lunedì 20 ottobre 2014

Un guerriero del colore sbagliato


“Occorre coraggio per portar avanti un sogno; occorre coraggio per perseguire un risultato di fronte a dubbi e difficoltà; occorre coraggio per provarci lo stesso e comunque e magari anche se non sembra possibile”
(P. Ragusa)

 Ancora (incredibile !!) una Domenica mattina libera da impegni.
Ma, questa volta, non “invito” Lupo a venire con me ai giardini. Suggerisco a Monica e Susy, la sorella, di venire con me: Lupo, così, si troverebbe, suo malgrado, costretto ad uscire. Nessun tono perentorio, nessun ordine, nessuna costrizione palese, nessuno dei soliti ricatti genitoriali “Se non fai …, non vai a calcio, non esci con gli amici, non …”.
Solcare il mare all’insaputa del cielo”, così chiama questa strategia il generale Sun Tzu, autore de “L’arte della guerra”.
Me le due fanciulle, complice l’essere rientrate alle tre di notte, restano accoccolate sul divano.
Che fare ? Sun Tzu, ed io lo piego ai rapporti di coppia, scrive. “Si dice aperto un terreno in cui la forza dell’attacco è pari per noi e il nemico. Su questo terreno, sfidare allo scontro è rischioso e combattere non è vantaggioso”. Amen
 
Pratico il mio Tai Chi Chuan, leggero e potente insieme, tra cespugli ed alberi sfiorati dal sole.
L’idea di Lupo a casa, avvinghiato ad un telecomando, ad un videogioco, ad un televisore, si allarga a considerazioni più generali. Ai tanti bimbi e ragazzi fragili, di fisico ed emozioni, che vado incontrando in questi ultimi anni.
Una fatica, un livido, un contraddittorio, paiono loro ostacoli insormontabili. E questa debolezza la leggo ogni giorno nei giovani, poco più che adolescenti, che ho davanti alla scrivania mentre mi rapporto con loro alla ricerca di una lavoro, di un’occupazione professionale o di un raddrizzamento del loro zoppicante percorso di studi.
I miei pensieri marziali, serpenti agili, si srotolano lungo gli anni, gli anni ’80 e si illuminano su quel bimbetto che, dopo un’intera giornata di pratica marziale all’aperto, nei boschi, a mezzanotte, tra un pugno ed una spinta, crollò addormentato di botto  tra le braccia di Giuseppe e, portato in braccio dal bosco alla camera da letto, dormì placido tutta la notte per svegliarsi al mattino affamato e forte come un lupacchiotto; al manipolo di bimbetti che Claudio portò a correre e rotolarsi a terra su e giù per il terreno scosceso della montagna, sotto una pioggia battente e l’indomani tutti regolarmente a scuola, sani e felici; agli spettacoli di Teatro Marziale in cui  mio figlio Kentaro, non ancora dieci anni, si esibiva in teatri, palazzetti, piazze, buttando cuore e corpo oltre l’emozione di esporsi davanti, a volte, anche migliaia di persone, scambiando calci e pugni e bastonate con “avversari” adulti, grossi tre volte lui.
Mah, sono i tempi che cambiano.
Ora abbiamo bimbi ipernutriti ed iperprotetti, che indossano il casco seduti in sella ad una bici con le rotelle; che frequentano un corso dopo l’altro ma sempre sotto la tutela vigile di un adulto e mai a confrontarsi e confliggere tra pari; che vengono scortati e protetti e rassicurati sempre e mai incoraggiati ad osare, ad accettare il rischio e la sconfitta e la delusione e financo la noia come parti integranti il vivere quotidiano.
Una società ginecocratica, femminilizzata, che perpetua e crea vecchi e nuovi bisogni con i quali lega ed induce alla dipendenza perenne, si riflette nei rapporti genitori / figli. E, fattisi questi ultimi adulti, almeno anagraficamente, comperiamo loro la casa, troviamo loro il lavoro e magari pure la moglie !! Mamme che ancora cucinano e stirano per figli trenta / quarantenni, sempre che a sostituirle nel ruolo di accudimento non ci siano mogli / compagne ben poco adulte e molto, a loro volta, “mamme” !!

Il mio praticare scema lentamente, in questa pigra Domenica d’autunno. Entro all’Ipercoop per un paio di acquisti: avremo a pranzo anche la nipote di Monica ed il fidanzato, allora la dispensa va rimpinguata. Un’orda immane, tentacolare, di clienti tutta stretta intorno, carrelli e persone, confezioni di cibo e sacchetti. Mai vista tanta gente tutta insieme in un supermercato. Poi, scopro l’inghippo: c’è il 10% di sconto sulla spesa e l’orda famelica di acquirenti si è tutta riversata lì.  Qualche euro in meno barattato con un paio d’ore di spintoni, affanni, piccole prevaricazioni,  screzi e fila davanti alla cassa. Boh ?!
Penso che mi spiace invecchiare e, probabilmente, mi spiacerà ancor di più morire, ma questa società non è la mia società, questi valori di “plastica”, di consumismo, di vigliaccheria e paraculaggine, non sono i miei.
Già, Giovedì sera tonerò dal Dojo e ci sarà qualcuno incollato al televisore, bevendosi l’idea che sia un giudice autorevole e qualificato chi mastica e sputa la sua fragilità tra eccessi e droghe e giovanissime concorrenti circuite e messe incinte; chi vende musica da duri del ghetto vivendo nella placida Milano  tra ogni agio e frequentando trasmissioni televisive di stampo nazionalpopolare; bevendosi l’idea che siano artisti dei giovani efebici, uguali l’uno all’altro, uguali nelle voci e nelle mossette, uguali nel delirio dell’aspirare ad una carriera da star.
Cosa ne scriverebbe il nostro Sun Tzu ? Mmmhh… “Perciò, la forma che fa conseguire la vittoria non è ben definita, ma muta ogni volta”.
Dai Tizi, non mollare. Pensa ai grandi nomi che ti hanno preceduto e, con loro, ai molti sconosciuti che, come loro, hanno lottato, che si sono battuti “contro” e lo fanno ancora oggi.
Pensa a Mario Lodi che, a scuola, capovolse la cattedra e, spintala contro il muro, ne faceva stia per mostrare come nascevano  e vivevano i pulcini; a Danilo Dolci ed al suo operare nel “Borgo di Dio”, a Daniele Novara, a Enzo Spaltro,  a Stefania Guerra Lisi, a Claudio Risè.
Dai Tizi, tu sei un modesto nano rispetto a loro, ma sei ancora qui a lottare per accompagnare chi lo voglia, per mostrare a chi lo voglia, che “adulto” è bello, adulto coraggioso ed autodiretto è bello e possibile, che valori come la frugalità ed il dono non sono (ancora) morti.

