giovedì 29 settembre 2022

Avedon, la mostra

 

Richard Avedon (1923 – 2004), grande fotografo statunitense, in mostra a Palazzo Reale

Relationships

Oltre cento immagini di ritratti di personaggi famosi quali Marilyn Monroe, Versace, Truman Capote, Andy Warhol, ma anche di sconosciuti.

La mostra narra una parte della sua storia, ovviamente quella legata al mondo della moda nel suo innovativo modo di “guardare” le più famose modelle e di leggere le campagne pubblicitarie di alcuni dei nomi più importanti di quel mondo, ma anche personaggi della politica, dello spettacolo e, infine, alcuni ritratti di perfetti sconosciuti.

Avedon è troppo noto perché io mi permetta di scriverne commentando le sue opere.

Personalmente mi piacciono quelle immagini, rigorosamente in bianco e nero, che odorano di arte capace di emozionarmi, di coinvolgermi. Sono ritratti che paiono parlare, in cui postura e abbigliamento differenziano e caratterizzano il soggetto lasciando emergere quei tratti del soggetto che permettono al visitatore di tracciarne un seppur parziale profilo psicologico. Chissà quanto lo status sociale, la professione, di chi è ritratto influenza lo scatto di Avedon e, di conseguenza, lo sguardo del visitatore!? Chissà se, privati della loro immediata riconoscibilità, avremmo su Marilyn Monroe, Harry Kissinger, Andy Warhol, Truman Capote, uno sguardo diverso!? E quanto, in questo nostro sguardo, peserebbe la lettura di Avedon!?

Unica nota stonata sono le luci: Spesso, guardando una foto, non solo mi ci sono visto riflesso ma ho pure visto riflessa la foto alle mie spalle. Ma, il tecnico delle luci, dove l’hanno raccattato?

A Palazzo Reale (Milano) dal 22.09.2022 al 29.01.2023


 

 

 

 

 

giovedì 22 settembre 2022

Riscaldamento per un atleta, uno sportivo e riscaldamento per un artista marziale

Scrivo di riscaldamento di stampo ginnico, fatto di saltelli, corsa, piegamenti sulle braccia ecc. “Ginnico”, appunto, quello generalmente diffuso sia nelle palestre che in Dojo e Kwoon.

Un artista marziale, uno che pratica e studia l’arte del confliggere, dello scontrarsi, del simulare il salvare la pelle togliendola ad un altro, dunque che contatta la pulsione di morte, come avviene nell’arte della spada; uno che pratica e studia l’arte dell’energia interna, dell’accrescere il proprio potere personale, dello stare bene, stare meglio, al mondo, come avviene nell’arte del Chi Kung, ecco, questi che se ne fanno di un riscaldamento “ginnico”?

Ad un valido riscaldamento chiediamo che induca una pluralità di effetti benefici: combattere la passività dei corpi sollecitando il gusto di muoversi, attivare i fondamentali schemi motori, bilanciare il tono posturale, tutti elementi certamente presenti nel riscaldamento di stampo “ginnico”. Questo è solo un primo passo in cui, comunque, le proposte “ginniche”, per essere valide, devono già avere un senso compiuto, un progetto meccanico – motorio. Il riscaldamento “ginnico” sarà tanto più efficace quanto più sarà costituito di esercizi “ginnici” diversi a seconda dell’importanza data poi nell’allenamento alla catena postero – mediana, deputata all’impegno nell’agire, allo scontro, oppure alla catena antero – posteriore deputata ad appoggio e rimbalzo, ecc.

Nella pratica di Arti Marziali, perché il riscaldamento sia davvero una porta aperta sulla pratica artistica del simulare uno scontro per la vita e/o l’arte della scoperta della consapevolezza di sé e dell’autodeterminazione sulle proprie scelte, credo che occorra ben altro. Infatti, strutture corporee diverse sostengono differenti funzioni psichiche, in modo relativamente specifico.

Mi pare evidente che l’atteggiamento mentale, fisicoemotivo, di un individuo teso a perdere peso, ad aumentare la massa muscolare, a gareggiare nella pallavolo, ecc. non sia lo stesso di chi simula (non finge, “simula”) un assassinio, l’uccisione del suo opponente. Stati mentali simili (seppur non uguali) si potrebbero trovare in chi pratica sport da combattimento, ma, a mia esperienza, non ho ancora trovato luoghi dove questo particolare stato mentale, fisicoemotivo, sia davvero esplorato e costruito anche attraverso pratiche motorie, un riscaldamento, ad hoc, specifico. (1)

A mia esperienza, occorre accompagnare il praticante marzialista verso uno stato fisicoemotivo diverso da quello con cui ha varcato la soglia del Dojo: Una disposizione espansa di coscienza; una disponibilità a lasciare il linguaggio verbale per abbracciare il pensiero analogico e il mondo delle immagini; uno sprofondare nel mare delle emozioni; un contattare la personale componente distruttiva sapendola gestire ed indirizzare.

