martedì 24 gennaio 2012

Tu devi essere il lupo

E’ grazie a Roberto che ho potuto vedere un film bellissimo:
 “Tu devi essere il lupo”.
 
Sono le chiacchiere a cena, una sera da me, o quelle nello spogliatoio in Dojo, ora non ricordo, a spingerlo a propormi un film sul maschile, sulla paternità, temi che mi sono particolarmente cari.
Così, Domenica, complice l’assenza di mio figlio piccolo, mi immergo, con Monica, nella visione della pellicola. Un film italiano, del 2005, di quelli di nicchia, di quelli che nelle sale cinematografiche sono entrati in punta di piedi e ne sono subito usciti, nell’indifferenza generale.
Eppure il film è ben costruito, ben recitato e tocca temi, mostra figure, di assoluto rilievo e urgente contemporaneità.

Mostra la forza fragile – 1 - di un maschio nello scegliere  la paternità, nonostante la figlia non sia sua e la madre prenda subito il largo. Facendo, con ciò, giustizia immediata di tutte le stupidaggini che accompagnano, nella propaganda di tutti i giorni come nei “salotti buoni” di cui il Corriere della Sera, nelle firme di Laura Rodotà e Corinna De Cesare, è principe, il termine “mammo”. Una parola con cui donne, evidentemente represse e incattivite da incontri con uomini par loro, ed intellettuali uomini sì, ma privi di tratti maschili, connotano l’uomo che si prende cura dei propri figli.

Mostra la fragilità forte di una adolescente, alle prese con il maturare e l’inevitabile decadere di una relazione figlia – padre dai connotati esclusivisti. Ma lei, contrariamente alla madre, saprà scegliere il suo lupo ed il suo bosco. Saprà farlo, nei modi e nei tempi tali da permettere a lei di camminare a fianco del lupo, farfalla e belva una accanto all’altro, una che è anche l’altro, crescendo con ciò adulta e sapendo, nel contempo, accettare e condividere il trasformarsi della sua relazione con il padre. Così io leggo quel suo viso assorto, capelli mossi, mentre viaggia sull’auto del padre, il capo fuori dal finestrino ad accettare, a cercare, la sfida del vento.

    Mostra il rimpianto, l’impossibile fuga all’indietro di una madre ( l’attrice Valentina Carnelutti, qui  dal volto bellissimo, da incantarcisi e movenze femminili sinuose da perdercisi dentro – 2 -  )  tanto capace di offrire ai bambini, nei suoi spettacoli di marionette, l’avventura dentro il bosco, metafora di un viaggio dentro le proprio passioni, il proprio lato oscuro, quanto poco capace di farlo lei stessa. Se non ora, andando a ritroso nel suo tempo, riaprendo ferite altrui e violando intimi ed ingenui segreti di chi non l’ha mai conosciuta. E chissà che ora non sappia finalmente essere donna e madre felice e consapevole accanto al suo compagno attuale. Un uomo, per altro, a cui il regista regala tratti di subordinazione e sottomissione che certo non mi lasciano vedere una coppia sana.

Il film mi ha emozionato più volte, più volte mi sono commosso. Un piccolo, prezioso gioiello.

1.       Tanto fragile da tenere con sé la neonata nella speranza che ciò induca la madre a tornare da lui. Tanto forte da diventare “padre” per la piccola anche quando questo ritorno si mostrerà impossibile; essere “padre”, forte e fragile insieme, nell’affrontare con la figlia lo snodarsi del vivere e crescere insieme. Se ancora ci fosse chi, soprattutto tra le donne ma, ahimè, anche tra gli uomini, coltivi dubbi sulla genuina forza della maschia paternità, anche e solo in termini di modifiche ormonali, dia una lettura a “Cervello di papà”, di Brian Mossop, in “Mente & Cervello”, Dicembre 2011; e coltivi dubbi  sui disastri che provoca questa società ginecocratica anche nel campo educativo, laddove sminuisce la figura paterna, ecco, si legga “Il padre. L’assente inaccettabile” di Claudio Risè.
2.       Una femminilità intrigante, così lontana dalla sbrigativa Elena, la donna che il protagonista tiene sì accanto a sé ma decisamente in secondo piano, a non turbare il rapporto privilegiato con la figlia. Come  a suggerire che sensualità e fascino femminile non si accordino con il ruolo materno ? Spero proprio di no. Spero proprio, pensando ciò, di aver proiettato sull’affasciante Valentina alcune ombre del mio vissuto poiché invece, e ne sono convinto, sensuale femminilità e ruolo materno sono perfettamente conciliabili.


venerdì 20 gennaio 2012

Lavorare rende liberi ?

