venerdì 13 febbraio 2015

Il crisantemo con la corazza


“Cold, cold eyes upon me they stare
People all around me and they're all in fear
They don't seem to want me but they won't admit
I must be some kind of creature up here having fits”

 In ufficio, dopo i miei esercizi, la mattina solitamente inizia con la voce di Baby Huey. Colosso nero, prematuramente stroncato da un eccesso di peso, gli oltre 140 kg. gli soffocarono il cuore, mentre canta “Hard Times”. Ritmo incalzante e voce sensibile, che questi, per me, sono davvero “tempi duri”, tempi difficili.

Tempi di uomini e donne che, non sapendo stare soli con se stessi, faticano nel sapere stare con chi li ama, con chi hanno accanto. Hanno sempre bisogno di fare, disfare, consumare. Anche a costo di storpiare, fino ad uccidere, sentimenti e personalità dell’altro, del tutto incuranti della fragilità che c’è in un fiore, della pazienza e della cura amorevole che occorre perché il fiore sopravviva alle intemperie.
È il tempo che si è perduto per una persona a determinare la sua importanza”, scriveva così Antoine Marie Roger de Saint-Exupéry nel bellissimo “Il piccolo principe”.

Mi guardo attorno, ed i “tempi duri” sono ovunque, attraversano tutto e tutti.
A volte, grazie all’ospitalità che mi dà Monica, sfreccio su Face Book. E mi ricordo delle parole di Roberto Cotroneo “Il nostro Paese, quello con il più importante patrimonio artistico e culturale del mondo, ha in vetta alle sue ricerche Google di quest’anno il termine: Sanremo 2014”.
Come ho già scritto, web e social sono il luogo prediletto della banalità e della prevedibilità, dell’appiattimento totale.
Non posso non restare allibito davanti a Tizio che scrive “Tizio è stato al Bar Acquafresca”, Mbeh ? A Caia che inonda il forum di giochini “Che personaggio sei nella saga ….”. Alla foto di Sempronia, decisamente scarsa nella qualità e banale nel viso ritratto, a cui un codazzo di amiche appioppa un “mi piace “ e commenti elogianti la sua … bellezza !!
Insomma, la corsa a credersi VIP miete, ogni giorno, vittime: se Belen o Lapo Elkann appaiono in TV e sui giornali perché hanno cambiato acconciatura o l’auto, sono stati “paparazzati” al tal ristorante o nella tal boutique, Tizio e Caia non vogliono essere da meno e si mostrano nell’unica arena dove è loro possibile ostentarsi, nell’unica povera piazza in cui possono fare “lo struscio”. E non importa se, in mezzo a loro, a fare “lo struscio” con loro, ci stanno le melense frasi rubate ai “cioccolatini Perugina” e l’invito a firmare la petizione per salvare i cuccioli di lontra nana, il video che ritrae il tipo che inciampa e scivola su una buccia di banana e le foto della gita in montagna della famigliola, le immagini tamarro – sexy della over quaranta scollacciata e le sdolcinate adolescenziali frasi d’amore della coppietta che, in realtà, l’età anagrafe denuncia aver lasciato alle spalle da un bel pezzo l’età dell’adolescenza. Il gran bazar del cattivo gusto e della sciatteria è il loro luogo prediletto.
Invero, come ricorda Cotroneo stesso, la qualità, lo spessore di cuore e cultura, su web e social, a cercarla, in qualche angolo remoto c’è. Ma non assurge mai a tendenza. Se offri e cerchi qualità, umanità, emozioni profonde, devi rassegnarti a un pugno di “like”, a poche visite, a un numero di “follower” ridotto.
by crisantemo-d7
Di fatto, perché pubblicare foto che tentano una ricerca estetica, un contatto emotivo, quando  alla massa piacciono i tramonti rossi e viola, quelli che, visti dal vivo, suscitano nelle pecore della massa la stessa identica frase becera: “Bello, sembra una cartolina”?. Chi scrive post riflessivi  non riceverà alcuna visita, perché in essi non è presente né l’iperbole sfacciata né la gaudente banalità del consumista.

