mercoledì 21 luglio 2021

giardini Candia ultimo atto della stagione

 L'esperto è colui che 

pur avendo fatto tutti i possibili errori 

 non si perita di farne altri.

(T. Santambrogio)








venerdì 16 luglio 2021

Contro ogni pandemia

Immagina, che immaginare, come modella il mondo attorno a te con le immagini, così penetra e riempie la tua psiche, il tuo carosello di emozioni, i cui dati fondanti sono i prodotti dell’immaginare: le immagini, appunto.

Come l'essenza della terapia della Gestalt è mantenere la nostra consapevolezza mentre lavoriamo con il cliente, allo stesso modo, l'essenza della pratica marziale, energetica e di combattimento, per immagini è proporre all’allievo come prendere coscienza e affrontare le continue interazioni reciproche, dentro e fuori di sé creando un clima accogliente.

Pigro, quasi indolente, volto al Wu Wei (1) che è non eccedere, “non tirare troppo la corda”, che è il potente felino addentrarsi calmo nella giungla, il sinuoso serpente scivolare lento tra le rocce, l’agile falco imboccare ogni corrente d’aria per solcare il cielo, ognuno a proprio agio nel suo ambiente.

Pigro, quasi indolente, come uno spicchio di luna inspiegabilmente sospeso nella notte stellata, tra piccoli piaceri della tavola e parole in disuso, a danzare di corpo e respiro tra cose e volti che gli occhi guardano con distacco o appassionatamente.


Come uno specchio l’allievo, il praticante, viene sollecitato ad essere curioso e a riflettere con cura la percezione delle emozioni e degli eventi, dei “giochi” che gli propongo. Tocca a lui validare, almeno temporaneamente, i suggerimenti e le informazioni ricevute, accettare che possano avere un senso: non significa che è d'accordo e tanto meno che riflettono la sua esperienza soggettiva. Riconosce semplicemente il fatto che in ogni comunicazione (insegnamento? NO, suggerimento, invito al curiosare, all’esplorare, avvio di una facilitazione possibile) c'è un modo soggettivo di "vedere" e “sentire” che è la "verità" per ogni persona. Verità apparente tutta da verificare, poi, nel contatto col mondo altro, relazioni ed incontri più o meno conflittuali, che siano forme a solo a confrontarsi con lo spazio, giochi di coppia semiliberi, fino al combattimento vero e proprio: metafore e metonimie dei confronti, delle relazioni nella vita quotidiana, come genitori, amanti, lavoratori, clienti studenti, ecc.  Poi, così praticando e confrontandosi, sorge il processo empatico, sorta di riflessione emotiva, immaginazione evocativa, confronto fisicoemotivo con le emozioni, emos – azioni (2), che gli invio. Questo permette ad entrambi, io Sensei (“nato prima”, facilitatore) e lui studente, praticante, di valicare la separazione e di vivere un autentico incontro “qui ed ora”.

Ci immergiamo in una confusione che è frutto di un incontro / scontro; un vitale compromettersi, un vento di traverso (giakufu) mentre incontrando mani e corpi e respiri ognuno dei due sentenzia una saggezza incerta, sempre in mutamento.

Polverose e dissestate sono le strade che tutti gli altri battono fino alla noia, sorta di bambini che chiedono, sera dopo sera, sempre la medesima storia raccontata sempre nei medesimi particolari: Bisogno di qualcosa che duri per sempre? Bisogno di rassicurante protezione?

Eccitazioni peripatiche sono le scazzottate furibonde, il sudore profuso generosamente nell’anestesia dei sensi, devastate e deformate da un malessere generale a cui manca il coraggio di guardarsi dentro e metterci le mani.

Di qua ci siamo noi, pochi, ribelli nella specie. Di là c’è il mondo che grida di venir fuori ed adeguarci.

Allora… veniteci a trovare, venite con le vostre idee e le vostre certezze, venite che da tempo ho smesso di provare a trattenere ogni istante, da tempo ho lasciato andare ogni orgoglio che odori di verità assoluta e permanente. Venite dentro Poteri Potenti.

Post illustrato con foto di murales sulle rive del Brenta.