Priva del punto interrogativo, questa frase campeggiava all’ingresso del campo di sterminio di Dachau.
Azzzzzzzzzzzzzzz……….

   Tutti noi abbiamo sotto gli occhi il crescente divario tra la ricchezza di una elitè privilegiata ed il progressivo impoverimento della maggioranza degli italiani.
Meno sotto gli occhi, ma basta poco per accorgersene, monta sempre più lo scontro “orizzontale”, quello tra ”poveri”: vecchie generazioni contro nuove generazioni, lavoratori dipendenti pubblici contro lavoratori dipendenti privati, lavoratori a contratto indeterminato contro lavoratori a contratto precario, lavoratori contro disoccupati, ecc. che ha sostituito quello “verticale”, indirizzato contro chi detiene il potere. (la vecchia lotta di classe, quella che, solo a nominarla, pare di essere veterocomunisti trinariciuti, vecchi residui di un tempo che fu; persone, insomma, un po’ nostalgiche ed un po’ fuori dal mondo. D’altronde, quando un componente del nostro attuale governo, 249.000 euro di reddito dichiarati, sostiene di non essere ricco…)
Divisioni laceranti, diseguaglianze vistose, incertezza quando non sconforto verso il futuro sono i sintomi di malattie in cui siamo calati, malattie che minano la convivenza civile e la stessa democrazia.
Se questo quadro mi pare ampiamente condivisibile … ecco, io ho qui intenzione di inserirvi alcuni schiaffi di pennellate, alcuni tratti di colore che mostrino nel quadro figure, ombre del tutto sommerse, fino, forse, a ripensare quel quadro in un modo del tutto diverso. Forse ad abbandonare quel quadro … ma, chi mi conosce lo sa, io sono un  un eretico e frequenti nostalgie marxiane mi prendono.
Allora, senza farla troppo lunga, ecco le prime audaci pennellate.

Tutta la nostra vita la organizziamo ed altri ce la organizzano in funzione della riuscita a vendere il nostro lavoro. Una scuola che si vuole sempre più prossima alle competenze richieste sul luogo di lavoro senza alcuna attenzione verso la crescita,  la formazione dello studente;  risultati elettorali che, nella promessa di posti di lavoro, premiano non il politico, che di mestiere fa quello, ma chi, sceso in politica e però di mestiere fa “il datore di lavoro”, ovvero ha sfondato nella vita (vita = mercato del lavoro) è ritenuto più affidabile nelle sue promesse di posti di lavoro; corsi di aggiornamento proposti dal gestore e valutati dal cliente non in base ai contenuti ma ai crediti formativi che essi danno: crediti che, simili ai bollini del supermercato, permetteranno di ottenere il regalo finale ( l’orziera o il posto di lavoro); un governo di emergenza i cui componenti non sono stati scelti in base alle loro capacità di offrire il bell’essere all’individuo (1) bensì al loro essersi imposti sul mercato del lavoro nelle sue diverse sfaccettature o di essere teorici affermati di questioni inerenti il mercato del lavoro.
Insomma, tutta la nostra vita ruota attorno al mercato del lavoro, ad essere merce appetibile, facilmente collocabile sul mercato del lavoro. Quel che mi colpisce, ogni volta che, per la mia professione, conduco colloqui di lavoro è che Tizio, disoccupato, prima ancora che giustamente in crisi per la mancanza di sostentamento economico, lo  è perché si sente inutile, non sa che fare, si considera un perdente, un emarginato ( potremmo dire un extra comunitaro (!?), ovvero uno fuori dalla comunità di chi lavora, che è l’unica comunità generalmente condivisa ) perché, da disoccupato, è fuori dal mercato del lavoro e perciò entra in depressione, entra in crisi di identità.
Del mercato del lavoro abbiamo fatto il nostro dio. E questo proprio in anni in cui esso viene a ridursi, in cui ce n’è sempre meno (2). Bella contraddizione, vero ? C’è sempre meno lavoro e noi siamo ben considerati, ben identificati, solo se siamo della collocabile merce lavoro.
 
