mercoledì 29 marzo 2017

E sono ancora qua



Ma, alla tua età, hai ancora voglia di praticare e pure di insegnare?” Certo, c’è chi mi ha rivolto questa domanda, ma, in effetti, il primo a farsela … sono stato proprio io.
La risposta, no, le risposte, sono state tante, una affastellata, inserita, dento l’altra.
Senza un ordine apparente, forse anche senza una precisa logica, almeno apparente.

Mi sono sorpreso a godere ancora della sospensione dell’incredulità, quella che mi consente di emozionarmi per ogni gesto, ogni movimento che rinnovo nello spazio.
Sento che le mie braccia, le mie gambe, in tanti anni, hanno esplorato spazi e traiettorie, hanno incontrato tanti saperi diversi, tante mappe che mi hanno condotto in territori diversi.
Eppure nel mio petto c'è un cuore ancora acceso, dei polmoni ancora tesi ad inspirare ed espirare, pronti, come sempre, a dare almeno altrettanto di quel che hanno preso.
Sento che le mie mani non sono ancora stanche di conoscere il mondo, perché è questo mondo che io abito.

Con la sospensione dell’incredulità, va di pari passo la consapevolezza che noi affiniamo la nostra intelligenza più completa, quella fisicoemotiva, solo ingaggiando vivaci corpo a corpo con altri esseri viventi come noi.
Così ho potuto conoscere il dolore, il malessere, quello mio e quello di chi mi stava davanti. E, nello scontrarmi, l’ho preso a pugni e strattoni, per farlo uscire allo scoperto, farlo parlare, che ne aveva diritto, ma poi che se ne andasse via, o almeno trovasse un posto, un posto piccolo, dove stare senza disturbare.
Così ho potuto conoscere il sorriso e la gioia, quelli miei e quelli di chi mi stava davanti. E, nello scontrarmi, l’ho mischiato, sovrapposto, persino misurato, per sapere che peso avesse un momento di felicità, ma poi che non scomparisse, trovando un posto, un posto anche piccolo, dove stare perché io lo potessi ritrovare ogni volta che ne sentivo il bisogno.

Nell’ingaggiare corpi, che erano cuori, altri, anno dopo anno, stagione dopo stagione, ho misurato quanto effimere siano le mode. Che non tutto, anzi!!, quel che oggi è di tendenza, è ricercato dai più, nel tempo si mostra efficace e men che meno duraturo.
Nelle vita, tra l’energia nucleare annunciata come meraviglioso potere poi svelatasi mostro incontrollabile sempre affamato di vite e disgrazie e l’amianto, ficcato ovunque, dai tetti di casa al DAS con cui far giocare i nostri bambini, poi cacciato colpevole ignominioso di tante malattie. Nelle pratiche corporee, ora che i primi seri dubbi sui benefici tout court dello stretching o del potenziamento fisico fanno capolino anche nella nostra tarda Italia della mai dimenticata ginnastica.
Tante correnti, tante mode, a volte spassose, a volte grottesche, sempre luccicanti in questa società dell’apparire e dell’apparenza.
Ora, nel mondo del fitness, va tanto il meticciato più strampalato che vede piloyoga e la fitboxe praticata in acqua, acroyoga e fusion pilates. Importante è fare, non solo senza pensare, senza mettere in gioco di sé come se l’individuo fosse una macchina, un asettico ripetitore dai tratti ossessivo compulsivi e non un essere vivente, ma pure proponendogli accozzaglie di gesti privi di un retroterra di principi e di anatomia sapienziale.
Nel mondo delle Arti Marziali e degli sport da combattimento, è passata come una meteora una pratica che si piccava di essere nata in strada, tra autentici duri e subito fonte di attrazione per anonimi impiegati ed aitanti studenti di buona famiglia, altrettanto subito, appunto, sparita fagocitata da lotte intestine per un pugno di soldi in più e l’esclusiva o meno del “marchio”. Ora è la volta di una pratica para militare, insegnata da giovanotti che, non fosse che per la giovane età, non dico una guerra vera ma nemmeno il militare di leva hanno fatto, e di uno sport da contatto il cui massimo godimento pare essere offrire il proprio viso inerme ai pugni e ai calci dell’avversario senza schermarsi con le braccia o evitare con gli spostamenti. Che lo facciano consapevolmente o meno (personalmente, propendo per la seconda ipotesi), complimenti nel caso sia coraggio e attenzione alla sanità mentale nel caso a spingere sia un tratto masochista, l’inconfessabile desiderio di soffrire di contro ad una anonima vita di “bambagia” e protezione genitoriale.
Di quelle mode, insomma, che hai da pulire spesso per il piacere e, per la stessa noia del piacere, hai spesso da cambiare.

Allora, che si tratti di tutto questo: sospensione dell’incredulità, gusto dell’ingaggiare, insofferenza alle mode ed al consumo senza uso, o di altro, io sono ancora qua.
Fiducioso in quello che Daniele Novara, pedagogista, chiama il “potenziale umano di apprendimento”, mio e di chi mi cammina accanto, branco di lupi sempre a caccia, ma anche di altri di cui non so, ma certo esistono ed anche loro camminano per sentieri impervi su equilibri instabili, coraggiosi ricercatori eretici, come tratto antagonista (alternativo?) al conformismo, alla ginnastica dell’ubbidienza, quella corporea e quella valoriale, al vizio oscuro dell’universalismo coercitivo e di una globalizzazione irrispettosa di ogni identità.
Fiducioso, pur con il peso degli anni e delle tante sconfitte, in un apprendimento maieutico come fonte di risorse personali e di piccoli gruppi, di contro alle certezze dogmatiche e stereotipate.

