giovedì 24 marzo 2022

La persona peggiore del mondo

Va bene, candidature e vincitori di ogni gara, sia canora che teatrale, cinematografica ecc. sappiamo bene essere sottoposti a selezione in cui pesano giochi di potere, scambi di favore, ripicche, gelosie e quant’altro delle relazioni e delle miserie umane.

Ma

“La persona peggiore del mondo”,

 pellicola norvegese del regista Joachim Trier mi risulta inspiegabile come possa essere stata selezionata per un Oscar: noiosa, prevedibile, macchinosa nelle conversazioni.

Leggo le recensioni dei critici, di chi ne sa più di me. Leggo “I temi del femminile contemporaneo, dal metoo alla maternità, dalle mestruazioni al sesso orale, sono trattati secondo le sensibilità di una protagonista che appartiene a una nuova generazione” (Paola Casella); “è (la protagonista) anche di un’onestà disarmante, in grado di vedere le cose per quelle che sono e incapace di accettare ogni condizionamento. Il suo essere “peggiore” sta quindi nel diventare una sorta di eccezione, di rapporto di minoranza dentro un sistema di norme sociali cui appartiene ma al quale non pensa di doversi uniformare” (Lorenzo Rossi) con una sequela di commenti approvanti la stessa.

Una protagonista, trentenne ed oltre, che non sa nulla di sé né di quel e come vivere diventa un’eroina dei nostri tempi? Consumarsi e consumare relazioni, proiettare sugli altri le proprie insicurezze per non fare i conti con la propria Ombra, è uno stile di vita auspicabile?

Probabilmente è uno stile di vita, è lo stile di vita che va prendendo piede. Lo stile di una società che più che liquida è ormai liquefatta, del delirio dei bagni “no gender” (https://luce.lanazione.it/basta-alla-distinzione-maschi-femmine-a-piacenza-gli-studenti-danno-vita-ai-bagni-gender-neutral/), del consumo senza uso, del sesso on line che rischiare di corpo richiede troppo coraggio, delle amicizie virtuali, del metaverso, ecc.

Questi autorevoli critici sfornano uno sfrenato elogio di Peter Pan, dimenticandosi che Peter porterà via la figlia di Wendy, perché vuole sostituire Wendy con la figlia Jane per condurla con sé sull'isola e per avere qualcuno che si occupi di lui; che Peter vive una vita dionisiaca con l'esclusivo desiderio di fuggire dalla realtà.

Eppure, nel film, le scene conclusive mostrano la protagonista davanti allo schermo di un computer sbirciare una vita altrui, questo mentre un suo ex incontra la morte ed un altro ex la vita di un figlio. Mentre gli altri camminano nella vita, si sporcano le mani nella vita, in tutti i suoi aspetti e contraddizioni, gioie e dolori, lei sta al computer, sbircia le vite altrui.

E questa sarebbe “solo una ‘persona libera di sesso femminile’, come direbbe Liliana Cavani, alle prese con la propria educazione sentimentale, che è anche un'educazione alla vita”??? (Paola Casella)

Umberto Galimberti ricordava in più occasioni che il cammino dell’uomo è fatto di cadute, ripensamenti, errori, dunque lungi da me cercare un’eroina a tutto tondo. Ma da qui ad ammirare una trentenne che vive in superficie fuggendo ogni situazione conflittuale per restare nel proprio limbo narcisistico, che scarica sempre e comunque fuori di sé ogni assunzione di responsabilità, no.

Pellicola non certo avvincente, appiattita sui contorni di una figura femminile superficiale ed egoista, dai dialoghi privi di pathos che oscillano tra la dotta tavola rotonda di esperti e lo scambio di un mediocre talk show, è da vedere, forse!!, solo per dare uno sguardo anche “cinematografico” alla mediocrità e al narcisismo imperante, per altro così massaggiato dai critici nostrani.

