mercoledì 14 ottobre 2015

Le parole che danzano


Martedì 13 Ottobre, in Dojo

 E’ festa. Piccola, tra pochi, ma sentita.
C’è, tra di noi, chi ha ormai cuore e corpo nel passato e chi sta dritto nel presente.
Non so, nessuno di noi sa,  quanti dei presenti siano guerrieri del quotidiano vivere e quanti restino a guardare il tempo che scorre loro tra le dita, e a me non importa niente di saperlo.

Qualcuno riempie i bicchieri di vino e io invito a berlo.
Forse, nessuno di quelli che lottano e cadono e si rialzano e sono qui a festeggiare un passaggio di grado, uno scurirsi di cintura, è tipo da accostarsi facilmente alla felicità. Però, guardandoli negli occhi, una voce dentro mi dice che qui, allo Z,N,K,R,, tra pugni e cozzar di acciaio, hanno potuto scoprire  che sta a solo a loro non cadere nel tranello, nelle fauci sporche del mostro che li invita, una volta loro davanti, anziché a combatterlo e a cominciare daccapo se occorre, a colludere con lui, a divenire come lui.
Loro hanno imparato che vivere è ottenere il meglio da ciò che incontri lungo il cammino, perché un uomo che non sia contento di ciò che ha, probabilmente non lo sarebbe nemmeno di quello che non ha. Poi, solo poi, può voltarsi altrove e lottare per altro.
Non so, tra chi oggi è qui e chi da tempo se ne è andato, sovente inanellando scuse e piccole bugie e rinviando un confronto franco prima di tutto con se stesso “mi sto attrezzando per venire”, “fra tre mesi riprendo”, “ mi prendo un anno sabbatico”, “non ho i soldi né il tempo”, soffra  quel buio che ha preso il posto del coraggio di vedere, di ascoltare, di lottare.
So che qui insegniamo, se mai si possa insegnare, a non parlare sotto voce o nel chiuso delle stanze, ma a cantare di libertà e lotta e guarigione.
Mentre Annalisa sorride lieta e Davide e Celso se la “contano” alla grande, gli altri attorno, la bocca piena e il bicchiere anche, mi chiedo come sia accorgersi di non sapere dove andare quando il mondo ti sembra darti addosso e tutti attorno a te ti chiedono di tirare fuori gli “attributi”, le palle. Come sia sapere, perché ogni uomo lo sa, che non si vincono le battaglie, gli scontri, i drammi, che si vogliono perdere.
E, forse, è questo il grottesco paradosso di questo nostro praticare, sempre in meno eppure sempre più coraggiosi e decisi.
Anche perché, suonerà sprezzante ai più ma io ci credo, solo ai lottatori, ai guerrieri, è concesso essere generosi.

La serata si chiude, raccogliamo piatti e bottiglie ormai vuote.
Ognuno per la sua strada. Ognuno, ne sono certo, sa come e dove sta andando. Ognuno, col permesso accordato dal proprio destino che invero sta costruendo con le sue stesse mani: “Gli essere umani non sono semplicemente codardi o eroi, si è entrambi e nessuno dei due a seconda delle circostanze. A seconda di chi è dalla tua parte, di chi invece è contro, a seconda della vita che hai vissuto. A seconda della morte che intravedi in attesa” (J. Abercrombie).

  
 
 
 

mercoledì 7 ottobre 2015

A spasso con l’intelligenza


Un Sabato pomeriggio, con Monica, Lupo e Valerio, suo compagno nella nuova classe scolastica,
al “Museo del ‘900”.

Lì è dove Lupo, a Settembre, ha partecipato ad un campus in cui ha girato un breve filmato https://www.youtube.com/watch?v=VZ2O85ZDB3AL’arte di uccidere
Ne è talmente stato impressionato, da averci spinto a farci una visita.
Io ricordo gli anni in cui spesso visitavo il  PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea), ma di questo “museo” nulla sapevo.

Scoperta entusiasmante.
L’edificio è bellissimo, proprio nel cuore di Milano. E un tuffo al cuore è l’aprirsi sul “Quarto Stato”, di Pellizza da Volpedo: un rimando immediato nel ventre del ’68, negli ideali e nelle aspirazioni di chi come me, ingenuamente ma animato da una passione travolgente, voleva cambiare il mondo in un paio di giorni.
Poi lo snodarsi delle sale e delle opere.

Complici le spiegazioni di Lupo, mi accosto a Boccioni. Io che non amo la scultura, mi incanto davanti a forme in movimento. Sì, i confini ci sono, certamente, ma la scultura si mostra come se fosse in movimento, movimento esterno, d’immagine, e movimento interno, di flussi e onde e spirali. Emozionante. Emozionante sentire in essa lo spirito e il fare del Tai Chi Chuan. Ecco, Boccioni sì è che è un ottimo praticante Tai Chi Chuan. Un’ottima fonte di ispirazione. Quella scultura è forma in movimento, è Tai Chi Chuan puro, semplice e bellissimo, è forma unica della continuità nello spazio.

I quadri di Morandi. Mi ricordo che tra i motivi che mi spinsero ad abbandonare la passione per la fotografia ci furono proprio loro: mi accorsi che fotografavo cercando, inconsapevolmente, di riprodurre i suoi quadri. Inconscia pretesa artistica che cozzava miseramente contro il già creato, già deposto sulla tela e con mano mirabile.