1. “il principio di non-azione suggerisce che il miglior modo di affrontare una situazione sia quello di non forzare alcuna soluzione, bensì di lasciare che le cose accadano naturalmente, accettando il fatto di essere piccole entità connesse a tutto il resto e sincronizzando le nostre azioni con il naturale fluire degli eventi” (https://cinainitalia.com/2019/09/23/il-wuwei-larte-taoista-del-lasciar-andare/)

 

2. “(…) il tono muscolare, che rappresenta il prender corpo delle emos – azioni, cioè dei moti d’animo propulsori di qualunque movimento, compreso quello di contrattura frenante o difensiva”. (S- Guerra Lisi & G. Stefani)

 



 

 

mercoledì 7 luglio 2021

Luglio di corpo e movimento

Chi crede che l'anello di bambù
serva solo al Wing Chun?
E se non fosse importante la scelta giusta o quella sbagliata, perché se la fai Tu, pienamente e consapevolmente Tu, è sempre stupenda, ovvero in grado di stupirti?

Tocca a te stare attento a quello che fai, a come lo fai. Abbi cura dei tuoi gesti, dei tuoi respiri, dosali bene lasciando che ti esplodano nel cuore, che ti inghiottano il ventre. Caricati di gioia, entusiasmo, vitalità.

Sono questi i tratti di te, dentro scheletro in azione, in movimento. Dei tuoi gesti nello spazio.

La pratica, il fulcro, è questo da sempre: nel momento in cui qualcosa arriva all’attenzione, diventa la figura su cui concentrarsi.

Sono “Le spire del drago”, “La danza delle spirali”, le “Onde” che si susseguono e si intersecano.

In troppi guardano il futuro con la nuca, e spesso pure il presente.

A noi Spirito Ribelle tocca sapere che ogni gesto, ogni azione che venga dalla pancia, dal cuore, mostra sempre qualcosa del carattere di chi agisce: Sono emos – azioni.

Maurice Blanchot, scrittore, critico letterario e filosofo, esortava a “scrivere le cose che è proibito leggere”, per noi Spirito Ribelle è praticare cose che nessuno osa conoscere, nessuno si azzarda ad affrontare, con cui, volte, è necessario confliggere.

Abbracciamo una visione immaginativa che ci fa andare oltre, perché la nostra audacia ha un tenace bisogno di noi e non importa chi continua ad alimentarla, che vantaggio ne trae a non abbandonarci mai, ad accompagnarci sempre, dovunque e pure dentro le nostre ombre.

Annello bambù
in push hands
Importante, di pancia e di cuore, è che anche oggi siamo qui, ai giardini Marcello Candia di Milano, a sfidarci di percosse e pressioni, respiri ed evitamenti, colpi che sfiorano e carezze che percuotono, slanci frenati e ardita immobilità, occhi che penetrano e duelli avvincenti

La sfida è non fuggire dal dopo, anche quando s’è tinto di quel male suo turgido che consuma dentro chi per la strada della vita da sé si è sempre spinto, cadendo e poi però rialzandosi.

La sfida è nel carattere del fare, qui ed ora, dentro Poteri Potenti.

La sfida è sapere che di là, oltre, c’è il mondo che grida, impone di venir fuori, mostrarci corpo e sangue e respiro; diversi, così diversi, dai pallidi modelli di ogni modesta sfilata, di ogni fiera della vanità e del consumismo. Per darci insieme, farci forza. Per essere lì, dritti e in piedi, sul palcoscenico che è la vita.

“Ethos anthropoi daimon, 

il carattere determina il destino” (Eraclito)

 







Prossimo e ultimo appuntamento della stagione:

Martedì 20 Luglio

Giardini M. Candia – Milano ore 18.00 – 20.00

(in caso di maltempo, presso giardini della Besana)









mercoledì 23 giugno 2021

Quando non è la fine

 Restare vicini anche quando il vento soffia contrario, quando i muri si alzano e le strade vengono inghiottite dal nulla.

Quando ti pare di non credere più a niente, ma una parte di te giura che esiste il luogo che parla di te, che di te vive.

