lunedì 23 novembre 2015

Museo degli strumenti musicali


Una Domenica mattina per me e Lupo, a soddisfare la sua richiesta di visitare il “Museo degli strumenti musicali”, sito nei bellissimi locali del Castello Sforzesco.

Una domenica mattina insieme: nessun impegno marziale per me, lo studio posticipato al pomeriggio per lui.
Un sole abbagliante, luminosi nuovi raggi dorati per mura vecchie, antiche, a rincorrersi dentro le ombre di scale e scalini. Poche persone tra le teche, nelle stanze che promettono incontri discreti e affascinanti.

Io non lo so se è così sottile il filo che tiene insieme quegli strumenti, il cui legno si colora di tinte autunnali, su cui è facile riconoscere la passione di mani artigiane votate al senso artistico e potente del fare, del costruire di mano propria per offrire all’altare dell’arte, del suono, una voce, una melodia.
Io non lo so se riesco ad essere dentro o fuori questa corrente di oggetti esposti che celano una vita vissuta, vita di studi solitari e pubbliche esibizioni, note ripetute all’infinito e cascate libere di musica denudata alle orecchie del pubblico.

So che Lupo è felice, curiosando tra violini e viole, strumenti a fiato e a pizzico.
Abbiamo lasciato alle spalle i cocci di stupida rabbia per niente, quel malumore che a volte ti avvelena le ore e nemmeno sai da dove venga, l’invidia che ti sputa addosso la gente e quel loro denigrarti acido, quel darti dello scarso, dell’incapace, solo per nutrire un loro ego strabordante e maniere da capitan Fracassa. Abbiamo lasciato alle spalle quello stesso nostro orgoglio che ci impedisce di apprezzare il quotidiano e con esso, il tempo che si allontana per non tornare mai.

Ce la godiamo alla grande, io e lui, scoprendo che del mandolino, col “napoletano” esiste anche il “milanese” ed il “romano”, e chissà mai quale sarà la differenza; incantati davanti alla maestosità di un clavicembalo e curiosi di capire di corde nascoste dentro un manico.
I silenzi tante volte già intrecciati tra di noi, a sottendere parole che sappiamo superfluo usare, e le domande tra di noi, che si sovrappongono nel tentativo inutile di colmare ignoranze grandiose come cattedrali.
Un paio d’ore e più di un padre con suo figlio, di un figlio con suo padre. Immersi nel mondo antico dell’arte che è musica.

Poi ci ricongiungiamo con Monica, per una pizza da “Fusco”. Quei pizzaioli che, accanto alla palazzina Liberty, per molti anni deliziarono una parte di Milano e decine e decine di giovani convinti di cambiare il mondo in un pugno di giorni, sono tornati in un minuscolo locale in via Cadore, accanto al nostro Dojo. Lì, pizza e birra a raccontare a Monica di una Domenica mattina di avventure e curiosità, di arte.



 

 

 

martedì 17 novembre 2015

Le mani che ci sono



Raduno Kenpo  Taiki Ken
Sabato 14 Novembre

 
Gruppo Kenpo
Tra spicchi di sorriso di rari passanti frettolosi che si perdono tra i vialetti, entrano a scaldarsi in un bar, si celano dentro un cellulare gracchiante, spuntano i nostri visi, le nostre mani, pronti ad indossare una  giacca blu e lasciare che il cuore sotto batta sempre più forte.

Piccolo gruppo di “artisti guerrieri” del Kenpo.
Per effetto del tempo che scorre e forse anche del tempo che, filtrando tra le finestre, è sole e luce e cielo azzurro macchiato di bianco, l’effluvio di corpi e gesti  si rivela un moto di marea  che scende in ognuno di noi, occupa spazio e tempo, mostra accoglienza e durezza, forza e vulnerabilità, rabbia e gioia.  