La schiera di futuristi, Giacomo Balla, Carlo Carrà, Mario Sironi, Achille Funi, Gino Severini.
Quel movimento centrato sull’intuizione che la cultura del Novecento doveva calarsi nei processi di trasformazione socio-economica in atto: industrializzazione, urbanizzazione spinta,  l’apoteosi della rapidità nei  mezzi di comunicazione come nei  mezzi di trasporto, la violenza abnorme e distruttiva delle nuove armi. Quadri, sculture, impregnati dal bisogno di agire e dalla disperata  volontà di  rappresentare il dinamismo.
Un calderone contradditorio, spesso informale, politicamente venato da un nazionalismo acceso ed interventista.
Tratteggio con Lupo qualche breve riflessione su cosa significhi imparare per poi dimenticare quanto imparato al fine di trasformarlo, perché, da un lato, ogni nuova creazione comunque eredita dal passato, non nasce dal nulla, ma, dall’altro, è necessario lasciare, abbandonare, per permettere all’uomo, all’umanità, di scoprire altro e oltre.
Credo sia il messaggio fondamentale che ogni padre debba lasciare ad un figlio. Compreso che ogni trasformazione, come ogni opera umana, non è solo “bene” o solo “male”, ma ne racchiude l’ambivalenza, ne esprime le mille sfaccettature. A partire da sé, dall’individuo stesso che non è monolitico né monade, bensì è mille diversi sé, sempre e comunque in gioco con l’ambiente e gli altri.
Un percorso artistico, qualsiasi esso sia, ne è ottima testimonianza. I futuristi, forse ancor più esplicitamente di altri. E quei quadri, quel che ricordo delle vite di quegli artisti, mi aiutano nell’educazione  del piccolo Lupo.
Compreso il dare sempre fiato, spazio, al suo gioioso istinto di sapere. Se il malessere attuale delle giovani generazioni  non risiede, come era per noi sessantottini, nell’opposizione, nello scontrarsi tra sogno e realtà, ma nell’assenza di sogno, del sognare, ogni incontro con le forme della cultura, dell’arte, può essere un’avventura, un viaggio, denso di comprensioni intellettuali quanto, soprattutto, emotive profonde ed audaci insieme. Può essere, di contro alla psico – apatia di cui scriveva Galimberti, un’esperienza di coscienza accesa.

Altre stanze, altre opere ci attendono: quelle informali del secondo dopoguerra, poi le forme d’arte dei decenni successivi, dagli ambienti del Gruppo T alla pittura analitica milanese.
Una sguardo rapido alle ultime entrate: opere pop provenienti dagli U.S.A. Ma sono solo, Monica non apprezza, Lupo e Valerio sono “ in pausa” seduti sulle seggiole. Allora un’occhiata e via. Una parte di me si lacera, occhi e cuore sulle opere di Renato Guttuso, come a dire la mia giovanile militanza, anche “professionale”, nel P.C.I., e i dibattiti sullo stalinismo e  il realismo nell’arte, un’altra si bea di fotografie ed opere di autentico stampo U.S.A. che di “artistico”, secondo l’opinione immediatamente leggibile, hanno poco o nulla. Beh, se ripenso a come è stato difficile spiegare a Lupo la “merda d’artista” di Manzoni e il suo significato nel contesto artistico del tempo.

Ancora insieme per le ultime incursioni, tra sculture e quadri spesso destabilizzanti.
All’uscita, Valerio si allontana con i suoi genitori. Noi ci aspetta la libreria Feltrinelli, opulenta e tentatrice, gravida di libri di ogni genere, ben accucciata nella galleria più famosa di Milano.

Un museo da visitare e visitare ancora. Per genitori insieme ai figli, ragazzi o adolescenti che siano. Per adulti tutti.

Per chi voglia, attraverso quadri e sculture, riandare con la memoria ai tempi in cui l’uomo scoprì il colore, imparando ad estrarlo dalle cose della natura, ad impiegarlo associandolo a valori simbolici, estetici, emozionali. Per questo l’uomo ha frantumato le terre, spremuto le piante e gli insetti, lasciando una traccia colorata della propria esistenza e della propria storia, fino ad intraprendere un percorso a volte scomposto, alienato, ma sempre riferito al vivere.
Una risposta a Jean Clair (ex direttore del Musée Picasso di Parigi e conservatore del Patrimonio di Francia, nonché direttore della Biennale di Venezia del centenario, dal 2008 membro dell' Académie Française) che scrive dei musei come di Grandi Magazzini “Depositi di civilizzazioni defunte” dove si allineano i dipinti secondo criteri cronologici e in cui  si affollano  individui solitari, che trovano nel “culto dell' arte la loro ultima avventura collettiva”.
Forse, ma forse non è così. O almeno non lo è stato per me, grazie anche all’entusiasmo del mio Lupo e di Valerio. Anzi, questa come mille altre, è stata l’occasione per confermare l’energia di un vivere e pensare e fare che è sempre e comunque vitalità, quand’anche condito di disgregazione, oscurantismo, scadenti ambizioni di marketing e di successo, modeste imitazioni e imbecilli presunzioni artistiche. Perché anche questo è l’uomo, è vivere. A ciascuno di noi, poi, la responsabilità “guerriera” di portarvi sinceramente il meglio di sé. Il futuro ci dirà se incontreremo il “sol dell’avvenire” o un apocalittico Armageddon.
Io, intanto, vivo.


giovedì 1 ottobre 2015

Il segreto del buon apprendimento



1998 Teatro Marziale
Pare che il fondatore  del coaching (1), così come arrivato ai giorni nostri, sia stato Tim Gallwey, istruttore di tennis degli anni '70, il quale si chiese cosa accadeva nella mente dell'atleta quando la palla non era in gioco e come quei pensieri avrebbero influito  sulla sua prestazione. Egli Individua così un “gioco  esterno”, quello che si vede, e un “gioco interno”, quello della mente, sviluppando delle tecniche “non direttive” che hanno lo scopo di portare  consapevolezza sul gioco interiore e affidare la responsabilità della crescita prestazionale all'atleta stesso.
Sono passati più di quarant’anni, e 2.500 circa dalla nascita di Socrate a cui dobbiamo la maieutica (2), e ancora siamo, nelle Scuola di ogni ordine e grado, nelle pratiche sportive fitness o agonistiche, nel sentire generale, a dare modelli da imitare, a considerare l’allievo come un contenitore da riempire, in un’ottica che, in linea con la società capitalista, privilegia efficienza e prestazione, l’acquisizione delle competenze come “indici subordinati al criterio acefalo della produttività” (M. Recalcati): numeri e quantità, sono i termini di paragone.

