giovedì 18 febbraio 2016

Fredde verità e piccoli sotterfugi


“Fa più rumore un albero che cade, piuttosto che una foresta che cresce”
(Lao Tse)

 
estate 2008 pronti per le foto !

Perché, se evidente è lo straniamento di alcuni, l’autoescludersi di altri, l’incertezza di altri ancora, è altrettanto vero che la qualità della nostra pratica è salita, si è evoluta ed ha ancora margini di crescita enormi ed impensabili.
Ma, la foresta, ogni foresta, è tale  solo se animata da alberi, tanti alberi.

In un semplice e composito affresco che sa di yin e yang, l’albero che cade e la foresta che cresce sono una necessaria compresenza.
estate 2008 Kenshindo
D’altronde, in una Scuola che odora tanto di “Occidente” e modernità, quanto si fonda sulla cosmogonia taoista, il contrasto e l’imprevisto sono un’opportunità; più che la meta, conta il percorso in cui godere delle situazioni favorevoli e trasformare a proprio favore quelle che si presentano come ostacoli.

Allora a confrontarsi insieme, per capire “La sofferenza di permanere nell’ignoranza” (Takuana Soho), ovvero l’indugiare della mente come illusione, come succube del katana.
A capire le trasformazioni, quelle che vediamo con gli occhi, fuori, e quelle che fatichiamo, o non vogliamo vedere, dentro, col cuore.
A capire il sapore di una pratica che trae la propria forza e l’efficacia da un ulteriore scavo interno, fisico emotivo.

Aprile 2006 Seminario
Wing Chun Boxing
Certo, è più facile leggere la foresta, le sue ombre che danno piacevole quiete e sono anche spaventosi mostri di buio al calar del sole; la rassicurante possanza dei fusti maestosi che però raccolgono ai piedi un intrico di radici e terriccio che fa instabile l’equilibrio ed il camminare; le sottili ed armoniose voci dei piccoli suoi abitanti che sono laceranti ed inquietanti stridori animali al buio della notte; è più facile, vado scrivendo, se nella foresta ci entri e ti ci aggiri. Fuori, che ne sai ?

Certo, ognuno è libero, come ci è entrato, di uscire dalla foresta. Libero di farlo in silenzio, che sono fatti suoi, che sarà la sua personale buona educazione a suggerirgli, o meno, un “grazie”, “one gaeshi masu”, che è stato, almeno per un po’, un piacere scambiare insieme.

stage estivo 2004
danza del Pa Kwa attorno al fuoco
A volte c’è chi esce biascicando a destra e a manca, addossando ad altri quelle travi che sono invero le mura della sua di casa; confondendo illusione, che è percezione deformata, con allucinazione, che è assenza di immagini.
Allora la foresta, che da secoli sa non confondere la follia con la pazzia, l’estro anticonformista anche più irriverente, dalla distruzione, ne piange sì l’uscita, ma ancor più irrora attorno a sé quell’odore di forte e selvatico che la contraddistingue. Perché lei è la foresta.
Maggio 2006 Seminario Tai Chi Chuan
maschi guerrieri e padri
Perché lei, ed il vecchio sciamano, che saggio non è e nemmeno perfetto, solo è un po’ ( o un bel po’ !!) più esperto di altri nel vivere dentro la foresta, sanno comprendere il suono delle parole che raccontano, che descrivono immagini distorte per guardare senza vedere, intuiscono i contorni dell’allucinazione, quella che pretende di liberare il desiderio senza averlo compreso.
La ragione, tutto sommato, è un buon amministratore, ma non scopre cose nuove, le cataloga come le è comodo, come le conviene. Lo sciamano preferisce di gran lunga l’immagine per transitare al linguaggio articolato, alla pratica marziale condivisa.

stage estivo 2006
Poi, nella foresta, è hon, fondamentale, che regni il divertirsi, il godere appieno e giocoso dello starci dentro, anche quando faticoso. Se non ti diverti, non impari. Senza desiderio c’è solo routine, nella foresta come altrove, come in tutte le “foreste” di ogni tuo quotidiano giorno. Sempre che il viandante ami il desiderio, coltivi sogni da realizzare poiché, lasciati là a marcire, come scriveva il poeta, “diventano pestilenza”. Sempre che accetti di buon grado di essere imperfetto e di esserlo per sempre, che lungo il percorso non troverà mai la perfezione, ma saprà solo ridurre le imperfezioni !!
Sempre che il viandante, qualunque viandante, abbia fiducia nella virtù del prossimo, che, come scriveva Montaigne “è un indizio non  irrilevante che ne abbiamo nella nostra”.
Sempre che il viandante, qualunque viandante, desideroso, per suoi motivi personali, di “uccidere” il padre ( o il fratello maggiore o … lo sciamano !!) abbia l’ardire di ammetterlo e di farlo, senza chiedere e pretendere che sia quest’ultimo a colpirlo, ad “offendere”, così da avere il pretesto per armare la propria mano, per la foresta  abbandonare.

