martedì 26 maggio 2015

Il seme inquieto


Raduno ed Esami Kenpo Bimbi – Ragazzi
23 e 24 Maggio 2015

Agriturismo Il Bivacco
 Sono proprio loro, gli stessi, eppur così diversi.
Diversi, perché strappi, capricci, boriosi atteggiamenti, ansie che si fanno scatti d’ira, noia che diviene piattume intellettuale, nel gruppo scompaiono da subito.
Qualcosa, inquieto e sotterraneo, ora viene alla luce, nel verde dell’accogliente Agriturismo “Il Bivacco”, che ci ospita per questo evento.
Qualcosa, uno spirito di gruppo, quel JITAKYOEI che è “io insieme agli altri in armonia”, “amicizia e mutua prosperità”, si fa largo a spallate.

Costruiamo le tende
Si mostra mentre il Maestro Giuseppe li guida nella costruzione delle tende, ponendoli ogni volta di fronte a problemi concreti, al necessario connubio tra progetto teorico e realizzazione materiale, al dover lavorare in gruppo perché solo in gruppo, insieme, la genialità di uno acquista maggior vigore con l’intuizione dell’altro, perché solo dieci, dodici mani  insieme possono sostenere e manovrare aste di tre metri o rotoli di venti metri.

Piccoli boscaioli crescono
Si mostra mentre Giovanni li guida a far legna, in una solida catena umana, poi a manovrar di accetta perché i ceppi più grossi si spacchino divenendo utili al fuoco. Manualità antica, probabilmente persa ai più, anche tra gli adulti, che nei cuori di questi bambini non può che risvegliare l’eco del selvatico, dell’uomo che doveva, per sopravvivere, misurarsi ogni giorno con la potenza, questa sì sovraumana, delle Natura.

La curiosità dei bastoncini da sfilare dalle mani del Maestro Giuseppe. E il risultato sono i gruppi che faranno i turni di notte a guardia dei compagni che dormono.
Insieme, tutti, a preparare i giacigli sotto la tettoia, mentre il cielo nero versa in terra le prime gocce d’acqua.
La sorpresa ...
Cartoni che vengono stesi, a ripararsi dall’umidità, i sacchi a pelo e gli spontanei gesti d’aiuto a chi ha meno, a chi manca del k way o di un maglione pesante, che, fuori, la notte si è fatta fredda e la pioggia scrosciante.

Il saluto e via: l’Insegnante Celso e il Maestro Giuseppe a guidare giovani ombre guerriere.
Due ore di formazione marziale. Alla mezzanotte, chi è di guardia accende il fuoco nel braciere. Lingue rossastre lottano per distinguersi dal nero della notte.
Generazioni e generazioni di uomini e donne si sono scaldate, per non morire, al fuoco della legna. Antichi echi di un mondo lontano che siamo pur sempre noi. Ancora gesti sconosciuti ai bambini e ai ragazzi e la magia, potente e pericolosa, del fuoco e delle fiamme.

Accendere un fuoco
I gruppi di guardia si susseguono regolari. Rumori, fruscii, ombre distorte … in lontananza, versi animali, forse l’ululato del lupo, forse il bramire di un cervide, la vista lunga interminabili secondi di un coniglio selvatico. Brandelli d’autentica paura e semplici giochi di bimbo attorno al fuoco.

Giovani guerrieri dormono
Il chiassoso vociare delle tortore accompagna la sveglia. Questa volta il sole regna incontrastato nel cielo azzurro.
La colazione, e che colazione di dolci e dolcetti fatti in casa, di latte questo sì cremoso e denso !!
Poi, a smontare i giacigli, ad accatastare i cartoni, a smontare le tende e a mettere al riparo ciò che resta del fuoco.

