre più, sfocia in vere e proprie malattie, quali l’anoressia nervosa. (“Nel corpo sbagliato” di C. Arnold, in “Mente & Cervello”  Luglio 2012)
Il tema dello specchio evoca anche la ricerca dell'assoluto, della verità e della perfezione illusoria poiché vissuta unilateralmente, senza altro confronto che non sia con se stessi; in questo senso rimanda all'immagine e al suo doppio e al significato dell'uscita dalla dualità per entrare nel conflitto della triangolarità e della morte.
L'immagine dello specchio, secondo diversi autori, rinvia  sempre a sé e rappresenta il rischio di restare impantanati  nella sfera narcisistica. Questa, al  femminile, coincide con il legame materno dove esso non permette alcuno  spazio vitale, pena appunto, il confliggere violento  con la madre e la non rispondenza idilliaca, in questa fiaba rappresentata dalla prima madre ( sempre buona), che non a caso deve uscire di scena, cioè morire.

Mi piacerebbe scrivere ancora:
-       Del perché, per essere sette, i nani debbano veder morire uno di loro già alle prime battute.
-       Di quanto la fissazione di ingoiare resti umani propria della regina Ravenna rimandi al carattere “orale”, sia in termini di incorporazione ( di cui la mitologia, ma anche le storie dei popoli, dai pellerossa ai guerrieri Berserker, è piena) ovvero il desiderio di prendere su di sé il potere dell’altro, sia in termini psicologici  “Questi tratti rimandano a una situazione infantile di insoddisfazione e rappresentano un certo grado di fissazione ai primi stadi dello sviluppo”. (A. Lowen “Bioenergetica”).
-       Della figura, in chiave di archetipi junghiani, di Biancaneve  amazzone/guerriera.  Un tratto che, nei suoi aspetti deleteri,  andrà ad esigere  sempre più attenzione su di sé. Essa  sobilla  gli uomini con accanimento sia perché, frustrata nelle proprie ambizioni, le ha proiettate su un certo uomo o sugli uomini in generale, sia perché non è riuscita a sviluppare altri importanti aspetti della sua femminilità. Come a dire, da maschiaccio quale sono: Mooolto più appetibile ( ma la parole che ho pensato è un’altra) la femmina Ravenna  dell’insipida e “perfettina” Biancaneve.
by PiccolaRia

È possibile che una giovane che ha subìto una madre / matrigna opprimente e gelosa lo diventi a sua volta, con le proprie figlie? Certamente. Così, all’insegna del motto "Non voglio assolutamente assomigliare a mia madre!" le donne che cercano ostinatamente di differenziarsi dalla loro madre, spesso sono quelle che paradossalmente le assomigliano, sia fisicamente che psicologicamente. Si sforzano di dare, divenute madri a loro volta, alla propria figlia tutto ciò che non hanno avuto nel rapporto con la propria madre, sprofondando nell'eccesso opposto. Queste neo madri, quando hanno sofferto di mancanza di affetto, tendono a dare alla figlia ciò di cui esse stesse hanno bisogno ma non quello di cui ha davvero bisogno la figlia. Più la figlia rifiuta queste sproporzionate attenzioni, più la madre gliene offre, rendendo malsano il loro rapporto.
Sarà anche questo il caso della nostra Biancaneve ? Per saperlo, dovremo attendere il sequel.






martedì 24 luglio 2012

Cena Sociale 2012




“Tu vedi un blocco, pensa all’immagine: l’immagine è dentro. Basta solo spogliarla”
(M. Buonarroti)


La vita di ogni individuo è scandita, sin dall’infanzia, da una serie di scelte . Scelte volontarie o no, autodecise o subite.  Scegliere, nel contempo, significa necessariamente rinunciare. Rinunciare a qualcosa d’altro o, nel caso di scelte “non scelte”, ovvero imposte da altri, rinunciare a confliggere per opporsi alle scelte “imposte”.
Scegliere è anche, nel momento della scelta, ricomporre le diverse parti che concorrono a  formare l’individuo per prendere una decisione condivisa da tutte queste “micro” parti o, in alternativa, accettare che una parte si assuma la responsabilità della decisione, consapevole che le altre “micro” parti, prima o poi, avranno da ridire su quella scelta.
Sappiamo poi che non solo siamo una miscela  di elementi disparati, ma tutti gli altri individui, nel rapportarsi a noi, proiettano su di noi una serie di immagini, ci vedono e ci sentono in modi diversi da quelli che siamo e che contrastano con noi e tra loro.
Quindi, diventa fondamentale per l’individuo il “qui ed ora”: l’attenzione vigile verso quel che fa e come lo fa.
La consapevolezza di ciò che accade intorno a noi prevede necessariamente un buon grado di consapevolezza di noi stessi, soprattutto nel saper riconoscere rapidamente quando e come le nostre emozioni e i nostri desideri compongano  le nostre facoltà percettive. Da Freud alle attuali ricerche in ambito neuroscientifico, ormai è consolidata l’importanza del registro emozionale ,dell’inconscio, nel nostro scegliere ed agire.
Da ciò discende, per un individuo che voglia dirsi adulto autodiretto, non solo sapere quel che non fa facendo una cosa e non l’altra, ma anche agire, in quel che fa,  con un’attenzione ed una partecipazione convinta e non per abitudine. Ovvero porsi sempre delle domande.

Come già scritto più volte, le quattro domande fondanti un qualsiasi agire consapevole e autodiretto, sono:
“Cosa sto facendo ? “
 “Cosa provo nel fare ?”
“Cosa sto  evitando?”
“Cosa mi aspetto da quel che sto facendo?”

Tutto questo, sempre più spesso, non da solo ma in un gruppo; gruppo che … si è liberamente scelto oppure no !!.
Per quanto concerne la nostra Scuola, il nostro praticare “formazione marziale”, voglio pensarla così: “Ci sono cinque qualità fondamentali che fanno grande una squadra: comunicazione, fiducia, responsabilità collettiva, attenzione e orgoglio. Mi piace pensare ad ognuna di esse come ad un singolo dito di un pugno. Ognuno singolarmente è importante. Ma tutti insieme sono imbattibili”. (A. Krzyewski: “Le stategie di coach K.”)

Questo, una volta lasciata passare l’onda forte delle mozioni, del cuore pulsante e dei sorrisi larghi, dello star bene e del condividere tra amici e ricercatori di sé, è quanto ho pensato dopo la nostra cena sociale.


“Per poter essere un vincente, devi trovare il modo di riuscire a fare le cose e non una scusa per non farle. La gente che campa di scuse ha sempre cose in sospeso che non possono essere terminate”. (A. Krzyewski: “Le strategie di coach K.”)