 “Così mi è apparso chiaro, questa nostra società disprezza il valore profondo della vita. L’ossessione del controllo e della sicurezza ha invaso ogni settore, le nostre città, la politica, il lavoro, la scuola, le leggi, i parchi giochi, gli asili, le relazioni, in poche parole la vita.
Sono madre di 4 figli, lavoro a tempo pieno da circa 20 anni (il mio primo ha 19 anni, la mia piccola 2 e mezzo) e in questi anni ho visto ridursi lentamente ma inesorabilmente gli spazi che nelle nostre città sono riservati al libero movimento dei nostri figli. Lentamente sono state tolte le libertà e autonomie ai bambini, e di fatto si sta spegnendo nei nostri figli quel desiderio autentico della scoperta, dell’esperienza non sotto lo stretto controllo degli adulti. “Controllo ossessione possesso malattia”: la nostra società e noi che ne facciamo parte siamo tutti affetti da questa malattia.
Uomini che vogliono controllare lo spazio che abitano le donne, donne che vogliono controllare lo spazio che abitano i figli, politici, scuola, istituzioni, che dietro la parola sicurezza costruiscono recinti nei quali di fatto le responsabilità sono scaricabili a catena. Controllo, parola che etimologicamente è legata alla parola contratto, dunque le nostre relazioni ridotte a dei contratti. Non abbiamo fatto la fame, non abbiamo fatto la guerra, non abbiamo sofferto il freddo, ma viviamo come se fossimo in condizioni estreme tutti i giorni. Ci stiamo perdendo i nostri figli ai quali neghiamo la conoscenza attraverso l’esperienza e quel credito di fiducia che ci ha permesso di diventare adulti. Abbiamo così paura dei rischi che siamo disposti a farli vivere in recinti pur di non farglieli correre, dimenticando che quei rischi sono stati il sale della nostra vita di giovani e la spinta a diventare adulti responsabili”
(R. Trucco)






mercoledì 15 ottobre 2014

E si festeggia ancora !!


Una dozzina di volti “vecchi” ed uno “nuovo”, Sandro, appena entrato nel nostro clan.
Quando c’è da festeggiare … il Dojo si riempie. Sempre.
A festeggiare i passaggi di grado di Giovanni, Roberto ed Annalisa.
A festeggiare, con ciò, un tratto di strada percorso insieme.

Festeggiare è tanto ribellarsi all’esistente: fatichiamo e sudiamo e ce le diamo in pedana ? E noi ora si fa “comunella” e si gozzoviglia in totale relax; quanto riaffermazione dell’esistente: siamo individui che fanno gruppo, che stanno insieme.
Festeggiare è compiere un rito, è connettersi  con gli scopi profondi dell’esistenza umana ( la rinascita, il cambiamento, il rinnovamento, la rigenerazione) ovvero, qui celebrare un cambiamento rappresentato dal passaggio di grado, quanto riaffermare il ripetersi di un appuntamento, ancorarsi alla Tradizione: ogni passaggio di grado va festeggiato, ne va fatto segno e simbolo con una festa.
Festeggiare è  coniugare il senso della vita con i sensi del corpo, dare libero impulso all’istinto della fame ed ai sensi del piacere.
Fame e piacere, per andare su un piano prosaico, abbondantemente saziati da una succulenta torta salata, da focacce, da un affettato direttamente giunto dai contadini della Calabria e da un pezzo di formaggio grana e poi le torte dolci, il tutto abbondantemente innaffiato da vino e birra.
Chiacchiere a volontà, pacche sulle spalle, abbracci.

Il viaggio marziale, pugni, calci, leve articolari e proiezioni al suolo e lotta a terra, tirar di coltello e menare di bastone, sfoderar di spada e lanciare falciate letali, archi cruenti di morte, questo nostro viaggio continua. Continua dentro ognuno di noi: per essere ed esistere consapevolmente.






giovedì 9 ottobre 2014

A gambe all’aria


“Come mai quando mescoli acqua e farina, ottieni colla e quando aggiungi anche uova e zucchero fai un dolce ? Dove va a finire la colla ?”
(R. Rudner)

Mattinata di sole. Ai giardini, l’anziano sessantenne sfoglia distrattamente le pagine de “la Gazzetta dello Sport”; attorno a lui, un bimbetto, forse il nipote, scorrazza vivacemente, saltando tra aiuole, praticelli  e lo scivolo. A volte, l’anziano, alza la testa e getta un’occhiata protettiva al bimbo. No, non è il nipotino. Da come gli si rivolge è evidente che si tratta del figlio: questi tempi moderni hanno portato sempre più paternità “anziane”, o “consapevoli”, come è più “politically correct” chiamarle.
Beh, anche io sono un genitore “consapevole”, come quell’anziano ai giardini. Anzi, quell’anziano ai giardini sono proprio io, io come mi immagino una tranquilla Domenica in famiglia. Domenica eccezionalmente priva di incontri e lezioni privati, di seminari di gruppo. Domenica, dunque, interamente dedicata alla famiglia, appunto.

Invece no, perché è tutto frutto della mia insana immaginazione. O meglio, tutto è capovolto nella mia insana immaginazione. Entrambi, io e Lupo, siamo ai giardini, ma sono stato io a insistere perché Lupo strappasse le sue tenere chiappe dal divano. Sono io quello che salta e suda, non tra aiuole e scivolo, s’intende, ma sciorinando la mia danza Tai Chi Chuan tra cespugli e praticello, mentre è lui quello incollato alla panchina, capo sprofondato nella lettura ( beh, non certamente della “Gazzetta”, dai !!)

Lo scrissi già un paio d’anni or sono, trattando di educazione e “sapere”, laddove le nuove conquiste tecnologiche hanno ribaltato, messo gambe all’aria, il tradizionale passaggio. Non è più l’anziano a spiegare le cose del mondo al giovane, ma è quest’ultimo, autentico genietto della tecnologia, a guidare lo spaesato anzianotto tra web, giga e Wi Fi. E questo, anche se avviene in un’isola tra le tante terre del sapere umano, è profondamente indicativo, emblematico del cambiamento e, soprattutto, foriero di estendersi ad altri campi del nostro sapere.

Un cambiamento che, con la sindrome imperante dell’eternamente giovane, con lo sparire del complesso di Edipo per lasciar spazio a quello di Narciso, con il conflitto generazionale sul lavoro, artatamente messo in atto dai poteri forti e dai soliti politici del malaffare,  spinge sempre più in un angolo l’anziano, il mondo ed i valori anziani, il loro passare il testimone ai giovani, per dare invece libero sfogo ad una incerta quanto prepotente egemonia giovanilista, di giovani e giovanissimi.

Tra stampanti in 3D, nanotecnologie, intelligenza artificiale, un impressionante sviluppo tecnologico che, in poco più di un ventennio, ha corso come un secolo intero, non c’è da stupirsi che l’anziano abbia perso gran parte di quel rispetto che l’esperienza gli dava agli  occhi di uno “sbarbato”. E pare del tutto naturale quello che solo vent’anni fa sarebbe parso abnorme o , quanto meno, riservato a pochi, pochissimi. Ovvero, che un giovanotto di ventisette anni, mio figlio Kentaro, per lavoro, ceni in un’isola della Spagna, l’indomani faccia colazione, sempre di lavoro, a Barcellona, pranzi, ancora per lavoro, a Roma e, finalmente, il giorno stesso, metta le gambe sotto il tavolo per la cena a Milano.