Allora, che siano “scazzottate oneste” ( grazie Gianluca per questa semplice ma profonda e bellissima definizione).
Scazzottate di puro divertimento in cui, per chi lo voglia, riconoscersi abitante della foresta, la sua e quella degli altri. Altrimenti, saranno solo “scazzottate”, e va bene pure così, ma molto, molto meno “oneste”.

 

A metà degli anni ’60 Kahneman, che allora era un giovane docente di psicologia alla Hebrew University, accettò un incarico ben poco stimolante: tenere lezione a un gruppo di istruttori di volo dell’aeronautica israeliana sulle teorie psicologiche di modificazione comportamentale e le possibili applicazioni nell’addestramento al volo. Kahneman insisté sul fatto che ricompensare  i comportamenti positivi funziona, mentre punire gli errori non serve a nulla. Uno degli istruttori lo interruppe, suscitandogli un’intuizione che avrebbe stimolato le sue ricerche per decenni.
“Mi è capitato di elogiare un allievo per una manovra molto ben eseguita e ho notato che nell’esercitazione successiva la manovra gli riusciva molto meno bene” disse l’istruttore di volo “E mi è capitato di inveire contro una persona per una manovra mal fatta, e quasi sempre la volta dopo gli è riuscita meglio. Non mi venga a dire che le ricompense funzionano e le punizioni no: la mia esperienza lo contraddice”. Gli altri istruttori si dissero d’accordo. Kahneman era convinto che le esperienze degli istruttori avessero un fondo di verità.
(Daniel Kahneman, nel 2002 insignito del premio Nobel per l’Economia, citato in “La passeggiata dell’ubriaco” di L. Mlodinov)

 
seminario Kenpo 2004
occhio al passeggino, bambini ...
di ogni età




luglio 2005 si mangia e si beve

Luglio 2005 festa insieme





stage estivo 2007 virtù femminili

stage estivo 2009
lavoro di ... mucchio

lunedì 15 febbraio 2016

Le voci del cuore


I pugili che ho conosciuto erano perlopiù persone ferite che provavano un impulso profondo e potente a ferire gli altri mettendo seriamente a rischio anche se stessi. All’inizio. In realtà succedeva quasi sempre che l’autodisciplina e l’abilità necessarie erano tali, e così tante le cose su cui concentrarsi oltre alle motivazioni di partenza, che queste motivazioni diventavano perlomeno nebulose e vaghe, finendo spesso per essere dimenticate e abbandonate del tutto.
Molti pugili bravi ed esperti (come è stato spesso notato) diventano persone miti e gentili”
(G. Garrett)

 

Quanto buio in un pensiero che si crede dominate, che si crede vero.
Quando ad una paura,  un semplice scrollare il capo non  basta più.
Allora spingi una porta, apri il desiderio e lì ti illudi di trovare la difesa, il muro, quella barriera di forza che ti farà essere, o almeno sembrare, un uomo o una donna veri.
Nulla di nuovo per chi cerca una risposta alla domanda sbagliata; nulla di nuovo per chi cerca la sicurezza dietro una paio di guantoni o una tuta mimetica o un nome d’arte imbellettato di battaglia; nulla di nuovo per chi si lascia annegare dentro ad una bugia o dentro il calore di una cosa molle e  marrone che cioccolata non è; nulla di nuovo per chi corre più veloce dei propri fantasmi; nulla di nuovo per chi ha deciso di cedere all'ipocrisia.

