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sabato 29 agosto 2026

Là dove il corpo si apre alla sua verità: Paolo Troilo a Palazzo Reale

 

Con Monica e Piero stiamo entrando a Palazzo Reale, ci attende

The Breach. Il muro rompe il silenzio

Nella mostra di Paolo Troilo, ex pubblicitario, da un ventennio pittore ormai affermato, vengo subito preso da figure che paiono scolpite in pittura, sono anime che sbucano in primo piano tra vene rigonfie, volti deformati da una tensione primordiale, corpi michelangioleschi contratti in un urlo che è insieme liberazione e dolore. Eppure, dentro questa furia anatomica, c’è un’immediatezza che mi spiazza, un magnetismo che attrae e insieme turba, che impone silenzio mentre l’occhio segue i chiaroscuri, i movimenti, lo slancio vitale e primitivo delle forme.

In questo spazio sospeso, la mia pratica marziale trova un’eco naturale. Come nelle opere di Troilo, anche nelle Arti Marziali il corpo è un ingresso perché non solo tecnica, ma rivelazione. Ogni gesto marziale diventa un chiaroscuro, il respiro una fenditura, la postura un urlo che non ambisce alla vittoria ma alla conoscenza più remota e profonda. Entrambi, pittura e pratica marziale, spronano l’uomo a esporsi, a crescere, a incontrare la propria intensità senza tentennare e con coraggio.

La mostra diventa così un Dojo, un luogo in cui l’umano si riconosce vulnerabile ma potente, in cammino attraverso passione e sofferenza. Un cammino verso il l’erotico e il vitale.

Milano – Palazzo Reale

18 giugno – 13 settembre 2026





lunedì 13 aprile 2026

L’artista Iain Andrews e le Arti Marziali: Un incontro nell’Ombra

 


Mio figlio Lupo mi invita a guardare il programma della Art Week, in cui campeggiano diversi eventi di interesse. Lì leggo della mostra di un artista a me del tutto sconosciuto la cui presentazione subito mi intriga.

Detto fatto, eccomi alla galleria Gaburro in pieno centro cittadino, a visitare

la mostra di Iain Andrews.


Farlo significa entrare in un territorio dove il colore non è decorazione, ma una lesione; dove la forma non tranquillizza, ma interroga; dove l’immagine non rappresenta, ma evoca. È un viaggio nell’Ombra junghiana, quella regione psichica in cui si contorcono le pulsioni più profonde, le memorie arcaiche, le parti di noi che non osano la voce nel linguaggio ordinario.



È proprio in questo spazio che ho trovato una sorprendente corrispondenza con il mio modo di intendere e proporre le Arti Marziali. Non come disciplina estetica o ginnica, non come repertorio di gesti codificati, ma come pratica simbolica, rituale, trasformativa. Una Via che attraversa l’Ombra invece di evitarla, che la invoca e ci si confronta invece di soffocarla.



Le opere di Andrews sembrano muoversi come un combattente che danza tra caos e forma: Stratificazioni, abrasioni, tagli, improvvise aperture di luce. Ogni quadro è un kōan visivo, una percossa che disorienta per risvegliare. Allo stesso modo, così come io e noi allo Spirito Ribelle la intendiamo, la pratica marziale lavora per far emergere in primo piano ciò che giace sullo sfondo: Inquietudini, paure, desideri, impulsi vitali. Non per giudicarli, ma per quanto possibile integrarli.



Sono convinto che l’arte di Iain Andrews e la pratica marziale condividono un linguaggio metaforico. Entrambe parlano attraverso simboli, archetipi, gesti che non intendono spiegare ma solo rivelare. Entrambe chiedono al marzialista (o allo spettatore) di lasciarsi attraversare, di accettare la vulnerabilità necessaria alla comprensione, più che alla conoscenza (1),ed alla trasformazione. Entrambe, poi, ricordano che l’autentica forza non nasce dal controllo, ma dalla capacità di stare nel conflitto senza esserne travolti.


In questo senso, la mostra non è stata per me solo un’esperienza estetica, ma un vivido riconoscimento: La conferma che il percorso marziale può dialogare con l’arte più radicale, e che entrambe possono diventare strumenti per esplorare la complessità dell’essere umano. Un invito a continuare a camminare sul filo sottile che mischia Ombra e Luce, forma e caos, gesto e visione.

Per questo non smetterò mai di esortare chi mi legge, e in particolare chi con me condivide il percorso marziale allo Spirito Ribelle, a frequentare e magari praticare tutte le sette Arti: Architettura, scultura, pittura / fotografia, musica, danza / movimento in genere (ma non le pratiche fitness e di palestra oggi in voga che agiscono di corpo Korper!!), letteratura e cinema / teatro

  come splendida occasione di reale attraversamento emotivo e crescita personale.