Non tutti, per fortuna, qualche intelligenza pensante, critica, c’è e scrive “Se per tutto il film si ha la sensazione di assistere allo sfoggio di un manifesto generazionale che procede per slogan, col senno di poi viene da chiedersi, quasi con un moto di speranza, se l’intento di Trier non fosse quello di ritrarre con un misto di sarcasmo ed ironia una generazione di capricciosi e narcisisti mettendone in luce contraddizioni e idiosincrasie” (Chiara Zuccari in https://www.sentieriselvaggi.it/la-persona-peggiore-del-mondo-di-joachim-trier/)

Interessante, per me, la gestualità e il portamento degli attori in scena: rigidi e freddi anche nei momenti più caldi, più intensi. Sarà la cultura nordica, sarà che volutamente abitano un vivere dove non crescono le emozioni, le tinte forti, ma tante, tante, tante parole; parole utili a nascondersi, a non confliggere.




 

 

 

 

lunedì 21 febbraio 2022

Ombre e misteri

by angelalara
Sono nell’inafferrabile viaggio del mistero; così confuso, non so cosa mi colpisca, ma starò bene. Voglio stare bene.

A volte mi immagino di essere uno sconfitto, allora affollo le sere di labirinti di sogni per nascondermici dentro; come parole troppo strette sono fiori senza gambo, montagne senza vette.

Alle spalle, murales scolorati, tracce rapide di colori che un senso non ce l’hanno o forse sì, ma è troppo distante perché io lo colga.

Mi muovo rapido, a volte invece lento. Mi muovo, corpo che respira e inanella segni di colpi e schivate, agguati violenti e repentini scarti di lato.

Nel danzare di peso e lievità mi affido all’ombra che mangia i binari e il cortile alle mie spalle. La tarda ora del pomeriggio cresce di volume, di dimensioni.

Mi piacerebbe essere saggio come un budda, mi piacerebbe essere tutt’uno con gli altri uomini, anche con i peggiori nemici, ladri e ruffiani, e con chi li nasconde sotto la gonna delle bugie.

Un vecchio saggio forse suggerirebbe di essere tutt’uno con quelli che odia, che in verità li ama e non lo sa.

Ma io sono solo vecchio e non certo saggio.

Impugno fierezza e coraggio, inusuale arma tenuta stretta in mano per dare un senso alla mia storia, per sussurrare che anche la vita, il vivere, a volte non vuole conoscere niente di sé. Ma io, che sono solo vecchio e non certo saggio, voglio colpire ed offendere, baciare ed accarezzare per tutto il tempo che mi sarà concesso vivere e stare sempre in piedi, faccia al vento.

E questo è parte di ciò che propongo agli altri Spirito Ribelle, nel corso all’aperto, nei seminari, negli incontri individuali, tra respiri profondi, tecniche di Iron Shirt, la “camicia di ferro”, Neri, la parola giapponese usata nel Taiki Ken (1) e che significa impastare l’argilla ad opera del vasaio, Fushime Taiso, il movimento del cambiamento, della trasformazione, e poi volteggi di spirali, onde potenti, duelli a mano nuda o a mano armata.

Più cresco, più entro nelle ombre e nei misteri di questo affasciante viaggio di corpo, di corpo e
bellessere (2), di corpo e arti del combattere, e meno ascolto le parole mie e degli altri. Voglio guardare oltre, oltre e dentro le parole, voglio coltivare l’espressione del guerriero capace di far risuonare le voci assenti, quelle nascoste.

Forse l’abbraccio di Eros e Thanatos, Amore e Morte, ha già previsto che io conosca tutto quel che si aggrappa al cuore; ha già previsto che ogni Spirito Ribelle possa addentrarsi tra Poteri Potenti ed imparare a vivere.

 

Intrappolato.

“Non è perché state prendendo le decisioni sbagliate, è perché state prendendo quelle giuste. Generalmente cerchiamo di prendere decisioni sensate in base ai fatti che ci stanno di fronte. Il guaio, a prendere le decisioni sensate, è che lo fanno anche tutti gli altri”

(P. Arden, già direttore esecutivo creativo di Saatchi & Saatchi, imprenditore cinematografico, scrittore)

1. Arte Marziale fondata dal M° Kenichi Sawai https://taikiken.org/index.html

2. “.. il bellessere lo intendiamo come il dare un senso estetico e futuro alla crescente convinzione per cui il futuro non si prevede (perché non esiste ancora), ma lo si progetta (perché è originario nella speranza e nel desiderio di benessere)” (E. Spaltro, psicologo, fondatore dell’’Università delle Persone, in https://www.fisppsicologia.it/fisppsicologia.it/component/sppagebuilder/?view=page&id=73)

 

 



 

 

 

venerdì 11 febbraio 2022

La compagnia della mano gentile

Il cuore ritma lento e profondo, promesse di sincerità e bugie da angoli scuri.