E questo è, anche se non so bene il sapore che mi ha lasciato in bocca quanto ho masticato e digerito in tutti questi anni; anche se non so se mi mancano di più quei ricordi, fattisi incerti negli anni, delle serate e delle giornate a danzare e muovermi di questo e di quello o questa rinnovata voglia di avventura verso una pratica, un’attenzione corporea che investe ora nitidamente lo stato di coscienza, il modo di pensare, la percezione sensoriale e la qualità del movimento, voglia di avventura che deve però necessariamente fare i conti con l’intralcio dell’età e il tempo che si assottiglia.  

Probabilmente sta a me farmi il regalo più bello: regalarmi del tempo, del tempo per me.

 
“Si trattava tuttavia di una rivoluzione più sottile, concreta, corporea, al tempo stesso intima e sociale. Nel territorio dell’educazione, infatti, è evidente che se hai il desiderio di aiutare a crescere e tentare di aprire nuove strade agli altri, ai più piccoli, devi innanzitutto metterti in gioco e provare a conoscere qualcosa di più di te stesso. Ed è un processo lungo, che non finisce mai”
(F. Lorenzoni)

 



lunedì 13 marzo 2017

Wing Chun Boxing. 6° Seminario esperienziale


Rotonda della Besana. 11 Marzo 2017

 

“Molti sono i sentieri che conducono alla vetta dell’unico e identico monte; le differenze fra questi sentieri sono tanto più visibili quanto più in basso ci si trova, ma esse svaniscono arrivando alla vetta. Ognuno deve imboccare il sentiero che parte dal punto in cui egli si trova: chi continua a girare attorno al monte in cerca di altri sentieri non sale alla vetta. Non avviciniamoci mai a un altro fedele per chiedergli di diventare ‘uno di noi’: avviciniamoci invece a lui con il rispetto dovuto a uno che è già “dei Suoi”, che è già di Colui che è e dalla cui invariabile bellezza ogni essere contingente dipende”
(A.K. Coomaraswamy)

 

Pensiero profondo, rivolto a temi ben più alti, a “Misteri” ben più Tradizionali del praticare Arti Marziali. Ma che trovo calzante anche per la pratica marziale, che è pratica di conflitto, dunque di equilibrio tra mille spinte e contrasti che tendono a lacerarci, a spezzarci; di ascesa, attraverso il senso esoterico delle Tenebre, verso l’autoconsapevolezza e l’autodeterminazione. Pratica guerriera per guerrieri, intesi come lo erano nelle antiche civiltà indoeuropee, intesi, ora, nel terzo millennio, come coraggiosi costruttori del proprio destino e testimoni viventi di un diverso futuro possibile. E in questa palude disgraziata e corrotta, non è poco.

Così, ad ognuno il suo sentiero, senza avere noi la pretesa di avere imboccato l’unico giusto; consapevoli, però, di avere imboccato quello che “parte dal punto” in cui ci troviamo e prendendo le distanze dal presuntuoso o dall’inetto che  continua a girare attorno al monte in cerca di altri sentieri” e mai così arrivando alla vetta; riservati e schivi, che non siamo “venditori di saponette”, verso l’ “altro fedele” che percorra altri sentieri, perché sappiamo che, forse sì o forse no, lo incontreremo di nuovo sul cammino comune.

E siamo nuovamente qui, ai giardini della Rotonda della Besana, come ormai da anni abbiamo scelto di fare.
Nere figure a muoversi nella strategia del Wing Chun, tagli diagonali e cuneo penetrante, percosse brevi e ficcanti mentre il corpo scivola lungo traiettorie sfacciate ed audaci.

Che danza di lotta e di scontro stiamo danzando noi adesso?  Passione e sangue che agita il cuore, mentre il coraggio terribile di un attimo di abbandono, di vulnerabilità ci prende la mano, sì che un tempo intero di prudenza non potrà mai sconfessare. Per questo e questo soltanto, noi siamo qui ora.
Ognuno di noi, nella lotta, nello scontro, vede solo ciò che le porte, aperte o chiuse, ci permettono di vedere, semplici cuori e corpi umani che battono dovunque.
C’è un tempo da tenere, un ritmo da incontrare e volgere a proprio vantaggio, senza sforzo apparente, scivolando dentro l’intimità dell’altro, con uno sforzo reale, violando l’intimità dell’altro.

Che danza di lotta e di scontro stiamo danzando noi adesso? Chi, guardandoci tra il verde ed i muri bianchi di una costruzione bellissima a impreziosire la nostra Milano, potrebbe mai capirci, perché a noi piacciono i corpi che lottano e gli sguardi che si sfidano e io, capo di questo sparuto branco di lupi cacciatori, mi ritrovo sovente confuso e spiazzato a correre da una ipotesi all’altra finché non smetto di spiegarmi per ad altri spiegare e, semplicemente, accetto questo fare maschio e flessuoso, questo nostro scontrarci tra pugni e gomitate e calci che sono la nostra personale Via verso l’individuazione, verso un coraggioso ed autodeterminato stare al mondo . Per questo e questo soltanto, noi siamo qui ora.

Non ti viene mai in mente che la vita è una cosa seria e che c’è chi cerca di ricavarne qualcosa di decente invece di fare il coglione a tempo pieno” scriveva Jack Kerouac, uno degli artisti i cui libri hanno accompagnato la mia adolescenza.

E mi guardo attorno, in questa Milano che cresce e si dilata e a volte soffre, altre si entusiasma. Un intreccio in cui si confondono, senza plausibili distinzioni, a volte in un reciproco abbraccio avvelenato, gli slanci vitali e aggressivi di centri e circoli culturali di sinistra ed ultra sinistra, le iniziative riccamente culturali e dal sapore elitario dei magnati della moda, il debordare arrogante di parole ed odori d’Arabia, l’incessante flusso di aitanti e ben pasciuti giovani dalla pelle nera, le abili mani ladre di zingare fintamente rattrappite e fintamente povere.
In questa Milano dove, in un Sabato di Marzo, uno sparuto branco di lupi si è sfidato a conoscersi, a trasformarsi. Anche se l’uomo lupo, contrariamente al fratello animale, non è una specie protetta ma piuttosto assimilato alla nera bestia cattiva delle fiabe infantili. Anche se l’uomo lupo, l’uomo guerriero, pare non avere posto alcuno in questa società di imbelli e pacifisti raccattati, società di decadenza e prepotenti d’alto bordo in doppio petto o dalle consonanti mute ed aspirate quando prepotenti di strada, di furbetti e vanesi, di aspiranti vip ad impazzare sui social.