1. “(omissis) comprendere: cioè dell’interpretare e non dello spiegare, dell’accompagnare (…) dell’accogliere e non ridurre (…)” (F. Cambi. ‘Un modello integrato di epistemologia pedagogica’)





Milano Art Week 2026

dal 13 al 19 Aprile


domenica 21 settembre 2025

Mani Nude



‘Mani nude’, pellicola del regista Mauro Mancini tratta da un libro di Paola Barbato, si alza come un urlo silenzioso, una danza brutale tra carne nuda e immutabile destino.

Davide, ragazzo ‘bene’, trascinato suo malgrado nel fango dei combattimenti clandestini, non veste keikogi né onora Dojo, ma ogni colpo è un drammatico haiku di sopravvivenza.

Le Arti Marziali qui non ci sono, eppure ci sono. Non c’è kata, non c’è rispetto, ma il corpo comunica, come in ogni disciplina che nasce dal vuoto per domare il caos.

Minuto, l’allenatore, non insegna la Via del guerriero, ma una semplice e raccapricciante via del dolore, dove il tatami è cemento e il saluto è mostrare le mani nude.

Ciononostante, nel dramma della violenza, batte kokoro, il cuore marziale: Il combattimento come specchio dell’anima, il combattimento come rito di passaggio, la sofferenza come maestro silenzioso.

La pellicola non celebra l’Arte, la profana, la distorce, la obbliga a urlare. Ma proprio lì, nel suo tradimento, ci ricorda quanto sia sacra, quanto rantoli nel profondo di ogni umano. Quanto sia importante riconoscerla.

Mani Nude è il lato oscuro del Bushido, dove l’onore è violentato dalle scommesse e il guerriero non anela alla pace interiore e nemmeno alla vittoria, ma ad una impossibile redenzione

Una pellicola che non sprona ad imparare a combattere, ma a sopravvivere con tutte le proprie pur esili forze. Non indica la Via, ma il prezzo pesante di averla smarrita.

Poca, pochissima musica a sostegno delle riprese, chiaro / scuro a regnare sovrano, recitazione essenziale ed asciutta. Bellissimo. Per stomaci forti e curiosi, per ricercatori di sé e dello stare al mondo.

In TV su Paramount plus

 


 

 

lunedì 1 settembre 2025

Disuguaglianze patenti e latenti: la Triennale Milano 2025 riflette sul presente

 La 24ª Esposizione Internazionale della Triennale di Milano, intitolata

Inequalities,



si propone come una delle più potenti narrazioni visive e performative di questi anni. Aperta fino al 9 novembre 2025, la mostra affronta il tema delle diseguaglianze in modo transdisciplinare, trasversale e con anche un occhio di riguardo alla dimensione corpo e movimento come linguaggio universale di espressione e trasformazione antagonista, persino alternativa.

Monica, che mi ha suggerito l’evento, ed io approfittiamo del mese di Agosto, proposto gratuitamente, per una visita. La mostra è davvero tanto enorme nelle sue diverse facce che non riusciamo a vederne che una piccola parte, così, anche spinto dal fascino e dai potenti stimoli che mi ha procurato, torno a completarne la visita con mio figlio Lupo.

Colpiscono subito e per tutto il tempo della visita le disuguaglianze patenti e latenti che abitano il mondo contemporaneo, cogliendo aspetti della realtà che ci sfuggono o che, a volte egoisticamente, preferiamo non approfondire. Il percorso è denso, densissimo, e l’abbondanza di materiali in mostra (tra testi, video, infografiche, diagrammi ecc.) richiede il giusto tempo di assimilazione e riflessione.


Sono profondamente scosso dallo scoprire quante menti, quante intelligenze, in tutto il mondo, stiano da anni studiando e lavorando per cercare e testare modi e soluzioni di vita capaci di invertire la rotta che vede aumentare drasticamente la disuguaglianza tra benessere e malessere, tra i pochi privilegiati e la massa di poveri che va ingrossandosi sempre più. I mezzi di comunicazione di massa non ne parlano né scrivono mai, li silenziano nascondendoli. Sono voci e pratiche minoritarie, isolate, eppure così temute da costringerle sempre e ovunque sullo sfondo? Da sminuirle etichettandole come utopie irrealizzabili?

Fanno così paura?

Ogni padiglione, tolti probabilmente gli ultimi due, offre motivi di autentica sorpresa nella capacità di mostrare e spiegare il cuore del conflitto e della disuguaglianza lì presentata quanto le soluzioni già in atto o possibili. Sono autenticamente sorpreso e contento che, da qualche parte in ogni angolo del mondo, Cina o Italia, Giappone o Polonia ecc. ci sia qualche anima ribelle che si impegna, spende tempo ed energia e denaro per contrastare lo sfacelo disumanizzante cui stiamo correndo incontro.