Un lento riversarsi, Kiko, pratiche di salute ed ascolto profondo. Nessuno può seppellire il cuore. Tuttalpiù fingere di dimenticarlo. Come se non si stesse male  nelle stanze della solitudine, quand’anche affollata di amici facebook, televisione e passatempi che sono sempre più “sprecatempi” quotidiani; come se non si stesse male a camminare a vuoto tra direzioni che ingolosiscono per poi mostrare il “cul de sac” che non da scampo; come se non si stesse male a consolarci da soli nelle giornate in cui cerchiamo e non troviamo altre navigazioni.
Kiko che è un susseguirsi di “reverie”, fantasticherie ed immaginazione su alberi immensi, fanciulli in preghiera dinanzi al Buddha, uccelli notturni a dispiegare le ali.

Poi le gesta antiche, che ancora sanno di lotta e di scontro, Bujutsu, a sconfiggere un avversario che somiglia tanto, troppo, ancora a noi.
“Artisti guerrieri” amanti del silenzio, che sanno di non appartenere a nessuna di queste guerre esposte e mostrate se non alla propria, che è guerra, conflitto di conoscenza e trasformazione e non di potere sugli altri.
Calci e pugni e proiezioni al suolo. Visioni reali di gesti concreti. Nessuna tiepida illusione, nessuno scampo, che un abbraccio non può farci scomparire né un insulto affermare, una maschera copre solamente ma non toglie ciò che siamo e mai ci sarà concesso di rinascere per incontrare di nuovo la dolcezza di una madre o di un padre.
Allora solo arte del confliggere, per “artisti guerrieri” che oggi si incontrano accettando di camminare a testa alta, un sorriso, una risata condivisa, come gesto più prezioso per voler bene e farsi ricordare, senza paura  di sbagliare perché questo ci aiuta a crescere ed imparare e a credere nel meraviglioso dono che ci è stato dato: vivere. E, mani e cuore che ci sono, vivere da artista, da guerriero.

Poi, il tradizionale rinfresco di fine Raduno, occasione lieve per festeggiare, ancora una volta insieme, il mio compleanno, i miei sessantaquattro anni.
I primi a festeggiare, poi .... arriveranno altri amici ed amiche
 
"Lu - il procedere: Contenere l'Animus negativo ed essere gentili, amabili, perché così si domina anche gente aggressiva"
(I Ching)

 






lunedì 9 novembre 2015

Colui che danza la danza dell’acqua e del vento


Nel corso della vita  ognuno di noi diventa ciò che è. Lottare per realizzare la propria esistenza significa lottare – secondo il lessico di Heidegger – per l’autenticità”
(M.J. Sigrist)

 

Eudaimonia, strana parola che emerge dal lontano passato del mondo greco, a significare benessere, prosperità.

Mi ritrovo eterno studente  perché la materia di studio marziale è infinita come infinite le vie ed i viottoli del vivere e poi  perché so di sapere poco se non niente. Io che mi chiamo eretico e, con una punta di orgoglio vacuo, “L’ultimo degli indipendenti”.
Un tempo, tempi di un amore incondizionato, di primo figlio adorato e di mostri rifiutati che nutrivo di malavoglia, mi piaceva “stralunato stregone sognante”.
Ora non so, di me e di come sono, un amore che non luccica nell’oscurità ma vale oro, un altro figlio che è pulsazione vitale, quei mostri con cui sono finalmente venuto a patti e la barba bianca a ritagliare le rughe del volto.
Artista marziale e d’equilibrio fragile e precario nel vivere, mai vergognandomi di essere e fare il mio mestiere.
Che benessere e prosperità siano il pane quotidiano, annusato, mangiato, di una pratica Tai Chi Chuan che è acqua che scorre, che è vento che scorre.

Sarò irriverente a guardare col naso in su i profumi ed i colori di tutto il mondo, a calpestare un terreno che è madre di me e di tutti noi, sarò pauroso a chiedermi quanto cresco e quanto insieme invecchio, in quest’avventura che è più grande di me ma io la percorro ogni giorno, ogni giorno a danzare la danza dell’acqua e del vento che è Tai Chi Chuan.
So che per vivere è necessario che il sentimento e le emozioni siano ampi e profondi come il mare, come il mare calmi nella quiete e possenti nella tempesta; siano alti e solidi come la montagna, come la montagna violenti nelle slavine e subdoli nei crepacci; siano legna da ardere che dà un fuoco grande  ma se non lo foraggi sempre, presto si spegne; siano freddo acciaio tagliente ma se non lo lucidi accuratamente, lo sporco della ruggine ne soffocherà ogni abilità.
E, difficile per me, bisogna saper perdonare perché ciò faccia rima con amare, avendo il coraggio anche, quando occorre, di trovare la rima di parole ed azioni con odiare e violare. Soprattutto, lottare.