Due ore di formazione marziale mentre arrivano i primi genitori, nonni e parenti.
La  veglia attorno al fuoco
I colpi secchi dei guantoni e lo sfilare rapido dei calci. Così insisto, ben coadiuvato da Donatella, perché la “guardia” non sia la goffa imitazione di un nerd incollato al telefono cellulare, di un modesto pugile dei giorni nostri, ma disveli il coraggio degli artigli mostrati all’avversario, dello spazio occupato ad affermare “io ci sono”.
Le combinazioni, l’attività multipla e simultanea, tra chi cede alle primi crisi pavide e chi getta il cuore oltre l’ostacolo.
Intanto gli altri giocano e lottano, con l’Insegnante Celso e il Maestro Giuseppe ripercorrendo quanto tracciato la notte prima.
Sveglia !!
Poi, tutti insieme, a praticare di Ju, la cedevolezza, la flessibilità, a smussare spigoli caratteriali, paure che sono duro quanto fragile vetro, gesti irosi che sono altrettante paure annidate dentro il cuore, dentro la pancia.
Di pugni e di calci
Perché noi siamo la Scuola della vulnerabilità, del mostrarsi nudi in quanto consapevoli della stupidità e dell’autentica sofferenza che ci infliggiamo attraverso maschere e ruoli con cui ci proteggiamo e ci mostriamo agli altri; delle resistenze di ognuno qui accettate e trasformate, a fatica certo, a tentoni, in risorse eccezionali.
Perché, allo Z.N.K.R., praticare Arti Marziali è praticare di sé per conoscersi e crescere .

Lo sguardo sornione del Sensei
Il saluto finale.
Io ripeto, ancora una volta, che “Ogni nostro gesto, qualsiasi esso sia, nel giocare come nello stringere amicizie, nel lottare, nello scegliere, nel lasciare, nell’allacciarsi le stringhe delle scarpe, nel cucinare, nel leggere un libro, in ogni gesto grande o piccolo che sia, portiamo sempre la nostra firma. Per questo, in esso, noi abbiamo il dovere di dare sempre  il meglio, il massimo, perché esso ci rappresenta, esso parla di noi”.
Darle e ... prenderle
L’Insegnate Celso consegna le cinture, consapevolezza ed orgoglio dei propri progressi quanto orizzonte sulle prossime sfide, le prossime avventure, che ci attendono.
Abbracci, pacche sulle spalle, sorrisi.

Ancora darle e ... prenderle
Una gran tavolata, siamo quasi una trentina, a chiacchiere, cibo e vino.
Io mi concedo, con Donatella preziosa risorsa, poi coinvolgendo Annalisa, Monica, Rossana, di rovinare l’aria e le orecchie di chi mi sta accanto, stonando a squarciagola le canzoni degli anni ’60: karaoke per tutti sotto la regia di Mario, gestore dell’Agriturismo.

Lentamente il gruppo si scioglie, non prima che genitori e nonni contattino chi ha guidato bimbi e ragazzi in quest’evento. Perché se è vero che il gruppo è stato magnifico, è stato davvero un clan vincente, qua e là  sono emerse le smagliature, le malevole ombre acide del carattere ( della personalità ?) di alcuni.
Immancabili, le mamme
Ma, tutti insieme, JITAKYOEI, ci si può lavorare.
I nonni e anche un paio di papà
I genitori soprattutto, perché loro è la presenza quotidiana come la responsabilità prima verso i propri figli, contando, se lo vorranno, sulle competenze della nostra Scuola. Perché, pur nel risicato tempo a disposizione, possiamo dare il nostro contributo alla crescita di questi giovanissimi “guerrieri”. Perché, allo Z.N.K.R., praticare Arti Marziali è sana e coinvolgente terapia, è cammino, BUDO, di lotta e di trasformazione, di vita da vivere

 Ah, un enorme grazie a Teresa ed alla sua famiglia tutta, per la calda accoglienza: come essere a  casa !!

 “I desideri dei bambini, danno ordini al futuro”
(E. De Luca)
 













 

martedì 12 maggio 2015

I guerrieri del blu e del nero


Kenpo Raduno
Milano 9 Maggio

 Diciotto i colori del blu e del nero.
Il blu dell’acqua, che sempre muta e si trasforma, si adatta ad ogni recipiente ma anche rompe, travolge, ogni argine, ogni limite. Acqua che è insieme calma e violenza, superficie e profondità. Acqua che si trasforma per divenire vapore e poi tornare liquido. Acqua di cui è composto in gran parte il nostro corpo.
Il nero che è oscurità delle origini, dei primordi, informe “buco nero” da cui tutto origina: “degli occultamenti nella loro fase germinale, precedente l’esplosione luminosa della nascita” (G.G. Jung). Nero che è inconscio e tenebre, che è arte dell’occulto, del subdolo e dell’agguato improvviso.
Il blu e il nero che erano i colori del clan del Maestro Yamazaki Ansai.

Kenpoka alla luce del sole, nei timidi giardini di una piazza milanese, caos e traffico intorno, e cemento e case. Luogo di mai rassegnata resa al groviglio  meccanico della metropoli.