Non riesco a scegliere chi qui evidenziare perché significa scartare intelligenze e prestazioni comunque straordinarie, ci provo già lamentandomi per chi escludo.

  • Al piano superiore la mostra We the Bacteria illustra su tavoli e installazioni ben congegnate la tesi dell’«architettura biotica»: Non è più pensabile un’architettura a «supporto ortopedico» dell’uomo fragile continuamente protetto da malattie, paure e disturbi, mentre va inteso come un ecosistema mobile in cui i tanto temuti microbi e batteri divengano nostri alleati già nella costruzione delle case. E già lo sono in diversi, per me incredibili, casi nell’agricoltura, nella difesa del territorio, nella medicina stessa. Un modo straordinario di proporre l’architettura!!
  • La Norman Foster Foundation (NFF) mostra progetti per la trasformazione di un insediamento informale in India, la rigenerazione di una città distrutta dalla guerra in Ucraina, un’alternativa alle tende nell’accoglienza dei rifugiati, soluzioni abitative sostenibili economiche e di alta qualità, idee per produrre energia pulita, moduli edilizi industrializzati.
  • Un’installazione di Federica Fragapane pone in evidenza la consapevolezza che dati e numeri, così come le visualizzazioni stesse, non sono entità neutre, oggettive, ma il frutto di ricerche e azioni umane. I temi trattati non sono visti come immagini bidimensionali, ma come una moltitudine di angoli, più o meno latenti. Il progetto ne mostra alcuni, rendendoli visibili. Le forme tracciate raccontano le asimmetrie, le distanze e le differenze di scala rivelate dai dati.
  • La Repubblica della longevità ci porta dentro Cinque Ministeri – dello Scopo, dell’Uguaglianza del Sonno, della Democrazia Alimentare, della Libertà Fisica e dello Stare Insieme – che mostrano come comportamenti quotidiani, oggetto di disuguaglianze, possano diventare strumenti per democratizzare la salute e colmare le disparità sanitarie. E’ una dimostrazione scientifica ed artistica insieme che è possibile cambiare per vivere tutti meglio.



Certo, da vecchio uomo di sinistra, non posso non nutrire qualche dubbio sui fondamenti epistemologici di alcune di queste soluzioni, su quanto esse non siano semplicemente la faccia bonaria e paciosa di uno sfruttamento solo più edulcorato, meno aggressivo; se davvero nascerà un movimento collettivo, antagonista o sarà tema dei soliti pochi privilegiati, poiché salute e disuguaglianze sono questioni tanto interconnesse quanto strutturalmente legate a quella di ‘classe’, parola (e lotta) ormai dimenticata dalle forze cosiddette di sinistra.

Non potevano mancare, qui e là, riferimenti al corpo e al movimento intesi come vulnerabilità e potenza, protagonisti in alcune delle installazioni fisse e, a venire, in alcuni interventi.

La mostra non si limita a rappresentare il corpo, lo interroga come spazio biopolitico. Le diseguaglianze si mostrano nei corpi che abitano le città, nei gesti quotidiani, nelle possibilità di movimento e accesso. Come scrive Stefano Boeri, presidente della Triennale, “parleremo di città e spazi, ma anche di corpi e vite… di come le diseguaglianze agiscano sulle aspettative di salute e speranza di vita”.




Inequalities riesce a trasformare il corpo da semplice oggetto estetico a soggetto critico. Il movimento, in tutte le sue forme — danza, performance, cammino, gesto — diventa strumento per denunciare, ricordare, immaginare. In un mondo dove le diseguaglianze si fanno sempre più strutturali, la Triennale ci invita a osservare i corpi non solo come veicoli di bellezza, ma come archivi viventi di esperienze, traumi e speranze.

Mostra straordinaria, mi permetto di leggerla come occasione imprescindibile per chiunque voglia vivere e non sopravvivere, voglia essere consapevole di chi è e cosa sta facendo in questo mondo, necessiti di sapere che non è solo nella sua lotta per una vita collettiva migliore.

 

 


 

 

giovedì 1 maggio 2025

Metamorfosi e mistero. Il mondo di Leonor Fini


Palazzo Reale

Io sono Leonor Fini

Mattinata di sole, ancora pochi i turisti nei pressi del Duomo. Con Susy, da Bassano del Grappa in rapida trasferta a Milano, eccomi ad ammirare la mostra di questa artista intrigante, fuori dalle righe, in totale distonia con lo spirito dei tempi.

Una vita segnata, già dall’infanzia, da eventi traumatici: La separazione non pacifica dei genitori; la fuga a Trieste, dall’Argentina, della madre con lei al seguito; la ricerca disperata del padre per riaverla con sé, con tanto di intervento poliziesco; la madre che per anni la traveste da maschio per renderne più difficile l’identificazione; in ultimo, una malattia che la costringe per due mesi bendata e al buio.