Non tutto è perduto, però.
by ssolesus88
Perché, seppur pochi e fragili, le frasi, le immagini, i pensieri che originano dal cuore e dalla autentica ricerca interiore, sopravvivono. Sono semi, germogli di intelligenza e vitalità, che nulla concedono alla quotidiana indifferenza e stupidità del “male”, per offrirsi ai cultori del vivere e del cercare. Forse, forse, vivranno un loro piccolo splendore. Dipende da chi li saprà accogliere.
Come succede nella vita quotidiana. Come mi succede in questi miei “hard times”.
Forse, forse, l’essere apertamente vulnerabile, verrà letto anche come una possibilità, una forza da chi mi incontra, da chi mi sta accanto, da chiunque incontri un cuore aperto, vulnerabile, lungo la strada della sua vita. Forse qualcuno di costoro arriverà a capire che le rose hanno le spine, il crisantemo no.
Poi, attenti piuttosto che essere estirpato, il crisantemo potrebbe indossare la corazza e armare la mano di spada, lasciando che il fottuto giardiniere, quello che non vuole fare i conti col funerale che ha nel cervello e l’acredine nell’animo, si ferisca, fino a sanguinare, con le sue stesse cesoie.

 “Per me l'unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi d'ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi artificiali che esplodono tra le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno oh!”
(Jack Kerouac)




 

lunedì 9 febbraio 2015

cuore solitario


“Le persone spesso dicono che la motivazione non dura. Bene. Nemmeno un buon bagno, rispondo io, per questo si raccomanda di farlo ogni giorno
(Zig Ziglar)

 Percorro a balzi la pedana silenziosa, irregolare scacchiera di colori diversi, materassine gialle, rosse, blu, verdi, che coprono per due terzi la sala principale del Dojo.
Ore 18,30, l’ora del Wing Chun Boxing. Ma nessuno c’è a condividere la pratica.
Disegno tracciati di colpi e schivate e deviazioni. Ora rapido ed elastico, ora lento, ancor più lento, come se il tempo potesse dissolversi, scomparire.
L’intrecciarsi di torsioni del busto e palmate esplosive, di calci rasoterra e rantoli sotterranei, mima la ricerca della forza di un altro corpo come condizione unica per conoscere la mia di forza.
Tengo le luci basse, ragnatela di chiaroscuri tremuli, deformi a sbirciare una perversa alchimia di cose ordinarie: un calcio, una ginocchiata, una presa al collo, ovvero movimenti, gesti umani semplici, una buona intuizione che però si fa strumento di violenza, di distruzione.
Danzo da solo, in questa che è l’ora del Wing Chun Boxing. C’è sempre un buon motivo per mancare ad un incontro, addirittura per abbandonare il percorso marziale, la Via del Guerriero.

Accaldato, sudato, sono negli spogliatoi.
La giacca blu del Kenpo, la cintura nera a cingermi i fianchi.
Qualcuno entra, poi altri ancora.
La serata, è arrivato il momento del corso di Kenpo, scorre agevole, dopo il riscaldamento vivace della pallavolo, le pressioni e le giravolte sulla fit ball a simulare un controllo al suolo.
Tiriamo di scherma, lama corta e scudo piccolo, ripercorrendo le strade che furono di combattenti lontani nel tempo e nei continenti. Gruppo piccolo ma unito nello scontrarsi e poi scontrarsi ancora di corpi e respiri pesanti.

Già, c’è sempre un buon motivo per mancare ad un incontro, addirittura per abbandonare il percorso marziale.
Io, invece, ne ho sempre uno, e più d’uno, per non mancare, per tenere su la guardia, per impedire all’acqua di fermarsi, di stagnare, perché l’acqua stagnante è acqua maleodorante, perché sono i deserti del cuore e delle emozioni a creare fanatici e uomini appassiti, frigidi.
Spesso, non sempre, altri come me scelgono il momento della presenza, della ricerca, del confliggere, della conoscenza e della libertà. E allora la pedana si anima di combattenti eretici che anelano alla libertà, a conoscere di sé e di come stare, consapevolmente e coraggiosamente, al mondo
Così, continua a vivere una piccola e modesta “Scuola di Formazione Guerriera”.

 “L’accumulare conoscenza da parte di alcuni, dipende dal fatto che altri la rifiutano”
(P.D. Ouspensky)

 



giovedì 5 febbraio 2015

Il furto delle pensioni


Perché uno Stato, a parole e per Costituzione, particolarmente vicino ai cittadini, agisce così poco per sostenerne le difficoltà e così tanto per rapinarne le risorse ?
Questo attraverso manovre ed interventi di ogni genere, infatti, da Monti a Letta, da Fornero a Renzi, ci hanno privato delle certezze pensionistiche, come dello scudo dell’articolo 18.
by ataud
Raccapricciante la manovra Fornero, che in una asettica operazione di divisione, si trovò un “resto”, tipo 22 : 4 = 5, col resto di 2, che non turbò affatto la sua soddisfazione per la riuscita numerica dell’operazione. Peccato che quel resto di 2 corrispondesse a migliaia e migliaia di  essere umani che, nella voce “resto”, trovavano sia l’impossibilità di andare in pensione (già concordata con l’azienda) che quella di rientrare al lavoro. Esseri umani, cuori ed emozioni, buttati nel cestino della matematica. Disoccupati senza una via d’uscita.  Complimenti professoressa Fornero e complimenti a tuti i partiti politici che l’appoggiarono: Uomini e donne trattati come numeri.