Ancora un volta mi vengono in soccorso le Arti Marziali, con  il caro Sun Tzu; “Solo con l’addestramento si può ottenere disciplina , in caso contrario, vi sarà indisciplina”.  Ovvero, attenzione costante alla persona in tutte le fasi della sua crescita, capacità di accompagnare e guidare in modo costante ma invisibile e non invasivo. Sun Tzu ci spiega che se la truppa è indisciplinata, responsabile è chi ne sta alla testa. Dunque, non importa saper usare con disinvoltura una semiautomatica, importante è saper guidare in battaglia, con strategie vincenti, chi la semiautomatica la maneggia, anche se noi ancora siamo fermi  ad armeggiare con la pistola ad avancarica.

Allora, presto, in casa, l’arrivo di Kaos, un cucciolo di Boston Terrier, che sarà quotidiano ed eccitante motivo di distacco dal divano per le tenere chiappe di mio figlio Lupo. Chiappe che non potranno esimersi dall’agitarsi, gambe comprese, dietro alle scorribande del cagnolino, mentre io, forse suderò col Tai Chi Chuan ai giardini o … forse, seduto su una panchina, starò a godermi i caldi raggi del sole, che “la truppa” si sta esercitando al movimento ed alla corsa !!

 “La creatività non fa a pugni con la disciplina”
(J. Cruijff)





 

lunedì 29 settembre 2014

Il benvenuto del guerriero


“Tourner la page est un gest bien difficle, mais tourner le dos est une voie bien haissable”

 Nessun potere mortale che non sia acciaio, che non sia falciata rapida ed assassina.
Ogni guerriero deve, ogni guerriero sa, fare la su parte.
E noi la facciamo, oggi, Sabato 27 Settembre. Io, con Valerio, Silvano, Simona e Giovanni, al primo Seminario Kenshindo della stagione.

Gekken, scherma libera. Uno contro uno; uno contro molti. Spada lunga contro spada lunga, poi spada lunga contro spada corta.
Il mondo, lo scorrere delle cose, le persone stesse, rispettano coloro i quali hanno vissuto degli scontri.
Nessuna goffa bugia potrà farti stare in piedi a lungo. Nessuna piccola o grande scusa, nessuna precipitosa fuga attraverso “quel tuo falso incidente” e dentro sere e pomeriggi rosicchiati dalla polvere  della noia e dei passatempi, dell’egoismo e dell’onanismo dissoluto. Perché la vita, il vivere, ci insegna che tutto ciò che dai, in un modo o nell’altro, ti ritorna.
Allora, ansimanti, sudati, noi oggi scegliamo di stare nella mischia, nello scontro.
La paura è una forma di energia che scaturisce dal vuoto, fluisce dentro e nel vuoto ritorna. E questo suo fluire lascia rimasugli, pieghe contorte nella coscienza. Come è per il coraggio. Il coraggio di affondare l’arma nella gola dell’avversario, di menare fendenti a scuotergli il cranio: Danza folle e spavalda sul confine del vuoto.
Nel mezzo del cerchio, non ti difendi e basta. Anche attacchi, mentre ingaggi e laceri il manto oscuro, la muta famelica, che ti avvolge e ti stordisce, che ti caccia in un angolo per divorarti.
Lungo il perimetro del cerchio, quando sei tu nel branco dei lupi, non solo attacchi, anche difendi il branco e la sua strategia di aggressione, anche balzi davanti all’uno o all’altro per avventarti sulla presa.

Il tempo scorre e, ansimanti e sudati, ora le mani brandiscono l’acciaio.
Una spada, ogni spada, ha la sua voce, sta a te lasciarla cantare. E la mostri, completamente eretta, quasi arrogante. Prepotentemente fallica e insieme accogliente e sinuosa. Acciaio che promette, di più, che impegna ad una fine.
Echi di uomini e duelli antichi.
Tanseki, giorno e notte; Tozan, salire la montagna, sesto e settimo kata, prima a solo poi in coppia.
Ogni incontro, ogni duello, che sia regolamentato o meno, mostra  l’uomo, mente fragile in una carne percorsa da pulsioni profonde.
Mostra orgoglio, paura, disprezzo, odio, coraggio e semina chicchi di pazzia.
Mostra, comunque, l’alternanza di inizio e fine. Sempre.
Falciata verticale calante, sibilo silenzioso.
Strisciata obliqua incrociata, aria calda che si affloscia su se stessa.
Movenze rapide, corpi accucciati in agguato. Tagli e contro tagli a lacerare, a strappare.

Tre ore sono trascorse. Tre ore di lotta e predazione.
A scoprire quel che già sappiamo: la preda non è fuori da te, non è altro da te, la preda  sei tu stesso.

Da qualche parte, in una casa o in un centro commerciale, davanti ad un caffè o ad un televisore, altri sgocciolano la loro unica vita, lasciando che il katana mangi polvere e noia affisso ad un muro o ostentato su un katanakake.
Noi cinque, mastichiamo carne e pulsioni ed emozioni e passioni e sudore e forte legame di gruppo, di branco.
Kenshindo: la Via dello Spirito della Spada. Pratica aperta a tutti, ma scelta da pochi.

 “ Pratica come vuoi, certamente, ma alla fin fine, perché sia una buona pratica, essa deve sinceramente esprimere te stesso, quel che tu sei ora”
(M° Yamazaki Ansai)

 






 

lunedì 22 settembre 2014

Seduzione e inganno


Non illuderti che il nemico non arrivi, ma tieniti sempre pronto ad affrontarlo. Non illuderti che il nemico non attacchi, piuttosto fa in modo di essere inattaccabile. Questa è una regola fondamentale dell’arte della guerra
(Sun Tzu: L’arte della guerra)

 E già, in guerra tutti i giorni. Una guerra, un assalto, un assedio, fatto di seduzioni ed inganni continui, reiterati, molteplici.
Una guerra che ha il volto della comunicazione pubblicitaria e si abbatte su di noi in ogni campo del nostro fare. Anche, e perché non dovrebbe essere così ?, nelle Arti Marziali.

Piacevole colazione con l’allievo ed amico Giovanni, al Nabi, caffè biologico nei pressi del Dojo. Sulla vetrina campeggia un volantino che pubblicizza un corso di chi kung, e lo fa appellandosi all’avere alle spalle una “famosa” università U.S.A.
Mbeh ?
In base a cosa il generico riferimento (sempre che sia reale) ad un’università U.S.A. darebbe qualità a questo corso di Chi Kung ?
Notate, poi, il sapiente uso degli aggettivi: “famoso”. Non “qualificata”, quanto “famosa”. Famoso è aggettivo che ci accompagna quotidianamente, famosi sono gli attori ed i calciatori e gli individui tutti che “appaiono”, che si “distinguono”. L’essere “famoso” è l’obiettivo da raggiungere;  “famoso” diventa, subdolamente, sinonimo di “qualità”, di “successo”.
Aggiungetevi, poi, l’astuzia dell’appellarsi ad un’università U.S.A.  Che credito avrebbe scegliere un’università cinese ? Ci verrebbero subito in mente le “paccottiglie”, le “cineserie”. Solo uno sforzo di indipendenza intellettuale ci ricorderebbe che molte delle nostre automobili, dei nostri computer, dei nostri cellulari, funzionano ( e bene !!) perché costruiti con la tecnologia cinese. Poi, dai !, in Cina, vai lì e te la comperi una laurea, nelle prestigiose università U.S.A, nella superpotenza che ci ha salvato dal fascismo e ci ha dato jeans e rock, laddove peschiamo a piene mani per fare cultura e costume, questo non sarebbe possibile ( o no ?!).
Ecco la furbata: un’università americana fa molto “qualità” ed è rassicurante.
Cosa lega, in realtà, ovvero di qualificante, questa università  al corso suddetto il volantino non ce lo dice: lo fa automaticamente la nostra mente. Essa è programmata, nei secoli e per poter sopravvivere, a creare automaticamente connessioni che, nella realtà, non vengono esplicitate. Sovente, ciò che ci persuade è nascosto, anzi, più è nascosto o genericamente accennato / accostato ( un corso di arti cinesi ed una università U.S.A.) maggiore è il suo potere di persuasione.