Ce n’è abbastanza per vedere crescere una persona insicura e disturbata.

Una persona che si vede corpo mutevole e performativo, che dipinge spesso figure ibride, tra l’umano e l’animale, entrando a piene mani nel campo della metamorfosi e della trasformazione dell’identità, che trova nell’attività di costumista e scenografa per teatro e cinema la via per trattare il corpo come mezzo espressivo e narrativo.

La sua stessa vita fu una forma di espressione artistica. Si presentava alle feste ed agli appuntamenti con abiti eccentrici e di stampo teatrale, facendo della sua immagine una narrazione visiva. Narcisista ed egoica fino all’estremo, come dichiarava lei stessa, probabilmente copriva una insicurezza di fondo cercando sempre di stupire gli astanti, di farsi notare, di non essere racchiusa in nessuna definizione.

Leggo i pannelli che ne spiegano l’opera e trovo goffe le affermazioni di lei come capace di mettere in discussione il genere, l'identità, l'appartenenza, i modelli consolidati di famiglia, la mascolinità e la femminilità. Sorta di ultra femminista ante litteram.

La sua infanzia ci mostra i traumi, i “mostri”, le paure che l’hanno formata. Proprio quei pannelli che scrivono del suo rapporto con Freud e la psicoanalisi come fanno a non prendere in considerazione una lettura travagliata, sofferta, di chi cercava compagnia solo di uomini efebici, glabri, giovani e così distanti dalla figura di maschio adulto, di… padre? Di chi amava farsi ritrarre sempre in pose affettate, costruite, mai sincere, tanto che un suo caro amico le scriveva implorandola di lasciarsi vedere invece di nascondersi continuamente? Che, di suo pugno, scriveva quanto qui sotto:


 












Tant’è, questi sono anni di strampalata cultura woke, di asservimento ai capricci individualisti, di isterica attenzione ai diritti privati mentre crollano le difese di quelli collettivi e sociali, di crisi grave di ogni senso di collettività e comunità. Sono anni ben riassumibili nella battuta del comico Eros Brousson: “
Pazzesco che una volta si dovessero aspettare nove mesi per sapere se il figlio che si aspettava era maschio o femmina. Adesso devi aspettare venticinque anni e non è neanche detto, magati poi è un unicorno o una maniglia”. Sono anni di trito superomismo di massa fatto passare come fulgido coraggio di andare oltre i propri limiti. Sono anni in cui appare evidente che la più gran dote di cui un individuo possa attrezzarsi e di cui molti, troppi, mancano, è il totale disinteresse nell’assecondare il bisogno di gratificazione immediata del pubblico, quello reale e quello virtuale quanto mefistofelico dei social. Sono anni in cui il pensiero dominante arruola tutto e tutti sotto la bandiera del politicamente corretto, del soggettivismo come presupposto per una società di individui soli e alienati, dell’acquiescenza verso un Paese dominato da poteri forti e pensieri deboli.

Le opere della Fini, via da ogni giustificazione a posteriori, sono intense, spesso grevi. Mi suscitano emozioni profonde, rimandano a tormenti e oscuri spazi. Impossibile restare indifferenti.

La sua intera produzione, dipinti o costumi che siano, è un cammino nell’inconscio, un affacciarsi su mondi sospesi tra sogno e realtà. Le sue figure femminili, un misto di potenza minacciosa e rassicurante presenza, paiono uscire da un universo parallelo, fatto di sensualità e insondabili misteri.

Il corpo è simbolo di trasformazione incerta, ambigua, immerso in un mondo privo di certezze. C’è un istrionismo evidente in tutte le sue opere, un aspetto drammatico come parte di chissà quale antico rituale sepolto nei secoli, di cui lei si presenta come sacerdotessa.

Sì, sono immagini le sue, ma trasmettono e coinvolgono stati d’animo, emozioni sotto pelle che mi interrogano su cosa sia la realtà oggi e quanto in essa giochi la mia presenza nel definirla; suggeriscono che in tutte le cose viva il loro contrario, che nella luce ci sia l’ombra e quanto la seconda ci appartenga.

Mostra bellissima, ricca di opere.













Chissà se coloro che si occupano di corpo e movimento, in particolare di corpo e movimento nel conflitto, nel “marziale”, vanno a confrontarsi con altre manifestazioni artistiche, si arricchiscono del rapporto “artistico” anche fuori del loro “orto” traendone momenti di riflessione sul loro fare di corpo. Anche se ne dubito, per quanto posso sapere direttamente da loro o leggendo le loro esternazioni in rete.

Mi auguro, però, che i praticanti Spirito Ribelle non siano altrettanto chiusi nel loro “orto”. Che esplorino il mondo tutto dell’arte. Che, mio parere sincero, non si lascino sfuggire la mostra di Leonor Fini.