Ecco che una delle principali condizioni per riconoscerci, per identificarci, diviene l’essere dentro o fuori il mercato del lavoro. L’essere buona o cattiva merce, l’essere capaci o meno di sconfiggere l’altro nella corsa a vendersi. Ecco una prima radice di conflitto, conflitto insanabile se accettiamo le premesse.
Scrive PG. Reggio nel suo “Il quarto sapere”: “Il ritorno a casa dell’esperienza è l’apprendimento, la comprensione”, ovvero apprendimenti da usarsi poi nel vivere d’ogni giorno, nelle relazioni quotidiane e nella propria quotidiana storia. Io che lavoro, che sono una buona merce lavoro, traggo esperienze da questo mio stato che riverso in modi di vivere quotidiani a cui tu, che non lavori, non hai accesso.
Quanto di conflitto insanabile, di steccato insormontabile, andiamo a costruire nel momento in cui accettiamo  l’identificazione attraverso l’essere una merce lavoro ? Io sono io perché lavoro, tu sei altro da me, diverso da me perché non lavori e, in situazioni di scarsità di lavoro, questa mia identificazione mi fa osteggiare che anche tu entri nel mercato del lavoro ( e se il tuo ingresso espellesse me ?), mi fa temere un’identificazione che comprenda anche te. (3)
Tutto questo mentre gli individui difficilmente riconducibili allo stato di merce, sono, per legge di mercato ! ( non, dunque per una “una lotta di classe” del tutto assente, per una presa di coscienza che tolga il mercato del lavoro dal piedistallo in cui è ora ), sempre di più: disoccupati stritolati in uno stato di disoccupazione che il pensiero dominante fatica sempre più a tacere essere strutturale; migranti impossibilitati ad essere convertiti in merce, tuttalpiù ridotti a sotto merce, scambiati di nascosto e sotto prezzo nel “mercato nero”.
Ecco, questo non opporsi al mercato del lavoro come regolatore delle nostre vite, questo accettare la scarsità come misura e criterio del possibile ci porta nella direzione ben descritta da Enzo Spaltro: “se ho fiducia di essere soddisfatto io ho desiderio, se non ho questa fiducia ho bisogno (…) Il rinvio dei desideri e la loro inevitabile trasformazione in bisogno rappresenta un elemento di partenza per il ciclo conflittuale” (”Il significato della rivoluzione”).
“Il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza”, scriveva Carlo Marx. Ma prendere per buona questa frase senza rompere il mefistofelico giocattolo del mercato del lavoro lo vedo impossibile. Allora, con intimo  terrore, guardo la foto di Dachau e quella scritta che lì campeggia “Arbeit macht frei”: Il lavoro rende liberi.

1.       “La ricchezza poi non è solo materiale, va intesa sempre più come benessere – soggettivo e come miglioramento della qualità della vita” E. Spaltro “Psicologia e Lavoro” Aprile – Giugno 2004.
“Se il benessere ce l’hanno in pochi mentre la stragrande maggioranza della popolazione permane in condizioni di malessere diffuso, lo sviluppo non avviene velocemente, anzi rallenta. Oggi è chiaro che finché alcune parti del pianeta soffrono la fame, le altre parti rallentano lo sviluppo. Se il benessere è diffuso ce n’è per tutti. Se è concentrato ce n’è per pochi” E. Spaltro “Psicologia e Lavoro” Luglio – Settembre 2005.
2.       Nel bel libro di Robert Cialdini “Le armi della persuasione”, viene bene spiegato questo meccanismo. C’entra solo in parte, ma qui mi piace ricordare l’inkazzatura che presi nel leggere il trucco adottato dalle case produttrici di giocattoli per incrementare le loro vendite. Prima di Natale, la casa XW pubblicizza il gioco Y. Mio figlio lo inserisce nell’elenco dei giocattoli che chiede a Babbo Natakle ed io, diligente, giro per negozi a comperarlo. Giro infruttuosamente perché il giocattolo Y è esaurito, mentre abbondano i giocattoli Q, Z, R … Compero uno di questi e, sorpresa, subito dopo Natale il giocattolo Y ricompare in massa nei negozi. Che faccio ? Non lo compero perché a mio figlio ho già comperato Z ? Certo che caccio altri soldi per il malefico  Y!!! Ai tempi, imprecavo contro la dabbenaggine di produttori e distributori. Poi, una dozzina di anni oro sono, lessi questo libro e capii. La casa XW pubblicizza ed ingolosisce con Y, diffondendone però pochi esemplari, mentre diffonde in massa i vari Q,Z.R, magari prodotti obsoleti, così il povero pirla (io) compera uno di questi, tanto poi, quando subito dopo Natale la casa XW inonderà i negozi del giocattolo Y, la casa produttrice  sa che io andrò comperarlo !!
3.         “ In contrasto con ‘comunità’, che generalmente indica una comunità di lavoro identitaria, chiusa (…) il termine comunanza (in mancanza d’altri) può essere impiegato per indicare una forma di socialità non basata sulla compra – vendita del lavoro, aperta all’alterità e libera dall’ossessione dell’identità.” A. Ponzoni, nell’intervento al Seminario: “Non di solo lavoro”.

