giovedì 30 maggio 2024

Tanren o del forgiare il corpo

 Il primo kanji, tan combina due parti: la parte destra è un carattere che può essere letto sia tan che dan e significa passo, grado, livello (come ad esempio in shodan, nidan, ecc.).

La parte sinistra , invece, significa oro.

(ren), esprime i significati di esercitarsi, allenarsi, ma anche di plasmare o raffinare. Si pensi in questo caso all’azione dello spadaio giapponese che, un colpo di maglio dopo l’altro, toglie le impurità dal panetto di acciaio per realizzare la sbarra da cui poi prenderà forma il katana.

L’intera parola Tanren significa forgiare la propria mente, spirito e corpo o waza (tecnica, abilità) così come viene forgiato il metallo.

Ogni formazione in qualsiasi ramo di attività può essere definito Tanren. Gli ideogrammi 鍛錬 che formano questa parola rappresentano l’idea di lavoro continuo, necessario affinché un metallo sia idoneo alla sua forgiatura.

Nell’ambito dell’apprendimento di una qualsiasi disciplina fisica, Tanren non è dunque riferito allo sviluppo di un’abilità tecnica specifica, quanto alla necessaria preparazione di base, fondamentale (hon).

E’ evidente l’analogia tra la formazione fisica, corporea, di un praticante e il lavoro necessario alla costruzione di un katana.

Per iniziare occorre anzitutto una forgia. Col riscaldamento e la battitura si ottengono i cambiamenti necessari a raffinare il materiale ferroso di partenza, il tamahagane 玉鋼. Su questo, metterà le mani il Maestro per dare vita completa alla lama.

Similmente, la formazione costante costituisce la forgiatura del praticante perché sia pronto alla pratica marziale vera e propria.

Allo Spirito Ribelle, in Tanren sono racchiuse diverse “forme” corporee, tutte originate da onde e spirali (1). Nel mentre che il praticante sperimenta queste diverse possibilità espressive impadronendosi del moto ondulatorio, avrà modo di coniugarle liberamente tra di loro secondo il suo unico e personale “corpo espressivo”, costruendo il suo personale stile di movimento e, così, di combattimento.

1.    1.   Il movimento ad onda (nami) utilizza muscoli e tendini dell’intero corpo in sinergia con l’apparato scheletrico per effettuare ogni movimento. Per questo la formazione non può prescindere dall’attenzione al tessuto connettivo ed agli stessi organi interni, assolutamente non privilegiando muscoli e loro allenamento.

La catena cinetica, agendo in continuum dal punto più lontano a quello di arrivo, accelera ed incrementa in modo esponenziale l'azione impattando sul bersaglio in modo esplosivo. Questa catena cinetica ha un movimento dall'andamento ondulatorio e si esprime, al momento dell'impatto, come un colpo breve ed intenso che procura una forte scossa all’interno del bersaglio. Non si esegue con una contrazione muscolare volontaria, ma attraverso la torsione in successione delle articolazioni, secondo i principi dell’embriologia.




giovedì 16 maggio 2024

2024 Maggio 7. Giochi di bastone: Assorbire, flettere, accompagnare


Formarsi a Mukae, “assorbire”, che è “ridurre la forza massima del colpo dell’avversario” (https://taikiken.org/), il che richiede la capacità di aderirvi, di flettersi per accompagnarlo, di stabilire un contatto continuo. Che è Ukemi nel significato di “corpo che riceve”, Aiki nel significato di “adattarsi reciprocamente”, Musubi che è “legare tra di loro”.

Uno dei tanti giochi Spirito Ribelle che aprono il terreno alla pratica del Chi Sao, le “mani appiccicose”, del Suishou, le “mani che premono”, del Maki, “avvolgere”.

Uno dei tanti giochi per formarsi alla cedevolezza, Ju, che è il cuore della pratica marziale. Questo a livello SEMPRE  FISICOEMOTIVO.

Dunque un corpo flessibile, in grado di adattarsi, persino di intuire i mutamenti, per volgerli a proprio vantaggio, ma non solo nel malaugurato caso di aggressione in strada, quanto nel ben più comune accadere dei conflitti relazionali in famiglia, sul lavoro, nei rapporti sentimentali, in quelli educativi ecc.