Sono mani che danzano l’una dentro e contro l’altra, in una distanza che respira sul volto di chi ci sta di fronte. Sorta di Chi Sao a briglia sciolta, di relazione in cui io e te diveniamo noi.

Un noi necessario per percorrere gli  squilibri (Kuzushi) che sono il preludio alle proiezioni al suolo, Nage Waza, di fattezze ruvide e potenti.
Il manto erboso accoglie corpi in caduta libera. Insieme terra d’origine ed odore del cemento urbano.

Gli spostamenti a vuoto sfruttando gli angoli (Sumi) ad occupare spazio, a saccheggiare territori altrui e poi ritrarsi, predoni lesti e feroci.

Le combinazioni di pugni e calci e proiezioni al suolo, scorrere di violenze mute e rapaci.

I cerchi nell’aria, l’accoglienza profonda, irreale, del bacino: luogo sacro di pulsioni e selvaggia natura umana.

In Dojo, sudati e stravolti, la consegna delle cinture  per i kenpoka che hanno fatto un altro passo nel loro personale percorso guerriero.
Il saluto e poi, ma dai !?!?, pizza e birra per tutti !!

 “Conoscere non è abbastanza: dobbiamo applicare. La volontà non è abbastanza: ci vuole azione”
( Bruce Lee )

 Prossimamente, su SHIRO Aprile – Maggio, altre foto ed i commenti di alcuni dei partecipanti.
 





 

 

lunedì 4 maggio 2015

Il Monumentale


“A me la morte fa una gran paura, si lasciano troppi sorrisi, troppe mani, troppi occhi, i treni, le strade, quei sentieri di montagna che portano ai rifugi, i mari che ho visto e che non ho mai attraversato”
(A. Daolio)

 Da ragazzo e fino ai trent’anni circa, mi prendevo sempre del tempo  per visitare i cimiteri. Dovunque fossi, facevo “un salto” al cimitero di quella località.
Un modo per isolarmi dalla confusione quotidiana; per stare tranquillo, per meditare forse ?; per sentire sulla pelle e nelle viscere la fragilità della vita e il dramma ineluttabile della morte, del non esserci più.
Particolarmente destabilizzante era quando la lapide parlava di numeri ridotti, ridottissimi: un bimbo, un ragazzo strappati alla vita e gettati nell’inutile oblio della morte.
Poi, ho abbandonato quest’abitudine.

Venerdì 1 Maggio, con Monica, Lupo, un’amica di Monica e Kalì, raggiungiamo il cimitero Monumentale di Milano.Patrimonio dell’Unesco, è un autentico museo a cielo aperto, dove l’arte dello scolpire, del cesellare, si piega alla volontà di ricordare i defunti.

Vi sono sepolti nomi illustri, di importanza ormai storica quali Carlo Cattaneo e Alessandro Manzoni, o di fama più recente e incerta, come Guido Crepax, Giovanni D’Anzi, Ambrogio Fogar, don Giussani, Alda Merini, Bruno Munari, Giovanni Pesce, o famiglie di rilievo nella storia milanese e d’Italia tutta quali Falck e Treccani, più una lunga serie di individui e famiglie poco o nulla noti ma comunque li sepolti.

Ad onorarli hanno contribuito decine artisti come Giulio Ulisse Arari, Giò Pomodoro, Giovanni Broggi, Francesco Messina, Luca Beltrami che ne hanno fatto un concentrato di templi dal sapore greco, obelischi arzigogolati, “edicole” funerarie di ogni tipo, intrecciando stili e correnti che vanno dal tardo eclettismo al liberty, alla scapigliatura.

Un pugno di ore , troppo poche in verità, a girare stupito (al Monumentale c’ero stato una volta sola da ragazzo) e incantato. Tanto da farmi passare in secondo piano quell’oceano di emozioni che, ogni volta, mi investe quando incontro quel balletto folle che abbraccia vita e morte insieme.
In fondo, il cimitero è una funzione dell’immaginario, specie di “teatro dell’anima”, luogo in cui proiettiamo quanto di emotivo vive e si dispiega dentro di noi.
Certo, qualche momento di commozione, lo spuntare di una lacrima ma .. troppo bello questo “museo a cielo aperto” perché l’incanto dell’estetica non prendesse il sopravvento sul fiume delle emozioni, del dolore, del senso di provvisorietà in terra.