Per come io la intendo, la vita non è uno spettacolo di muscoli e pacchiano apparire col sottofondo di musiche da consumare e subito dimenticare. Il tempo e le energie e la passione che ci spendo è una lenta emorragia  che niente e nessuno potrà fermare.
Allora danzo, per come posso, tra le onde della vita. Danzo, per come so e posso, sui ritmi del mio Tai Chi Chuan, quello che la sera offro agli amici ed allievi Davide e Giovanni, tra le mura solide di un locale che odora di sudore e passione maschia.

Eudaimonia, antica cultura greca a noi così vicina, spericolato accostare ad un’arte nata sulla via della seta e oggi praticata da me, anziano milanese venuto alla luce il giorno, mese ed anno di quella che fu una delle peggiori, se non la peggiore, tragedia ambientale italiana.
Voglio, così, regalarmi un tramonto lungo e tinto di rosso acceso, in cui campeggi una stella dalla scia irriverente, una luce seminascosta che, nata da dentro, incontri chi mi sta accanto. Una luce, una fiamma, un colore scintillante  che scavalchi ogni confine, una danza dell’acqua e del vento che io chiamo Tai Chi Chuan a comporre i versi della mia libertà, a proporsi, oggi qui allo Z.N.K.R., domani non so, per ogni libertà che altri vogliano incontrare.




 

mercoledì 28 ottobre 2015

Incanti e incantesimi nascosti


“Vi sono state date in dono due estremità: una perché vi ci sediate sopra e l’altra da utilizzare per pensare. Il successo nella vita dipende da quale delle due avrete utilizzato di più”
(A. Landers)

 
De Amicis 17. Primo cortile

A volte mi pare un sorso d’acqua tra le dita, scivola via e niente e nessuno potrà fermarlo.
A volte, basta aprire una porta, svoltare un angolo e l’incanto appare.
Anche in una Milano che dicono grigia e brutta, anche in una Milano che io so grigia e brutta.
De Amicis 17. Secondo cortile
Eppure, io non voglio mai riempire i miei occhi di quei sogni che non sanno emozionare. Così, e nulla accade per caso, dietro ad un portone varcato per obblighi burocratici, associativi, un po’ rivedo un po’ scopro dal nulla angoli ed ombre, alberi e prati, bianchi muri lisci e resti archeologici di quanto le mani dell’impero romano costruirono qua, duemila anni or sono.

Incanto di pace, incanto di un passato lontano, remoto, a ricordarmi di essere solo un granello di sabbia nel deserto sterminato, ad ammonirmi che nessuno è invulnerabile ma anche a mostrarmi che ogni granello, insieme al vento, può spostare paesaggi, ogni granello può ospitare scorpioni velenosi e rivoli d’acqua sotterranei.
Mai sottrarsi al proprio impegno, alle prove di audacia, disposti a chiedere al meglio del proprio cuore
De Amicis 17. Parco dell'anfiteatro romano
una guerra di coraggio e dignità.
Incanto di angoli quieti e nascosti, dietro un anonimo portone di legno, mentre fuori stridono i freni e lacerano l’aria i catarrosi motori di una Milano rampante e sempre affannata.

Basta aprire una porta, anche piccola e sconosciuta, come la nostra, dello Z.N.K.R., per scoprire un  minuscolo mondo di uomini in lotta. Uomini guerrieri che ne fanno di strada, lasciando una ginnastica d'obbedienza per un gesto semplicemente umano che ha il sapore della violenza, dentro e fuori.
Spirali di gesti, incanti trovati che sottendono pratiche dimenticate  di incantesimi che si fanno sempre più ampi e profondi. Impossibile comprenderli tutti, forse nessuno mai comprenderà chiudendolo l'ultimo, ma ogni guerriero ci vuole provare.
Anche se l’acqua da nulla si fa imprigionare e ovunque fugge, lasciando solo flebili tracce che il tempo nasconde e scompare, lasciando solo dita di uomo protese nell’aria.