Quei micro – conflitti in cui noi tutti siamo immersi in quanto animali sociali e che richiedono una presenza coerente quanto flessibile, accogliente quanto salda, propositiva quanto comprensiva. Una presenza empatica, persino simpatica,

consapevole che:

“I conflitti, nonostante sia difficile coglierlo, sono un’opportunità preziosa

di imparare a star bene con gli altri e con se stessi”

(D. Novara pedagogista e counselor)

 

 

 

 

 

 

 

venerdì 3 maggio 2024

2024 Aprile 30 Gambaru Kiko 1. TRAZIONE EQUILIBRIO ONDE

 


Alla voce Gambaru Kiko (movimenti di energia ed impegno) troviamo diverse movenze, tutte accumunate dal richiedere un certo sforzo fisico, un certo “impegno”.

Qui proponiamo un gioco che unisce pratica in disequilibrio e fluidità, che chiede al praticante di agire secondo le diverse onde (nami) del corpo armonizzandole con l’equilibrio precario.

Il lavoro di trazione richiama modulazione tonica e connessione centro – periferia. Il peso entra in gioco, mani ad afferrare la cintura, lasciando uscire il baricentro dalla base di appoggio del corpo, servendosi della trazione per non cadere al suolo o tornare in asse, attività che richiede la disponibilità delle ginocchia.

Molte sono le abilità in gioco, sempre agite sul palcoscenico del fisicoemotivo:

  • Mantenere consapevolezza di sé e propriocezione (1) in situazione disagiata, critica.
  • Affidarsi alle proprie conoscenze corporee e di movimento costruite nella formazione abituale, di equilibrio, senza rinunciarvi in favore di azioni rigide, parziali, solo perché si è in difficoltà.
  • Simulare una situazione di scontro dominata da kuzushi (squilibrio, sbilanciamento) subìto, operando comunque in totale libertà di gesti (2).
  • Agire in tensione rilassata (3), capace di esprimere al meglio l’attivazione del sistema nervoso in sequenze fluide, laddove il contrappeso sia gestito tranquillamente.
  • Sperimentare nuove esperienze sensoriali che sollecitino traiettorie insolite e, nel contempo, costruiscano inconsuete interconnessioni corporee e un ininterrotto riadattamento articolare.
  • Operare una efficace canalizzazione dinamica sia in soggetti impulsivi che disorganizzati.

Il proseguo di questo Gambaru Kiko prevede una serie di varianti, principalmente:

  • Il compagno, a volte, lascia la cintura e il soggetto immediatamente si adatta lasciandosi cadere al suolo, ukemi (4), eventuale disposizione ad una “proiezione di sacrificio” (sutemi waza).
  • Il compagno si muove nello spazio e il soggetto si adatta, mantenendo la tensione della cintura, occupando a piacere lo spazio e senza interrompere il fluire delle onde.
  • Il gioco viene effettuato con una corda elastica, cosicché il soggetto abbia l’impegno costante di mantenere la tensione

Tale modalità di formazione, con gli opportuni adattamenti, viene utilizzata in diverse Arti. Per esempio, nel Pa Kwa, il soggetto che cammina in cerchio ha il polso legato da una cintura tenuta da un compagno, al centro del cerchio, che gira su stesso tirandolo a sé: Il soggetto deve mantenere l’esatto percorso circolare nonostante l’opposizione del compagno e anche quando questi improvvisamente lascia la cintura creando un improvviso squilibrio.

 

“L’uso di uno strumento può modificare il nostro schema corporeo, la nostra relazione con il mondo intorno a noi, e con essa il modo in cui percepiamo l’ambiente circostante” (A. Noe in ‘Action in perception’)

 

1. Propriocezione: Il senso di posizione e di movimento degli arti e del corpo che si ha indipendentemente dalla vista e rilevate da recettori periferici denominati propriocettori.

2. “Nel Judo, al contrario, lo stato di equilibrio è considerato inadatto all’azione. Noi insegniamo una stabilità funzionale, un equilibrio instabile, precario, che ha valore per un certo determinato instante, sufficiente soltanto a compiere l’azione in corso” (M. Feldenkrais in ‘Judo per cinture nere’).

