mercoledì 27 marzo 2019

Tai Chi Chuan in quel di Zibido al Lambro



Domenica 24 Marzo

Sul prossimo numero di Shiro, Febbraio – Marzo, altre foto ed un mio breve commento














lunedì 18 marzo 2019

Prese per il culo, mercanti del tempio e polli da spennare




Figura 1
Ma se Tizio ti si presentsse, in palestra o in Dojo non importa, con entrambi i piedi in eversione o con una enorme iperlordosi lombare o con le scapole non allineate, con che coraggio lo accetti al corso di Judo o Krav Maga, a Zumba o a Fitcross? Lo alleni ad arrampicare o a sciare o a giocare a calcio ? O forse tu stesso sei un insegnante, un Maestro, un allenatore, che di struttura e portamento, di funzione e forma, di fisiologia, non sai nulla!!
Non sarà certo tirare pugni o saltare la corda, eseguire crunch o la presa di spigolo sugli sci, tirare un calcio di punizione o sollevare un bilanciere, che porteranno Tizio ad una integrazione posturale soddisfacente, caso mai indurranno un peggioramento, un ulteriore disordine in un corpo già martoriato.
E le stesse prestazioni sportive, generalmente, saranno sempre limitate da una base deficitaria.
Se proprio non vuoi perdere il cliente, il “pollo da spennare”, almeno conducilo lungo un tragitto di esercizi che, mascherati da fondamentali di Kudo o fondamentali del calcio, da esercizi di Karate o di presciistica, in realtà lavorino sul corpo e sull’allineamento corporeo.
Ma questo, a ben vedere come stanno in piedi, come camminano, come agiscono nello spazio i vari palestrati o judoka o calciatori o joggers, temo non accada mai.

Sarà anche per questa farsa che arricchisce i soliti e ignoranti “mercanti del tempio” danneggiando le loro inconsapevoli vittime, che ho preso a cuore la pratica di Chi Kung  / Kiko e Tai Chi Chuan.
Oddio, anche qui, ignoranza e voluta perfidia non mancano, anzi: regnano sovrani.
Basta guardare la traballante struttura e il disarmonico portamento dei Maestri vari e dei loro allievi. E anche quando il Maestro, di suo, la natura ha dotato di un buon allineamento, questi non si cura minimante (e probabilmente nemmeno li conosce) degli squilibri e delle deficienze degli allievi.
Invece,
una reale buona pratica Chi Kung  / Kiko e Tai Chi Chuan
già di per sé si occupa del corretto allineamento e funzionamento corporeo, ha nel suo stesso bagaglio di sapere quegli esercizi volti a far sì che forma e funzione interagiscano al meglio:
mentre pratichi ti modifichi corpo, ti migliori e migliori la tua pratica Tai Chi Chuan.

Ovviamente, essendo ognuno di noi un essere fisicoemotivo,  mi pare lampante ( ancorché scansato, più che negato, dai più) che la personalità fisica non sia estranea dalla psicologia dell’individuo, quanto “parte di un’entità psicofisica  interna covariante” (I. Rolf). Come scrivo da decenni, modificandosi corpo, ci si modifica individuo pensante !!
Anche la medicina allopatica ha scoperto quel che già sapevano i taoisti: dal punto di vista fisiologico, nervi e ghiandole del corpo fisico sono il fondamento degli stati emotivi, ovvero le emos-azioni sono indissolubilmente legate a come noi siamo corpo: “Nella forma visibile del corpo si traduce sia il modo di essere che il modo di agire, poiché l’unità psicofisica collega le tre componenti: vita psichica, vita vegetativa inconscia e vita tonico – motoria, sia cosciente che riflessa.” (S. Guerra Lisi e G. Stefani)

Inoltre, rispetto alle pratiche ginniche e sportive, accanto ad una ben più rilevante attenzione dedicata agli aspetti anatomici e biomeccanici della pratica, nel Chi Kung / Kiko e nel Tai Chi Chuan  i sistemi coinvolti non sono esattamente gli stessi che vengono coinvolti nell’esercizio fisico e sportivo come generalmente inteso.
Per esempio, le nozioni di sovraccarico funzionale (l’affaticamento da ripetizione frequente e perdurante di gesti tecnici specifici di un’attività) e di soglia aerobica (quel punto di demarcazione fra esercizio moderato ed intenso oltre il quale la produzione di anidride carbonica, la ventilazione –gli atti respiratori al minuto- ed il livello di acido lattico prodotto crescono rapidamente) non entrano nel linguaggio, nella pratica Tai Chi Chuan: Questa, infatti, tende a rallentare il metabolismo energetico piuttosto che sollecitarlo !!