Come essere coraggioso? Come fidarsi ancora?

Come posso amare e combattere se ho paura di cadere nuovamente?

Come posso guardare davanti se dietro, alle spalle, le rovine ancora bruciano e ladri e ruffiani si nascondono dentro le ombre?

Ma guardandomi stare da solo, tutti i miei dubbi svaniscono in qualche modo.

Un passo più vicino, un passo dopo l’altro.

Perché c’è chi, con me, continua il viaggio, continua il percorso, dopo lo Z.N.K.R., ora Spirito Ribelle.

Ai giardini Marcello Candia, pratiche corporee di introspezione e rafforzamento, di energia e respiro, di ceffoni e pugni e bastonate e coltellate…

E chi proprio non riesce a esserci, condivide incontri individuali, perché vivere sia coraggioso, sia attraversare emozioni e sensazioni, sia sempre e comunque Spirito Ribelle.

Facile, comodo, biasimarmi, bollarmi (bollare, noi erranti cacciatori di dubbi e mai venditori di certezze) estremista, bastian contrario, criticone, sempre “gyakufu”, controvento, come si usa dire in Giappone.

 

“Sapete come si descrive il biasimo nella ricerca? Un modo per scaricare il dolore e il disagio” (Brené Brown, ricercatrice, narratrice, docente)

 

Piuttosto che conformista, servo capace solo di qualche generica lamentela, pigro assorbente di informazioni consone a quel che già sa, a quel che gli fa comodo, masticatore di capricci e voglie da tardo Peter Pan, piuttosto che questa ameba, meglio il lupo.

“La sindrome del dipendente accondiscendente riguarda quanti accettano tutto passivamente ed eseguono senza criticare perché non concepiscono la critica. Sul posto di lavoro non si interrogano su cosa stanno facendo né sulla possibilità eventuale di non farlo. Sentono il bisogno di annullarsi nella speranza di ricevere così una gratificazione, un riconoscimento. In realtà è una regressione: si rinuncia ai desideri, alle idee, alla responsabilità, alle prerogative dell’età adulta per tornare a uno stato infantile. La totale dipendenza implica infatti come contraltare le gratificazioni del padrone-mamma: protezione e sicurezza. Si sa che ci verrà sempre detto cosa fare, si sa che gli altri penseranno a noi e per noi: adattandosi a questo modello si risparmiano energie. Criticare è faticoso: chi critica sta male perché rileva una differenza tra ciò che è e ciò che vorrebbe. E affrontare questo conflitto costa molto più che lasciarsi andare alla regressione.

Questo modello non è il peggiore: gli individui passivi sono in fondo buoni amministratori della loro energia psicologica! Eseguire mantenendo la lucidità critica o eseguire senza porsi domande sono due modi diversi di gestire la propria esistenza. Il primo è più maturo, adulto e creativo, ma implica costi umani alti, tra cui stress e disagi conseguenti. Il secondo regala serenità ma comporta il rischio dell’appiattimento. La scelta dipende dalla propria capacità di gestire la conflittualità: qualcuno preferisce evitarla; qualcun altro sente di esistere solo se l’affronta” (Vittorino Andreoli, psichiatra, saggista e scrittore; il grassetto è mio ndr)

by Hiroshi Yagi
Il lupo, animale che ha lasciato il Giappone ormai da più di un secolo, animale lì estinto; animale che la religione shintoista associa agli spiriti di montagna, che è animale protettore dei viandanti.

Protettore di quelli come me e quelli che con me proseguono, ai giardini MarcelloCandia o in incontri individuali o nei Seminari di Keshindo (la “Via dello spirito della spada”), la ricerca di sé e del senso del vivere.

Di quelli come me che conoscono il danzare in equilibrio tra Eros e Thanatos, Amore e Morte; che amano la quiete che nasce solo dentro una tempesta; che amano la donna con cui scelgono di vivere e la desiderano, sempre.

