venerdì 19 aprile 2013

Vola con me sulla luna


Vola con me sulla luna
Vola fino a farmi scoppiare il cuore
Fino a farmi sorridere gli occhi

Vola con me sulla luna
Vola fino a riempirmi la bocca di sale amaro
Fino a farmi masticare tutto l’amaro del vivere

Vola con me sulla luna
Vola fino a ricordarmi che io ti amo e tu ami me
Fino a segnare sul cielo di stelle i nostri nomi insieme

Vola con me sulla luna
Vola che presto tutto  finisce
Che tutto, troppo presto, non è più

Tiziano, ascoltando Eva Cassidy


Mercoledì 17 Aprile 2013.

lunedì 15 aprile 2013

Orrore profondo




È meglio essere violenti, se c'è la violenza nel nostro cuore, piuttosto che indossare la maschera della non violenza per coprire la propria impotenza. La violenza è sempre preferibile all'impotenza. Per un uomo violento c'è sempre la speranza che diventi non violento. Per l'impotente, questa speranza non c'è”
(Mahatma Gandhi)


Dritto e deciso. A penetrare, quando attacca. E attacca sempre, non appena intuisce l’intenzione offensiva dell’altro. Attacca ed oltrepassa, frantumandolo, l’ostacolo. Questi respira ? Odora ? ha vita negli occhi che ti guardano ? Non importa. “Questi” non esiste. E’ solo un’inezia prima di raggiungere l’obiettivo.
Certo, non è uno stupido, non va duro contro duro: aggredisce sì ma posizionandosi sull’angolo “morto”, a 45 gradi, dell’opponente e, da lì, lo oltrepassa. Come se non esistesse.
Sì, lo so, pare una cosa crudele, folle nel suo non considerare ciò che di vivo ti è di fronte. Ma questo è l’impeto letale del praticante Wing Chun Boxing. Sempre avanti. Sempre comunque.
Nel caso che sia sorpreso dall’attacco avversario allora si ripiega su di sé, si flette quel tanto che basta per smorzarne il pericolo, per deviarlo, laddove possibile, poi riprende il suo naturale flusso impetuoso ed inarrestabile. Fiume in piena che tutto travolge.
Aggressività letale senza scampo.
Combattente che osa sempre, potremmo chiamarlo.
A volte, aspetta che l’altro gli offra un arto, un appiglio qualsiasi, per incollarsi a lui e succhiarne l’essenza tra colpi e pressioni. Per andare, ovvio dai !, oltre. Sempre oltre.
Dicono che il killer psicopatico, per uccidere senza provare emozioni, non guardi mai negli occhi la vittima. Hai mai controllato se un praticante Wing Chun guarda negli occhi l’opponente ?

Diversamente opera il praticante Kenpo.
Questi avvolge, soffoca. Sempre in movimento, disegna cerchi come fa un rapace in cielo, come fa uno squalo in mare, prima di buttarsi avidamente sulla preda.
Quando attacca, attacca “a tutto tondo”, più giocatore di “go” che di scacchi (1). Più interessato a togliere spazio vitale che a “mattare” il re. Tanto, senza spazio, la preda finirà inerte tra le sue fauci.
Non disdegna che sia l’altro ad avanzare portando un colpo, allora ne attacca il colpo stesso, per poi continuare sul “regista”: distruzione rapida, consapevole, mentre gli gira attorno.
Combattente danzante, potremmo chiamarlo.
Lui sì ti guarda negli occhi, come a carpirne un senso, come a sfidarne l’istinto vitale. Si offre a te, perché tu possa coglierne la forza e … avere paura.
Lui non danza mai da solo, danza sempre con te. Se tu capisci chi sia, in quel frangente, il padrone del ritmo e dello spazio, chi guida il balletto, allora ti lascia vivere. Altrimenti…

Strategie, tattiche (2) diverse. Non solo. Modi di rappresentarsi e rappresentare gli altri, diverse tra loro.
Entrambe, sorta di “Martial Arts Therapy”, ti fanno scavare nel buio delle tue pulsioni, dei tuoi “non  detti”, “non ammessi”, nel tuo disagio frutto di vissuti interiori, soggettivi, a  contatto con un punto critico che possiamo chiamare limite.
Tu sprofondi, azioni ed emozioni, nel tuo orrore profondo.