E’ un  silenzio fragoroso e stonato, ma tu stenti a chiederti come e perché.  
A me il compito di intuirne i segreti e spogliarne le vesti. Inoculare, tra risate e divertimento, quell’amaro veleno che si chiama “conosci e cerca te stesso”, che si costruisce nel dolore dell’interrogarsi come momento di crescita. E’ quando  ti ritrovi a ad aprirti alle voci del cuore che scegli, o ti senti obbligato da un’oscura parte di te a scegliere, di andare oltre i recinti dell’esperienza passata e fare, ora sì, qualcosa di arduo e nuovo.
Eppure, quante volte .. sei sveglio, nel tuo comodo letto dopo una notte di sonno beato, guardi il sole che spacca le ultime ombre della tua camera e non hai alcuna voglia di alzarti, allora cominci a comprendere che i duelli e gli scontri più importanti che ingaggi sono quelli per il “conosci e cerca  te stesso”.

Le sere si inanellano ad altre sere, incontri nel Dojo.
Ti sento pulsare fino a quando il fiato ferma il tuo sguardo non fuori, non sul pugno o sul bastone, ma su te,  prima che si sbricioli di nuovo nascondendosi in quel pensiero il cui buio ora, se lo vuoi, puoi leggere distintamente.
Non puoi più sottrarre lo sguardo e il respiro e i tuoi pensieri da un corpo muto al linguaggio della mente sola, che però parla il linguaggio delle danze e delle ferite, dei tagli, dei lividi e delle emozioni, del corpo come tempio di vitalità.
Ora che quel pensiero, stupidamente a credersi dominante, che quella illusione di trovare un riparo a chi, se non a te stesso, che quella domanda si è svelata sbagliata, tocca solo a te.
Affrontarsi nelle paure, nelle insicurezze autentiche, non quelle di menzogna che ti hanno fatto entrare qui, può far nascere coraggio e consapevolezza, ma di questi non vi è né la formula chimica né il foglietto delle istruzioni. Questi si mescolano e si scontrano con rabbia e viltà, passione e timore, fraintendimenti e bugie.
Sta a te, ora che sai cosa davvero ti ha spinto qui, camminare, se lo vuoi, insieme a me ed agli altri come te.

E le sere ancora si sovrappongono, inanellandosi ad altre sere.
Il tuo  cuore s'ispira  mentre quel pensiero  che si credeva dominate è ridotto ad un lumicino per morti e quel buio ora ha una lettura finalmente agevole e chiara.
Buio ad offrirti stelle vicine e luminose, che sono le decisioni adulte che ora puoi prendere,  sono sogni lontani che le tue mani possono ora afferrare.  Ogni volta che ti sembra di avere dato già abbastanza, tutte le tue forze, tutti i fianchi e il bacino ed il cuore ed il sudore, tutte le mani lasciate sul viso e sul corpo di altri e le loro sul tuo di corpo e di viso, scopri che non sei ancora stanco e l’istinto ti sorprende a chiedere di più, a lottare per qualcosa di più.
Affascinante vero ? Coraggioso vero ? Ora hai il “fegato”, la sfrontatezza audace, di uscire alla luce del giorno, di mostrarti per quel che sei.

Poi, una di quelle sere che aspetta solo di inanellarsi dentro l’altra, te ne esci con parole di un forte coraggio vigliacco. Quella tua invincibile resa  che nemmeno ti sorprende più di tanto. Te ne vai. Torni, un poco cambiato sì, ma solo un poco, nel tuo recinto quotidiano di affanni e piccole bugie. Di paure costruite per non guardare le paure autentiche.

Un po’, sempre, mi spiace. Ma so godere della gioia per il tratto di percorso fatto insieme, so trattenere il rammarico, chiedendomi, io vecchio diffidente reso tale dagli anni e da chi prima di te si è arreso, se il percorso, un qualunque percorso di crescita ed individuazione, lo riprenderai oppure mai: non con me, ma nemmeno con altri.
Pesa come un cappotto di ferro la responsabilità di essere ciò che sei e della vita che vivi. Quelle domande che mai avevi previsto entrando qui la prima sera e che poi hai scoperto essere le tue autentiche domande, Dove sto andando ?” “Come ci sto andando?” “ Con chi al mio fianco?”, le lasci cadere sulla pedana del Dojo.
Sorrido: Altri, dopo di te, le raccoglieranno e le scopriranno loro.
E mi ricordo delle parole di Hemingway, che il mondo spezza tutti quanti e solo alcuni sono forti nei punti spezzati.

Chiunque tu sia, qualsiasi stazione di riposo tu abbia scelto, qualsiasi percorso di crescita o di semplice trastullo ti veda ora forse in cammino,  grazie di esserci stato.
Ora, finché noi ci saremo … avanti un altro !!

