lunedì 13 luglio 2020

Acciaio, sangue e ferite



 I capricci del cielo e delle nuvole ci spingono ancora una volta a cercare riparo in quel della Besana.
Atmosfera ovattata, poche persone ad aggirarsi sotto un cielo ora sereno, i cui precedenti rutti e gli scrosci d’acqua hanno tenuto lontano gli abituali frequentatori.

Praticare all’aperto ci impedisce di sfoderare l’acciaio. Allora sarà nostra premura identificarci, anima e pancia, con katana e kodachi d’allenamento.

Le lame sibilano sferzando l’aria, chiedo ed invito corpi a fluire, a trovare nel senso interiore delle cose il senso motorio che non si sforza, non sfrigola sugli accidenti ma fluisce e fluisce e fluisce ancora.

Entro dentro il dare la morte e non posso che incontrarne l’altra faccia: l’amore e le cose, le persone che l’hanno animato. Ogni cuore che incontro è un taglio che sanguina. Come provo quel che sto provando? Che fosse un dono casuale (ma il caso esiste?) o che io avessi bisogno d’amore è stato un tocco di mano… poi un graffio ed un altro, orrenda danza di menzogne e nascondimenti.

I fondamentali a vuoto, quando invero l’avversario c’è, lo sento, davanti e dentro i Kihon Enbu.
Percezione dell’insieme che è più naturale, più sincera, della percezione frammentaria dei singoli elementi.

Spezza il silenzio se ne hai paura. Urlagli contro quel che hai dentro. C'è un oceano di motivi per essere felici ma ci sono correnti nere e putride che lo attraversano sotto e sotto ti trascinano ad affogare.

L’allievo mi chiede di sensazioni che lo attanagliano, lo attaccano all’impugnatura del katana: com’è difficile separarsi restando insieme!! O forse come è tragicamente e grottescamente facile restare insieme stando di fatto separati.
Forse, dai, mi costa pena ammetterlo, avevo un disperato bisogno di sentire che a me ci tenevi davvero, davvero. E resto incredulo a chiedermi se davvero ti occupavi di me, di noi o se era un vuoto da riempire, se era od ora è un fardello che mi spacca dentro.
Perché i duelli prima a vuoto, poi in coppia, portano sempre domande che non vogliono risposte.

Haru no sora, “cielo di primavera”. Statici quanto basta per essere movimento allo stato puro.
Ci sono tutti? Non c’è alcuna necessità di avere paura, solo stiamo lasciando andare cascate di emozioni.
Squarcio il silenzio dell’animo a trovarci le voci del cuore. Cosa mi stanno dicendo?
Avanzo e qualcosa mi trattiene indietro. Finché non avrò udito il canto della verità non sarò mai sereno.

Così Natsu no sora, “cielo d’estate”, passi rapidi e felpati mente le lame sgusciano e poi cozzano l’una contro l’altra.
La strada maestra è qui, oppure un poco più in là. O nemmeno c’è, la “strada maestra” solo cocci di un vaso fragile che ogni giorno mi accingo a ricomporre, perché vivere è anche sentire le ferite addosso e dentro eppure sorridere.
Per quanto posso, per quanto sono capace.

I movimenti si fanno incerti, la presenza intuitiva vacilla inframezzata da parole che sono troppe.
Tre ore di Kenshindo, di “Via dello spirito della spada”, sono sempre tante.
Scegliamo di lasciar stare la scherma libera, il combattimento libero, Gekken.
Minuti dedicati a noi, al nostro io-corpo. Corpo attivo, perfetto tramite di segni e simboli diretti e spiazzanti.

Presto a casa, allievi che sono amici a sorriderci dentro, tra un aperitivo tipico di Bassano del Grappa e un formaggio di quelle parti, salame di campagna e birre che ti stonano la mente e pizza e cioccolato e rhum ad 80 gradi e chiacchiere che non sono tali ma dialoghi di esperienze ed intelligenze del vivere.
Grazie vita di farmi esistere.
Domani, torneranno Monica e Lupo. Io ci sarò ad amarli.










domenica 5 luglio 2020

L'Ospite


Regia di Duccio Chiarini, con Daniele Parisi, Silvia D'Amico, Anna Bellato, Thony, Sergio Pierattini.

Impressionante, nella sua cruda realtà, la frase che, più o meno, recita così: “La nostra generazione ripara, questa getta via”, detta dai genitori del protagonista.
Frase che testimonia, in questo film tenero e struggente, una svolta epocale.

