martedì 27 maggio 2014

Raduno ed Esami Kenpo bimbi / ragazzi

Domenica 25 maggio, giardini di P.ta Venezia. Milano

Le immagini, quelle scattate da me e quelle da “papà” Fabrizio, a commentare da sole la mattinata di gioia e sudore che ha visto coinvolti i bambini ed i ragazzi del corso Kenpo.
Le immagini, che più di cento e cento parole, mostrano il minuscolo clan dello Z.N.K.R. all’opera. Formazione marziale come strumento di conoscenza, crescita ed individuazione per piccini e … per grandi; come momento di collettività, di comunione tra individui diversi tra di loro, diversi per età e ceto sociale e scelte professionali, diversi quanto uniti nel trovare un punto di incontro nel nome di un presente fragile ed innocente quale è l’età della fanciullezza, un presente che già mostra i primi segni di turbamento e inquietudine nell’età della pre –adolescenza. Chi genitore, chi docente, chi in ambedue i ruoli.
Formazione marziale, dietro la cui apparenza giocosa, chi ha voluto ha saputo distinguere il vento della provocazione audace a mettersi a nudo, a penetrare tra difese intellettuali, ruoli e maschere incollate sul viso, per scoprire quale adulto siamo per quei giovinetti, sudati e stravolti, che rotolavano sulla ghiaia, si inerpicavano sulle rocce, tiravano di pugni e di calci.
Formazione marziale che, per quegli stessi giovanissimi praticanti, altro non era che occasione di confronto e sfida alla qualità del crescere, tra ombre di nani deformi illusi di essere a immagine e somiglianza di chissà quale dio onnipotente e il coraggio di essere semplicemente se stessi ed amarsi per quel che si è, e lottare per migliorare quel che si è, ed aprirsi con coraggio e sincerità alla relazione con quel che è l’altro accanto  a noi.
Immagini, meglio di parole.
E se proprio volessi ricorrere a parole, ricorrerei a quelle di Aldo Novara, pedagogista da anni impegnato sul versante dell’educazione di bimbi e ragazzi e degli adulti che sono loro accanto:
Costruire una capanna nel bosco, camminare scalzi tutto il giorno, saltellare in un torrente.
I nostri figli, dopo un anno passato in ambienti chiusi e in città, hanno bisogno di tornare alla natura, di inselvatichirsi, di sporcarsi con la terra e il fango, annusare profumi ed odori, toccare sabbia, legno e sassi.
Perché stare nella natura stimola l’intelligenza, rinforza le difese immunitarie ( è dimostrato che l’aumento delle allergie dipende anche dal fatto che i nostri bambini trascorrono troppe ore al chiuso ed in ambienti artificiali ) e fornisce competenze preziose.
E noi adulti, che abbiamo perso questo contatto, non dobbiamo avere timori. (…)
Non è necessario buttarsi nei Parchi avventura: qualsiasi ambiente, dalla pineta alla spiaggia, dalla montagna al giardino, offre mille occasioni di esplorazione per i nostri figli. E poi giocare nel verde dà equilibrio, permette di connettersi alle nostre origini ancestrali, di quando l’Europa era coperta di foreste. E il cucciolo umano ha bisogno di ripercorrere nella sua vita le tappe dello sviluppo dell’umanità. Naturalmente è bene procedere per gradi, non si può guadare scalzi un fiume la prima volta che si esce di casa. Ma, pian piano, i bambini diventano più forti, più abili, più svegli”.
Che questa mattinata di formazione marziale sia solo un tappa nel continuo confrontarsi con la natura ed il selvatico, immenso o modesto che sia, paesaggistico o emotivo che sia, quello fuori e quello dentro ognuno di noi.
Per crescere.











martedì 13 maggio 2014

La Notte del Guerriero: la formazione marziale

Sabato 10 Maggio è arrivato: otto ore di formazione marziale “non stop”, dalla mezzanotte alle otto della Domenica.
Eco quanto è successo, secondo me.
Attendo i commenti di chi ha voluto esserci e, perché no ?, anche di chi ha scansato l’evento.