lunedì 9 gennaio 2012

Pina

Il 2012 non inizia bene:

Tre giorni bloccato, tra letto e sedia, dalla totale e dolorosa contrattura dei dorsali (probabile esito nefasto di una formazione marziale che non ha lasciato il dovuto spazio alle pause, quanto severo ammonimento a “mollare” le mie tendenze protettive verso chi mi sta accanto), poi un violento raffreddore “tappa naso”, il tutto condito da serate di tensione nel reiterato tentativo di accompagnare Lupo lungo la strada dell’autonomia “notturna” ovvero addormentasi, previa breve compagnia, da solo nella sua cameretta e … restarci !!

Insomma, meglio pensare ad alcuni bei momenti nel tramontare del 2011.
Tra questi, la visione dello splendido film dedicato a Pina Bausch.

Single per alcuni giorni (Monica e Lupo sono in montagna) chiedo chi altri voglia accompagnarmi. Si fanno avanti Francesca, un passato da danzatrice classica che il film lo ha già visto ma lo rivede volentieri,  Giovanni, incuriosito dai commenti entusiastici di Francesca e, forse,  anche dalle mie frequenti dissertazioni, in pedana e fuori, sul rapporto fecondo  tra movimento, danza e Arti Marziali.
La pellicola, regia di Wim Wenders, è uno splendido omaggio alla figura di Pina Bausch, danzatrice e coreografa tedesca.
Di lei, riporto le motivazioni con le quali le fu dato, nel 2007, il Leone d'Oro alla Carriera: "Pina Bausch è un'artista che ha segnato una nuova via originale all'espressione scenica del corpo danzante e parlante, influenzando non soltanto la danza contemporanea, ma anche le arti ad essa contigue, mutandone gli orizzonti. La Bausch è una coreografa che ha innovato il teatro, rendendolo più che mai fisico e musicandone la drammaturgia: una regista che ha firmato montaggi sapienti di passi, suoni e testi per raccontare con la danza storie di persone, di individui, di vite, raggiungendo un pubblico tanto numeroso e vario, come la danza non aveva mai incontrato prima".
Vedere lei, vedere, seppur filtrati dal “grande schermo”, spezzoni dei suoi spettacoli mi ha fortemente emozionato.
Così scriveva Mc Neill Dixon: “La danza è una lingua nativa, un dialetto dell’anima”. Il film porta in primo piano i diversi stati d’animo del danzatore, le sue lacerazioni nelle relazioni e nel vivere quotidiano. E fa che , insieme, spettatore e danzatore, come per magia, si ri – conoscano nell’arte del vivere, tra gioie e sofferenze.
“E’ piacevole sognare il passato, ma essere all’altezza del presente lo è di più. La danza libera ha molto da imparare dal passato, ma non é disposta a perpetrarlo. Il suo vero compito è di interpretare il presente e presagire il futuro”. (E. Selden).
Questo film grazia alla mano leggera, sensibile e rispettosa del regista, mi ha permesso di incantarmi, emozionarmi e riflettere. Riflettere su io chi sono, io cosa faccio e come lo faccio, io come influisco sull’ambiente, io come vivo rifuggendo dal sonno degli ebeti e degli inetti.
Io, attraverso il praticare Arti Marziali; il percorso di autoconoscenza che mi offrono i conflitti fisico emotivi; la consapevolezza dei limiti, dei confini quanto la sfida per superarli; il relazionarmi conflittuale con l’altro che è specchio di me.