Quando quel doloroso e difficile contatto è stabilito, allora il confliggere corpo a corpo in pedana diviene un percorso di individuazione, di scoperta di quel che sei e come sei, di adultità, non più solo anagrafica.
Questo perché “Reprimere la propria aggressività, in qualunque forma essa si presenti, significa incatenarsi all’idea del perdono e della colpa da espiare, nonché colludere nella maniera più distruttiva con l’odio che si soffoca in sé” (A. Carotenuto “La mia vita per l’inconscio”).
E si impara a relazionarsi, a saper stare nel confliggere quotidiano, perché, nessuno escluso, sin dalla nascita, siamo immersi in quella che chiamiamo realtà. Essa non è uno un palcoscenico su cui poter rappresentare una finzione. La realtà è fatta di ‘altri’, con cui entrare in rapporto, un rapporto sempre e variamente conflittuale: con il / la propria partner, con i figli, con il vicino di casa, con il professore a scuola, con il collega d’ufficio … con le mille parti che compongono noi stessi.
L’altro è la prova vivente della nostra esistenza.
Ciascuno sceglierà la sua Arte o, invece, si testerà su entrambe, per imparare, attraverso il combattimento, a relazionarsi sanamente ed equilibratamente con tutto ciò che, nel quotidiano, è “altro” da noi, riconoscendo la propria parte “ombra”, pulsioni e aggressività, fino a farne una risorsa e non più un mostro da negare, da soffocare, da temere nelle sue improvvise ed incontrollate esplosioni di collera e violenza.
Una risorsa, non un area di sfogo che, terminata, lasci l’individuo, ed i suoi problemi, lì irrisolti. Una risorsa, appunto, per conoscersi, mostrarsi e trasformarsi.
Per avere più  chances nella vita. Per più serenamente godere di questo breve tratto di esistenza che è vivere.

“Fintanto che creiamo delle ‘toppe’ per coprire ciò che consideriamo una situazione non sfruttabile – toppe metafisiche, filosofiche, religiose – la nostra azione non sarà il ruggito del leone. Sarà l’urlo del codardo – molto patetico”
(Chogyam Trungpa “Il mito della libertà e la via della meditazione” )


1.     Gli scacchi, sin dall’origine anche se poi si sono parzialmente evoluti, sono fortemente orientati a privilegiare operazioni concrete ( dunque, tattiche) per l’attacco al Re avversario. Negli scacchi, la vittoria può essere ottenuta in una mossa, nel caso più eclatante lo scacco matto o c’è o non c’è (logica bivalente) e, più in generale, la presenza di pezzi di diversa importanza ed esplicitamente schierati sin dall’inizio, indirizza in modo evidente lo scontro attraverso il dispiegamento di forze verso punti vitali e spesso attraverso una decimazione delle difese avversarie;  questo modo di procedere è in relazione alla Via “occidentale” di approcciare una lotta, un conflitto.
Il go ( o wei ch’i) è fondato sul concetto di controllo totale, il suo scopo è il controllo del territorio sul goban (la scacchiera),  “nel wei-ch’i il successo è una serie di gradi, in qualche modo più fuzzy  . L’obiettivo non è tanto quello di sconfiggere l’avversario, quanto di
massimizzare vantaggi e svantaggi. Più che un duello, è una competizione economica
per un bene scarso” (Quaderni di Ricerca in Didattica, n. 19, 2009. Dipartimento di Matematica, Università di Palermo).


2.     In genere, si intende per strategia l’approccio generale al combattimento, il piano d’azione, mentre per tattica le diverse soluzioni concrete, le “tecniche”, per capirci. Però anche … “La tattica è sapere cosa fare quando si ha qualcosa da fare; la strategia è sapere cosa fare quando non si ha niente da fare” (S.G. Tartakower)

Post illustrato con immagini di dipinti di F. Goya, uno che di problemi di personalità ... se ne intendeva.






giovedì 4 aprile 2013

Educazione siberiana


“ Un uomo è molto più raro di un uomo onesto”
(G. Simenon “il destino dei Malou “)

Da decenni sono refrattario ai romanzi, lettura che mi concedo solo nel canonico mese di “ferie estive”.
Ci furono, sì, gli anni in cui li “divoravo”. Nella mia adolescenza lessi di tutto, da Pasternak a Dos Passos, da Hemingway a Goethe. Poi, complice la “sbornia” politica, mi gettai sui saggi  e … non ho più smesso.
Eppure, stimolato da quanto ho letto attorno al film “Educazione siberiana” di Gabriele Salvatores ed in attesa di vederlo ( devo aspettare che Lupo sia via da Milano !), entro alla Feltrinelli così, per “kazzeggio”, e mi trovo a comperare il libro di Lilin (1) da cui è tratto il film.