La nazione che insiste nel tracciare una netta linea di demarcazione tra l’uomo che combatte e l’uomo che pensa, rischia che le sue lotte siano condotte da folli e i suoi pensieri siano formulati da codardi.
   ( William F. Butler )

Il serpente di auto si snoda lungo la strada che ci porta a la “Corte Ghiotta”, dove affronteremo la nostra “Notte del Guerriero”.
Splendido l’Agriturismo, gentile l’accoglienza, sereni i nostri preparativi, tra tiro con le freccette, partite a calciobalilla o tennis tavolo, sguardi lunghi sull’orizzonte tinteggiato di rosso, i cavalli, l’agitarsi festoso del cane, il vento che soffia sempre più forte.
Brevi ma intensi lavori sulla muscolatura profonda e il tessuto connettivo. Elementi fondamentali per il nostro vivere ed agire, che, quando non riconosciuti, non stimolati, non solo limitano le nostre prestazioni motorie, ma anche l’espressione emotiva che da lì è originata.
Poi Peng, “come un pallone che galleggi sull’acqua”, e l’immaginazione a guidare i movimenti, ampi, sferici e spiraliformi. E la leggerezza nel movimento che cela la potente ferocia del predatore.
Il tutto si innesta negli spostamenti del Kenpo, nei suoi giochi di attacco, nelle sue vigorose mani in faccia. Come un tempo dilatato, in cui gesta ed azioni paiono attraversare l’aria a fatica, lentamente, e tu osservi, respiro basso e profondo, e tu agisci mandando in mille pezzi l’attacco, sgonfiandolo come un vecchio e consunto pallone di calcio.
Le ombre degli alberi sono vertebre deformi nel tappeto erboso, la luna torreggia gialla bucando il cielo nero. Corpi ed emozioni si incontrano e scontrano, assaggiando l’asperità del combattimento corpo a corpo.
Preludio intenso all’incontro sgradevole con l’acciaio del coltello.
Sapore amaro, sguardi induriti. Chi si è stupidamente illuso giocando con un simulacro di legno o plastica, con un “coltello d’allenamento”, ora sente il suo silenzio urlare, quando l’acciaio scorre, pericoloso e famelico, sulla pelle del viso: ora impugniamo il coltello, quello vero, quello che lacera carne e trafigge corpi.
Simile ad un danzatore che sfiori volutamente, volutamente evitandolo, il baratro giù dal palcoscenico, l’acciaio della lama volteggia per l’aia, incontra corpi, incontra mani che fuggono e altre lame che tentano di insinuarsi per ferire, per sfondare.
Gli sguardi sanno anche loro d’acciaio, in questo mondo che è fatto di uomini e donne guerrieri: il nostro minuscolo mondo notturno qui, tra le mura bianche, i ciottoli, l’erba e il vento che non smette di soffiare.
Nessuno si è ferito, nessuno ha versato sangue. Bene così. O forse sì, ma sono ferite che l’occhio non vede, è sangue che non sa di fluido rosso. Sono ferite che odorano di profondo, è sangue che sa di emozioni e turbamenti.
Ora è il momento del katana: l’arma regina dei samurai.
Acciaio lungo e ricurvo, rapidamente sfoderato e lanciato, sibilando, nell’aria. Acciaio che impegna lo spadaccino ad accettare di dare la morte per salvare la vita, senza se e senza ma, senza possibilità di ritorno, di riporre l’acciaio nel saya, il fodero, se questi non si è intriso di sangue di un altro essere umano.
Metafora cruda in un mondo imbelle che sa di finto,  dove la voce dei mediocri è inarticolata ma assordante, deboli comparse che si credono attori perché sciorinano un “selfie” dopo l’altro, che infestano i social network ad ogni ora lasciando le tracce di ogni loro inutile passaggio: in un ristorante o in una piazza, ad una festa o ad una gita. Comprimari in ogni biografia altrui, e, quel che è più scioccante, comprimari nella loro stessa biografia. “Omer Simpson” più che “homo sapiens”, goffi guitti alla disperata ricerca di un’automobile più grossa, di una casa più grossa, di muscoli più grossi, per il timore di scomparire, di non essere notati. Votati alla ricerca del successo materiale, mentre la “Via dello spirito della spada”, Kenshindo, offre dignità e frugalità, offre valori semplici triturati e maciullati dal post-capitalismo, dalla decadenza morale.
Il Tameshigiri, il taglio della stuoia, pone ognuno di noi di fronte all’atto unico, irreversibile. Scegli di vivere o di morire ? Quanta forza nel tuo cuore ? Poi, non importa il risultato, quando vedo chi, al solito, sfoggia mazzate tamarre, mostrando la fragilità di chi non sa accettare la responsabilità e la condivisione.
Volti tesi, animali feriti ed animali bramosi di uscire allo scoperto. Le stuoie a volte cadono al suolo, a volte si oppongono, o forse è la lama che non ha deciso realmente quale ramo secco, quale zavorra di sé, tagliare, uccidere o, semplicemente e dolorosamente, riconoscere.
Al saluto finale, un passaggio kyu, la marrone a Giovanni, e tre passaggi shodan: Alessandro, anima gentile che non vuole vedere cosa bolle in pentola, Davide, quanto curioso di sé e quanto spaventato di sé, Angelica, fragile e forte donna guerriera ora giunta sul crinale della montagna, un crinale troppo esile per attardarvisi.
Poi, la ricca colazione, con la “chicca” all’inglese: bacon, wurstel, uova. E il sole e il cielo grigio che ne offusca la potenza, e le chiacchiere, ed i volti assonnati che otto ore di formazione marziale si fanno sentire. Ed i saluti agli ospitali gestori dell’Agriturismo, e quelli tra di noi.
L’avventura, la nostra avventura, continua.


