lunedì 27 maggio 2013

Raduno ed esami Kenpo - bimbi e ragazzi


“Occorre coraggio piuttosto che divieti”
(D. Novara)

Milano.
Honbu Dojo Z.N.K.R.



Domenica 26, quattordici tra bimbi e ragazzi a cimentarsi nella pratica del Kenpo.





















Quattordici giovanissimi kenpoka entusiasti e vivaci, timidi e impacciati ma tutti generosi nel portare molto di sé sulla scena dell’Arte Marziale e, con essa , del vivere quotidiano,
Giochi di immaginazione, camminata in cerchio, giochi di equilibrio sulla fit ball.
Pugni pesanti sul corpo, senza possibilità di difendersi, anche cantando a squarciagola per trovare, con la capacità di respirare ed insieme aprire la gola, la disponibilità a reggere le situazioni più sgradevoli, quelle in cui siamo da subito in posizione down.
Elogio della disponibilità, dell’apertura, questo sono le Arti Marziali, il Kenpo, come noi lo pratichiamo e lo offriamo. Nessun “machismo”, nessuno sfoggio di durezza, di io ipertrofico.
Gentilezza e fermezza sono le metà di un intero e soltanto insieme formano la vera Via del kung fu”. (Bruce Lee).
 Così, mentre i giovanissimi si cimentano nelle cadute, imparano che le cadute  sono chiamate ukemi, in lingua giapponese. "Uke" deriva dal verbo "ukeru", ossia "ricevere", mentre "mi" è uno dei modi di dire "corpo"... ukemi quindi è "il corpo che riceve". Non più io corpo che, aiuto !!!, cado al suolo. Piuttosto io corpo in grado di  adattarmi, mutare repentinamente per far fronte ad una situazione nuova, inaspettata, subita, anche sgradevole, come perdere l’equilibrio, ossia perdere le mie certezze.
Così, mentre impugnano un kenmousse, si cimentano con una manualità resa diversa dal relazionarsi con un oggetto, con un diverso rapporto spaziale.
E il “randori d’entrade”, dove vince solo chi meglio collabora con l’altro, meglio scambia risorse e scarsità, meglio ascolta le proposte lottatorie dell'altro ed esprimere liberamente le proprie.
E il momento all’aperto. Per rotolarsi a terra senza schifarsi per un po’ di fango o di escrementi animali, per affrontare lo sguardo e l’attenzione di chi ci è estraneo.
La consegna delle cinture. Rito antico che ripropone la profondità della “Trasmissione”, l’appassionante fatica del crescere, le prove di iniziazione all’età adulta.
Poi, insieme a giocare, ridere, mangiare e bere
Minuscola comunità di individui, giovani e non, in cerca di sé e del proprio stare bene al mondo.

“Don Juan mi spiegò che la spietatezza, l’astuzia, la pazienza e la gentilezza sono l’essenza dell’agguato. Sono le basi che devono essere insegnate per gradi, attenti e meticolosi, insieme a tutte le loro ramificazioni”
(C. Castaneda)

Un grazie enorme ai giovanissimi kenpoka per l’entusiasmo dimostrato. Ai genitori, nonni, parenti ed amici presenti che hanno così testimoniato la loro vicinanza al percorso “guerriero” dei bimbi e dei ragazzi. Ai Maestri Giuseppe (Gli Erranti di Milano) e Valerio (DAO San Benedetto d.T) che hanno condiviso la guida del Raduno. A Donatella, Angelica e Giovanni che si sono prestati “da spalla”. All’Insegnante Celso per l’ottimo lavoro che, nel corso bimbi & ragazzi, svolge con passione e competenza.
A giorni, su SHIRO, il nostro periodico disponibile anche on line su questo blog, altre foto ed i commenti di alcuni praticanti.