 Post illustrato con immagini di pratica in Dojo: una sera di Kenpo, un Seminario Kenshindo
 




 
 
 

lunedì 1 febbraio 2016

L’inverno a modo nostro


Aspettando il prossimo Kangeiko, stage invernale

 
kangeiko 2015

A volte è una notte scura, comparsa all’improvviso senza la sera. Danzando guerrieri sotto la luna, inebriati dal mantello nero forato da quelle piccole luci gialle che chiamiamo stelle.
Altre è un cielo di perla, dipinto di un crescente arcobaleno, ed ognuno di noi comprende che nella natura ogni cosa ha un suo colore, come se una mano ignota avesse tolto un velo.
A volte calchiamo strade di fango, pesanti nell’incedere, impugnando un corto bastone o l’acciaio assassino di un coltello.

il primo kangeiko 1980 Lucio RIP
kangeiko ... anni '80 Dania e Carmine
Altre sembriamo scivolare lievi sul manto erboso, mentre i corpi cozzano e vorticano l’un contro l’altro. Lotta senza ragione e senza nome che possa identificarla, fissarla, mondarla da quella che è una vita vera, di carne e sudore e passione.
Immersi nella natura, volti sfiniti dalla stanchezza e sorrisi di felicità immensi come l’oceano, viviamo e pratichiamo Arti Marziali per sognare e realizzare ognuno il suo personale sogno di vita, vissuta, goduta.

Anche se lo spettro di un sogno mancato, di ogni sogno fallito o infranto tra le grinfie adunche della vita quando è grama, ci prova, eccome, a imporci un volto di pietra, ad indurci su sponde spente di malinconia.
Ma noi siamo ancora qua.
kangeiko 2006 Cesare e Silvio
Nessuna battaglia è persa, nemmeno un'ora di violenza ottusa, di conformismo indistinto, di trasgressione a comando, di fantasmi depressivi, di anaffettività e ragione vuota, di capricci infantili e infantili odi. Niente di tutto questo può fermare il percorso di chi fa del lottare, del praticare Arti Marziali, del confliggere con l’altro per imparare a confliggere con se stesso, una Via di individuazione e crescita e trasformazione. Via di coraggio.

kangeiko 2007 i Maestri Giuseppe e Valerio
E’ questo il senso autentico e profondo di ogni nostro Kangeiko, lo stage invernale.
Ogni tanto ancora mi sorprendo, e sono passati trentasei anni dal primo Kangeiko, a perdere il filo di questa storia nostra. Ogni tanto quasi mi spavento a rivedermi, e con me tutti, tanti, i guerrieri che mi hanno accompagnato, prendere e dare, dare e prendere, e ancora non mi sono fermato mai.

Allora aspetto il prossimo Kangeiko, il 34°, a fine Febbraio, tra le colline del modenese, ospiti ormai “tradizionali” degli amici Mario e Chiara all’Agriturismo “Il Palazzino”, in quel di Montese.
Quando il mio sguardo arriverà a toccare quelle colline e quegli odori di campagna, sarà l’emozione di un crescendo. E, nel guardare dritto dentro al cuore, so che sorriderò felice come un bimbo nel vedere intorno i compagni di una nuova avventura che si ripete, senza mai essere la stessa.

kangeiko 2009
 

 

“Il pensiero senza corpo è anaffettività e pulsione di annullamento, onnipotenza della mente che vuole creare il nulla”
(M. Fagioli)

kangeiko 2010
 







kangeiko 2011

kangeiko 2012


kangeiko ... anni '90

kangeiko 2007 Lupo

venerdì 15 gennaio 2016

Alla ricerca delle coccole perdute


“se non dà non è un genitore
se non prende non è un adulto
se non prende e non dà ma chiede
è soltanto un bambino”
(GC. Giacobbe)

 
Finalmente, e non è poco, un “saggio” agile, divertente, piacevole da leggersi senza, per questo, svilire la qualità dei contenuti.
D’altronde, l’autore, psicologo e psicoterapeuta, mi aveva già ampiamente soddisfatto negli anni passati con il suo “Come smettere di farsi le seghe mentali  e godersi la vita”.
Qui, in “Alla ricerca delle coccole perdute”, Giacobbe prende in mano l’analisi transazionale di Eric Berne per portarci a capire come

-       essere bambino, che non è autosufficiente ed ha sempre bisogno degli  altri, imparando a farsi umili e a saper chiedere;

-       divenire adulto imparando ad essere autosufficienti ma capendo, con la forza, anche i limiti del dedicarsi solo a se stessi;

-       diventare genitore, imparando ad amare e a dedicarsi agli altri.

