giovedì 28 maggio 2020
martedì 19 maggio 2020
Un incontro straordinario

Affondare nel terreno, accelerare il moto ascendente tramite
un’energia spiraliforme che non trovi freni o intoppi o sacche di resistenza
grazie ad un corpo flessibile. Flessibile dentro e fuori. Libero e “vuoto”.(2)
Per
questo è importante lavorare Fushime Taiso, laddove la mappa
neurologica primordiale, alle radici, la possiamo esplorare compiutamente.
Laddove, in caso di mancanze, di strappi o immaturità nel percorso di crescita
ontogenetico (la maturazione infantile) in cui si riflette quello filogenetico
(della specie) riscontriamo, una volta
adulti, deficit di movimento sino ad una asfissia nella percezione
sensoriale.
Dalla posizione fetale alla “stella marina”, movimento
abbozzato che l’ombelico indirizza alle parti connesse, ai quattro arti, passiamo
ai movimenti spinali testa - coda (pesci), poi a quelli omologhi, in cui gli
arti agiscono simultanei e simmetrici (anfibi).
Quando l’essere, l’animale, esce definitivamente
dall’acqua, ecco i movimenti omolaterali, asimmetrici sullo stesso versante di
un arto superiore ed uno inferiore (rettili), a seguire i controlaterali, l’arto
anteriore di destra si muove in avanti insieme al posteriore di sinistra e
viceversa (felini), fino alla salita alla stazione eretta (bipede) e … ritorno.
Da bipede ecco, appunto, l’importanza di scaricare il
peso a terra per poi esprimersi nello spazio, recuperando un pieno uso del
bacino / femori e della colonna vertebrale in cui, nei millenni, il mancato uso
degli arti superiori (anteriori) per la deambulazione, la parte “alta” si è
impigrita fino a concedere poco o nulla alla qualità del movimento.
Simbolicamente,
dalla Terra verso il Cielo.
Dall’accoglienza del femminile all’avventura di scoperta
tipica del maschile. Sorta di separazione, di rescissione traumatica, violenta,
dal cordone ombelicale, dal maternage
come condizione necessaria per divenire maschio adulto. Certo, poi, ogni volta,
torniamo alla terra, al femminile, per poi riprendere il viaggio in una sequenza
senza fine.
Eppure,
in questa affascinante sequenza così come l’ho descritta, sequenza di
straordinaria efficacia motoria e pure marziale, di combattimento,
manca
ancora qualcosa.
Manca,
meglio, ora scopro un ancor più
raffinato andamento corporeo che si traduce in azione e gesti ancor più fluidi,
ancor più rapidi; scopro un nuovo,
un diverso rapporto con la Terra, con il femminile, con la Madre.
Non una separazione netta, agita come strappo. Piuttosto
un’accoglienza che mentre mi accoglie, accoglie il mio pesare ed io mi lascio
accogliere, al contempo mi permette di allontanarmi, di esplorare nuovi spazi,
di scoprire l’avventura del maschile senza
lo sforzo, che è traumatico, del distacco.
E’ un incontro foriero di esplorazioni che nascono
spontanee, senza traumi, senza sforzi e danzando l’armonia dell’ambiente.
Scopro,
nell’azione corporea (3), che, dal
semplice e primordiale movimento di irradiamento ombelicale fino al balzo
sull’avversario, posso ora agire ancor più fluido, ancor più rapido.
Scopro, nell’elaborazione
psicologica, che il distacco dal materno può essere una potente delizia, un
delicato e audace slancio nel maschile, nel paterno.
Scopro che la
separazione, ogni separazione, non necessariamente, anzi, deve essere
trancio doloroso.
Scopro
che faccio meno fatica ed ottengo di più.
Che è
il succo, il cuore, di ogni pratica motoria, corporea, dunque anche sportiva se
l’intellighenzia sportiva fosse realmente tale e non un mondo chiuso nella sua
ignoranza! (4)
Che è il succo di ogni pratica marziale, combattente,
lottatoria, laddove la rapidità del successo sull’avversario col minor