“Ma i veri viaggiatori partono per partire;
 cuori leggeri, s'allontanano come palloni,
 al loro destino mai cercano di sfuggire,
 e, senza sapere perché, sempre dicono: Andiamo!!”
(C. Baudelaire. Stralci di “Il viaggio”, dalla raccolta “I fiori del male”)













lunedì 5 maggio 2014

Un fine settimana di pausa. Da chi ? Da cosa ?

“ Ho odiato ogni minuto dell’allenamento, ma mi dicevo ‘Non smettere. Soffri oggi e vivi il resto della tua vita come un campione’ ”
(Muhammad Alì)

Sempre bella la Liguria, i suoi paesini, le rocce e le case incastonate a picco sul mare, i colori intensi e le ombre misteriose che lasciano gli alberi.
Il tempo fa di suo, tra brevi rischiarate e scrosci di pioggia e vento che ci costringono a casa o a uscite improvvise.
Freddo e umido. Io, che già ho lasciato Milano carico di raffreddore e tosse, non ne traggo certo giovamento.
Ciò non mi impedisce di avvolgermi tra le calde, potenti e fluttuanti spire del Tai Chi Chuan.
Mi allungo, mi raccolgo su me stesso. Disegno traiettorie ellittiche nello spazio.
Lo spazio.
Nel grande come nel piccolo.
Da Copernico, che rivoltò come un guanto le concezioni di Tolomeo, ponendo la terra in subordine al sole, astro centrale, sommo “rais” del cielo e delle stelle, a Keplero che completa l’opera di scardinamento copernicano mostrando uno stuolo di pianeti ruotare attorno al sole procedendo per orbite ellittiche. Ed ognuno di loro a ruotare sul proprio asse.
Rotazioni continue, in assenza di spigoli, frizioni o intoppi; curve dentro altre curve e volume e movimenti spiraloidi: come a dire, a fare ….circolarità, che è sia ritorno che continuità, insieme a linearità, che è discontinuità … percorso, movimento che pur “tornando” si evolve e si trasforma.
Curve, spirali che si sprigionano nell’aria fredda del piccolo giardino, danzando Peng Lu Ji An.
Ontogenesi e filogenesi.
Il mare. Onde su onde, piccole e continue, lambiscono la terra di sabbia e ciottoli.
Lupo scava e costruisce, costruisce e scava, pantaloni alzati al ginocchio e mani lordate da terriccio e pietruzze.
Chi sono io?” Mi interrogo. E mi rispondo “Io sono molti”.
Sono il padre premuroso che affianca Lupo nell’ordinario lavoro dei compiti, accoccolati dentro la piccola cucina a ridosso del giardino.
Sono l’uomo solo (Monica, la sua amica, Lupo ed una vivace adolescente, alla volta di Genova e di un diversivo che non troveranno) che erra sul molo, tra sconosciuti frettolosi che scansano la pioggia.
Sono il predatore che, come un animale affamato, torna sempre sul terreno di caccia intriso di sangue.
Una merenda, sempre in solitario, le pagine di un libro che corrono  rapide verso la fine.
Per un nuovo inizio.
Cose dentro altre cose del mondo e di ognuno di noi.
Come le fluttuanti movenze del Tai Chi Chuan. Come gli archi assassini che traccia la lama del katana.
La sera, un sole giallo fuoco ci incontra, mentre attraversiamo Santa Margherita Ligure, poi Camogli.
Un ristorantino incassato sul pendio della montagna, due passi per i vicoli, tra gli schiumi delle onde, la notte che scivola lentamente nella gola del buio.
Sabato, ancora vessati da freddo e vento, lasciamo Rapallo. Si torna a Milano, si torna a casa.