Io sono Leonor Fini

Palazzo Reale. Milano

dal 26.02.2025 al 22.06.2025








 

 

 

 

giovedì 30 gennaio 2025

L’estetica algida

 



Questa volta, con l’amico Piero, sono a

Palazzo Reale

Per la mostra fotografica di

George Hoyningen – Huene

Nato nel 1900, nella sua vita e con le sue opere ha attraversato il mondo culturale ed artistico variegato e in sussulto che fu anche di Man Ray, Coco Chanel, Jean Cocteau, Salvador Dalí e Lee Miller, il movimento surrealista e i primi vagiti della fotografia di moda divenendo un punto fermo per le più importanti riviste del settore.

Bellissime (forse perfette?) immagini in bianco e nero, impossibile non coglierne l’eleganza raffinata, il gioco di luci ed ombre, la pulizia estrema, asettica.

Ecco, qui mi fermo: Personalmente, emozioni zero. Difficile, a livello emotivo, distinguere l’oggetto posto accanto alla persona fotografata, dalla persona stessa: Due bellissime “cose”.

Ottimo fotografo di moda, cioè capace di rendere ogni soggetto un oggetto bellissimo, quasi da invidiare nella sua perfezione, da desiderare di possedere, di avere, di … comprare.

Insomma, il suo lavoro al servizio dei committenti lo faceva bene, benissimo. Tanto vi aderiva da essere “fotografo di moda”, di glamour, anche quando, libero dagli obblighi della committenza, si spingeva in terra d’Africa e ne documentava paesaggi e forme con la stessa perfezione stilistica, lo stesso stile algido, senza nulla raccontare di mistero, povertà o ricchezza, differenza dal borghese mondo occidentale che lui frequentava, forza, magia, che inevitabilmente ha quella terra, come hanno raccontato altri autori nelle diverse arti figurative o nella letteratura. Niente “mal d’Africa”, niente esotismo, niente sorpresa, niente eccitazione.

Nelle fotografie tutte di Hoyningen – Huene, almeno quelle esposte, non ho trovato nulla dei fremiti e degli eccessi del surrealismo, né ho trovato riscontro, nei ritratti femminili, delle sue parole: “Le modelle sono donne e non personalità di alabastro” perché, almeno a me, sono sembrate tutte oggetti di alabastro. Probabilmente l’influenza delle sculture greche lo indusse a non varcare mai i confini dell’oggetto bello, forse in questo limitato dal non conoscere la “religione” greca, invero pantheon di divinità umane, molto umane, con i loro eccessi, con l’assoluta noncuranza nel praticare copula, incesto e pedofilia. L’incontro trai i dettami di quella che era pur sempre una religione, con la sua severità, e le pratiche … per nulla severe ma libertine, forse avrebbe contribuito a dare emozioni e vibrazioni ad immagini altrimenti fredde, algide.




In anni in cui la professione della modella ancora non esisteva, le donne che fotografava erano amiche personali, ballerine, incontri casuali; dunque probabilmente prive di quella professionalità austera, di quella patina glaciale che contraddistingue chi della modella fa una professione. Costoro avranno portato davanti all’obbiettivo della macchina fotografica le loro incertezze, l’essere sfrontate o timide, la loro vergogna nell’esporsi o, al contrario, il loro desiderio di mettersi in vetrina: Niente di tutto questo traspare nelle foto di Hoyningen – Huene, capace con grande, grandissima bravura, di appiattirle tutte in neutre immagini di copertina.

Nemmeno quando ad essere oggetto erano corpi nudi maschili, scattati senza alcuno scopo commerciale ma solo per diletto. Nonostante l’essere Hoyningen – Huene omosessuale, i muscolosi ritratti di corpi e torsi, anche quando appartenenti al suo compagno, sono bellissime, precise ed algide immagini di corpi – cosa. Un totale ottundimento emotivo.


Mi dispongo ad osservare le fotografie a partire dal mio campo di pratica e conoscenza, ne imito le pose e posture, e tutte mi rimandano staticità emotiva. Nessuna forma umana è a spirale. La spirale rappresenta la ciclicità, l’evoluzione, il movimento della vita e la connessione tra l’umano e il divino, tanto quanto lo sforzo introiettivo, di trasformazione e di esplosione alla vita. Nelle foto, nulla di questo, solo forme a “spillo”, qualche leggera curvatura. Un paio di omolaterali e mai un controlaterale, ovvero ordine e “piedi per terra” e mai pensiero laterale, pensiero creativo, pensiero sovversivo.

Dunque, un fotografo dalla tecnica eccelsa, inappuntabile, perfettamente a suo agio dento i limiti e gli scopi del vendere un prodotto.