Da alcuni anni c’è una pratica di combattimento che si è creata un importante spazio anche grazie allo slogan, dirompente nella sua semplicità, con cui si presenta: ”Nata in strada”. Ovvero pratica realistica, scevra da ogni fronzolo e fruibile in caso di aggressione.
Ma onestamente (subdolamente ?) la pratica “Nata in strada” non ci dice nulla sui risultati. Ovvero, ci affascina perché è nata in strada, luogo per eccellenza di verità, rudezza, per uomini veri, “da strada” insomma. Ma chi l’ha  usata è poi sopravvissuto ? Ammettiamo per un istante (nessuno ce ne ha dato testimonianza) che sia davvero “nata in strada”, chi la praticava si è confrontato in strada ? E’ uscito indenne, o quanto meno è uscito con le sue gambe, dagli scontri di strada o le ha sonoramente prese ?
Non meno importante: su chi fa presa questo richiamo alla “strada” ? Non a caso, ora che i dissidi tra i due fondatori ( ah, il business ed il richiamo dei soldi !) ne hanno martoriato l’iniziale successo di praticanti e indebolito l’aurea di invincibile durezza, qualcuno, ironicamente, ne ha scritto: “nata in strada e morta nei salotti”. Perché, come mi permetto di credere ben sapessero i businessmen fondatori, questo richiamo alla “strada” avrebbe fatto preso su anonimi impiegati, giovani studenti gonfi di testosterone, fanciulle e maschietti in cerca di protezione e sicurezza, di sfogo per uscire, almeno un paio d’ore a settimana, dalla banalità del vivere quotidiano. Clienti disposti a spendere per un corso che li avrebbe attrezzati a difendersi per strada. E non poteva essere altrimenti, se praticavano qualcosa “nato in strada” !! Delinquenti e clochard, rom e globe trotter, quelli che “in strada” ci vivono davvero, mi sa che non erano clienti !!
Insomma, non c’è necessità di mentire quando è più semplice lasciare che le persone si ingannino da sole; tessere complicate trappole, quando basta lasciare che la mente prenda da sola la via errata. Molte falsificazioni mentali sono create dalle “vittime” stesse e chi ha lanciato l’amo ne esce formalmente “pulito” fregandosi le mani e … gonfiandosi il portafogli !!

Quante volte abbiamo letto: “Il Maestro Pinco Pallo, allievo del gran Maestro VattelaPesca e suo discendente”.
Sì, e se anche fosse vero, se anche ( e non ci è dato saperlo) avesse davvero studiato con lui, se anche lo avesse fatto per dieci anni dieci ininterrotte ore al giorno, chi ci garantisce che PP sia stato un allievo diligente e capace e non un mediocre o un fannullone ? Che abbia davvero imparato ciò che il gran Maestro VattelaPesca gli insegnava ? Di più, lo studente PP, sarà anche un docente capace di insegnare ad altri quanto imparato ?
Insomma, anche quest’ultimo messaggio ci insegna: “Non dire falsa testimonianza, se puoi farne a meno” (M. Rampin).

 
 
Ora,se vi va, provate a riflettere su quante volte , nella vostra vita quotidiana, nelle scelte e negli acquisti di tutti i giorni, vi siete fatti sedurre ed ingannare …
“Clinicamente testato”, anche se fosse vero, nessuno ci dice il risultato di questi test !
“Le merendine Appo Pappo non contengono nitrati”, e perché mai dovrebbero contenere nitrati ? Ovvero, nessuna merendina contiene nitrati.
“L’acqua Mao Mio facilita la diuresi”, perché, esiste forse un’acqua che non stimola ad orinare ?

Bene, questa velenosa arte di seduzioni ed inganni mi è nota da circa una quindicina d’anni e, fino ad ora, mi sono limitato, (più o meno, dai !!) a difendermene, a smascherarla per uscirne indenne.
Ora, voglio provare a giocarci anch’io.
Sul prossimo numero di SHIRO, troverete la frase “Nessuno più di noi”. Affermazione pretenziosa e orgogliosa, che ostenta superiorità.
Ma, “più” di cosa ? “Più” di che ? Attenzione, non ho mentito: “Nessuno più di noi” è in via D’Orsenigo 3 a proporre Arti Marziali; “Nessuno più di noi” ha un docente che si chiama Tiiziano Santambrogio; e potrei continuare, ah ! ah! ah!
Aspetto di incontrare qualcuno che, in sintonia con l’autonomia di pensiero, mi chieda “Nessuno più” di che ? Di cosa ? Ossia, e vi svelo il “segreto”, ho affermato una verità generica, ossia ho intenzionalmente escluso di completarla con delle affermazioni che ne circoscriverebbero, ne limiterebbero, il significato. Ho lasciato che la mente del lettore corresse alla conclusione che più gli aggrada e che, tendenzialmente, lo porterà ad escludere che ci siano altri al nostro pari (nella qualità della pratica ? nell’efficacia in combattimento ? spontaneo immaginarlo, visto che la scritta campeggia in un foglio che pubblicizza una Scuola di Arti Marziali)
Ma questa sopra è solo una delle trappole che ho teso nelle nostre pubblicazioni più recenti: riuscite a scoprire le altre ?

 “Essendo la vita quello che è, si sogna la vendetta”
(P. Gauguin)


 


lunedì 8 settembre 2014

Nel “Media Evo”