Debutto a teatro


Beh, parole forse un po’ “grosse” ma … Lupo, Sabato 25, ha concluso il suo primo anno di corso di teatro, presso il circolo A.R.C.I. Ohibò, recitando nel “Mago di Oz”.
Ovviamente, fui molto contento quando Lupo, in autunno, decise di iscriversi al corso. Mi piaceva l’accoppiata Kenpo e Teatro. Mi piaceva perché mi risuonava Bun Bu Ryodo, il motto nipponico che privilegiava, per un samurai, la doppia Via della guerra e della cultura; mi ricordava il rinascimentale “penna e spada”, ovvero l’invito all’azione e al pensiero; calcava alla perfezione l’esperienza della nostra Scuola, lo Z.N.K.R., che, tra la metà degli anni ’80 e la fine dei ’90, ha messo in scena più d’uno spettacolo di “Teatro Marziale”. Questi erano spettacoli in cui la gestualità marziale, il nostro lavoro marziale, dava voce a poesie, fiabe, racconti; in cui costruivamo costumi e maschere, mixavamo musiche, rielaboravamo testi di altri o ne scrivevamo di nostri. Esperienza unica in Italia  e che ci ha visto presenti in diversi teatri milanesi come in feste all’aperto, ospiti di manifestazioni sportive e concerti rock.
Mi piaceva perché non era la solita scelta del nuoto o del calcio, ma privilegiava l’espressone emozionale che in Lupo è così sviluppata.
Allora, eccolo in scena nella parte del “leone fifone”.
A fine rappresentazione era felicissimo di sé e orgoglioso dei complimenti che i genitori degli altri bimbi gli rivolgevano, delle parole del suo docente che lo incoraggiavano a continuare l’avventura teatrale.
Una esperienza che Lupo ha già detto di voler proseguire la prossima stagione. Ed io ne sono stracontento.
Un grazie a Giovanni, che è venuto a sostenere la fatica di Lupo; a Giuseppe e Donatella che si sono anche premurati di truccarlo.




martedì 14 maggio 2013

Andragogia marziale e non solo



"Ricordati che quando punti l'indice verso una persona, tre dita della mano puntano su di te"
(proverbio indiano)

Oggi scriverò di didattica (come insegnare / imparare ) ed andragogia (l’apprendimento negli adulti).
Ne scriverò evidenziandone tre caratteristiche proprie della nostra Scuola.
Partiamo da un dato, conosciuto secoli or sono nella cultura taoista e riconosciuto oggi da neuroscienze e psiconeuroendocrinoimmunologia.
Cioè che l’uomo, composto da più tratti psicologici in conflitto e combutta tra di loro (1), si ritrova poi uno, indivisibile, il cui corpo è uno spazio, un luogo dove il pensiero pervade ogni organo, ogni apparato, ogni scambio cellulare. Per identico principio, vale anche l’opposto: tutte le molecole e gli scambi chimici, e di conseguenza energetici, che si generano nel nostro corpo, danno forma al pensiero e si evolvono in una forma mentale.
Un complesso fisicoemotivo di cui ho già ampiamente scritto in altre occasioni, sia sul blog che sulle pagine di SHIRO, il nostro periodico.
Allora, la nostra didattica e la nostra andragogia, quelle con cui affrontiamo il percorso marziale, si sostanziano di
Una vulnerabilità (2) interna
Partire da sé, da ciò che sappiamo come da ciò che, strada facendo, scopriamo di … non sapere. Aprirsi alle proprie risorse interne, accettare e ri – conoscere pulsioni ed emozioni per farne strumento di apprendimento e di relazione con l’ambiente. Il praticante non si plasma su ciò che viene da fuori, non ripete. Questi relaziona sé e il contenuto propostogli non come accumulazione, perché nulla del combattere ( come di ogni agire primordiale ) gli è del tutto nuovo, ma come una specie di cassa di risonanza interna.
Una dimensione sostenibile
Attraverso lo stress del combattere, il praticante scopre le proprie risorse. Ovvero la formazione marziale come attivazione e potenziamento di quanto già è in lui a partire dagli stimoli interni (emos – azioni, cioè “moti d’animo propulsori di qualunque movimento, compreso quello di contrattura frenante o difensiva”. S.Guerra Lisi & G. Stefani: Il corpo matrice di segni ) ed esterni ( le situazioni motorie a solo, in coppia e di gruppo, in cui viene coinvolto dal Sensei). Egli accorda le proprie risorse fisicoemotive con gli accadimenti marziali della formazione,  che divengono occasione di ulteriore conoscenza e rafforzamento personale. Un percorso di apprendimento e crescita che, per dare i suoi frutti, deve essere sostenibile dal praticante, ovvero fonte di eustress ( lo stress “buono”) e non di frustrazione, fonte di cadute in cui gli sia sempre possibile rialzarsi e non di cadute nel vuoto o di KO risolutivi della sua autostima: “Dentro un ring o fuori non c'è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra”. Mohamed Ali)
Una corrispondenza relazionale
Ovvero il Sensei, “colui che è nato prima”, è guida alla formazione, facilitatore sulla via dell’apprendimento e non Maestro, ovvero unico depositario del sapere che, dall’alto dello stesso, dispensa agli allievi.
Con lui, opera il gruppo, luogo insieme di accoglienza (nessuno giudica nessuno) e regressione ( tutti lavorano sulle pulsioni, sul primitivo che sonnecchia in ognuno di noi).
Nel gruppo vige:
la risonanza, laddove il vissuto di uno risuona dentro l’altro, stimolando dimensioni e conflitti che ognuno sperimenta in modo personale, ma dietro induzione gruppale;
il rispecchiamento, laddove ognuno guarda gli altri per vedere se stesso, ovvero sugli altri mette scene del suo mondo interno per poterle vedere e ri-conoscere. Scene che il gruppo gli rimanda ogni volta reinterpretate dal gruppo stesso.