Nonostante questo apparente paradosso, ormai numerose ricerche mediche di tutto il mondo hanno dimostrato che la pratica Tai Chi Chuan
Influisce notevolmente sull’allineamento posturale
e sulle prestazioni fisiche del praticante
oltreché intervenire positivamente in diverse situazioni di non salute fino addirittura alle patologie, per esempio:
- Miglioramento della stabilità posturale, delle percezioni sensoriali-propriocettive, dell’andatura, aumento della sicurezza e la conseguente uscita dalla “sindrome post caduta” o paura della caduta. (Ospedale Sacco di Milano, studio condotto sotto la supervisione di Silvano Busin, direttore dell’Unità Operativa di Riabilitazione Specialistica assieme all’équipe dei medici e fisioterapisti)
- Riduzione di depressione e diabete mellito. (University of Queensland di Brisbane St Lucia, in Australia)
- Aumento della densità ossea (Indagine, pubblicata sull’American Journal of Health Promotion, che ha raccolto tutti gli studi condotti dal 1993 al 2007)

Da cosa dipendono queste differenze?”, si chiede Francesco Vignotto, insegante di Yoga. Ed aggiunge “È possibile, nel caso degli asana, parlare di energia esclusivamente come biochimica (ATP) o dovremmo ricorrere al concetto di energia come… prana? Ammettendo quest’ultima ipotesi, come evitare la vaghezza olistica e l’autosuggestione da un lato, e le alzate di spalle degli scettici dall’altro?
Perché praticando Chi Kung / Kiko e Tai Chi Chuan  si impara a servirsi sempre meno della forza fisica superficiale e sempre più di qualcos’altro?
Non è che questo “qualcos’altro” sia la fonte stessa che, attraverso diversi passaggi, influenzerà poi la forza fisica superficiale dandole il posto che le spetta?

Da anni scrivo e pratico
di muscolatura profonda, di lavoro articolare, di tessuto connettivo,
di disposizione interiore diretta ai fattori del movimento quali peso, spazio, tempo e flusso.

Figura 2
Rudolf Laban (danzatore, coreografo e uno dei più innovativi studiosi del movimento) scriveva che una spiegazione puramente meccanica del movimento non era sufficiente e aggiungeva che ogni individuo potrebbe scegliere il proprio atteggiamento verso i fattori di movimento ma, sovente,  non è in grado di farlo consciamente, volontariamente.
Praticare Chi Kung / Kiko e Tai Chi Chuan, praticarli bene, lavorando sul bilanciamento del corpo che inizia dai piedi, lungo un allineamento posturale che implichi che i tre pesi principali (cranio, torace e bacino) si organizzino lungo una linea retta verticale; liberare i riflessi, ovvero i semplici schemi di movimento collegati alla forza di gravità, all’equilibrio e all’aggressione dello spazio; assecondare le forze accidentali di peso, spazio e tempo, ovvero il flusso del movimento avendone una precisa sensibilità corporea; ecco le basi di Chi Kung / Kiko e Tai Chi Chuan, ecco le basi per una
salute, efficacia ed efficienza davvero complete.

Questo, mentre i “mercanti del tempio” vendono pratiche ginniche, sportive o marziali ai “polli da spennare” infischiandosene bellamente di chi hanno davanti, individuo fisicoemotivo, delle sue ansie e delle sue paure, della sua strafottenza e della sua superbia, del suo stare in piedi pencolante, del suo respirare asfittico, della sua rigidità intercostale, dei suoi ileopsoas sacrificati per potenziare e sfoggiare muscoli addominali ipertrofici, delle sue curvature spinali disarmoniche.


Figura 1 - Gambe da ciclista: Nel tentativo di rafforzare le cosce, l’atleta ha ipersviluppato gli abduttori, in particolare il tensore della fascia lata, accorciandolo. Il tratto, che attraversa l’articolazione del ginocchio e dell’anca, riducendosi costringe le superfici ossee dell’articolazione ad avvicinarsi, schiacciando gli elementi cartilaginei ( menischi mediale e laterale).  Un eventuale ulteriore accorciamento comporta anche uno spostamento rotatorio con probabile tensione agli adduttori e ai rotatori, compromettendo  l’equilibrio pelvico. “Se il movimento della rotula è alterato viene generata una zona di compressione maggiore, lo squilibrio biomeccanico con il tempo causa infiammazione, dolore, usura della cartilagine” (in Bikeitalia.it)