Questa è una bell’espressione che ho letto in Bruno Ballardini.
by desithen
Mi ha ricordato il mio recente approccio ai forum. Approccio nei  quali, da perfetto idiota, ho scordato il mio sapere marziale, ho scordato l’ammonimento del generale Sun Tzu: “Non affrontare mai il nemico vicino a un fiume. Prendi piuttosto posizione su un terreno più elevato, sotto la luce del sole. Non prendere mai posizione a valle della corrente”.
Perché nei forum, dietro una tastiera,  tutti sono anonimi ed uguali, tutti si sentono e credono sullo stesso piano degli altri e, con ciò, vengono abolite esperienze di pratica e di vita, ruoli e financo il rispetto tra gli individui.
by xapax
Mi sono trovato coinvolto in discorsi pomposi. Autoglorificanti “eroiche leggende guerriere” ad opera di pseudoparamilitari il cui dichiarare di stare all’erta 24 al giorno (!?) era solo l’avvio di una serie di balle ridicole e di “celodurismo” micromachista. Minuziose dissertazioni  su cavilli sempre più sottili al punto da scomparire ad ogni vista ed intelletto, ad opera di “ignoranti istruiti”, per dirla con il filosofo Ortega y Gasset, la cui iper specializzazione produce dotti che sanno sempre di più su sempre di meno fino a sapere … tutto di un beato kazzo !!. Forumiti il cui mentire ad uso sedativo tendeva a ingrigire ogni contorno, a smussare ogni differenza, pur di continuare a scrivere di questo e di quello lontani da ogni dialettica del confronto.  Omuncoli che se la raccontavano e se la sostenevano all’interno della propia cerchia per sentirsi meglio e che pretendevano poi di darla a bere agli altri per sentirsi apprezzati e desiderati. Affermatori di verità assolute che solo dopo l’affermazione fatta cercavano maldestramente ed ansiosamente le prove che ne confermassero la validità, giungendo pure ad inventarle quando non le trovavano: “Credo che il quaresimalista che urla e inveisce lo faccia per non sentire le vocine che in qualche angolino della sua testa obiettano ed avanzano dubbi; più batte il pugno, meno c’è da credere alla sua sicumera”(A. Carotenuto).  Scientisti che del cauto procedere della scienza facevano invece un enorme randello con cui spezzare ogni dubbio,volgari scientisti su cui sarebbe invero piombato il dileggio del’astronomo, matematico e fisico Sir James Jeans: “La scienza dovrebbe smettere di fare dichiarazioni: il fine della conoscenza è sempre una continua contraddizione”.  Lottatori cacciapalle da tastiera. Agonisti sportivi che confondono l’adrenalina ed il rischio misurato di un quadrato o di un ring con la spietata ed incontrollata violenza di un combattimento reale, che misurano stazza, imponenza, gonfiore dei muscoli e chilogrammi sollevati in panca invece di temere l’improvvisa furia omicida che anima l’autentico predatore.

by koudelka2005
Da un certo punto di vista, un mio grossolano errore, l’essermi immerso in cotale melma informe e disgraziata, l’aver allacciato raporti e dato confidenza a simile piccola umanità .
Da un altro no. E provo a spiegare il perché.
Da un anno circa ne sono uscito. Ne sono uscito perché ho esaurito la spinta iniziale che mi ci fece avvicinare, che, sostanzialmente, era:
ascoltare più esperienze ed opinioni, leggere, vedere video postati, allo scopo di tenere aperta la mente e desta l’attenzione sulle cose marziali;
formarmi al confliggere in un ambiente che, per mia formazione personale, mi è sconosciuto, sorta di virtuale ”bar sport”, in cui ogni avvinazzato sedentario panzone si sente capace allenatore di calcio;
dialogare, privato / privo del  linguaggio analogico, per me fondamentale;
e, lo confesso, di mese in mese, di lettura in lettura,  sentire piacevolmente solleticato il mio ego nel constatare la povertà marziale ed umana dilagante a fronte del mio e nostro sincero tentativo di capire, comprendere, fare, sbagliare e cadere per poi rialzarsi.
Certo, mi resta la spiacevole sensazione di un mondo inetto e pieno di complessati ma, attenzione, conservo la speranza che non di un mondo si tratti, ma di un pozzo, di una buca all’inerno di un più vasto oceano, che di buoni ed ottimi praticanti ce ne sono in giro (ma non frequentano i forum o, se l’hanno fatto, se ne sono andati rapidamente !!). Oppure posso consolarmi con il pensiero di chi, più o meno, scrisse così: “Meglio poche fette di torta a pochi, che mille briciole a molti”.
Ora, considero finita tale esperienza, raccolgo di buon grado l’ammonimento contenuto in “L’arte della guerra” a mantenere una corretta distanza dal nemico posizionandosi in modo esposto ma più elevato, riducendo l’interagire solo alle irrinunciabili necessità.
Ho imparato, dopo ore ed ore di  “tastiera”, a volte serenamente distaccata altre appassionata ma sempre sincera, a “Non accamparti in terreno aperto” ( sempre il nostro Sun Tzu), ovvero a conoscere gli spazi d’azione della “rete”, a ricordarmi che sovente sono le condizioni del terreno a determinare quale azione sia adeguata.
Infatti … leggo e scrivo su un forum di calcio, sport che ho praticato pochissimo per divertimento, ho praticato per niente da agonista e di cui, in verità, non so proprio una beata cippa se non quello che leggo su “La Gazzetto dello Sport” !!

 “Sulle parole si basano le relazioni tra persone, si  fondano le società, si stabiliscono le sorti di milioni di individui”
(M. Rampin)

 

 

martedì 19 agosto 2014

Diario d’estate 2014


Lunedì 28 Luglio
Cambiano modi e tempi. Sempre e in tutto.
Anche nella mia formazione marziale estiva
Ci furono gli anni in cui, una volta “in ferie”, lasciavo passare un paio di settimane nell’ozio marziale. E gli ultimi giorni d’ozio erano una tortura: troppa voglia di muovermi, di agire. Finalmente, arrivava il tempo della formazione scandita da pieni e vuoti regolari, un giorno di pratica e due di riposo. Momenti di pratica svolti in orari particolari, spesso la mattina all’alba, per non intralciare la quotidiana vita familiare d’Agosto.
Poi, vennero gli anni del totale, o quasi, distacco dalla pratica marziale. Piuttosto, il periodo di “ferie”, mi vedeva impegnato in pratiche corporee “dolci”, tra Feldenkrais e Danza Sensibile, come a coccolarmi, ad esplorare un’intelligenza motoria profonda che sostenesse la pratica del combattimento, dei pugni e delle bastonate, che avevo appena lasciato alle spalle e che, di lì a poco, mi avrebbe atteso per altri undici mesi.
Ora è il tempo della quotidianità: tre quarti d’ora, un’ora, di pratica marziale tutti i giorni.
Come oggi, nel giardino di casa, tra gioco dei femori e sguardo predatore che investe erba, alberi di frutta, cielo ed edifici tutt’intorno.
Mi piace praticare ogni giorno, tutti i giorni. Come una danza potente e lieve insieme. Come respirare.
Piacevole necessità, gusto intenso di vivere, di esistere, che scorre nelle vene e nei polmoni.

“Tutto ciò che siamo è il risultato di ciò che abbiamo pensato”
(Buddha)

 

Martedì 29 Luglio
Due passi nel centro di Bassano.
Padre e figlio, e questa volta con noi c’è Emma, la cuginetta coetanea di Lupo, nella preziosa libreria di Palazzo Roberti, palazzo austero, dalle travi di legno e le finestre che danno su cortili erbosi ed ombreggiati. Poi, la sosta per un gelato, il naso all’insù a scrutare la Torre Civica e l’orologio costruito da Bartolomeo Ferracina ( quante ne sa Lupo, dopo il campus estivo in cui, tra le più diverse attività, ci sono state anche le escursioni tra monumenti e palazzi ), i diversi pareri sui coltelli esposti nel negozio lì accanto.
Padre e figlio, un pugno di giorni insieme prima che Monica ci raggiunga.
Intimità al maschile, tra cene a tarda ora e chiacchiere ridanciane sul balcone, spese disordinate al supermercato e piatti da lavare insieme.
Io e mio figlio Lupo.