Cominciamo  con lo scrivere che, in qualsiasi ambito del sapere ci si muova, non vi sono cose come la “storia”, bensì solo storie. Che non c’è una cosa come l’ “oggettività”, bensì solo gradi diversi di soggettività; che qualsiasi cosa diciate che una certa cosa è, non lo è; che le definizioni, gli assunti, e le metafore di un individuo determinano i fatti che scoprirà; che il mondo vive un costante processo di cambiamento e che non possiamo mai “vederlo” né comprenderlo tutto; che ognuno dei nostri sensi è … un censore, e così anche ciascuna delle nostre frasi e interpretazioni.
Banalmente, consumo e di nuovo consumo tempo ed energie per spiegare, ogni volta, a mio figlio Lupo che non esistono i valori assoluti: “Torino è distante da Milano ?  Dipende. Lo è più di Abbiategrasso ma meno di Parigi. Se ci vai in Mercedes, con accanto un paio di amici, mentre guida un autista, lungo un’autostrada sgombra è ben poco distante rispetto a raggiungerla pedalando in bicicletta in un giorno di vento e pioggia”; che tutto muta, basta guardare le teorie nutrizioniste o quelle sulla materia; che ogni mutamento o “scoperta”, in qualsiasi campo, si accompagna sempre a “poteri forti” che lo indirizzano in una direzione piuttosto che nell’altra a seconda di interessi economici e di potere, altro che verità ed oggettività !!
2006 La Notte del Guerriero

Purtroppo, vigono ancora, e sono generalmente condivisi, concetti del tutto fallaci:

·         il concetto di “verità” assoluta, fissata, immutabile, in particolare da una prospettiva dualistica di buono/cattivo.

·         Il concetto di certezza. C’è sempre una e una sola risposta “giusta” e questa è assolutamente “giusta”.

·         Il concetto dell’identità isolata, l’idea che “A è A”, semplicemente e una volta per tutte.

·         Il concetto di stati e “cose” fissati, con l’idea implicita che se si conosce il nome si conosce anche la “cosa”.

·         Il concetto della causalità semplice, singola, meccanica; l’idea che ogni effetto è il risultato di una causa unica, facilmente identificabile.

·         Il concetto che le differenze  esistono solamente sotto forma di paralleli e di opposti: buono – cattivo, giusto – sbagliato, sì – no, corto – lungo, sopra – sotto, ecc.

·         Il concetto che la conoscenza è “data”, ovvero che essa emana da un’autorità superiore e che dev’essere accettata senza dubbi né discussioni.

2006 Stage Estivo
Del tutto in modo antagonista, scrivo pure “alternativo”, la nostra Scuola, lo Z.N.K.R. è una fucina, un laboratorio, in cui proporre e sperimentare, attraverso didattica e pedagogia / andragogia di stampo maieutico. Ovvero un metodo che ponga l’allievo al centro di ogni pratica,  cominciando da quello che egli sente, quello che teme, per cui si commuove, quello a cui aspira, quello che più lo emoziona .Perché egli è individuo fisicoemotivo e nella forma visibile del corpo si traduce sia il modo di essere che il modo di agire, poiché l’unità psicofisica collega le tre componenti, vita psichica, vita vegetativa inconscia e vita tonico – motoria, sia cosciente che riflessa: “La struttura delle tensioni muscolari determina i movimenti, il portamento, e la caratterialità” (S. Guerra Lisi)
Il continuum che le tiene insieme è il movimento. Infatti, qualunque essere vivente, anche se apparentemente statico, è in movimento: non solo respirazione e pulsazione cardiaca ma i moti d’animo, l’imago – azione, sia pure in stati alterati di coscienza fino al coma stesso. (3)
Dunque, noi allo Z.N.K.R., proponiamo una pratica esperienziale che si proponga di sviluppare un individuo “guerriero” (colui che sa stare nei conflitti), capace di agire flessibile, creativo, innovatore, tanto tollerante quanto assertivo, in grado di affrontare incertezza e ambiguità con coraggio ed audacia.
2011 Kenshindo, M° Valerio ed Angelica

Noi allo Z.N.K.R. siamo consci di una cosa tanto ovvia ma che nessuno ricorda più, ovvero che “ La funzione fondamentale di ogni tipo di istruzione, anche quella più tradizionale, consiste nel fatto di aumentare le prospettive di sopravvivenza del gruppo. Se questa funzione viene svolta, il gruppo sopravvive. Se no, esso muore” (N. Postman).
E non sono i valori assoluti o le certezze dogmatiche, le tecniche o le tecnologie, a stabilire chi sopravvive e chi muore, ma è la persona dietro a queste tecniche e tecnologie e come le impara e le gestisce e cosa e come si spinge oltre, verso nuove scoperte, verso nuove … incertezze !! (4)