Figura 2 - Schiena da ginnasta: La profonda incassatura dimostra l’incapacità dei flessori ventrali e degli estensori dorsali di lavorare in sinergia, non tenendo separati i tessuti lassi esterni: dolori vertebrali e lombalgie acute in arrivo!! “Le praticanti di questa disciplina presentano una maggiore incidenza di disturbi muscolo-scheletrici a carico del rachide rispetto alla restante popolazione di uguale sesso ed età” (Andrea Fusco e Giulia Angelino in “Sport & Medicina” a.2015). “Dall’osservazione posturale risulta evidente un’iperlordosi lombare ed una meccanica respiratoria alterata, tanto che quando Vanessa (ex praticante di ginnastica artistica) inspira, la curva lombare si accentua” (Dolore Lombare: LA GINNASTICA ARTISTICA E…”IL SEDERE IN FUORI” in Posturalmed)

Figura 3
Figure 3 / 3 A -L’appoggio del piede: Il bilanciamento del corpo si avvia dai piedi quindi, soprattutto in individui con un allineamento deficitario, è dai piedi che va iniziato il trattamento: il peso distribuito principalmente tra arco traverso e arco mediale, in quanto l’arco laterale non è deputo a sopportare il peso ma  a sollevare e bilanciare. Ditelo all’ignaro jogger qui impegnato ai  giardini Candia. Ah, ma lui ha scarpe apposite la cui suola sostiene l’arco laterale. Come a dire che, avendo la ruota delle bici con un foro, uno né la rattoppa né la cambia ma, ogni volta che si sgonfia, scende di sella,  la rigonfia e riparte in attesa della prossima inevitabile sosta e di quelle successive; come a dire che, avendo un buco nella fodera delle tasche della giacca, uno mica la rattoppa o cambia la fodera, piuttosto ci infila la mano a sostenere gli oggetti infilati perché non fuoriescano. Peccato che bici e giacca uno li possa smettere e riprendere quando vuole, il corpo, i piedi, no!!!!!!!!!!!


Figura 3 A






venerdì 8 marzo 2019

Il mio Tai Chi Chuan oggi




Guerrieri che si scontrano, figure antiche, arcaiche.
Un brivido fatto di muscoli e sudore e respiro intenso.
È una ruota che gira, continua a girare.
Riaffiora il mio dolore e quella rabbia che, dall’adolescenza, non mi ha più lasciato.
Inutile parlarne, lo so di non essere innocente.

E, appunto, la ruota gira e continua a girare.
Lasciandomi andare, i piedi nei morbidi tappeti, le figure di divinità asiatiche a campeggiare ovunque, un senso di profonda accettazione del mondo e delle cose.
Come se davvero fossi un praticante di pace e davvero potessi affrontare quello che vedo e provo raccogliendo manciate di serenità.

E’ questo il mio praticare Tai Chi Chuan ora.

Una ruota che gira, tra il locale minuto che è “Eventi Segreti” e l’aria aperta dei giardini delle Besana, e la misteriosa sala buddista che il Tibet ha portato fin qui.
Tra Ting Jin, l’abilità di percepire l’altro al contatto, e lo schiudersi del “Sorriso Interiore”, tra la costruzione di una postura e di un portamento equilibrati e funzionali e l’immersione nell’alchimia taoista.
Un po’ come se le sabbie del tempo si fossero smosse in un’unica direzione, tanto aperta sull’orizzonte quanto in grado di condurmi saldamente per mano.

Ora, ancor più di prima, lontano, persino avverso, alla dromocrazia, quel potere folle ed insensato della rapidità, che ovunque sta uccidendo ogni attimo goduto, ogni pausa, ogni vuoto fertile, che ci priva del godere dello straordinario nell’ordinario.

Faccio danzare l’anatomia, la fisiologia di me corpo, me fisicoemotivo; “leib”, quella precisa parola tedesca che indica il corpo vivente di contro al corpo meccanico, estraneo, al “corp”.

A volte la ruota mi porta a sentire “Qua”, il bacino, e a lavorare sul corpo e sui fattori di movimento quali peso, spazio e tempo. Altre, mi fa attingere  alle forze vitali interiori e alla loro capacità curativa.
Una ruota che, immobile, gira tra pratiche corporee definibili e definite aperte, forse, un domani, al possibile uso del Chi, e pratiche che nel Chi e nella cosmogonia taoista subito si tuffano a piene mani.