Come a dire, sempre nel mio campo di pratica e studio: Vuoi vedere e praticare una forma di Tai Chi Chuan esteticamente lineare, delicata, capace di catturare i tuoi occhi, di esporsi bella al pubblico? Avanti c’è posto in tante ma tante e ancora tante Scuole che ti propongono gesti aggraziati, che solleticano il narcisismo del praticante, la voglia di stare in vetrina, di lavorare corpo Korper.

Se invece ti tentasse una forma di Tai Chi Chuan che odora di “Passione, Botte e Sorrisi”, di corpo Leib che vive e sussulta, che ti parla al cuore e al ventre, che fatica a stare quieta in vetrina tanto da sfondarla le vetrina, vieni da noi, allo Spirito Ribelle.

George Hoyningen-Huene

21 gennaio - 18 maggio 2025

Palazzo Reale. Milano

 

 


 

 

 

 

venerdì 8 novembre 2024

Munch artista del tormento e del liquido

Un mondo fatto di tenebre, rari i momenti capaci di guardare il cielo. Opere attraversate da passioni, dolori e strazi che si intrecciano con uno struggente desiderio di esplorare il buio dell'animo umano.

Palazzo Reale, con l’amico Piero alla mostra dedicata a Edvard Munch,

artista norvegese, ai più noto per l’opera L’Urlo.

Mostra davvero ricca di opere bellissime e pannelli descrittivi ed esplicativi ben fatti. Molta gente nelle sale.

In Munch, il tormento, tra malattie fisiche e squilibri mentali, è terreno fertile per andare oltre un’arte puramente rappresentativa ed esprimere invece un’arte che origini dal sangue del cuore dell’individuo.

Pittore prolifico tanto quanto scrittore prolifico, egli considera l’arte come uno sprofondare nei segreti dell’animo umano: “Nella mia arte ho cercato di spiegare a me stesso la vita e il suo senso”, cercando allo stesso tempo di “aiutare gli altri a chiarirsi la propria”. E questo senza alcuna certezza, senza sicumera, ma tanta, tanta passione.

Nel guardare i suoi quadri, nelle stesse pennellate, mi pare di cogliere l’elemento Acqua come fondamentale: “Le sue immagini hanno la fluida liquidità dell’acqua, il cui tempo è dato dalle inclinazioni più o meno rapide e veloci di strade, coste, alberi, corpi, capelli, vestiti: fiumi di cielo sui fiumi” (S. Guerra Lisi e G. Stefani).

Acqua, liquame al tempo stesso diluente ed assorbente colori e materie, che nel tempo sgretola serbandone in sé l’essenza.

Inconscio come oscuro putridume in ogni pennellata che lascia emergere avviluppando le figure senza scampo; un'umanità schiacciata, moltitudine di individui, ognuno con il proprio carico di sofferenza.

Struggersi per l'angoscia dei desideri e nella disordinata confusione dei ricordi, affiorano volti e corpi. Inafferrabili, impossibile fissarli, inchiodarli dentro confini definiti… l’unico confine e la finitudine della tela.

Addirittura Munch lasciava i sui dipinti esposti alle intemperie perché si arricchissero di sporco, di pioggia, di lacerazioni inferte da contatti casuali. La Natura e le opere dell’uomo in continua commistione, scorrere del tempo che tutto modifica, anche corrode.  D’altronde l’Acqua tanto si adatta quanto modifica, a volte con impeto altre lentamente, tutto ciò che si illude di durare immobile nel tempo.

La mostra, una volta terminata la visita, mi lascia un intenso senso di vita, certamente non gioioso, ma forte e appassionato, anche nelle sue pesanti Ombre.

Nel nostro percorso corporeo Spirito Ribelle è abituale il contattare la “cantina” di ogni praticante, le sue parti nascoste che si lamentano e ruggiscono nell’animo scansando la luce e il pubblico giudizio. Così come ci sono abituali espressioni gestuali sinusoidali, fluide, dilatabili; onde, vortici e spirali … Acqua.

Pensieri sparsi, riflessioni da scambiare con Piero. Più di un’ora e mezza intensamente masticata e gustata davanti alle opere di un artista eccezionale.

Una mostra da non perdere.

Palazzo Reale. Milano

14.09.2024 – 26.01.2025

 

 

 



 

 

mercoledì 23 ottobre 2024

Dubuffet e l’Art Brut – l’arte degli outsider

 




Con Piero, amicizia pluri-cinquantennale, al Mudec.

Sensazioni profonde, dove il mondo mostra un’ombra che taglia e ferisce dentro la carne. Pare che quelli che sanno le cose non parlino, piuttosto gridino, lacerando la calma piatta di chi, ordinariamente, è sonnambulo ma crede di vivere sveglio.