 

“L’amore ti rende un ribelle, un rivoluzionario. L’amore ti dà ali per volare alto nel cielo” (Osho, mistico e maestro spirituale

Il lupo che si affida all’istinto e vive avventure potenti in ogni gesto del quotidiano, senza bisogno di eccitazioni effimere e anticonformismi di maniera, e che lotta fino a trovare il suo posto nel mondo, anche quando il mondo, questo mondo, gli va stretto. Quel suo posto annusato, trovato, modellato tra pratiche corporee di introspezione e rafforzamento, di energia e respiro, di ceffoni e pugni e bastonate e coltellate qui, ai giardini Marcello Candia o in incontri individuali o nei Seminari di Keshindo (la “Via dello spirito della spada”).

Da tempo so che la parola è un limite, persino un inciampo, poi si disfa come ogni castello di sabbia e l’incontro, ogni incontro, si scioglie, finisce per arenarsi.

Solo un attimo di senso, di emozione che palpita, di corpo audace che sfida ogni nemico invisibile.

L’attimo nel danzare e sfilare di corpo pare eterno, e mi convinco ogni giorno di più a non scendere a patti, benché il disagio raddoppi in questo gioco avvelenato, perché la compagnia della mano gentile, quel “Colpisci gentilmente che campeggia sui volantini, forse non morirà mai, almeno nei miei sogni, nelle mie visioni.

Da qualche parte, sempre e comunque, altri spiriti ribelli.

(http://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/search?q=fuori+dal+coro Maggio 2018)

 

“Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella zona grigia in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi.” (Rita Levi Montalcini, neurologa)

 

 


by Bansky

domenica 16 gennaio 2022

La palestra di Platone

Ormai da oltre vent’anni hanno preso piena diffusione, anche nel nostro paese, testi che smentiscono la separazione mente  - corpo, l’ambiguo e fuorviante “mens san in corpore sano”, fino a mostrare che tutto di noi è corpo: “essere fisicoemotivo, come lo chiama Stefania Guerra Lisi, artista, formatrice, esperta della riabilitazione di disabili sensoriali, motori e psichici,  nel suo ottimo “Il corpo matrice di segni”,  del Settembre 2010.

Eppure Simone Regazzoni in

La palestra di Platone

riesce a dare un ulteriore contributo, di estrema qualità, alle teorie che dichiarano, senza mezzi termini, che “La mente è incorporata, nel senso più pieno del termine, non soltanto intrisa nel cervello” (Antonio Damasio, neurologo, neuroscienziato e psicologo, nel suo “L’errore di Cartesio”, testo del 1995!!)

Regazzoni lo fa partendo dal pensiero e dal praticare di Platone, rivelando alle origini della filosofia greca lo stretto nesso, di più, l’indissolubile unica radice tra il filosofare e il lottare, il combattere.

Da buon filosofo, Regazzoni ripercorre attentamente il pensiero di Platone, e con lui di Epitteto spingendosi fino a Friedrich Nietzsche e Paul-Michel Foucault, mostrando un Platone “filosofo – atleta che fa della lotta il cuore dell’allenamento filosofico”, e lo fa citando passi di opere quali Fedro, Repubblica, Simposio ecc.

Pagine intense sono dedicate alla critica della filosofia come astratta forma mentale, così come alla critica di quei filosofi che, disdegnando il loro essere corpo, sono tutto raziocinio, pensiero, ovvero elaborano, a loro insaputa (!!), pensieri da e di corpo asfittico, debole, dunque incompleti. Quello che sempre Derrida chiamava logocentrismo. (1)

Pagine in cui campeggia l’askesis che è “cura e allenamento integrale di sé, come trasformazione della vita”; in cui l’autore pigia forte sul concetto di “pensare attraverso il corpo e di “cominciare a filosofare a partire da e attraverso la carne del corpo”.

Regazzoni, filosofo praticante Arti Marziali, scrive un libro denso, stimolante, profondo, quanto di agile e coinvolgente lettura.

Libro ottimo, non privo, per me di alcune pecche.

Soprassiedo su una certa vena narcisistica che lo vede campeggiare in numerose fotografie, scrivere delle sue imprese muscolari fino a citare una serata di 300 combattimenti di tre minuti l’uno: tre minuti per 300 incontri = 900 minuti. Come a dire 15 ore di combattimento ininterrotto.  Io che ho guidato più volte quella che chiamavo “La Notte del Guerriero”, ovvero otto ore di formazione marziale all’aperto, dalla mezzanotte all’alba, con soste di 10 minuti ogni due ore, in cui il combattimento era solo una parte, posso dire tranquillamente che non lo credo possibile e, comunque, una sera di 15 ore la si trova, che so, in Norvegia dove la notte dura anche 24 ore.