Sull'equilibrio e lo sviluppo di queste tre personalità, che coesistono in noi, sul loro esprimersi nelle situazioni adatte, ovvero senza coazioni a ripetere, senza quella nevrosi che esprime o personalità inadatte alla situazione del momento o un’unica personalità, ripetitiva e coatta, in ogni situazione , si giocano il nostro star bene e il nostro rapporto con gli altri.

Mentre in natura, in noi e negli animali, le tre personalità si sviluppano armoniosamente e in tempi precisi, nelle società industrializzate, pasciute e iperprotette, l'evoluzione naturale non avviene o avviene solo in parte, facendoci restare eterni bambini. Nella nostra società, complice anche la sparizione della lotta per la sopravvivenza, l’eccesso di protezione di padri e madri non consente ai figli di crescere, facendone quindi bambini camuffati da adulti anche quando hanno “dieci centimetri di pelo sotto le ascelle”, bambini in quanto mantengono un'immagine infantile di sé a livello inconscio.
Così, paure, fobie, panico, ansia, tendenza a colpevolizzare gli altri, depressione, sono le manifestazioni di una personalità infantile non evoluta, sempre alla spasmodica ricerca di amore, di sicurezza, di coccole, anche quando si travesta da adulto o da genitore,
Questa, secondo l’autore, è la base di tutte le nostre nevrosi.

E mi vien da pensare a tutti quei quarantenni / cinquantenni, incontrati in questi anni come counselor o come docente di Arti Marziali, con la casa comprata dai genitori, studi e poi un lavoro scelti sotto la pressione dei genitori quando, quest’ultimo, non procurato direttamente dal genitore e, sovente, squalificante rispetto ai propri desideri, che, a loro volta, progettano la vita dei loro figli sempre e comunque fungendo da protettori, mentre, invece, Giacobbe scrive: “ il compito del genitore non è quello di proteggere e tenere vicino a sé il più a lungo possibile i propri figli ma quello di portarli il più presto possibile ad essere autonomi e capaci di affrontare da soli le difficoltà della vita cioè di lasciarli andare” ed anche “ (…) è mille volte meglio , per la sua felicità, che faccia l’idraulico o la parrucchiera (mestieri per altro dignitosissimi e remunerativi) e diventi un adulto, che non prenda una laurea in ingegneria o in medicina e rimanga un bambino per tutta la vita”.
Sono quelli che, nel panorama marziale, si affidano ciecamente al Maestro, come a dire che se è bravo lui lo sono automaticamente anch’io; sono quelli mascherati da machoman, tatuaggi, spalle larghe ed andatura alla John Wayne, tutti coinvolti da pratiche di cazzottoni e scontri fisici che è comunque sempre un gioco, tra amici, con le sue regole, che finisce lì, tra le mura della palestra, scansando una vita vera che è una giungla senza regole vissuta tra sconosciuti, agita da … adulti.

Giacobbe ci propone, in un modo che sa ben coniugare   autorevolezza scientifica e linguaggio ilare,  una serie di esempi e di prove per comprendersi e migliorare le relazioni con noi stessi e con chi ci sta accanto. Inoltre, il libro è un invito al recupero dell’equilibrio essenziale per potere usufruire in toto, e a seconda delle circostanze,  delle tre personalità che la natura ci mette a disposizione, imparando, a seconda dell’occasione,  a fare il bambino giocando, chiedendo aiuto e sapendosi scusare, a fare l’adulto autoaffermandosi nell’ambiente, a fare il genitore, donandosi e dedicandosi agli altri.

Nell’ultima parte del libro, l’autore  amplia la sua teoria aggiungendo una quarta personalità: la coscienza, o buddhità intesa come stato di consapevolezza, cioè la capacità  di autosservarci, guardandoci nel nostro essere fisicoemotivo come osservatori esterni, “osservatori di noi stessi”.
La grande forza della  personalità del buddha risiede nel potere di indirizzare consapevolmente e intenzionalmente la nostra vita. Essa, secondo l’autore che fa ampi riferimenti al pensiero orientale, è poi il culmine della nostra evoluzione psicologica, quella a cui tutti dobbiamo (!?) tendere e che ci distingue dagli animali.