“Il partito preso dell’Art Brut è quello che si oppone al partito preso del sapere, ciò che l’Occidente chiama (piuttosto rumorosamente) la propria ‘cultura’. E’ il partito preso della tabula rasa. Le sue truppe non indossano alcuna uniforme, non vestono toghe o ermellini e non si fregiano di titoli gloriosi (…) Vagabondi, veggenti dagli ostinati soliloqui, non brandiscono diplomi bensì stampelle e vincastri; sono gli eroi dell’arte, i santi dell’arte”

(Jean Dubuffet)

In ogni tempo, in ogni area artistica, ci furono e ci sono anche ora le minoranze ribelli.

Anche, è certo, nel campo del corpo e del movimento, nomi e metodi diventati famosi, almeno nella nicchia dei ricercatori, o rimasti sconosciuti. Per restare al secolo scorso e agli inizi di questo, ecco Moshe Feldenkrais, Milton Trager, Josef DellaGrotte, Rudolf Laban, Bonnie Bainbridge Cohen, Orlando Cani, Linda Kapetanea e Jozef Frucek, Ido Portal; pure nel vasto campo delle Arti Marziali pochi pionieri ed esploratori, ognuno a loro modo, e, alcuni decenni, ci siamo anche noi, ZNKR ora Spirito Ribelle.

E mi riconosco nell’intenso forgiare dionisiaco e demoniaco, di irrefrenabile tormento ed estasi, di queste opere…Art Brut.

Queste opere hanno voci basse, a volte appena sussurrate, solo, improvvisamente, urlano “Pietà di me”, per poi maledire il mondo attorno accogliendolo in un abbraccio. Artisti disastrati, feriti nell’anima, privi di quella insensibilità che protegge mediocri e prepotenti, chiamati a pagare le colpe di altri. Zittiti, spaventati, stritolati in maldestre posizioni ambigue.



“Con questo termine Art Brut intendiamo opere eseguite da persone immuni da qualsiasi cultura artistica, persone dunque per le quali, contrariamente a quanto vale per gli intellettuali, il mimetismo conta poco o nulla; questi autori, pertanto, traggono ogni cosa (soggetti, scelta dei materiali, strumenti, ritmi, stili di scrittura, ecc.) da dentro se stessi e non dai cliché dell’arte classica o dell’arte che va di moda”

(Jean Dubuffet)

Cosa significa muoversi, agire, accarezzare il corpo e affrontare il corpo in uno scontro, cosa significa in quanto esperienza, non certo in quanto tecnica da memorizzare, gestualità da mostrare. Senza questo fare esperienza si perde ogni comprensione. Si affoga dentro la mediocrità rigidamente apollinea della mente moderna, ossessionata dal controllo e spinta dal narcisismo egocentrico, che ogni spazio di cultura e creatività avvelena con gli strumenti della “lista della spesa” e del “menù di fatti”, avvolgendo in questo senso triviale e stecchito anche il mondo del corpo e della corporeità, il mondo delle Arti Marziali.

 

 


 


 

 


lunedì 7 ottobre 2024

Da vedere (O NO?) al MAS. Museo Arte e Scienza – Milano



Venerdì 4 “vernissage” al MAS per

On Leonardo’s road –

 mostra d’arte contemporanea

Francesca Callipari, curatrice di mostre, presenta gli artisti che espongono nelle sale superiori.

Luogo incantevole, il MAS, crea un’atmosfera vagamente misteriosa, le sedie tutte occupate e qualcuno in piedi, luci soffuse, le pareti riccamente addobbate. Il fascino finisce subito all’appello degli artisti che, uno dopo l’altro, salgono sul piccolo palco. Per tutti, salvo qualche dimenticanza (!!) le parole della curatrice ripetono “sperimentare”, ma quel che vedo proiettato sullo schermo, in attesa di sincerarmi di persona, non ha nulla a che vedere con lo sperimentare, sono le solite noiose ripetizioni del già visto, senza alcun guizzo di originalità. Ben calate nel grigiore generale sono anche le parole degli artisti: Brevi ringraziamenti alla curatrice, qualche parola di apprezzamento per il posto e tanta emozione dipinta sui volti e trasmessa dal corpo. Si staccano il pittore, marito della curatrice (!!) che regala alcune nozioni tecniche alla platea, e la giovane che frettolosamente parla della necessità di vedere con nuovi occhi e quest’intento anima le sue fotografie.

Pare la premiazione ad una recita scolastica o a un torneo amatoriale in una bocciofila. I presenti, a giudicare dai capannelli, sono tutti parenti o amici degli artisti.

Finalmente la lunga lista di artisti si esaurisce e tutti si sale a vedere le opere esposte.

Quanto vedo, non fa che rafforzare la convinzione maturata al piano di sotto: Nulla mi emoziona, tutto mi risuona di già visto e rivisto.