2012 Festa in Dojo
Attenzione al rischio paventato dalle menti più attente: “Nello scientismo, di cui l’ideologia delle competenze è un’espressione attualissima, il sapere anonimo e robotizzato dell’Altro domina senza limiti e riduce il soggetto a un contenitore passivo, da riempire  di contenuti. Nella psicosi come nello scientismo non c’è posto per la singolarità” (M. Recalcati).
Per restare nel nostro ambito, le Arti Marziali e parenti prossimi, andate a vedere ( e a praticare, se vi regge lo stomaco !!)  là dove l’insegnante detta ordini, mostra gesti da copiare, movimenti da imitare mentre la pletora di juodoka, karateka, kick boxers, tai chi chuanisti ecc. si forza di memorizzare e copiare la sospirata e “pagata” verità che viene loro elargita e li renderà più sani, belli e forti. A furia di imitazioni, premiando chi ripete al meglio, chi riduce l’apprendimento alla riproduzione più fedele: massima valutazione all’allievo che sa ripetere  il più esattamente possibile gesti e movenze che gli sono stati impartiti. Schiera di modesti cloni in preda ad una diffusa anoressia fisicoemotiva, psicomotoria.
E mi spingo fino all’audacia di sostenere che il sapere è quanto ognuno scopre lungo un percorso autonomo, magari fatto in gruppo e sotto l’accompagnamento di chi ha più esperienza ( il Sensei, “colui che è nato prima”), ma senza alcun foglio delle istruzioni, senza un tracciato definito a priori. Perché questo sentiero si traccia solo percorrendolo, dunque si fa solo nel movimento e nell’agire di chi lo percorre, perché non esiste prima di esso.
Un sapere, non solo del tutto personale, ma sempre in mutamento, sorta di “vuoto fertile” (5), per usare un’espressione cara alla Gestalt, in grado di mostrare nuovi non saperi cui anelare. Porte che si aprono su altre porte da aprire.

Da un lato, nella pratica marziale ma anche nell’istruzione scolastica di ogni ordine e grado, nella pratica sportiva ma anche nella trasmissione educativa familiare, domina l’illusione di raggiungere il sapere come supremazia, come riempimento certo ed assoluto di una mancanza, un sapere che  pretende di estromettere incertezza ed errore.
Nel nostro lato ( e di pochi altri 6), c’è lo sforzo per tenere sempre accesa la passione dell’imparare; l’errore come “maestro” insostituibile e fondamentale per farci procedere; la consapevolezza che ogni cosa ne significa un’altra che conduce ad un’altra ancora, svelando tutto il limite di un sapere che non è in grado mai di  chiudersi e consistere in se stesso; il docente come testimone appassionato di un suo personale viaggio che tale passione mette a disposizione degli allievi, alimentando in loro il desiderio di viaggiare a loro volta.

D’altronde, nei mesi scorsi, quando mi capitava di parlare con qualche mamma ( i papà no. Mai. E chissà perché in questa, come in altre occasioni, semplicemente non ci sono, latitano, delegano… avranno da occuparsi di qualcosa di più importante che il “viaggio nella vita” dei propri figli ?) sulla scuola “media” in cui mandare i figli, gli elementi in base a cui scegliere erano la vicinanza a casa / comodità di trasporto, l’assenza / riduzione di elementi considerati destabilizzanti ( soprattutto episodi di bullismo, presenza di extracomunitari), la scelta condivisa con qualche compagno di scuola elementare. Come a dire la comodità, che il pargolo va tenuto comodo e noi genitori pure; le diversità e le difficoltà della vita e del sociale fuori dalle palle; l’evitare che affronti da solo i cambiamenti, le nuove relazioni, rinviandoli il più avanti possibile.
Mi viene il sospetto che abbia ragione Neill, quando scrive: “Gli adulti danno per scontato che si debba insegnare al bambino a comportarsi in modo che disturbi la loro vita il meno possibile. Ecco perché si dà tanta importanza all’obbedienza, alle buone maniere, alla docilità”.

 
2011 Stage Estivo

 

1.“Lo scopo del coaching è di eliminare ogni ostacolo, esterno e interno, che impedisca il raggiungimento di un obiettivo”.
“Essere consapevoli, in generale, significa percepire le cose come effettivamente sono, mentre essere consapevoli di se stessi significa riconoscere anche i fattori interni che possono distorcere la nostra percezione della realtà”
(J. Whitmore: Coaching)

 2.“Da questo punto di vista ( approccio maieutico ) i bambini non imparano dall’educatore, piuttosto dalla capacità dell’educatore di predisporre delle situazioni in cui essi possano imparare da soli”
“La maieutica, come ci ricorda Socrate, è un approccio basato sul chiedere, sul fare domande”
(D. Novara: Litigare per crescere)

2013 Silvano
 3.“Nella misura in cui il movimento si accompagna nuovamente ai contenuti emozionali ai quali in origine era legato, esso torna a esprimersi come movimento primitivo.
E’ allora chiaro che possiamo introdurre il movimento costruito, cioè una tecnica che funga da catalizzatore e canalizzatore dell’energia, che aiuti ad approdare a un percorso nuovo dell’espressione psicomotoria”
(V. Bellia: Danzare le origini)

 4.Come a dire, permettetemi lo schematismo, che il “pensiero unico”, quello intollerante nella sua prepotente ignoranza, impera stritolando ogni opposizione, fino a che quest’ultima, eretici ed indipendenti, liberi pensatori e creativi, pur esile minoranza, scuote e disgrega il potere del “pensiero unico” tanto da indurlo ad una mutazione che tenga conto di questi elementi innovativi, rivoluzionari. Questo nuovo “pensiero unico”, arricchito e mutato, prosegue nella strada dell’intolleranza e delle verità assolute, mentre altri piccoli nuclei di uomini indipendenti ed audaci lo combattono, fino ad una nuova disgregazione e mutazione, e così via all’infinito ( o … a finire a sbattere in un Armageddon apocalittico).
Un avanzare dialettico, a suo modo “taoista” nel tenere insieme gli opposti, in cui ognuno può scegliere da che parte stare, nella vita pubblica come in quella sua intima e privata.
Io, sin dall’adolescenza, la mia scelta l’ho fatta. Costa fatica, amarezza, ferite sempre sanguinanti e cicatrici che dolorano ai cambi di stagione, ma ha il sapore dell’errare da solo, in piena autonomia, come del conoscere e gustare sprazzi di libertà e profondità umana inauditi; dell’incontrare, per un giorno solo o per anni, uomini e donne eccezionali, famosi o meno, eccezionali anche nella loro debolezza perché autentica, spesso strambi, folli di quella follia che nella sua anima più oscura è una possibilità umana, con le sue note più o meno dolorose e con le sue penombre, con le sue inquietudini del cuore.
“Ho iniziato a capire che un guerriero deve dare prova di sé non solo in battaglia ma anche nella vita. Vive in nome di un codice (…) Il combattimento è un’estensione di quel codice, non la sua fonte.
(…)
Il suo codice in tempo di pace è lo stesso che in servizio: fa il tuo dovere, proteggi il debole e la comunità, affronta il prepotente, sii sempre pronto e vigile, sii leale, evita l’aggressività, se possibile, ma quando non lo è vinci, e vinci pienamente. Il rispetto e l’onore si guadagnano con le proprie azioni, non sono acquisiti alla nascita”
(colonnello D. Grossman: On Combat)

2014 Giovanni e Roberto
 5.“L’individuo capace di tollerare l’esperienza del vuoto fertile, sperimentando fino in fondo la propria confusione e che riesce a diventare consapevole di tutto quanto richiama la sua attenzione (allucinazioni, frasi interrotte, sentimenti vaghi, strani) avrà una grande sorpresa, vivrà probabilmente un’esperienza “Ah, ah!”; all’improvviso apparirà una soluzione, un insight fin ad ora inesistente, un lampo di comprensione o percezione”.
(F. Perls, R. Hefferline, P. Goodman: Teoria e pratica della terapia della Gestalt)

 6.Pochi, ma agguerriti di pratica e di studio e di riflessione su quanto fatto, per poi gettarsi in una nuova pratica un nuovo studio …
Penso a Daniele Novara e al suo “Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti”, alle elaborazioni teoriche ed alle buone pratiche che diffonde nella scuola dell’obbligo, sperimentando in tutta la Lombardia, là dove incontra dirigenti scolastici e personale docente attento ed aperto. O alle caratteristiche pedagogiche e didattiche delle Scuole “private” Steiner o della media “pubblica” Rinascita.
Penso, nel campo più propriamente motorio, a chi ha raccolto l’eredità di Moshe Feldenkrais e del suo stupefacente metodo. Alla “Danza Sensibile” di Claude Coldy, che in Milano vive soprattutto grazie all’opera di un’eccezionale Roberta Claren.
Cito quanto sopra perché è stato ed è  parte del personale percorso mio o dei miei figli, ma ho sentore di “altro” che circola nella nostra città e dintorni. Basta cercarlo !!
Dubito che ci sia qualcosa di simile nel campo marziale: quasi quarant’anni di pratica e di scambi, mi portano a credere che qui, nelle Arti Marziali e dintorni, regni la prassi del modello e dell’obbedienza, dell’unica risposta certa già data dal Maestro / Sifu /allenatore, dove imprevedibilità, incertezza ed autentica ricerca, siano banditi. E non parliamo di pratica come terapia di individuazione e crescita, che qui il nulla regna sovrano.
Massa di anoressici o disturbati fisicoemotivi. I quali  non sapranno mai, né vogliono sapere, che “I nostri soli maestri sono quelli che ci dicono di fare con loro e che, anziché proporci gesti da riprodurre, hanno saputo trasmettere dei segni da sviluppare nell’eterogeneo( G. Deleuze: Differenza e ripetizione)

 








lunedì 21 settembre 2015

Festa Sport in Zona


Domenica 20 Settembre
L.go Marinai d’Italia

 

Sole, verde, bambini, adulti, famiglie, tanta, tantissima gente, da non crederci.
Noi, su invito dell’US ACLI a cui va il nostro grazie ( in particolare al simpatico ed efficiente Claudio che coordinava le diverse iniziative) per quest’opportunità dataci, ci siamo andati per fare gruppo, per il piacere di cementare e rinnovare un’amicizia nata nel sudore e nella fatica di un percorso di conflitto, turbamento interiore, scontro fisico che è sempre anche scontro e scambio fisicoemotivo. Amicizia che poi, con gli anni, si è estesa alle cene a casa di uno o dell’altro, alle vacanze estive trascorse insieme, alle confidenze sui drammi e sulle amare sconfitte della vita quotidiana, agli abbracci ed alle risate per tutte le volte che la vita ci ha regalato una soddisfazione, una canzone d’allegria.
Ci siamo andati per divertirci a praticare all’aperto, che è gioia e sensazione diversa dalle mura del Dojo, praticare in quella zona di Milano in cui da oltre trent’anni proponiamo il nostro percorso marziale, che è dunque anche la “nostra” zona.
Ci siamo andati per proporci a chi ci avrebbe visto e, memori di esperienze precedenti, senza alcuna aspettativa.

Invece …. invece è stato un oceano di presenze, di domande, di affollarsi di gente allo stand, di richieste di informazioni, di persone curiose attorno alle materassine dove praticavamo e di qualcuno che è entrato a condividere.
Magari non verrà nessuno a provare in Dojo, magari nessuno si iscriverà. Ma è stato bellissimo, emozionante, snodare gesti e balzi e calci e pugni sotto la sguardo attento di chi, esplicitamente o meno, ci diceva “Bello, mi piace, voglio farlo anch’io”.
Ci siamo sentiti insieme a tanti e tanti sconosciuti. E non importa se abbiano colto il travaglio, se abbiano colto il senso forte del “formare” come fatica interiore di conoscenza e trasformazione, di individuazione; se abbiano colto il senso audace, spericolato dell’ “educare”  come viaggio non verso le certezze del sapere, che è spazio perciò stesso angusto e ristretto, spazio asfittico del “pensiero unico” ma come viaggio verso gli spazi ampi, viaggio che è rapire, sedurre, portare fuori dalla strada ovvia per curiosare nei sentieri e nei viottoli, che è aprirsi alla radura, all’orizzonte infinito.

Non importa.
Importa che si si siano incuriositi e divertiti e, con la loro presenza, ci abbiano donato il calore di uomini, donne, bimbi e ragazzi, ci abbiano fatto sentire comunque insieme.
Certo, se poi qualcuno verrà e farà un tratto di strada marziale e di formazione con noi, sarà ancora meglio. Meglio perché ogni individuo è un’energia, energia che scambia e si relaziona, energia che porta vitalità. Poi è anche una quota, un contributo economico e ne abbiamo bisogno, che tutto  l’anno, dodici mesi l’anno, arrivano le scadenze dell’affitto e le bollette di luce e gas e le spese per questo e quello.
Staremo a vedere.

Allora, che gran bella festa insieme, insieme agli allievi che sono venuti ad organizzare lo stand e a praticare, e tra questi mi piace citare Jacopo & Jacopo, uno allievo “anziano” l’altro appena arrivato, entrambi del corso Kenpo Ragazzi dell’Insegnante Celso: una  giornata ai giardini per i fatti loro a giocare, a curiosare, ma anche per praticare Arti Marziali, per fare gruppo, clan, con la Scuola che è anche la loro Scuola, per farsi nuovi amici “adulti” oltre ai soliti, per aprirsi al mondo, insomma ,invece della solita Domenica con le solite persone di ogni giorno.
Un grazie anche a chi è comunque venuto a salutarci, a vedere che facevamo: fare gruppo, fare clan, perché praticare Arti Marziali come noi le proponiamo, vivere lo Z.N.K.R. come noi facciamo è tale quale il vivere di ogni giorno in famiglia, nel lavoro, a scuola: un’avventura individuale in seno al gruppo. E qui da noi impariamo ad essere insieme individui e parte di un gruppo, senza scadimenti narcisistici e senza appiattimenti fusionali.
Una gran bella festa insieme.






venerdì 18 settembre 2015

L’energia artistica


1° gruppo esperienziale Wing Chun Boxing, Ottobre 2012
Parafrasando  Eugenio Barba, regista teatrale, potremmo dire  che le Arti Marziali, come le intendiamo noi, s’intende, ovvero come erano alle origini:
Bujutsu (1), metodo con cui uccidere per non essere uccisi,
e poi
Budo, La Via, processo di conoscenza, crescita ed individuazione, terapia fisicoemotiva,
sono “un’isola galleggiante, un’isola di libertà. Derisoria, perché sono un granello di sabbia nel vortice della storia e non cambiano il mondo. Sacra, perché cambiano noi.”

Cambiano noi”, ecco il senso profondo del Budo. Ecco perché noi pratichiamo e proponiamo l’Arte del lottare, del confliggere, distanti da chi ha ridotto le Arti Marziali a un fare semplicemente fisico, ginnico, di tecniche e posizioni, uccidendone le radici soteriologiche, la passione trasformatrice; ovvero distanti da chi, in esse, abbia tranciato sia l’attitudine sia lo scopo di accompagnare il praticante  fuori, oltre, il malessere, il disagio, le nevrosi che, latenti o meno, sono compagne di ogni vivere umano.
Insomma, costoro praticano un Bujutsu di dubbia efficacia combattiva e di nessuno spessore in quanto a crescita e conoscenza di sé, dunque del tutto privo dello stato di Budo.
Due calci, due pugni, una proiezione al suolo, qualche gesto a vuoto e poi tutti in doccia !! Qualcuno pure convinto di essere un combattente e / o un saggio per il semplice aver fatto quanto sopra !!
Il riposo dei guerrieri dopo la Festa di via Cadore, 2011

Perché si pratichi un Bujutsu efficace e perché, tramite esso, ci si addentri nel bosco profondo delle pulsioni e delle emozioni in cui agire Budo, occorre ben altro.
Su questo blog, ne ho già scritto diverse volte e in vario modo, sia con un linguaggio rigoroso (“Andragogia marziale e non solo” Maggio 2013; “Io ci sto e tu?” Dicembre 2013), sia utilizzando metafore e racconti di stampo “leggero” (“Di una bella, dei suoi cortigiani e dei suoi possenti amanti” Giugno 2013; “Perché scegliere me” Settembre 2011; “Del dare la morte” Febbraio 2014)
Qui voglio solo ricordare che praticare, fare esperienza di sé corpo è sempre, sempre, indissolubilmente legato a un fare /trasformare olistico: Fare e soprattutto come fare, ti cambia anche gli aspetti psichici, ti cambia come individuo, come persona. Per questo è hon (fondamentale), essere cosciente di come agisci corpo, come ti  muovi corpo, perché, che tu ne sia consapevole o meno, questo induce dei cambiamenti in quel che sei.

Allora, così, anche in forma disordinata, mi preme scrivere che una sana pratica marziale

dal punto di vista dei contenuti:
Seminario Kenshindo 2008
- mette in secondo piano potenziamento e condizionamento muscolare, lavorando invece sugli organi interni e sulla consapevolezza  corporea, fino ad affinare propriocezione e viscerocezione, a modulare l’attività endocrina;
- limita sforzo e contrazione muscolare, privilegiando la distensione muscolare e l’affidarsi alla muscolatura profonda;
- mira a non spezzettare l’attenzione sul proprio gesto o sull’altro da me, come a non finalizzare il “voler fare” (intenzione ?) sull’altro, quanto a riunirle in un’unica grande apertura in cui intuito e senso del predare, senso dello spazio, del ritmo e della relazione (yomi e yoshi) giochino un’unica danza armoniosa;