Così io intendo il “riscaldamento”: apertura verso l’avventura artistica marziale, combattente; altrimenti è solo una pratica “ginnica”, più o meno buona a seconda delle conoscenze del docente, che prepara ad una pratica altrettanto ginnica, sportiva. Cosa del tutto lecita, ma che, occupandomi di Arti Marziali, non mi interessa.

Per questo il “riscaldamento” che io propongo si avvale di esercizi e giochi atti a facilitare il passaggio ad una condizione fisicoemotiva in cui i corpi protagonisti siano corpi artistici, più che atletici, corpi che sappiano stare nel conflitto.

“L’esistenza dell’artista è armoniosa perché egli riesce nel difficile impegno di

dominare le opposte paure, quella di vivere e quella di morire”

(A.  Oliverio Ferraris, psicologa e psicoterapeuta, ‘Psicologia della paura’)

 

“La riluttanza ad uccidere (che sia innata o appresa), il senso della sacralità della vita umana, le emozioni, il rimorso, la compassione:

tutto può essere superato e azzerato tramite l’addestramento”

(D. A. Grossman, ex tenente colonnello dell’esercito USA, ‘On combat’)

Perché c’è una differenza: non meglio o peggio, ma di cuore della pratica, di testo stesso della pratica e di obiettivi tra praticare fitness o sport e arte marziale: Contattare la pulsione di morte, la spinta alla distruzione, è l’elemento senza il quale non esiste alcuna pratica marziale, combattente, e questo contatto inizia già nel riscaldamento.

 

 

1. Due osservazioni in merito:

La prima è che, nella simulazione di una uccisione, il percorso marziale sano è individuare in se stessi la prima e fondamentale preda da cacciare, altrimenti si scade in un delirio distruttivo e di onnipotenza dagli esiti disastrosi.

La seconda è che prassi ed atteggiamenti beluini ed iperaggressivi, quando evidenti nelle competizioni sportive, per esempio nelle MMA, dove l’arbitro deve intervenire per evitare che un atleta infierisca sull’avversario ormai fuori combattimento, testimoniano di un contatto con la pulsione di morte del tutto incontrollato. Fuori controllo probabilmente perché ignorato nella sua esplorazione consapevole proprio nell’allenamento, riscaldamento compreso. Infatti, dopo i combattimenti più cruenti e lo stacco temporale imposto dall’arbitro e dai tempi dello spettacolo: “Terminate le ostilità, le relazioni tra avversari tornano per lo più normali” (A. Dal Lago ‘Sangue nell’ottagono’).

 







lunedì 19 settembre 2022

Festa dan Settembre 2022

Che è animalità e istinto predatorio. E’ scavare dentro ombre e misteri. E’ sudore copioso intriso di profonde passioni. E’ vigorose manate a segnare il volto e piccoli e grandi tagli che lasciano affiorare il sangue sotto lame affilate. E’ vigore e cedevolezza, è flessibilità e quel senso ruvido che ti dà il premere con forza, è sensibilità d’animo e impeto selvaggio, è gentilezza per colpire duro, colpire forte.

Ma è anche gioia, divertimento, sorridere e scherzare. E’ amicizia sincera. E’ sguardo di chi si conosce davvero e si rispetta.

Siamo qui, nella sala di una trattoria del milanese, a festeggiare, ad onorare il passaggio di grado di Giovanni, 2° dan, e del Maestro Valerio, 6° dan.

Siamo qui a scambiare sorrisi, confidenze e battute. A donare, come da Tradizione, a chi ha attraversato un traguardo, il passaggio di grado dan, e sa che il viaggio ancora continua. Il viaggio che, attraverso le pratiche marziali, pratiche di salute e combattimento, è viaggio dentro di sé e il proprio personale stare al mondo.

Souishou, Iron Shirt, forma di Tai Chi Chuan, Yuri e Neri, leve articolari e proiezioni al suolo, pugni e schivate, duelli di coltello e bastone, giochi di evitamento e di scontro, Respirazione Buddista, Danza delle Spirali, la camminata in cerchio del Pa Kwa …

Ma stasera è sera di chiacchiere e buon cibo, Cristiana che bene si integra nel gruppo, il piccolo Ermes che scivola lesto sotto i tavoli; è sera di vino rosso e dei racconti di Davide che narrano di India e di un soggiorno lungo anni; è sera di dolci e degli occhi profondi di Monica, del chiacchiericcio di Donatella, delle risate di Elise e dei gesti di Giuseppe.