Due fanciulle restano a lungo davanti alla foto che, di fatto, potrebbe essere (o magari lo è!!) la riproduzione di un dipinto di Esher. Un autore si dilunga a spiegare alla fanciulla che lo accompagna i significati presenti nella sua opera. Io mi fermo davanti ad un dipinto che, secondo curatrice ed autrice, ha suscitato scalpore sui giornali: Una rivisitazione della “Donna con ermellino” di Leonardo da Vinci.  Uno sguardo più attento lo dedico all’opera di chi ci ha spiegato di giochi di luce, di colori d’oro e di esoterismo. In effetti, nelle mie scorribande presso librerie esoteriche, in molti libri sul tema ho visto illustrazioni del tutto simili, come immagini simili crea Leo Principe, pittore molto ”cliccato” sul web. Vado, curioso, davanti alle opere di chi si è descritta come “digital artist” che utilizza anche l’intelligenza artificiale e me ne allontano con la curiosità ancora in tasca.

Non sono un professionista delle arti figurative. Con questa necessaria premessa, mi trovo però a concludere la visita, per l’ennesima volta, col motto “Nulla di nuovo sotto il sole”.

Certamente, ormai nel terzo millennio d.c., dopo le tele lasciate bianche, l’orinatoio di Duchamp, i colori gettati sparsi sotto l’impulso di irrefrenabili pulsioni, le tele tagliate, i barattoli riempiti di feci, le figure umane gonfiate a dismisura e via con tutto l’enorme e inelencabile elenco di tendenze e sotto – tendenze, dopo millenni di opere d’arte, cercare e pretendere del nuovo, del non visto prima, pare insensato.

Però… è insensato nelle opere artistiche contemporanee, vista l’impossibilità di creare cose nuove, cercare relazioni nuove dentro contesti e stili vecchi e già visti? Relazioni che, poste in quel contesto, suscitino emozioni diversamente aggettivabili a seconda dell’estro e del gusto dell’autore in rapporto alla singolare e soggettiva personalità di chi le guarda? Opere che siano disturbanti, accoglienti, offensive, estranianti, confortevoli, interrogative, inquietanti ecc. Che emozionino, insomma.

Non sono un professionista di arti figurative, lo ripeto. Come non lo sono di musica o letteratura. E ci sarà un motivo, motivo grande, più grande di me, se incidono dischi e fanno concerti (a cui il pubblico va) Alessandra Amoroso, Marco Carta, Elodie e tutti quei distributori di musica “marmellata” tutta uguale, indistinta, dai testi  di una banalità disarmante, che cade nell’oblio nel giro di pochi mesi; se tutti i politici, nonostante impegni lavorativi per forza gravosi data la loro professione, scrivono (o si fanno scrivere) libri per altro immediatamente dimenticabili; se scrivono e pubblicano e vendono Fabio Volo e Marina Di Guardo (quest’ultima, forse più nota come la mamma della Ferragni).

Per lo stesso motivo, hanno tutto il dritto di dedicare tempo e passione alla loro arte anche tutti i pittori e fotografi che imperversano nelle mille e mille gallerie e mostre d’Italia. Dunque anche i simpatici artisti che in questi giorni espongono al MAS. Io mi arrogo il diritto di continuare a cercare, tra mostre ed esposizioni, quell’artista, quelle opere, che mi facciano emozionare.

Un po' come avviene nel mondo del movimento e del fitness. Tra la moltitudine di proposte tutte uguali nel considerare l’uomo – corpo (Korper) una macchina (o uno stupido?), quei supermercati del chiacchiericcio e del narcisismo che si chiamano Get Fit, Virgin e gli epigoni meno famosi, a voler cercare, cercare attentamente, trovi, in spazi per niente rinomati, gioielli stupendi di corpo Leib, gioielli che rispondono al nome di Laban Movement Analysis, Natked, Body Mind Centering, Feldenkrais.

Un po' come avviene nel mondo delle Arti Marziali. A ben cercare, dietro ed oltre gli spacciatori dei soliti nomi noti come delle invenzioni fantasiose, dietro ed oltre stili e tecniche da ripetere e ripetere e ripetere e mandare a memoria, dietro ed oltre Maestri, Guru, professori, gonfi di ego e certezze assolute, puoi trovare autentici ricercatori appassionati, cacciatori di emozioni. Puoi trovare noi Spirito Ribelle e altri come noi, che senz’altro ci sono, esistono; senz’altro, da qualche parte seminascosta, c’è chi, come noi Spirito Ribelle, pratica di cuore e di pancia contribuendo a formare individui adulti, coraggiosi, vitali ed erotici; pratica di crudo Bujutsu per aprirsi all’etica del Budo.

 

DAL 5 al 11 OTTOBRE 2024

Presso MAS Via Quintino Sella 4. Milano