 

Mercoledì 30 Luglio
Un’ora abbondante di pratica, sole e nuvole a mescolarsi nel cielo bluastro. Sudore che scorre a flotti, respiro profondo.
Poi, disteso sul pavimento di casa nei “dolci” lavori di Anatomia Esperienziale, mi ritrovo a riflettere sui progressi e i … regressi nell’Arte, a ripensare alle ruvide parole dell’amico e Maestro Aleks, tese a spronarmi, a non lasciarmi mai “dormire sugli allori”.
Sotto gli occhi allibiti dei passanti, due settimane or sono, in un parco del varesotto, mi ha preso sotto la sua spessa attenzione per correggere e raddrizzare una pratica ancora malamente incerta, e che bello poter finalmente tirar di coltello, quello autentico, quello affilato come siamo soliti fare noi allo Z.N.K.R. tra lo sconcerto quando non il dileggio dei vari Maestri ed espertoni che stipano il circo Barnum delle Arti Marziali e si pavoneggiano nel maneggiare, nel difendersi, da giocattoloni … in plastica !!  Che bello poter finalmente trovare un altro che l’arma la sente, l’annusa, la usa …
Mi vengono in mente gli ultimi passaggi di grado elargiti nel Kenpo. La cintura che si tinge di un diverso colore è la dimostrazione tangibile che sei progredito, è il rafforzarsi di un rapporto con chi ti sta guidando nel tuo personale percorso e la comunità di altri praticanti che questo tuo cammino rendono possibile.
Niente di più né di meno.  Niente trofeo da esibire agli amici (e a se stessi) né status di invincibilità e superiorità. Ma nemmeno semplice strumento per tenere su i pantaloni ( mi perdonerà il grande Bruce Lee).
Ovvero, per saper davvero accettare ed onorare un passaggio di cintura, occorre saper far convivere l’umiltà di chi è consapevole che si tratta solo di un passo in un cammino fatto di mille e mille passi in cui il tragitto è il cuore più che la meta, con l’orgoglio di aver superato un ostacolo, di avercela messa tutta, proprio tutta, tanto che la guida, il Sensei te ne ha reso pubblicamente atto. Umiltà e sano orgoglio, coraggio e senso della sfida insieme alla capacità di riconoscere l’aiuto altrui, di onorarne il dono prezioso. Roba da guerrieri, insomma.

 

Mercoledì 6 Agosto
La fenice oscura si leva in volo, artigli di sole lacerano nuvole panciute: dai loro ventri gonfi non esce pioggia, ma strisce di un cielo volgarmente colorato di viola.
Emozioni sottili, emozioni forti, mentre mi inoltro lungo la galleria “Vittorio Emanuele III”. Fortificazione militare scavata nella roccia, badilata dopo badilata, mani sudate e corpi stremati, per oltre cinque chilometri. Umidità e pareti corrose, i cannoni, il buio che si lascia morire tra le avide braccia di una luce languida e malata.
Lì, e fuori di lì, le battaglie che insanguinarono il monte Grappa nella guerra ’15 – ’18, gli oltre ventiduemila morti, di cui solo duemila ricordati con nome e cognome, caduti in un pugno di mesi.
C’è dell’altro sul monte Grappa. Un’aria leggera che testimonia dei 1.700 metri di altezza, un panorama mozzafiato che si estende per chilometri e solo una foschia vigliacca ci impedisce di portare gli occhi fino al mare di Venezia, un verde smagliante di tonalità varie e le mucche che ci ingombrano la strada.
Ci sono, con noi, l’immancabile Emma e, questa volta, Anna che ci porta la sfrontatezza dei suoi vent’anni o poco più.
Ma il mio cuore, il mio respiro, nel lasciare trincee e gallerie e cannoni e pistole e fila di nomi di soldati morti, resta per un lungo, doloroso attimo ancora lì. Lì nella forza devastante e brutale della guerra, del corpo a corpo sanguinoso e delle carni straziate dalle palle di cannone.
Ripensare alla guerra, ad ogni guerra.

“Nessuna carne verrà risparmiata”
(dal Vangelo secondo Marco)

 

Sabato 9 Agosto
Monica sceglie di trascorrere il pomeriggio a casa della sua famiglia, trascinandosi appresso un riluttante Lupo.
Per me, altre ore in solitario.
Una piccola spesa al market vicino, un libro in giardino, l’immancabile “cioccolatosa” merenda. Prendo la bici e vago alla ricerca di un bar per un buon caffè espresso.
Un paio di chilometri, nulla più. Sufficienti a farmi esplorare l’uso dei femori. Sì, un conto è pigiare sui pedali contraendo i quadricipiti femorali, gli spessi muscoli anteriori della coscia; un conto è agire sui femori e, con loro, attraverso la muscolatura profonda, il connettivo. E proprio il ritrarsi di un femore, avvia la potente pedalata dell’altro. Lo ying, il vuoto, genera lo yang, il pieno.
Ciclismo e Arti Marziali ?
Chissà, potrebbe essere il titolo di un libro di successo ?!?!

 

Domenica 10 Agosto
La grigliata, tra afa e deboli aliti di vento, i giochi in piscina dei più piccoli, le “signore” a prendere il sole, le chiacchiere ed un buon caffè.
Poi, la sera, nel giardino di casa, mi muovo silenzioso e furtivo a danzare guerriero.
La mano accarezza il potere del freddo metallo che, viceversa, la scalda, le dà una vita nuova, una vita assassina. Ogni respiro è un’onda che monta nel petto e si riversa sul dorso d’acciaio, cola lungo i fianchi tatuati e scivola, lento e sinuoso come serpe, sul tagliente sottile.
Impugno un Kendo della Muela. Niente di che per chi i coltelli li colleziona e disdegna il semplice acciaio inox, come la marca nient’affatto altisonante.
Strumento di violenza e cacciatore di prede, per chi del coltello fa un’arma e non un soprammobile alla stregua di statuette Thun, animaletti Swarovski o quelle sfere di vetro che, a girarle, lasciano cadere fiocchi di neve.
La corta lama bisbiglia il suo segreto, la punta a forma “tanto”, ricordo strappato alle letali armi dei samurai, fora l’aria sibilando.
Danzo tra alberi di frutta, piccoli cespugli irti come folti e duri peli eccitati dallo spavento di un qualche animale strisciante, sotto un cielo perlaceo che ostenta ferite di nero e di viola.
Disegno nell’aria archi, cerchi, irose e brevi falciate che calano inesorabili su avversari immaginari. Immaginari sì, ma così vicini, persino dentro il mio ventre, il mio cuore.
Sento il contatto, lo scontro, lo sfrigolio di pelle, muscoli e ossa. Intuisco grumi di sangue, coriandoli impazziti, levarsi disordinati.
Guizzo di fiamma o danzatore di morte. Non importa.
Il coltello, tetro e scuro, è sempre davanti a me, barriera insormontabile e artiglio indecente.
Poi, nel caldo appiccicaticcio che preme sulla bocca e sui vestiti, rallento gesti e movenze. Rallento respiro e tamburi nel cuore, suoni che si affievoliscono in un ritmo lontano, che quasi si fa melodia consolatoria dopo la furia dello stupro selvaggio.
La piccola, feroce bestia, segnata da ferite e brutture incomprese, il “passeggero oscuro”, si dissolve …
Saluto, pugno socchiuso in mano che avvolge, il cielo e il mio destino.
Mi giro verso casa, ad attendermi il sorriso di Lupo e le sue piccole mani protese, le semplici cose del quotidiano.