Ogni momento di pratica, tra il locale minuto che è “Eventi Segreti” e l’aria aperta dei giardini delle Besana, e la misteriosa sala buddista che il Tibet ha portato fin qui, che sia la sera o il mattino, sta a celebrare il mio modesto essere nella vita, sta a celebrare il mio potente essere nella vita.
Che sia l’uno o che sia l’altro, entrambi così profondi e puliti, danzo la mia personale vitalità della vita, danzo quello che è Il mio Tai Chi Chuan oggi








lunedì 18 febbraio 2019

Green book




Dopo una serata “in solitario” a Teatro, dove ho ammirato Play, il vivace spettacolo di danza ed acrobazie dei Kataklò (1), eccomi con Monica al cinema per il tanto pubblicizzato
Green book

La pellicola  prende il suo titolo dalla guida automobilistica, chiamata appunto Green Book, dove erano elencati gli alberghi e i ristoranti nei quali potevano avere accesso le persone di colore.
Siamo negli anni ’60 U.S.A., gli anni della segregazione razziale e dei primi tentativi di uscirne.
E’ un film ispirato ad una storia vera, ben equilibrato, con un’ottima regia e degli attori all’altezza, il che permette una ricostruzione fedele e accurata del contesto sociale di quegli anni.
Un film sempre in equilibrio tra humour e pathos, godibile dal primo all’ultimo minuto.

La trama, sostanzialmente, è un processo di avvicinamento e riconoscimento reciproco tra due uomini / due mondi assai diversi tra di loro, dove i protagonisti, poco a poco, mettono in discussione i pregiudizi su cui avevano basato la visione di se stessi e del mondo, giungendo, nell’immancabile happy end finale, ad una superiore consapevolezza.

Quella di Green Book non è una favola in quanto si tratta di eventi veri, ma, durante la visione della pellicola, si percepisce una specie di magia che la attraversa, un sentore di buoni sentimenti che inevitabilmente trionferanno.
Un buonissimo sapore che funge da artefice magico, demiurgo creatore capace di epifania, visione, illusione.

Se, senza dubbio, questa visione ottimistica, cosi ben descritta nel film, è quella che in questo momento è cruciale per costruire un mondo migliore per tutti, per affrontare le barriere di separazione ed odio che, anche nella nostra Italia, contribuiscono a creare quel clima violento ed ottuso simile a quello che fa da sfondo al film, non posso non pensare che, tolto il godimento per la bella pellicola e il mio personale auspicio perché tutto, anche da noi, si risolva in un disneyano happy end, la questione reale, quella cruda e veritiera, sia ben più complessa ed aspra.

D’altronde Green book non credo avesse altri proponimenti che quelli di un buon intrattenimento, con una morale tipicamente hollywodiana o, per dirla con la nostra cultura, alla  volemose bene”.
Sono convinto che solo sperimentando e costruendo una visione d’insieme, potremo tarare il nostro modo di pensare in un mondo ogni giorno sempre più globalizzato e interdipendente, dove il nostro personale stare bene riesca, in qualche modo, a sopravvivere dentro scelte prese lontano da noi e sopra di noi.
Ma questo sarà possibile solo tenendosi lontani da quella retorica umanitaria che è una sorta di catechismo morale, una vera e propria ideologia del “bene” che va invece rimessa in discussione in ogni campo.

Personalmente, come scrive anche Eduardo Zarelli, mi pongo ben equidistante da quella sinistra che, perdendo la ragione sociale per identificarsi nei diritti delle minoranze, eleva lo sradicamento universale individualistico a condizione moderna del liberalismo, come da quella destra che, identificandosi nello strapotere del mercato, porta con sé “l’esercito di riserva del capitale (cit. Karl Marx)  e la delocalizzazione dello sfruttamento del lavoro. Entrambe ci allontanano dal tentativo di risolvere i conflitti nell’effettivo rispetto della dignità della persona e delle collettività, accettando anche là dove il conflitto sia insanabile.
«L’umanità diventa più vicina e unita, mentre le differenze nelle condizioni delle diverse società si allargano. In queste circostanze, la prossimità, invece di promuovere l’unità, origina tensioni, mosse da un nuovo contesto di congestione globale»  scriveva Zbigniew Brzezinski,  politologo USA.

Ma, in effetti, questo, al regista Peter Farrelly e a chi lo ha prodotto, non credo interessasse più di tanto: hanno fatto un bel film, che ha incassato soldi e premi.
Ben fatto!!