Soprattutto è sera di festa per Giovanni e Valerio. E’ sera di doni. Il più grande, il più condiviso, è forse lo stare insieme bene, col passare degli anni, dei decenni e le svolte che ognuno ha dato alla sua vita.

Ecco, è festa di gruppo, che si chiami come un tempo e per oltre trent’anni Z.N.K.R. o, come da pochi anni, Spirito Ribelle. E’ festa di tutti noi, di chi ancora cammina con me e di chi mi ha camminato accanto, che sia stato un anno o dieci, venti o pochi mesi. 

E’ festa di vitalità ed erotismo. E’ festa guerriera.

 

Un grazie ad Elise per le belle foto

 

 










 

 

 

 

lunedì 29 agosto 2022

Tutti uguali a me non piace

Certo, “Tutti i gusti sono giusti” era lo slogan con cui, decenni addietro, coordinavo dei laboratori di cucina in alcune scuole dell’obbligo.

Poi, però, ognuno, legittimamente, ha il suo di gusto: a me non piacciono le esibizioni di coppie o di gruppo in tutti devono eseguire sincronicamente gli stessi gesti. Il kata a squadre o il nuoto sincronizzato, per esempio.

Perché?

Ogni personale immagine corporea, quel che ognuno di noi sente di sé corpo (al netto della distanza dal “reale” del nostro corpo, ma questo è altro argomento), il modo in cui il nostro corpo ci appare, è sempre frutto di esperienze personali quanto di interazioni e rielaborazioni con l’ambiente.

Il nostro stesso essere psichico è sempre relazionato al corpo, al soma, e all’ambiente: gioca di riflessi e condizionamenti dei corpi incontrati.

Questa spiccata originalità, che rende unico ognuno di noi, perché appiattirla,

modellarla su un unico versante motorio, espressivo, uguale per tutti?

 

Per avvicinarsi di più al modello, vengono accoppiati, o raggruppati, atleti il più possibile simili tra di loro, che l’antropometria (1) indica di misure simili.

A me non piace.

La mia idea di individuo è quella di un essere fisicoemotivo in grado di sviluppare le sue personali potenzialità gestuali, espressive, dunque emozionali; che le sviluppi in un contesto gruppale dove giochi in equilibrio tra la sua affermazione e l’interazione col e nel gruppo, imparando che l’altro, proprio nel suo essere altro – corpo, è tanto il problema quanto la fonte di nuove possibilità gestuali, motorie.

In questa direzione propongo la pratica delle Arti Marziali: Non soldati, ma guerrieri.

Un guerriero è direttamente coinvolto nelle sfide che affronta, le sceglie, le fa proprie. Un soldato invece è legato al dovere, al proprio servizio, ai propri ordini, che spesso ignorano le sue personali opinioni”

(R. Aramini ‘Il guerriero e il soldato’)

 

Dunque, “Tutti i gusti sono giusti, ma a me non piace, guardando oltre l’aspetto sportivo, agonistico, e di spettacolo, intravedere un domani di individui tutti uguali…

“Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra persone,

mediato dalle immagini”

(G. Debord ‘La società dello spettacolo’)

 

1. La scienza che si occupa di misurare il corpo umano nella sua totalità o nelle sue componenti.

 

 

 

 

 

sabato 27 agosto 2022

Siamo in piena dittatura

Così scrive Michel Onfray nel suo stimolante e provocatorio

Teoria della dittatura

Onfray è intellettuale tipicamente francese: critico, controcorrente, caustico, già capace di smontare, dal suo punto di vista, la figura e il pensiero di Freud, o di presentare un’immagine della Filosofia esaltante l’edonismo.

In “Teoria della dittatura”, Onfray riprende due romanzi di George Orwell, “1984” e “La fattoria degli animali”, in cui il Orwell descriveva i totalitarismi del XX secolo: nazismo e comunismo. Da queste opere, Onfray desume sette “comandamenti” idonei a demolire le libertà e realizzare una dittatura: Distruggere la libertà, Impoverire la lingua; Abolire la verità; Sopprimere la storia; Negare la natura; Propagare l’odio; Aspirare all’impero. Ai comandamenti seguono i numerosi “principi” che ne sono le conseguenze: Uniformare l’opinione; Praticare una lingua nuova; Distruggere le parole; Creare la realtà; Inventare la memoria; Cancellare il passato; Imporre vincoli di norme igieniche; Creare un nemico; ecc. Infine, Onfray ne deduce la sconfitta di ogni processo rivoluzionario, in cui cambia chi detiene il potere ma restano gli stessi quelli oppressi.

Personalmente, trovo geniali le intuizioni di chi scrisse i due romanzi nei primi anni ’40, quasi un secolo or sono, intuizioni che Onfray riprende e ne mostra la somiglianza, addirittura la sovrapposizione, con le storture e le falsità dei nostri anni.