3. “Un corpo sano è più assimilabile a quella che viene definita una struttura tensointegra, ovvero una struttura la cui integrità è mantenuta dalla tensione tra le parti, mentre gli elementi rigidi hanno il compito di mantenere la distanza fra di esse”. E anche:La postura fisica, cioè il modo nel quale si posiziona il corpo nello spazio, è certamente dipendente dalla struttura assunta dalle parti del corpo nel campo gravitazionale terrestre, ma questa struttura è interattivamente collegata con la “postura” emozionale e psicologica che assumiamo nei confronti dell’ambiente nel quale viviamo, cioè con i nostri sistemi di relazione e di difesa” (M. Soldati in “Corpo e cambiamento’)

4. Nel mondo occidentale la caduta, il cadere, ha connotati negativi, tanto da considerarla una disgrazia (anche in senso lato), le cui conseguenze sono tuttalpiù da attutire, riducendo il danno. Nel Budo giapponese, ukemi invece è traducibile con “corpo che riceve”, dunque come accettazione di un possibile rovescio a cui prontamente rispondere o addirittura da volgere a proprio vantaggio. Ellis Amdur, scrittore ed esperto di Koryu, scuole marziali tradizionali, nel suo “A duello con O Sensei” scrive: “Ukemi è il cuore del Budo” riferendosi anche al ruolo che uke, colui che riceve, e uketachi, la spada che riceve, hanno nella pratica tradizionale.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mio pensiero di Maggio

                     “Le mani una volta erano ali, e per questo ora, mentre scriviamo, voliamo” (L. Vukcèvic)

Quelle stesse mani con cui tocchiamo e che ci toccano, interazione gestuale che è interazione fisicoemotiva, di sensi e sensazioni.

In questi anni di alienazione, di schizofrenia corporea, tra i tanti modi di manifestarla campeggia il corpo mondanizzato: “corpo che si fa cosa del mondo” (E. Borgna “L’arcipelago delle emozioni).

Qui entra in gioco lo Spirito Ribelle, che non solo va oltre la ridicola divisione corpo e mente con quest’ultima a dominare, ma va oltre l’idea modestamente progressista di “espressione del corpo” per abbracciare invece “corpo delle espressioni” (S. Spaccapanico Proietti “Umanizzare il movimento”).

Significa, nel contesto di relazioni che non sempre (spesso?) faticano a danzare dentro i confini della fusione da un lato e del conflitto aspro dall’altro, conoscere e sviluppare il sapere delle emozioni (che sono emos – azioni) e dei sensi, gli unici in grado di aprirsi con equilibrio, con la capacità di filtrare o respingere, all’altro da me, e dunque all’alterità in senso lato, quell’archè che, nell’antica Grecia, era forza primitiva, lei originatrice del mondo e delle cose.

Ecco, in poche righe, comparire la capacità di ognuno di noi né di farsi sottomettere né di cercare a tutti costi lo scontro, capacità che sostanzia il Randori d’Entraide; di abiurare il tristo mondo delle ripetizioni, tratto caratteristico delle personalità ossessivo – compulsive quand’anche in versione sfumata, dunque pratica di forme (kata o taolu) non come modelli rigidamente prefissati e da imitare pedissequamente ma come trans – forma, personali espressioni del praticante, quanto quello del silenzio e della chiusura che è tentativo di negare il mondo, le relazioni che cambiano; l’equilibrio come miscela di sottili disequilibri da accettare e gestire o capovolgere, addirittura a volte a proprio vantaggio, come nei Sutemi Waza, le proiezioni di “sacrificio; il danzare tra accettazione parsimoniosa e slancio avvolgente che caratterizza le strategie Mukae (assorbire) e Sashi Te (aggredire la sfera di difesa dell'avversario), o che forma il gioco dei Suishou (premere e tirare).

Quale altro migliore modo di formarsi adulti autodiretti, vitali ed erotici, che operare il cambiamento di sé corpo, corpo Leib, in sintonia con il cambiamento del mondo, attraverso un efficace ed efficiente fare marziale, fare Spirito Ribelle?

“In definitiva tutte le forme di conoscenza portano alla conoscenza di se stessi. Quindi, queste persone mi chiedono di insegnare loro non tanto a difendere se stesse o come essere qualcuno. Esse desiderano piuttosto imparare a esprimersi attraverso un movimento, che sia rabbia, determinazione o qualsiasi altra cosa. Quindi, in altre parole, mi pagano per mostrare loro, sotto forma di combattimento, l'arte di esprimere il corpo umano.” (Bruce Lee)

 

 

 

martedì 30 aprile 2024

I conflitti del conoscere: Pratiche marziali, pratiche corporee


Muovendomi tra spazi e recinti d’ombre, cortile assonnato impedito da muri vecchi e scrostati, so che oltre qui non c’è niente, niente che io possa chiamare mio.