1. Anche in questa occasione ho sperimentato, da semplice spettatore, diversi approcci corporei allo spettacolo. In particolare, ho lavorato sulla respirazione traendone sensazioni interessanti e mutevoli proprio in ragione del come andavo a respirare.
Ammetto di non comprendere come, dopo quanto ho scritto nel mio post su Bansky, in particolare la “Parte 2”, nessuno si sia fatto avanti per un chiarimento, un confronto. Eppure ognuno di noi è corpo 24 ore al giorno, sempre!! Eppure sentirsi consapevolmente corpo, sé fisicoemotivo, è un tratto distintivo mio e della Scuola che ho fondato. Eppure questo approccio a 360 gradi è totalmente innovativo e condiviso da una sparuta minoranza di ricercatori a fronte dell’ignoranza dilagante. Nessuna curiosità in materia? Boh?!

mercoledì 13 febbraio 2019

Costruirsi corpo




La mia mente nel profondo si sta svegliando, abbandonando ogni vuoto, e ogni passo, ogni spostamento, muove un terreno che parla.
Dal buio totale, dal silenzio rumoroso di un pensiero che si fa libero, mi accorgo di precipitare tra le pagine bianche di una scrittura incerta prima, poi fluida e potente.   

E’ la mia storia ora che vado a raccontare.
Per farlo mi affido ad un corpo, un sé fisicoemotivo, che va a costruirsi.

Sentire il proprio peso, sentirsi stabili.
Lasciarsi andare, sprofondare, affidandosi ad un valido sostegno: il pavimento, che è elemento Terra.
Solo così potrai stare in piedi, spostare il peso da una gamba all’altra, investire di te lo spazio: il peso del corpo obbedisce alla legge di gravità, sempre.
Allora lascia ogni tensione e lasciati andare. Ne sei capace?

Aprirsi.
Aprirsi nelle fasce elastiche e tra le articolazioni, aprirsi nel respirare e nelle pause tra una inspirazione ed una espirazione, aprirsi nell’ascolto delle emozioni, delle “resistenze” che ti incollano al passato, ai gesti ripetuti, al “copione” introitato, come nell’ascolto  delle aspirazioni al nuovo, alla curiosità dello straordinario che, piano piano, si disvela nell’ordinario.

Cogliere che il flusso del movimento è influenzato
dalla successione in cui le parti del corpo si mettono in moto.
Allora riconoscere le diverse componenti di sé e definirle così che ogni parte, ogni componente, abbia una funzione e si colleghi alle altre formando armoniosamente un tutto che, come sappiamo, è ben altro e oltre la somma delle singole parti. Un tutto in cui, per esempio, “colpire” sia energico e rapido, mentre “spingere” sia contenuto e sia possibile fermarlo in qualsiasi momento.

Ecco come sia importante avere un centro.
Un centro di forze e sforzi che sia anche centro di sapiente attesa. E’ dal centro, dal ventre, che si irradiano tutti i movimenti, attraverso un tronco in continuo mutamento tra estensione, contrazione, flessione, slancio.
Lì, nel centro, non stagna alcuna imposizione, vi è la totale libertà di prendere qualsivoglia direzione; lì, nel centro, che è ikigai kan, ovvero “sentire la spinta vitale”, l’esuberante vitalità e l’erotismo come amore, adesione al vivere. Ed è lì, nel centro, che interagiscono, a saperli cogliere, il fuori ed il dentro con la trasformazione del mondo esterno per essere interiorizzato, per così dire assimilato tanto dal cibo come dall’ossigeno, dalle emos – azioni come da ogni incontro: per questo è luogo reale, non solo simbolico, di filtraggio e mediazione, di opposizione o accettazione. Per questo non lotti con le braccia ma affidandoti al ventre!!

Questo è solo l’inizio per costruirsi corpo consapevole; altri temi, altri terreni saranno da affrontare perché il viaggio sia davvero pieno, tra l’identificazione dei pieni e dei vuoti, del volume; la scansione di pause e ritmi; la capacità di immergersi nella reverie, laddove tu sia l’agire e l’immagine di questo agire, ed altro ancora.

Tra cui, fondamentale, l’incontro con l’altro, le sue percezioni ed il suo agire, in una relazione la cui conflittualità sia un dono verso la consapevolezza, verso il “Conosci te stesso”:
Senza l’altro, solo vacui soliloqui in cui illudersi di sapere e capire, illudersi di essere.
Senza il rispetto verso l’altro, senza la comprensione dell’altro, senza  itadakimasu, che è “ricevere”, accogliere l’atro, solo prevaricazione, solo sordido sfogatoio per giochi di mano tra repressi.