Eppure, la mia formazione più vecchia, più datata, ancora si ricorda di riflessioni sulla inversione di rotta ad opera di processi o progressi che Antonio Gramsci definiva “molecolari”. Eppure c’è posto e tempo se “Quando nelle lunghe notti gelate levava il muso alle stelle gettando lunghi ululati nello stile dei lupi, erano i suoi antenati morti e ridotti in polvere, che levavano il muso alle stelle e ululavano nei secoli attraverso di lui.”, così scriveva Jack London in quell’avvincente libro che è preziosa guida alla vita, ossia “Il richiamo della foresta”.

Allora ancora ed ancora, a praticare le nostre Arti Marziali. Per non smettere di credere e lottare.

 “Noi veniamo rapiti dalla bellezza di un fiore o dal silenzio di un bosco, e non ci rendiamo conto che dietro quel fiore e quel bosco c’è sempre una lotta per la vita”
(Giacomo Leopardi)

 

Un grazie a Tina per la simpatica visita. Nonostante abbia smesso di praticare, ci viene sovente a trovare ai Raduni, Seminari, Stage, feste conviviali. E’ sempre una gioia rivederti.
Un grazie ad Elise, che, venendoci a trovare, ha rinnovato l’emozione del nostro primo incontro, proprio un anno fa, in questi giardini, per identica iniziativa.
Una Scuola è realmente tale, è viva, quando a viverla non sono solo i praticanti,
ma anche ex praticanti, amici e conoscenti che, comunque, ne percorrono, a tratti, il cammino.




 

 

mercoledì 8 marzo 2017

Il cerchio della spirale. Cap. 4. Elevarsi e stare in equilibrio


Elevarsi e stare in equilibrio

La gravità, il contatto tonico col terreno. E ci si alza in piedi.
Mi ascolto, accordo le diverse emozioni che risuonano nel petto, le esprimo. Mi piego, mi fletto, mi estendo …. ogni azione , attraverso le emozioni ed i gesti che le esprimono, le interpretano, le offrono agli occhi esterni, è azione viva, vitale, eroticamente intensa.

Il corpo è andato in guerra, ha ingaggiato il pesante e le tensioni e le forze motorie del corpo; ha spinto verso l’alto, anelando all’altezza, barattando la sicurezza dei quattro arti per l’incertezza dello stare su due piedi. Ora esplora le loro direzioni ed espansione nello spazio. Lo fa attingendo ai principi naturali dell’espressione gestuale e con ritmi che mescolano energia, vitalità e spazio.
Nutrito dai ricordi di acqua e di terra, di sforzo e di scoperta della spirale come forza potente e dalle immagini che furono, ora l’agire è il risultato della tensione verso un oggetto a cui si dà valore, oppure di uno stato fisicoemotivo.

Il mio corpo è il mio punto di vista sul mondo”, scriveva Maurice Merleau Ponty.
Ci fu tanto, tanto amore, quanto tanto sforzo, per passare dalla terra alla via di mezzo, per permettere che ora il gesto emergente scopra il modo più funzionale ed efficace per organizzare la propria   identità spazio-temporale all’interno del flusso dinamico del movimento.

Sarà che il tempo corre senza sosta e il mondo intorno esplode in un pianto di gesti legnosi e ripetuti all’infinito; sarà che lo stare in piedi mi fa uscire allo scoperto e dimenticare ogni stanchezza depositata nel cuore e nel respirare; ma ogni contatto, ogni slancio, ha a che fare con me, è qualcosa che ha a che fare con me. Perché, storia di terra e di via di mezzo alle spalle, non è né la meccanica asettica dei movimenti né la ginnastica dell’obbedienza, né la pretesa di uniformarsi all’estetica del bello ed appariscente né la sodomia di una salute mercante, no, niente di tutto questo può toglierci piedi per camminare ed ali per volare.
Questa storia passata, questo presente finalmente in piedi, è conoscere, riconoscere e gestire i fattori che regolano il movimento, significa armonizzare e ottimizzare i propri impulsi interiori, migliorando, così, la propria qualità di vita. Perché no, non è la vita a toglierci piedi ed ali, siamo noi.  
Questo modo di muoverci, ci dice che non esiste un unico senso, non esiste un valore univocamente  classificabile  nei  confronti  di  un  asserto motorio, se non nei termini relativi alla cornice di riferimento entro cui questo viene  agito, viene espresso.  Dunque, che nel muoverci, è la dimensione relazionale più che  quella antropocentrica  a  sostenere  il  senso dell’esprimere, dell’interpretare e comprendere: Arte dell’individuazione quanto arte della relazione.

Ora, in piedi, il gesto, l’agire si è arrotondato, ha smussato gli angoli, ha tolto qualche asperità.
Se Il tempo, il mio tempo, che è pure quel “Confesso che ho vissuto” di nerudiana memoria, ha lasciato sdrucita qualche ferita e sottratto ai muscoli un po’ di elasticità, resta la voglia, l’istinto della sfida.

Allora tendo a cercare equilibri sempre più precari. Non per infedeltà alla stazione eretta, non perché l’atavico sogno di volare mi abbia preso cuore e mano. Solamente un'esigenza, il sapere che vivere è sempre equilibrarsi tra mille squilibri e spinte e strattoni contrapposti, equilibrarsi sovente su strisce sempre più sottili di certezze, sapendo incontrare insidiose e fragili incertezze.
Non è per il bisogno di una novità, è l’attitudine alla lotta per la sopravvivenza, è l’appassionarsi alle Arti del combattere, del confliggere; è non accontentarmi mai di vivere alla periferia di quel che sento dentro e vorrei essere, che mi spinge ad esplorare il cuore, il centro, di ogni mistero.