“Dietro ogni ombra, c’è sempre qualcosa”
(J. Abercrombie)

 

 

Lunedì 11 Agosto
La strada è ampia, benché sterrata. Percorsa da qualche auto, da appassionati di mountain bike e … pedoni. Pedoni che, come noi, lasciata l’auto lungo uno degli spiazzi, salgono, passo dopo passo, fino alla vetta, fino alle malghe ed ai rifugi della montagna alta.
Ai lati, c’è chi si ferma ed allestisce pic nic e grigliate, la fitta boscaglia tutt’intorno e le montagne giganti a sfondare il cielo.
Anche oggi sole e nuvole si rincorrono, si sovrappongono, a formare volute di grigio ed azzurro.
Agosto, l’estate tutta, birichino, che ha spesso nascosto il sole per ostentare sfrontatamente nubi grossolane a troneggiare prepotenti su noi, poveri mortali “vacanzieri”.
Ma la montagna, oggi, ci mette del suo e ci abbraccia tiepida e tranquilla, come a rassicurarci che le nuvole lassù sono solo dei bulli parolai: vociano, si agitano, ma ci risparmieranno un bagno d’acqua del tutto indesiderato.
Così, affrontiamo sereni quei quattro e più chilometri che ci separano dal rifugio Granezza, meta irrinunciabile di ogni estate a Bassano.
Poi, sazi di cibo e vino che l’esuberante cameriera dispensa a piene mani, il vigore atletico dei giovani Alberto ed Anna, il primo, calciatore per diletto, la seconda, pallavolista per mestiere, ci coinvolge in un improvvisato giro di calcio e pallavolo.
Il tempo sufficiente per sgranchirci le gambe intorpidite dalla lunga seduta a tavola e prendiamo la via del ritorno.
Lo shitzu, il minuscolo cane di Anna, trotterella felice sul bordo erboso. Un modesto inconveniente che colpisce Monica mi fa esclamare “Ecco, stiamo invecchiando insieme!”, anche se l’espressione, nel coinvolgere una donna ancora under cinquanta, non è delle più felici. Lei, però, sono sicuro, ne ha colto il senso, come ha fatto Lupo, subito accorso ad abbracciarci perché “La famiglia è unita, è insieme”.
Saliamo in macchina, ci allontaniamo dagli alberi alti, dai tappeti erbosi. Da una gita che mi scalda il cuore ogni anno, ogni anno vissuta con amici diversi ma sempre sentiti,apprezzati, insieme. Insieme amici.

 

Giovedì 14 Agosto
Buongiorno mondo !!
Nonno Alfredo è venuto a trovarci, ora è in giardino a tagliare l’erba. Monica, con Lupo ed Emma, la cuginetta che ha dormito da noi, è al mercato.
Io me la prendo comoda, seduto ai limiti dell’ampio balcone, il cielo azzurro calpestato da goffe nuvole, dove un tremulo vento fa sì che tutto sia lento come miele che cola.
Sistemata un po’ la casa, ora leggo, scrivo, un allievo mi telefona, l’odore acre dell’erba rasata a pungermi le narici.
La mente vaga, riflette sulla ricchezza tempestosa che dà il vivere, l’imparare.
Mi chiedo come sia ancora possibile, nell’istruzione scolastica come nelle Arti Marziali, nella relazione di coppia come nell’educazione dei figli, affidarsi alla certezza dei procedimenti lineari, dell’A, poi B, poi C, poi …
Per restare nel campo della pratica marziale, mi chiedo quali fragilità genitoriali, quali patologici “attrattori” (nel senso che ne dà lo psicoanalista Emmanuel Ghent, utilizzando gli studi della teoria della complessità, laddove cita l’esempio del pendolo: un pendolo può oscillare con ampiezza variabile, con velocità variabile, ma se è lasciato a se stesso, invariabilmente tenderà ad essere attratto verso uno stato di quiete e si fermerà in posizione verticale) dominino il praticante, l’allievo, che vuole, pretende, di imparare una tecnica e poi l’altra, una “forma” e poi l’altra, pretende di imparare attraverso una didattica certa e lineare.
Una didattica che egli esige priva di ogni dialettica sperimentale e personale, quanto fermamente imbullonata all’oggetto del sapere di cui appropriarsi.
Eppure, dalla rozza dialettica della filosofia tedesca ottocentesca, fino al matematico francese Henri Poincaré e la sua teoria del Caos: “L’obiettivo della scienza non è la conoscenza delle cose in sé, come affermano i dogmatici nel loro semplicismo, ma la capacità di cogliere la relazione fra le cose; al di fuori di queste relazioni, non esiste una realtà conoscibile”; attraverso cibernetica e neuroscienze; attraverso gli scritti e le opere di educatori e formatori di diversa estrazione come Danilo Dolci, Mario Lodi, Bruno Munari, Daniele Novara, Giorgio Cavallari, Enzo Spaltro (per restare in terra italiana e, in particolare, con uomini che hanno contribuito alla mia di formazione); per non scrivere di tutta la psicologia umanista e delle nuove aree del counseling e del coaching, dovrebbe essere chiaro e noto a tutti che imparare, scoprire, trasformare di sé e dell’ambiente avviene attraverso procedimenti non lineari ma in modo complesso e contraddittorio, privo di certezze  sui risultati e scandito da caotiche fasi drammaticamente perturbanti ed inesplorate.
Nulla di nuovo nella cultura taoista, quella a cui rimanda la pratica del Tai Chi Chuan.
Nulla di nuovo nella nostra cultura più antica, quella greca, se ripensiamo, con le parole della psicologa Christine Kieffer, al gioco tra Hermes – Mercurio, generoso e ladro insieme, presente e sfuggente, benevolo e pericoloso, ma indispensabile perché qualcosa esca da dove prima qualcosa mancava, e il rigoroso Efesto – Vulcano, divinità laboriosa ma percorsa da rabbia vendicativa.
Insomma, imparare e con ciò crescere, è scoprire e creare, tra mille incertezze e cadute e cambi di rotta e conflitti, in ogni campo della vita, a partire dal proprio vivere.
Ma questa semplice, pur se complessa, verità, pare ignota ai più. O, forse, pare troppo foriera di incertezze, troppo responsabilizzante ai più per abbracciarla, preferendo questi ultimi la tranquillità del tran tran quotidiano, dello scorrere piatto e lineare delle cose. Anche quando questo, sotto i loro occhi, nelle loro mani, non avviene, nella relazione di coppia, nell’educazione dei figli, nell’avanzare dell’età, nei problemi di lavoro: meglio proiettare su altri, meglio negare l’evidenza di ciò che è diverso da come si aspettano, che muta anche contro  la loro volontà, meglio gridare al tradimento, meglio imprecare contro malasorte e destino e cattiveria altrui: fragili e vili soldati ai margini di ogni battaglia quando non in fuga da ogni battaglia; miopi e tremebondi  Homer – Simpson che  si aspettano e pretendono le meccaniche istruzioni by Ikea quando sono davanti ad ogni campo del sapere, al loro stesso vivere.
L’afa sale, il cielo si è tinto di colori opachi. Io scendo in giardino per la mia danza guerriera, danza di incertezza ed esplorazione, danza di potere mortale.