dispendio di energie stabilisce chi vive e chi muore.
Che è il succo di ogni pratica terapeutica, di ricerca
del benessere e del bellessere.
“Per quanto tu sia bravo,
puoi sempre migliorare,
ed è questa la parte
emozionante”
(Tiger Woods)
(Tiger Woods)
Un
sentito grazie ad Eleonora che, prendendomi per mano, mi ha permesso questa
scoperta.
1. Pratica sensazionale di efficacia ed efficienza ben più
progredita di chi ancora pratica privilegiando gli arti al lavoro del corpo
tutto, ma pure di chi ancora pratica affidandosi al ruotare dei fianchi o alla
contrazione / decontrazione muscolare delle gambe.
2. “Possiamo allora
dire che lo spazio incorporato, vale a dire tutti i volumi che percepiamo al
nostro interno, si espande leggermente tutt’intorno a noi, nello spazio
peripersonale (…) e che lo abitiamo e
lo utilizziamo molto meglio se affiniamo la consapevolezza della sua dinamicità”
(M. Della Pergola).
3. Non sono ancora in grado di spiegare compiutamente in
forma teorica questa evoluzione: dall’agire descritto nelle prime righe a
quanto vado scrivendo in quelle a seguire. So come fare, come proporlo ad
altri. So come trasformare in questa innovazione ogni esercizio, ogni gioco già
praticato: dai Fushime Taiso agli spostamenti, dalla forma Tai Chi Chuan ai
push hands, dai colpi di braccia e gambe alle proiezioni al suolo. Ma, al
momento, non ho ancora trovato come passare dalla pratica all’elaborazione
teorica scritta, o, quanto meno, ad una elaborazione tanto esaustiva quanto
sufficientemente sintetica da essere ospitata in un blog!!
4. Ancora largamente maggioritaria è la pletora di docenti,
allenatori e praticanti che sostiene il “Ho
le spalle contratte” invece di “ Io
sono spalle contratte”. Sorta di schizofrenia
che scinde Io e corpo, che guarda al corpo come corper, oggetto di scienza, oggetto posseduto, oggetto da misurare,
invece che leib: corpo del mondo
della vita, essere corpo.
Dal Platone (Atene 428-347 a. C.) del valore universale
delle idee, per cui diviene necessario negare corpo e sensazioni, alla nascita
del capitalismo con le teorie comportamentiste ( primi del ‘900) per cui, dato
l’inserimento sistematico delle macchine nel ciclo produttivo, era imperativo
sapere ciò di cui un individuo è capace attraverso osservazione e misurazione,
fino al dominio della tecnica dei giorni nostri (dove ogni essere umano è
trattato come se fosse soltanto una macchina, cioè un mezzo), ecco il percorso
dell’alienazione del corpo, ecco le palestre ed i corsi in cui il corpo è da
modificare, da modellare, in cui persino un’arte complessa, profonda e
pulsionale come il combattimento viene insegnata / praticata seguendo il foglio
simil IKEA per montare un mobile!!.
sabato 16 maggio 2020
Giri Haji. Dovere e Vergogna
Un
poliziesco anglonipponico, incentrato su un sicario della yakuza scappato dal
Giappone e sul fratello detective, piombato a Londra a cercarlo.
Una Londra fatta di meandri speso sordidi e sottobosco di
uomini e donne che faticano a trovare una propria dimensione autentica nella
sempre più caotica e malevola città.
Nella serie, agiscono personaggi tutti grande spessore,
nessuno secondario né alla trama avvincente degli accadimenti né allo scavo
psicologico delle loro debolezze umane. E non è facile trovare una serie in cui
tutti, ma proprio tutti, i partecipanti contribuiscano all’intensità dello
spettacolo.
Mi ci
sono accostato per semplice curiosità per poi imbattermi, oltreché in uno
spettacolo avvincente e godibilissimo, nel binomio che dà il titolo alla serie:
“Dovere/Vergogna”,
che sono i due elementi che qui tutti i personaggi hanno
in comune.
Ogni personaggio, infatti, è legato da un obbligo in cui
albergano le cicatrici di disonori passati.