Quel che mi colpisce, poi, è l’inganno ideologico che la casta politica ed i potentati economici e finanziari che serve, hanno costruito sul tema delle pensioni.
Per chi non lo sapesse, le “pensioni” presero vita con il governo Giolitti (siamo ai primi del ‘900). In quel periodo furono varate norme a tutela del lavoro infantile e femminile, sulla vecchiaia, sull’invalidità e sugli infortuni. Anche se, di fatto, il sistema italiano della previdenza sociale nacque ancor prima, nel 1898, Lg. del 17 luglio, n. 350,  con la costituzione della Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai (CNAS).
Questa, però, era una assicurazione volontaria, finanziata dai contributi pagati dai dipendenti, ed integrata dallo stato come da versamenti volontari dei datori di lavoro. Come tale, ovvero facoltativa, per anni raccolse un consenso ridotto. Occorre aspettare i primi del ‘900 perché lo stato ne introduca  l’obbligatorietà per i dipendenti pubblici e il 1919 (D.l.lgt. 21 aprile 1919, n. 603) per vederne coinvolti anche tutti i dipendenti privati, quando nacque la “Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali”, ovvero la CNAS, sotto il governo Orlando, che assicurava pensioni di vecchiaia e di invalidità. Nel 1924 furono poste le basi per il TFR (Trattamento di fine rapporto), ovvero un’indennità da concedere, in questo caso, solamente al lavoratore licenziato. Indennità che, nel periodo bellico, venne invece trasformata in indennità di anzianità da riconoscere al lavoratore in rapporto al salario e agli anni di servizio.

Questo breve, brevissimo excursus storico, per mostrare come la previdenza abbia una natura privatistica perché fatta dal versamento e accumulazione, negli anni di lavoro, di contributi personali. Ne consegue che la pensione è una sorta di salario differito, cioè l’accumulazione di risorse a sostegno del lavoratore una volta concluso il ciclo lavorativo. Un’accumulazione che il lavoratore costruisce  con soldi propri e che sostanzia perciò, a fine rapporto, quel “pieno diritto di proprietà sulla propria pensione che eticamente, socialmente e giuridicamente legittima il lavoratore” (E. Marino), lo toglie dalla dipendenza del datore di lavoro e lo sottrae all’ingerenza del potere.
Ma i governi succedutisi dopo la fine della guerra, ed in particolar modo questi ultimi nostri, hanno instillato l’idea che il sistema previdenziale ed assistenziale siano espressione della funzione pubblica statalista e, pertanto, siano assimilabili e interscambiabili in funzione redistributiva della ricchezza.
Pensiamo a come l’INPS sia stato ampiamente saccheggiato utilizzando i fondi provenienti dal versamento dei contributi dei lavoratori,  per assolvere bisogni che dovrebbero essere invece soddisfatti ricorrendo alla fiscalità generale.
Dunque, è passata l’idea che previdenza e assistenza siano  la stessa cosa, cosicché la pensione, costruita sui soldi prelevati dallo stato ovvero non dati in busta paga al lavoratore, non sia un diritto di proprietà del lavoratore, ma una variabile del sistema di redistribuzione della ricchezza che lo Stato, toglie arbitrariamente a un pensionato, “rubandogli” con ciò una sua proprietà, per concederla ad altri, per destinarla ad altri scopi.