Mi importa, invece, sottolineare che Regazzoni conserva del corpo e dell’allenamento (termine che io aborro, sostituendolo con “formazione”) una visione ancora meccanicistica, come assemblaggio di più parti, in cui domina l’aspetto muscolare (e le fasce? e i tendini? di più: e gli organi?) e relativo potenziamento, in cui, inoltre, manca l’aspetto energetico interno, l’intelligenza interiore. Perché:

“Il nostro corpo è animato (animale) e al contempo spirituale: si comporta secondo pensiero, con senso, o come preferiamo dire. Il corpo non è ‘altro’ rispetto alla persona o al soggetto: è l’essere – al mondo della persona o del soggetto. L’anima, o qualsivoglia dire lo spirito, è il rapporto del corpo con se stesso” (Intervista a Jean Luc Nancy in “La chiave di Sophia” Giugno – Settembre 2020)

“Il nostro corpo è abitato: sangue, ossa, organi, muscoli segnalano una vita interna che non si esaurisce nella sua fisiologia, ma che produce intrecci, sovrapposizioni e risonanze nella nostra esperienza emozionale, affettiva, psichica.” (Ivano Gamelli “La pedagogia del corpo”)

 Riferendomi ad alcune sue frasi sul dialogo (pg. 115) che l’autore giustamente critica perché spesso inteso come semplice scambio pacifico di opinioni, mi preme rilevare che da oltre un decennio c’è chi ha ben letto il dialogo invece come confronto conflittuale (vedi il pensiero e le proposte pratiche di Daniele Novara, pedagogista e scrittore). Aggiungo che, per me, la stessa lotta, il corpo a corpo non è scontro di muscoli e supremazia di tecniche. Essa, come in ogni relazione sentimentale, famigliare, di lavoro, è contemporaneamente: Io so cosa e come faccio, capisco cosa e come fa il mio contendente e cerco di intuire cosa lui ha capito di me e del mio fare. Il nostro modo di intendere Chi Sao (mani appiccicate) potrebbe essere terreno di buona pratica e buone scoperte per Regazzoni, come filosofo – lottatore; potrebbe essere un ottimo viatico per qualsiasi filosofo – lottatore nel suo vivere quotidiano, nelle sue relazioni quotidiane. Che è, per me, l’autentico insegnamento delle Arti Marziali.

Credo che l’uomo rinascimentale, quello del libro e spada, come il samurai del bun bu ryodo, la doppia Via del sapere e del combattere, siano un buon esempio per ogni odierno filosofo – lottatore, per riprendere la felice espressione di Regazzoni.

Auguro, altresì, a Regazzoni di incontrare, nella sua pratica, una qualche forma di espressione corporea che lo stimoli a capirsi corpo fisicoemotivo consapevole e olistico, oltre il semplice potenziamento muscolare: che abbia alle spalle a sua volta un combattente, come è per il metodo Feldenkrais o il Trager, o semplicemente una intelligente e audace ricercatrice come Bonnie Bainbridge Cohen con il suo Body Mind Centering, sarà per lui senz’altro un punto di svolta radicale.

Per questo mi permetto di cogliere nella sua visione e nel suo “allenamento” una certa mancanza del sé fisicoemotivo e delle sue possibilità di cedevolezza e flessibilità. Di queste fondamentali “armi” ho scritto già troppe volte per tornarci qui.

Queste sono righe dedicate all’ottimo libro di Simone Regazzoni, la cui lettura consiglio a tutti quelli che ancora credono mente e corpo separati, credono ad un pensiero possibile avulso dal corpo come, viceversa, al primato del fisico muscolare e possente; ma anche a tutti quelli che già studiano e praticano nel solco del sé integrale e vogliono altri stimoli e altre conferme al loro percorso. Il libro vale!!