Un libro che consiglio a tutti  i “guerrieri”, a coloro i quali non si accontentano e vogliono capire di sé e del mondo che hanno accanto. Un libro inutile, invece, a chi fugge o si sfoga in palestra o nella “settimana bianca”, nello shopping compulsivo o nel consumo senza uso, nel reiterato mostrarsi su face book o nell’assillante cinguettare su WhatsApp.
Ah, dimenticavo, da maneggiare con cura anche da parte dei proprietari di cani: Giacobbe non ci va leggero con loro e con le torture che infliggono ai loro piccoli amici a quattro zampe.

 “Perché i giovani si sposano non per amare ma per essere amati.
Entrano nel matrimonio per prendere e non per dare.
Entrano cioè nel matrimonio con una personalità infantile e la convinzione assurda che nel matrimonio possano trovare conforto, assistenza, protezione, difesa, compagnia, amore.
Questo accade soprattutto alle donne, perché la loro maggiore aspettativa sono la protezione e le coccole.
L’uomo, più materialista, si aspetta un pasto caldo ben cucinato, una casetta sempre in ordine, una donna calda nel letto a sua disposizione e una madre efficiente per i propri figli che gli risolva anche il problema di allevarli lasciandogli la libertà di occuparsi della sua carriera”
(GC. Giacobbe)

 

venerdì 8 gennaio 2016

2016


Apro il 2016 e mi ritrovo a pensare, ancora una volta, che noi non abbiamo solo bisogno di mezzi di sostentamento per vivere, ma di valori che diano un senso a questo vivere, che, altrimenti, resta un procedere dal tutto casuale, un “navigare a vista”. Di più, in questa società di consumo senza uso, dove il “villaggio degli scemi” si chiama facebook, dove al mercato ( economico, culturale, non importa) viene assegnato un potere assoluto insieme ad un’identità astratta come se non fosse, invece, uno strumento agito da mani umane dunque ben identificabile e modificabile, proprio la schiavitù del lavoro, che lo si abbia o meno, ottunde ogni ricerca di valori altri dal lavoro e dal tempo libero dissipato freneticamente per dimenticare le costrizioni maledette del lavoro medesimo.(Su questo blog:
Lavorare rende liberi ?”. Gennaio 2012)
Monta poi, sempre di più, un pensiero che vuole l’individuo, dunque il lavoratore, autonomo, indipendente, flessibile che, tradotto in termini contrattuali, significa in realtà licenziare per proporre una collaborazione a partita IVA (!?)
Proprio stamane, ho letto un’interessante citazione di Paul Goodman: ““In generale la nostra società economica non mira all’educazione dei suoi giovani o al raggiungimento di fini importanti a cui i giovani possono indirizzare il loro lavoro (…) Nessuno si chiede se un lavoro sia utile o dignitoso - entro i limiti dell’onestà commerciale -. Un uomo cerca un impiego che sia pagato bene, o abbastanza bene, che abbia prestigio e buoni, o almeno tollerabili, condizioni di lavoro. (…) Ma il problema è proprio quello di che cosa significhi diventare adulti con la coscienza che durante i propri anni produttivi s’impiegheranno otto ore al giorno in un lavoro che non vale nulla”.
E torniamo alla parola “valore”.

Ogni riflessione su quello sgangherato carrozzone che è la scuola italiana, mi riporta a vedere progetti di ristrutturazione di edifici ( il fiore all’occhiello del nostro attuale ministro, ancorché un fiore appassito già prima di sbocciare), caterve di esami e verifiche, maldestri tentativi di farne puro e semplice luogo di formazione pre inserimento lavorativo puntando su inglese ed informatica, programmi obsoleti e ripetuti fino alla nausea, un metodo di apprendimento dogmatico che pare più un tentativo di … addestramento !!
Guarda un po’, è lo stesso di quel che succede nell’area sanitaria, tra costruzione e rimessa a nuovo di edifici, monetizzazione diffusa per ogni prestazione ricevuta, impoverimento dell’autonomia del medico fino alla riduzione all’osso di ogni esame clinico che non sia immediatamente dimostrato come necessario. Ma niente sulla qualità dei servizi e niente sulla qualità del rapporto medico / struttura sanitaria e paziente: tanto siamo tutti solo dei “numeri” !!
Insomma, anche a scuola o nella sanità, nessuna riflessione e nessuna azione sui “valori”, che non siano quelli della riproducibilità lineare ed immediata, della ripetizione e dell’asservimento. Ma sono valori ?