Il motore della pratica marziale, anche e soprattutto nei suoi aspetti terapeutici (3) di individuazione e crescita / consolidamento del sé, è la relazione: i calci ed i pugni, le bastonate e le coltellate, i giochi di coppia,  sono in primo luogo il modo di costruire le condizioni perché possa esprimersi in modo produttivo la capacità creativa del singolo nel gruppo.

Il metodo di apprendimento è la formulazione di domande pratiche, di koan zen fisicoemotivi, che inducano il praticante ad attingere alle sue risorse personali, alle sue energie istintuali, per risolvere le situazioni di lotta. Con ciò imparando a conoscere ed accettare le sue parti Ombra (ovvero quei sentimenti e ed emozioni repressi e/o rimossi da ognuno di noi in quanto ritenuti brutti, cattivi, socialmente non accettati; dunque anche l'insieme delle funzioni e degli atteggiamenti non sviluppati della personalità )  e a formarsi adulto equilibrato e coraggioso.

Imparare a lottare nel Dojo come metafora e metonimia del confliggere quotidiano. La formazione marziale per saper affrontare le relazioni nel lavoro, in famiglia, interpretandone le difficoltà non come un ostacolo da abbattere o da cui fuggire, un conflitto da risolvere, ma un’occasione di crescita e trasformazione. Questo proprio grazie a quegli stessi aspetti conflittuali che, in realtà, … arricchiscono le relazioni!!


1.       Quante personalità si aggirano nella psiche di un individuo ? E come fanno a stare insieme ? Quanto forti sono le tendenze all’aggregazione tra queste diverse parti e quanto quelle alla dissociazione, alla separazione ?” (C. Risé: ‘Diventa te stesso’).
2.       Sul tema della vulnerabilità, rinvio al pensiero di Brené Brown.
3.       Terapia marziale ( da non confondersi con la medicale “terapia del ferro” ) è da intendersi come pratica del confliggere fisicoemotivo, del combattimento corpo a corpo, quale percorso di individuazione ( “L’individuazione è quindi un processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale” C.G.Jung ) e potere personale, di crescita adulta ed autodiretta, di capacità nel sostenere i conflitti relazionali quotidiani.

Post illustrato con immagini del Raduno Kenpo adulti di Sabato 11 Maggio.






giovedì 2 maggio 2013

Il ... gusto di vivere


Anche, o proprio ?, quando piango, quando sento il temporale crescere dentro di me, farsi tempesta inespressa, ecco, allora, io vivo.

L'acciaio letale dei katana
“La maturità psichica è la capacità di essere solo in presenza di un’altra persona”

Amare vivere. E’ questa la forza potente  che fronteggia la disumanizzazione.
Il piacere di vivere. E’ l’atteggiamento fisicoemotivo grazie al quale l’ambiente in cui siamo e il nostro agire in esso ci appaiono degni di interesse, forieri di scoperte eccitanti quanto dispensatori di certezze rassicuranti.
Non scrivo, qui, di una superficiale euforia, di un “abbigliamento psichico” in stile New Age, di una impalcatura mentale edificata sui comandamenti dello yankee “pensiero positivo”.
Qui scrivo di un pensiero e di un fare profondo.