E quale insondabile e oscuro mistero è mai l’incertezza dell’equilibrio?!?!

 
“Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo io cammino, e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando, senza fiato”.
(C. Castaneda)

 

Chiudo questa tetralogia di post dedicati al nostro modo di essere e fare ”movimento”, con una intensa frase di Carlos Castaneda, che trovo perfettamente calzante all’argomento. Per altro, è la stessa frase che, insieme ad altre di autori diversi, componeva il testo del nostro primo spettacolo di “Teatro Marziale”, ai primi anni ’80. E nulla avviene per caso.

 



martedì 28 febbraio 2017

35° Kangeiko. Stage invernale


25 e 26 Febbraio.
Agriturismo il Palazzino Maserno – Montese

 
Fluido e felpato. Sono queste le parole d’ordine, è questo il “cuore”, del nostro 35° Kangeiko

Andiamo incontro al nostro campo di battaglia, che è scontro tra il movimento legnoso, meccanico, privo di consapevolezza, tutto sforzo e muscolatura superficiale, e, invece, la capacità di ascoltarsi, di cogliere il flusso che ci scorre dentro trasformandolo in agire, agire “fluido e felpato”. Agire in cui ogni movimento contiene già l’avvio del successivo. Sorta di spirale ed onda di movimento, dal bacino, attraverso il torso espandendosi per onde in tutto il corpo.
Sono evoluzioni che disegnano nello spazio un’architettura insieme preziosa e potente, scaturita dai significati interni dell’agire e dal crogiuolo di emozioni, non da modelli imposti e copiati.

Le domande, in un approccio maieutico sensato, unico capace di far progredire il praticante, qualsiasi praticante, “Quale parte di te corpo si muove?”, “Quale direzione prende il tuo muoverti?”, “Quale è la tua velocità di esecuzione?”, “Quale è il livello di concentrazione dell’energia osteo-muscolare che vai utilizzando?”
Le domande, a condurre il praticante dall’ostinata resistenza del più rigido apparato locomotore, dell’intransigenza al cedere, allo sprofondare, verso un nuovo allineamento delle forze. Sarà questo allineamento a formare risposte motorie sensate, credibili, efficaci ed efficienti.

Sarà lasciare emergere gesti e movimenti inconsci che, nel rispondere pratico alle domande di cui sopra, diventano riappropriazione consapevole e comprensibile.
A guisa di koan zen fisicoemotivi. E torna, eccome se torna, la Tradizione della trasmissione da Maestro ad allievo, laddove il Maestro non dà ne è la risposta, non è la mamma che ti accudisce e risolve ogni problema, ma è il “nato prima, il Sensei, che ti pone nel problema e ti accompagna, senza risolvertelo, nei meandri e nei conflitti che del problema sono l’essenza; è il padre, che ti propone i rudimenti della caccia ma poi a cacciare l’orso sei tu.

Di fronte a tanti bimbi trentenni e quarantenni, smarriti, capricciosi, deboli, che corrono ansiosi tra le braccia del Maestro-mamma ad imparare le tecniche, questa o quell’arte di combattimento, non posso non vedere l’assenza del padre, la lontananza del padre. Non posso non vedere la ricerca parossistica di una mamma onnipotente che, nel proteggerli ed insegnare loro, li renda forti!!
Noi, invece, oltre i confini dell’edulcorato imparare o dell’ottusa fatica fisica addentata per dimenticare, attraversiamo le nostre interiori terre sconosciute. Attraverso la forza del potere, giungerà presto il momento della trasformazione. Il momento del “fluido e felpato”.

Per farlo, navighiamo su mari dai colori diversi, tra diverse correnti, che si chiamino Danza Sensibile o Chi Kung, Kiko o Feldenkrais, Tai Chi Chuan o Gestalt, fino alle terre del Kenpo Taik Ken.
Lì, camminiamo, agiamo, per una vittoria incerta, una vittoria mai definitiva, ma che è certamente la nostra personale vittoria.

Noi, qui, al 35° Kangeiko dello Z.N.K.R., non siamo i prescelti, non siamo i fortunati, semplicemente abbiamo voluto scegliere di esserci. Scegliere come avviene per tutti, ma proprio tutti, in ogni momento della vita quotidiana, su ogni occasione della vita quotidiana.

Noi, qui, al 35° Kangeiko, sappiamo che non possiamo fallire ora, non possiamo allontanarci dal prezioso tesoro che queste terre racchiudono in sé e, se mai falliremo, se mai cadremo, sarà per rialzarci e rialzarci ancora.

Divertìti nel nostro sputare sangue e sudore, sorridenti nel nostro faticare tra l’equilibrio precario di calci studiati in un modo del tutto nuovo solo per imparare di bilanciamento di pesi e di forze, di stiramento tendineo e muscolare; tra successioni di gesti a richiamare le caratteristiche della gru; tra giochi e spostamenti ad occupare spazi inusuali.
Soprattutto contenti di questi due giorni insieme, consapevoli che ogni individuo sano, autenticamente guerriero, sa che non può guardare solo dentro se stesso, e già farlo non è poco, ma ha il compito Tradizionale di guardare anche al di fuori, a riorganizzare le sue relazioni con chi e cosa lo circonda.

Perché, almeno questo è il mio pensiero, “In un tempo senza ideali né utopia, dove l’unica salvezza è un’onorevole follia” (G. Gaber), questa follia, questo allontanarsi dal pensiero unico che regna nelle Arti Marziali / sport da combattimento come nei mezzi di comunicazione, in politica, nell’istituzione scolastica, ecc, è, guardia sempre alta, offrirsi come testimoni, come esempi, pur fragili, vulnerabili e contraddittori o forse forti proprio di questo, agli abitanti sordi, ciechi, di questo mondo in decomposizione.