Oltre l'orizzonte, spezzato dal perimetro della chiesa e… che ricordi, lì dove ancora sta una palestra un tempo luogo di presenza del Maestro Tadashi Koike e del suo elegante e feroce Kodokan Judo, in queste modeste ore del crepuscolo è semplice danzare di Kenpo Taiki ken.

La bugia dell’imparare imitando

E’ semplice danzare di Kenpo Taiki Ken imparato più che a parole, ripetizioni e imitazioni, attraverso la lingua misteriosa dei sensi, della “pelle”. Niente occhi ed orecchie quanto massima attenzione ad un corpo che impatta, svicola, colpisce.

E’ il mistero dell’altro che mi contatta attraverso i sensi ed è il “sesto senso”, l’intuito, colui che si apre e dialoga di corpo “con” e “contro” un corpo.

Corpo che fa esperienza di sé e dell’ambiente attorno, corpo che non va allenato, cioè “addestrato” come un animale da circo, ma “abitato”, dunque formato, nutrito, attraverso una pratica di movimento che dall’istintuale viaggi verso il consapevole. Sono i fondamenti di un corpo nelle sue caratteristiche di pesante, leggero, forte, collassato, di una trans-forma che sia espandersi e raccogliersi, avanzare ed indietreggiare, sollevarsi e rannicchiarsi. Corpo che è “osservatore sensibile degli elementi universali dei più diversi modi di espressione” (H. Duplan), in particolare i modi del confronto, del contatto, dello scontro.

Come si potrebbero mai imparare questi modi, di fatto spicci e trancianti, attraverso parole ed imitazioni? Se la difesa strategica, suprema, è Chowa, il vuoto fisico che è anche equilibrio interiore, cioè intuire l’intenzione dell’opponente illudendolo di poter avere il controllo su di te e sull’azione in corso, la sua realizzazione potrà avvenire solo fuori da ogni comunicazione digitale, che è indicativa e descrittiva. Potrà avvenire solo sul terreno dell’analogico, che è emozioni e sensazioni e intuito; che è centrata sulla relazione e sul “come”, sul senso del tempo soggettivo, lui strettamente correlato alle pulsioni ed ai moti del cuore, Kokoro: La capacità di cogliere tempestivamente il “cuore delle cose”, come ebbe a tradurre Lafcadio Hearn, giornalista irlandese, appassionato del Giappone tanto da essere naturalizzato giapponese, assumendo il nome di Yakumo Koizumi.

La verità dell’imparare facendo, dunque sbagliando

Batte il mio cuore nel petto, sento la carezza del potere che anima ogni Arte Marziale che sia autentica, mentre i miei gesti attraversano le correnti che sono frizioni, opposizione ma anche consensi e docile accompagnamento. Oltre l’orizzonte, a rischio di schiantarmi contro le pareti ostiche della chiesa, nel fuoco e nella vergogna di gesti ancora approssimativi, confusi, costruisco il mio Kenpo Taiki Ken, per offrirlo agli amici ed allievi che mi camminano accanto.

Solo così, anche e soprattutto errando, si può far risaltare, far uscire, le pulsioni del coraggio e della paura, che sono cuore del “marziale”, che è iniziale perché principio di ogni esistenza individuale, di ogni avventura umana. Siamo tutti combattenti, è che forse ancora non lo sappiamo o non vogliamo ammetterlo.

Allora entra nello Spirito Ribelle, e conosciti guerriero del terzo millennio.

 

“Finché non è nella carne, la conoscenza è solo rumore”

(proverbio della Nuova Guinea)



 

 

 

 

 

 

 

  

lunedì 22 aprile 2024

Il corpo nel movimento

L’inverno si stempera a fatica in una primavera riottosa ad aprirsi. Immote le ombre del tardo pomeriggio mi guardano, mi osservano.

Il ritmo di ogni mio movimento è di una lentezza dolce in cui porre, a piacere, l’abisso forte di una pausa o l’enfasi scalmanata di un’accelerazione improvvisa.