“Persino oggi, non oserei dire di aver raggiunto un qualunque stato di realizzazione.
Sto ancora imparando, poiché l'apprendimento è illimitato.
Essere un praticante di Arti Marziali, vuol dire anche essere un praticante dell'Arte della Vita”
   ( M° R. Baccaro )








domenica 27 aprile 2014

La Notte del Guerriero: parte 4 – L’acciaio, corto e lungo

Sabato 10 Maggio, terremo la 4° edizione de “La Notte del Guerriero”: otto ore di formazione marziale “non stop”, dalla mezzanotte alle otto del giorno successivo.
Nei precedenti post ho dapprima aperto lo scenario su quel che faremo, poi ho affrontato il modulo di formazione dedicato al Tai Chi Chuan, indi quello sul Kenpo.
In questo post, offro una veduta sul modulo di formazione dedicato all’acciaio, corto e lungo:
coltello e katana.
 Chi si è iscritto, avrà un’idea di cosa lo attende, chi non ci sarà … avrà un’idea di cosa si è perso !!
Attendo commenti, suggerimenti, critiche, domande e quant’altro.


“Una volta, un arciere inesperto si pose di fronte al bersaglio con due frecce nella mano. Il Maestro disse: I principianti non dovrebbero portare con sé due frecce, perché facendo conto sulla seconda trascurano la prima. Ogni volta convinciti che raggiungerai lo scopo con una sola freccia, senza preoccuparti del successo o del fallimento”
( detto del Kyudo )