Il mio "Lampo Nero", un UWK della Cold Steel
Lettura piena, coinvolgente.
La cui forza potente, a tratti prepotente,  dell’educazione maschile e al maschile, si mischia fino a confondersi, ad amalgamarsi, con la cultura e la pratica del delinquere.
Giovanissimi, bimbi, instradati sulla via della violenza e della delinquenza, in una cornice di valori, per me, totalmente condivisibili nell’essenza; in una trasmissione di saperi, dall’anziano al giovane, solida e maschia.
E’ questo che mi ha destabilizzato.

Ci può stare che oggi e nella società cosiddetta normale il passaggio di saperi, contrariamente a quanto avveniva una volta nella stessa o, come narrato nel romanzo, nella società criminale, sia ormai indebolito, quando non addirittura capovolto, a favore dei più giovani. L’evoluzione tecnologica pone inevitabilmente l’anziano in posizione down rispetto al giovane. Sono gli anni post 2.000 quelli in cui, per la prima volta, le parti si sono invertite: sono i giovani a saperne di più degli anziani, ad insegnare loro.
Ci può stare, certamente. Anche se il moloch tecnologico oscura, tra realtà virtuale, un vivere tutto “fast” ed una banalizzazione emotiva dilagante, proprio i valori, le radici, la Tradizione insomma.
Quel che più mi ha sconcertato è, tuttavia, il mio spontaneo riconoscermi in una sorta di educazione “alla siberiana” appunto, che, quando mi guardo attorno, trovo del tutto scomparsa nella società odierna.

Restiamo anche solo nell’alveo familiare.
E’ tramontata ( meglio così!) la figura del padre padrone, autoritario e completamente assente dal quotidiano educare, spettandogli solo il compito di punire il figlio.
Mi trovo personalmente distante da quello che il pedagogista Daniele Novara chiama il “padre pelouche”, tutto amico e complice del figlio. Con ciò incapace di mostrargli, a partire dall’esempio, obiettivi di vita e confini entro cui muoversi, di incoraggiarne coraggio ed audacia unitamente al senso di responsabilità e generosità.
Ecco, dove è, invece, il padre educatore, formatore ?
Il piccolo Lupo, in piena formazione marziale
Quello che sa spiegare e dare le regole invece di limitarsi agli ordini; capace di stare al fianco del figlio quanto di fargli da contenimento nei momenti estremi; capace di introdurre il figlio al senso della fatica e del dovere perché ogni ostacolo affrontato e superato è una prova di crescita e rafforzamento dell’autostima; una padre in costante tensione tra autonomia e rispetto.
Quanto sopra, senza spulciare  nella disastrata istituzione scolastica o nei grotteschi e cafoni messaggi televisivi. Ambedue complici nell’appiattimento culturale e valoriale, nel sostegno a questi eterni e nevrotici adolescenti, che restano tali anche a trenta o quarant’anni.

Libro intenso, appunto, letto in pochi giorni. Libro dai tratti, per me, inquietanti perché, fatte le debite proporzioni tra la Siberia e l’Italia, tra il mondo della delinquenza e quello della (apparente ?) normalità, prese le dovute precauzioni d’uso, mi ci ritrovo.
Perché non rinnego il mio profondo amore per i miei figli, il gusto di abbracciarli e baciarli, di non nascondere nulla dei miei sentimenti teneri nei loro confronti, come l’occuparmi quotidianamente di loro, sin dagli anni della nascita, col cambio del pannolino, il bagnetto, le visite dalla pediatra, il biberon notturno, poi la spesa al supermercato, la preparazione delle pappe e poi il colloquio con le maestre, ecc.
Il che, per altro, non mi impedisce di indicare loro una Via, di offrire loro prove di coraggio e maschia generosità, di contenerne gli esuberi disordinati mai sottraendomi al ruolo di padre.
Quanto c’è di “educazione siberiana” in tutto questo ?