Ancora una volta Milano mi ha mostrato un bellissimo aspetto di sé. Città che sa, a cercarli, offrire luoghi e spazi meravigliosi.
Se non ci avete ancora fatto visita, mi permetto di consigliarvi una mezza giornata, meglio ancora una giornata intera, al cimitero Monumentale di Milano.

 “Darei la vita per non morire”
(J. Morrison)
 





 

mercoledì 22 aprile 2015

Selvaggia magia


“Per vincere un combattimento è indispensabile possedere buone armi, ma anche essere efficacemente protetti contro quelle altrui”
( A. Fieschi )

 Strana, la sensazione del legno tra le mani. Io che, ormai, sono abituato all’asettico tattile del “polipropilene”, il duro e possente “plasticone” del bokken Cold Steel.
Come strana è la luce bianca del legno. Levigato e agile tra le mani, di un biancore pallido, come fosse possibile diffondere la luce lunare su un’arma di legno.
I fondamentali del Tameshigri, l’arte di tagliare un bersaglio.

Poi è la volta dell’acciaio vero e proprio.
Slego meticoloso il kumihimo, la corda intrecciata che avvolge il cotone finemente decorato a protezione del saya e del katana stesso.
Lupo di Settembre” è nelle mie mani.
Lupo di Settembre
Lama leggera, sensibile, classico shinogi – zukuri che, visto dall’alto di me che la impugno, spinge verso immagini di un proiettile lanciato a perforare l’aria.
Sono passi danzati, precisi, accurati. Feroci.
Sono falciate discendenti ed ascendenti a succedersi rapide: volo di falco in picchiata e sollevarsi famelico di fauci spalancate di rettile acquattato.

Periodo, questo d’oggi, che alcuni chiamano postmoderno per noi, periodo Heisai per il Giappone.
Impugno un katana dei primi del 1600, uno Shinto, acciaio di samurai medioevale, nel terzo millennio d’occidente, conducendo una vita dal sapore italiano.
Il senso ?
Il senso di un praticare di katana oggi, in questo contesto ?
Lama Danzante e Lupo di Settembre

Respiro profondo, come il mugghiare di un vento in tempesta e quello che sento rimbombare  dentro non sono le percussioni  di un pugile al sacco ma i battiti incalzanti del mio cuore in tumulto.
Ecco, il senso. Di vitalità e passione profonda. Di istinto di morte non taciuto, non negato, ma riconosciuto e trasformato  in energia creativa.
Lama Danzante
Di cuore e pancia immersi nell’Ombra, nei meandri di quelle oscurità che giacciono, sepolte ma non onorate, dentro ognuno di noi. Zombie, morti viventi, che in ogni momento possono prendere forma e riaffiorare nella nostra coscienza senza che noi siamo in grado di riconoscerli e gestirli. Allora li neghiamo mentre ne siamo  schiavi. Potere delle pulsioni inconsce che la mente umana si illude di governare negandole e reprimendole, mentre solo la conoscenza e il riconoscimento ci permettono di farne una parte consapevole di noi.

Audaci, coraggiosi pur nelle nostre paure, onesti con i nostri turbamenti, efficaci in combattimento, ecco il senso.
Quel continuo, incessante combattimento che tutti, nel medioevo o ai giorni nostri, in Giappone o in Italia, chiamiamo vivere. Finche vivere ci sia concesso.

 “Sia che ci troviamo nella posizione di chi rifà il letto sia in quella di chi vi si trova confinato, dobbiamo fare i conti con la natura precaria della vita. Con estrema immediatezza, siamo messi di fronte alla verità fondamentale che ogni pensiero, ogni atto d’amore, ogni vita, ha un inizio e una fine. Capiamo che la morte fa parte della vita, di ogni cosa, e rimuovere questa verità comporta un enorme dolore. Lo sforzo di impedire il cambiamento o di raggiungere una condizione di soddisfazione permanente su cui rimanere assestati, è fonte di infinita sofferenza”
(F. Ostraseski)
 

Shinogi Zukuri



lo shinogi zukuri di Lupo di Settembre
 

lunedì 13 aprile 2015

Profondo marziale


“Se tu fallissi potresti essere deluso, ma sarai dannato se non provi”
(B. Sills)