Il dubbio di non saperti cercare o la forza di rassegnarmi a cadere mentre quel luogo che parla di te, che di te vive, ti fotte e si nasconde. Non si fa trovare.

E sono i cinque sensi in azione, e sei autenticamente tu in azione.

E mi chiedo “Cosa sto facendo in questo modo alla mia vita di oggi?

Domanda strana eppure imprescindibile in una pratica marziale, in un percorso autenticamente guerriero.

L’ultimo Seminario Kenshindo, “La Via dello Spirito delle Spada” e, nei giorni dopo, l’ultima serata del corso Arti Marziali.

Tra propriocezione studiata sul filo del katana o dentro strette di mano, tra sensibilità animalesca sperimentata nei Push Hands o danzando Shili.

Imparare la bellezza anche se hai paura a cercarla, respirare profondamente e non c’è un motivo, abbracciare vigorosamente anche senza un perché.

Qui sulle mie spalle, sul mio volto, mi sento toccare.

In fin dei conti, ogni pratica di crescita, ogni percorso di individuazione, ogni disciplina esoterica, anche nei gesti, tocca il cuore: nello yoga, le mani giunte alla fronte, ci si inchina a simboleggiare l’inchinarsi della mente al cuore, e per alcune correnti, già “Namaste” vede le mani al cuore; nelle varie Arti del Wushu / Kung Fu cinese, il pugno destro chiuso avvolto totalmente dalla mano sinistra, sta a simboleggiare l’unione dello Yin e dello Yang, mentre il corpo si flette leggermente in avanti; nelle Arti giapponesi, in “seiza” (in ginocchio) si porta la fronte a sfiorare il pavimento, inchino che si chiude sotto il livello del cuore.

Perché nel binomio cuore e ventre abita l’Es, energia che ci connette con l’ambiente, con il tutto.

Certi dolori, certe ferite, certi malesseri hanno bisogno di carezze robuste per essere compresi.

E’ il regalo d’un pugno di amici, quelli che ormi da anni, da decenni, riscaldano le mie ore di pratica. Ognuno regalo all’altro.

La serata calda, afosa, si conclude a cena, tavola imbandita e vino rosso a scorrere.

Mi viene spontaneo chiedere, vista la loro partecipazione, il loro entusiasmo, il loro evidente crescere negli anni uomini e donne adulti, autonomi, autodiretti, se ne parlino ad altri, se ad altri prospettino l’intensità forte e la bellezza di questo nostro cammino tra pratiche marziali e Movimento Intuitivo.

E sì, lo fanno, ma le loro parole, i loro esempi cadono nel vuoto. Il vuoto fatto di quell’impasto di pigrizia e paura, di superficialità e conformismo che regge il vivere di oggidì, che imperversa annichilendo e piegando cuore e pancia di tanti, troppi.

Li ricordo i volti e gli odori e gli sguardi e i gesti di chi ci è passato attraverso, per mesi o anni, calcando pavimenti e distese erbose, serate milanesi e notti stellate in montagna, a fare domande per fuggirne le risposte, a piangere sulle prime delusioni incolpandone il padre o la madre o il destino bizzarro, a incontrare dolori che dimenticava trangugiando lo scorrere dei giorni, che si sono arresi senza lottare, che si sono assopiti a consumare.

Ne ho incontrati e ne incontro anche io tutt’ora, quelli che vivono di nostalgia o di sogni che non vogliono davvero realizzare, quelli che si proteggono esibendosi o, al contrario, mimetizzandosi, quelli che pretendono di decidere i sentimenti degli altri nel mentre che si negano o vergognano dei propri.

Vitalità ed erotismo, soddisfazione, eccitazione e crescita, “Conosci te stesso”, qualcosa che ognuno di noi può costruire, ha diritto ad ambire. Per tutte e tutti, ma scelto da pochi.

 

 

 

 







martedì 15 giugno 2021

Tu sai chi sei

Il primo incontro con la tua compagna o compagno? Cosa ti ricordi?

Il più recente incontro con una persona a te cara? Cosa ti ricordi?