 
“Non è la lotta che ci obbliga a essere artisti, è l’arte che ci obbliga a lottare”
(Albert Camus)

 

PS) Sul prossimo numero di SHIRO, on line a fine Marzo, altre foto ed i commenti di alcuni dei protagonisti

 











lunedì 20 febbraio 2017

Il ritmo della spirale. Cap. 3 La via di mezzo


 
Abbiamo capito che il ricongiungersi con il punto di partenza: i primi movimenti incerti, poi il lasciarsi andare in acqua, poi il contattare la Terra, intesa sia come semplice suolo sia come Madre Terra, il femminile da cui ognuno di noi è sorto, infine lo strisciare, sono momenti indispensabili per capire di sé: il filo (filo – genesi) è tornare indietro, è, come si dice in psicoterapia, tensione tra entrare ed andare… se questo legame si sfilaccia, si rompe, il percorso già avviato, scompare agli occhi del cuore e del corpo, si fa indistinto quando non nemico, si fa terreno privo di riferimenti.

Fingere di essere forti, che è l’abitudine, l’imperativo dei giorni nostri, tra tatuaggi e muscoli gonfi esibiti come medaglie al valore, fingere di essere fragili, nascondendosi in sfacciati silenzi a coprire la mancanza di ardire, di coraggio anche di errare, ma pur sempre coraggio.
Comunque fingere, più o meno convinti che tutto scorra, mentre invece tutto accade, intorno e dentro te, tra inciampi e salti e rovinose cadute e fughe vigliacche e risalite incerte.

Eppure, solo se hai contattato la Terra / terra puoi avvolgere il filo della spirale che ti porterà in piedi, alla stazione eretta. E allora fingere ti sarà difficile. E fingere ti sarà manifesta espressione di superficialità quando non di codardia.
Qui, nei primi giochi di spirale, si sta nel mezzo che è pressione sul terreno sì, ma condotta nell’affondo, nello scomparire dei femori, si sta nei primi fluttuare e torcere della colonna vertebrale, nei primi movimenti compiuti del cingolo-scapolo-omerale.
Non dimentichi certo il mondo passato, te ne fai forza per estenderti, per alzarti in piedi.

Il “come fare”, che è sempre più del “cosa fare”, ci fa lasciare l’appiglio del ginocchio.
Questi è l’articolazione dell’umiltà e della duttilità interiore, serve per piegarsi, inginocchiarsi; è segno di obbedienza, quando non di resa; è centrale nelle espressioni “Sentirsi il latte alle ginocchia”, “Le ginocchia fanno giacomo giacomo”, “Mi sento in ginocchio”, che sono appunto, espressioni di resa, di manifesta difficoltà, di dichiarata sottomissione.
Non possiamo certo affidarci alle ginocchia per trovare la forza di alzarci né, tanto meno, su di loro possiamo scaricare il peso del corpo!! (1)

Questa forza la troviamo nei piedi. Sono i piedi, alla nascita, a testimoniare la fretta del bambino che li usa come puntello. I giochi della fase precedente, “Terra”, ci hanno mostrato che tutta l’evoluzione psicomotoria sta nei piedi, dal dorso – coda del muoversi in acqua allo strisciare sul terreno; ora scopriamo il reggersi dell’alluce in corrispondenza dell’aggrapparsi, poi l’avanpiede come sforzo che prende dalla terra l’energia del sollevamento, allo slancio, ora sì, del ginocchio per uscire dalle condizioni di resa ed affrontare lo spazio circostante.
La troviamo nell’affondare, nello scomparire dei femori nel bacino, là dove attingono l’energica spinta alla verticalizzazione, là dove le anche sono la “madre” degli arti inferiori tutti. L’affondare dei femori, il vuoto, crea il pieno, il moto ascendente che ci lancia nello spazio: “…l’osso sacro è la base d’appoggio su cui insiste, in equilibrio, lo stelo vertebrale ‘attivo’. Poiché il sacro è saldamente ancorato alle ossa iliache, l’uno e le altre si muovono consensualmente, come un tutt’unico; e come un tutt’unico queste ossa configurano anatomo – funzionalmente la pelvi o bacino” (R. Caillet ‘Il dolore lombo – sacrale’).
La trasmettiamo attraverso la colonna vertebrale. E’ da essa, nella parte prossima alla curva dell’utero, che originano le prime doglie espulsive. Come a dire, “Lascio la comoda tana del grembo materno e mi affermo come essere nel mondo, che io sono !!”.
Così, per staccarci da terra, la colonna vertebrale funge da frusta, da onda travolgente continuando ed intensificando le scariche di successione che percorrono il corpo tutto.

Si fa urgente saper rispondere alle prime domande: Quale parti di me corpo sto muovendo? Dove inizio il movimento? Come lo espando attraverso il corpo?
Ma occorre anche saper compiutamente rispondere, dato che lo spazio lo stiamo ora, nella “via di mezzo”, prendendo “di petto”, alle domande che ci chiedono Dove sto muovendo il mio corpo nello spazio? Quale è il raggio d’azione del mio spazio personale? Come muovo il mio spazio personale nell’ambiente?

Nello spazio, nell’ambiente stesso, le tre espressioni formali sono “irradiazione – esplosione, spirale – avvolgimento, meandro – ondulazione” (S. Guerra Lisi). In chiave pedagogica e andragogica, possiamo assimilare l’esplosione con il fattore stimolante (moto dall’interno all’esterno), la spirale – avvolgimento con la considerazione (sui propri bisogni che originano le motivazioni, sulle origini vere o presunte), i meandri ondulati con l’espressione creativa, che, attraverso una flessione verso l’inizio, sia  atta a nuove spinte creative.
Metaforicamente, molteplici fiabe e giochi popolari inducono il protagonista, in stato di impasse, a tornare sui suoi passi, così in numerosi miti religiosi dell’antichità.
Altrettanto avviene nel nostro percorso di movimento, percorso fisicoemotivo. Dalla Terra alla “via di mezzo” e ritorno, in un moto incessante, che si fa fluido e continuo. Che è movimento vitale. Che ci prepara all’avventura della stazione eretta ed all’esplorazione, da bipedi, dell’ambiente.