Non solo abitiamo anni in cui l’oggetto consumato, al primo intoppo, viene buttato e cambiato, che tanto costa meno comprarne uno nuovo; addirittura, alcuni oggetti: cellulare, lavastoviglie, televisore ecc. sono costruiti in modo tale da avere una precisa e limitata durata nel tempo (1). Fino alla desolante e vieppiù diffusa pratica di un consumo senza uso!!

Ecco, estendiamo quanto sopra alle relazioni amorose, che sono il campo d’azione di questa pellicola, ed avremo il triste e tristo quadro della situazione.
Certo, non sono più i tempi in cui una coppia si obbligava a restare tale per non suscitare scandalo o perché uno dei componenti (solitamente la donna) non era autonoma nei mezzi di sostentamento.
Ma da qui a questa pazza altalena di coppie in cui c’è chi si premura di “scopare” un’ultima volta la partner la domenica che, a lasciarla il lunedì, soffrirebbe di meno perché distratta dal lavoro; chi, già con un figlio ed in attesa del secondo, insegue chissà quale giovinezza spensierata tra le braccia di un amore di gioventù, non è che io veda un miglioramento!!

Sono quarantenni incapaci di costruire relazioni profonde, e perciò stesso stabili, perché spaventati dalla responsabilità di affrontare anche i conflitti, le tensioni, che queste comportano.
In questo teatro di fragilità e contraddizioni, si muove Guido, “l’ospite” in quelle case, in quelle relazioni e lui stesso “ospite” nella sua di relazione amorosa.
Anche lui fragile e insicuro, ma animato da una curiosa tenerezza e da una vulnerabilità che sa essere forza gentile. E sono queste sue caratteristiche a fargli attraversare lieve i mondi disordinati e, a tratti dolorosi, delle coppie amiche come del suo stesso mondo. Lo fa senza giudizi, senza acredine, in una faticosa ma innocente accettazione di quel che è, non disperando, altresì, di incontrare e costruire quel che sogna.

Nelle prime battute, potrebbe lasciare sconcertati, persino indispettiti, questo suo emozionarsi plateale, questo mostrarsi insicuro, incerto e, a tratti, spaesato. Ma sta proprio qua la sua forza interiore (2): non teme di riconoscersi tenero e fragile, non teme di lasciarsi scoprire dagli altri così tenero e fragile, ma sarà proprio questa sua non nascosta vulnerabilità a permettergli di tenere alta la testa e sincero il cuore nelle avversità della vita.
Niente uomo che “non deve chiedere mai”, niente uomo (ma anche donna, in una parità tra i sessi raggiunta sul piano dell’esibizionismo e della sfacciataggine volgare) “vetrina”, semplicemente un uomo.

D’altronde, questi sono gli anni del lavoro flessibile che è, in realtà, lavoro precario; di una pretesa flessibilità psichica che è, in realtà, sminuzzamento e frantumazione psichica.
D’altronde, queste sono le generazioni in cui il complesso di Edipo ha lasciato il posto ad un narcisismo totalizzante (3), ad una esposizione tanto massiccia quanto sciocca e superficiale sui social.
D’altronde l’essere umano, quand’anche si sforzi di essere coerente, è intriso di contraddizioni, debolezze, slanci generosi e tetre chiusure e solo l’esserne consapevole può permettergli di tenere, comunque, la “barra dritta” durante la navigazione nella vita.
D’altronde, queste sono le generazioni private e prive di ogni riferimento ideale, quand’anche fosse ideologico, e di ogni capacità combattente; cresciute nel mito del progresso illimitato e del pacifismo ad oltranza.
Sono i nati tra gli anni ’70 ed ‘80, figli del benessere e della “Milano da bere”, in un mondo che è diverso, in cui le condizioni sono diverse e dunque questi quarantenni e cinquantenni sono essi stessi diversi: aperti alle emozioni e forse più acculturati, ma deboli e vili, incapaci come sono di lottare in ciò in cui credono o, ed è ben peggio, senza più aver nulla per cui valga la pena  lottare e credere.