Esco dal cinema, emozionato e confuso. Non me la sento di proseguire la serata con Francesca e Giovanni: ho bisogno di stare solo, di ascoltarmi, di danzare nel cuore e nel ventre.
Piazza Duomo è semibuia, i capannelli di persone si sono fatti più radi. Sul ciglio del marciapiede, un sassofono mi accoglie lamentoso e caldo. Lascio pochi spiccioli nella custodia e mi infilo nella metropolitana.
A casa, mi commuovo ancora e ancora. Solo. Un cenno della mano a sfiorare “Lama Danzante”, il mio prezioso katana che troneggia in camera. Poi, a cuore aperto, mi inabisso nella mia Ombra e nei miei piccoli e grandi dolori.

“Se esiste qualcosa che qualcuno  conosce, è impossibile dire che quella cosa non esiste: chi afferma questo lo fa solo perché è ignorante in materia”. (Takuan Soto)


giovedì 15 dicembre 2011

E i bambini che si azzuffano ?

Possibile ? I bambini non si azzuffano più ?

Almeno a Milano ( nelle grandi città ?) sono anni che non vedo bambini e ragazzini abbandonare la cartella per terra e prendersi a spintoni, fino a rotolare al suolo avvinghiati nel tentavo  di sottomettersi l’un l’altro.
  • Sarà che si è elevato lo standard di vita, dunque anche gli aspetti socioculturali, e la cultura “bene” disdegna lo scontro fisico, il prendersi a botte;
  • sarà che i bambini ed i ragazzi sono straimpegnati tra un corso di basket ed uno di chitarra, il catechismo ed il nuoto, troppe cose per avere tempo e voglia di una sana scazzottata;
  • sarà che sempre meno bambini e ragazzini si relazionano tra pari, che c’è sempre un grande, un adulto ( il Maestro al corso di Judo, l’animatrice alla festa di compleanno ) a dettare le regole e a farle rispettare;
  • sarà che bambini e ragazzi non giocano più per strada: troppi pericoli tra così tante auto in movimento e delinquenza adulta diffusa, aria irrespirabile e spazi ridotti all’osso, ed è invece in strada, in una qualsiasi “via Pal” (1) che nascono e si sviluppano le relazioni libere, anche conflittuali;
  • sarà che un tempo i bambini tornavano da soli a casa da scuola: poche centinaia di metri ed eri già a casa, mentre oggi, complici le distanze vertiginosamente aumentate, la paura dei genitori,( a fronte di una società civile che civile non è più da un pezzo, tra auto malamente parcheggiate sui marciapiedi, scooter che sfrecciano contromano o sui marciapiedi stessi, clochard rissosi e petulanti) di quel che potrebbe succedere al loro bimbo e così, genitori o nonni o baby sitter,  si accalcano davanti all’ingresso delle scuole prendendo immediatamente in custodia il bimbo;
  • sarà che gli adulti, i padri e le madri d’oggi, così occupati dal lavoro e dalle loro di esigenze di vita, danno per scontato che il loro compito sia insegnare ai bambini a comportarsi in modo tale da non disturbare, mettendo in primo piano  obbedienza, buone maniere, docilità e, soprattutto, “che non rompano …”;
Sarà per tutto questo e forse per altro ancora che io non so, ma che fine hanno fatto i litigi, gli spintoni, le zuffe fuori da scuola ?
E, a ben vedere, già quando in Dojo parlo ai miei allievi over trenta delle mie baruffe da ragazzino, dei pugni in faccia al “grandone” prepotente, delle manganellate carnevalesche tra bande del boia nero e boia bianco ( zuffe ruvide sì ma del tutto – o quasi – innocenti, niente a che vedere con quel che farò negli anni successivi, marcati dall’odio di classe e dalle violenze del ’68 quanto dal grande ideale di poter cambiare in meglio la società) questi restano allibiti, poveri di esperienze fisiche tra maschi, di prevaricazioni fanciullesche tra un labbro che sanguinava e le ginocchia sbucciate per una spinta al suolo.