“Un padre che, proprio perché ama i figli, ed è profondamente affettivo, non si sottrae alla sua funzione di fornire loro indicazioni, norme, visioni del mondo. Un materiale di conoscenze e valori che spesso i figli rifiuteranno, o accantoneranno per lungo tempo nella loro vita. Un dono paterno di cui hanno tuttavia assoluto bisogno, per costruire, nel confronto con esso, la propria sicurezza e la propria libertà”
(C. Risè “Il mestiere di padre”)

(1)   Lascio volentieri ad intellettuali nevrotici ed invidiosi ( toh, quante donne in questa fila di ipercritici e nei commenti acidi !!) la messa in discussione del libro  a partire dalla veridicità o meno di quanto narrato
Sarà perché non sono così ignorante da non conoscere Bettelheim, Propp, Demetrio e tutto il pensiero che sa attribuire senso psicologico o allegorico alle narrazioni. O semplicemente sarà perché sono padre. Così, il libro di Lilin mi permetto di consigliarlo non solo a tutti i padri, ma anche ai maschi adulti che padri non hanno voluto essere mancando una tappa fondamentale dell’adultità,  e pure a quelli che, nonostante l’età anagrafica, adulti, in personalità e registro emotivo, ancora non lo sono. Magari, magari, questi ultimi qualcosa imparano.



lunedì 18 marzo 2013

Padre e figlio


“E’ ribelle chiunque è costretto dalla propria natura a una relazione con la libertà”
(E. Junger “Trattato del ribelle”)

E’ Domenica. prendo con me un coltello. Lo scelgo accuratamente tra quelli esposti in vetrina: lo Hissatsu.
Un coltello che ha già una sua storia, nell’ideazione e nella realizzazione: (http://www.crkt.com/Hissatsu )
Una storia piccola, breve, lo ha anche questo esemplare in mio possesso. Lo acquistai da un militare di professione, di stanza a Vicenza. Mi è stato compagno in una seduta di terapia volta ad “aprire” la botola ferrea che la cliente teneva stampata sul volto. Poi, in alcuni momenti di formazione marziale particolarmente tosti.
Con lui, in una valigetta, c’è la mia pistola a gas.
E’ Domenica. Una domenica mattina soleggiata e percorsa da un vento allegro e spavaldo.
Sono in Dojo con Lupo, per un paio d’ore di sana e profonda complicità maschile.
Padre e figlio, io e lui.
Ci unisce la pratica del coltello, l’acciaio: “Un uomo senza acciaio è un uomo senza vita” (Fehrman Knives). Così io interpreto la bella frase che contraddistingue l’opera di questi coltellinai U.S.A.
L’acciaio, simbolo maschile per eccellenza, che rimanda all’animale Tigre nella cosmogonia taoista: il coraggio e la violenza, la passione e il senso dell’agguato.
O ad Ares, il turbolento dio greco della guerra che poi, se ben educato ( ex ducere = condurre fuori ), si evolverà nel dio romano Marte, la cui forza guerriera lo farà generoso ed attento protettore della comunità.
Così, guido Lupo lungo la pratica del coltello, quello che alcuni hanno definito il “ servo silente”.
Prima Lupo impugna il suo coltello d’allenamento, poi gli metto in mano un “Finn Bear”, leggero ed affilato coltello della Cold Steel.
Sono fendenti ed affondi a vuoto, fino ai tagli vibrati sul bersaglio che si offre inerte alle nostre lame avide.
Il coltello, ovvero il contatto responsabile con un’arma, tagliente ed affilata.
Un piccolo, minuscolo, gradino verso la crescita.
Quei momenti, quei riti di passaggio, che una società lassista e femminilizzata, consumista e frivola, ha ormai dimenticato. Perché si nasce di sesso maschile, ma “maschio” si diventa. Forse.
E si può solo attraverso un apprendimento continuo ed appassionato: “ Il bambino – ragazzo ha un bisogno vitale che un uomo, il padre possibilmente, gli fornisca un orientamento per guardare dentro di sé, per stimarsi, ma anche per criticarsi, quando occorre. Un orientamento nato dalla cultura da cui il suo corpo, i suoi istinti e la sua psiche provengono: quella maschile” ( C. Risè “Essere uomini” ).
La cultura della lotta, della caccia, del saper accettare il conflitto, della frugalità e del sacrificio. Del tenere alta la testa nei momenti di avversità. Tutti elementi che, se appresi sin dall’infanzia, permetteranno un passaggio all’adolescenza blandamente traumatico: “(…) alcuni giovani affrontano e gestiscono le sfide dell’adolescenza meglio di altri; di loro diciamo che sono più resilienti e che possiedono miglior strategie di fronteggiamento” (K. Geldard & D. Geldard “Il counseling agli adolescenti” ).
Ora impugno la mia Walther CP99. Il carrello scorre rapido ed i “pallini” fioccano tesi e diretti sulla sagoma di cartone.
Lupo sorride. Tocca a lui e quella pistola sembra enorme nelle sue manine.
Non amo per niente la “armi da fuoco”, nemmeno in questa versione “giocattolo”. Non c’è il confronto fisicoemotivo, non c’è il sincero guardarsi dritto negli occhi. Non c’è il contatto.
Ma mi piace introdurre Lupo, attraverso un giocattolo ed un gioco, dentro un mondo che esiste ed ha il suo senso.
Un mondo dove le perversioni umane, le follie omicide, i raccapriccianti resoconti di “cronaca nera”, mi paiono nient’affatto differenti dalle vili paure che demonizzano le armi da fuoco; dalle urla isteriche ed ansiogene che le vorrebbero mettere al bando. Come a dire “eliminiamo le armi da fuoco” invece di educare, formare, l’uomo, colui che le impugna.
Bel salto di incoerenza, di non assunzione di responsabilità.
Ecco, assunzione di responsabilità, esplorare i nostri materiali più profondi, mettere coraggiosamente le mani nel caos, perché la salute di ogni individuo dipende dalla possibilità di essere creativo, cioè di “autorealizzarsi”, e coincide con l’espressione sincera delle proprie potenzialità, con il dispiegarsi delle caratteristiche neoteniche proprie della specie umana.
Confido che anche da una mattinata come questa, Lupo impari.
A casa, insieme, puliamo i rispettivi coltelli. Azioni semplici, ma simboliche. Un rito breve, ma intenso. Simboli e riti non consentono mai ad una parte di prevaricare le altre, rappresentano sempre gli opposti, le diversità, tenute insieme perché solo insieme sono una forza. Anche questo è un insegnamento prezioso.
Poi, metto le mani in cucina: una gustosa pasta per tutta la famiglia. Perché Lupo assimili che un buon maschio è tale se sa lottare, sa sostenere il conflitto, ma sa anche occuparsi della “tana”, della casa. Sa occuparsi della famiglia che ha creato. Sempre.