 
(1). Le ginocchia di migliaia di praticanti, non importa di che Arte Marziale o sport di contatto, ne sanno qualcosa, come lo sanno i loro sfortunati “proprietari”, costretti a mesi di stop quando non a fermarsi definitivamente o, quanto meno, a ridurre l’intensità dei loro allenamenti e ad abbassare la qualità delle loro prestazioni.
Le mie ginocchia ne sanno qualcosa, dai primi tormenti delle posizioni basse, bassissime, del Karate Shotokan tradizionale, alle sollecitazioni violente dei balzi nella pratica del Contact e dello Yoseikan Budo, fino alle torsioni rapide e dolorose indotte, nel Kenpo Taiki Ken, da spostamenti circolari mai strutturalmente spiegatimi. Un doveroso e sentito grazie al Maestro Aleksandar Trickovic che, anche in questo, mi ha aperto un mondo, ed ora MAI il peso a gravare sulle gambe e tanto meno sulle ginocchia. MAI.

 





 

 

martedì 14 febbraio 2017

Il ritmo della spirale. Cap. 2 Terra



Terra
 
I miei gesti, i miei movimenti, sono il giorno, sono l’alba del vivente e la notte probabile dell’uomo.

In un processo di catabasi ciclica, dalla madre Terra nasciamo e lì vi torniamo a morire. Forse è dare un senso esoterico alle Tenebre, al primordiale, quasi a offrirne un’accezione di suprema trascendenza.
Sono vecchie reminiscenze mai del tutto trascurate, sono anche strade nuove non ancora illuminate.
Movimenti, gesti, inchiodati sul ciglio di un pensiero, così incerti, approssimativi. L’avvio di una vita dall'inizio immaginata, tutto quello che ognuno di noi è stato e dorme nel ventre, sepolto dalle scorie violente di un’umanità parodistica.

Il contatto col suolo, poi il movimento a strascicarsi sul suolo.
L’importanza del sapere, del conoscere il peso del corpo, in un incessante dialogo dinamico che ci fa muovere tutt’attorno.
A scoprire il peso del corpo tutto e dopo, ma solo dopo, quel peso sul piede, sapientemente ripartito tra alluce, quinto dito e tallone.

Un viaggio in solitudine, in cui il tempo sarà lungo e il percorso incerto.
Uno scontrarsi continuo con l’attrito che dà la terra, un lasciarsi andare continuo all’elevazione che dà la terra.

E’ una legge scritta in ogni cosa di questo mondo, perché chi non lotta per qualcosa, per andare verso qualcosa, per abbracciare qualcosa, ha già comunque perso. E anche se la fatica, in questo primordiale muoversi e trascinarsi, fuori dall’accoglienza del dondolare e del lasciarsi nuotare, fa tremare il sangue nei polsi, chi lotta per qualcosa, verso qualcosa, non sarà mai perso.
Allora impariamo che dal dondolare, dal rotolare, nasce lo strisciare, nasce quell’animale primitivo che dall’acqua conquistò la terraferma.
Giochi e gesti e movimenti fondamentali per conoscere le origini. Per avere la forza, quella dentro, l’elasticità, quella dentro, di avviare il processo che ci porterà ad alzarci, ci porterà in piedi.

Dobbiamo fare i conti con lo spazio che abbiamo attorno, ambiente che è anche resistenza al nostro attraversarlo, è raccogliere le forze agendole contro forze esterne. E’ accogliere, con il primordiale, il primitivo, quel dio Pan che è maestro selvatico dei nostri istinti, la necessità di farsene forza per abbracciare invece potenti sforzi ritmici. A partire dal centro del corpo, bacino e torso, vero la periferia, in una dialettica relazione di sostegno e scontro con la terra. Muoversi a terra, con e contro la terra. Altrimenti, come mai faremo ad imparare ad alzarci e poi a muoverci sulle gambe?

E questi primi gesti incerti, faticosi ed affaticati, sembrano quasi agire da soli e divenire movenze libere e compiute. Paiono prefigurare, anticipare, un elevarsi ed un andare lontano. Paiono sabbia mossa dall’acqua, in attesa di essere plasmata da mani abili per divenire figura compiuta.

Ecco, un’esperienza come questa, occhi ancora dentro un orizzonte limitato, va vissuta e rivissuta più volte.
Sorta di piccolo e fragile uomo che respira dentro un universo immenso che respira a sua volta.
Perché la terra gira, gira, gira e noi su e dentro essa.





mercoledì 1 febbraio 2017

Il ritmo della spirale Cap. 1


 

 

Ho dato questo nome ad una sere di “esercizi” atti a promuovere il miglioramento del nostro agire nello spazio.
Esercizi sempre in continuo divenire, sia perché alcuni diventano obsoleti mentre altri nuovi si affacciano alla ribalta, sia perché praticandoli, come cambio io, così cambiano sensazioni e modi di agirli.
Esercizi tratti, “paro paro” o modificati, dalle mie esperienze sia di pratiche marziali che di pratiche corporee.
E, dato che io sono un ricercatore eretico mai domo e dallo “spirito ribelle”, vi è facile capire perché sopra ho scritto di “continuo divenire”. (1)
Non a caso, dopo adolescenziali intermittenti incontri con la pratica ginnica e sportiva, fu la mia prima vera occupazione professionale a farmi entrare nel mondo della “ginnastica” e della preparazione fisica. Erano i primi anni ’70 e, proprio il ruolo che professionalmente ricoprivo, mi permise studi e pratiche allora del tutto sconosciuti in Italia, misurandomi in prima persona con lo stretching by U.S.A., l’allenamento con i pesi by U.R.S.S. e D.D.R., i primi corsi di “Ginnastica per la Terza Età”, le prime sperimentazioni di Psicomotricità giunte a noi attraverso Jean Le Boulch, medico e fondatore della psicocinetica e della psicomotricità funzionale.
Studi e pratiche che, con gli anni, hanno attraversato diverse aree del movimento e della corporeità e, “mai smettere di cercare”, oggi, a oltre quarant’anni da quei primi incontri, ancora sono miei.