Potete prendere un Principio a caso, leggerne il corrispondente testo orwelliano, e vi troverete quanto oggi sta accadendo. O fare viceversa, partendo dal romanzo di Orwell:

- “la Novalingua non mira ad altro che a ridurre la gamma dei pensieri” (1984) ed ancora “Ogni anno sempre meno parole, e lo spazio della coscienza sempre un po' più ristretto” (ibid) Vi ricorda nulla dell’impoverimento della lingua italiana, degli errori di sintassi negli elaborati degli studenti, anche universitari, nell’abitudine a togliere lettere per velocizzare la scrittura su cellulare e computer, nell’uso sempre più scarno e misero della gamma di aggettivi da parte di influencer, personaggi televisivi, scrittori di largo consumo? Nella stessa invasione di parole e gergo anglofono, che rimanda a ”L’inglese (…) serve alla comunicazione” (ibid), e, come scrive Onfray: “Con una sola lingua, la prospettiva di un solo pensiero diventa più facile da realizzare”. Ecco cosa scrive, in proposito, la Onlus ERA: “Negli ultimi 90 anni però il colonialismo e le forme di asservimento si sono fatte più sofisticate ed aggressive tanto da prefigurare una nuova forma di genocidio, quello linguistico-culturale, nonché una nuova forma di schiavismo: quella delle menti, che discrimina non sulla base di razza, religione o sesso ma di lingua.”

- “Il passato veniva cancellato, la cancellazione veniva dimenticata, la menzogna diventata verità” (ibid) e “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato” (ibid). Non vi ricorda la “cancel culture”, i deliri che portano a chiedere la soppressione di monumenti, la modifica di trame e finali di pellicole cinematografiche?

- “Il tipo fisico che il Partito aveva elevato ad ideale” (ibid) Cosa vi dice di questo corpo estraniato ed elevato ad oggetto da modellare e plasmare secondo i dettami della moda, stravolto da un narcisismo esasperato? “marionetta disarticolata” (ibid) che imita gesti e movenze guardando lo schermo di una televisione o di un computer dove l’addetto ti ammaestra a “dare la zampa”, ah no, ad allungare la schiena o fare piegamenti sulle braccia come si fa con gli animali da circo, ma senza alcuna consapevolezza corporea e nemmeno la presenza reale, carnale?

Onfray, poi, va oltre, picchiando duro con una serie di tesi che tracciano immagini terrificanti su dove stiamo andando, su dove già siamo. Per esempio evidenzia come in nome del progresso quelli che si definiscono “progressisti” marciano e ci vogliono far marciare verso una società di cyborg, dove l’uomo domina incontrastato sulla Natura, dove l’intelligenza superiore dell’uomo è unica a decidere. Pensiamo a “La questione del sesso e del genere non si pone più in termini di natura ma di cultura” (M. Onfray), e a kulo l’esistenza del sistema endocrino, di testicoli ed ovaie le cui secrezioni dettano comportamenti; oppure a questo ecologismo di moda e maniera che, dando la responsabilità del riscaldamento globale unicamente all’uomo ed alle sue attività, ribadisce l’uomo come proprietario del pianeta, centro della Natura. Eppure c’è chi scrive: “"Il riscaldamento globale antropico è una congettura non dimostrata e dedotta solo da alcuni modelli teorici climatici” (riportato nell’appello firmato da 145 scienziati italiani tra geologi, geofisici e studiosi del clima).

Libro dalla potenza devastante, Teoria della dittatura mostra l’attualità delle intuizioni di George Orwell, autore di due romanzi tanto avvincenti quanto sinistramente premonitori; romanzi spesso declassati a letteratura per ragazzi, ma da leggere da adulti, adulti pensanti.

Una potenza devastante, quella di Teoria della dittatura, che fa tremare i polsi, che impone di battersi contro questo fiume in piena totalizzante e violento, per provare ad essere liberi.

 

 

 

 

 

 

 

 

venerdì 19 agosto 2022

Ma te la godi?

Per me, praticare Arti Marziali è costruire un percorso di individui che si muovono dentro l'incertezza inebriante della conoscenza di sé e della conseguente possibilità di cambiare. Percorso dai tratti incoerenti, anche ribelli, ma certamente segnale della facoltà di incontrare vitalità ed erotismo: le caratteristiche di un uomo vivo.

È costruire un autentico senso di potere personale.

È investire nel gusto sano del corpo.