Come tale, da un lato
Lupo, nove anni, giovani guerrieri crescono
-       fa i conti con l’individuo, con le mille sfaccettature che ci fanno unici. Contrapponendosi, sovrapponendosi, confliggendo con l’Ombra e le pulsioni, i ruoli e le maschere, l’educazione sociale e le paure mai esplorate, le proiezioni sugli altri e l’aggressività repressa.
Un percorso tortuoso, fatto di esperienze e riflessioni crude sulle esperienze stesse; di prassi che si fa teoria per poi tornare prassi. Una prassi che, per chi percorra la Via del Guerriero, è atteggiamento critico verso il costituito e rifiuto di ogni forma di ignoranza. Prassi profondamente umana.
dall’ altro
-       tenta la connessione con quella che il filosofo Teilhard de Chardin chiamava “l’Energia di Evoluzione universale”.
Un’Energia che attinge agli strati più primitivi e, dunque, incontrollabili di ogni essere umano. Energia che è in ognuno di noi ma sta a noi coltivare ed espandere.

Il guerriero ( colui che sa stare nei conflitti ) vive l’esperienza marziale, il combattimento fisicoemotivo, come potente inno alla vita proprio riconoscendo e (simbolicamente) dando la morte.
Egli  agisce coinvolgendo consapevolmente il piano emozionale personale e, con ciò, investendo anche i piani culturali e sociali.
Sorta di divinità guerriera, si connette, nei momenti di tensione più lacerante, di coscienza espansa, con il mondo degli archetipi,  simboli delle medesime energie primarie che animano ed originano i comportamenti umani, impronte presenti nella psiche a mò di  eredità genetica, inconscio che da individuale si fa collettivo.
Dentro il caschetto, la vitalità esuberante di Davide
La pratica marziale, per come la intendiamo allo Z.N.K.R., mostra così la sua essenza di metalinguaggio che rappresenta le correnti logiche ed emozionali della psiche umana e permette loro, in un ambiente protetto costituito dal gruppo, ovvero altri individui guerrieri che condividono abbigliamento e gesti e riti e la stessa pratica violentemente conflittuale, di usufruire di un contenitore spazio – temporale.  Esso legittima i continui passaggi dal reale al sovrannaturale, dal cosiddetto normale all’espanso / alterato. Esso legittima l’ardua ricerca di sé e di come stiamo al mondo.
E’ questo che io propongo a chi varca la soglia del nostro Dojo.

“Ciò che la ( castrazione ndr) rende mostro  terribile, gli uomini tutti assassini e cannibali, è il dominio della ragione astratta che condanna e reprime e non comprende e non trasforma”
(M. Fagioli “Bambino donna e trasformazione dell’uomo”)


Nel biancore della neve, il saluto






venerdì 19 aprile 2013

Vola con me sulla luna


Vola con me sulla luna
Vola fino a farmi scoppiare il cuore
Fino a farmi sorridere gli occhi

Vola con me sulla luna
Vola fino a riempirmi la bocca di sale amaro
Fino a farmi masticare tutto l’amaro del vivere

Vola con me sulla luna
Vola fino a ricordarmi che io ti amo e tu ami me
Fino a segnare sul cielo di stelle i nostri nomi insieme

Vola con me sulla luna
Vola che presto tutto  finisce
Che tutto, troppo presto, non è più

Tiziano, ascoltando Eva Cassidy


Mercoledì 17 Aprile 2013.

lunedì 15 aprile 2013

Orrore profondo




È meglio essere violenti, se c'è la violenza nel nostro cuore, piuttosto che indossare la maschera della non violenza per coprire la propria impotenza. La violenza è sempre preferibile all'impotenza. Per un uomo violento c'è sempre la speranza che diventi non violento. Per l'impotente, questa speranza non c'è”
(Mahatma Gandhi)