Le Arti Marziali tra violenza e dolcezza

Ascolto il batticuore che impone guardare dritto, severo, il compito ultimo dell’Arte, di quest’Arte: Affrontare la morte, l’uccisione di un altro da sé, che è sempre rischio di essere uccisi. Immagino ossa spezzate, vicino alla fascinazione della violenza, presenza archetipa in ogni individuo.

Stupefazione esistenziale che richiede la capacità di lasciar andare le ombre tangibili della violenza per abbracciare l’altra faccia, sensibile, dell’Arte, che è emozioni intense di vulnerabilità e sensibilità. Arte di flessibilità ed apertura alle cose del mondo, di comprensione anche dell’incomprensibile.

Il Tao, gioco di chiaroscuri, sostanzia ogni mia movenza, come sostanzia ogni pratica marziale autentica, che sappia di Tradizione. Il Tao che non esclude, ma tutto comprende, abbraccia. E trasforma.

Ikigai Kiko (esercizi di vitalità / energia) e Hakkei (forza esplosiva), Mukaete che è assorbire per infilzare in silenzio e Sashite che è investire da subito, senza possibilità di replica. Queste e altre le pratiche marziale che esprimono violenza e dolcezza, dolcezza e violenza in un mare senza confini, armonia di opposti.

Improvvisazione e / o regolamentazione?

Cosa è improvvisare? E’ lasciarsi andare ed ascoltare, è camminare sul precario equilibrio tra inconscio e conscio. E’ esperienza concreta e carnale di sé. E’ gettarsi oltre il recinto delle abitudini e degli schemi imposti per incontrare pulsioni e istintualità.

Ogni espressione artistica, a maggior ragione l’arte del combattere che è incontro di pulsioni, che è palcoscenico dionisiaco, chiama nella sua esecuzione qualcosa di più d'una semplice progressione che vada dall'inizio al punto intermedio e poi alla fine. Il Taiki Ken, che è crudele e spontanea lotta, che è “pugilato dell’improvvisazione” (non certo “dell’intenzione” come i più traducono Yi Quan / I Chuan qui in Italia!!), ne è l’espressione somma e performante.

La pratica attraverso sorpresa e imprevedibilità richiede l'allentamento della presa della comprensione. Ciò che si capisce può solo condurre a un'ulteriore comprensione, ovvero un futuro prevedibile. Allo Spirito Ribelle, l'improvvisazione accetta di buon grado la conduzione senza comprensione. Comprensione che arriverà solo ed unicamente percorrendo la personale strada del lavoro interno, il neijia kung fu, in cui scavare attraverso la personale strada della propria libera e liberata corporeità. Se uguali per tutti sono alcuni, pochi principi, che so: In tutti, l’avambraccio si flette sul braccio; inspirando, il diaframma scende ed espirando il diaframma sale, l’interpretazione e la consapevolezza di ogni gesto motorio sono personali, perché solo fare qualcosa di diverso conduce a una esperienza che a sua volta può essere soggetta a comprensione autentica, autentica perché personale.

Il corpo vivo

“Il nostro carattere (schema fisso di comportamento) è strutturato nel corpo sotto forma di tensioni muscolari croniche, la maggior parte inconsce, che limitano e a volte bloccano gli impulsi verso l’esterno”

(A. Lowen, psichiatra e psicoterapeuta)

Il nostro carattere, forse persino la nostra personalità, si esprime nella nostra postura e nel nostro modo di muoversi. Intervieni su te corpo e diverrai un individuo diverso, migliore. Libera il te corpo e libererai le tue potenzialità, la tua energia, Ki o Qi. Lo potrai fare solo riscoprendo come essere vivo di corpo.

Una formazione che è movimento senza limiti imposti, calati dall’alto, movimento funzionale alla costruzione di un individuo vitale ed erotico: Uno spirito ribelle.

 

 


 

 

 

 

martedì 9 aprile 2024

Le ragioni di un corpo che si emoziona: Il recupero nella pratica motoria

Tante sono le piccole cose che avrei voluto dire, che avrei voluto fare, ed era la mancanza di tempo la scusa dietro cui mi schermavo. Piccole cose che mai si allontanavano dai miei pensieri.