by Illusiane
L’acciaio arma la mano dell’uomo, o forse è la mano dell’uomo che si arma dell’acciaio.
Acciaio corto, tenebroso e letale. Di taglio o di punta, che ferisca e laceri o trafigga, sempre acciaio malsano è. Acciaio votato a togliere altre vite umane, acciaio scelto perché semplice da occultare, rapido da impugnare ed estrarre, ancor più rapido e lineare, guizzo di prepotenza malevole, nel suo stracciare vesti e disegnare sangue sulle carni.
Se quanto ho scritto vi sembra troppo crudo e crudele, beh, lasciate perdere la pratica del coltello e rivisitate con attenzione la vostra pratica a mani nude: “Cosa state cercando e come vi sentite nel cercare ?”.
Sì perché anche le “mani nude” sono armi per fare del male, perché le “Arti  Marziali” sono nate per uccidere e non essere uccisi, per strada o sui campi di battaglia.
Poi, libero ognuno di leggervi quel che gli pare, di stravolgere origini e senso, di farne uno sport per il divertimento suo e di amici e fidanzate ( contento lui di passare le Domeniche a prendere e dare pugni in faccia …); una pratica misticheggiante che, in virtù di non si sa quale energia misteriosa, lo porterà al paradiso della saggezza e dell’equilibrio interiore; uno sfogatoio per dimenticare quelle frustrazioni quotidiane che … si ripresentano regolari dopo l’oretta di sudata; una pratica di “difesa personale” che renda invincibili contro i mille e mille aggressori che, ma certo dai !, dietro l’angolo non vedono l’ora di scatenare la loro furia omicida (!?).
Ma torniamo a noi, al nostro tirar di coltello che, metafora e metonimia di ogni scontro relazionale quotidiano, ci porta a confrontarci con l’assumersi la responsabilità di ogni nostra decisione; ad accettare che, se certamente non possiamo scegliere tutto quel che ci accade, però di quanto ci accade possiamo fare tutto quel che vogliamo, sapendone accettare il prezzo; a saper fare del male quando lo riteniamo opportuno senza chiudere gli occhi davanti alle conseguenze. Roba non da poco, roba da adulti. Roba da guerriero: colui che sa stare nei conflitti.
Allora tireremo di coltello e, dopo aver giocato con un qualche simulacro, un qualche giocattolo di plastica o di legno giusto per “scaldare” gli animi, impugneremo davvero il coltello: animale d’acciaio, appuntito ed affilato. Ne gusteremo il potere sadico sulla pelle nostra ed altrui, guarderemo negli occhi chi ci sfila la lama tagliente a segnare di rossore e forse sangue le gote, la gola, il petto, per poi, ancora occhi su occhi, essere noi a disegnare arabeschi luttuosi sul suo volto, sulla sua pelle nuda.
Tireremo di coltello l’uno contro l’altro, duelli feroci in cui l’animale più debole, quello a cui tremano i polsi e si spezza il respiro, dovrà inchinarsi al predatore più forte, accettandone la superiorità. Prova di umiltà non facile, soprattutto in questa società di parolai e debosciati, dove maleducazione, prepotenza e cafona ostentazione, si sostengono a vicenda coprendo un potere opulento e di facciata.
Poi, sarà la volta dell’acciaio lungo: il katana. La spada, meglio, la sciabola, che fu dei samurai.
Taglio in verticale calante, l’acciaio ricurvo si blocca per poi, d’impeto, risalire .. . taglio di traverso ascendente. Ogni taglio, ogni traiettoria spietata, esprime la precisa volontà di separare, di uccidere.
La lama sembra danzare sul confine del vuoto, ma gli occhi di chi la impugna sfondano bersaglio e spazio, spazio e bersaglio.
Una caotica danza di orgoglio, paura, disprezzo, angoscia, agita cuore e ventre del “samurai”. Taglia, osservando  esili archi rossastri librarsi nell’aria. E quella stuoia di fronte a lui, nell’essere corpo dell’avversario, ostacolo, e insieme desiderio, al suo potere di vita e di morte, è lui stesso. Lui che si riconosce nelle sue miserie e nelle sue forze oscure.
Il senso del Tameshiri, cerimonia di purificazione attraverso l’irreparabile ed irreversibile gesto che separa, senza possibilità di aggiustare, di rimettere “le cose a posto”. Quanto sai davvero “chiudere i conti” ?
Il katana, arma nobile, acciaio lungo, per concludere la Notte del Guerriero.

“Se voglio dominare me stesso, devo prima accettare me stesso,  procedendo d’accordo e non contro la mia natura”
( Bruce Lee )







martedì 22 aprile 2014

La Notte del Guerriero: parte 3 – Il Kenpo

Sabato 10 Maggio, terremo la 4° edizione de “La Notte del Guerriero”: otto ore di formazione marziale “non stop”, dalla mezzanotte alle otto del giorno successivo.
Nei precedenti post ho dapprima aperto lo scenario su quel che faremo, poi ho affrontato il modulo di formazione dedicato al tai Chi Chuan.
In questo, offro una veduta sul modulo di formazione dedicato al
Kenpo
 A seguire, gli altri post sugli argomenti successivi.
Chi si è iscritto, avrà un’idea di cosa lo attende, chi non ci sarà … avrà un’idea di cosa si è perso !!
Attendo commenti, suggerimenti, critiche, domande e quant’altro.