 

Venerdì 15 Agosto
Gita lungo il fiume Brenta con pic nic.
Beh, a dire il vero, sotto un cielo, da giorni, cavalcato da nuvoloni minacciosi ed iracondi,sempre lesti nel lasciar cadere cascate di pioggia, ci vuole una notevole dose di ottimismo (chiamiamolo così!) per organizzare una camminata ed un pranzo all’aria aperta.
Infatti, già la camminata lungo il fiume, a scopo precauzionale, veste i panni di un arduo mix tra un sentiero lambito dalle acque gonfie del fiume, rannicchiato sotto la protezione virile di alti alberi verdi e un impegnativo percorso ad ostacoli tra auto lanciate in velocità, strada provinciale ed un risicato marciapiede che l’asfalto vorace ingoia senza alcun avvertimento.
Poi, ci pensa l’oscura divinità del tempo meteorologico ad infliggerci la punizione più dura: pioggia in abbondanza e vento freddo sul collo, sui vestiti, ad infiltrarsi, perfido e subdolo, nel colletto della maglia perché la pelle nuda ne abbia pieno sentore.
Se non altro, una volta di più e soprattutto per tutti gli uomini e le donne ancora gonfi di pretese sul mondo, questo ricorda a tutti che l’uomo non è onnipotente, che la Terra, la Natura, non è il suo schiavo asservito per sempre, che la Terra, la Natura, c’è, c’è stata prima di lui e dopo di lui ci sarà ancora, infischiandosene dei sui propositi e dei suoi progetti, a volte punendolo severamente per le sue sfrenate ambizioni di potere, dalla strage del Vajont alla disgrazia dei giorni scorsi nel trentino, dalle frane delle montagne offese e ferite sotto strade e costruzioni avventate alla furia assassina delle slavine, altre volte limitandosi a maramaldeggiare, a tirare qualche scherzo innocuo donandoci  pioggia incessante quando si pretende il sole o sole feroce quando si pretende un po’ di frescura.
Ritorno inglorioso a casa dei nonni, dove il rito del pic nic si consuma nel chiuso del locale taverna: l’apparenza, forse, è salva, il contenuto no. Come a dire che l’uomo, ogni uomo, crede solo a quel che vuole credere. Almeno, nel gruppo, comunque si ride e chiacchiera allegramente.
Mentre la compagnia, sfilacciata nei discorsi del dopo caffè, si raggruma attorno alla “Pisciotta”, una sorta di tombola di stampo veneto, io prendo l’auto e mi dirigo a casa.
Il giardino, il sole che, sfrontato bell’imbusto, ora la fa da padrone incontrastato in un cielo azzurro e terso, le ombre della siepe, i silenzi degli uomini. Sullo sfondo, le montagne grigie, immarcescibili ed eterne testimoni delle faccende e delle cose degli uomini, che scorrono e muoiono. Sempre.

 

Domenica 17 Agosto
Scura è la notte, pervicacemente violentata dalle luci invasive di una città, di una società, che non sa più accettare, amare, il buio, l’oscurità.
Ma la notte, comunque, anche solo in radi angoli solitari, lungo strade strette e cortili vetusti, si prende la sua rivincita: nera e bella, nera e miseriosa, nero velluto morbido sul manto elastico di una pantera libera, selvaggia e, certo, anche pericolosa.
Sì, sono a Milano, ferie finite.
Ogni travaglio, ogni passaggio, porta melanconia quando non dolore e smarrimento, ogni travaglio, ogni passaggio genera qualcosa di nuovo nel cuore, nella pelle. Nulla è mai come prima. Spirali di azioni ed incontri in cui qualcosa e qualcuno lo lasciamo per andare da qualcosa, da qualcuno. Anche quando torniamo da una persona o in un luogo da cui ci eravamo allontanati, questi non è più lo stesso , noi non siamo più gli stessi.
Forza inarrestabile della spirale, cerchi che si succedono apparentemente uguali ma che scivolano sempre in avanti, oltre, lasciandosi alle spalle ciò che è stato.
E’ sempre così, in ogni occasione. Emozioni e sentimenti. Alle prime, succedono i secondi, quelli nascosti e soggettivi.
Zero voglia di lasciare il giardino, di lasciare una cittadina orlata da colline e montagne, dolcemente posseduta da un fiume poderoso e tranquillo, di lasciare i ritmi miei, quelli che, pur mediati con le esigenze della famiglia, sono solo ed unicamente miei.
Amo Milano, qui ci sono le mie radici, cose accadimenti, persone, con cui ho attraversato il mio tempo, ho vissuto. Non c’è strada, non c’è piazza, che non mi riporti alla mente un amico, una ragazza, uno scontro di spranghe e coltelli, una persona svanita negli anni ed una incontrata, un appuntamento mancato e una passeggiata mano nella mano, un acquisto prezioso ed uno modesto, una chiacchierata intensa ed uno scambio noioso.
La amo Milano ma, anno dopo anno, monta la voglia di un luogo meno affollato, dove il cemento non artigli e stravolga tutto quel che incontra ergendosi a “padre padrone” assoluto, dove le mie narici non siano intasate dal puzzo di smog o le mie orecchie lacerate dal suono orrendo di ferraglia in movimento, luogo, questo, dove tutto stride e si contorce come macchinario lurido e corroso.
Poi, mi rassegno. Riesco a trovare il bello, i buoni valori, anche nel dipanare gli anni della mia vita in questo calderone maleodorante ed estraniante, che tutto prende e rivolta, fino a mascherare, a soffocare, a nascondere ed annientare, in un atto senza fine, quel che ai miei occhi, al mio cuore, era la mia Milano.
Tu che mi stai leggendo, hai visto il naviglio Martesana scorrere là dove ora si rincorrono case e strade di viale Melchiorre Gioia ? Ti ricordi della collinetta e del Luna Park là dove ora inizia il quartiere della Milano degli affari ?
Ma poi mi sovviene che mio padre mi parlerebbe del tram “Gamba de legn” e delle luci ad olio che portavano una fioca luce stinta per le vie della città…
Andare ,tornare, di nuovo andare, mutare, invecchiare, anche questo è vivere. Vivere intensamente, coraggiosamente ed emozionandosi sempre, è anche questo; individuo fisicoemotivo immerso consapevolmente nelle cose, negli accadimenti, negli incontri, quelli che cerchiamo e quelli che ci accadono e quelli a cui ci opponiamo, sovente uscendone sconfitti.
Allora, ciao ciao Bassano, ciao ciao dolce e seducente fancazzismo. “A Milan se sta mai coi man in man” cantava Giovannino Danzi.
Dai, forza Tizi !!

 “Date dignità al genere umano e abbiate fiducia nel fatto che la vita troverà la via migliore. Ma come posso io raggiungere la conoscenza del cuore ? Tu puoi raggiungere tale conoscenza solo vivendo pienamente la tua vita”
(C.G. Jung)