Manca, ai bambini ed ai ragazzini, manca già da un po’, quel litigare anche fisico che è un importante evento denso di contenuti educativi e formativi specifici e non un malaugurato incidente da evitare o “chiudere” al più presto.
I bambini, i ragazzi, non hanno più occasioni spontanee e di gruppo per mettersi alla prova e per testare, anche scontrandosi con altri, i confini permessi nel e dal gruppo; generalmente non sono loro a scegliere i coetanei con cui crescere ( altri li scelgono per loro, trovandoseli in classe a scuola, nel corso sportivo o nel centro estivo ); a loro viene costantemente rimproverato / impedito dalla figura adulta qualsivoglia atteggiamento conflittuale anche fisico, con ciò uccidendo l’espressione ed il riconoscimento dell’intera gamma delle proprie emozioni, rabbia e paura comprese: bambini robot impossibilitati a comunicare esprimendo anche contrasto, opposizione e, da ciò, facendo germogliare i semi nascosti della violenza, ovvero la voglia di eliminare, distruggere chi è, per loro, il portatore del problema; bambini tirannici  e capricciosi, incapaci come sono di trovare e scontrarsi con un “altro” che li contenga.
Due spintoni, un cazzotto scambiato tra pari, è un agire che odora di rituale: cartelle a terra, i contendenti uno di fronte all’altro e gli altri in cerchio; il rito, il rituale, altro non è che un contenitore sano di emozioni in gioco. Esso rinvigorisce il legame di gruppo che si riconosce in determinate procedure simboliche comunemente definite nello spazio e nel tempo: finita la scazzottata, ci sarà il momento per i commenti e le recriminazioni ( “te le ho date”, “hai avuto paura”, “faccio venire mio fratello”, “è perché avevo mal di pancia che sono caduto subito ) prima della partita a calcio in cui i due si troveranno fianco a fianco nella stessa squadra a …. “litigare” con altri due !!
Sarà, per contro, proprio il bambino, il ragazzino, che è cresciuto in gruppi spontanei, di pari, ad avere maggiori possibilità di costruire un senso critico verso il gruppo  e “sarà quindi psicologicamente più organizzato a fronteggiare quel bisogno di appartenenza così forte, tipico di quell’età (adolescenza), che può condurre soggetti meno preparati a vivere in totale dipendenza del gruppo in rituali di condivisione ad alto rischio per sé e per gli altri” (D. Novara: “Litigare per crescere”).
Sarà il bambino che si è pestato, da bambino con un altro bambino, a tenersi alla larga da quelle violenze di strada, fatte di gang, di coltelli, microcriminalità e  distruzione incontrollata, che tentano così tanti adolescenti. Perché egli ha già conosciuto il senso del limite; perché gli è più facile  riconoscere e gestire le proprie emozioni; perché ha già sperimentato  l’ansia, la rabbia e la paura: solo quando queste emozioni montano ingestibili trova spazio la violenza quale immediato canale di sfogo, illusoria scorciatoia, con le conseguenze, a volte terribili, che il praticarla comporta.
Quanta responsabilità in noi adulti, in quanto genitori, ma anche nella veste “professionale” di ognuno di noi  che contribuisce, in misura maggiore o minore, a costruire /  abitare questi spazi fisici ed i messaggi valoriali di questa società, o, semplicemente, quanta responsabilità nella forza dirompente che, agli occhi subalterni ed influenzabili di un fanciullo, diamo con il nostro esempio, tuti i giorni !



1)    “I ragazzi della via Pal” , romanzo per ragazzi di Ferenc Molnár. In realtà con un pubblico di lettori anche adulti, non fosse altro perché assai critico ( già allora !) verso un mondo adulto che, negli spazi fisici delle città, negava sempre più e sempre più ottusamente gli spazi aperti per la crescita dei ragazzi stessi.