Di solito, i tuoi ricordi si affacciano sotto forma di “cose viste”, ti ricordi quel che vedesti: immagini, colori.

Eppure tu sei cinque sensi: vista, certo, ma anche udito, tatto, olfatto, gusto.

Quali di questi sensi e in che proporzione è presente nei tuoi ricordi?

Certo, siamo immersi in una società di immagini, che privilegia il senso “vista”, ma, il resto di te?

Come vivi, vivi autenticamente, se non sei presente in tutti i cinque sensi?

Certo, ognuno di noi, per copione educativo, per esperienze fatte, privilegia alcuni sensi rispetto ad altri, ma come vivi se sei privo, in parte o… in tutto (!!), di alcuni dei tuoi sensi?

Domenica scorsa, “a spasso” per Milano con Monica, mi chiede conto di un atteggiamento che le pare diverso.

E’ vero, è che sento distintamente l’aria calda e pesante della città sulla pelle, sento l’odore del cemento che, intriso dell’afa, mi buca le narici, mi arriva ovattato il suono metallico di una città che lentamente riprende il suo tran tran.

Un miscuglio di sensazioni che spontaneamente e semplicemente mi entrano dentro, mi formano e a cui rispondo con la mia personale sensibilità.

Ridendo, le parlo del ricordo del nostro primo incontro …. ravvicinato …

Ecco, con le immagini ancora nitide, nette, a distanza di oltre vent’anni, mi arrivano sussulti e bisbigli del suo tono di voce, sì, certo, le parole, ma con loro il tono della voce, la melodia delle vocali costruita intorno a consonanti, l’odore della sua pelle, il gusto delle sue labbra.

Ero ancora inconsapevole della strada che avrei preso, della mia ricerca, anche se già vent’anni or sono qualcosa mi spingeva a vivere, a tentare di vivere, tutto di me.

Ora sono molto più avanti, molto più addentro di me, di quel e come sono: essere incarnato.

Per questo mi chiedo il senso di tutte queste terapie logocentriche (1): il cliente parla, il terapeuta ascolta e stimola con altre parole ...sì ma l’essere corpo tutto dov’è? Dove sta? Quanto e come agisce, si muove, si mischia con l’ambiente?

Ci credo che queste terapie durino anni e i risultati siano labili, incerti, contraddittori.

Già Il terapeuta non è lì con tutto stesso, gli manca la presenza corporea, gli manca l’agire dei cinque sensi. Come potrà mai entrare in contatto totale con un cliente che vede come solo verbo? Che non viene contattato nei cinque sensi? Col quale si accontenta di condividere generiche emozioni “parlate?

E che dire di quelle terapie che si presentano “corporee” ma mostrano di corpo senza incarnarsi corpo? (2)

Proprio in questa società che del corpo fa un oggetto, uno strumento estraneo al sé, quanto di corpo ci sarebbe bisogno!! Di corpo che odora, gusta, tocca!!

Nella teoria della Gestalt (3), è fondamentale sentire la connessione con l’ambiente attorno a noi, come parte attiva del tutto. Ma se lavori col cliente senza che questi incontri la sua connessione interiore, come contatti l’ambiente? Dove pretendi di arrivare senza la presenza agente dei sensi tutti?

Come fai a praticare Chi Kung o Arti Marziali, a praticare esercizi di energia e consapevolezza, a scontrarti di corpo, di fisicoemotivo, senza questa connessione? Senza i cinque sensi? Senza così la possibilità di scoprire il sesto senso (4), il campo dell’intuizione?

Di più e oltre ogni percorso terapeutico: Se ami, lavori, vivi senza la presenza dei cinque sensi…. Tu sai, sai veramente, chi sei?

 

PS) Hai voglia di provare? Di provare a ricordare un importante avvenimento, incontro, del tuo passato? Cosa e come lo ricordi? Con quali sensi?

Ed ora, mentre mi stai leggendo, sei presente in tutti tuoi sensi o ti devi sforzare di sentire cosa e come stai contattando sulla tua pelle, che gusto abita la tua bocca?