Dritto e deciso. A penetrare, quando attacca. E attacca sempre, non appena intuisce l’intenzione offensiva dell’altro. Attacca ed oltrepassa, frantumandolo, l’ostacolo. Questi respira ? Odora ? ha vita negli occhi che ti guardano ? Non importa. “Questi” non esiste. E’ solo un’inezia prima di raggiungere l’obiettivo.
Certo, non è uno stupido, non va duro contro duro: aggredisce sì ma posizionandosi sull’angolo “morto”, a 45 gradi, dell’opponente e, da lì, lo oltrepassa. Come se non esistesse.
Sì, lo so, pare una cosa crudele, folle nel suo non considerare ciò che di vivo ti è di fronte. Ma questo è l’impeto letale del praticante Wing Chun Boxing. Sempre avanti. Sempre comunque.
Nel caso che sia sorpreso dall’attacco avversario allora si ripiega su di sé, si flette quel tanto che basta per smorzarne il pericolo, per deviarlo, laddove possibile, poi riprende il suo naturale flusso impetuoso ed inarrestabile. Fiume in piena che tutto travolge.
Aggressività letale senza scampo.
Combattente che osa sempre, potremmo chiamarlo.
A volte, aspetta che l’altro gli offra un arto, un appiglio qualsiasi, per incollarsi a lui e succhiarne l’essenza tra colpi e pressioni. Per andare, ovvio dai !, oltre. Sempre oltre.
Dicono che il killer psicopatico, per uccidere senza provare emozioni, non guardi mai negli occhi la vittima. Hai mai controllato se un praticante Wing Chun guarda negli occhi l’opponente ?

Diversamente opera il praticante Kenpo.
Questi avvolge, soffoca. Sempre in movimento, disegna cerchi come fa un rapace in cielo, come fa uno squalo in mare, prima di buttarsi avidamente sulla preda.
Quando attacca, attacca “a tutto tondo”, più giocatore di “go” che di scacchi (1). Più interessato a togliere spazio vitale che a “mattare” il re. Tanto, senza spazio, la preda finirà inerte tra le sue fauci.
Non disdegna che sia l’altro ad avanzare portando un colpo, allora ne attacca il colpo stesso, per poi continuare sul “regista”: distruzione rapida, consapevole, mentre gli gira attorno.
Combattente danzante, potremmo chiamarlo.
Lui sì ti guarda negli occhi, come a carpirne un senso, come a sfidarne l’istinto vitale. Si offre a te, perché tu possa coglierne la forza e … avere paura.
Lui non danza mai da solo, danza sempre con te. Se tu capisci chi sia, in quel frangente, il padrone del ritmo e dello spazio, chi guida il balletto, allora ti lascia vivere. Altrimenti…

Strategie, tattiche (2) diverse. Non solo. Modi di rappresentarsi e rappresentare gli altri, diverse tra loro.
Entrambe, sorta di “Martial Arts Therapy”, ti fanno scavare nel buio delle tue pulsioni, dei tuoi “non  detti”, “non ammessi”, nel tuo disagio frutto di vissuti interiori, soggettivi, a  contatto con un punto critico che possiamo chiamare limite.
Tu sprofondi, azioni ed emozioni, nel tuo orrore profondo.

Quando quel doloroso e difficile contatto è stabilito, allora il confliggere corpo a corpo in pedana diviene un percorso di individuazione, di scoperta di quel che sei e come sei, di adultità, non più solo anagrafica.
Questo perché “Reprimere la propria aggressività, in qualunque forma essa si presenti, significa incatenarsi all’idea del perdono e della colpa da espiare, nonché colludere nella maniera più distruttiva con l’odio che si soffoca in sé” (A. Carotenuto “La mia vita per l’inconscio”).
E si impara a relazionarsi, a saper stare nel confliggere quotidiano, perché, nessuno escluso, sin dalla nascita, siamo immersi in quella che chiamiamo realtà. Essa non è uno un palcoscenico su cui poter rappresentare una finzione. La realtà è fatta di ‘altri’, con cui entrare in rapporto, un rapporto sempre e variamente conflittuale: con il / la propria partner, con i figli, con il vicino di casa, con il professore a scuola, con il collega d’ufficio … con le mille parti che compongono noi stessi.
L’altro è la prova vivente della nostra esistenza.
Ciascuno sceglierà la sua Arte o, invece, si testerà su entrambe, per imparare, attraverso il combattimento, a relazionarsi sanamente ed equilibratamente con tutto ciò che, nel quotidiano, è “altro” da noi, riconoscendo la propria parte “ombra”, pulsioni e aggressività, fino a farne una risorsa e non più un mostro da negare, da soffocare, da temere nelle sue improvvise ed incontrollate esplosioni di collera e violenza.
Una risorsa, non un area di sfogo che, terminata, lasci l’individuo, ed i suoi problemi, lì irrisolti. Una risorsa, appunto, per conoscersi, mostrarsi e trasformarsi.
Per avere più  chances nella vita. Per più serenamente godere di questo breve tratto di esistenza che è vivere.