lunedì 5 dicembre 2011

Le lacrime della sciura Fornero


facile piangere ... dopo
 
Come, dalle pagine di un quotidiano moderato, ci ricordava giorni addietro Battista, altro che “Euro felicità”. E  come e dove stanno ora tutti i beati sostenitori dell’euro ? Al loro posto, o, comunque, stanno bene ed in ottimi posti, come il nostro neo presidente del consiglio. Tutto questo mentre l’euro ( voluto e fatto in quell’orrido modo) ed i suoi sostenitori, dopo aver aperto diversi disastri, sprofonda e ci fa sprofondare.
E come  e dove stanno, ora, tutti gli allegri sostenitori dei contratti a tempo determinato, del lavoro flessibile ( precario !) ? Stanno tutti bene, in allegria, come  l’ex ministro Sacconi. Questo mentre milioni di giovani e ed anziani ( qualcuno ne scrive degli over 50 rimasti senza lavoro ?) patiscono la fame e l’incertezza sballottolati ovunque tra lavori precari e sottopagati, indotti a farsi la guerra “generazionale” dai soliti della casta e dai fedeli intellettuali che li servono.
Così, quando tra una decina d’anni l’Italia sarà invasa da pensionati a reddito “fame”, con una pensione abborracciata tra lavori in nero,  a progetto, a tempo determinato, e calcolata, tutta o quasi, sul contributivo,  come e dove staranno i vari estensori delle varie riforme, ministro Fornero inclusa ? Staranno benone, loro.
 E la signora ministro, già sin d’ora, potrà consolarsi delle lacrime versate chiudendo il Financial Time, allontanando con un brusco gesto la governante che le sta stirando le gonnelle e navigando in internet alla ricerca di un bel posto per la sua settimana bianca.
E quei poveri cristi, pensionati o lavoratori da poco più di mille euro al mese ? Beh, che ne sa lei, la sciura ministra, di cosa è campare con una cifra simile ….poi lei ci ha già pianto su due lacrime !!

mercoledì 16 novembre 2011

L'incontro con l'Orso

Progetto “Sapere del Profondo”
percorso di Neijia Kung Fu
Percorso di consapevolezza, crescita e potenza, attraverso le pratiche taoiste di Tai Chi Chuan e Chi Kung e le esperienze fisicoemotive della pratica corporea contemporanea

Sabato 12 Novembre




L’orso, animale indipendente, forte, solitario.
Antenato mitico degli Ainu, antica popolazione autoctona del Giappone, presso i quali l’orso della luna è una divinità di montagna, la cui festa cade nel mese di Dicembre.
In culture antiche e moderne, culture separate tra di loro temporalmente da secoli e secoli come, geograficamente, da migliaia di chilometri, l’orso  è simbolo di forza e coraggio: di virtù guerriera nel mondo celtico; di coraggio disumano e follia sanguinaria tra i “guerrieri belva” di Odino, i bersekir (“pelle d’orso”); di potere sacro nella divinità femminile Ardwinna; l’orso è una delle manifestazioni della dea Artemide, mentre nella simbologia cristiana, dopo alcune sporadiche e marginali comparse, entra a pieno titolo come madre amorevole che nutre i piccoli in quanto allegoria di una Chiesa che, col battesimo, nutre il cristiano.

Sono quindici i praticanti che hanno deciso di affrontare l'incontro con l'Orso. E allora, iniziamo. Iniziamo a prendere contatto con noi stessi, con l'ambiente, con le emozioni negli occhi e nel respiro.

L’orso, forte e libero, dotato di stabilità ed equilibrio, ha come polarità opposta l’individuo sottomesso, il cui atteggiamento principale è la negazione dei sentimenti, la paura di riconoscersi autonomo in quanto capace di dare e ricevere, è individuo compresso e dominato.
La negazione dei sentimenti è essenzialmente una negazione del bisogno. La manovra atta a riuscire in ciò consiste nel far sì che gli altri abbiano bisogno di lui, in modo da non dover manifestare il proprio bisogno.

Il dominio sugli altri può essere raggiunto in due modi:
·         la prepotenza e la sopraffazione
·         corrompere l’altro utilizzando un approccio seduttivo

Egli ha bisogno di qualcuno da tenere sotto controllo e da cui però, malgrado le apparenze, è anche dipendente.
In questa struttura c’è un conflitto fra indipendenza o autonomia e intimità, che esprime così: “Posso  esserti vicino se accetto che tu mi controlli o mi usi”. Ma non può accettarlo perché comporterebbe una resa totale del sentimento di sé. Solo avendo il controllo sull’altro può permettersi una certa intimità. Ovvero: “Puoi essermi vicino finché mi ritieni superiore”. L’elemento “disturbato” sta nell’inversione dei ruoli: “Puoi starmi vicino” anziché “ho bisogno di starti vicino”.

L’individuo Orso (legato all’Elemento Terra) scarica secondo il peso, la gravità, verso terra,  ma non se ne nutre, solo appoggia, né l’utilizza per uno slancio successivo. Mostrando con ciò scarsa consapevolezza e risicata autonomia di decisone riguardo ai propri valori, alle proprie radici. Alla parte materna ?