Lo sapevo prima, lo so meglio ora, che non si può fare movimento, non si può praticare Arti Marziali, se non ci si confronta con il mondo delle emozioni; che il malessere fisico, la stanchezza e le membra pesanti, tanto quanto l’energia vitale, l’audacia di ogni assalto e di ogni difesa, sono le espressioni di arrembanti risonanze psichiche.

 

Importanza e funzioni del “recupero”

Praticare, muoversi nello spazio, richiede sempre il recupero: Ogni sforzo, anche quotidiano, assume consistenza solo se si rispecchia nel tempo di recupero, tempo e modi che ognuno occupa a piacere. Orbene, che la si smetta di affannarsi a “fare”, di vantarsi di allenarsi sempre e comunque, senza sosta, o di preoccuparsi per aver mancato un incontro, una lezione!!

Già nel muoversi nello spazio c'è un continuo fluttuare tra gesti e movenze che richiedono stabilità, come quando lavoriamo sul radicamento o sull'equilibrio, e movimenti che richiedono mobilità, come quando inanelliamo una serie di percosse o attuiamo spostamenti particolarmente dinamici. In realtà, queste due fasi spesso si presentano insieme oppure sono una di seguito all'altro, in quanto si sostengono a vicenda.

Stabilità non indica "immobilità", ma una operazione di sostegno che tende a costruire equilibrio. Sovente per produrre un movimento dinamico, un balzo, uno spostamento circolare, è necessario preparare l'azione con un movimento stabile e questo può significare applicarsi all'allineamento posturale e alla scelta di quale “peso” del corpo: Pesante, leggero, forte, collassato, sono le quattro distinte qualità tra cui optare.

Dopo il “dinamico” abbiamo da ritornare alla stabilità, per poi prepararci al successivo passaggio dinamico. Così come dopo un movimento fondato sull'equilibrio, cerchiamo il recupero (che è recupero di energia o cambio di energia), con qualcosa di dinamico. A volte stabilità e mobilità convivono nello stesso movimento, si bilanciano a vicenda.

 

Quale rapporto tra “recupero” e movimento,

 tra recupero e ragione dell’emozione?

Dunque, come nel piccolo così nel grande, ad ogni incontro di formazione (noi Spirito Ribelle da decenni prediligiamo “formazione”, lasciando “allenamento” agli animali da circo, agli imitatori ad oltranza) si accompagna o segue il tempo ed il modo del recupero: fondamentale per crescere e migliorarsi.

Così, consapevoli che la tendenza all’agire è in parte già azione, che “le azioni sono inscritte nella carne ancor prima che l’intenzionalità consapevole agisca e detti comandi” (G. Dall’Ava, HR Manager, laureato in filosofia e in neuroscienze, in “La chiave di SOPHIA”  Giu- Sett 2020) ), sappiamo che la vitalità e lo slancio erotico, elementi fondanti la nostra pratica Spirito Ribelle, sono di per sé  origine possibile di conoscenza, di quella conoscenza “altra” da quella razionale, conoscenza che affonda anche nelle pause, nel “vuoto fertile” di impronta gestaltica, nel tempo che è anche modo del recupero.

- E’ questa particolare conoscenza, questa ragione dell’emozione, emos – azione, che ci permette, praticando con passione, di afferrare il senso profondo, ancora nascosto, di ognuno di noi e almeno di intuire il senso di ciò che l’altro prova.

- E’ il tempo e il modo del recupero, un po' come le pause tra una nota e l’altra, che contribuisce a fare melodia. E questo recupero è anch’esso mondo e sapere emozionale, mondo e sapere di vita vissuta.



I modi della pratica, la nostra pratica Spirito Ribelle, lo testimoniano: Per fare, per agire, per spostarsi nello spazio, perché non occuparsi del “togliere”, dello svuotarsi “più che” o “prima del” premere, del riempire? Dello Yin più che dello Yang? Perché non considerare fondamentali tempo e modi del recupero?

“In modo generico questo tema ha a che vedere con una fase di esecuzione di una o più azioni a cui segue una fase di recupero/cambiamento/riposo. Possiamo quindi osservare come le Qualità (Effort), l’uso dello Spazio, e l’Organizzazione del corpo in determinate combinazioni, danno vita a ritmi e fraseggi caratteristici che possono essere un segno distintivo della personalità di una persona oppure semplicemente formano un ritmo che risulta efficace per l’esecuzione di una azione” (L. Rapisarda)