 Inizia Sabato mattina, il mio fine settimana “pieno”.
Tre ore di Tai Chi Chuan, e che Tai Chi Chuan, con il Maestro ed amico Aleksandar Trickovic, nel gruppo che, ad Opera, già da diversi anni lo segue in questa danza suadente e potente.
Interpretazione, la sua, di sicura efficacia e sempre interessante immersione nei tesori più profondi di quest’Arte antica.
Sono cerchi che nascono e danzano nell’aria, si avviluppano l’uno dentro l’altro, si susseguono uno dopo l’altro, senza che nulla possa lacerarne l’intrinseca bellezza, lo slancio sinuoso.
E’ un bacino pieno e profondo che ne detta la direzione, sono mani espressive che ne disegnano la traiettoria.
Giusto un saluto a tutti, un abbraccione a quell’adorabile fatina ( sì, le fate esistono) che è Laura, oggi entra negli “anta” !!, ed un maschio abbraccio ad Aleks, con la promessa, insieme ai vari momenti di gruppo, di vederci presto per una “privata”, nel suo territorio: un tranquillo parco in Varese che ci vede duettare di gesti e coltello e pugni tra lo sbigottito guardare di runners, coppiette e solitati lettori.
A casa mi attende Monica, dolcissima nell’aspettare i miei orari impossibili per condividere un pranzo o una cena.
 
Il Dojo dello Z.N.K.R. si apre e offre immagini di sciabole di legno, poi di katana veri e propri, per il tradizionale Seminario mensile di Kenshindo.
Acciaio snudato l’un contro l’altro, a interpretare ferite e lacerazioni. Falciate settano tra gli schizzi di luce e i colori sgargianti della pedana. Occhi su occhi, “Aki no Sora”, finalmente i kata in coppia in movimento, dove Yomi e Yoshi, ritmo e tempo, sciorinano disegni letali, passi felpati e un rapido accucciarsi a tagliare i tendini del ginocchio, poi avanti, di slancio, per la decapitazione finale: atto totale, incontrovertibile, di uccisione.
A vuoto, a ripercorrere le quattro sequenze base del Tameshigiri: “Tameshigiri è la simulazione dell'assassinio di un altro essere umano, e questo genera un grande potenziale di afflizione spirituale (…) Che siano antiche o recenti, le spade possono accogliere forze spirituali insondabili in grado di esercitare un incredibile potere (…)  enfatizzare eccessivamente questa pratica può generare un rischio spirituale quale quello di generare nei praticanti a vedere in questa pratica una sorta di gioco, un atteggiamento mentale che deve essere evitato poiché distorce la solenne natura di questa pratica (…)” (Takamura Yukio).
Per questo, poche e selezionate sono le volte in cui ci votiamo al Tameshigiri. Per questo mai un pubblico video o delle foto a mostrarne il fare. Riserbo e pudore, perché sempre di uccisione si tratta. Perché, ogni volta, uccidiamo qualcosa di noi, che noi siamo insieme predatori e preda.
Impugno “Lama Danzante”, mi accompagna ormai da anni in questo supplizio, in questa catarsi di emozioni e pulsioni. Acciaio dalle ombre di nebbia, forgiato manualmente apposta per me. Lama lievemente ricurva, il cui sottile tagliente sibila pregustando l’affondo nella stuoia umida. E altri guerrieri, ognuno a suo modo disposto, dopo di me.
Finita questa cerimonia di morte e lutto,   raccolte le calde parole di ognuno dei praticanti, il saluto finale.

Tanto, l’indomani mattina, sono ancora qui: lezione privata. E sono parole che suonano potenti, sono potenti colpi al sacco, e calci e ginocchiate; sono raffiche di percosse sul sacco, questa volta steso al suolo. Sono lieve schivare e scivolare via dall’aggredire improvviso.
Doccia, un abbraccio a F. e a casa.

Che il pomeriggio, questa volta “in banda”: ci sono Monica, Lupo e il suo amico Luca, entrambi cinture “superiori” del “corso Kenpo Bimbi e Ragazzi” tenuto dall’Insegnante Celso, Kalì, il nostro Boston Terrier, il Maestro Giuseppe e Donatella, andiamo all’Agriturismo “Il Bivacco”, nel pavese.
Lì svolgeremo il fine settimana marziale dedicato proprio a bimbi e ragazzi, a Maggio. Si tratta di contrattare con Teresa, amica cara e “padrona di casa”, modi e costi perché l’iniziativa sia svolta al meglio.
Come è caratteristica della Scuola, la discussione non è priva di pane, salame, formaggio, torte casarecce, buon vino, caffè….
Dato che io ( evviva !!) mi sono tenuto solo una parte nella docenza, lascio volentieri il tavolo, non prima di aver azzerato o quasi quanto Teresa ci ha portato, per dedicarmi al calciobalilla. Tanto non c’è Giovanni né quelli più bravi di me e così... le vinco tutte, sconfiggendo più volte Luca e la coppia Lupo  & Luca. Lo so, “ me la sono presa” con i più piccoli, ma qualche volta concederete anche a me di vincere “facile” !!
Giuseppe e Monica, ben supportati da Donatella, fanno un buon lavoro che ci sarà da organizzare il giro pasti, la nottata all’aperto e qualche sorpresa che aiuti i giovanissimi praticanti a sentire la natura e il profondo, inesauribile, rapporto che l’uomo ha con essa. Il clan dello Z.N.K.R. non tradisce mai qualità, coesione, capacità organizzativa e tanto, tanto entusiasmo.