Stesso è per la vergogna, correlata, nei primi, alla
percezione che si ha di se stessi. La vergogna si presenta come un senso sgradevole
di nudità, di trasparenza: si ha la sensazione di essere stati scoperti e di
conseguenza si vorrebbe diventare invisibili, sparendo per sempre dagli sguardi
altrui.
Nella cultura giapponese, vergogna (haji) più che imbarazzo è disonore.
Come scrisse Ruth Benedict, in “Il crisantemo e la
spada”, la cultura della vergogna sarebbe la pressione ad agire nello stesso
modo. Per il giapponese, lo stimolo di partenza proviene dall’esterno, sicché
l’autocontrollo o l’autocensura, contrariamente alla mentalità occidentale, si
attivano non per fedeltà a una propria morale interiorizzata, ma per evitare il
rimprovero esterno.
L’incontrarsi
e lo scontrarsi dei personaggi, a Londra come in Giappone, crea sotterranee e
malcelate commistioni tra queste due visioni che lacerano sia i singoli che le
relazioni tra gli stessi, il tutto mentre la vicenda procede tra sparatorie,
massacri, agguati e fughe vertiginose.
Allora
lo scorrere degli eventi, mentre mostra il limite di karoshi “la morte per
eccesso di lavoro”, ovvero la spinta all’onorare ad ogni costo impegni e
scadenze, mostra anche la decadenza mortifera insita nella
deresponsabilizzazione e nell’eccesso di godimento; di come tatemae / honne,
l’apparenza che fa da scudo alla sostanza, possa rivelarsi una trappola
soffocante tanto quanto l’occidentale mostrarsi e fare quel e come ci pare, in
nome di un liberismo avido ed egoista, sia traghetto verso disperazione e
dissoluzione.
Danziamo, puntata dopo puntata, tra il preconcetto nostro
di cercare sempre una causalità lineare e quello asiatico di cercare invece un
senso ad ogni esperienza.
Abitiamo la compostezza di kijo, il dolore riservato,
persino elegante, di contro alla sguaiata esposizione senza ritegno dei
sentimenti, ed intanto ci domandiamo se il primo non sia paura, fuga dall’ascolto
di sé ed il secondo una spiacevole ma necessaria catarsi.
La
serie non lascia certezze allo spettatore, o almeno questa è la mia
impressione. Questo perché la parabola di ognuno dei personaggi è narrazione in
divenire.
Se davvero la
realtà è mondo intenzionato, allora l’individuazione, il percorso di
ognuno, è a carico di ognuno di noi, in cui l’altro, l’ambiente, non può essere
né scusa né colpa per le nostre scelte. Che si venga da una formazione
tradizionale o da una che la tradizione ha dimenticato, ognuno ha da fare i
conti con i sensi di colpa e le ambizioni, i progetti, che lo abitano. Ognuno
ha il suo substrato inconscio, più o meno contaminato dal retaggio della storia
umana, da quello che è chiamato “inconscio collettivo”.
Dal
punto di vista occidentale, che per forza di cose; nascita, educazione,
relazioni ecc. è il mio, per così dire, “naturale”, viene da chiedersi, questo
sì abbracciando la concezione orientale, il senso di questa rapidità, che è
superficialità, della comunicazione, dell’avere tutto e subito, della frenesia
del consumare quand’anche senza usare, e che in fretta deragliano nel consumo
usurante di noi stessi.
Guardare
la e le storie qui raccontate è ripensare ai nostri atteggiamenti, al nostro
fare fisicoemotivo, significa comprendere il senso di ciò che sta accadendo
attorno a noi, che sia ancora latente o in bella mostra, ma che intuiamo essere
trasformazione in corso della collettività
verso un futuro ancora tutto da riempire ma dai contorni acidi e maligni.
Allora ognuno di noi è e sarà responsabile verso di sé come verso gli altri,
responsabilità che è rispetto e cura, pazienza e gentilezze, tanto quanto
fermezza e coraggio, audacia.
E’, per me, per le mie scelte, Spirito Ribelle, ovvero pratica di disubbidienza ed opposizione
all’abbruttimento ed al servilismo di un presente che vuole condurci verso un
prossimo futuro dominato in toto dalle leggi del profitto e della
mercificazione, dell’alienazione.
D’altronde “ Niente
se ne va prima di averci insegnato ciò che dobbiamo imparare” (Buddha)
Una
nota di merito alla musica. Non tanto per i gradevoli brani musicali, quanto
per le percussioni, i tamburi, che colpiscono e tracciano, improvvisi, lungo l’intero
arco della narrazione. Semplicemente sublimi.
Giri
Haji
su
Netflix
lunedì 27 aprile 2020
Praticare meravigliosamente