Ogni corpo vivente, ogni modo di stare in piedi e muoversi nello spazio, ogni prossemica e ogni stile di relazione con l’altro, si formano e modellano nel tempo sotto l’egemonia di specifici dettami culturali: praticare Arti Marziali è investire nel cambiamento di sé e del rapportarsi all’altro. Là dove ci sono espressioni timide, impacciate, autosvilenti quanto espressioni narcisiste e prepotenti, la pratica delle Arti Marziali invita a interagire con gli altri ed i loro stili di espressione costruendo nuove abilità motorie, nuove qualità espressive e nuove ed equilibrate connessioni nei corpi quanto nel corpo gruppale, nel “corpo” del gruppo.

Giochi di coppia quali push hands, chi sao, sujin te, richiedono che il praticante ascolti e sia consapevole di sé, di quel e come agisce, ma contemporaneamente di cosa e come agisce il compagno, unitamente all’intuire cosa il compagno abbia capito di lui. Così facendo scoprirà che solo la collaborazione, l’incontro delle reciproche scarsità e risorse, porterà soluzioni vantaggiose. E là dove questo sia realisticamente impossibile, saprà tranciare di netto, senza tentennamenti, annientando la fonte del problema.

Un approccio ludico profondo, di gioia nel faticare, nell’incontrarsi e scontrarsi, è quanto io propongo nella pratica delle Arti Marziali. Perché faticare sia una occasione di divertimento che conduca al sapere di sé e degli altri, perché solo sorridendo si impara, si impara veramente.

Credo sia chiaro, il gioco non esiste senza divertimento e senza il piacere che porta con sé. Il gioco è il modo più avvincente per imparare, purché siano giochi divertenti e sfidanti.

Già per Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista, giocare in maniera creativa permette al soggetto di esprimere l’intero potenziale della propria personalità. Sono Carl Rogers (counselor e psicologo), David Ausubel (psicologo) e Joseph D. Novak (biologo) a definire “apprendimento significativo” il tipo di apprendimento più efficace e duraturo che le persone possono sperimentare, ovvero quel processo attraverso il quale le nuove informazioni entrano in relazione con dei concetti preesistenti nella struttura cognitiva dell’individuo, la quale sceglie di avviare tale processo e attribuire un significato. Giocare è il modo più semplice e al contempo più profondo per farlo; giocare di corpo, con il corpo, è investire tutto di sé.

Allora, tu, mentre fatichi tra una schivata ed un pugno, una leva articolare e una proiezione al suolo, giochi e ti diverti? Tu te la godi nel praticare Arti Marziali?

 


mercoledì 10 agosto 2022

Incontri e scontri di corpi

In un precedente post (Il corpo che parla), ponevo la domanda su che senso avesse praticare Arti Marziali oggi, nel terzo millennio, in un contesto sociale e culturale del tutto diverso da quello in cui ebbero origine; mi spingevo, con le differenze già sotto gli occhi di tutti, a sottolineare che la concezione consumista, edonista e narcisista diffusa ovunque influenza e forma ogni tipo di pratica motoria:

Anche la pratica delle Arti Marziali?

Nei gruppi facebook dedicati alle AM a cui inviai il post e che fu accettato e dunque pubblicato (fa eccezione uno solo che spesso mi rifiuta senza dare spiegazioni), ho riscosso un discreto numero di approvazioni, “like” come si dice adesso in piena sottomissione alla moda anglofona, ma nessuna risposta. E nessuna risposta nemmeno qui, nel mio blog,

Nessuna risposta, davvero. Né offrendo a spiegazione una qualche citazione generica, né tantomeno e ben più importante, portando una propria esperienza di pratica, carnale: io faccio Arti Marziali rapportandomi in questo tal modo con un contesto che nulla conserva delle origini e dei valori delle stesse.

Per restare in superficie, mi ricordo di quel che mi disse alcuni decenni addietro un esperto di Arti Marziali, non ricordo se fosse il compianto Maestro Cesare Barioli o il Maestro Claudio Regoli: “Noi siamo abituati, non ci facciamo più caso, quando ci imbattiamo in gruppi di italiani col vestitino da Karate o da Kung Fu; credi che resteremmo altrettanto indifferenti se incontrassimo venti asiatici vestiti con gli abiti tradizionali del sud Tirolo?”

Fuor di ironia, cosa vivi di te nella pratica marziale, cosa cerchi e trovi in te corpo abitando un’Arte resa inutile nel suo scopo primario da una vita in cui nessuno ogni giorno cerca di ammazzarti; i cui contenuti di saggezza e calma interiore non sono certo raggiungibili ripetendo forme su forme, tecniche su tecniche? Il tutto, sotto la cappa di una concezione diffusa del corpo come oggetto, come strumento alienato dal sé, strumento da esibire.

Nella mia poca dimestichezza con i social, confido di non sbagliarmi se mi aspetto che, tra i post e video di chi mostra la sua bravura in una “forma” o in una difesa da aggressore, chi pubblica una importante frase tratta dai testi classici, ci sia anche chi scrive ed espone di sé e del suo senso nel dedicare tempo, energie e soldi a praticare delle Arti avulse da dove e come siamo noi ora. Uno scambio tra praticanti.