Il tronco è la parte centrale del corpo, in essa agiscono gli organi deputati all’attività amministrativa. Il tronco dell’orso, la sua schiena, simbolo di forza possente quanto di gioco nel suo sfregarsi contro gli alberi.  La schiena, aderendo alla curva dell’utero è, nella fase ultima della gravidanza, la zona immediatamente esposta al contato con l’ambiente esterno. Essa, una volta nati, determina la stazione eretta, impegnandosi nel confronto con la forza di gravità, ovvero sobbarcandosi “il peso esistenziale, il peso della vita” (S. Guerra Lisi & G. Stefani).

E noi uniamo le schiene e, dall’unione, affrontiamo poi il distacco, la separazione.
L’Individuo Orso ha mani generalmente incapaci di discriminazione del minimo: palpano, afferrano, stringono.
Pensando ad un soggetto Orso /Terra, le azioni più ovvie sembrano  quelle pesanti, dure, rigide: colpire, spezzare, pestare, scolpire. Ma il ‘maneggiare’, l’uomo che manipolando costruisce e trasforma, con ciò conquistando una sua autonoma, invita a coinvolgere il soggetto “Orso/Terra” in manipolazioni più attente, dotate di “motricità fine”.

Nel lavoro con le mani, occorre sperimentare la differenza del sentire sul dorso e sul palmo.
Il farlo ad occhi chiusi, ci evoca immagini di diversi sensi. Il farlo su un altro corpo, che è vita, emozioni, respiro, ci aiuta ad imparare a relazionarci: io, tu, nella diversità, ma anche noi, insieme.

Scopriamo sfioramenti delicati e manipolazioni vigorose, con – tatto.

In ultimo, la danza forte e selvaggia dell’orso. Il suo mostrare denti aguzzi e mandibola possente. Il suo bramire intenso e gutturale. Il suo incontrare / scontrarsi con altri orsi.

Qualcuno, forse, osa ed incontra il proprio limite, scopre il suo essere mortificato sul terreno dei sentimenti condivisi. Ma, paradosso “vitale”, paradosso di ogni efficace pratica fisicoemotiva, sta proprio nel malessere, nella lacerazione, l’embrione creatore e trasformativo.
Che ognuno faccia tesoro di quest’incontro. Non più sottomesso. Ma anima – le libero. Anche nell’accettare le sue fragilità, ma capace di condividerle.



martedì 8 novembre 2011

Wing Chun Boxing, il Seminario

Presso DAO, San Benedetto d. Tronto
29 e 30 Ottobre
 
Mi pare fosse Gaston Bachelard ad auspicare che Narciso passasse da “mi amo così come sono” a “sono così che mi amo”.
In questa piccola frase è racchiuso molto del “Seminario Wing Chun Boxing”.
·         Con l’apertura delle anche:  triangolo inguinale accogliente, aperto.
·         Con la postura aperta, che chiunque è capace, spontaneamente, di chiudersi in difesa sotto l’improvvisa minaccia di un assalto, ma solo un artista del combattere sa stare aperto, sa sostare ( so – stare, oh, oh, che bel gioco di parole !!) nel clima bollente, devastante, di uno scontro. Condizione, questa, indispensabile per non subire, per non reagire  quanto piuttosto per agire: prendere l’iniziativa e ribaltare la situazione.
·         Con la semplicità di un muoversi che già sappiamo fare; già tutti, di fatto, “maestri di Wing Chun”, ma di cui ci manca l’essere consapevoli.
Al saluto finale, il M° Valerio, come sempre ottimo “padrone di casa”, dice così: “Oggi non abbiamo fatto Wing Chun. Queste cose non le trovate sui siti, su youtube. Oggi abbiamo fatto fantascienza”.
A tavola, cucina prelibata, notevole, di papà Cicchi (cuoco di punta della regione Marche con eccellenti apparizioni televisive), Eleonora spende parole vive, emozionate ed emozionanti per chi l’ascolta, a descrivere il Seminario e quanto questo la tocchi nella vita quotidiana, nelle relazioni di tutti i giorni.
Questo, tutto questo, è il nostro Wing Chun Boxing. Semplicemente stupendo. Semplicemente … Wing Chun.