La sera, a casa, i giochi con Lupo e Kalì, le chiacchiere con Monica, la “zia” televisione per stemperare le emozioni e quei colori forti e potenti che hanno tinteggiato questo “profondo marziale”.

 “Nelle antiche società tribali, i momenti che segnavano il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta, erano scanditi da rituali quali l’allontanamento, il superamento di alcune prove e la reintegrazione del giovane nella collettività in una posizione riqualificata. Vi erano però un intero villaggio e un’intera comunità che partecipavano a questo rito iniziatico. La dimensione individualistica in cui si consuma oggi il ruolo paterno ha destituito tale momento del suo potere di reale trasformazione capace di determinare il fondamentale apprendistato alla vita, in quanto i nuovi padri, talvolta adulti senza consapevolezza e/o eterni adolescenti, a loro volta non hanno mai deposto “i modi di un bimbo”, non essendo stati traghettati nell’età adulta attraverso quel processo di autoconsapevolezza che Omero aveva attribuito alla figura di Mentore”
(S. Gasperini)
 





 

giovedì 9 aprile 2015

A teatro


“Qui devi correre più che puoi per restare nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte, devi correre almeno il doppio!”
(L. Carroll)

 Serata a teatro, a vedere  Alice. Who dreamed it ?”, spettacolo ispirato ad “Alice nel paese delle meraviglie”  / “Attraverso lo specchio” ma, soprattutto, spettacolo messo in scena e recitato dalla “Dual Band”, la compagnia in cui da due anni studia mio figlio Lupo.
Assurdo e paradosso sono i temi dominanti, tesi, poi, grazie all’innocenza conciliante di Alice, a permetterle la conquista dell’adultità.
Mi sono goduto lo spettacolo, seduto in prima fila, Ma nemmeno ho potuto scansare i continui rimandi alla realtà dell’autore, il reverendo Charles Dogson, noto con lo pseudonimo di Luiss Carroll.
Già perché Dodgson soffriva di balbuzie e la parodia del suo “difetto” è affidata al personaggio di Dodo  (“Do-do-Dodgson”). Egli era anche uno scrittore speculare . Nel romanzo sono diversi gli utilizzi di questa abilità, si pensi alla poesia Jabberwocky che Alice può leggere solo riflessa in uno specchio.
La scrittura speculare è sovente associata alla balbuzie ed è molto comune nei mancini. Si perché Dodgson scriveva con la mano destra, ma era nato mancino.
Lo stesso Dogson, così creativo e irriverente nel suo romanzo, era un fanatico ed ultraconservatore nel campo che gli era proprio, la matematica, dedicando libri su libri a contrastare le scoperte geometriche avanzate in quei tempi.
Per non parlare della sua vita privata, costellata di bambine fotografate senza vestiti … che, per i tempi e per essere lui un reverendo, non è proprio del tutto rassicurante.
Altre volte Carroll propone dei veri e propri koan di stampo Zen, quale il ghigno del Gatto del Cheshire, che rimane ancora aleggiante nell’aria, quando tutto il suo corpo è ormai scomparso. O quando fa dire  alla Regina Bianca la regola: “Marmellata domani e ieri, ma mai oggi. Marmellata a giorni alterni, e oggi non è un giorno alterno”. Un po’ come “Il suono del battito di una mano sola”, ,koan attribuito al Maestro Hakuin  e ripreso pubblicamente dal filosofo tedesco Martin Heidegger.
Insomma, tutto questo accozzarsi di contraddizioni, di luci e ombre, di elogio del paradosso, già ben mi disponeva verso lo spettacolo, rappresentando il caleidoscopico incontrarsi e scontrarsi delle mille parti che compongono ognuno di noi, il confliggere costante che è, comunque e sempre, linfa di vita una volta accettato, compreso e gestito pienamente.
Poi, la messa in scena semplice ma affascinante, la recitazione dei due Borciani junior e della piccola Benedetta, compagna di corso di Lupo, hanno fatto il resto.
Da vedere !!