Allora, ripenso al mio percorso marziale, a come si è evoluto nei decenni ed a come lo vado proponendo, da una quindicina d’anni, qui allo Z.N.K.R. ed ovunque io sia chiamato a condurre singoli o gruppi.
Un percorso che fa del “marziale” una competenza conflittuale, ovvero la “capacità di stare nella tensione relazionale affrontandola come una situazione che può essere gestita” (C. Molinari).
Con essa, la capacità di scegliere autonomamente i propri valori, in un processo di individuazione che ne è imprescindibile e fondante componente in grado di sviluppare ed amalgamare, per dirla con le parole dell’analisi transazionale, i tratti distintivi di bambino – adulto – genitore presenti in ognuno di noi.
Ossia, come ho già scritto in altri post, un guerriero che, dal Bujutsu, volga sguardo ed azioni nel solco del Budo. Una “Via”, una costellazione di valori in questa società di “mercanti” e nevrotici, anaffettivi  e macchine umane con “catene di montaggio anche nei rapporti interumani” (M. Fagioli).
Una “Via” aperta a tutti ma scelta da pochi. Ed è giusto che sia così, laddove la maggioranza di omo Homer (Simpson) la fa da padrone, lasciandomi io la soddisfazione di pensare ed agire contro. Comunque vada.

Come scrive Riccardo Zerbetto, psichiatra e psicoterapeuta a cui devo molto, “dice Gesù ‘Non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di dio’ (Matteo 4, 3-6), quale che sia il nome che a questa parola associamo. Ma già la saggezza della tradizione orfico-esiodea ci ricorda che siamo figli di Gea (Madre terra) e Uranos (Cielo stellato)”.
Dunque a forti e luminosi  valori ( stelle) possiamo e dobbiamo appellarci per restare a galla in questo indistinto mare marrone (…) e lottare per un presente almeno dignitoso ed un migliore futuro per i nostri figli.

 
“Quando l'ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere”
(B. Brecht)

 

mercoledì 23 dicembre 2015

Stille Nacht 2015


“Portare una cintura nera non significa che sei imbattibile.
Significa che non hai mai mollato,
hai lavorato oltre il dolore,
hai superato le delusioni,
non ti sei perso nei tuoi dubbi,
hai affrontato le tue paure,
e hai imparato abbastanza
per renderti conto di quanto poco,
per ora,
conosci realmente”

 

 

Gli allievi praticanti
La sala, immersa nell’oscurità. Il silenzio, scosso dai respiri e dallo scalpiccio dei passi.
Ognuno di noi saprebbe certamente nascondersi dentro il buio che sta fuori, dentro il buio che sta dentro, quello che danza incauto dentro e fuori dalle righe dei guai e delle paure.
Ognuno di noi potrebbe rubare la luna rossa della rabbia e del dolore.
Invece siamo qua, a masticare e sudare di Kenpo Taiki Ken.

Nessuno parla: questa sera è il silenzio a farla da padrone. Nessun futuro trionfale né piccola o grande impresa da appiccicare sulla bacheca del villaggio degli scemi, né magia di moda di stampo orientale.
Solo masticare e sudare di Kenpo Taiki Ken.

Troppi i mesi senza praticare perché le movenze di Tina non siano appesantite, eppure lei non molla, si impegna, c’è. Forte ringhia il “motore” di Giovanni, che ogni proposta è una salita ripida, scoscesa, a cui lui si accosta deciso a capire, a provare, a riuscire. Sento gli sforzi  sinceri di Renato, vedo Valerio immerso nei suoi giochi di bacino, Francesco si sbatte concatenando pugni e calci, Celso ansima, suda, colpisce più forte che sa, Davide cerca un’ardita coniugazione tra la sua rapidità e la forza di gravità che lo trattiene al suolo.
Ognuno mastica e suda di Kenpo Taiki Ken
La buona tavola

Questo giorno è un altro giorno, nessuno lo può saltare, tantomeno chi è qui stasera, chi è qui a ripercorrere la nascita per poi morire. Due ore di buio e di silenzio, una candela rossa accanto ad una statua sfregiata da vernice che colora di sangue. Nascere per poi morire, questo è Stille Nacht, il Natale, l’anno nuovo del guerriero che mastica e suda di Kenpo Taiki Ken.
E poi rinascere, forse, probabilmente, diverso.
Senza un alito di vento fuori, solo vento forte, di tempesta, dentro. Vento che cambia il tempo, le  stagioni come il suo stesso scorrere. E lo fa solo per sempre,  in un  istante che resta lì eternamente. Paradosso, schiaffo in volto ad ogni logica, ad ogni sequenza matematica.