Concludo, a mò di sollecitazione per chi non li conoscesse e fosse interessato all’argomento, quattro libri che si muovono nel solco indicato da Regazzoni. Ne scelgo due “datati” e due più recenti, due italiani e due in lingua straniera:

Pensare col corpo, di Tolja e Speciani (prima edizione a. 2003)

Body process – il lavoro con il corpo in psicoterapia, di J.K. Kepner (prima edizione italiana a. 2005)

La pedagogia del corpo, di I. Gamelli (prima edizione a. 2011)

Sensazione, Emozione, Azione, di B. Bainbridge Cohen (prima edizione italiana a. 2011)

 

“L’essere umano è una unità psicofisica (UP) indissolubile, pur nell’articolazione delle funzioni vitali. Il corpo è un’unità inscindibile che genera in se stessa il proprio ‘senso’” (S. Guerra Lisi & G. Stefani)

 

1. E se estendessimo questa critica a tutte le terapie psicologiche fondate sul rapporto verbale, sulle associazioni mentali? Terapie in cui poco, pochissimo, c’è di corpo e, soprattutto, nessuno, terapeuta e cliente, del “corpo” è consapevole. Critica che farebbe crollare il castello…

 

 

 

sabato 8 gennaio 2022

Di acqua e di acciaio

L’acqua, che scorre e vive sempre in mutazioni sferiche. L’acqua che si muove in profondità, seguendo la pesantezza terrestre. L’acqua che danza ritmicamente tra questi due opposti. L’acqua che è corpo pesante quanto fondamento di vita.

L’alternarsi di freddo e gelo con caldo e bollore dentro il cuore, dentro il ventre. Come se il respiro faticasse a penetrare il corpo e poi a uscirne dialogando con chi c’è e chi non c’è.

Troppe aspettative dietro un fendente di katana, dietro il rapido guizzare del coltello.

Sono dolori e rabbie che non mi appartengono, tempo ostile che pare giocare contro di me. O forse no, forse “Dimentica, perdona, lascia andare”, il mantra taoista che accompagna “Il suono degli organi”, pratica quotidiana mattutina, non è ancora propriamente mio, non è propriamente me.

L’acciaio che si nutre d’autunno, che vive nei polmoni e nella pelle, che è colore bianco e animale tigre, tigre bianca. L’acciaio che è tristezza e il suono del pianto.

E come possiamo relazionarci con l’altro, stare con l’altro, se non sentiamo quanto di diverso e quanto di comune c’è tra di noi? Perché “Ogni emozione è una possibilità illimitata” (Ngakpa Chogyam). Perché ogni gesto, ogni azione, ogni movimento contiene l’avvio del successivo.

Stretti, avvinghiati in un duello reale di corpi o immaginario di nemici fantasmi, sono, siamo attori protagonisti di furie e violenze impossibili da comprendere se non pratichi, se non sei Spirito Ribelle.

Nel petto, nel ventre, un dolore rauco che non so cosa sia, ma non mi abbandona mai.

Sono tecniche di solitudine, alla caccia di un isolamento che è raddoppiamento, che è ricerca di un rapporto sincero, autentico, con se stesso, che è disvelamento delle immagini che si agitano nella propria profonda Ombra.

L’acqua che scorre agitando e vivendo l’acciaio affilato, quello freddo e letale.

Nonostante l’età che il tempo incalza senza alcuna misericordia, senza alcun pigro rallentamento, non sento la fretta di crescere, di sapere; semplicemente mi godo questo mio viaggiare, questo mio incontrare nuovi e vecchi saperi, questo mio migliorarmi giorno dopo giorno.

Non succedono miracoli, semplicemente… Colpisci gentilmente!!

Poi, sempre a disposizione per affiancare nel loro viaggiare altri erranti, altri eretici, altri cacciatori di sé, altri costruttori di vitalità ed erotismo. Altri aspiranti guerrieri di Poteri Potenti.

 

“Essi (gli uomini) sono intelligenti, le loro virtù hanno dita svelte. Ma gli mancano i pugni, le loro dita non sanno chiudersi in un pugno” (F. Nietzsche)

 

 




 

 

 

 

 

 

 

 

giovedì 16 dicembre 2021

Se essere sinceri è ancora un valore

1980 Umanitaria - là dove tutto è cominciato
Il tramonta arriva presto su foglie che cadono, le ombre che cadono ad oscurare le case, le nuvole che cadono a sporcare il cielo.

Rumori di un linguaggio antico che sta a noi quattro riprendere, dargli lo smalto che merita a costo di lacerare il mantello pesante del tempo.

E’ la sera di Dicembre, quella del Seminario di Kenshindo, spada sfoderata e sguardo di lupo.