 

Capitolo 1: Ginnastica? No grazie, preferisco vivere e vivere bene!!

 In numerosi miei precedenti scritti, ho spiegato, da varie angolazioni, perché

la ginnastica / la preparazione fisica come comunemente intesa, sia sovente dannosa alla salute
                        e poco efficace per muoversi fluidamente e potentemente.

Dunque, a quanto lì scritto vi rimando.
by cubesona
Oggi, in questo post, voglio sottolineare alcuni errori tipici della ginnastica / preparazione fisica, aggiungendo alcuni commenti, oltre che sul “cosa” fare, sul “come”. Che, spesso, è il “come” a fare la differenza.

La premessa, anche questa scritta più volte, è che ginnastica / preparazione fisica considerano il corpo “altro” da sé, una macchina da preparare, il che è un atteggiamento quanto meno nevrotico, il viatico eccellente verso la psicosi.
Quel “mens sana in corpore sano” che già definisce una separazione per un’entità che, invece, è unica, è entità psicofisica: “Ogni fase di movimento, ogni minimo trasferimento di peso, ogni singolo gesto di qualsiasi parte del corpo, rivela un aspetto della nostra vita interiore” (R. Labàn)

Ma lasciamo alle spalle questa premessa, per altro spartiacque tra meccanici del corpo e del movimento e artisti / autori di sé corpo, sé movimento, per mettere il dito su alcune grossolane piaghe nella pratica dei primi.

-       Avete presente quella bella sfilza di macchine luccicanti che fanno tanto “Gym” e che, per lo più, hanno sostituito l’uso dei pesi?
Ebbene, usare quelle macchine altera il modo in cui il corpo si muoverebbe in situazione “naturale” e riduce la gamma di movimento, ovvero impedisce il naturale e corretto flusso dell’azione, in cui l’ordine nel quale le parti del corpo si mettono in movimento ne stabilisce correttezza ed efficacia / efficienza.
Questo limita fortemente la capacità di attivare completamente tutte le fibre muscolari, il che significa meno combustione di grassi e meno definizione muscolare. Peggio ancora, le macchine possono causare sforzi eccessivi per le articolazioni, a loro volta causa di lesioni durante l’allenamento.
E’ fondamentale che gli esercizi permettano al corpo di muoversi naturalmente con tutta la gamma di movimento che gli è propria, in modo da incidere sul metabolismo e tonificare tutto il corpo.
Seduti sulle macchine, non si utilizza la muscolatura profonda, quella deputata all’equilibrio del corpo, quella che, in realtà, è il motore primario, con il sistema articolare, di ogni nostro gesto.
Eppure un meccanico d’auto sa che la potenza del motore va sempre rapportata ad ammortizzatori, telaio, carrozzeria, pneumatici; possibile che questi “meccanici del corpo umano” non sappiano che le diverse qualità di sforzo (per riferirci a Labàn) risultano da una composizione interiore (conscia o inconscia) verso i fattori dell’agire: peso, spazio, tempo e flusso?
Capisco che ai cultori dell’estetica, degli addominali a “tartaruga”, dei bicipiti gonfi e del petto a “tacchino”, non importi nulla di essere fluidi ed efficienti mirando, invece, a rientrare a pieno titolo nei canoni estetici comuni, atti ad attirare le attenzioni di allegre fanciulle, anche loro provviste di un bell’intreccio di muscoli per cui sarebbe facilissimo scambiare un loro braccio o una coscia per un arto maschile ( tanto ambedue, maschi e femmine, sono avidi cultori della depilazione !!) ma chi si allena sulle macchine per ottimizzare le sue performance sportive che senso dà alla nozione di peso “the only thing they're good for is for sitting down while you tie your shoes or catch your breath!” (così scrive Shin Othake, strength coach, Fitness & fat Loss expert), spazio e tempo e flusso?
Insomma, se proprio volete fare ginnastica, almeno usate i pesi !!
Alcuni moderni cultori di ginnastica / preparazione fisica, hanno fatto un ulteriore passo avanti, propugnando l’uso di kettlebell e, addirittura, sacche riempite d’acqua. Sono piccoli attrezzi che, per come sono fatti, impongono una continua ricerca dell’equilibrio migliore durante la pratica ginnica, ovvero un coinvolgimento sia della muscolatura profonda sia di una più estesa gamma di muscoli.
Che ne penso? Ottimo, appunto un passo avanti. Fatto salvo che il “come” dell’utilizzo è totalmente, a dir poco, rivedibile, e che tale innovazione era già nella pratica marziale di qualche secolo fa: sarebbe bastato dare un’occhiata al passato per capire e modificare la stupidità del presente. D’altronde, chi pratica con me in Dojo, ha già fatto esperienza delle taniche riempite d’acqua che fanno parte degli strumenti della mia formazione marziale.

-       Avete presente tutti quegli esercizi fatti per isolare un singolo muscolo, tipo, - andiamo di inglesismi che fa tanto yankee e cool -, curl per i bicipiti e dips per i tricipiti? Ecco, servono a poco, non portano risultati significativi. Ogni ripetizione che fai, agisce semplicemente su quel muscolo non stimolando le fibre muscolari abbastanza per costruire massa muscolare magra o consumare abbastanza energia per massimizzare il tuo bruciare calorie.
Se vuoi costruire massa muscolare magra mentre bruci i grassi in modo da poter realmente definire la muscolatura, quel corpo dai muscoletti in evidenza che fa tanto figo, è necessario eseguire esercizi che stimolino il maggior numero di muscoli e, allo stesso tempo, facciano consumare quanta più energia possibile.
Tanto più che i muscoli generatori di ogni movimento stanno nella zona pelvica, mentre i muscoli delle membra semplicemente posizionano le ossa in modo tale da permettere la trasmissione della forza motoria, dunque il loro compito è indirizzare il movimento, non produrlo.