Ah, è cosi bello aprire una porta o un portone, dentro questa città di cemento a scoprire mille cuori ed affetti e ricordi ancora pulsanti; aprire una piccola porta di scuro legno e scoprire che ognuno può lottare per svegliarsi dal sonno, spezzare il “pensiero unico” e vivere.
ZNKR Kenpo Taiki Ken

 
“Quando mai si pretenderebbe da un cigno una delle prove destinate al leone? In che modo un brano del destino di un pesce si inserirebbe nel mondo del pipistrello? Pertanto fin da bambino credo di aver pregato soltanto per la mia difficoltà, che mi fosse concessa la mia e non, per errore, quella del falegname, o del cocchiere, o del soldato, perché nella mia difficoltà voglio riconoscermi”
(R.M. Rilke)

 




ZNKR Wing Chun Boxing

lunedì 26 ottobre 2015

Un grande dono


Seminario Kenshindo. Sabato 24 Ottobre

 

“Tutti coloro che ascolteranno le nostre grandi gesta si interrogheranno e diranno, pienamente convinti, che nella lunga storia della nostra lotta questo è stato il periodo migliore”
(S. Scarrow)

 
Il clan guerriero
Star dietro alle cose della Scuola, la nostra Scuola, è diventato sempre più difficile.
Tanta passione, e sudore e fatica e sorrisi e imprecazioni e incontri che diventano scontri per poi tornare intensi ed emozionanti incontri, è stata diffusa tra la distesa colorata dei tatami e le calde tonalità del canniccio.
Tuttavia, né l’amore per l’Arte né l’impegno costante, quotidiano, sono riusciti a far sì che degli allievi che se ne andavano, altrettanti ne prendessero il posto, a nascondere i vuoti, sempre più numerosi, nella fila al saluto.
Eppure, ancorché pochi, pochissimi, ogni sera come ad ogni Raduno o Seminario, noi ci siamo.

Gekken
Baluginare d’acciaio, per corpi che scivolano tra le trame fitte del sole e le chiazze d’ombra; fruscio di hakama, la lunga gonna del samurai, a segnalare il pericolo e l’agguato.
Un cammino senza posti definiti in cui andare, a prendere soltanto il primo viottolo e chissà dove ci porta.
Consapevoli che siamo chi siamo, ora, ma chissà cosa resta di noi, cosa resta dopo aver sfoderato l’acciaio, dopo aver masticato il dolore e la gioia, dopo aver simulato uccisioni e ferite mortali.
Praticare comunque è gioia, anche nei fendenti che sibilano nell’ampia sala del dojo, nelle falciate ascendenti in cui il kissaki del katana punta dritto verso le vetrate malamente rattoppate eppur degnamente dipinte dal nostro Giovanni.

Kenshindo, la “Via dello Spirito della Spada”.
M° Giuseppe e sullo sfondo Donatella

Certo, come fai a spiegare al curioso di turno che impegni tempo, energia e soldi ad impugnare una sciabola come se fossi un guerriero del medioevo ? Che, nel rapido ed elegante sfoderare, preludio alla morte certa tua o degli occhi e del respiro che hai di fronte, convivono, alchimia folle e grottesca, il sorriso del bambino e la crudeltà dell’assassino ?
Quante volte abbiamo attraversato il confine tra l’abitudine umana e l’attitudine predatoria, quante volte ancora lo passeremo, qui o altrove, scoprendo senza sorpresa che ogni volta è un colpo all'anima, uno strappo al cuore.

