martedì 10 maggio 2022

Maestro di che?

“Cercare, e trovare, maestri che ci svelino nuovi orizzonti e ci indichino nuove possibili strade è segno di non aver abdicato al pensiero omologato e di preservare curiosità intellettuale e vitalità esistenziale. Ogni età della vita ne chiede di nuovi per crescere e rinnovarsi.

“Mai più maestri” si leggeva nel ’68 sui muri delle università occupate, nobile anticipazione del già dimenticato “uno vale uno” che nascondeva solo l’analfabetismo funzionale di pochi.

Ma oggi, esistono ancora i maestri? Nelle nostre democrazie, che appiattiscono l’alto verso il basso, sembra esserci posto solo per voltagabbana o influencer. Mancano guide morali capaci di risvegliare le coscienze, maestri capaci di indicare sentieri da esplorare alla ricerca non solo di nuove risposte, ma sopratutto di nuove domande. Senza maestri si è condannati al pensiero unico e ad un mortificante livellamento culturale. Oggi vi è una domanda di senso e un’esigenza di ethos che chiamano a gran voce nuove guide, esempi coraggiosi con cui confrontarsi.

Non smettiamo di cercare i nostri maestri, non smettiamo di vivere”

(P. Iacci)

 

No, Maestro, no: io prediligo Sensei,Colui che è nato prima”.

Nego la “maestria” che è sapere compiuto, definito e definitivo.

Non fosse altro perché io sono anche e sempre allievo: “chi viene allevato, con riferimento all’allevare nel suo significato di fornire educazione e istruzione” (Vocabolario Treccani). Sono allievo di altri che ne sanno più di me; sono allievo dei miei stessi allievi, portatori di curiosità, domande e saperi personali che mi inducono a riflettere, ripensare e dunque a re – imparare; sono allievo degli incontri e degli accadimenti del vivere quotidiano che sono sempre esperienze traducibili in sapere marziale, conflittuale, quanto questi ultimi  lo sono nel e per il vivere quotidiano; sono allievo dei miei stessi errori che, come tali e contrariamente al pensiero comune che li bolla e punisce come “male”, essi, nel loro senso etimologico “L’andar vagando, peregrinazione, vagabondaggio” (Vocabolario Treccani) raccontano di un viaggiare tra sbandate e cadute necessario, inevitabile, per imparare davvero, per prendere la rotta migliore.

Allora prediligo, per me, “Colui che è nato prima”. Colui che, in quanto “nato prima”, ha vissuto più e più esperienze; colui che è stato sotto la tempesta ed invece di scappare o cercare rifugio, ne è rimasto al centro; colui che è già entrato nel bosco e, pur tra cadute e paure, lo ha attraversato.

Non un sapiente né un grand’uomo, tantomeno un uomo perfetto, scevro da colpe e malefatte. Tutt’altro!!

Proprio per questo, nelle Arti Marziali come nel Counseling, con gli allievi delle arti del combattimento come con i clienti che a me si rivolgono perché li aiuti a migliorare la qualità della loro vita, io li comprendo.

Li comprendo perché mi sono battuto per davvero, tra scontri e fughe ed agguati, per davvero ho impugnato quanto ho subìto i coltelli, i bastoni, le spranghe. Li comprendo perché ho attraversato ogni manifestazione del “mal di vivere”; ho conosciuto il dolore e l’assenza nelle relazioni con i genitori, con il partner, con i figli; ho fatto ogni genere di male ed ogni genere di male ho subito. Ho vissuto e vivo tutt’ora, giù da ogni piedistallo, facendo ogni giorno esperienza di me, di me essere fisicoemotivo.

Lascio ad altri il titolo di “Maestro”, anche quando la pratica marziale o la vita quotidiana li smentisce, li sbugiarda. Li smaschera svelandone ignoranza, bugie, paure, malefatte che essi nascondono invece di farne strumento di autocritica e crescita. Ah, già, loro sono Maestri!!

Io mi tengo quello di “Sensei, quello di “Nato prima”.

Però condivido l’appello di Iacci al cercare “Maestri”, perché “Senza maestri si è condannati al pensiero unico e ad un mortificante livellamento culturale”, e posso considerami anche io tale almeno nell’accezione di “esempi coraggiosi con cui confrontarsi”.

Senza la pretesa di alcuna maestria che spetta a ”Chi conosce pienamente una qualche disciplina così da possederla e da poterla insegnare” ( Vocabolario Treccani). A chi, insomma si è fermato, si è seduto su quanto sa illudendosi, sovente in malafede, di “possedere”, mentre attorno a lui la vita scorre e tutto cambia.