E' ragionevole sentirsi meglio,
diventare più forti e vivere con entusiasmo la propria vita.
Se non ci sentiamo meglio,
non diventiamo più forti e lo studio non porta entusiasmo nella nostra vita,
allora non si tratta di boxe.
Non importa che conosciamo o no la storia della boxe:
dobbiamo valutare  se ci conviene impararla
e se corrisponde alle esigenze della nostra vita.
       (M° Wang Xiang Zhai)

In sintonia con quello che è il cuore della nostra pratica marziale tutta,  affideremo alle capacità nascoste, ma già esistenti in ogni individuo, la possibilità di emergere perché gli consentano un “saper essere” e “saper fare” autodiretto, flessibile ed evoluto.
Come rilevava Jean Piaget, psicologo e pedagogista, il bambino costruisce la sua realtà attraverso il fare, l’agire esplorativo, invece di formarsi un’immagine delle cose e del mondo mediante le sue percezioni e poi agire di conseguenza.
Fare, e poi fare, attingendo alle risorse inconsce che ognuno di noi ha ed affidando a loro il compito di affrontare  i problemi. Perché è il funzionamento conscio che interferisce con quello inconscio, negando a quest’ultimo di  adeguare il comportamento dell’individuo a quanto gli richiede la situazione, la relazione, l’ambiente.
Molto più bambini e meno … seghe mentali !!
Scopo della pratica sarà quello di far sì che il praticante si riprenda la capacità di combinare il potere al volere, il modo di agire alle motivazioni, di rendere spontaneo il comportamento che richiede uno sforzo di volontà.
Un cambiamento che è reale proprio perché trasforma partendo da qualcosa che già c’è. Una specie di “Via del coraggio” che apra le porte della creatività: stati di coscienza espansa in un corpo spazioso.
Occupare lo spazio, quello all’interno del nostro corpo e quello al di fuori. Riconoscendo l’Aji, il potenziale, di ogni nostro spostamento. Lavoreremo sul  “bersaglio” non solo come tale, ma anche in relazione allo spazio che, verosimilmente, questi potrà occupare. Uno spazio che, nel mentre ci separa, anche ci unisce.
Cercheremo di stare in una posizione di forza (Atsui), sia dentro il nostro corpo che nello spazio, per limitare le risorse dell’avversario. Così, la nostra prossima azione sarà Tsugi no Itte, la migliore.
Testeremo tutto ciò sia confrontandoci liberamente con un compagno nel jiu kumite, il combattimento libero, sia nel gioco del “cerchio dei lupi”.
Faremo del Kenpo, per chi lo vorrà, una sorta di terapia del confliggere, del cacciare, in cui la preda vera, reale, non è certo chi ci sta davanti ma noi stessi. Per crescere.


 “Il Go sta agli scacchi, come la filosofia sta alla contabilità della partita doppia”
(Trevanian)




martedì 15 aprile 2014

La cena di Guido

“L’ascolto delle sensazioni è l’essenza intima dei movimenti”
(M. Trager)