dal punto di vista della didattica e dell’andragogia
- afferma che il sapere del docente, il Maestro o come lo si  voglia chiamare, “non è mai ciò che colma la mancanza, quanto ciò che la preserva” (M. Recalcati), perché il sapere (qui marziale, ma per me vale per ogni sapere autenticamente tale) si costruisce attraverso un percorso individuale, proprio di ogni singolo praticante, senza che esista a garantirne l’acquisizione, un tracciato definito a priori, un modello da imitare, una sorta di “foglio delle istruzioni” per montare il mobile Ikea;
- sostiene non solo che l’allievo non è un vuoto da riempire, quanto un vuoto da aprire, uno spazio per aperture impensate prima, e anche che ogni allievo abbia già in sé le risorse e le energie per apprendere il sapere;
Stage Estivo 2010
- incoraggia l’espressione fisica delle emozioni (emos – azioni), accogliendo turbamenti e resistenze nel processo di pratica che è crescita e trasformazione, ben sapendo che: “La terapia è come sputare nella minestra di qualcuno. Può continuare a mangiarla, ma non può più gustarla”. (A. Adler);
- utilizza un metodo maieutico, ovvero l’apprendimento come comprensione individuale e non supino adeguamento a modelli e contenuti esterni: niente imitatori ma solo attori, protagonisti. Il tutto avvalendosi di domande, Koan zen fisicoemotivi ed eleggendo l’errore a strumento di comprensione invece che farne un atto da biasimare, perché solo errando si scopre consapevolmente il “giusto”. Solo sbattendo ripetutamente contro un vetro dopo l’altro, troviamo la strada per uscire dal labirinto.

Proprio poche ore or sono, avvicinato dal solito fanatico da palestra, ossessivo consumatore di tapis rulant e supino ripetitore di balzi e slanci nell’ora di zumba, mi scusavo con lui perché, avendo io una particolare idea del movimento e delle pratiche corporee, totalmente critica verso quelle infauste e stupide pratiche, conscio per altro di essere del tutto “fuori dal coro”, preferivo evitare di affrontare una discussione sull’argomento. “Non sono un venditore di saponette”, gli dicevo, cioè non sono qui per convincere nessuno. Ecco, nel mentre, giungeva una mia collega, praticante di Arti Marziali, le solite, che si chiamino Judo o Viet Vo Dao, Karate o Aikido, che siano “antiche” come il Ju Jitsu o moderne creazioni come il Krav Maga, insomma, non importa quale.  Ebbene, mi sono immediatamente defilato per evitare che la fanciulla mi presentasse come un insegnante di Arti Marziali. Non voglio assolutamente essere scambiato per un ammaestratore da circo, per una signorina Rottermaier il cui modello di insegnamento è tutto correttivo – repressivo, in cui l’allievo va istruito (riempito) ed educato come fosse creta da plasmare. Non voglio assolutamente che si scambi il mio, il nostro praticare, con le goffe pantomime presenti nelle palestre e nei Dojo, con le convulse e tracotanti scazzottate di giovani ( e meno giovani !!) tatuati da ring.

E come fare,
- ad un edonista – consumista che si spompa e suda su una bici sempre ferma (spinning) o che solletica i suoi tratti ossessivo- compulsivi spostando lo stesso peso su e giù per decine e decine di volte allo scopo di “farsi il fisico”, sviluppare una muscolatura (superficiale) ben evidente o, l’ultima sentita: “Se voglio, faccio le scale di casa salendo i gradini quattro a quattro” (bella performance, ma, a che pro ?);
- ad una coriaca imitatrice di gesti, assolutamente priva di sensibilità fisicoemotiva, illusa di essere una buona combattente perché in pedana imita il Maestro / modello e lancia gambe e braccia contro un sacco prima e contro un'altra fanciulla, altrettanto povera di intelligenza e sensibilità fisicoemotiva e motoria, dopo (2);
come fare ad instillare loro un benché minimo dubbio ?

Come fare a parlargli, perché ascoltino (3), di praticare del confliggere corpo a corpo (Bujiutsu) come metafora e metonimia del confliggere con sé e con l’ambiente (Budo) ?

Stage Invernale 2013
Lascia stare Tiziano, che “La maggior parte delle discipline nascondono effetti negativi, essendo concepite non per liberare, bensì per limitare. Non chiedete ‘perché?’ e siate cauti col ‘come?’. ‘Perché?’ conduce inesorabilmente al paradosso. ‘Come?’ v’intrappola in un universo di causa ed effetto. Entrambi negano l’infinito”. (F. Herbert).

 

 

 

1. Uso qui termini giapponesi in omaggio alle mie origini marziali, ma andrebbero bene anche termini presi da arti cinesi, vietnamite, coreane e di combattimento e lotta in genere.

 

2. In effetti, la fanciulla, in difficoltà nel saper calciare forte e in equilibrio, a sua richiesta, la coinvolsi, mesi addietro, nel retro del suo ufficio, in un breve, brevissimo viaggio di dieci minuti nell’affascinante mondo del praticare come noi facciamo. Risultati immediatamente eccellenti, espressione stupefatta sul viso, poi più niente. No, non è che io immaginassi di vederla varcare la soglia del nostro Dojo, ma almeno  chiedersi che cosa le aveva dato praticare due volte la settimana per anni, fino alle soglie della cintura nera, se poi era bastato un anzianotto, con tanto di pancetta da bevitore di birra, e soli dieci minuti di tempo rubati in un angolo, a farla progredire in quel modo. Niente, è passato quasi un anno ed ancora oggi mi narra estasiata di aver imparato la forma del “drago”, di come si applichi faticosamente nel maneggio del bastone, del bel livido che ha rimediato sotto l’occhio.

 

3. Beh, se poi uno pratica per “pettinare bambole” (rubo l’espressione al buon Bersani) o esplicitamente per sfogarsi, allora tutto quanto ho scritto non vale. Io mi rivolgo ad adulti o a chi cerchi di essere adulto, “guerriero” ( colui che sa stare nel conflitto), consapevole, a chi scelga una forte e sana pratica fisicoemotiva  che, attraverso il  Ridare all’uomo il senso del corpo come luogo delle nostre dipendenze e come luogo della nostra potenza come ricettacolo del mondo reale attraverso i sensi, come proiezione del mondo possibile attraverso l’azione” (R. Garaudy) lo accompagni dentro se stesso, lo accompagni a vivere coraggiosamente e autenticamente.