Ecco, allora scrivo di me, di come io intendo la pratica ora,

e magari qualcuno espone la sua di esperienza  

Personalmente pratico Arti Marziali recuperandone ed attualizzandone (appunto, siamo in Italia nel terzo millennio!!) l’aspetto di centralità del corpo: un corpo abitato, vissuto e non corpo oggetto, consumato, e di corpo inserito in relazioni di gruppo, di collettività.

Noi entriamo in contatto col mondo, con l’ambiente, attraverso il corpo: chi ora mi sta leggendo lo fa con gli occhi e dagli occhi trasmettendo impulsi al cervello; mentre mi legge, le sensazioni che prova, gli modificano il ritmo del respiro; mentre mi legge, ha una postura che cambia e agisce dei micromovimenti in tutto il corpo.

La nostra stessa mente è profondamente incarnata, come scrivevano già i taoisti e da alcuni anni ha scoperto il mondo delle neuroscienze.

Propongo un praticare di corpo che induca alla consapevolezza di come siamo ed abitiamo corpo e di come, attraverso il corpo, conoscere di noi stessi e di come ci relazioniamo con gli altri.

A fronte di una comunicazione sovente disincarnata, non solo per le restrizioni dettate dalla pandemia ma soprattutto, per l’imperare di una vita sempre più virtualizzata e tinta di consumo senza uso, sostenuta da valori egoriferiti e narcisisti, uso le Arti Marziali per ri – scoprire il sapere del corpo ed i giochi dei corpi; questo in un contesto di scontro, di lotta che, per metafora, forma a ben stare nei quotidiani “scontri” in famiglia, nel lavoro, negli affetti, ecc.

Così cerco di recuperare il cuore delle Arti Marziali per farne un percorso attuale e di senso compiuto anche oggi, in Italia, nel terzo millennio. Per realizzarlo, ogni esercizio, ogni gioco proprio delle Arti Marziali lo propongo ri -modellato e inserito in una didattica ed in una andragogia antagonista, anche alternativa, a quelle dominanti, ovvero maieutica e libertaria di contro a quella che chiede di imitare modelli dati, che ritiene l’allievo un asettico e passivo contenitore da riempire con un sapere dato, in cui il docente ordina e l’allievo obbedisce e imita.

Questo è il senso che io do al praticare arti di combattimento nate e cresciute secoli or sono, in società e culture ormai scomparse, praticate da uomini che conducevano vite del tutto diverse dalle nostre.

C’è qualcuno che si è posto il mio stesso interrogativo? Se sì, come lo ha affrontato?

 




 

 

 

sabato 6 agosto 2022

Il corpo che parla

Tanti, tantissimi, in palestra: fitness, pesi, snelli, muscolosi, mettersi in forma, tonificare, sono solo alcune delle parole che campeggiano nelle varie pubblicità.

Anche le Arti Marziali si sono adattate, si sono piegate a questi slogan 

e alla cultura del corpo che c’è dietro?

In una società dove, chi più chi meno, ha il sedere appiattito da ore ed ore in auto o seduto sui mezzi pubblici, le diottrie calanti dalle ore chini sul cellulare o sul computer, lo stipendio ogni fine mese, le vacanze sotto l’ombrellone, le serate in discoteca o davanti al televisore, le foto del cibo consumato al ristorante diffuse sui social; dove il massimo di aggressività è sfogata cercando di schiacciare una mosca o spintonando chi scavalca la fila all’ufficio postale, il massimo di avventura è il campeggio in tenda; dove la carne e la verdura è comperata al supermercato e si firma contro caccia e pesca; insomma, in questa società di massa, di vetrina e di consumismo, di leggi e tutele per ogni situazione, cosa sono per te e come le pratichi le Arti Marziali?

Le società antiche mettevano al centro il corpo sia come elemento di crescita personale che nel contesto delle relazioni collettive. Campeggiava una sorta di responsabilità etica di aver cura e di abitare il proprio corpo in relazione all’ambiente, anche nei modi e nei contenuti della sua trasformazione attraverso l’esercizio fisico. La palestra di Platone, per restare nella nostra area culturale, ne è un chiaro esempio (1).

Poiché è noto che sono i modelli sociali e culturali di ogni epoca ad influenzare il fare soggettivo, oggi, nel terzo millennio, come è cambiata la concezione del corpo e la pratica corporea? Come la post – modernità, trasformando il mondo, ha cambiato la concezione del corpo e la pratica corporea?

Possiamo affermare che oggi, nel terzo millennio, vige una separazione tra la cultura del corpo come principio biologico del fare umano e lo scomparire del fondarsi dentro la corporeità della prassi simbolica e di pensiero dell’individuo (2)?