“Fintanto che creiamo delle ‘toppe’ per coprire ciò che consideriamo una situazione non sfruttabile – toppe metafisiche, filosofiche, religiose – la nostra azione non sarà il ruggito del leone. Sarà l’urlo del codardo – molto patetico”
(Chogyam Trungpa “Il mito della libertà e la via della meditazione” )


1.     Gli scacchi, sin dall’origine anche se poi si sono parzialmente evoluti, sono fortemente orientati a privilegiare operazioni concrete ( dunque, tattiche) per l’attacco al Re avversario. Negli scacchi, la vittoria può essere ottenuta in una mossa, nel caso più eclatante lo scacco matto o c’è o non c’è (logica bivalente) e, più in generale, la presenza di pezzi di diversa importanza ed esplicitamente schierati sin dall’inizio, indirizza in modo evidente lo scontro attraverso il dispiegamento di forze verso punti vitali e spesso attraverso una decimazione delle difese avversarie;  questo modo di procedere è in relazione alla Via “occidentale” di approcciare una lotta, un conflitto.
Il go ( o wei ch’i) è fondato sul concetto di controllo totale, il suo scopo è il controllo del territorio sul goban (la scacchiera),  “nel wei-ch’i il successo è una serie di gradi, in qualche modo più fuzzy  . L’obiettivo non è tanto quello di sconfiggere l’avversario, quanto di
massimizzare vantaggi e svantaggi. Più che un duello, è una competizione economica
per un bene scarso” (Quaderni di Ricerca in Didattica, n. 19, 2009. Dipartimento di Matematica, Università di Palermo).


2.     In genere, si intende per strategia l’approccio generale al combattimento, il piano d’azione, mentre per tattica le diverse soluzioni concrete, le “tecniche”, per capirci. Però anche … “La tattica è sapere cosa fare quando si ha qualcosa da fare; la strategia è sapere cosa fare quando non si ha niente da fare” (S.G. Tartakower)

Post illustrato con immagini di dipinti di F. Goya, uno che di problemi di personalità ... se ne intendeva.






giovedì 4 aprile 2013

Educazione siberiana


“ Un uomo è molto più raro di un uomo onesto”
(G. Simenon “il destino dei Malou “)

Da decenni sono refrattario ai romanzi, lettura che mi concedo solo nel canonico mese di “ferie estive”.
Ci furono, sì, gli anni in cui li “divoravo”. Nella mia adolescenza lessi di tutto, da Pasternak a Dos Passos, da Hemingway a Goethe. Poi, complice la “sbornia” politica, mi gettai sui saggi  e … non ho più smesso.
Eppure, stimolato da quanto ho letto attorno al film “Educazione siberiana” di Gabriele Salvatores ed in attesa di vederlo ( devo aspettare che Lupo sia via da Milano !), entro alla Feltrinelli così, per “kazzeggio”, e mi trovo a comperare il libro di Lilin (1) da cui è tratto il film.

Il mio "Lampo Nero", un UWK della Cold Steel
Lettura piena, coinvolgente.
La cui forza potente, a tratti prepotente,  dell’educazione maschile e al maschile, si mischia fino a confondersi, ad amalgamarsi, con la cultura e la pratica del delinquere.
Giovanissimi, bimbi, instradati sulla via della violenza e della delinquenza, in una cornice di valori, per me, totalmente condivisibili nell’essenza; in una trasmissione di saperi, dall’anziano al giovane, solida e maschia.
E’ questo che mi ha destabilizzato.

