F. (giovane paziente, (24 anni) – Lei sa dirmi
che senso ha vivere in questo mondo?
M. (vecchio terapeuta- 64 anni) – No, ma se mi
dice qualcosa in più forse possiamo scoprire che senso può avere per lei vivere
in questo mondo
F. – Ho ventiquattro anni, sono parcheggiato in
un’università che parla di un mondo che non è quello che c’è là fuori e che
alla fine mi darà una laurea con cui non troverò lavoro, almeno qui in Italia.
Mi sento una merda perché, anche se qui non c’è lavoro, vivo comunque nella
parte ricca del mondo che sfrutta l’Africa e poi vuole ributtare in mare quelli
che da lì scappano perché non hanno neanche l’acqua da bere. Mio padre è un libero professionista e lavora
12 ore al giorno e probabilmente dovrà farlo fino a quando crepa viste le
prospettive di lavoro di noi figli poi avrà una pensione ridicola. Sono
terrorizzato dal mettere incinta la mia ragazza e mettere al mondo un bambino
in un mondo così. Che cazzo dovrei fare ?
M – (dopo un sospiro) – Non lo so, ho 64 anni e
lavoro 12 ore al giorno e probabilmente dovrò farlo finché crepo o un ictus mi
renderà un vegetale, perché i miei figli faticano a trovare lavoro e io avrò
una pensione ridicola. Sto male ogni volta che vedo qualcuno che chiede
l’elemosina e ce ne sono ormai tanti, e mi sento uno schifo quando leggo cosa
stiamo ancora facendo all’Africa e che qui a Torino una ragazza è stata
aggredita per strada perché nera. Eppure continuo a sentire che la vita sia
bella e che valga la pena di essere vissuta. Mi sa che uno di noi due è molto
confuso e non è detto che sia lei.
(M. Pizzimenti psicologo-psicoterapeuta )
Nella mia pratica marziale e di
counselor, incontro e conosco individui più o meno in questi termini colpiti o
almeno sfiorati dal disorientamento di fronte al vivere e alle cose
del vivere.
Credo che questo vacillare di fronte al senso della nostra
vita trovi la sua radice nel constatare che nessuno di noi ha il totale
controllo della propria vita medesima, proprio in anni in cui l’ansia di
controllo e dominio la fanno da padroni ovunque.
Da un lato la pretesa di allungare indefinitamente gli anni
di vita su questa terra; la pretesa di modificare la propria immagine estetica
fino a giungere alla “Human Augmentation” (1);
la pretesa di controllare il tempo atmosferico come quella di impostare
preventivamente le caratteristiche fisiche e intellettive di un nascituro; la
pretesa di controllare e dominare ogni tipo di relazione sentimentale /
sessuale, pretesa che sfocia nelle perversioni vigliacche e bugiarde del
sexting (il sesso virtuale, on line) o nella violenza fisica sul / sulla
partner.
Questa somma di pretese si scontra con l’incertezza
lavorativa tra professioni che nascono e muoiono nel volgere di un pugno di
anni e pure professioni che non garantiscono più l’occupazione stabile (il
vecchio “tempo indeterminato”); un sistema climatico in rapido sfaldamento di
cui non si prevede la direzione; correnti migratorie incontrollate che già
danno adito al concetto di “Eurabia” e ad un conflitto culturale, di usi e
costumi, di cui solo l’imbecillità della
signora Boldrini poteva vedere i soli aspetti positivi e di cui i recenti fatti
di cronaca, in Francia ed in Italia, di opposto segno, testimoniano invece la
complessità e la violenza intrinseca; l’incertezza e la fragilità sanitaria
messa sotto scacco da un virus, nemico invisibile, che proprio la modernità
della globalizzazione diffonde così rapidamente; l’incertezza sul ruolo del
maschio, del maschile, nella coppia sino all’incertezza stessa sul concetto di
maschile e femminile e pure di coppia.
Ogni volta mi viene in aiuto la
disamina del pensiero, della saggezza cinese.
In essa, si confrontano tre correnti di pensiero che si
rifanno a Confucio, Buddha e Laotse. (2)
Una leggenda, ed un dipinto, vogliono che i tre si siano
trovati ad assaggiare dell’aceto:
per il primo, Confucio, l’aceto è rancido, dunque occorre
correggerne (aceto = vivere) il degradarsi dalla corretta Via del passato
rivolgendosi a regole severe; per il secondo, Buddha, l’aceto è inevitabilmente
aspro dunque occorre allontanarsi da esso (aceto = vivere), ovvero da ogni
passione; per il terzo, Laotse, l’aceto sa di quel che deve sapere e dunque va
preso per quel che è.
Ecco, come già scrissi, abbracciando dei tre assaggiatori
di aceto la versione data da Laotse, ovvero il Taoismo, intrisa di quella
causalità circolare (3) che è propria di una certa nostra cultura e in
particolare della terapia gestaltica, (ovvero la consapevolezza che le azioni
in un sistema si influenzano reciprocamente cosicché ogni azione è a sua volta
causa ed effetto delle altre) comparire una possibile e praticabile via di
intervento.