In scena all’Out Off, dal 7 al 12 Aprile, con alcune serate anche interamente in lingua inglese.
 

 

 

venerdì 3 aprile 2015

Essere soli


“L’abilità umana più importante è comunicare e si esprime in quattro modi: leggere, scrivere, parlare e ascoltare. Fin da piccoli, siamo stati abituati a imparare le prime tre abilità; della quarta, nessun maestro si è mai preoccupato”(D. Cesana)

 Uno vive e sceglie, o crede di scegliere, si fa consapevolmente o meno scegliere. Uno che è ognuno di noi. Anche tu che mi stai leggendo.
Cominciamo con l’affermare che
“uno” non sceglie / compra prodotti, servizi, idee, ma compra i modi in cui ci si pensa di sentire usandoli.
Nulla di male in ciò. Però esserne consapevoli non sarebbe meglio ? Magari questa consapevolezza  porterebbe anche ad una scelta diversa oppure, nel confermare il prodotto scelto, potremmo davvero vantarci ( e assumerci la responsabilità) che è quello che vogliamo veramente, con tutto noi stessi.
Sicuro che quell’automobile sia davvero quel che ti serve o stai privilegiando come ti sentirai avendo le chiappe sul sedile di quel mezzo di trasporto ?

Potrei approfondire aggiungendo che
uno” non compra o vende prodotti, ma relazioni umane.
Quando comperi l’abbonamento in quella palestra, comperi anche un certo tipo di relazioni umane, non solo per quel che accade dentro la palestra vera e propria, ma anche  per quel che ciò significa nel tuo rapportarti con amici, familiari, conoscenti tanto quanto con le relazioni che andrai ad instaurare con le mille parti che ti compongono e… in virtù di quella scelta in quella palestra, qualcosa di te, del tuo mondo e del tuo modo di pensare ed agire, ne verrà cambiato.

Nessuno di noi è una monade e il semplice vivere è comunicare / relazionarci, ovvero cambiare ( magari senza accorgerci della direzione presa o trovando più comodo e deresponsabilizzante fingere di non accorgerci !!
Ormai è un fatto conclamato che la quantità e la qualità delle nostre relazioni con gli altri sono tra i fattori che più incidono, nel bene o nel male, sulla qualità della vita.
Esse sono le fondamenta di tutte le principali aree del nostro vivere sociale.
Anche in virtù di ciò, non solo le nostre scelte ci influenzano, ma noi stressi siamo influenzati dalle relazioni in atto nello scegliere un prodotto o un servizio piuttosto di un altro.
Sovente compriamo credendo che ciò che abbiamo acquistato per noi sia davvero per noi e non pesantemente influenzato dal parere o di situazioni che altri vedono e giudicano del prodotto scelto.
“Basterebbe focalizzarci su come ci vediamo allo specchio: la convinzione che ciò che indossiamo ci stia bene è in relazione non solamente a ciò che realmente vediamo, ma anche e soprattutto a un modello mentale dell’immagine attesa di noi stessi con indosso quel capo d’abbigliamento e a quanto i contesti potenziali di contorno possano interagire per migliorare (commessa) o peggiorare (fidanzata) questo differenziale percettivo”. (D. Cesana)
In questa morsa, l’individuo si vede alla fine spinto a costruirsi una facciata socialmente desiderabile, magari simile ai sorridenti e vincenti modelli offerti dalla televisione e dai mass media.
Se l’operazione ha successo, gli altri individui la restituiscono come specchi; ma quest’immagine, che si è voluta dare, è, almeno inizialmente, estranea al suo stesso autore.
La paura del giudizio altrui blocca la spontaneità; le persone più vulnerabili si vergognano di mostrare la propria umanità, preferiscono nascondersi e recitare una parte standard.
Alla fine, non si riesce più a condividere i propri stati d’animo con nessuno, nemmeno con se stessi. E, spesso, si finisce per diventare  quella “maschera”, quel “ruolo” inizialmente giocato solo per “cantare nel coro”, per soddisfare esigenze non autenticamente nostre.