 

Post illustrato con opere di Juarez Machado

 

1. In filosofia e nelle teorie della ricezione e della letteratura con logocentrismo si intende la centralità del logos (“parola”) come fondamento di un discorso e di un testo che vogliano considerarsi significanti e/o sensati.

Eppure ogni significato non è affatto “fonico” e il suono, in quanto elemento materiale, non appartiene alla lingua. Sempre di corpo in azione si tratta. Ma a considerarlo così … pare si faccia troppa fatica, per costoro!!

 

2. Sul mio blog, trovate riportate le mie deludenti esperienze con Bioenergetica e Mindfulness, con alcune correnti di Chi Kung. Forse ho incontrato, nonostante il nome altisonante e i pomposi certificati, docenti di scarsa qualità. Beh, anni ed anni addietro, in una Scuola di formazione per psicoterapeuti e counselor, mi imbattei in un docente che proponeva meditazioni di Osho leggendo su un foglietto i passaggi essenziali e che faticava a reggere uno sguardo negli occhi, in una docente che proponeva giochi di corpo vergognandosi di mostrare il suo. Negli stage di Chi Kung e Tai Chi Chuan mi sono imbattuto in un docente che si muoveva con la rigidità e la meccanica di un karateka, poi con una docente tutta parole sull’Energia cosmica e il Chi, che proponeva esercizi corporei ma lei non era in grado di stare in equilibrio su una gamba o di coordinare integralmente i movimenti delle braccia e questo non le interessava, lei era connessa con l’energia dell’Universo!! Sarà per questo che ora centellino e seleziono accuratamente cosa e con chi imparare!!

 

3. “Contrapponendo l’Io, il Sé e l’Es: L’Io deliberato possiede la stretta unità astratta di mirare ad una meta ed escludere le distrazioni; la spontaneità (il Sé) possiede l’unità flessibile concreta della crescita, dell’impegno e dell’accettazione delle distrazioni come possibile attrazioni; e il rilassamento (l’Es) è la disintegrazione, unificato solo dall’incombente senso del corpo.” (F. Perls)

Mentre l’Io è la funzione mentale di astrazione e volontà, l’Es al suo opposto ha il corpo come ruolo centrale. Il Sé è il punto centrale, equidistante ed integratore di questi due estremi. Infine la personalità in quanto struttura del Sé è il sistema degli atteggiamenti assunti nei rapporti interpersonali. (http://www.attualitainpsicologia.it/numeri-precedenti/13-attualit%C3%A0-in-psicologia-anno-2015,-numero-1-2/11-perls-e-il-s%C3%A9-nella-gestalt-di-sandro-papale.html)

 

4. “… di seguito il sesto senso (proprio – cezione) che ci rende consapevoli del nostro stato interno, i recettori muscoloscheletrici, viscerali, emotivi, che ci servono come “sorgente profonda di intuizione e plasmano il nostro stato emotivo” (Psicoterapie della Gestalt: Come la sensibilità percettiva modula il setting terapeutico  di S. Rossi)

 





 

 

mercoledì 2 giugno 2021

“Solo chi è autosufficiente può stare solo, la maggior parte delle persone segue la folla e procede per imitazioni.” (B. Lee)

Sabato sera, con Monica, al cinema Anteo per vedere “The Father” di Florian Zeller.

Non sono un critico cinematografico ma, dopo averlo visto, mi risulta ancor più radicata la convinzione che gli Oscar, come i premi in tutte le competizioni “artistiche”, siano distribuiti in ragione di potentati, favori dati e ricevuti, clima politico e culturale da ossequiare, e lo stesso dicasi per i pareri della critica.

The Father è una pellicola ben più avvincente del pur interessante Nomadland e di gran lunga superiore al mediocre e sciatto Minari.

Però siamo in tempi di anti Trump, di integrazione a tutti i costi, di politically correct sparso a piene mani, di sostegno a tutte le minoranze, purché accreditate dalla sinistra radical chic.

Come non ricordare la vittoria di un lindo e perbene “Green Book” alla faccia dello spigoloso e ombroso “BlacKkKlansman” di un altrettanto irriducibile Spike Lee?