Lama Danzante
Le stuoie di paglia, corpi anonimi di anonimi “nemici”, davanti ad ognuno di noi. Dolorosa ed insieme inebriante capacità di riconoscere, in ognuno di essi, la parte più tetra, più malamente ingombrante, di ognuno di noi. Tameshigiri, il taglio della stuoia, come apice, come apoteosi, di una pratica marziale che è terapia di conoscenza ed individuazione, che è crescita adulta.

Sapore amaro certo, sapore di fatica dentro, ma, insieme, mai disgiungibile, gusto vivace di vivere, di libertà, di scambio tra esseri umani vivi. Di piacere e financo divertimento. Per uomini e donne che non sono né santi né asceti, apprezzano la buona musica ed il buon bere, qualche volta mentono e altre ficcano il naso in faccende non loro, sanno distrarsi per un nonnulla e scorreggiare vergognandosene un poco, affollano rumorose tavolate al ristorante e visitano città d’arte. Come te, come tutti. Solo che, andando e venendo, fermandosi e ripartendo, cercano un senso al proprio esistere al mondo, un senso che, a volte sorridendoci altre facendosi malamente beffe di noi, alla fine è tutto qua, in questo stare qui e ora.

Silvano e l'acciaio
 “Non possiamo indurre deliberatamente il cambiamento, né in noi stessi, né negli altri. Questo è un punto decisivo: sono molti quelli che dedicano la propria esistenza a realizzare una loro concezione di come ‘dovrebbero’ essere, invece di realizzare se stessi”
(F. Perls)

Tra uccisioni e ferite





 

mercoledì 14 ottobre 2015

Le parole che danzano


Martedì 13 Ottobre, in Dojo

 E’ festa. Piccola, tra pochi, ma sentita.
C’è, tra di noi, chi ha ormai cuore e corpo nel passato e chi sta dritto nel presente.
Non so, nessuno di noi sa,  quanti dei presenti siano guerrieri del quotidiano vivere e quanti restino a guardare il tempo che scorre loro tra le dita, e a me non importa niente di saperlo.

Qualcuno riempie i bicchieri di vino e io invito a berlo.
Forse, nessuno di quelli che lottano e cadono e si rialzano e sono qui a festeggiare un passaggio di grado, uno scurirsi di cintura, è tipo da accostarsi facilmente alla felicità. Però, guardandoli negli occhi, una voce dentro mi dice che qui, allo Z,N,K,R,, tra pugni e cozzar di acciaio, hanno potuto scoprire  che sta a solo a loro non cadere nel tranello, nelle fauci sporche del mostro che li invita, una volta loro davanti, anziché a combatterlo e a cominciare daccapo se occorre, a colludere con lui, a divenire come lui.
Loro hanno imparato che vivere è ottenere il meglio da ciò che incontri lungo il cammino, perché un uomo che non sia contento di ciò che ha, probabilmente non lo sarebbe nemmeno di quello che non ha. Poi, solo poi, può voltarsi altrove e lottare per altro.
Non so, tra chi oggi è qui e chi da tempo se ne è andato, sovente inanellando scuse e piccole bugie e rinviando un confronto franco prima di tutto con se stesso “mi sto attrezzando per venire”, “fra tre mesi riprendo”, “ mi prendo un anno sabbatico”, “non ho i soldi né il tempo”, soffra  quel buio che ha preso il posto del coraggio di vedere, di ascoltare, di lottare.
So che qui insegniamo, se mai si possa insegnare, a non parlare sotto voce o nel chiuso delle stanze, ma a cantare di libertà e lotta e guarigione.
Mentre Annalisa sorride lieta e Davide e Celso se la “contano” alla grande, gli altri attorno, la bocca piena e il bicchiere anche, mi chiedo come sia accorgersi di non sapere dove andare quando il mondo ti sembra darti addosso e tutti attorno a te ti chiedono di tirare fuori gli “attributi”, le palle. Come sia sapere, perché ogni uomo lo sa, che non si vincono le battaglie, gli scontri, i drammi, che si vogliono perdere.
E, forse, è questo il grottesco paradosso di questo nostro praticare, sempre in meno eppure sempre più coraggiosi e decisi.
Anche perché, suonerà sprezzante ai più ma io ci credo, solo ai lottatori, ai guerrieri, è concesso essere generosi.