Ed ecco tornare la figura lei stessa sconnessa, fragile, ma teneramente forte di Guido che, nella scena finale, vediamo seduto sul suo vecchio divano, quello che non aveva i soldi per cambiare ma che gli piaceva lo stesso, con cui si sente a casa e in pace con se stesso e con gli altri.
A mostrarci che, da adulto consapevole, sa farsi bastare quel che ha, tanto quanto sa andare incontro, tra cadute e ripensamenti e debolezze, al suo sogno, piccolo o grande che sia, per costruirlo e difenderlo.
Perché ognuno può essere adulto consapevole e maturo, ognuno può essere un combattente, un guerriero, accettando le proprie ed altrui bugie, le proprie ed altrui miserie, le proprie ed altrui cadute, senza mai farsene scudo o giudicare, privilegiando alla ricerca del “perché” quella del “senso” delle cose, senza mai perdere l’entusiasmo di credere e lottare.

Intensa e convincente la prestazione di Silvia D’Amico, che ho apprezzato sia in pellicole scadenti come “Il colpo del cane” che in momenti di alta qualità come “The Place”, “Hotel Gagarin”, “Non essere cattivo”.
Davvero brava.


1. Si chiama “obsolescenza programmata”, ovvero fabbricare un prodotto con la precisa intenzione di farlo durare poco e alimentare così il consumo.

2. “Alla conoscenza delle proprie fragilità non si giunge se non sulla scia dei sentieri che portano alla nostra interiorità, e che costa fatica seguire, perché ci confrontano con le nostre emozioni e con le nostre sensibilità, con le nostre angosce e con le nostre speranze recise, dalle quali è più comodo fuggire ignorandole, o rifiutandole, e vivendo come se non fossero in noi” (E. Borgna)

3. Il soggetto che ne soffre sviluppa una vera e propria sorta di fissazione per l’immagine che rimanda agli altri.
“L’uomo libero è un uomo ridotto a pura spinta a godere (…) questa nuova rappresentazione dell’uomo è alternativa all’uomo ideologico del Novecento perché ciò che lo muove non sono più le grandi passioni ideali, ma la spinta compulsiva del godimento mortale” (M. Recalcati)



giovedì 2 luglio 2020

Kenshindo il Seminario di Luglio





Il corpo “armato”, la lucida fame di sangue dell’acciaio, la pulsione di morte che si presenta in ognuno di noi.
Chi si fa avanti?

venerdì 26 giugno 2020

E ti penso corpo



 Sì, questo periodo di isolazionismo non può non averci suggerito qualcosa sulla vulnerabilità del corpo, di noi – corpo, e di quanto questo investa la nostra salute tutta, quella psichica, quella emozionale, dunque la nostra vitalità.
Il filosofo Merleau Ponty ebbe a scrivere “Io sono quell’animale di percezione e di movimento che si chiama corpo”, esplicitando una volta di più che non solo la separazione mente – corpo, ma anche l’unione mente – corpo, quel beffardo “mens sana in corpore sano”, non stanno in piedi, non hanno alcuna buona ragione o alcun buon intento. 

Infatti,
il corpo non è qualcosa di cui disponiamo,
ma siamo noi stessi integralmente corpo.

Purtroppo, in sintonia con i dettami dell’usa e getta, della mercificazione senza limiti, che non esclude il corpo, anzi, da questa sua perversione (secondo il sociologo e filosofo Jean Baudrillard, il corpo è diventato “il più bell’oggetto di consumo) questo “suggerimento” non ha fatto alcuna breccia nel senso comune.
Così, continuiamo a vedere i soliti runners, i soliti ginnasti, affollare corsi e sedute, parchi e palestre in cui modellano l’involucro corpo tirandolo da un lato e piegandolo dall’altro, irrobustendolo qui e stropicciandolo lì seguendo mode e dettami dal sapore ignorante e pedestre.

Sulle rive del Brenta, tra alberi enormi ed acque a scorrere lente, oppure calcando, tra case colorate, il prato rasato di un giardino vasto e sdraiato.
L’animale Ryu, il Drago, mi percorre tutto, scoprendomi a modulare il respiro in volumi tridimensionali, cassa toracica consapevole di avere, con un davanti, anche un dietro e due lati, come a toccare che sono torace dappertutto. Parrebbe cosa ovvia, ma, statene certi, non lo è. O lo è solo in teoria, perché la pratica corporea, di movimento, quanto lo sa? Quanto ne è consapevole?
L’animale Ryu, il Drago, mi percorre tutto, scoprendomi ad ampliare o moderare la colonna vertebrale già col semplice alzare di spalle, in un continuum armonioso in cui il tutto non è mai la semplice somma delle parti ed ogni singolo movimento di una parte investe il tutto. Parrebbe cosa ovvia, ma, statene certi, non lo è. O lo è solo in teoria, perché la pratica corporea, di movimento, quanto lo sa? Quanto ne è consapevole?