“Scopri allora che la tua vita ha un senso, una direzione, e un interesse, proprio in quanto è la tua propria vita, di te come essere umano, di genere maschile”
(C. Risé “Essere uomini”)





lunedì 4 marzo 2013

ACAB, delle passioni e del vivere


“Jack si è rialzato e ha gridato “Voi non potete sapere quanto dura sia la lotta – bisogna rivoltarsi la pelle … perché se lotta deve essere che lotta sia per sempre !”.
(M. Philopat “La banda Bellini”)

A volte ritornano. A volte.
Sotto forma di emozioni forti: paura, terrore, rabbia immensa, follia distruttiva. Contro tutto e tutti.
A volte sono i visi a riaffiorare, quelli di amici e quelli dei “nemici”; quelli che avevo accanto, Maurizio, Marco, Francesco, quelli guardati contro, Amedeo, Toni, Andrea. Quelli sconosciuti che erano con me fianco a fianco, casco e spranga in pugno. Quelli altrettanto sconosciuti spiati di fronte tra caschi e passamontagna, manganelli e coltelli tra le mani.
Altre volte sono le strade della mia amata Milano a prendere colori inquietanti, percorsa oggi per futili motivi, ieri, un ieri datato ma mai dimenticato, attraversata tra cortei urlanti, cariche della polizia, puzzo di fumo ed auto incendiate, agguati ai “nemici” fatti o subiti. Orde o manipoli furiosi, incazzati, ciechi di odio e passione.

Sullo schermo di casa scorrono le immagini di ACAB, “All Cops Are Bastards”, potente pellicola di Stefano Sollima.
Tre poliziotti della “celere” alle prese con la quotidiana violenza fuori, nel loro mestiere, e dentro, dentro non solo le loro vite private ma anche il loro animo. Ed un novizio, da iniziare ai riti della “fratellanza”.