La serata si chiude, raccogliamo piatti e bottiglie ormai vuote.
Ognuno per la sua strada. Ognuno, ne sono certo, sa come e dove sta andando. Ognuno, col permesso accordato dal proprio destino che invero sta costruendo con le sue stesse mani: “Gli essere umani non sono semplicemente codardi o eroi, si è entrambi e nessuno dei due a seconda delle circostanze. A seconda di chi è dalla tua parte, di chi invece è contro, a seconda della vita che hai vissuto. A seconda della morte che intravedi in attesa” (J. Abercrombie).

  
 
 
 

mercoledì 7 ottobre 2015

A spasso con l’intelligenza


Un Sabato pomeriggio, con Monica, Lupo e Valerio, suo compagno nella nuova classe scolastica,
al “Museo del ‘900”.

Lì è dove Lupo, a Settembre, ha partecipato ad un campus in cui ha girato un breve filmato https://www.youtube.com/watch?v=VZ2O85ZDB3AL’arte di uccidere
Ne è talmente stato impressionato, da averci spinto a farci una visita.
Io ricordo gli anni in cui spesso visitavo il  PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea), ma di questo “museo” nulla sapevo.

Scoperta entusiasmante.
L’edificio è bellissimo, proprio nel cuore di Milano. E un tuffo al cuore è l’aprirsi sul “Quarto Stato”, di Pellizza da Volpedo: un rimando immediato nel ventre del ’68, negli ideali e nelle aspirazioni di chi come me, ingenuamente ma animato da una passione travolgente, voleva cambiare il mondo in un paio di giorni.
Poi lo snodarsi delle sale e delle opere.

Complici le spiegazioni di Lupo, mi accosto a Boccioni. Io che non amo la scultura, mi incanto davanti a forme in movimento. Sì, i confini ci sono, certamente, ma la scultura si mostra come se fosse in movimento, movimento esterno, d’immagine, e movimento interno, di flussi e onde e spirali. Emozionante. Emozionante sentire in essa lo spirito e il fare del Tai Chi Chuan. Ecco, Boccioni sì è che è un ottimo praticante Tai Chi Chuan. Un’ottima fonte di ispirazione. Quella scultura è forma in movimento, è Tai Chi Chuan puro, semplice e bellissimo, è forma unica della continuità nello spazio.

I quadri di Morandi. Mi ricordo che tra i motivi che mi spinsero ad abbandonare la passione per la fotografia ci furono proprio loro: mi accorsi che fotografavo cercando, inconsapevolmente, di riprodurre i suoi quadri. Inconscia pretesa artistica che cozzava miseramente contro il già creato, già deposto sulla tela e con mano mirabile.

La schiera di futuristi, Giacomo Balla, Carlo Carrà, Mario Sironi, Achille Funi, Gino Severini.
Quel movimento centrato sull’intuizione che la cultura del Novecento doveva calarsi nei processi di trasformazione socio-economica in atto: industrializzazione, urbanizzazione spinta,  l’apoteosi della rapidità nei  mezzi di comunicazione come nei  mezzi di trasporto, la violenza abnorme e distruttiva delle nuove armi. Quadri, sculture, impregnati dal bisogno di agire e dalla disperata  volontà di  rappresentare il dinamismo.
Un calderone contradditorio, spesso informale, politicamente venato da un nazionalismo acceso ed interventista.
Tratteggio con Lupo qualche breve riflessione su cosa significhi imparare per poi dimenticare quanto imparato al fine di trasformarlo, perché, da un lato, ogni nuova creazione comunque eredita dal passato, non nasce dal nulla, ma, dall’altro, è necessario lasciare, abbandonare, per permettere all’uomo, all’umanità, di scoprire altro e oltre.
Credo sia il messaggio fondamentale che ogni padre debba lasciare ad un figlio. Compreso che ogni trasformazione, come ogni opera umana, non è solo “bene” o solo “male”, ma ne racchiude l’ambivalenza, ne esprime le mille sfaccettature. A partire da sé, dall’individuo stesso che non è monolitico né monade, bensì è mille diversi sé, sempre e comunque in gioco con l’ambiente e gli altri.
Un percorso artistico, qualsiasi esso sia, ne è ottima testimonianza. I futuristi, forse ancor più esplicitamente di altri. E quei quadri, quel che ricordo delle vite di quegli artisti, mi aiutano nell’educazione  del piccolo Lupo.
Compreso il dare sempre fiato, spazio, al suo gioioso istinto di sapere. Se il malessere attuale delle giovani generazioni  non risiede, come era per noi sessantottini, nell’opposizione, nello scontrarsi tra sogno e realtà, ma nell’assenza di sogno, del sognare, ogni incontro con le forme della cultura, dell’arte, può essere un’avventura, un viaggio, denso di comprensioni intellettuali quanto, soprattutto, emotive profonde ed audaci insieme. Può essere, di contro alla psico – apatia di cui scriveva Galimberti, un’esperienza di coscienza accesa.