-       Ripetere gli stessi singoli gesti come la stessa routine più e più volte, è un modo sicuro per non ottenere risultati.
Queste pratiche, vere e proprie stereotipie dal sapore ossessivo compulsivo, presenti, ohibò, anche nelle pratiche marziali più diverse (disgusto !!), saturano l’attenzione, divengono sfondo indistinto ed inarticolato; fino a occupare tutto lo spazio della coscienza divenendo ossessione, possessione (ob – sessus: posseduto). La ripetizione fa perdurare nel tempo e prolungare nello spazio un gesto, un’espressione di per sé limitati nel tempo e nello spazio, è “immobilità nel movimento” (I. Fonagy, filosofo e linguista), Ossia una stereotipia è un muoversi continuamente per restare sempre nello stesso punto, nella stessa posizione o situazione.
Quelli che praticano spinning, sudano, si arrabattano pedalando in bici per stare sempre sullo steso posto, ne sono l’esempio grottesco più palpabile. Un po’ come un continuo e ripetitivo andare su e giù non solo là dove ... la fantasia non va oltre la propria mano, ma pure senza mai raggiungere l’orgasmo!!
Poi, il nostro sistema nervoso, il corpo, hanno una notevole capacità di adattarsi rapidamente e quando lo fanno, quando hanno “imparato”, procedono “di conserva”, non solo senza aggiungere alcuna informazione in più, ma, progressivamente, rilasciando e rifiutando quanto precedentemente appreso.
Chissà quale sorta di narcisismo maligno impera in tutti questi atleti, ginnasti, frequentatori di palestre, dediti alla coazione a ripetere. E magari si lamentano di avere, professionalmente, un’occupazione lavorativa ripetitiva !!

E il “come”?

Il “come” vuole, per restare nei limiti del gesto, della gestualità, il togliere e non il mettere, il sottrarre per aggiungere, il vuoto per avere il pieno.
Oggi vi farò un nuovo esempio: i piegamenti sulle braccia.
Quelli che abitualmente vengono chiamati “flessioni”.
Mi permetto: se un vostro docente, che so, vi invita a “sciogliere le articolazioni”, controllate il suo curriculum di studio e le sue pratiche sportive, potreste avere l’amara sorpresa di avere di fronte un tizio formatosi alla scuola alberghiera, o fanatico di qualche reality di cucina, più avvezzo a trattare di burro da sciogliere in un pentolino che di articolazioni da mobilizzare.
Dunque, per spiegarmi meglio, faccio notare che trattasi di “piegamenti sulle braccia”, non “con le braccia”.
by cribin
Allora, una volta proni al suolo, non premete con le mani / braccia contro il suolo (piegamenti con le braccia?) ma portate i gomiti per fuori dietro e…  vi solleverete “sulle braccia”. Sentirete lavorare principalmente i muscoli della schiena.

Anche perché, un buon albero, ha prima di tutto radici profonde che attingano dalla terra, chioma ben protesa in alto verso la luce, tronco dritto e irrorato dalla linfa e, di conseguenza, dei gran bei rami. (Vedi anche il mio “Contatto”, acquistabile direttamente attraverso questo blog).
Anche perché è questa prassi quella attenta al tessuto connettivo (2). Esso avvolge muscoli e organi – ossa, nervi ecc - tessendo una trama protettiva, detta fascia, che attraversa l’organismo tutto e che consente, con la sua elasticità, l’annullamento di ogni frizione e, con la sua coesione, il contenimento direzionale del movimento.
Il tutto, prevede un autentico lavoro interno, dove per interno intendiamo, indissolubilmente, muscolatura profonda e articolazioni e organi e viscere, pratica sensomotoria di un essere fisicoemotivo:
L’essere umano è una unità psicofisica indissolubile, pur nell’articolazione delle funzioni vitali. Il corpo è un’unità inscindibile che genera in se stessa il proprio ‘senso’. Nella nostra cultura è radicata una concezione dualistica Corpo / Anima, Soma / Psiche; costretti a muoverci in questa cultura, useremo il termine ‘Corpo’ non come entità distinta e opposta ad ‘Anima’ (o Spirito) ma come ‘aspetto’ o ‘manifestazione’ dell’unità psicofisica che è l’essere umano.” (S. Guerra Lisi & G. Stefani).

 
Ai prossimi post per entrare nel cuore de
Il ritmo della Spirale”.

 

 1. “Divenire” che comporta, ahimé, grossolani errori come quello che mi ha portato, in questi giorni, ad avere un fastidioso dolore tendineo al ginocchio. Lo so che la gamba non deve mai andare in iper estensione, con buon pace dei vari fanatici dello stretching; ma qui l’esercizio non avrebbe contemplato una iper estensione… non avrebbe … ma io l’ho fatta e ripetutamente. Va bene, impariamo dagli errori, modificando il tragitto di quell’esercizio, curando attentamente ogni piccolo gesto quotidiano a partire dal camminare per non sovraccaricare il ginocchio, affinché il “guasto” scompaia e intanto non mi impedisca di continuare il mio regolare percorso formativo.

 
2. “Le potenzialità della Fascia sono al centro delle ricerche e delle pratiche sportive di ogni tipo, dal calcio al golf fino al basket. Uno dei connubi più famosi in tal senso è quello voluto dal capo fisioterapista della nazionale tedesca di calcio Klaus Eder, che da decenni sta ottenendo risultati impressionanti grazie al suo lavoro sul tessuto connettivo.
Kristina Rothengatter, giocatrice professionista di golf, racconta così la sua esperienza: ‘Volevo diventare più mobile nelle articolazioni dell'anca e delle spalle per poter colpire più forte la pallina. Per questo mi sono rivolta ad un allenatore Fasciale’”
(in Focus Germania 7.11.2015)