E se uno che non è “uno”, consapevole delle due premesse qui esposte, volesse scegliere comunque, razionalmente ed emotivamente, per sé ? O almeno provarci ?
Sarebbero c…. amari !!
Non solo perché questo lo porterebbe ad una differenziazione sospetta agli altri, ma anche perché lui stesso negli altri coglierebbe con precisione, antipatica a costoro, l’indifferenziato schiavismo di scelte e ripetizioni.
Voglio dire, “uno” può anche ascoltare ed apprezzare una canzonetta pop di questo o quella, ma se la sua lunghezza d’onda musicale è stabilmente sintonizzata su quel genere, il suo sentire musicale, il suo emozionarsi sonoro, diverrà, col tempo, un identico piattume e .. pattume.
Se ti fumi e ti godi un paio di sigarette al giorno, e goditele; se ti fumi un intero pacchetto, sei probabilmente un dipendente da nicotina, sicuramente uno con i polmoni ( e non solo loro) malandati. Se poi ti andasse di essere un narcodipendente e in perenne odore di  malattia, OK, fatti tuoi ( che investono però il relazionarti diverso / malsano con gli altri) Basta che tu non finga di non saperlo, non faccia spallucce come se non fosse vero, perché saresti in malafede.
Chissà perché, se questo vale per il fumo, spesso per “uno” non vale per musica, attività motoria, letture, genere di compagnie, ecc. ecc.
Non è che la quantità in cultura / beni culturali / passatempi ecc. non incida quanto la quantità in cibo “materiale” e tutto quanto identifichiamo come materia !!
Non è che la stupidità culturale,  il veleno  culturale, sia meno pernicioso di quello che intacca la salute fisica !!

Mi trovo a riflettere sulle mie scelte: Innalzare il praticare marziale a forma terapeutica quanto a chiave di lettura del vivere quotidiano; vestirmi privilegiando la comodità dei movimenti al gusto estetico via via dominante; studiare saggi di diversa estrazione, informarmi attingendo a diverse fonti comprese alcune minoritarie; ecc. ecc.
Attenzione, non sono un “talebano” del serio e serioso, dell’impegnato. Tutt’altro. Solo lascio che le letture “fantasy”o la visione di una partita di calcio non siano la norma. Di più, mi trovo ad attingere anche a loro per capire di più di me e di come stare al mondo.
E’ dura, ma preferisco questa solitudine a quella dei tanti “uno” che masticano le stesse cose, condividono le stesse scelte di massa nell’andare in palestra a modellare il fisico; acquietarsi davanti a fiction e talk show riempiendo la serata con “zia” televisione; affollare face book dichiarando (a chi ?) dove sono stati a mangiare o l’aver raggiunto il livello XY nel tal gioco virtuale o pubblicare a raffica frasi e citazioni di altri, mai affrontando un discorso, una riflessione autonoma, di sé e del proprio sentire; indossare jeans  e i capi d’abbigliamento consentiti dalla moda del momento; e vuoi non farti un tatuaggio ? (1) e vuoi non domandare “Che lavoro fai?” appena incontri una persona ? (2) ecc.
Questi “uno” per cui la solitudine dentro, in realtà: “immersi nella folla della città, a contatto con colleghi e vicini, sembra l’ultimo dei problemi, ma la solitudine, quella subita più o meno consapevolmente, è terreno di coltura di molte patologie, comun denominatore di tutte le malattie mentali, causa ed effetto di qualsiasi dipendenza” (O. Castellani).
Che nel gregge, le pecore sono “uno” indistinti. Nel branco, il lupo è tanto uno unico quanto parte. Ma già, il lupo mette paura …

 “L’unico modo per crescere è essere straordinari”
(O. Castellani)

 

1. No, “uno” non incide sulla pelle un simbolo, un richiamo ad un evento fondamentale nella sua vita, un accadimento che l’ha segnato dentro. Piuttosto un delfino, una rondine, il “tribale” che va tanto di moda, il proprio nome tatuato in caratteri giap (o cinesi ? o vietnamiti ?, Va bè, tanto fa lo stesso, “uno” nemmeno li conosce quelle lingue e quegli ideogrammi) da un tatuatore italiano che, assai probabilmente, anche lui, quella lingua non conosce.

2. Che ne direbbe il gentile “piccolo principe” di Antoine-Marie-Roger de Saint-Exupéry ? I grandi amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: "Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?" Ma vi domandano: "Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?" Allora soltanto credono di conoscerlo.