Tant’è, nulla di nuovo in una società capitalista che, al pari delle vecchie dittature socialiste, premia quel che fa più comodo e meno “rompe”, e, a ovvia differenza delle seconde, anche premia quel che vende di più e più fa consumare.

La strada per aggiungere l’Anteo, strada di movida giovanilista, è l’occasione per immergermi in una folla di ragazzotte succinte, del genere stivaloni neri e abitini attillati e “raso topa”, (come si diceva una volta ed ora, immagino, guai ad usare una simile espressione sessista!!), e ragazzotti in jeans e maglietta o camicia.

Difficile distinguere una ragazza dall’altra, un ragazzo dall’altro.

Difficile non notare lo sfarzo di logo, di marchi a…marchiare scarpe o abiti e chi li indossa.

Certo, quelli incontrati sulla strada dell’andata e del ritorno saranno solo una fetta della popolazione giovanile delle grandi città, ma non posso esimermi dal riflettere su quanta pochezza e conformismo mi abbiano trasmesso.

Certo, non è che ai tempi della mia adolescenza e gioventù le cose fossero molto diverse. Nella massa erano, eravamo, in pochi a portare capi d’abbigliamento “fuori ordinanza”, fuori dal coro.

Una nota diversa però c’era: l’assenza di frenetico bisogno di sfoggiare il marchio, il capo di nome, il lusso.

Conformisti sì, ma senza ostentazione di sfarzo tanto presunto quanto pacchiano.

O forse è che la moda, e con lei la pubblicità, non era ancora quel potente servo del consumismo.

La pubblicità, ormai, non ti spiega il prodotto, ma ti spinge a comprarlo, utilizzando l’arma delle emozioni.

La moda ti dice cosa non è più alla moda, cosa non è più socialmente apprezzabile, e ti induce a buttare via il vecchio per nuovi acquisti che ti facciano sentire integrato quanto appariscente.

Allora, pur distante mille miglia dalla figura e, sovente, dal pensiero di Michele Serra, di cui ricordo ancora la sparizione dopo l’ingloriosa fine della “gioiosa macchina da guerra” occhettiana di cui era sostenitore, ne accludo qui sotto un brillante pensiero che, pur già datato, è, ahimè, sempre attuale:

 

Nessuna persona davvero di valore dedica particolare attenzione al proprio abbigliamento.

Lo scrive Mina sulla Stampa, in un bell' articolo contro la moda e i modaioli, e può permetterselo, essendo una delle poche vere dive italiane di sempre.

Sottoscrivo: la regola enunciata da Mina, come tutte le regole, ha qualche (rara) eccezione, ma non è difficile verificarla.

L' ossessione italiana per l'abito e per il look ha coinciso con uno dei periodi meno felici e fervidi della nostra storia, come se ci fosse un nesso preciso tra il deperire della sostanza e il trionfo del formalismo. Basta girare per l’Europa, in città spesso più pulite, più ordinate e più progredite delle nostre, per accorgersi che la gente, in media, è vestita in maniera molto più informale, quasi trasandata.

Da noi, al contrario, non è rara la figura antropologica del villanzone elegantissimo, o della povera di spirito agghindatissima, e ci sono scorci di gruppo (certi pubblici negli studi televisivi, certi strusci per lo shopping del sabato) all' insegna di un travestitismo collettivo che non ha eguali al mondo, ipertruccato e pacchiano.

Quanto alle persone davvero di valore che se ne fregano dell'abito, ognuno di noi ne conosce o ne ha conosciute parecchie: molto semplicemente, non ne hanno bisogno, bastano la faccia, le parole e l'atteggiamento verso gli altri a documentarne ampiamente lo stile.

(M. Serra “L’Amaca” sul quotidiano La Repubblica)

 

 

 

sabato 29 maggio 2021

Una funivia tra dentro e fuori

Muovendomi, danzando Kenpo Taikiken o Tai Chi Chuan o Movimento Intuitivo, sovente più che nel corpo entro nel tempo, entro nel cuore.

E forse questo significa amarsi ed amare. Perché è insieme aspettare, prendere e lasciare, condividere e ricordare.