Praticare
appieno, meravigliosamente, è un mare di idee inaspettate e
indicazioni semplici ma profonde atte ad incrinare, fino a ribaltare, quelle
difese personali, quegli evitamenti personali, che ci impediscono di contattare
le nostre pulsioni profonde, di affrontare il processo di individuazione
necessario alla nostra autentica affermazione adulta ed autodiretta, a
conoscere e coltivare vitalità ed erotismo, l’intelligente curiosità di abbracciare
la vita.

Praticare
appieno, meravigliosamente, è un mare di idee inaspettate e
indicazioni semplici ma profonde atte ad incrinare, fino a ribaltare, ogni
delirio di onnipotenza, ogni pretesa di autocentrismo monadico, indicandoci che
nessuna vita umana può pretendere di costruirsi da sé necessitando invece della
relazione, del contatto, che è sempre fisicoemotivo, con l’altro.
Praticare
appieno, meravigliosamente, è un mare di idee inaspettate e
indicazioni semplici ma profonde atte ad incrinare, fino a ribaltare, la
pretesa di possedere la Verità assoluta, indicandoci, invece, che possiamo non
essere servi del “pensiero unico” e che, condividendo, dando la parola
all’altro, accettiamo di perderla per ritrovarla in un discorso comune,
collettivo.

Praticare
appieno, meravigliosamente è presenza come strategia di vita, è
appartenenza al mondo, è un corpo ben centrato che emoziona e così muove i
sensi, è vivere.
E’ Movimento Intuitivo
e Gestalt Process. E’ arte del confliggere, del benessere e bellessere.
“La direzione è molto più
importante della velocità.
Sono in tanti ad andare
velocemente da nessuna parte”
venerdì 24 aprile 2020
Il fascino discreto della borghesia
Eppure trovo in Lupo, dopo aver visto “in famiglia” il
recente, è del 2011, Midnight in Paris”,
di Woody Allen, un sostenitore nel
condividere la visione di una pellicola datata 1972 !!
Il
fascino discreto della borghesia
regia
di Luis Bunuel
Grazie al canale Youtube, ci assicuriamo quasi due ore di
gran spettacolo.
E’ per me fonte di gioia trovare in mio figlio sedicenne
un adolescente di tale spessore e curiosità intellettuale nient’affatto
superficiale.
Sì perché “Il
fascino discreto della borghesia” non è certo un film di facile
comprensione in cui, vuoi la tecnica cinematografica ampiamente datata, vuoi la
non - trama surreale, richiedono un’attenzione continua.
Il
fascino discreto della borghesia è centrato sulla storia di
sette personaggi: due coppie, un vescovo, un ambasciatore e la sorella minore
di una delle donne delle coppia, tutti di estrazione sociale alta.