Siamo quasi una trentina a festeggiare Guido. Guido ed il suo “shodan”, cintura nera 1° grado.
In realtà, Guido approdò allo Z.N.K.R. già graduato grazie alla pratica nel Karate stile Shotokan: fu lui a volersi cingere ai fianchi la cintura bianca e cominciare ex novo la sua avventura.
Diversi anni insieme e di cose ne sono successe, compreso il recente matrimonio con la biondissima e gentile Carla.
Anni di lezioni serali, Seminari e Stage. Di cene e chiacchiere in libertà. Di pugni e calci e sudate, di amicizia costruita incontro ( e scontro !! ) uno dopo l’altro.
Siamo quasi una trentina. Ci sono gli “anziani”, quelli che già avevano i gradi “alti” quando Guido ha fatto il suo primo ingresso in pedana, e ci sono quelli che con Guido hanno iniziato a condividere dagli anni della sua “marrone”; ci sono pure quelli, Annalisa a rappresentarli, che Guido, e lo Z.N.K.R., hanno iniziato a conoscerlo da un pugno di mesi. Poi ci sono i bambini, praticanti al corso Kenpo Bimbi / Ragazzi o semplici amici, e gli adulti che Guido, e lo Z.N.K.R., l’hanno conosciuto grazie alla compagna, o compagno, praticante.
Ed è bello vederli tutti insieme a ridere e scherzare. Mi piace pensare che siamo tutti figli, frutto, del toccare, del toccarsi quand’anche …. rudemente, perché toccare è accompagnare, accompagnare l’altro  in un’avvincente esplorazione di sé ed intanto anche chi ha dato l’avvio al tocco è in cammino e si trasforma.
Probabilmente toccare, toccarsi, quand’anche … rudemente, insomma, “menarsi”,  aiuta a dissolvere le nebbie dei rispettivi ego, impedendo di appiccicare all’altro una maschera, un ruolo, che in realtà non gli appartiene ma è lo schermo delle nostre proiezioni.
Toccare, toccarsi, quand’anche … rudemente, avvia un percorso di conoscenza e trasformazione, di individuazione, che richiede un’strema delicatezza. E’ pratica che non consente di esaltare l’ego di chi guida il gruppo, il Sensei, ma nemmeno dei praticanti, né di chi “le dà” né di chi “ le prende”.
Richiede delicatezza e, insieme, un certo coraggio, un’audacia nel procedere sovente a tentoni, sovente cadendo, sovente anche soffrendo.
Ma se il risultato è crescere, è comprendere ovvero non un vuoto sapere ma acquisire maggiore conoscenza, è interagire consapevolmente con l’ambiente, allora ne vale la pena.
Anche perché, di contorno, troviamo momenti sereni come questo, attorno ad un tavolo imbandito, a festeggiare Guido, tra amici che si conoscono … dentro

“Il gesto è davanti a me come un interrogativo, mi indica certi punti sensibili del mondo, mi invita a raggiungerli”

(M. Merleau – Ponty)







mercoledì 9 aprile 2014

La Notte del Guerriero: parte 2 – Il sé fisicoemotivo. il Tai Chi Chuan, le origini

Sabato 10 Maggio, terremo la 4° edizione de “La Notte del Guerriero”: otto ore di formazione marziale “non stop”, dalla mezzanotte alle otto del giorno successivo.
In un precedente post del giorno 1 Aprile, ho “aperto” lo scenario su quel che faremo.
In questo post, offro una veduta sulle ore di formazione dedicate a
“Il sé fisicoemotivo. il Tai Chi Chuan, le origini”
 A seguire, gli altri post sugli argomenti successivi.
Chi si è iscritto, avrà un’idea di cosa lo attende, chi non ci sarà … avrà un’idea di cosa si è perso !!
Attendo commenti, suggerimenti, critiche, domande e quant’altro.




L’esperienza mi ha fatto scoprire che il corpo non è una semplice cosa tra le altre cose del mondo oggettivo e che non è una macchina soffice. Il nostro sé umano è piuttosto un orientamento psicospaziale e psicotemporale; perciò la trasformazione dell’intero essere, a qualsiasi livello avvenga, è sempre un evento corporeo
(J. Maitland)