Per questo l’importanza del confronto come proposto qui allo Spirito Ribelle ZNKR, della pratica marziale tra Tai Chi Chuan, Wing Chun e il fenomenale Kenpo Taiki Ken.
E mente pratico, a volte nella sala semibuia altre tra i giardini di una Milano frenetica che solo li lambisce, a volte tra gli odori di casa altre perso in una natura ancora selvatica, chiudo gli occhi, mi ritraggo dentro di me per meglio ascoltare quel che pulsa fuori di me.
I contorni prendono una forma mai fissa, dentro di me qualcosa si è svuotato, qualcosa si è riempito, in un gioco tra honne, i “sentimenti autentici” e tatemael’apparenza”, un gioco impossibile da vedere con gli occhi ma lucido, chiaro, nitido, danzando la danza del guerriero Taiki Ken.  











sabato 2 febbraio 2019

Bansky a Milano






Usciamo dal Mudec, alle spalle la mostra dedicata a Bansky,

A visual protest. The art of Bansky

il misterioso graffitaro britannico, ormai di fama internazionale.

Parte 1

Le domande di Monica, preziosa compagna di viaggio, si susseguono rapide.
Così, alla rinfusa, ecco quel che le rispondo:

- Tutto questo suo lavoro contro la violenza, contro la guerra, è, dal lato epistemologico (1), strutturalmente, vano perché, come già scrissi nel commentare “Gli Uccelli” di Aristofane, la violenza, che è espressione del confliggere, è parte ineliminabile del tutto: nulla esiste senza maschile / femminile, nulla esiste senza una componente conflittuale. Lode a lui che si batte per una parte, ma non cadiamo nell’errore di credere in un mondo, in una società priva di violenza e conflitti. Poi, certamente, si tratta di dosare le parti la cui somma dà sempre un tutto diverso dalle parti stesse. L’esempio del cappuccino calza a pennello (2).

- Il suo stile è ormai non più sorprendente: crea un’immagine e, dentro l’immagine stessa o nello sfondo, inserisce un elemento dissonante, a volte critico a volte disturbante a volte semplicemente carico di “nonsense”.
Molto provocatorio e molto bravo lui nelle sue intense realizzazioni ma, prima di lui ci furono altri, per esempio un tal René Magritte (1898 – 1967), che “voleva  che i suoi quadri provocassero nell’osservatore una frattura rispetto all’insieme delle nostre abitudini mentali per portarlo ad interrogarsi sulla natura della realtà che lo circonda senza affidarsi agli automatismi dati dall’esperienza” (G. Favero in  “La chiave di Sophia” n.5 anno III).

- Tenerezza mi ha suscito la citazione di Majakowsky per un’arte libera che pervada, che sia apposta, su strade, palazzi …. e … vestiti. Ma guarda un po’ quante migliaia e milioni di persone girano indossando maglie e cappotti e pantaloni su cui campeggia vistosamente e sfacciatamente “l’arte” di un logo, di un brand!!!!!!!!!!!! Povero il rivoluzionario Majakowsky, quante volte si sarà già rivoltato nella tomba nel vedere come la forza subdola del capitalismo abbia impoverito le menti del gregge belante, nel vedere il suo inno alla libertà, le sue invettive antiautoritarie, stravolti ed utilizzati da quegli stessi potenti che lui combatteva con milioni di gonzi felici, addirittura orgogliosi, di indossare appositamente quei capi d’abbigliamento in cui la firma, il brand, sia immediatamente e platealmente visibile.

- Infine, che senso ha avuto spendere soldi e recarmi in un museo a vedere le opere di un artista che boccia implacabilmente ogni raccolta di opere, ogni luogo deputato a mostrarle, che si considera un integerrimo detrattore della mercificazione dell’arte e del collezionismo, che rifiuta ogni esposizione museale?
Non è che, recandomi al Mudec a vedere una raccolta di suoi lavori, sia stato come dare del “pirla” a lui e, ohibò, pure a me?

Parte 2

Per altro, la visita al Mudec 
è stata l’occasione per sperimentare
un modo di relazionarmi alle opere artistiche
affidandomi consapevolmente al mio essere corpo, 
alla mia corporeità.

Mi sembrava davvero giunto il momento per me, che sono un convinto sostenitore dell’uomo come individuo fisicoemotivo, del corpo come “matrice di segni”, io che lavoro sull’osservazione dei comportamenti psicosensomotori e sulla lettura delle ‘tracce espressive’, di
affacciarmi su delle opere d’arte  attraverso me corpo.