Così, scivolando tra Ryu, il Drago, e Tsuru, la Gru, e Tora, la Tigre, calco il terreno aspettando il vuoto, lo yin, il femminile, per dar vita al pieno, lo yang, il maschile. Ogni volta è la sorpresa del vuoto a calare il silenzio che diverrà suono, rumore, presenza nata dall’ignoto.
Troppo spesso abbagliati dalla luce, dal chiaro che presupponiamo sia certezza, dalla forza che presupponiamo sia energia, dimentichiamo la vita nel buio, nelle tenebre, nel nascosto, e la sua potente bellezza.

Che struggente sorpresa, mentre danzo Tanshu, la danza dell’animale predatore, incontrare il vuoto, lasciarmi stupire dall’assente, dal mancante, che quella carezza che manca, quella presenza che manca, quel piede che si fa lieve, persino assente, sul terreno, è l’unico modo per formarmi individuo adulto presente, abile e potente. E’ il modo migliore perché energia e vitalità salgano in primo piano.

D’altronde, alle nostre origini di feto, non fu lo spazio vuoto a permettere il crearsi del pieno? Non fu un modesto tubo (neurale) a permettere la creazione di quel complesso sistema di regia ed attività che è il sistema nervoso da cui origina ogni azione?

Abbiamo davvero bisogno di António Rosa Damásio, neurologo, neuroscienziato, psicologo, per comprendere che “probabilmente anche la separazione tra mente e corpo è altrettanto fittizia. La mente è incorporata, nel senso più pieno del termine, non soltanto intrisa nel cervello”?

Possibile che una mente in grado di superare le leggi della fisica perché capace di immaginare luoghi e tempi violando dunque quelle leggi, di contro ad un corpo che è, per forza, sempre nel qui ed ora, sia motivo per ancora percepirci scissi dal corpo?
Non comprendiamo che ciò che chiamiamo mente
 è sempre ed ancora corpo?

Eppure offrire al corpo un riconoscimento e comprenderlo significa comprendere la realtà che ci circonda; eppure è la fisicità dell’individuo a rendere praticabile ogni narrazione, ogni ricordo; eppure sono io corpo che vivo e sento e sono responsabile di ogni mia azione.

Ed è questa consapevolezza corporea, questa ricca fisiologia del movimento, in grado di contrastare il dominio capitalistico dell’alienazione, della reificazione, dello sfruttamento.
La possibile trasformazione sociale, l’utopico “sol dell’avvenire”, parte da qui: dal senso di ogni individuo per se stesso e per come si muove, come agisce, che personalità va ad acquisire.

Ma, mi guardo intorno, e so che è una battaglia persa, almeno per ora.
Tra runners e ginnasti che si accaniscono con ogni strumento di tortura per modellare a loro piacimento il ventre o le cosce, ciclisti a sudare sulla bici ferma e inchiavata al pavimento nei folli corsi di spinning, atleti a sollevare e riporre, sollevare e riporre, sollevare e riporre lo stesso attrezzo con lo stesso gesto ripetuto e ripetuto in un’ossessione compulsiva… come se il corpo fosse un oggetto altro da sé, una maglia o un pantalone che si può accorciare o allungare, che riposto in un armadio si può lasciare per indossarlo nei mesi a venire!!
Come se ogni gesto, ogni movimento, non fosse portatore di sensazioni e pensieri ed atteggiamenti che, depositati nel cervello, ne influenzeranno ogni scelta di vita, faranno di noi un individuo che pensa ed agisce in un modo piuttosto che in un altro, che in un modo piuttosto che in un altro monta e smonta i propri giorni come i momenti.


“Le azioni sono inscritte nella carne ancor prima che l’intenzionalità consapevole agisca e detti comandi. Insomma, non è che abbiamo un corpo ma siamo corpo”
(G. Dall’Ava)









lunedì 22 giugno 2020

La disperazione della tenerezza



 Se ben ricordo, era Freud a scrivere che la tenerezza è una tensione che smussa il passaggio dalle pulsioni parziali infantili alla scelta sessuale adulta. E questa scelta sarà più o meno intensa nella misura in cui sia stata moderata da quel che possiamo chiamare il flusso di tenerezza della vita sessuale piena e densa.