La storia da subito si mescola, fino a nascondersi, con i
sogni di personaggi che occasionalmente entrano in scena o dei sette stessi.
La pellicola, in
sintonia con lo spirito antagonista del regista, è una feroce critica verso la
classe agiata che detiene il potere e, con essa, contro una morale
ipocritamente perbenista.
Tutta la trama segna il senso di decadenza mortifera che
anima quei personaggi: Il vescovo elimina il moribondo di cui è chiamato al
capezzale che gli confessa essere stato l’assassino dei genitori dello stesso
prelato, tre uomini del gruppo trafficano in droga, l’ambasciatore ha una
relazione con la moglie dell’amico il quale finge di non saperne nulla.
In questo quadro grottesco e squallido, si giocano i
sogni e gli incubi che costellano la pellicola.
La poetica del regista ruota attorno al tema del
desiderio, letto sotto due forme: l'ossessione per il potere e possesso e la
frustrazione del desiderio. Il tutto governato da un'impotenza di fondo che rimanda ad una matrice sessuale. Come a dire che
questi continui pranzi interrotti sono coiti interrotti, segnano un’impotenza
di fondo.
E sono proprio i
sogni, “sogni d’angoscia” secondo il
pensiero freudiano, a mostrarne l’essenza, ad essere l’asse portante del film.
Ne parlo, a fine proiezione, con Lupo.
Perché, oltre alla sensazione di scombussolamento,
persino turbamento, mai scevro di una pepata nota di sarcasmo ed ironia che
accompagna sempre la pellicola, credo importante confrontarmi su una
spiegazione che dia senso a quei sogni, a quegli incubi, dunque al film stesso
(2).
Così, forte della teoria freudiana che vuole il sogno
rivelatore di un desiderio inconscio il quale, a sua volta, ne nasconde uno
ancor più profondo, ancor più allontanato, estraniato dall’Io, (3) rivediamo insieme, uno dopo l’altro
i sogni, gli incubi che Bunuel ha messo in scena.
Qui mi piace evidenziare il sogno raccontato da un militare
a un gruppo di borghesi, i quali faticano a celare il loro fastidio davanti ad una manifestazione dell'inconscio da parte
di un estraneo. Come a dire il bon ton innanzi tutto. A quanti di noi è
capitato trovarci in uno e nell’altro di questi ruoli?
Infastiditi e ben poco coinvolti dalla cruda e sofferta
nudità esposta da altri quanto, a nostra volta, assolutamente non accolti o
addirittura sconfessati quando eravamo noi a cercare un ascolto empatico ai
nostri desideri, alle nostre paure inconfessate.
Il sogno del signor Sénéchal (splendidamente interpretato
da Jean-Pierre Cassel, padre dell’attore Vincent Cssel) è di trovarsi ,del
tutto inconsapevole, su di un palcoscenico davanti al pubblico, mentre i suoi
amici si allontanano turbati. Impietrito,
appare impotente: non sa come scappare anche
lui dal palcoscenico. La sua angoscia è indizio di profonda insicurezza, di
inadeguatezza, di incapacità nell’accettare quel che egli è vergognandosene.
Questo sogno di inadeguatezza, di vergogna dentro ed
oltre la “maschera”, il “ruolo”, ci dice qualcosa? “
Sconvolgente il sogno del commissario di polizia (il
"brigadiere insanguinato" che fa evadere i prigionieri) ovvero il
desiderio di malvagità e sadismo da parte di un'istituzione repressiva, in cui
viene messa in scena
una forma di impotenza.
Infatti il commissario di polizia non può essere sadico
come vorrebbe mentre è costretto, a sua volta, a subire il Ministro, il
superiore, che ne castra la volontà di potenza.
Ora non mi resta che contare sulla buona prima
impressione per condividere prossimamente con Lupo la visone di “La via lattea”, sempre di Bunel;
pellicola che io trovo affascinante e, a per mio, uno dei più bei film che abbia
mai visto.
1. L’OMS dichiara “Nelle RSA del mondo metà dei morti per
Covid – 19”, come a dire che una corretta gestione delle stesse avrebbe
dimezzato il numero totale dei decessi. Della restante metà, i medici sul campo
hanno dichiarato che la maggioranza è morta per/col Covid – 19 avendo, però,
pesanti ed invalidanti patologie pregresse. Insomma, questo Covid – 19,
pericoloso che certamente sia, non è il male assoluto, il feroce sterminatore
che Lor Signori ed i loro presunti
esperti al seguito ci hanno raccontato!!
2. Bunuel e gli altri componenti del movimento surrealista
come Dalì, Breton, Desnos, subirono l’influenza della psicoanalisi freudiana.
Bunel stesso ebbe contatti personali con Jacques Lacan, psicanalista di stampo
freudiano poi creatore di un suo proprio orientamento.
3. Una volta che il desiderio represso cerca di emergere in
sogno ma si scontra con quella parte della psiche che è il preconscio, la quale
lo costringe ai confini della coscienza, questo nascondimento provoca uno stato di angoscia.
domenica 19 aprile 2020
Le scorpacciate del cuore
“Chi è molto emotivo viene
spesso giudicato debole.
Ma è il contrario: provate
voi a sentire tutto
e a rimanere comunque in
piedi”
(M.
Conteddu)

Passando attraverso questa esperienza, cambia il
praticante, cambia il suo rapportarsi con le persone e l’ambiente che abita,
cambiano tante cose… tra queste c’è il rapporto con lo scibile, la cultura e
tutto quel che ambisce a dire quel
qualcosa di fondamentale che, invero, non si lascia dire.

Significa farlo attraverso l’esposizione corporea,
fisicoemotiva, laddove il corpo è l’essere dell’esistenza, il luogo del suo
accadere, l’iscrizione del senso. Se l’esistenza appare come un viaggio ed
insieme un’esposizione corporea, allora “il
pensiero avrà come oggetto il corpo” (1)
e l’esperienza del toccarsi e del toccare.


Praticare di corpo, che è una scorpacciata di cuore,
respiro ed emozioni è sentirsi scossi, è emozionarsi, è assumere stati di coscienza espansa. E’ comprendere se stessi, consapevoli
che le contraddizioni sono spesso più significative dei comportamenti coerenti
e lineati proprio perché segnalano conflitti e noi siamo fatti di conflitti.
1. Marco Vozza, nella sua introduzione al pensiero del
filosofo Jean Luc Nancy.