Se questo non è furto, se questa non è dittatura …


mercoledì 28 gennaio 2015

La sapienza e l’umiltà dell’imparare


“Ho sbagliato più di 9000 tiri nella mia carriera. Ho perso quasi 300 partite. 26 volte, mi hanno dato la fiducia per fare il tiro vincente dell’ultimo secondo e ho sbagliato. Ho fallito più e più e più volte nella mia vita. È per questo che ho avuto successo”
(Michael Jordan)

 Colpi secchi, brevi, sui guanti da passata. Traiettorie fulminee, ricurve come lama di un katana ma sono pugni, nocche dure ad impattare il cuoio spesso.
Buche slabbrate sui bersagli più consunti, sudore acre si sprigiona nel locale.
Ogni giorno, ogni momento delle “formazione marziale” siamo pronti ad imparare, ad accettare lo scoglio dello scontro affidandoci alle scoperte, alle intuizioni di chi ne ha già fatto esperienza e le propone al gruppo. Poi, il praticare l’uno contro l’altro, lo scontrarsi di colpi e corpi, ci dirà come aggiustare “il tiro”, come adattare finanche a stravolgere quanto suggeritoci, proposto e poi provato a nostra volta.
E questo è imparare.
Ecco, ora ricordo, solo pochi giorni addietro, il mio ingresso, con Monica, nel salone d’auto, incerti e spaesati, ignoranti del mezzo meccanico, per acquistare.
Due autentici cretini, agli occhi del venditore. E solo il rispetto e l’amicizia di cui godo presso gli amici credo abbia impedito loro di apertamente ironizzare al mio racconto dell’acquisto dell’auto, infarcito di ignoranza, incertezza e totale affidarsi a chi vendeva.
Però …

Però io, forte delle mia continua esperienza marziale, coltivo l’insana ( insana per molti) certezza che nulla, o quasi, si possa scegliere per competenza assoluta, certa, e solo poco, molto poco, si possa fare o scegliere per competenza, per altro del tutto relativa.
Certo, l’amico che legge riviste del settore, si aggiorna sui modelli in uscita e guida con sapienza avrebbe potuto cogliere le magagne, i difetti evidenti, se evidenti, nel mezzo propostoci. Ma, per davvero scegliere con oculatezza e cura, uno stesso professionista del settore, un “meccanico”, avrebbe avuto un solo modo: farsi smontare davanti agli occhi, pezzo per pezzo, l’auto, esaminandola nei dettagli e poi … sperare che, una volta rimontata, fossero davvero la stessa con gli identici pezzi quella che gli verrà poi venduta.
Vi pare eccessivo ? Siete tra i fautori del “Io scelgo bene perché so le cose” o del “Perché prendo le informazioni giuste ?”
Chi crede di conoscere le ragioni vere per cui sceglie quell’avvocato o quel servizio, quel commercialista o quel prodotto, e non un altro, affonda le sue certezze sulle illusioni di cervello e personalità.
Nessuno di costoro sa con certezza se il responso dell’avvocato o quel prodotto siano davvero i migliori. Perché ? Per due bei motivi: A) Ci sarà l’avvocato della controparte che darà un responso diverso ( migliore ?!) e un tizio, anche lui esperto, che sceglierà proprio il prodotto che voi avete scartato, ritendendo quello il migliore; B) Nessuno di voi è avvocato o produce / vende quel prodotto e, anche se fosse, avete davvero, in materia, competenze specifiche almeno pari all’interlocutore ?
Il buon venditore è colui che instilla nell’acquirente l’illusione di possedere elementi decisionali per poter valutare correttamente l’offerta di vendita, come se nostre fossero le informazioni e autonome le nostre valutazioni. Lui ci passa informazioni, di cui noi ci appropriamo come se fossero nostra conoscenza.
Ogni essere umano, in qualunque agire e scegliere, privilegia quel che supporta il suo punto di vista piuttosto che accogliere e valutare ciò che lo contraddice, che lo induce a moti di sfiducia in se stesso: “Perché leggiamo sempre  giornali nei quali sentiamo di essere rappresentati e quasi mai gli altri ? Non ci sarebbe nulla di male se ciò non significasse che la nostra unica ed esclusiva fonte di notizie finisse per essere quella; leggendo le opinioni altrui si rischierebbe di entrare in conflitto con le proprie credenze, magari essendo capaci di riconoscerle come instabili pregiudizi, cominciando ad apprezzare quelle degli altri. Tuttavia, ciò implicherebbe il faticoso e incerto rischio di doversi mettere in gioco e, ancor peggio, di ricredersi” (D. Cesana).
Non è quello che, ohibò, caratterizza il procedere di relazioni di coppia ormai asfittiche e annoiate o la scelta di restare in quell’azienda che vi sottovaluta ? Non è quello che vi fa scegliere quel tal film o la serata con quella coppia di amici ?
Paradossalmente, la domanda giusta da fare al nostro simpatico venditore, avrebbe potuto essere “Per quale motivo non dovremmo comperare quest’auto?”. Ma, posta così, se il tale avesse risposto onestamente, avrebbe dovuto partire da cosa ci spingeva a cambiare auto e quale ne sarebbe stato l’utilizzo. Cose, queste sì, già a noi note, sulle quali io e Monica avevamo già discusso fino al mio “passo indietro” per concederle il piacere della scelta dettata più da gusto estetico che dal reale tipo di utilizzo. Poi, avrebbe dovuto, sull’auto propriamente scelta per l’acquisto, onestamente svelare a noi quelle eventuali magagne che… gli avrebbero impedito di guadagnare la sua percentuale sulla vendita.Dunque, a breve, auto nuova, o meglio del 2008, presa da un concessionario, che ha una certa “faccia” da esporre e perché la dà con la garanzia di un anno: riduzione del danno, potremmo chiamarlo e nulla più.