L’esigenza di affrontare ogni fenomeno come una gestalt di
interdipendenze, porta, in una visione strategica, alla constatazione che la
somma delle singole parti non è uguale all’insieme e che l’isolamento di una
singola variabile conduce inevitabilmente a un “cul de sac”, ad un vicolo cieco
e a distorsioni conoscitive, che non potendo portare alla ricostruzione dell’interazione
tra i diversi elementi non giova a nessuno (4)
Tocca ad ognuno di noi, in
particolare a chi si sia assunto il compito di facilitatore, di Sensei, la
responsabilità di rendere accettabili (comprensibili?) le incertezze e le
novità che ci vengono incontro e di amalgamarle in un equilibrio fatto di
disequilibri e frizioni, di conflitti anche inevitabili.
Questo, abbandonando noi facilitatori, Sensei, per primi,
ogni pretesa di “pensiero unico”, di certezza e verità assoluta perché il
procedere aperto, di confronto, passi anche a chi ci sta davanti.
Passaggio tanto più praticabile quanto si appoggi alla espressione
corporea, alle percezioni sensoriali, al corpo vissuto. A quel che noi
tutti siamo qui ed ora:
Io
incarnato,
corpo che tanto ci costituisce come individui quanto
permette di relazionarci con gli altri, con l’ambiente.
Una pratica carnale, di
contatto, continuamente sottoposta alla verifica reciproca che, di per sé,
già rifiuta la pretesa che ci sia uno che sa ed insegna, spiega, ed uno che non
sa e dunque che impara, si fa guidare. La relazione Sensei e praticanti,
Counselor / analista e cliente, invece, vede uno che nella tempesta ci è già
stato ed uno che ci sta entrando, ambedue consci che ognuno è diverso
dall’altro e che ogni tempesta è diversa da un’altra.
F. (qualche mese dopo). Oggi mi è successo
qualcosa... che mi ha sorpreso ... e toccato ... dentro.
M. (colpito dalle sue spalle dritte e lo
sguardo acceso) Beh, si vede che ti è successo qualcosa. Hai voglia di
raccontarmelo?
F. - Lungo la strada che faccio per venire qui,
c'è sempre una signora anziana con un cagnetto, seduta ad un incrocio, che
chiede l'elemosina. Ogni tanto le do una moneta, ma mi sento a disagio, lo
faccio velocemente, senza dire niente, poi scappo. Oggi ... non so perché ...
mi sono fermato ... l'ho salutata ... e ci siamo messi a parlare. Mi ha
raccontato di come vive, che riesce a pagarsi un piccolo appartamento, che non
ha famiglia ma tutti i commercianti intorno l'aiutano, le portano cose da
mangiare ... a volte anche abiti e che qualche giorno fa i vigili volevano
portarla via e la gente è uscita dai negozi ed è andata a protestare con i
vigili e li hanno convinti a lasciarla la, che non era sola e faceva parte del
quartiere. Mi sono venute le lacrime. Mi sono scusato che non avevo monete ...
lei mi ha preso la mano e mi ha sorriso ... l'ho guardata negli occhi ...e io
mi sento bene.
M. - (con gli occhi lucidi) - E questo tuo
benessere ha senso per te?

1. Human Augmentation è la possibilità di creare strumenti,
anche impiantati dentro al corpo, per migliorare le prestazioni a livello
fisico o cognitivo
2. “Gli assaggiatori d’aceto” è un episodio leggendario
recentemente ripreso, in un suo articolo, da Marco Invernizzi, medico,
agopuntore ed esperto di pratiche corporee cinesi.
3. “Una volta adottata la prospettiva della causalità
circolare, viene meno la concezione deterministica, cioè non vi è più “un
inizio e una fine ma solo un sistema interdipendente di reciproca influenza tra
i fattori in gioco” (Nardone, 1995). Da qui la necessità di tenere sempre
presente che ogni variabile si esprime in funzione del suo rapporto con le
altre variabili ed il contesto situazionale. (https://www.igorvitale.org/il-principio-di-causalita-circolare-di-watzlawick/)
4. Anche in questo caso, ci viene in aiuto la saggezza
d’Oriente, ovvero La novella de “I sei ciechi e l’elefante” che lessi la prima
volta trenta e più anni or sono grazie agli scritti del Maestro Pleé. In essa
si narra di un villaggio in cui qualcuno portò un animale sconosciuto, un elefante,
chiedendo ad alcuni saggi, privi della vista, di descriverlo. Di fronte a
quest’essere così grande, i sei saggi cercarono di scoprire com’era fatto
tastandolo, perché ciechi. Questi lo fecero palpeggiando ognuno una parte
diversa. Ovviamente, le sei risposte differirono completamente le una dalle alte,
nessuna descrivendo compiutamente l’animale. Una prima interpretazione ci dice
che un sapere parziale non arriva mai alla comprensione; una interpretazione
più approfondita ci dice che solo l’interazione, la collaborazione, che sia
scambio di idee e non prevaricazione, può portare alla comprensione; infine,
che solo applicando tutto di noi stessi, tutti i sensi a disposizione (i sei
saggi non utilizzarono olfatto, udito, gusto), tutto il nostro essere
“incarnati”, la comprensione sarà a portata di mano.