Ci può stare che oggi e nella società cosiddetta normale il passaggio di saperi, contrariamente a quanto avveniva una volta nella stessa o, come narrato nel romanzo, nella società criminale, sia ormai indebolito, quando non addirittura capovolto, a favore dei più giovani. L’evoluzione tecnologica pone inevitabilmente l’anziano in posizione down rispetto al giovane. Sono gli anni post 2.000 quelli in cui, per la prima volta, le parti si sono invertite: sono i giovani a saperne di più degli anziani, ad insegnare loro.
Ci può stare, certamente. Anche se il moloch tecnologico oscura, tra realtà virtuale, un vivere tutto “fast” ed una banalizzazione emotiva dilagante, proprio i valori, le radici, la Tradizione insomma.
Quel che più mi ha sconcertato è, tuttavia, il mio spontaneo riconoscermi in una sorta di educazione “alla siberiana” appunto, che, quando mi guardo attorno, trovo del tutto scomparsa nella società odierna.

Restiamo anche solo nell’alveo familiare.
E’ tramontata ( meglio così!) la figura del padre padrone, autoritario e completamente assente dal quotidiano educare, spettandogli solo il compito di punire il figlio.
Mi trovo personalmente distante da quello che il pedagogista Daniele Novara chiama il “padre pelouche”, tutto amico e complice del figlio. Con ciò incapace di mostrargli, a partire dall’esempio, obiettivi di vita e confini entro cui muoversi, di incoraggiarne coraggio ed audacia unitamente al senso di responsabilità e generosità.
Ecco, dove è, invece, il padre educatore, formatore ?
Il piccolo Lupo, in piena formazione marziale
Quello che sa spiegare e dare le regole invece di limitarsi agli ordini; capace di stare al fianco del figlio quanto di fargli da contenimento nei momenti estremi; capace di introdurre il figlio al senso della fatica e del dovere perché ogni ostacolo affrontato e superato è una prova di crescita e rafforzamento dell’autostima; una padre in costante tensione tra autonomia e rispetto.
Quanto sopra, senza spulciare  nella disastrata istituzione scolastica o nei grotteschi e cafoni messaggi televisivi. Ambedue complici nell’appiattimento culturale e valoriale, nel sostegno a questi eterni e nevrotici adolescenti, che restano tali anche a trenta o quarant’anni.

Libro intenso, appunto, letto in pochi giorni. Libro dai tratti, per me, inquietanti perché, fatte le debite proporzioni tra la Siberia e l’Italia, tra il mondo della delinquenza e quello della (apparente ?) normalità, prese le dovute precauzioni d’uso, mi ci ritrovo.
Perché non rinnego il mio profondo amore per i miei figli, il gusto di abbracciarli e baciarli, di non nascondere nulla dei miei sentimenti teneri nei loro confronti, come l’occuparmi quotidianamente di loro, sin dagli anni della nascita, col cambio del pannolino, il bagnetto, le visite dalla pediatra, il biberon notturno, poi la spesa al supermercato, la preparazione delle pappe e poi il colloquio con le maestre, ecc.
Il che, per altro, non mi impedisce di indicare loro una Via, di offrire loro prove di coraggio e maschia generosità, di contenerne gli esuberi disordinati mai sottraendomi al ruolo di padre.
Quanto c’è di “educazione siberiana” in tutto questo ?

“Un padre che, proprio perché ama i figli, ed è profondamente affettivo, non si sottrae alla sua funzione di fornire loro indicazioni, norme, visioni del mondo. Un materiale di conoscenze e valori che spesso i figli rifiuteranno, o accantoneranno per lungo tempo nella loro vita. Un dono paterno di cui hanno tuttavia assoluto bisogno, per costruire, nel confronto con esso, la propria sicurezza e la propria libertà”
(C. Risè “Il mestiere di padre”)

(1)   Lascio volentieri ad intellettuali nevrotici ed invidiosi ( toh, quante donne in questa fila di ipercritici e nei commenti acidi !!) la messa in discussione del libro  a partire dalla veridicità o meno di quanto narrato
Sarà perché non sono così ignorante da non conoscere Bettelheim, Propp, Demetrio e tutto il pensiero che sa attribuire senso psicologico o allegorico alle narrazioni. O semplicemente sarà perché sono padre. Così, il libro di Lilin mi permetto di consigliarlo non solo a tutti i padri, ma anche ai maschi adulti che padri non hanno voluto essere mancando una tappa fondamentale dell’adultità,  e pure a quelli che, nonostante l’età anagrafica, adulti, in personalità e registro emotivo, ancora non lo sono. Magari, magari, questi ultimi qualcosa imparano.