Beh, in fin dei conti, cari esperti di auto e di acquisti in genere, è quel che fate anche voi venendo ad imparare in Dojo quel che io vi propongo e imparate a conoscere solo facendo e poi facendo ancora. O meglio è quel che vi occorre per imparare realmente, mentre io mino le vostre certezze, le vostre resistenze, le vostre convinzioni. Le mino perché guardiate al combattimento e a voi stessi con i vostri di occhi e non con quelli di altri, del sentire comune, delle vostre presunte competenze o della “maschera” e del “ruolo” che ora indossate. Le mino perché impariate a divenire adulti consapevoli e coraggiosi come vi pare e piace. Non fotocopie o smargiassi.
Almeno, questo è il compito di una “Scuola di Formazione Guerriera”.
Le mino sempre soddisfatto quando procediamo insieme sul percorso e anche quando il vostro autentico cuore e le vostre forti gambe, prima o poi, vi portano altrove. Perché avete comunque scelto da soli e per voi.
Mi soffermo qualche secondo a masticare manciate di noia e di sarcasmo quando, invece, restate per sordità nel sentire, per comodità dell’usuale o, più spesso, vi allontanate, nuovamente in preda al conformismo, tra le braccia di ciò che vi rassicura e consola, che vi terrà servo anonimo per sempre.

 “Una volta nel gregge, è inutile che abbai: scodinzola.”
(Anton Cechov)

 Post illustrato con fotografie scattate a Kenpo, Martedì 27 Gennaio.

 






 

lunedì 26 gennaio 2015

Di festa in festa


“Ogni bambino è un artista. Il problema è come rimanere un artista una volta che si cresce”
(Pablo Picasso)

 C’è la gioia di vedere una ventina di bimbi scorrazzare, ridere, spintonarsi, litigare e poi cercarsi, liberi di correre e saltare.

C’è la gioia di vedere un luogo, solitamente deputato alla “formazione guerriera”,  al duro e faticoso processo di individuazione che è il cuore della nostra pratica marziale, divenire luogo di festa innocente, di giochi bambini.

C’è lo stupore degli adulti che, chissà, forse intuiscono che oltre alle palestre e ai corsi di questo e quello, in giro ci sono anche luoghi di un culto dimenticato, il culto dell’educazione alla libertà, alla socializzazione, al divenire adulti.

Ci sono i tre festeggiati, Lupo, Mattia ed Elia, e con loro bimbi conosciuti ed altri no che stanno bene insieme, semplicemente insieme.

C’è la possibilità di imparare il gusto e la ricchezza del contatto, dello scontro fisico; del relazionarsi tra pari senza il solito adulto a dirimere contese, a distribuire i torti e le ragioni; del festeggiare spontaneo senza l’animatore che intrattenga con giochi e giochini pensati da adulti perché bambini si divertano.

Ci sono le torte, le candeline, il buio chiazzato dalle luci vivide di bracciali ed anelli colorati. Ci sono queste foto, che non sono un gran che, anzi. Ma il cellulare fa quel che può ed io, soprattutto, faccio molto più quel che voglio: godere di una festa, semplice e ricca insieme, stare accanto ai bambini ed ai genitori, stare nel nostro Dojo, “Luogo dove si insegna la Via”. E vivere appieno di queste affascinanti sensazioni.
Che “Via” più bella potrebbe esserci, dello stare insieme in festa tra tanti bambini felici ?