Sono le passioni fragili a incantarci e, a volte o spesso, incatenarci ad un amore che crediamo forte, o che non per uno solo ma per entrambi vorremmo fosse forte.
Ogni ferita inferta in quest’amore e che l’anima subisce, ogni passione resa fragile da una vita frenetica, vita dominata da una perversa etica del lavoro e dal consumo senza uso che nulla tralascia di infettare, fa parte a pieno titolo della nostra esperienza e pretende di essere riconosciuta come tale.

Le passioni fragili devono emergere nella realtà tutta umana, anche quando calpestate e maltrattate da un egoismo di fondo che si pavoneggia nel “Io sono fatto così”, anche quando la lontananza ti è imposta come fosse lei il ponte dell’amore e non il convivere dentro e non accanto alle cose che è nascondersi imponendo la distanza.   

Le passioni fanno vivere l’uomo, la saggezza lo fa semplicemente durare” scriveva Sébastien-Roch Nicolas de Chamfort.
Le passioni fragili, quelle vulnerabili, quelle che si ammalano al primo sbalzo di temperatura ma non mollano la presa, quelle che ti portano il pessimismo dentro il cuore, quelle che ti fanno rimuginare e rimuginare ancora le parole sbattute in faccia a nascondere, a mistificare, quelle per cui il tempo di adesso è sempre minacciato dai ricordi di un tempo bastardo che fu e dai timori di un tempo futuro che bastardo potrebbe essere. Ecco, quelle passioni fragili, quella passione fragile che è, per me, l’amore, e che mi fa ricordare, con Hillman, che l’amore e la relazione d’amore non finisce quando si smette di amare, ma quando si smette di immaginare, mi tiene dentro la vita.

Ogni passione fragile, ogni passione d’amore, che sia per un figlio, per l’amata, per una scelta di vita, non importa, ha il diritto di esistere in ogni cuore. Sapendo che verrà ferita e mutilata, ma sapendo anche farne acciaio affilato contro ogni disperazione. Anche contro quella disperazione che della tenerezza è componente ineliminabile, è eterna afflizione.












venerdì 19 giugno 2020

Viaggiare, sì, viaggiare



 I giardini della Besana sono ormai la nostra casa. Lì spinti da condizioni atmosferiche incerte, quando non apertamente turbolente, oggi, Giovedì 18, concludiamo i nostri tre incontri di Giugno, gli incontri de 
                  “
                    L’Ombra che danza”.

Ci muoviamo tra l’antico sapere taoista e le interpretazioni nipponiche, capaci di amalgamare shintoismo, animismo e  buddismo; tra lo scorrere fluido di quello che è il Movimento Intuitivo, capace di rivisitare arditamente gli abituali scenari contemporanei del corpo e dell’attività fisica, e la consapevolezza olistica che il benessere e il bellessere di ciascuno non è mai disgiunto da quello degli altri, dall’ambiente che ci è prossimo, dalla Terra di cui siamo ospiti, persino dal diritto ad un futuro migliore di quelli che la abiteranno domani.

Così, di respiro profondo, ampio, consapevole, di contatto con il sistema nervoso e le sue diramazioni dentro al corpo, ci avviamo ad affermare, strisciando, rotolando, masticando, soffiando ….. che, certo, noi apparteniamo alla Terra, che ogni nostro gesto, per renderle omaggio, deve essere gentile ed accorto.

E sono l’incongruenza di fondo che ci induce a chiederci “Chi sono?” e l’aspirazione a progettare, le forze che ci spingono in ogni incontro nel corpo a navigare, e se esploriamo nel corpo ogni dimenticanza, ogni blocco, ogni collina, sono il cuore e la passione a farci procedere coraggiosi, rifiutando una pratica corporea usuale e truffaldina.

Scorriamo tra Fushime Taiso, forma di Tai Chi Chuan, dialettica di inspirazione ed espirazione.

Ogni sensazione del mondo esterno, ogni attività e pensiero all’interno, portano un mutamento in qualche zona dell’organismo, capace tuttavia di agire preciso ed armonioso, senza mai interrompere il buon funzionamento.

Noi, simili a viandanti, ad erranti, affrontiamo un ostacolo, un monte che abbiamo dentro e sentiamo che questo ci sospinge a un altro monte, che uno scoglio nel mare che lo circonda ci porta a un altro scoglio di fronte.
Ma nessuno di noi si tira indietro. Altrimenti tanto varrebbe praticare le solite ginnastiche, le solite arti e discipline nei soliti modi; tanto varrebbe calcare la pedana dei tanti centri fitness con corpi alienati da modellare, o dei tanti corsi sportivi e marziali infarciti tristemente da modelli e tecniche da copiare o sgangherate scazzottate con cui la propria insoddisfazione andare a sfogare.