Sono stati semplici gesti, primi approcci di una pratica che avrò da sperimentare più e più volte e che, ne sono sicuro, sarà sempre in grado di sorprendermi nel suo evolversi con me, con me individuo necessariamente in sintonia e sinfonia con gli altri esseri viventi e con lo scorrere del tempo che influisce su cosa e come io sia.
Un ponte, una relazione tra essere, osservare, stare nel corpo in cui l’avvicinarsi ad un’opera d’are sia anche un affondare nei meandri della mia corporeità.
Una Sinestesia (3), che è capacità innata, involontaria e inestinguibile in tutti gli esseri umani, di vivere simultaneamente diverse sensazioni alla stimolazione di una qualunque di esse, quanto anche dispositivo psicofisiologico con cui una qualsiasi rappresentazione sensoriale può collegarsi a una data emozione attraverso altre rappresentazioni sensoriali.

Allora una volta provo, tento, piccoli gesti, piccole intenzionali differenze posturali, tra mani rilasciate e aperte con i palmi rivolti in basso oppure braccia conserte davanti a sé; peso ad affondare nel terreno quanto, invece, l’oscillare avanti ed indietro.
Un’altra lascio che sia quanto vedo consapevolmente con gli occhi ad influenzare il mio tono muscolare, il ritmo del mio respirare.

Scopro e riscopro come la struttura delle tensioni muscolari condizioni i movimenti, il portamento e i tratti momentanei del mio umore; faccio della postura un indizio di un certo stato emotonico.
Insomma, ho provato, in un rapporto sano che come tale è sempre di influenza reciproca la cui quantità / qualità sempre varia, ad accostarmi alle opere di Bansky fondando tale approccio sul mio bagaglio di esperienza e pratica corporea, quella che, in vario modo, mi fa operare nella veste di Body Counselor (4) e praticante docente - facilitatore di pratiche del combattimento, di Arti Marziali.
Inevitabile per chi, come me, sia convinto
dell’importanza della consapevolezza nella propria fisicità in ogni momento,
in ogni gesto ed incontro della vita quotidiana;
che di questa consapevolezza faccia un percorso
di individuazione, crescita e trasformazione.
Per sapere sempre meglio di me e di come io stia al mondo assumendomene la responsabilità, individuo adulto autodiretto ed aperto, non servo, ai Misteri.


1. Epistemologia: “Il termine, coniato dal filosofo scozzese J.F. Ferrier, designa quella parte della gnoseologia che studia i fondamenti, la validità, i limiti della conoscenza scientifica ( episteme). Nei paesi anglosassoni il termine è prevalentemente usato per indicare la teoria della conoscenza o gnoseologia.”

2. Cappuccino: Latte e caffè danno origine al cappuccino. Una volta tale, è impossibile separarli di nuovo. Il diverso dosaggio dell’uno e dell’altro, invece, cambia il sapore del cappuccino stesso.

3. Sinestesia: “In medicina e psicologia, fenomeno per cui alla stimolazione di un senso corrisponde la percezione da parte di più sensi distinti; figura retorica che consiste nell'associazione di parole relative a sfere sensoriali diverse” (in https://unaparolaalgiorno.it/)

4. Body counselor: Il counselor, professione diffusa nel mondo anglosassone e solo da una dozzina d’anni operante anche in Italia, è un esperto di comunicazione e relazione in grado di facilitare un percorso di autoconsapevolezza nel cliente, affinché trovi dentro di sé le risorse per aiutarsi affrontando momenti di crisi e difficoltà sia personale che relazionale, quanto problemi specifici (claustrofobia, tabagismo, aerofobia ecc.). Il “body counselor”, nella relazione col cliente, si avvale principalmente di un accesso corporeo che fa uso del contatto fisico, della respirazione, del rilassamento / rilasciamento muscolare, di pratiche vivificanti.


Mudec, Milano
21.11.2018   14.04.2019







venerdì 25 gennaio 2019

Gli uccelli




Serata d’inverno, uno spuntino succulento ed eccoci, io e Lupo, comodamente seduti al Teatro Menotti.
Ah, grazie Monica per averci suggerito questa opportunità!!
Infatti, con Lupo condivido la passione per il teatro, questa forma d’arte che resiste nei secoli, nei millenni, ai cambiamenti, alle innovazioni tecnologiche e che tiene splendidamente testa a tutte le nuove forme di spettacolo che le innovazioni tecnologiche hanno suscitato.