 

martedì 8 settembre 2015

Io amo le vite storte


E oggi, Martedì 8 Settembre, si riprende.
Non so ancora bene con chi, dei “vecchi” e “meno vecchi”, non so ancora se qualcuno di “nuovo” verrà a rimpinguare il clan Z.N.K.R.

Perché le Arti Marziali non tirano più come una volta, soppiantate da pratiche edonistiche più in linea con il narcisismo e l’estetismo dominante, tra l’ossessivo anelare ad un corpo scolpito come un bronzo di Riace, le agitazioni frenetiche dello Zumba e le varie tecniche corporee che gli U.S.A. smerciano in tutto il mondo.

Perché noi abbiamo rinunciato alla pratica sportivo – agonistica, che potrebbe attirare i giovani col miraggio di un trofeo o di una medaglia.

Perché, per come noi le proponiamo, prive di machismo muscolare, di riferimenti totalizzanti alla forza del fisico (1) ed alla preparazione atletica, affidandoci invece all’ascolto corporeo, al fare fisicoemotivo, al lavoro di muscolatura profonda ed articolazioni, esse sono un rebus da affrontare, una provocazione all’immagine generalmente conosciuta e condivisa del praticante di Arti Marziali, atletico e “fisicato”.

Perché comunque noi “ci meniamo”, lo scontro fisico c’è, eccome, il che tiene lontani gli “intellettuali” della pratica misticheggiante o le fanciulle, generalmente poco propense al sudore e ai corpi che si incontrano, si toccano.

Perché praticare Arti Marziali come Budo, ovvero terapia di conoscenza e individuazione, destabilizza, scuote forte il cuore, apre alle pulsioni profonde e istintive. Per molti, meglio scegliere un posto dove sudare e sfogarsi e stordirsi senza pensare, senza fare i conti con se stessi; anche se poi si torna, sfiniti nel corpo, a quella medesima vita, incontri, lavoro, affetti e relazioni, che è sempre lì a presentarci il suo conto e il suo pesante malessere (2), in attesa delle prossime ore di evasione in palestra. Un paio d’ore d’aria, prima di tornare in cella ? Una tirata di droga, di sostanza eccitante, del tutto consentita, anzi incoraggiata, dalla società del consumismo e del “giù la testa, prima di tornare nella palude  ?

Perché se io, il docente, il Sensei, mi rifiuto di ridurre la passione per la conoscenza marziale a semplice amministrazione di un sapere che non riserva più alcuna sorpresa in quanto “E’ uno dei nemici acerrimi del lavoro dell’insegnante: la tendenza al riciclo e alla riproduzione di un sapere sempre uguale a se stesso” (M. Recalcati), l’allievo si disorienta, a volte si spaventa. Lui paga e vuole “il servizio”, vuole le istruzioni, passo dopo passo, che lo conducano alla perfetta padronanza dell’Arte per cui ha pagato, che gli svelino il segreto per diventare Rambo o Bruce Lee, che scaccino le sue paure umane, così umane, per farne un robot, un individuo “senza macchia e senza paura”: patetico superuomo da fumetto.

E siamo ancora qua, a più di trentacinque anni dalla fondazione dello Z.N.K.R., da più di trent’anni in via Simone d’Orsenigo.
Allora, un grazie enorme al prezioso Giovanni e con lui a Giuseppe, Celso, Gianluca, Lupo, Roberto, Luigi, Marco, Monica, e mi scuso con chi ho dimenticato.
A loro che, venendo a sistemare e pulire il Dojo, oggi permettono anche a chi si è chiamato fuori, si è tenuto alla larga, di ricominciare il viaggio d’avventura insieme.
Viaggio di scoperta ed emozioni, di conflitto come linguaggio, di pugni e sudore e sorrisi.
Ricominciamo !!

 “Più originale è un pensiero, più ricco diventa il suo Impensato. L’Impensato è quanto di più prezioso un pensiero possa donare”
(J. Derrida)

 
1. Ho scritto appositamente forza “del fisico e non “fisica” perché sia evidente la differenza tra chi si muove nell’ambito ginnico e chi, come noi, invece attinge a piene mani dalle leggi della fisica. Fisica letta con le allusioni poetiche del linguaggio orientale ( terra, cielo, “come una barca sull’acqua”) o con le parole nude della nostra cultura “scientifica”, poco cambia. Per chi fosse interessato a saperne di più, un ottimo testo è “Le basi del metodo” di Moshe Feldenkrais.

 

2.Nel 2011 il 27% della popolazione europea ha sofferto di almeno un tipo di disturbo mentale “ (C. Risé)
Il 38,2 % della popolazione europea soffre nel corso della vita, di almeno un disturbo psichico” (C. Mencacci).
Questi sono dati che, ovviamente, si riferiscono solo ai casi conclamati e da cui restano, in genere, escluse tutte le forme di nevrosi di cui l’individuo soffre ma preferisce evitare di affrontare, ovvero quegli stati che non compromettono stabilmente l’adattamento sociale e la capacità di distinguere tra realtà esterna e realtà interna. La nevrosi nelle sue diverse manifestazioni (fobie, atteggiamento ossessivo compulsivo, continui stati d’ansia, umore tendente alla depressione, stress post-traumatico,reiterati sentimenti di inadeguatezza e insoddisfazione, ecc. )  è pertanto una modalità di relazione disturbata del soggetto con l’ambiente, per un modo di porsi della persona stessa che complica e depaupera la sua capacità di relazionarsi con gli  altri e l’ambiente che lo circonda, inducendolo ad azioni e stati d’animo a loro volta insoddisfacenti, portatori di malessere e di fuga dal prendere nelle proprie mani il proprio destino.