Per dirla semplice: Negare il corpo abitato, vissuto, espressione lui stesso di segni e cultura (3) è quanto domina oggi nella concezione condivisa.

La dedizione al proprio corpo mi pare essere votata a contrastare e rallentare le immagini dell’invecchiamento, a modellarlo esclusivamente secondo canoni estetici, a migliorarne le prestazioni temporali utilizzando esercizi di pura meccanica (4) quando non attrezzature elettroniche (5) o biotecniche. Impossibile negare che questo terreno culturale fonda la soggettività odierna di massa.

Dunque, a fronte di discipline e tecniche ed esercizi corporei che sono espressioni di questo campo valoriale, che si manifestano secondo un senso consumista e narcisista, come stanno le Arti Marziali?

Se sono un puro “copia e incolla” di tecniche e valori nati e appartenuti a società e uomini di cui ora non resta alcuna traccia culturale e fisica, che senso ha praticarle?

Se sono un ammodernamento o una ri – creazione rimpolpata dalle moderne conoscenze fisiologiche, restano comunque nell’alveo di una cultura, quella di oggi, che non le riconosce: Le tecniche non sostenute da un impianto teorico, quanto valore, quanto spessore hanno? Come si riportano all’Arte Marziale in quanto lotta fisica, scontro fisicoemotivo per salvare la pelle eliminando un altro uomo (Bujutsu), per approdare a conoscenza e crescita dell’individuo, ossia al Budo?

 

1, “La palestra di Platone” di Simone Regazzoni

2. “Leib dal Körper: il primo è il corpo vivo, è la carne, esso si muove con l’essere umano ed è un corpo che sente e patisce; il secondo è il corpo cosale, che abita in un mondo fisico insieme a tutti gli altri corpi” (Costa, 2016). Per una spiegazione esaustiva: https://www.psicologiafenomenologica.it/articolo/leib-korper-ripensare-fondamenti-psicopatologia/

3. “corpo come essere vivente, stratificazione di memorie (filogenetiche e ontogenetiche), dispositivo emotonico, sinestesico, struttura bioenergetica, struttura omologica” “Il corpo matrice di segni” di Stefania Guerra Lisi.

4. La motricità, da un punto di vista puramente neurofisiologico (meccanico), è l'insieme d'integrità del meccanismo di funzionamento degli apparati e delle strutture centrali e periferiche dell'organismo umano. Di contro, esiste una motricità complessa e complessiva per cui: “Nella forma visibile del corpo si traduce sia il modo di essere che il modo di agire, poiché l’unità psicofisica collega le tre componenti: vita psichica, vita vegetativa inconscia e vita tonico – motoria, sia cosciente che riflessa. Il continuum che le collega è il movimento, poiché qualunque essere vivente, anche se apparentemente statico è in movimento: non solo la respirazione e la pulsazione cardiaca ma i moti d’animo, l’imago – azione, sia pure in stati alterati di coscienza fino al coma” “Il corpo matrice di segni” di Stefania Guerra Lisi.

5. I principali strumenti di monitoraggio che vengono utilizzati in Urban Fitness sono:

– BIOIMPEDENZIOMETRIA INBODY: una bilancia pratica ed essenziale che permette in soli 30 secondi di verificare la composizione corporea del soggetto. I parametri che vengono valutati principalmente sono: % massa magra, % massa grassa, idratazione, metabolismo basale e distribuzione delle masse (grassa e magra) per distretti corporei.

– SUPER OP: un bracciale a polso che grazie ai parametri di frequenza cardiaca, pressione arteriosa e un avanzato algoritmo permette di misurare la condizione temporanea organica del soggetto. Misura lo stato di super-compensazione e quindi il momento migliore per allenarsi ed esprimere il massimo potenziale durante un allenamento.

– D-WALL: si tratta di un muro digitale (Digital Wall). Una videocamera 3D riporta su un monitor in tempo reale i valori legati al baricentro, all’appoggio plantare e alla distribuzione del carico. Inoltre si possono verificare le calorie bruciate e la corretta esecuzione degli esercizi grazie all’analisi segmentale.

– BODYGEE: visualizza e monitora la trasformazione del tuo corpo in 3D.

(https://www.urbanfitness.it/metodo-ems-certificato/)

 

 



by G. Balla

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

martedì 2 agosto 2022

La forza delle immagini

Le Arti Marziali sono una pratica fortemente coinvolta nell’immaginare.

I testi classici ridondano di immagini atte a spiegare i principi del fare, atte ad accompagnare il praticante nel suo percorso marziale.

Nel terzo millennio, in una società che non ha più nulla del terreno sociale e culturale in cui le Arti Marziali nacquero, chi intende offrire una didattica fondata sulle immagini, chi intende usare l’immaginare come metodo di progressione e conoscenza, deve sapere cosa sia immaginare e come immaginare.