Fuori da ogni schema scientista ottocentesco, da una concezione del corpo meccanicistica, da ogni pretesa ginnico / atletica.
Ecco, il sistema nervoso è come un complesso sistema di porte che si aprono e si chiudono quando gli stimoli incontrano i recettori locali. Quel che sento in “zona” non è semplice conseguenza della risposta del cervello, ma anche di come il tessuto locale opera in queste “porte”.
Noi siamo esseri fisicoemotivi, non macchine; siamo un’ entità complessa, intra ed inter relazionata.
Membrana aponeurotica, tessuto connettivo, muscolatura profonda, cervello sottocorticale … insieme in un comunicare ed influenzarsi a vicenda. L’individuo è un organismo omeostatico, in cui ogni parte si relaziona organicamente con le altre e rispetto al tutto. Ogni parte è metonimia e metafora del tutto.
“Dalla fisica sappiamo che ogni corpo possiede una cosiddetta frequenza naturale, ossia che esiste un campo di lunghezze d’onda con cui esso è in risonanza e che questa risonanza può incrementarsi”, così scrive Laszlo Mero, psicologo, matematico, autore di libri su intelligenza e razionalità umana.
Con il dialogare delle nostre mani, contatteremo i piedi,  in cui si concentra tutta l’evoluzione psicomotoria, che sono, in quanto basi d’appoggio, espressione della nostra aderenza alla realtà.
Un’immagine passata da Jader Tolja (medico, psicoterapeuta e leader dell’ ‘anatomia esperienziale’, ovvero la conoscenza diretta interna e propriocettiva del corpo), descrive l’essere umano come un burattino all’incontrario: nel burattino i fili che lo comandano scendono dall’alto, nell’uomo, questi fili sono i piedi. Ovvero è il diverso muoversi dei piedi ad innestare il movimento in tutto il corpo. Per questo, ai piedi dedicheremo l’apertura della nottata.
Da qui, con il contributo di come io ho assimilato le mie esperienze in
arti occidentali, tra queste Feldenkrais, Expression Primitive e Danza Sensibile,
e quelle in
arti asiatiche, in particolare il Tai Chi Chuan, incontrato sul finire degli  anni ’70 grazie al M° Grant Muradoff ( ballerino e coreografo giorgiano, esperto di esoterismo occidentale, il primo ad introdurre il Tai Chi Chuan in Italia ) poi studiato, regolarmente o a “tratti”, con diversi Maestri quali Tokitsu Kenji, Chen Zenglei, Anthony Walmsley, Erle Montaigue, fino ai recenti insegnamenti che ricevo dal M° Aleks Trickovic,
affronteremo il “corpo guerriero”, la sua densità e sostanza.
Praticheremo  Peng, “come un pallone che galleggia sull’acqua” e i Souei Shou, le “mani che spingono”, i cui movimenti si iscrivono in un tracciato sferico, dotato di volume, e sono sostenuti da una “forza assente”.
La nostra cultura attuale, di stampo narcisistico, dunque alla costante ricerca di un’immagine che dia sicurezza, di certezze assolute in ogni campo del fare e sapere, privilegia immagini e figure fisse, in quanto un’icona immobile è sempre identica a se stessa e può essere facilmente riconosciuta, il che ci dà una sensazione di potere e controllo.
L’individuo propriocettivo, di contro, privilegia le  informazioni originate  dalla propria esperienza corporea più che da quella visuale.  In questo senso, egli si immerge nel movimento praticandolo come un insieme in cui ogni parte è … parte di un’altra parte e tutte quante concorrono a quell’insieme che è l’agire e il traslocare nello spazio. Ovvero, il fluire del movimento è ampiamente influenzato dall’ordine in cui le diverse parti del corpo si mettono in azione.
Questo genere di “artista marziale”, consapevole dell’indissolubile relazione che c’è tra le diverse parti di sé e delle stesse con l’ambiente esteriore, ascolta la voce degli stimoli interiori del comportamento che precedono i suoi movimenti, dando inizialmente poca attenzione all’abilità necessaria per l’esecuzione gestuale. Risulta, quindi, esaltata, al posto dell’abilità tecnica, dell’abilità formale, la partecipazione interiore.
Nel tentativo di lasciar  fluire liberamente i suoi movimenti spontanei, questo praticante sarà più irregolare e impulsivo del praticante mero esecutore di tecniche imposte. Però, come organismo vivente, libero ed autodiretto, trascurerà gli aspetti narcisistici, i tratti più esteriori della vita, per darsi al rispecchiamento dei processi nascosti nell’interiorità del suo essere … umano.

“Noguchi ha parlato della necessità dell’elasticità del corpo, per mantenerlo in buona salute. Se si accetta quest’idea, che occorre fare ? E’ molto semplice: rilassarlo” (Tsuda Itsuo).



Post illustrato con opere mobili (“una parola francese comparabile all'italiano «movente», che contiene un'allusione al moto ma anche alla motivazione”)  di Alexander Calder.  Ovvero, “Mitologia, la logica del mito, è quella dell’Energia Vitale, in forma di semi, sepolti in ogni cultura umana e in ogni uomo, che aspettano anche se oscurati, dimenticati, l’illuminazione creativa” (S. Guerra Lisi  - G. Stefani)
Per saperne di più: