mercoledì 13 novembre 2013

Solo se questo avesse un cuore …

“Il Maestro è quella persona che rende l'Allievo ancora più libero”
(A. Pittman)

Novembre 2014: Una decina di figure che smanacciano e si muovono in pedana, allo Z.N.K.R. In mezzo, l’imponente figura di Aleks a guidarci nel “combattimento istintivo”.
Il gruppo milanese del "combattimento istintivo" con il  M° Aleks Trickovic
Febbraio 1976: con l’amico Paolo Manera ( scomparso prematuramente ) entro in una fabbrica occupata. Niente luce elettrica, niente riscaldamento, niente spogliatoi o docce o servizi igienici. A orinare si andava in cortile, a praticare in  una nuda una sala con del materiale grezzo appoggiato per terra: Questi i miei inizi nel Karate Shotokan col M° Sergio Roedner, che teneva i corsi proprio in quegli spogli e freddi locali.
Erano tempi ben diversi da quelli attuali. La scelta, obbligata, era tra Judo o Karate (stile Shotokan): a Milano non c’era null’altro !. Vietato allenarsi con altri che non fosse il proprio Maestro, salvo occasioni ufficiali promosse dalla Federazione di appartenenza a cui, per altro, ti portava il tuo Maestro. Impensabile praticare altro, anche nei primi anni ’80, in cui iniziavano a circolare alcuni stili di Kung Fu cinese o vietnamita e le versioni “a contatto” del Karate. Farlo, significava essere “kazziato” oralmente, “menato” fisicamente e, magari, pure espulso dalla organizzazione di appartenenza.
Ma io, forte di una personalità eretica ed un po’… temeraria, agevolato dal lavoro che allora facevo (dirigente di uno dei più importanti enti sportivi italiani), riuscii ad ampliare le mie esperienze, sempre alla ricerca di un’Arte che fosse più completa, più efficace, infilandomi in corsi o stage diversi o, a volte, organizzandoli  io direttamente insieme a Giacomo Spartaco Bertoletti, direttore della rivista Samurai, che, come tale, poteva coraggiosamente permettersi di proporre l’improponibile.
Anni '70/80: il M° Roedner con il M° Shirai
Mi formai nel Karate Shotokan passando dalla Scuola by M° Shirai a quella by Maestro Miura; mi avventurai in stili diversi, a volte poco conosciuti di Karate (Shito ryu, Goju ryu, Shingakukai, Wado ryu, ecc.);  testai, guantoni in mano, il contatto del “Karate Contact” / Kick Boxing con ambedue le Scuole, non proprio “amiche”, che lo gestivano  in Italia: quella facente capo al M° Falsoni e quella del M° Bellettini, sia con i medesimi che con i loro più titolati allievi. Poi, in successione ma anche sovrapponendosi, vennero l’eclettico Yoseikan Budo, il percorso con il M° Tokitsu e le sue diverse esperienze a cui dava sempre nomi diversi, il Ju Jitsu e poi l’avventura bellissima col Kenpo del M° Yamakazi, Wing Tsun / Wing Chun, Tai Chi Chuan e Kali e Koryu di spada e Judo e Aikido / Aikijutsu e altro ancora.
M° Erle Montaigue
Mi ci vollero  diversi anni per capire che non esisteva l’Arte completa. Che il lavoro da fare era sull’artista, sul praticante.  Per rifiutare l’imitazione di tecniche, di gesti; la didattica fatta di memorizzazioni ossessive come lo sguaiato scazzottarsi; lo sforzo di imparare uno stile, un modello.
E’ il praticante il fulcro, l’attore principale. E’ il modo di viversi essere fisico emotivo che fa la differenza. E ognuno di noi impara davvero solo attraverso metodi che nulla hanno a che vedere con l’impostazione dirigista, copiata “paro paro” dalla scuola pubblica, che vige tutt’ora nelle Arti Marziali come nella loro riduzione sportiva.
Come non scoprire, nella vita di tutti i giorni, che l'ordine del nostro mondo, in apparenza così prevedibile, può venire sgretolato ad ogni occasione ? E perché questa “scoperta”, allora, è tenuta lontana dalle usuali pratiche marziali  e dal loro modo di essere insegnate ?
Praticare Arti Marziali, per me, è atto che destruttura lo stato delle cose date per ovvie, per scontate.
E’ una gestualità con un dirompente impatto emotivo, che guida il praticante a comprendere e percepire se stesso ed il suo stare al mondo e nelle relazioni in un modo diverso, sovente del tutto inaspettato. E’, con una pratica artistica, di trasformazione, occasione concreta per mettere mani nei propri disagi, nei malesseri e nel personale vissuto, per arrivare a una nuova percezione di sé e di cosa vogliamo fare del nostro vivere.
M° Tokitsu
Proprio l’aridità e la stupidità delle Arti Marziali come proposte ovunque, mi spinsero a ridurne la pratica per volgermi ad altro.
Quell’altro che, invece, conservava, di più, sviluppava l’intelligenza corporea, l’esplorazione delle emos – azioni, quel fare formativo e trasformativo che, invece, è l’unico a dare un reale senso all’esistenza ed alla pratica di un’Arte Marziale, del combattimento, nel terzo millennio.
Vennero gli anni del metodo Feldenkrais (che, a dire il vero, già praticavo da tempo), delle esperienze di Danza Sensibile, Expression Primitive, metodo Trager, Danza Psichica ed altro ancora.
Anni in cui io, con mani e spirito a volte di alchimista a volte, ahimè, di “apprendista stregone”, manipolai, trasformai quanto andavo imparando per travasarlo nella pratica marziale, per irrorare di vitalità ed intelligenza motoria un corpus marziale che ne chiedeva sempre di più.
Poche e super - selezionate esperienze marziali e tanta espressione corporea.
Fino all’incontro con Aleks Trickovic.
M° Mochizuki
Uomo un po’ guascone, un bel po’ irriverente, forse anche lui, come me, con un “passeggero oscuro” dentro, ma soprattutto uomo sincero ed entusiasta nel proporre quel che sa.
Così, grazie a lui ed al suo insegnamento, sono tornato a praticare Arti Marziali con continuità e costanza perché, quel che fa e come lo divulga,
da un lato sviluppa, trasforma ed approfondisce quel che è il mio bagaglio di sapere marziale vissuto ed accumulato in oltre un trentennio, aprendo scenari di ulteriore miglioramento;
 dall’altro lo propone in totale libertà di comprensione, di avvicinamento al gusto che ognuno di noi ha.
Grazie ad Aleks, dunque. Sperando, come già gli dissi, che non si guasti, che l’odore del business o la facilità dell’ovvio, dello scontato, non lo corrodano dentro come è già successo ad altri Maestri, docenti e ricercatori che ho incontrato nel mio percorso.
Se così accadrà, le nostre strade si separeranno, come è sempre stato in coerenze con il mio spirito. Ma, per ora … vai così Aleks !!
M° Sun Li

“La gente desidera smettere di soffrire, ma non è disposta a pagarne il prezzo, a cambiare, a cessare di definirsi in funzione delle sua adorate sofferenze. La terapia panica vuole essere un modo, dirompente, per azzerare l'abitudine e aprire nuove porte verso una comprensione diversa dell'esistere. Perché essa funzioni, occorre crederci, e questo dogma è vero per ogni tipo di azione nel mondo”.

(A. Jodorowsky)







mercoledì 6 novembre 2013

Tai Chi Chuan: tra “bullshit” e il bambino di “I vestiti nuovi dell’imperatore”

Le attività fisiche sono utili, i corsi di ginnastica, lo sport, almeno ci aiutano a muoverci (…) ma non ci connettono con noi stessi, perché anch’esse hanno una motivazione esterna all’esperienza di noi stessi ”.
(M. Whitehouse)

Un cerchio, un cerchio che vieppiù si allarga perche altre persone arrivano.
by Sentrythe2310
Un cerchio di uomini e donne, nell’Auditorium della biblioteca di Vimercate, nella verde Brianza.
Un disguido tra gli operatore dell’Ente preposto ha impedito che l’iniziativa avesse la giusta pubblicità tra le manifestazioni patrocinate dall’Ente stesso. Un disguido che non ha impedito ad un cerchio di uomini e donne di esserci, Lunedì 4 Novembre, per la mia conferenza.
Contatto. Tai Chi Chuan, non solo chiacchiere, non solo sberle”.
Un percorso di riflessioni e domande, contraddittori e immagini. Un percorso che, alla luce della mia esperienza:
-       Da un lato mostrava la pochezza e l’inettitudine, il rachitismo e la superficialità del solito Tai Chi Chuan praticato e mostrato ovunque. Tra cineserie di mercato, movenze meccaniche e “ginniche”, pretese di autenticità a suon di diplomi e genealogie. Una pratica anaffettiva e frigida, priva di immagini e corposi silenzi, del tutto estranea ed ignorante di emozioni e pulsioni. L’assurda ed impossibile riproposizione di un modello agito secoli e secoli fa in un enorme paese lontano da individui del tutto estranei alla nostra società. Come a dire che un modello, qualsiasi modello, potrebbe avere fondatezza descrittiva generale e meta contestuale. No, ogni modello ha senso solo all’interno delle condizioni (antropologiche, culturali, sociologiche, ecc.) in cui è nato, in relazione ai bisogni ed alle attese della comunità che gli ha dato vita.
by Roy Adzak
Come a dire che chi lo pratica è una macchina asettica, piegata a ripetere gesti memorizzati imposti dal Maestro. Di più, in grado di trarre vantaggio, ( e perché mai questo dovrebbe accadere ? In virtù di cosa ?) qualsiasi vantaggio, salutistico o marziale, dal muoversi sforzandosi di imitare, copiare, riprodurre, tutti uguali l’uno all’altro: in cento, in un parco, a fare la stessa forma.
Nessuno di costoro ha mai visto  ( altrimenti si sarebbe riconosciuto !! ) “Un americano a Roma”, vivace pellicola con uno smagliante Alberto Sordi.
Nessuno di costoro è artista- guerriero. Tutti costoro, invece, sono  soldatini, ma … nessuno “di piombo”, per citare l’intensa fiaba di Hans Christian Andersen !!
-       Dall’altro lato proponeva una pratica, la nostra, in cui il corpo sia contenitore della nostra energia vitale, che lo plasma nelle emozioni (emos – azioni: moti d’animo iniziatori di ogni movimento, compreso quello di contrattura frenante o difensiva) espresse all’esterno in motilità, un corpo fisico emotivo che è l’habitat delle emozioni. Esso coglie l’azione del sé. Ovvero non è solamente muoversi, ma è vivere, “sentire” in toto il movimento, nella sensazione della motivazione che tende e distende.
Una pratica che è in sintonia con l’ambiente nel momento in cui riconosce le espressioni formali nello spazio come esplosioni, spirali, meandri, ramificazioni e raccordi e le ripropone attraverso il corpo in risonanza con l’ambiente medesimo.
Lo fa affidandosi alla forza della vulnerabilità e dell’immaginazione.
Vulnerabilità che è aprirsi alle emozioni, affondare le mani nelle pulsioni, è guardare negli occhi la propria parte Ombra, quella bestia nera che vive in noi e che ognuno di noi teme / nega perché socialmente poco raccomandabile, persino bandita. Vulnerabilità che è il coraggio dell’uomo vero, che si cerca adulto responsabile fuori da evitamenti e proiezioni, dalla protezione di maschere e ruoli.
Immaginazione che non è pensare un’immagine, ma calarcisi dentro. Gaston Bachelard scriveva “Non è la forma dell’albero ritorto che fa immagine, quanto piuttosto la forza di torsione e questa forza implica una materia dura, una materia che si indurisce nella torsione”. Ovvero immaginare oltre la forma ricurva dell’albero per entrare nel vivo delle linee di forza in virtù di una complicità che consenta di provare dentro il proprio essere fisico emotivo, di condividere emozionalmente, la materia e la durezza.
by Miguel Berrocal
Ecco, se proprio volessi attribuire al  Tai Chi Chuan un valore di autentico, delle origini, lo attribuirei, paradossalmente, a quanto noi andiamo proponendo.
Se il Tai Chi Chuan era, alle origini, pratica insieme, indissolubilmente, di difesa e salute:
-       sto bene, in equilibrio sia con le varie parti che compongono la mia personalità sia con l’ambiente e le relazioni sociali in cui vivo;
-       sono in grado di prevenire e difendermi dalle aggressioni (interne a me o provenienti dall’esterno attraverso accadimenti e persone) che questo equilibrio vorrebbero turbare;
se, appunto il Tai Chi Chuan era tutto questo, praticarlo come continuità del processo di contatto con il “reale” che sono e mi circonda è l’unico modo per fare ed essere originale, autentico Tai Chi Chuan.
Altrimenti è solo asettica ripetizione di gesti presumibilmente ( chi ne ha testimonianza ?) nati in quel modo qualche centinaio d’anni or sono, ripetizione fatta ad opera di impassibili mimi costretti ad agire privi di ogni emozione, di ogni sentimento e, cosa per altro impossibile, di ogni personale ed individuale memoria corporea.
by Lynn Davis
Noi proponiamo, invece, un Tai Chi Chuan poco attento ad una ortodossia, per  altro inventata o difesa a suon di diplomini o pretesa solo perché alle spalle c’è un individuo con gli occhi a mandorla, quanto tesa all’ortoprassi: il suo statuto non è quello di essere un mezzo conoscitivo, ma un mezzo legato all’agire; il suo rigore non sta nella coerenza a un modello ( pure presunto !!), ma nella continuità del processo di contatto con la realtà. La realtà di chi, italiano del terzo millennio ed individuo unico nella sua individualità, pratica, come e dove pratica, in relazione a chi e a cosa … ogni giorno vive.
Qualche domanda, alcune osservazioni dei presenti.
La serata si conclude lasciando un alone che io leggo di simpatico stupore, a tratti, di destabilizzazione, sia in chi del Tai Chi Chuan sapeva solo quel che viene generalmente diffuso,  sia in chi lo pratica nei modi da cui io mi sono ben distanziato.
E stupore, voglia di comprendere ulteriormente e, magari, in modo diverso, sono due ottimi punti di partenza per un sano lavoro su di sé e per sè, sempre che lo si voglia !!.

“Il mio corpo è il mio simbolo”


Un grazie particolare all’allievo Renato, per aver fortemente voluto questa serata, nonostante gli intoppi organizzativi; a quegli allievi che, con la loro presenza, hanno voluto testimoniare l’adesione ad un progetto formativo e guerriero a cui, evidentemente, credono e sentono loro; a chi, pur non praticando nella Scuola e tantomeno Arti Guerriere, ha voluto comunque esserci e portare il suo contributo.








lunedì 21 ottobre 2013

La donna incontra l’arte della difesa personale

Vi faremo la cosa peggiore che si possa fare a un avversario:
vi toglieremo il nemico”
(Georgij Arbatov, consigliere di Gorbaciov)

Inutile raccontar palle: la difesa personale, antiaggressione, proprio perché è difesa da un predatore violento, rabbioso, è pratica anche lei violenta e che pesca nell’animalità più truce, negli istinti primitivi e selvaggi.
Nulla a che vedere con i corsi “in rosa” e simili grottesche pratiche che vanno ora tanto di moda: le difese da presa al collo, le raffiche di palmate al viso, le leve articolari contro un pugno, le ginocchiate ai genitali. Tecniche e, più in generale, pratiche poco o niente efficaci in sé e tanto meno quando prive di un approccio  al fisicoemotivo, alle emozioni della donna a cui sono vendute; quando prive di un recupero dell’energia aggressiva femminile che è stato rimossa, sostituita da autoaggressività, ovvero frigidità, depressione, ansia di controllo, ecc. e repressione del desiderio in toto.
Le donne mi sembrano ipoaggressive oppure iperaggressive per compensazione. In altre parole l’ipoaggressività e l’iperaggressività si presentavano come diverse manifestazioni sintomatiche di uno stesso problema: la difficoltà a riconoscere e a proteggere la propria identità e il proprio progetto di vita.” (Marina Valcarenghi: “L’aggressività femminile”)
Quando poi a proporre corsi e lezioni  sono docenti , maestri, professori,  da un lato privi di esperienze “di strada”, di aggressioni fatte e subite, di violenze perpetrate e subite, dall’altro privi di alcuna formazione ed esperienza nell’accompagnamento ed accudimento del dolore e del panico femminile, di soggetti donna traumatizzati, ecco che il corso deficiente ed illusorio è bello che impacchettato per donne abbindolate e docenti business man.
Con questa consapevolezza,  della “fuffa” che circola ovunque e della profonda differenza con quanto noi siamo in grado di dare, eccoci a proporre una serata in cui “ La donna incontra l’arte della difesa personale”.
Promossa in collaborazione con il Caffè Biologico “NaBi”,  la serata ci ha visto occupare un tratto del marciapiede di via Cadore, la sera di sabato 19 Ottobre.
E’ solo un incontro, un assaggio”, ho subito precisato per le presenti, perché, appunto, ci vuole tempo e capacità di lasciar uscire le emozioni difficili, senza soffocarle con consigli o direttive;  tempo e conoscenza profonda della personalità umana, in particolare quella femminile che non è quella maschile; tempo e conoscenza di un minimo del corpo umano, laddove l’emergere  dei corticosteroidi, i fomentatori di pensieri frammentari e inconsulti, sia sostituito da un ascolto profondo; tempo e capacità di lasciar riaffiorare i gesti istintivi, che poi sono diventati ovvi e meccanici, per recuperarli nella loro spontaneità mondandoli da ogni aspetto down, di sottomissione, per tradurli, di nuovo, in gesti, in azioni up, che sappiano rispondere efficacemente in una situazione di crisi improvvisa; tempo e capacità di accettare le forze pulsionali che si agitano in noi, le uniche a cui attingere perché il difendersi abbia possibilità di riuscire: “Accade spesso che la sfida faccia sì che il mostro si trasformi in un alleato” (A. Jodorowsky: “Psicomagia”)
Per questo, abbiamo lavorato, pur se restando in superficie, su distanza ed intimità, capacità di sostenere uno sguardo e assertività, recupero di pochi gesti istintivi e loro adattamento alla soluzione del conflitto.
Per questo l’abbiamo fatto affidandoci, principalmente, al sapere del Wing Chun. Arte che, almeno nella nostra interpretazione che delle sciocchezze che vedo in giro non mi assumo alcuna responsabilità, più si adatta, nella sua frugalità e violenza estrema, ad essere linguaggio adatto alla difesa antiaggressione.
Una serata breve ma … intensa.
Poi, per chi ha voluto, pizza e birra e chiacchiere fino a tarda sera, come ben si confà ad una comunità di individui amici che, insieme ed ognuno con il suo “passo”, costruisce di sé e del proprio crescere nelle relazioni.
Un grazie a tutte e tutti coloro che sono intervenuti, che sia stato per praticare o solo per vedere, che fossero della Scuola o  semplici amici, che fossero volti noti o volti sconosciuti: per una sera, comunque, insieme.


“Il controllo di se stessi non si ottiene  mediante ragionamenti, ma attraverso l’educazione di un essere vivente. Occorre quindi provocare delle emozioni per imparare a controllarle” (M. Feldenkrais)







lunedì 14 ottobre 2013

Sulle tracce di un pugilato primitivo

“Poiché lo scopo è l’insegnamento di un metodo d’azione, poco importa il particolare movimento che servirà a questo scopo. Si vuole insegnare un metodo d’azione che è fisiologicamente il più adatto all’uomo”.
(M. Feldenkrais)


E’ una forza esplosiva. E’ arte che vive nel conflitto, vive di conflitto.
Cinque adepti del Wing Chun Boxing, ai giardini delle Rotonda della Besana, Milano, tra mura che sanno di antico, un cielo ombroso ed una luce incerta a colorare le ombre nere.
Le ombre nere di noi artisti del Wing Chun Boxing.
Rallento nei gesti, respiro aprendo le narici al vento lieve, mi prendo cura di me. E accudisco il crescere dei miei allievi.
L’ironia ed il sarcasmo di Claudio. La femminilità aggressiva di Angelica. L’impegno di Giovanni. La concentrazione totale di Valerio.
I gesti si fanno esplosivi. Il cuneo del Wing Chun Boxing prende forme diverse, tutte espressioni dell’identico istinto predatorio.
Le radici sprofondano e si espandono nella terra umida, come l’assalto guerriero si riversa, forza gentile e letale insieme, a soffocare ogni spazio intorno, a frantumare ogni ostacolo davanti.
Il nostro Wing Chun Boxing è materia viva, è arte drammatica.
Niente a che vedere con le meccaniche sterili che ne mostrano una forma fissa, un carapace di ripetizioni, privo di energia animalesca, privo di cuore e pulsioni.
Niente a che vedere con i goffi tradimenti, le approssimative scopiazzature che appiccicano all’Arte del Wing Chun tecniche e soluzioni malamente importate dallo sport o da altre conduzioni lottatorie.
Noi abitiamo il tocco sottile che è risveglio del corpo, che esprime Wing Chun: L’Arte della continua trasformazione, dell’incontenibile risveglio, della “Eterna Primavera”, così recita la traduzione dalla lingua cantonese.
E siamo in Autunno, nel mese di Ottobre, a intrecciare relazioni, incontri e scontri, a praticare Wing Chun Boxing per un pugno di ore, nei giardini della Rotonda della Besana.

“Volgendo lo sguardo al cielo, posso distinguere una stella più piccola, perché ce ne sono di più grandi e se non ci fosse il cielo nero, non ci sarebbero nemmeno le stelle. Non si tratta di  una lotta tra il bene e il male, ma piuttosto  del fluire come onde nell’acqua”.

(Bruce Lee)






mercoledì 2 ottobre 2013

Gyo. Sì ma dove ? Come ?

Il piccolo semicerchio davanti a me. L’incenso brucia.
E’ matsuri: la cerimonia di nominazione del mio nuovo katana.
Chiamo a me il M° Valerio ed Angelica.
Silenzio.
Le mie parole escono lentamente, mentre parlo di impressioni … un predatore agile e famelico,  una lama scorrente e luccicante che appare e scompare fra le ombre del verde stropicciato ai miei piedi. Mentre rievoco radici lontane, profonde, echi di un mondo selvatico, di libertà e di caccia, di senso dell’agguato. Mentre parlo di chi ha condiviso con me il primo incontro col katana: un amico carissimo, Paolo, e mio figlio Lupo. Un figlio a cui ho dato il nome beneaugurante di un cacciatore, di un essere libero tra i liberi, di un abitatore di un mondo oscuramente rievocato nelle pulsioni: un nome che è augurio di libertà e determinazione, di perenne contatto con i propri sensi.
Il nome con cui riconosco questo katana è Lupo.
Il mese in cui questo katana è venuto a me è il mese dell’autunno che transuma dal rosso caldo dell’estate al gelo dell’inverno. Il mese delle foglie trapuntate di colori avvolgenti, del verde che si perde nell’oro e nel marrone, nelle sfumature di rosso e di viola. I colori che vedo ornare il koshirae, l’ “abito” del mio katana. Il mese in cui è morto mio padre.
Il mese in cui tutto ciò è accaduto è Settembre.
Gyo, che è andare, procedere, trasformarsi. Sì, ma dove ? Sì, ma come ?
Lupo di Settembre,  è questo il nome completo che io dono al mio katana.
“Mio” nel senso che condivido con l’amico Paolo: è un’arma, un oggetto prezioso, che vive da quattro secoli e di cui ora io testimonio la presenza. Non ne sono il proprietario. Io sono solo colui che ne testimonia  la presenza attraverso lo scorrere del tempo, degli anni. Io sono il suo temporaneo custode.
Come tale, Lupo di Settembre mi accompagnerà lungo il mio percorso, onorando io la sua storia di secoli ed adattandovi la mia.

Perché il nostro Gyo sia denso di potenza e rispetto insieme. Per tutto il tempo che vorrà Iddio, il Grande Coniglio, il mistero della vita …





mercoledì 25 settembre 2013

Ciao papà

Giovedì 19 Settembre mi hai lasciato solo.
Sembrava ce la potessi fare, nonostante un ictus e le complicanze all’intestino, nonostante l’età, over 95. Invece no: una telefonata dall’ospedale, una corsa ( va bè, “corsa” nel traffico insensato di Milano non c’azzecca un gran ché), la porta della camera chiusa e quando i dottori sono usciti tu te ne eri appena andato.
Mi hai lasciato un dolore immenso, un buco nero profondo e che fatico a guardare. Ma, come ho detto ad alcuni amici, non posso certo lamentarmi: quanti possono vantare la compagnia del padre per tutti questi anni in cui mi sei stato accanto: 61 anni. Io, fino ai 61 anni, ho avuto con me il mio papà !!
Sarei stolido verso la vita e egoista verso gli altri, quegli altri che il papà l’hanno perso a 30, a 40 anni ed alcuni anche prima.
Però il dolore resta. Ed è forte e malevolo.
Mi consola sapere che hai smesso di soffrire; che tu, uomo dalle mille risorse e dalla grande vivacità costretto all’inedia dall’età e dagli acciacchi, hai smesso di chiedere di farla finita. Finita con una vita che, ormai, non ti dava più nulla, che era una canzoncina dimessa e stonicchiata per te che hai cantato a voce piena le più belle melodie che un uomo possa conoscere.
Un’infanzia povera da cui sei uscito contando solo sulle tue forze. Una giovinezza allegra per quanto possa esserlo per chi veniva dal “proletariato” e viveva sotto la dittatura fascista.
Poi gli orrori della guerra. Tu imbarcato sulla nave Neptunia, il siluro che la colpiva facendola affondare, e tu, che manco sapevi nuotare, precipitato in acqua, retto da un modesto salvagente di sughero, poi aggrappato ad un cadavere, prima di essere tratto in salvo. Una sosta all’ospedale e via: nel deserto africano, male armati ed equipaggiati, a portare in quelle terre l’orgoglio nazionale di una nefanda dittatura espansionista. Le battaglie, le scaramucce, la vergogna per quelle tue lacrime, “le uniche” ci tenesti a dirmi, a Tobruk, dove tanti tuoi compagni d’arme andavano contro il nemico e pochi erano quelli che tornavano.
La menzione d’onore che venne recitata per te davanti ai tuoi compagni, la granata che ti ferì ad una coscia, I tormenti di El Alamein e la cattura da parte delle truppe inglesi.
Ti portarono a Manchester e lì le cose cambiarono. La tua vivacità, la tua voglia di vivere, ti regalarono anni spensierati: una professione rapidamente imparata, il cuoco, come la padronanza della lingua di casa, l’inglese, e, complice quegli occhi grigi di gatto e la stazza, non restavi certo solo la sera…
Ma a casa c’era una donna ad aspettarti, insieme alla tua terra d’origine.
Ti rimboccasti le maniche e via, famiglia con due figli e lavoro in fabbrica. Però non smettesti mai di prendere la vita alla tua maniera. La passione per il modellismo funzionante, soprattutto navi e treni, che riempivano la casa. Le tue urla di biasimo, perché io mi divertivo a farli scontrare quei tuoi preziosi treni, i pomeriggi insieme, tra fontane e laghetti, a far andare le navi che costruivi con le tue mani. Le Domeniche in cui sempre portavi in tavola un cabaret di paste. La mia riluttanza a seguirti fuori casa, io che amavo stare a chiuso in cucina, a inventare storie interminabili con cow boy e pellerossa.
Sei sempre stato, per così dire, creativo e “diverso”: portavi per strada una nave di oltre un metro e mezzo scarrozzandola su un passeggino per bimbi che avevi adattato all’uopo; fosti il primo, in Italia, a disegnare orditi sui collant da donna, e poi fu il boom, la moda; portavi appeso al petto, in un seggiolino ideato e costruito da te, mio figlio Kentaro e di lì a poco commercializzarono i marsupi per neonati. Bastava farti una richiesta e tu, penna e carta, la traducevi prima in un disegno, poi … eccola realizzata. Anche se, sovente, il merito veniva attribuito ad altri: i titoloni dei giornali per quel modellino che aveva sbancato alla gara, col nome del proprietario accanto e nemmeno una accenno a te, che per lui lo avevi costruito; le belle parole per le tue invenzioni sui collant, ma prestigio e soldi a chi si accaparrò l’idea; anche se poi la tua ingenuità, a volte, ci lasciava stupefatti: quel marchingegno che costruisti per far scomparire le carte da gioco dentro la manica … proprio non ti venne il sospetto che il committente fosse un baro di professione ?
Ci furono anche gli anni nient’affatto idilliaci. Quando la violenza che mi rodeva dentro esplodeva incontrollata e la sbornia ideologica del ’68 ci portarono prima a non capirci, poi a scontrarci anche fisicamente.
Poi, piano piano, riprendemmo ad “annusarci”. Anche se per te ero sempre un tipo strano ( ma dai, chissà da chi avrò preso ?!). Quando venisti con me ad un mio abituale giorno di lavoro, tra riunioni con animatori sportivi, incontro con un assessore comunale e assemblea con dei genitori e tu, abituato a vedere i tuoi lavori crescere davanti a te, grazie al tuo ingegno ed alle tue mani, la sera, concludesti con uno sconsolato ”Se piace a te !”. Che lavoro poteva essere, per te, parlare e parlare e parlare !!
Ecco, questa è una delle doti che ti riconosco: quand’anche non mi capivi, però mi accettavi o, almeno, anche se in modo burbero, mi sopportavi e, a tuo modo, mi proteggevi.
E tu ci sei stato nella mia prima casa con Donatella, laddove alcuni mobili li costruisti tu e sempre tu correvi in nostro soccorso quando Kentaro era malato e noi dovevamo andare al lavoro ed ancora tu, in estate, a giocare con lui ore ed ore, a costruirgli il ring dei wrestler o l’auto radiocomandata e tu a prenderlo all’uscita di scuola.
Ci sei stato nella mia prima casa con Monica, a scegliere insieme gli elettrodomestici per poi regalarceli e a realizzare l’armadio grande.
Ci sei stato nell’aprire il Dojo, per costruire gli spogliatoi, per mettere il canniccio, per appendere il sacco, per stendere il linoleum. Io a farti da “magut”, da aiutante da te sempre bistrattato e rimbrottato: proprio non digerivi che, a parte menare le mani, i lavori manuali per me fossero fonte continua di impacci ed impicci.
Poi l’età avanzata ti ha impedito di essere quello stesso nonno grandioso anche per Lupo, poi la sordità, poi quelle che il poeta ebbe a chiamare “le ingiurie del tempo”.
Infine l’isolamento: per te che scappavi in Svizzera a vedere i treni o a Genova per vedere le navi; che passavi ore ed ore nella tua cantina adattata a laboratorio, tra tornio, frese e marchingegni d’ogni genere, che a tutte le ore ricevevi telefonate di amici e clienti perché facessi loro una locomotiva in  miniatura o costruissi quel pezzo di ricambio di una moto da cross che non si trovava più in commercio, perché miniaturizzassi un cannoncino della seconda guerra mondiale perfettamente funzionante o riparassi un frullatore; che leggevi tutto il quotidiano, dilettandoti anche con le pagine d’economia; ecco, per te quella forzata inedia, quello stanco sopravvivere, era già una fine.
La fine che ti ha colto Giovedì 19 Settembre.
Addio per sempre, papà.

Il giorno in cui mi vedrai vecchio e non lo sarò  ancora, cerca di comprendermi...............
se mi sporco quando mangio e non riesco a vestirmi.....abbi pazienza.
ricorda il tempo che ho trascorso ad insegnartelo.
se quando parlo con te ripeto sempre le stesse cose.....
non mi interrompere...... ascoltami.
Quando eri piccolo, dovevo raccontarti ogni sera la stessa storia finché non ti addormentavi.
Quando non voglio lavarmi, non biasimarmi e non farmi vergognare...
Ricordati quando dovevo correrti dietro inventando delle scuse perché non volevi fare il bagno.
Quando vedi la mia ignoranza delle nuove tecnologie , dammi il tempo necessario e non guardarmi con quel sorrisetto ironico, ho avuto tutta la pazienza per insegnarti l'abc.
Quando,  ad un certo punto, non riesco a ricordare o perdo il filo del discorso .... dammi il tempo necessario per ricordare e se non ci riesco non ti innervosire ..... la cosa più  importante non è quello che dico,
ma il mio bisogno di essere con te ed averti li che mi ascolti.
Quando le mie gambe stanche non mi consentono di tenere il tuo passo, non trattarmi come fossi un peso .
Vieni  verso di me con le tue mani forti nello stesso modo con cui io l'ho fatto con te quando muovevi i tuoi primi passi.
Quando dico che vorrei essere morto... non arrabbiarti. un giorno comprenderai. che cosa mi spinge a dirlo.
cerca di capire che alla mia età non si vive, si sopravvive.
Un giorno scoprirai che, nonostante i miei errori, ho sempre voluto il meglio per te e che ho tentato di spianarti la strada.
Dammi un po' del tuo tempo, dammi un po' della tua pazienza, dammi una spalla su cui poggiare la testa
allo stesso modo in cui  io l'ho fatto per te.
Aiutami a camminare, aiutami a finire i miei giorni con amore e pazienza, in cambio io ti darò  un sorriso e l'immenso amore che ho sempre avuto per te.
Ti amo figlio mio e prego per te, anche se mi ignori




mercoledì 18 settembre 2013

E’ qui la festa ?

“A me non interessa  il mondo. Mi interessano le persone con le quali vivo: il resto del mondo è tutto nei giornali. La mia famiglia, i miei vicini, sono loro la mia vita”
(C.G. Jung)


Appena iniziata la nuova stagione e già… siamo in festa !!
Gli allievi che sono passati di grado nel Wing Chun Boxing e nel Tai Chi Chuan e chi è passato nel Kenpo ma aveva “mancato” i festeggiamenti “estivi”. Sono loro i protagonisti e, con loro, chi ha condiviso le botte e le sudate o chi, semplicemente, comunque gravita attorno alla Scuola.
Porte aperte, come aperta è l’accoglienza, lo scambiare idee ed esperienze.
Grandi bevute, ottimo il mangiare, intense le chiacchiere.
Mi ritrovo a sorridere, sbirciando le semplici movenze femminili di Angelica, l’espressione sorniona di Giovanni, il gran daffare di Tina, lo sguardo intenso di Renato, il volto sereno di Roberto.
Ripenso alle parole di Jung che ho messo “in testa” a questo post.
Con il massimo rispetto per chi si occupa di politica, dunque del “mondo”, per dare un contributo al cambiamento, ( ma io resto dell’idea che la democrazia sia l’occasione per la voce dei mediocri di essere assordante) come per chi, invece, gongola nello stare in una società dove tutto è consumo senza uso, ( ma io preferisco frugalità ed equilibrio, convinto  che la società borghese e capitalista non sia l’unica realtà naturale e possibile)  ho, da tempo, volto lo sguardo verso chi mi sta vicino.
L’ho volto convinto che la mia di maturazione e trasformazione passi attraverso la relazione con chi mi è accanto; convinto che, per dirla “alla grande”, anche la comprensione e la trasformazione del mondo più lontano, sia possibile solo attraverso la maturazione, il confronto, la trasformazione di ogni singolo individuo.
Allora la pratica marziale, intesa come via di apprendimento all’equilibrio, alla semplicità; come pratica di individuazione e crescita attraverso il confliggere.
Allora lo Z.N.K.R. come luogo di incontro e confronto per individui, uomini e donne,  disposti a fare i conti con le proprie parti Ombra, con quelle parti ancora inespresse o mutilate perché temute o mal considerate dalla morale e dalla cultura vigente, capaci di scrollarsi di dosso anaffettività e ragione astratta, di rifiutare il diktat del copione imposto, della coazione a ripetere (1) che li rende comparse e non protagonisti del loro vivere.
Allora questa minuscola Scuola, che vive da più di trent’anni proponendo a chi vi entra di costruire insieme una cultura adulta e guerriera ( “che sa stare nei conflitti” ), in cui ogni praticante, tra queste mura e nella sua vita privata, sia artefice del proprio vivere. Un adulto che, come ricordo spesso, quand’anche non potrà sempre scegliere liberamente cosa gli accadrà, sarà però in grado di scegliere liberamente cosa fare di quel che gli accadrà.
E, allora, per questa sera, dopo il gioioso “casino” ludico del corso Bimbi / Ragazzi, dopo l’aggressività esplosiva del Wing Chun Boxing, dopo le avvolgenti pratiche guerriere del Kenpo … “E’ qui la festa?

“Siamo nell’era dell’uomo mediocre, che è ottuso, noioso, incolore: ma inevitabilmente vittorioso. L’ameba vive più a lungo della tigre perché si divide e continua nella sua immortale monotonia”
(Trevanian)


1.
 L    La coazione a ripetere è il meccanismo mentale per cui, in modo inconscio, si ricade negli stessi comportamenti, nelle stesse azioni, ancorché non appaganti. Questo può avvenire su diversi fronti: la scelta del partner, l’educazione dei figli, le scelte professionali, ecc. Tale meccanismo, per dirla in breve, trae origini dal desiderio inconscio di rivivere una situazione che in infanzia ci ha traumatizzato credendo di riuscire, questa volta, a risolvere quel dramma mai superato; dall’imitazione inconscia di modelli valoriali supinamente introiettati nell’infanzia; dalla spinta della pulsione di morte (thanatos) che utilizza la ripetizione del trauma per demolire tutti i desideri (eros) e riportare uno stato di tiepida quiete.