 “Il miglior momento per piantare un albero era vent’anni fa; il secondo miglior momento è ora”
(motto cinese)


 












mercoledì 21 gennaio 2015

Così è se vi pare e … come vi appare …


Tutti contro l’Islam, cattivo ed assassino. No, c’è un islam, un islamismo buono, moderato. Sì ma dove ? Sì ma come ?
Ma, a ben guardare,  la “parte” autrice della strage di Parigi ( e delle altre) è pure  in guerra con tutto il resto delle nazioni arabe e musulmane: contro gli arabi laici (e in primo luogo contro la Siria), contro gli sciiti (e in primo luogo contro l’Iran e l’Iraq), contro la gran parte degli Stati arabo-sunniti (dalla Giordania all’Egitto, dall’Algeria al Marocco) e, addirittura, contro l’autentico tradizionalismo religioso islamico, rappresentato dalla grande e pacifica scuola del sufismo.
Questa “parte”, violenta e vigliacca, si rifà alla setta wahabita ( largamente presente in Arabia Saudita, Qatar e, ma guarda un po’, tra i paesi ricchi di petrolio con cui gli U.S.A.  intrattengono costanti ed amichevoli rapporti) ed alla setta salafita, presenza minoritaria tra gli stati nordafricani.
Aggiungiamoci che un’altra fetta  corposa  dell’attivismo fondamentalista arabo-sunnita, i Fratelli Musulmani e Hamas,  si rifiuta di esportare  la “guerra santa” oltre i confini nazionali, e le cose ci appaiono più chiare.
Così chiare che io coltivo l’idea che, prima di bollare come “brutto e cattivo” l’Islam tutto, o di porgere l’altra guancia che noi tifiamo per l’Islam “buono e moderato”, ci sarebbe da “fare due chiacchiere” con la politica U.S.A., il cui presidente, “premio Nobel per la Pace” è ostile all’Iran sciita, che pure è il principale nemico dell’estremismo estremo-sunnita, e agli Stati arabi laici, Libia e  Siria; permette che in Medio Oriente prenda vita  un agguerrito Califfato, che, come dice apertamente Giuliano Ferrara, potrebbe scomparire in una sola giornata sotto il bombardamento della potenza yankee; distoglie lo sguardo dalla  Nigeria (ma quanto petrolio giace in Nigeria ?!?!) dove Boko Aram  impone quotidianamente violenza, terrore e morti atrici.
Oppure avremmo da chiarirci le idee con il presidente francese Hollande, il quale, come ricorda Michele Rallo,  da anni sgomita per diventare il principale interlocutore europeo dell’Arabia Saudita e del Qatar, proprio quelle nazioni da cui provengono le risorse finanziarie che foraggiano  i movimenti estremo-islamisti.
Ossia, ci sarebbe da andare alle origini, alle motivazioni ed alle azioni che spingono, i potentati, politici ed economici e finanziari, delle nazioni di noi buoni “bianchi e cristiani” a mestare nel mondo.
Altrimenti, spinti da qualsivoglia ideologia (coscienza distorta) si tifa per l’uno o per l’altro, contro o pro l’Islam, senza alcuna cognizione di causa, alcuni milanisti ed altri interisti !!

Ecco, continuando ad andare oltre quel che appare, nel testimoniare la più ampia e sentita solidarietà alle vittime tutte della strage di Parigi, bisognerebbe però fermarsi lì.
Oppure, per coerenza, sarebbe da ricordare che l’allora direttore di Charlie Hebdo, Philippe Val, licenziò un collaboratore, Maurice Siné, definendo  la sua satira “antisemita” e lesiva dell’ immagine del giornale, perché “Siné ha superato ogni limite, il suo testo diffonde una voce falsa che stabilisce un legame fra conversione all’ ebraismo e successo sociale. Inaccettabile” e che, per contro, non mi risulta data, a suo tempo,  alcuna solidarietà al comico, di origine camerunense, Dieudonné per essere stato discriminato, insultato, i suoi spettacoli vietati, causa la sua satira irriverente verso il sionismo.

E mi suonano particolari le parole di Papa Francesco, che inneggia alla libertà di parola, di critica, ma guai a toccare la fede, la religione, tanto, poi, da aggiungere “Se mi insultano la mamma, io tiro un pugno”. Voleva dire che quelli di Hebdo se la sono cercata ? Forse sì.
Una ragazza ha il diritto, teorico, di girare svestita come le pare, ma, in pratica, se lo fa di notte, per le strade di una metropoli, sa, deve sapere, a che rischi va incontro. Infatti, la redazione di Hebdo era sorvegliata da una guardia armata.
Insomma, sono libero di dire e criticare e fare satira come mi pare, ma se ironizzo pesantemente sulla mamma del Papa corro il rischio di prendermi un pugno in faccia. OK, va bene. Basta saperlo, basta che si sappia cosa c’è dietro quel che appare ……

Pratico Arti Marziali, l’arte del confliggere, anche per questo. Per saper stare saldamente nelle situazioni di crisi, per leggere le relazioni fuori dalle apparenze, dalle “finte” e dai “trucchi” e dalle provocazioni dell’antagonista, per assumermi la responsabilità adulta di tranciare laddove io decida di tranciare.