Quale miglior omaggio alla tradizione del teatro che assistere a

Gli uccelli

di Aristofane

Opera datata quattro secoli prima di Cristo ma che non perde, e sono trascorsi quasi duemilacinquecento anni, alcunché della sua lucida utopia e della sua capacità di divertire.
La trama è semplice. Evelpide (“lo speranzoso”) e Pistetero (“colui che persuade”), due cittadini ateniesi sfiniti dalle costrizioni della vita cittadina, si incamminano alla ricerca di un luogo dove la vita sia semplice e priva delle ingiustizie e delle storture di cui soffre Atene.
Una serie di avvenimenti li porta nel mondo degli uccelli e con loro fondano tra le nuvole una città libera e indipendente. Accolti da Upupa, il mitico Tereo, che per i suoi crimini era stato tramutato dagli dei in uccello, si accordano con lui e fondano Nubicuculia, convincendo tutte le razze di uccelli ad inseguire il sogno di un mondo per l'uguaglianza, senza leggi e senza denaro, contro l'avidità e la corruzione degli uomini e degli dei.
Non vi dico oltre.

La commedia tocca diversi temi, sempre attuali, ponendo domande a cui ogni spettatore darà la sua risposta, semplicemente in veste intellettuale o tenendo anche conto della propria esperienza personale.
L’utopia  di un mondo diverso, migliore, è un mare da solcare a cielo aperto lasciandolo però al sogno perché irrealizzabile? Irrealizzabile in quanto la storia ci insegna  che non c’è luogo in cui l’uomo, anche quando abbia trovato la  pace, rinunci alla sua sete di potere e prevaricazione?
O irrealizzabile perché “polemòs pater omnia” (il conflitto è padre di tutte le cose), dunque una società, una convivenza priva del confliggere, nascerebbe già malata, perversa e illusoria?
Ogni processo di elevazione già contiene in sé il ricadere in un mondo di pratica corrotta?
E questo vale tanto per l’individuo singolo come per la collettività?
Tornano antichi quesiti.
Per tranciare con l’accetta ciò che, in realtà, vorrebbe un’indagine più oculata:
Si nasce o si diventa?
Individuo o relazione? Dunque Parmenide o Eraclito? Condillac o Rousseau? Hegel o Schopenhauer?
Coscienza o incoscienza? La filosofia medioevale, W. Wundt, il pensiero cognitivo o J. Le Doux, O. Sacks, A. Damasio?
Passione o ragione? I sofisti o Platone? 
E se ponessimo la congiunzione coordinativa “e” in luogo della disgiuntiva “o”?
Operazione teorica, mi pare, perfetta, poi… sta al praticare (come sempre) la parte più ostica, sta al costruire, che è insieme distruggere, l’arduo compito di smentire l’ipotesi che ogni ricordo evocato violi le proprie origini.

Commedia dall’ampio spettro politico, per la stessa ragione tocca le corde più profonde dell’animo umano. Essa mi ha portato, ancora una volta, a interrogarmi su quel senso taoista che mi guida nelle scelte, sulla mia capacità di inserirvi i tratti dominanti di quella che viene chiamata “causalità circolare”: dove l’accettazione e comprensione del tutto non eviti di intervenire, di prendere posizione, per dare un indirizzo al volgersi delle cose.

Se, a prima vista, potrebbe suonare amara l’ultima battuta di Evelpide, mentre il compagno, tiranno e sposo di Basileia, la personificazione divina della sovranità, sta sul trono osannato da folle di uccelli: “Pistetero, torniamo a casa” , ci possiamo però trovare lo spiraglio per un tornare sui nostri passi come invito alla moderazione; di più, come invito a non evadere ma a sporcarci le mani nel “qui ed ora”, a guardare verso un’utopia come sogno di ardua realizzazione e non come sogno utopistico, ovvero irrealizzabile.

Certo, resta terrificante l’immagine di questa folla plaudente, di questi uccelli, non più liberi, ora chini sotto le brame e le storture del potere.
Ancora una volta lo spettro delle masse ignoranti e manovrabili, dell’elite come casta, della storia come luogo di potere per pochi in cui le masse fanno da sfondo o, peggio, da becero sostegno.

Spettacolo bellissimo, divertente ma…dalle domande insidiose a cui, io credo, nessun adulto sano ed autodiretto, nessun “guerriero” dovrebbe sottrarsi. Anche non conoscendo le risposte.

Al Teatro Menotti
Milano
Dal 17 Gennaio al 3 Febbraio