Non importa se quella è Roma e le bande estreme sono di ultras del calcio vagamente invischiati nella politica.
La marea di ricordi, di emozioni, non conosce distinzioni.
La “bestia”, il “passeggero oscuro”, ghigna dentro.
Sono solo in casa. Troppo solo perché gli innocenti giochi di Lupo o il bellissimo portale tibetano, regalo di amicizia vera, autentica, mi scaldino il cuore. E’ l’acciaio in bella mostra sulle pareti a cavalcarmi il cuore, ad offrirsi prezioso alleato. A stuzzicarmi perché la “bestia” mugoli più forte, fino a tirar fuori gli artigli e le fauci affamate.
Le immagini scorrono rapide ed intense. Uomini, maschi, adulti o giovani. Tutti inerti tra le mani del dio della guerra, di un Ares impazzito di violenza vomitata del tutto a caso e senza limiti. Come è sempre quando è Ares a regnare: “Ares reagiva emotivamente; i suoi sentimenti lo portavano a dr battaglia, schierandosi al fianco degli uomini cui si sentiva legato, spesso dal sangue. La lealtà e la vendetta erano le ragioni che lo spingevano all’azione e avevano il sopravvento su altre considerazioni.” (J.S. Bolen “Gli dei dentro l’uomo”).

So che è la mia pratica marziale l’arena in cui lasciar giocare la “bestia”, lasciarla agire. Perché solo se la ri – conosco posso integrarla nelle mille parti che mi compongono.
E questo vale per ognuno di noi, ognuno di noi le cui pulsioni, più o meno latenti, più o meno potenti, sonnecchiano nel fondo del buco.
Questo è praticare Arti Marziali. Davvero. Perché l’Ombra non si allunghi quando è lei a volerlo; di più, perché essa sia preziosa alleata quando lo scontro, qualsiasi scontro, si farà duro e cattivo.
by aspius
Altrimenti beleremo come pecore alla tosa: di fronte al capoufficio o nell’incapacità di indicare la direzione ai figli; nell’accasarsi con una donna-mamma che provveda per noi o nello scappare di fronte alle responsabilità; subendo un lavoro che detestiamo o rifugiandoci  in un lavoretto da poco che tanto c’è chi ci mantiene; scoppiando gonfi d’ira e di pretese contro un altro per non guardare in faccia la nostra miseria d’animo; sfogando la frustrazione in una palestra tra pesi, guantoni e musica metallara pesante o incollati davanti alle slot machine.

Pellicola impressionante ACAB. Da far vedere certo a tutti quegli esaltati delle gare sportive a contatto o del Kung Fu “arma letale” o della preparazione fisica o delle colorite caterve di discipline paramilitari sbocciate come funghi dopo il temporale. Questo perché, forse, riusciranno ad annusare un po’ di quel che vuol dire combattere e rischiare la pelle, invece di crogiolarsi nelle loro sciocche certezze di superman da palestra. Ma anche da far vedere a tutti coloro che non comprendono cos’è praticare ogni giorno di pugni e di calci, praticare al freddo e nella neve alta, praticare la notte per otto ore di seguito, impugnare acciaio vero e non giocattolini per adulti ritardati. Che non comprendono o vogliono fuggire dal divenire adulti.

“La violenza del maschio è stata invece sempre riconosciuta e organizzata da tutte le società passate più sagge. (…) Tutto ciò serve ad abituare il maschio a riconoscere e accettare la propria violenza, e a ricondurla fin dall’ingresso nella vita adulta sotto il controllo della società. E’ come se l’individuo maschio per formasi, crescere, assumere la propria identità, dovesse riconoscere dentro di sé un nucleo di forza oscura, violenta, ed entrare in contatto con esso”.
(C. Risè “Diventa te stesso”)



martedì 26 febbraio 2013

32° Kangeiko – stage invernale –


Febbraio 2013. Agriturismo “Il Palazzino” Maserno – Montese (MO)

Non importa soffrire, tanto più che proverai gioie intense. Quel che importa è non mancare la propria vita”.
(S. Weil)