 



venerdì 16 gennaio 2015

A ritmo di cuore


“Tra vent’anni, non sarete delusi delle cose che avete fatto ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite”
( Mark Twain )

In principio è “Amare tradire”.
Illuminante saggio di Aldo Carotenuto, psicoterapeuta, che fa a pezzi concezioni sciocche e retrograde, quando non “furbette”, vigliacche, usate per scaricarsi di ogni responsabilità e/o proiettarla su altri.
In questo libro, infatti,  l’autore affronta un argomento considerato da sempre deleterio, il “tradimento”. Attenzione, lungi da ogni pruriginosa visione, qui si tratta di tradimento e tradire non solo e non tanto all’interno della coppia, ma abbracciando un ben più vasto orizzonte del pensiero e dell’agire umano.
Perché se nell’accezione corrente “tradire” è un verbo tremendo, sempre associato a valenze negative, un marchio infamante, in realtà, l’esperienza umana che questa parola designa nella storia individuale e collettiva, nella storia ‘sacra’ e in quella ‘profana’, letta in chiave psicologica dunque priva di ideologie e “paraculate”, si configura come l’evento “antitetico e dolorosamente dialettico” dell’inevitabile messa al mondo della soggettività nell’uomo.
Possiamo fare a meno di tradirci e di tradire? È questa la domanda cui il libro tenta di dare una risposta. Il tradimento ripugna alla nostra coscienza di buoni e puri, ma, afferma l'autore, è un'esperienza inevitabile.
Dalla nascita alla crescita nella famiglia di origine, nel rapporto con i genitori e i fratelli, alla vita di coppia dentro e fuori il matrimonio; nell’esperienza del sedurre e dell’essere sedotti, nell’atto di abbandonare e di essere abbandonati; negli amori tutti, quelli “normali” e quelli “devianti”, “legittimi” o “illegittimi”; fino alla morte “cercata” o “voluta”; nel farsi e nel disfarsi della coscienza, la violenza dell’esperienza del tradimento può anche aprirsi alla più vasta cosciente e articolata dialettica di autentico / inautentico dell’interiorità, individualmente esperita e ricercata.
Carotenuto affronta il delicato tema del tradimento, visto come atto necessario perché la psiche, ancora chiusa in una verginità inconsapevole e irriflessiva, sia iniziata al mistero della vita e dell'amore.
Tradire ed essere traditi vuol dire  scegliere un percorso coraggioso, adulto ed autodiretto, consegnarsi ad un destino di ricerca fatto di cadute e di sconfitte; significa riconoscersi come quegli esseri separati che, per ricostituirsi come soggetti, devono liberarsi da dettami e modelli collettivi, imposti. Devono dunque, in qualche modo, tradire.
Un punto di vista alternativo, altamente formativo  rispetto all’accezione comune (e sempre “comoda” nel dividere vittima e carnefice, nel proiettare su altri o negarsi a se stessi) del tradimento, l'evento sconvolgente che ci consente di uscire dal nostro guscio ed aprirci al mondo. Le possibilità di perdonare, dimenticare, divenire più leggeri e meno mentali, di essere autentici individui fisicoemotivi,  passano tutte attraverso l'accettazione del tradimento, sia subìto che perpetrato.