La musica suona impetuosa, note melanconiche di jazz si sostituiscono a ritmi lenti di ispirazione asiatica.
Danziamo ognuno la nostra danza. Agiamo di spinte e pressioni e leve articolari e calci e pugni.

Se chi ci sta guardando, scapicollando nel verde o chiacchierando sotto i portici, ci chiedesse cosa stiamo facendo in questo pomeriggio di nuvole e vento, la sola cosa che sapremmo dirgli è che esattamente non lo sappiamo nemmeno noi, ma certo agiamo un combattimento questo sì cruento.
Viviamo tempi di consumo senza uso e superficialità, di alienazione e sottomissione. Allora noi, guerrieri metropolitani, combattenti di città, rifiutiamo rituali stanchi e depauperati e andiamo a caccia di una comprensione che sappia di magia, che prediliga la difficoltà dell’incertezza ad ogni ottusa serenità.

In cerchio, accolti e coccolati da un’architettura che odora di tempi lontani e misteri quotidiani, allarghiamo i pugni e ridiamo, ridiamo ancora che la vita, la nostra incerta eppure appassionante vita, è questa sola.

“Noi siamo ben oltre le parole”

(F. Nietzsche)
Giovanni, Silvano, Maestro Valerio, Maestro Giuseppe, Tiziano Sensei, Guido




Grazie a Donatella per le belle fotografie


Lo Spirito Ribelle sarà ancora attivo a Luglio,
per un pomeriggio di Kenshindo,
la pratica col katana dei samurai.

Corsi, seminari ed incontri individuali;
pratiche corporee di combattimento e sensibilità;
Movimento Intuitivo e Gestalt Process;
incontri di Body Counseling per un sostegno al benessere e bellessere,
riprenderanno a Settembre.
Contattami, per partecipare




venerdì 12 giugno 2020

Una ricerca che non puoi ignorare



Un corpo datemi, e io ce l’ho, di più, IO sono corpo, e lascio che in oscure e lontane regioni interiori io mi ci distenda dentro.
Non posso esistere senza di te, che sono IO, io corpo.
Posso scordarmi di tutto tranne che di viverti dentro. La mia vita sembra che sia tutta lì e non vedo oltre.
Mi hai assorbito, e, invero, sono IO che assorbo me stesso in un viaggio spiraliforme ed approfondito.

Lo comprendo appieno, lo comprendiamo appieno, sdraiati sotto i portici della rotonda della Besana, tra nugoli di marmocchi urlanti e composti genitori assenti.
Respirare che senza respirare moriremmo. Alla ricerca di alterazioni e disfunzioni che ci disturbano, granelli di sabbia ad ostacolare il ritmo, la vita nel suo svolgersi arcano.
Coordinazione tra ritmi respiratori e ritmi scheletrici (1) necessaria ad ogni frangente, ad ogni decisione pensata o improvvisa che si adatti o modifichi l’ambiente.
Azioni e reazioni che devono essere accelerate e interferire il meno possibile con la parte vegetativa dell’organismo, rendendola allo scopo compatibile.
Respirare e decidere che scopro rapinarmi l’animo con un potere tremendo, cui non posso resistere.

E mi incontro egoista, che non posso respirare senza di te, che sono ancora e sempre IO; che non posso pensare senza di me, che, accidenti, ora lo sento compiutamente, sono IO.

Ora lascio vagare le sensazioni, le seguo. No, le accompagno senza perdermi alcuna di queste mutazioni.
Non è altrove il piacere, la soddisfazione, ma qui, dentro, dove sono IO.
E mi sciolgo, nel contattarlo, nel danzarlo Tai Chi Chuan.
E sono, ancor più fermamente e compiutamente, IO.

“Questo modo di pensare (pensare in movimento), a differenza del pensare in parole,
non serve ad orientarsi nel mondo esterno,
ma piuttosto perfeziona l’orientamento dell’uomo nel suo mondo interiore,
dal quale sorgono continuamente impulsi
che cercano uno sbocco nell’agire, nel recitare, nel danzare”
(R. Laban)


1.Il sistema nervoso con le sue infinite diramazioni, che formano una rete in tutto il corpo, agisce costantemente su tutte le struttura e gli organi, convogliando gli impulsi, da e verso i centri del cervello e del midollo spinale. Gli stimoli producono continuamente reazioni” (M. E. Todd insegnate di ginnastica posturale e docente universitario)