Poi, terminata l’ordalia dell’acciaio affilato, tutti a cena insieme.

Primi anni '80 - la Comm. Tecnica
Dopo mesi, un anno e più, di restrizioni, di isolamento, di caccia all’untore, di paura di un respiro di troppo lì accanto, siamo seduti al tavolo. La casa di Giuseppe e Donatella il rifugio. Il cuore e le emozioni di tutti la danza vera, quella autentica.

L’esorcismo macabro che imprigiona le folle, che accompagna lo staccarsi delle foglie e l’accorciarsi delle ore, l’abbiamo chiuso fuori di qui.

Questo è la sera del buon cibo e del buon vino. Questa è la sera del buon essere e stare tra amici.

Ogni bicchiere è una risata, è un ricordo di lezioni, stage, combattimenti, e quando smettiamo di nuovo ci ridiamo su.

2019 - Kenshindo, io e M° Valerio
Semplice, come ogni piccola parte di me, quella che preferisco e quella che mi pento di aver agito; semplice come è stato lo ZNKR, quella incredibile abilità di creare un gruppo unito, un clan, una cultura capace di distinguersi dagli altri, di formare, o almeno provare a formare, guerrieri contemporanei, ovvero adulti autodiretti, coraggiosi, vitali.

Semplice, come quando Donatella mi guarda e mi insegna a non scordare gli errori fatti, per non ripeterli più, o almeno provarci.

Semplice come quando Giuseppe mi guarda e lo capisco, come quando Valerio mi tende una mano.

1998 - Teatro Marziale
Come ridere di quello che è successo, anche quando è corso del sangue, anche quando il sangue non era liquido rosso ma sentimenti feriti.

Ferite inferte, ferite subite; ferite di bugie e sotterfugi, di vigliaccate e angoli bui in cui consumare di nascosto quel che non si ha il coraggio di dire, prima di tutto a se stessi.

Lo ZNKR come piccolo spazio che ripete e ripete e ripete ancora i destini che ciascuno traccia fuori di lì, ogni giorno, nella vita di ogni giorno.

Basta un ricordo: sulla neve di Fuipiano o tra le colline di Bobbio; immersi fino alle cosce nella neve di Montese o con le gambe nell’acqua di un mare ligure; infreddoliti a dormire dentro un armadio ad Azzio o arrostiti al sole di una casa di campagna nel veronese; sotto il cielo stellato del parco del Ticino o a ruzzolare tra l’erba bagnata di una montagna sperduta; ad iniziare la pratica marziale a mezzanotte per terminarla, otto ore ininterrotte, all’alba, a sfidarsi di lame affilate o di pugni nudi.

Per iniziare tutto e ricordare tutto, o quasi tutto. Volti e corpi, parole e gesti.

Basta un attimo, per perdersi e ritrovarsi.

2006 - amici ed allievi
Semplice, come la paura di riconoscere me stesso in parole ed azioni che ora non rifarei, come il coraggio di riconoscere me stesso in parole ed azioni che sì, certo che rifarei, perché il cuore caldo e generoso, quello vitale ed erotico non te lo regala nessuno, te lo devi conquistare, se lo vuoi.

Partiti da lontano, trentacinque anni insieme, insieme di ZNKR. E come di colpo svoltare, chiudere e riaprire Spirito Ribelle.

Il colpo è stato duro, tra note non sempre intonate, sapendo di non vincere niente, ancora a rincorrere le ore, i giorni, i mesi e gli anni, ancora a scoprire sogni.

2006 - La Notte del Guerriero
 

Sogni che proviamo a rendere reali, sogni sprecati dentro mani aride e sogni impreziositi da mani accoglienti; sogni avvincenti di gesti e sguardi ed emozioni, sogni a cozzare contro un mondo ostile, eppure sogni nostri, di guerrieri audaci.

Per chi ancora sogna e lotta per i suoi sogni; per chi ancora sogna e si offre, nudo e vero, ad accompagnare i sogni degli altri.

 





20212 Nabi - Lez. aperta

2017 - ultima lezione ZNKR

2015 - stage invernale, M° Giuseppe

2017 - stage estivo, Donatella

2016 - festa e cena nuovi dan

2013- i miei 62 anni festeggiati, come sempre, in Dojo