Se siete passati indenni, anzi arricchiti, da questa lettura, ora vi tocca “La separazione del maschio”, romanzo di Francesco  Piccolo.
E’ una intensa riflessione del maschio protagonista sulla complessità dell'amare: le donne (soprattutto),i figli, il lavoro,  la vita nelle sue molteplici accezioni. Critica e molti (molte) lettori e lettrici beceri lo hanno liquidato come un libro erotico, di sesso. Non è così, se non nella loro testa, quella sì “malata” di sesso, forse più agognato che felicemente vissuto ….
"La separazione del maschio" parla molto di sesso, ne descrive i dettagli, perfino gli odori, ma unicamente come modo per entrare in relazione profonda con l'altro e sempre con autentico rispetto.
Nessuna violenza nei pensieri e nelle azioni del "maschio", ma sincero desiderio di conoscere la persona con cui in quel momento sta insieme, nella convinzione che nessuno possa mai essere conosciuto fino in fondo, figlio o compagna che sia e soprattutto nessuno possa mai essere posseduto.
Libro da leggere, per le donne certamente, quelle che “gli uomini hanno solo quello in testa”, quelle che parlano stancamente del loro marito sciabattando scialbe in una quotidiana vita di routine grigia e distratta, quelle che ipocritamente tracciano una riga “tradimento sì – tradimento no” a seconda se ci sia stato un rapporto fisico o meno come se il desiderio ed il sogno non fosse già tradimento ( Carotenuto docet) e la sua non realizzazione fosse anch’esso un altro tipo di tradimento, questa volta verso se stesse ( ancora Carotenuto docet).
Libro da leggere per gli uomini, quelli che intessono molteplici storie di sesso (ginnastica?)  solo per ostentarne la collezione, quelli che sono noiosamente ed infelicemente fedeli magari solo perché non hanno le “palle” per osare….,  quelli che “la donna che va con altri uomini e una poco di buono”.
Libro da leggere per tutti quegli adulti, uomini o donne che sia, che non vogliono figli nella loro relazione o che, avendoli, ne trascurano il crescere: le intense pagine di  Piccolo descrivono un mondo di affetti, di complicità padre e figlia di assoluto valore e tenerezza. Perché stare accanto ad un figlio crea un mondo nuovo, del tutto inimmaginabile prima, un mondo che, almeno in parte, scomparirà quando il figlio sarà adulto a sua volta.

Anni or sono, una donna importante con cui stavo aprendo una relazione mi disse, a proposito dell’avere una storia extra coppia “l’importante è che l’altro della coppia non lo sappia”.
Per anni mi sono interrogato sul significato di questa affermazione.  Le parole del protagonista del romanzo di  Piccolo sono illuminanti: “La maggior parte del tempo degli amanti, dell’attenzione delle persone, è occupato dalla preoccupazione che la persona amata non ami qualcun altro. Non che ami me, ma che non ami altri. Questo a me è sempre sembrato sia impreciso, sia troppo poco. Se Teresa, quando si sveglia la mattina, ha negli occhi il suo amore per me, non voglio dire che non ha importanza se ama anche  qualcun altro, non voglio arrivare a sostenere questo, se altri lo sentono forzato, ma voglio almeno dire che mi basta. E vorrei che bastasse anche a lei il mio amore, ho sempre voluto questo. So che è difficile avere questo pensiero in una coppia, ma la verità è che è l’unico pensiero sensato. E semplice”.

A questo punto, siete pronti per l’agile saggio di Luciano Ballabio, “La coppia flessibile”, dedicato a come evitare di affogare nell’immobilità di una stessa relazione monogamica, lontani però dal perdersi in rivoli  di relazioni poligamiche. Oppure per “Il mito della monogamiain cui  David Barash e Judith Lipton smontano accuratamente  la  monogamia sulla base delle molte evidenze che vengono dalle scienze dell'uomo ma anche dalle ricerche di zoologia comparata, offrendo un interessante spaccato del conflitto tra natura e cultura.
O, meglio ancora,
se avete anche (e soprattutto) lavorato su voi stessi, sul vostro carattere e magari anche su tratti della vostra personalità;
se avete accettato e condiviso la vostra vulnerabilità, il diritto di essere accolti ed amati per quello che autenticamente siete;
insomma, se avete imparato ad “accettare desideri ed impulsi che la coscienza collettiva ritiene incomparabili con le richieste sociali, quella liberazione dell’Eros di cui Freud prima, Marcuse, Jung e altri poi hanno parlato” (A. Carotenuto in ‘La mia vita per l’inconscio’), allora siete pronti per vivere consapevolmente e felicemente le vostre relazioni, aperti al confronto / conflitto, al divenire che è insito in ogni cosa di questo mondo.
Siete pronti anche a sopportare con misurata pazienza lamentele, bugie, ipocrisie, fughe vigliacche e roboanti narrazioni, dei vostri colleghi di lavoro, dei vostri amici.
Anche perché potrebbero ricordarvi un recente passato ….

“Ci sono solo due giorni all’anno in cui non puoi fare niente: uno si chiama ieri, l’altro si chiama domani, perciò oggi è il giorno giusto per amare, credere, fare e, principalmente, vivere”
( Dalai Lama )

Post illustrato con foto scattate durante le vacanze invernali trascorse con la mia famiglia