Ogni volta che ci alziamo dal letto, dopo la dormita notturna, è un “ricominciare”. Magari lo facciamo “in automatico”, come trascinati da un tran tran ( un “copione”) che ci pare scritto da altri e non creato ed interpretato, di giorno in giorno, da noi stessi.
Lo facciamo e basta, inerti detriti trascinati dalla corrente. Oppure ci aggrappiamo ad un domani, ad un evento che accadrà domani in attesa del quale ( aspettando Godot ?) sopportiamo il quotidiano succedersi di cose ed incontri che nemmeno ci appassionano e, forse, nemmeno ci appartengono.
Ecco, scegliere il Kangeiko, lo “stage invernale”, è certamente un atto di coraggio. Un prendere, per una volta, coscienza di quel che siamo e facciamo.
Altrimenti, che ci faremmo alle 07.00 del mattino, a praticare i fondamentali del Tai Chi Chuan  a meno 2° ? Che ci faremmo, sotto la neve che fiocca ininterrottamente e su cui sprofondiamo fino alle cosce, a misurarci col Kenpo prendendoci a bastonate e pugni e spintoni ?
No, non è temerarietà, nemmeno machismo, neppure masochismo. Nulla da dimostrare né mostrare.
Solo il coraggio di entrare a viso aperto nel “qui ed ora”, magari mettendo in discussione, con la propria di vita, anche quell’ambiente sociale, culturale ed economico in cui viviamo.
Il coraggio di ascoltare la natura in un contesto dove la mano umana, pur presente, non ne ha distorto ed offeso l’intima essenza. La natura, folgorante ed intenso luogo di accoglienza. Essa si concede in una vita vissuta che solo la pratica marziale sincera, laddove combatti per non morire e non certo per tonificare il fisico o vincere una medaglia, conosce nella sua purezza intatta. Nulla di essa appare invano, tutto ha un suo peculiare modo di apparire ma anche di sprofondare nell'invisibile. Un darsi, un comunicare inesauribile che coinvolge e suscita tutto il nostro essere, sensi ed immaginazione, cuore e respiro.
Si possono e anzi si devono sognare altri mondi, ma il cuore ci insegna che dobbiamo respirare nel mondo in cui ci troviamo” (C. Riva in “Conflitti” 2013 a. 12 n°1).
E questo, immersi nella neve, è il nostro “qui ed ora”, il nostro precario e per niente sempiterno mondo. Un mondo, personale e collettivo, in cui ascoltare il nostro respiro: inspirare ed espirare, ovvero stare fermi ed agire, accogliere e dare. Un altalenarsi, un incontrarsi e scontrarsi di ascolto ed azione,
Per una volta, per due giorni, a prendersi cura di sé e di chi ci sta accanto, a immergersi nel creato, anche nelle sue manifestazioni più violente e inospitali.
Ognuno di noi guerriero del Kenpo, povero e forte insieme della propria fragilità umana, energico ed entusiasta, generoso e propositivo; ognuno a suo modo  cogliendo il ritmo delle cose e della vita.

“Io ritengo che sia necessario ritrovare ciò che appare  fondamentale nella vita di un uomo, una tensione spirituale continua nel corso degli eventi quotidiani, la tensione tipica di colui che sa attendere con animo vigile il momento del pericolo”
(Y. Mishima “Lezioni spirituali per giovani samurai”)














venerdì 15 febbraio 2013

La festa di Biagio


“Nessuno può vivere senza il piacere”
(san Tommaso d’Aquino)

Sì, proprio il nostro Biagio. L’allievo che, con Claudio, mi accompagna nel percorso marziale dai tempi dell’Umanitaria. L’allievo che, giunto allo Z.N.K.R. alle soglie dei cinquant’anni, ne ha compiuti ottanta a Febbraio. E li ha voluti festeggiare insieme a noi, a noi tutti suoi vecchi e nuovi compagni di viaggio. Così ci ha invitato alla “Taverna degli amici”, godibilissima trattoria in zona, perché insieme facessimo festa.
Una bella ed allegra tavolata. Discorsi seri e “cazzeggio” si sono intrecciati; praticanti di lunga data come i Maestri Giuseppe e Massimiliano e praticanti da un paio d’anni come Luigi e Roberto; Angelica, ovvero la nipotina di Biagio, e mio figlio Lupo; compagne dei praticanti, come Monica e Carla, insieme alla famiglia di Biagio e Michele, suo figlio, anche lui praticante di “lungo corso”, dal 1984.
Grazie Biagio, cintura nera 3° dan. Grazie di esserci stato e di esserci tutt’ora, col tuo immancabile gi bianco ed i piedi scalzi, i tuoi pugni ficcanti ed imprevedibili, la tua voce seria e la tua passione profonda. Sempre presente, sempre attento ed impegnato: esempio ferreo per chi è arrivato ed arriva in questi anni. Nuovi praticanti che portano con sé, spesso, una gracilità d’intenti ed una presenza discontinua la quale stona con l’impegno che una radicale pratica marziale chiede per offrire, in cambio, crescita e maturazione adulta.
Grazie di cuore, allievo ed amico Biagio.