lunedì 26 gennaio 2026

Musha Shugyo, la Via della ricerca nell’incertezza

 E’ il cammino, fisico e spirituale, che il samurai intraprendeva per conoscere di sé, per approfondire le proprie conoscenze nella pratica del combattimento, per confrontarsi con esponenti di altre Ryu (Scuole) marziali.

Tanti occhi attorno, un solo sguardo a perforarti dentro. Un pensiero silenzioso, velenoso, a suggerirti di smettere, di lasciar stare. Poi, c’è caldo nelle vene in quei corpi tesi, agguerriti, che ti si parano davanti e sei proprio tu ad averli cercati!!

Questo è, credo, quel che provasse il samurai che avesse intrapreso Musha Shugyo.

Per me, che il Musha Shugyo sia l’errare di incontro in incontro (come feci per anni ed anni bussando a Scuole, Maestri ed Arti diverse) o sia il succedersi di ‘incontri’ dentro lo stesso percorso, (perché qui allo Spirito Ribelle la pratica che propongo MAI è uguale, ripetitiva, MAI fondata sulla passiva memorizzazione, MAI sull’imitazione di una materia cristallizzata) significa praticare, dunque vivere, dentro elementi di incertezza, dentro la visione del viandante sospesa in una specie di apertura nomade, di un atteggiamento critico verso le nostre consolidate certezze, di una ricca valorizzazione ad un tempo dell’interiorità e della materia, della riscoperta del significato del gioco, delle emozioni e di quel che resta in ognuno di noi del mondo istintivo.

L’apertura che chiamo ‘nomade’ della ricerca diviene così un atteggiamento hon, ‘fondamentale’, dello stare al mondo e nelle relazioni, una ricerca Musha Shugyo aperta e permeabile al di là di rassicuranti codici di comportamento di massa e di lettura conformista della realtà.

E’ affrontare paradossali e razionalmente incomprensibili Koan zen fisicoemotivi, accettando di non comprendere, accettando la vulnerabilità e l’incertezza come straordinarie forme di coraggio, straordinari aspetti della soggettività.

(...)per capire qualcosa bisogna accettare di non capire subito, e mettersi in quella inedita (per l’occidente) disposizione d’animo che somiglia scabrosamente alla passività” (D. Gaita ‘Il Tao della psicoanalisi)


Spesso sono immagini fuggevoli e tremolanti; immagini che ogni tramonto porta via. Immagini che passione e umana fragilità mutano in maschere nient’affatto benevole, voci ed urla che un silenzio antico, depositatosi nel tempo, ha reso suono greve. E si riuniscono in una massa informe per abbracciare il buio dell’ignoto come un rito che si ripete ossessivamente.

Eppure, per chi creda in Musha Shugyo, il cammino continua. Sempre. E l’archetipo del guerriero, del combattente, del dominatore, andrebbe coniugato con l’archetipo del cercatore, dell’errante: “Colui che ricerca non si sente mai perfetto, né si può aspettare perfezione dagli altri (...) comprende che la difficoltà, il dolore e i guai fanno parte del mondo in cui ci muoviamo e non possono essere evitati” (E.C. Whitmont ‘Il sorriso della leonessa’)


Come ci invita a considerare il Taoismo, gli accadimenti oscuri, indecifrabili e persino avversi, dell’esistenza vanno accolti senza indulgere in essi così come senza la pretesa di controllarli: Vanno, per contro, interpretati, trasformati e mai repressi.

Musha Shugyo anche come viaggio dentro l’Ombra, comunque essa si presenti.

Così, ogni artista marziale immerso nel suo personale Musha Sugyo, con l'incedere fattosi stanco dopo anni ed anni, sa di essere in qualche modo unito, congiunto agli altri in una serena melanconia che li contagia a vicenda. Ognuno animato da identica passione, ognuno inerte difronte al destino, le mani al cielo. Ma è la convinzione di un nuovo incontro che verrà a disegnare sul volto un sorriso, mentre il corpo già vibra alla percezione di quel che sta per accadere.




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