Il primo elemento da chiarire è che 

immaginare non è pensare.

Lo spiegava bene Gaston Bachelard (1) quando ricordava che, immaginando un ramo, ciò che rende peculiare e potente l’immagine non è forma o colore dello stesso, ma la forza vigorosa di torsione del ramo, il suo procedere nello spazio conquistando, centimetro dopo centimetro, terreno essenziale alla sua stessa sopravvivenza.

Se il ramo tu lo pensassi non saresti in grado di viverlo nella sua essenza, nella sua vitalità.

E qui interviene il docente, il Sensei, che sa (se lo sa!!) come aiutare l’allievo perché tale stato fantasticante e originariamente percettivo affondi nell’inconscio (Bachelard scriveva di “reverie”) e da lì si espanda per tutto l’essere vivente e il suo agire nello spazio.

Il secondo elemento, trattandosi di pratiche corporee, somatiche, è spogliare l’immaginazione del suo percorso dal soggetto ad un oggetto esterno (io e il ramo) costruendo invece un percorso immaginale dentro il corpo (io e il mio respirare, io e il mio braccio teso a colpire, ecc.)

Una volta capaci (ne siamo capaci?) di entrare in sintonia con i nostri gesti, di riconoscerli, siamo in grado di ascoltare le sensazioni che ne sorgono, però….

La questione che però si pone è se siamo noi ad ascoltarle, col dubbio di una… “sega mentale” (2), di una nostra costruzione illusoria, o sono loro, le sensazioni, che sono autentiche e si fanno sentire in quanto noi, finalmente, siamo liberi e capaci di ascoltarle.

Il primo caso suesposto è quando si propone un’immagine con l’intento di contattare la nostra parte corpo, materiale.  Il secondo è quando ciò che si si sente, si percepisce di e nel corpo a suscitare un’immagine. Il primo va dalla mente al corpo, il secondo, invece, dal corpo alla mente. (3)

Nel primo percorso, inevitabilmente, il te corpo ti dirà ciò che è più vicino alle tue aspirazioni, alle tue aspettative; Nel secondo percorso, sarà ciò che percepisci, ancorché confusamente, approssimativamente, a regalarti un’immagine di quel te corpo in quel momento.

Per praticare questo secondo percorso, occorre

-       - avere una facilità nell’immaginare scartando la prigione limitante del pensare

-      -  assumersi la responsabilità di sé corpo: Non “Ho le spalle contratte”, ma “Io sono spalle contratte”

-      -  accettare che il docente, il Sensei, mentre per esempio stai scaricando una mole di diretti al sacco, ti chieda “Quale parte di te corpo inizia il movimento?”, “Come senti diffondersi di e nel corpo questo primo movimento?”, “Cosa provi mentre stai colpendo il sacco?”.

Accettare questa didattica, riecheggiare i testi classici rivisitati in chiave moderna perché siamo italiani del terzo millennio, dà risultati eccellenti.

Sta a te scegliere, cominciando dal cercare il docente, il Sensei, in grado, per esperienza pratica e formazione anche teorica, di introdurti a questo emozionante viaggio aperto alla ricezione di tutto ciò che sei di corpo, di essere fisicoemotivo. Per crescere guerriero nelle Arti Marziali.

 

1. Filosofo della scienza.

2. Espressione usata in psicoterapia (la incontrai la prima volta negli scritti di Giulio Cesare Giacobbe, psicologo e psicoterapeuta) per connotare una eccessiva preoccupazione o complesso di pensieri che comporta ansia o paura, per estensione indica tutti i pensieri fasulli, disturbati e disturbanti, ridondanti, falsi, che l’individuo suscita e coltiva in sé anche senza averne reale motivo.

3. “Da un lato, le visualizzazioni, in cui la persona che facilita la sessione ti chiede di proiettare una serie di immagini sul tuo corpo o sul tuo contesto: ‘Visualizza una luce bianca che riempie il tuo utero’, per esempio. E dall’altro le tecniche percettive, in cui il facilitatore invita all’osservazione concreta di qualcosa che sta accadendo in quei momenti. Ad esempio: ‘Osserva il tuo respiro’”” (Tere Puig, laurea in Ingegneria, è scrittrice e insegnante di yoga). Andiamo alla posizione chuan chuang / ritsu zen: “Immagina che i gomiti siano appoggiati su delle nuvole” o invece “Senti qualcosa di pesante in te gomiti o spalle?” “Come puoi rendere leggero e piacevole lo stare di te gomiti?” “Dove trovi, in te corpo, l’appoggio più semplice perché i gomiti stiano leggeri e senza sforzo nello spazio?” ecc.