Altre stanze, altre opere ci attendono: quelle informali del secondo dopoguerra, poi le forme d’arte dei decenni successivi, dagli ambienti del Gruppo T alla pittura analitica milanese.
Una sguardo rapido alle ultime entrate: opere pop provenienti dagli U.S.A. Ma sono solo, Monica non apprezza, Lupo e Valerio sono “ in pausa” seduti sulle seggiole. Allora un’occhiata e via. Una parte di me si lacera, occhi e cuore sulle opere di Renato Guttuso, come a dire la mia giovanile militanza, anche “professionale”, nel P.C.I., e i dibattiti sullo stalinismo e  il realismo nell’arte, un’altra si bea di fotografie ed opere di autentico stampo U.S.A. che di “artistico”, secondo l’opinione immediatamente leggibile, hanno poco o nulla. Beh, se ripenso a come è stato difficile spiegare a Lupo la “merda d’artista” di Manzoni e il suo significato nel contesto artistico del tempo.

Ancora insieme per le ultime incursioni, tra sculture e quadri spesso destabilizzanti.
All’uscita, Valerio si allontana con i suoi genitori. Noi ci aspetta la libreria Feltrinelli, opulenta e tentatrice, gravida di libri di ogni genere, ben accucciata nella galleria più famosa di Milano.

Un museo da visitare e visitare ancora. Per genitori insieme ai figli, ragazzi o adolescenti che siano. Per adulti tutti.

Per chi voglia, attraverso quadri e sculture, riandare con la memoria ai tempi in cui l’uomo scoprì il colore, imparando ad estrarlo dalle cose della natura, ad impiegarlo associandolo a valori simbolici, estetici, emozionali. Per questo l’uomo ha frantumato le terre, spremuto le piante e gli insetti, lasciando una traccia colorata della propria esistenza e della propria storia, fino ad intraprendere un percorso a volte scomposto, alienato, ma sempre riferito al vivere.
Una risposta a Jean Clair (ex direttore del Musée Picasso di Parigi e conservatore del Patrimonio di Francia, nonché direttore della Biennale di Venezia del centenario, dal 2008 membro dell' Académie Française) che scrive dei musei come di Grandi Magazzini “Depositi di civilizzazioni defunte” dove si allineano i dipinti secondo criteri cronologici e in cui  si affollano  individui solitari, che trovano nel “culto dell' arte la loro ultima avventura collettiva”.
Forse, ma forse non è così. O almeno non lo è stato per me, grazie anche all’entusiasmo del mio Lupo e di Valerio. Anzi, questa come mille altre, è stata l’occasione per confermare l’energia di un vivere e pensare e fare che è sempre e comunque vitalità, quand’anche condito di disgregazione, oscurantismo, scadenti ambizioni di marketing e di successo, modeste imitazioni e imbecilli presunzioni artistiche. Perché anche questo è l’uomo, è vivere. A ciascuno di noi, poi, la responsabilità “guerriera” di portarvi sinceramente il meglio di sé. Il futuro ci dirà se incontreremo il “sol dell’avvenire” o un apocalittico Armageddon.
Io, intanto, vivo.