La vita non ascolta, mai. Allora siamo noi a lanciarle il guanto di sfida, persino a sfidare noi stessi, tra immense posizioni di Chi Kung e repentini spostamenti ad aggredire. Sfidiamo il monotono ripetersi delle cose e degli eventi, la prigionia di fughe e diversità che sono solo sparute ore d’aria in un ergastolo infinito, le colpe proiettate sugli altri e il volgare consumo senza uso.
Sfidiamo il nostro essere bambino capriccioso che pretende sempre attenzioni ed amore incondizionato; il nostro essere adulto, egoista irriducibile, incapace di condividere il mondo suo  e degli altri; il nostro essere genitore sistematicamente punitivo o paternalista, asfissiante o assente, sovente squalificante.
Sfidiamo, mentre mastichiamo e sudiamo di Kenpo Taiki Ken.

Si accendono le luci e con loro i sorrisi e le parole.
Abbiamo lottato, non certo per un compenso, e quale mai ?
Abbiamo  lottato per amore, per conoscenza umana di noi stessi e per l’erotismo sano e pieno che dà il vivere. Vivere da guerriero, a vegliare quando gli altri dormono, quando costoro  fanno del loro giorno un’unica, continua, indistinta notte.

La tavola offre cibo e birra e vino.
Attorno, i guerrieri dello Z.N.K.R., uomini come tutti. O forse no.

 
Grazie a tutti coloro che, pur avendo altro da fare, hanno scelto di condividere Stille Nacht.

 





lunedì 21 dicembre 2015

Come ali nel vento


“Una grande nave
rimorchia una piccola nave
nella nebbia”
(Masaoka Shiki)

 

E sarà sentore, calore, di amicizia, mentre siamo una ventina e più attorno ad una tavola.
Grazie all’intraprendenza di Donatella e Giuseppe, anche quest’anno si ripete quella che è ormai la “tradizionale” cena di Natale.
Cena che vede riuniti attorno ad un tavolo amici e praticanti Arti Marziali ed ex praticanti e fidanzate e mogli e figli, alcuni già cresciuti altri che muovono ora i primi passi nella vita, e genitori di questi figli.

La verità, la verità di un rapporto che per molti di noi si snoda lungo un arco di trent’anni, ci chiama, qui attirata dal sorriso innocente di un bimbo o dal burbero borbottare di chi ormai avanza con i capelli e la barba bianchi.
A lei apriamo la porta della simpatia, dei buoni sentimenti, dell’accoglienza.
Lei che è amicizia vera, profonda.

Vivere ci ha portato e ci porta da un luogo all’altro, da un incontro all’altro. Eppure nessun ostacolo, nessun fraintendimento, nessun oblio, ha sottratto cuore e corpo ai fili forti di quest’amicizia.
Amicizia che ci scorre accanto, mite e sorniona insieme, colma di differenze e insieme pervasa di richiami al benessere che dà lo stare insieme.

E’ quest’amicizia, sugli occhi sgranati di Marta, adolescente curiosa ai primi richiami della femminilità, nell’inconfondibile voce di Claudio, nell’armeggiare confuso di Matteo, negli abbracci teneri e delicati di Barbara, nello stare insieme di tutti, a riunirci attorno ad una tavola riccamente imbandita, condividendo il buon cibo e l’alcool che scorre generoso. E dove  se no, se non a tavola, nei piaceri di gola e pancia, ci possiamo ritrovare noi che, chi dentro o chi gravitando attorno, chi per anni e chi per pochi mesi, siamo stati Z.N.K.R. ? D’altronde, ogni buon taoista è un amante del buon vivere !! Ogni artista del combattere, del “dare la morte”, non può non essere un artista del buon vivere !! Se mangi e bevi solo per nutrirti e non per godere del mangiare e bere, che vitalità, che erotismo del vivere, puoi mai coltivare ?

Sono le due di notte quando, con Monica, Lupo e Kalì, ci lasciamo la porta alle spalle.
Resta la fiducia di riaprirla e varcarla altre ed altre volte ancora; se non quella stessa porta, ogni porta che ci riconduca dagli amici e dalle amiche.

Grazie ancora, Do e Giu.

 “Ho imparato che le persone dimenticheranno quanto detto, quanto fatto, ma non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire”
(M. Angelou)