In fondo, nessuna formazione all’ascolto e alla presenza può esulare da una pratica che proceda dai sensi, dal movimento, cioè dal corpo.

In fondo, il corpo ci rivela.

Questo parrebbe essere un buon inizio: muoversi, agire consapevolmente, lasciando che, nei gesti, il tempo ci cambi. Così, dolcemente, senza sforzo.

Ascoltarsi per il piacere di farlo, stare con quello che si fa e c’è nel presente, agire per l’azione, non per i risultati.

Agire, praticare di corpo consapevolmente nel presente, nel “qui ed ora”, contempla la capacità di guardare al futuro, ricordando sempre il nostro passato e, nel farlo, modellarlo come più ci piace, o più ci addolora; sempre e comunque per capire o… giustificare, a volte persino negare, il presente: chi sono, cosa faccio e come lo faccio.

So che è la natura delle domande a determinare, generalmente, la qualità delle risposte, dunque di ogni incontro, per questo pratico Kenpo Taiki Ken, Tai Chi Chuan, Movimento Intuitivo sempre ponendomi domande, interrogativi.

Per questo aborro le pratiche ginniche, sportive, marziali, di fitness, che, vendendo il miraggio di salutismo, efficientismo, bellezza fisica, in realtà lo plasmano alle forme esterne comandate dal consenso sociale.

Corpi modellati da un’unica mano, corpi conformati ad un’unica mente, corpi svuotati e sottomessi, corpi in cui la regola, ormai da tutti accettata, “dissocia il potere dal corpo” (M. Foucault)

D’altronde, come ci si prende cura di se stessi indirizza come si prende o non si prende cura dell’ambiente e degli altri:

come lavori su di te, come governi te stesso, 

indica come lavori per gli altri.

Sei dedito alla cura estetica del tuo corpo? Fatichi in palestra per sfoggiare addominali scolpiti e un corpo sodo? Consideri la massa muscolare il metro di paragone per valutare efficienza ed efficacia? Ti sfianchi a correre senza però mai andare da alcuna parte su un tapis roulant o facendo spinning? Corri su e giù per i giardini come un criceto in gabbia? Imiti i gesti e gli esercizi dell’insegnante davanti a te con l’obiettivo di farne una perfetta fotocopia?

Sono solo alcuni esempi di una pratica che aliena il corpo dal sé, lo oggettivizza; che esalta il controllo e la rimozione della peculiarità e della storia personale di ognuno. Il che, di conseguenza, ti porta a intervenire sugli altri e sull’ambiente in nome dell’apparenza e della superficialità, della spasmodica ricerca di identificazione superficiale e riconoscimento superficiale nel gruppo. Una siffatta cura di te esclude l’empatia di cuori ed emozioni, spinge ad una responsabilizzazione sociale modesta e del tutto conformista; fino a pretendere di decidere tu quali sentimenti ed emozioni all’altro da te sia permesso provare e come provarli.

Per altro, che dire di chi non si prende in alcun modo cura del proprio corpo? Chi lo guarda crescere ed invecchiare in sovrappeso o annichilito dalla forza di gravità o storpiato da posture ed abitudini quotidiane? Chi esalta la mente a scapito del corpo (come se la mente stessa non fosse “incarnata”!!) e affonda nel logocentrismo?

Come potrebbero costoro prendersi cura dell’ambiente e dell’altro se non hanno cura verso di sé? Se costoro non si appassionano al sé integrale, se non godono di un corpo vivente, come potranno mai dedicarsi con passione ed entusiasmo e altruismo agli esseri viventi loro attorno, al vivere degli altri?

Basta guardare i nostri politici, il loro essere / non essere corpo, per capire che da costoro non abbiamo da aspettarci nulla di buono!!

Ecco i due stremi:

cura asettica, a volte maniacale, o, all’opposto, incuria totale,

accomunate dall’essere ambedue rivolte a un corpo oggetto, estraneo da sé.

Qualcuno faccia loro una domanda di senso che investa il “dentro” del corpo; qualcuno chieda loro di ricordare un avvenimento, un incontro, del passato attraverso i cinque sensi, le sensazioni provate; qualcuno chieda loro di raccontarsi di corpo e attraverso il corpo.