A questo, danno mano forte virologi e medici più avvezzi
al teorizzare che allo stare sul campo di battaglia, Burioni capofila, mentre
chi davvero ha lottato contro virus aggressivi, Tarro su tutti, viene relegato
in panchina quando non in tribuna (https://www.affaritaliani.it/milano/il-virologo-da-nobel-tarro-milano-puo-gia-riaprire-il-caldo-batte-il-virus-666197.html) e
gli sproloqui ed i numeri gettati alla rinfusa da esperti (????) come Arcuri e
Borrelli.


giovedì 16 aprile 2020
Goals
Gianluca
Vialli, utilizzando spaccati di storie di sportivi, alcuni
famosi altri meno, sgrana una serie di brevi insegnamenti su come affrontare le
avversità che ognuno di noi incontra nella vita di tutti i giorni.
Utilizza un metodo semplice, ma estremamente efficace:
poche pagine a descrivere grandi trionfi o anche piccoli successi ottenuti
contro ogni avversità, ogni pregiudizio, ogni pronostico sfavorevole,
accompagnate da una frase lapidaria, motivazionale.
Non sono frasi mollicce in stile “Baci Perugina”, ma
parole anche dure che toccano immediatamente il cuore, le emozioni.
Finché
non cominciò a piovere, Noè sembrava un folle.
Continua
a costruire
Niente di originale in anni in cui, dagli U.S.A. e dalla
loro cultura di frontiera, teorie motivazionali, testi sulla resilienza, frasi
stesse scandite all’insegna della motivazione e del raggiungimento del successo,
sono sbarcate massicce sulla nostra tavola culturale. Ma queste, scelte da
Vialli, le ho trovate particolarmente significative. Significative di un modo
semplice ma non semplicistico, diretto ma mai saccente, per arrivare a
bersaglio: il lettore anonimo, che non è e probabilmente non sarà mai un Alex
Ferguson o una Serena Willams, un LeBron James o un Roger Federer, ma che di kazzi
amari da masticare, di avversità nella salute, nell’amore, nel lavoro,
ne fa, purtroppo, incetta ogni giorno.
E sarà anche per questo che, accanto ai nomi altisonanti
che occupano per anni le pagine di quotidiani e rotocalchi, le cui immagini e
parole ed imprese sono raccontate e raccontate ancora nelle televisioni di
tutto il mondo, compaiono oscuri carneadi, vincitori di un premio secondario,
vincitori di periferia, anonimi vincitori per una notte che la ribalta l’hanno
solo sfiorata o vincitori il cui nome, le cui imprese, per un motivo o per
l’altro, il grande pubblico non l’hanno toccato, il successo l’hanno occupato per
pochi attimi o, addirittura, ha portato loro più danni che benefici.
Se ci è facile pensare al pugno nero di Smith e Carlos ed alla loro silenziosa contestazione a favore
del Black Power nelle Olimpiadi del 1968, non so (io di certo no) quanti conoscano
la storia di Ghada Shousa, in una Siria tormentata e maschilista, di James
Hunt, il pilota pazzerello che vince un mondiale, uno solo, grazie alla sua
avventatezza in una giornata di grande fortuna
ma è ricordato dai più perché sulla tuta aveva fatto scrivere ”Il sesso è la prima colazione dei campioni”;
dell’impacciato e modesto Mark Edmondson, uomo troppo semplice per non
combinare un pasticcio anche quando, finalmente, lui tennista n° 212 al mondo,
un trofeo lo vince.
Senza
il tuo consenso,
nessuno può farti sentire inferiore
D’altronde lo sport, il suo mondo, non è che una micro
rappresentazione del più grande mondo tutto.
In esso ci puoi leggere e persino anticipare le leggi
dell’economia, i costumi sociali, i comportamenti individuali e di gruppo che
regolano la società tutta. E’ una particolare lente di ingrandimento capace di mostrare
i fenomeni della società umana, indagando i loro effetti e le loro cause, in
rapporto con l'individuo e il gruppo sociale e in riferimento ad altri avvenimenti.
Non
è il carico che ti fa cadere a terra.
E’
il modo in cui lo porti
Libro di scorrevole lettura ma, questa è la mia
impressione, di ardua trasmissione nella nostra vita quotidiana perché la vita,
a volte per alcuni e per altri spesso, sa essere avversario tremendo e
implacabile.
Però, senza per questo offrirla come scusa ai miei
tentennamenti, tengo e terrò sempre davanti agli occhi la seconda frase del
libro “Sii gentile con te stesso”.
E, se qualcuno dei mie lettori si sta chiedendo quale sia
la prima frase… eccola
“Le citazioni funzionano solo se tu funzioni”.
Perfido, questo Vialli!!
Gettami
in pasto ai lupi e tornerò indietro
alla
guida del branco
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