Non ci riusciranno MAI.

Se non ti dedichi al benessere integrale di te, di te essere fisicoemotivo, che xzxzazzo di vivere vivi? Che xzxzazzo di sentimenti, emozioni e sensazioni condividi? Che xzxzazzo di te dedichi all’altro?

 

“… possiamo condurre un altro e andare con lui solo fin dove siamo già andati con noi stessi”

(Ivano Gamelli, riferendosi alle parole di C.G. Jung)

 



lunedì 24 maggio 2021

Nel cuore e nel corpo

Comprendermi, persino amarmi, diversamente; fare di me corpo il tutto che pervade, penetra e danza ogni cosa.

P. Bruegel. Lotta tra carnevale e quaresima
E poco importa se sia la scelta giusta o quella errata, perché il senso, la strada da percorrere non passa attraverso giusto o sbagliato, ma attraverso il sempre meglio, il sempre migliore in una ricerca di cuore e di corpo che mai ho abbandonata.

Ogni nostro cambiamento esige il moto consapevole dell’attenzione, della presenza dentro di sé e fuori di sé, perché l’attenzione si muove come il pensiero e quanto il corpo, in un’armonia che rifugge ogni distinzione.

Pratico, e invito a praticare, chiedendo, con il “Cosa stai provando?”, il fondamentale “Quale rapporto c’è tra ciò che senti, ciò che provi, e ciò che pensi?


E’ la via del corpo, perché tutto è nel corpo, tutto di me, di te, è corpo.

Ogni gesto, ogni movenza, è una trama di punti di sospensione e pause profonde, ed ogni mio muovermi anticipa l’abisso, per lasciarmi poi cadere dentro a immergermi nel succedersi delle onde.

Come nella vita di ogni giorno, quando gioisco e quando intristisco.

Quando chi ho davanti abbassa gli occhi alle punte dei piedi, in un silenzio stonato o invece mi guarda sfrontato buttandomi in faccia che mentire non gli pesa per niente se ha uno scopo, un capriccio da soddisfare ed ogni sentimento, ogni impegno importante, gli è indifferente.

Quando chi ho davanti mi lascia sfiorare da parole dolorose che bruciano sulla pelle o invece mi regala l’omertà vigliacca che va oltre la pelle e il corpo lo deforma da dentro trattandomi come un imbecille.

Kangeiko - stage invernale 2013
Quando chi ho davanti mi concede un’ultima possibilità di fare l’amore o invece mi costringe nel recinto dei senza desideri, dei senza passione.

Ogni parlare, lo sai, esprime un sapere che respira; ogni gesto del corpo esprime la moltiplicazione delle attribuzioni di significato che a volte amalgama altre separa.

Quando ripercorro paesaggi di neve e notti fonde bucate da teneri guerrieri in giacca blu e pantaloni neri, provando a costruire tra medioevo nipponico e italiana modernità un ardito ponte.

Quando ritrovo le mie stesse fattezze giovanili sul volto di mio figlio Kentaro o sprofondo dentro gli occhi verdi di mio figlio Lupo.

Quando gusto quella sensualità capace di disvelare dolcemente, uno ad uno, i sottili lembi che infagottano il cuore umano.

Se chiudo gli occhi io rivedo tutto e so che anche stavolta ce la farò, che la vita è troppo breve e bella anche se dall’altra parte c’è sempre qualcuno che se ne dimentica e ne vuole fare una landa brulla.

Questo è praticare Spirito Ribelle. Questo è autentico cuore e corpo in azione.

 

“Insegnare significa trasmettere un’esperienza”

(L. Irigary)

 



 

 

lunedì 17 maggio 2021

Ddl Zan, Fedez, femminismo, Lgbt e splendide castronerie

Vociare e pretendere, mettersi in mostra a qualsiasi costo su qualsiasi argomento, l’ergersi a “maître à penser” ad opera di nani e ballerine, per citare Rino Formica che di questo se ne intendeva.

Lo chiamarono “lavoro flessibile”, intendevano “lavoro fragile”, “lavoro precario”; occupazione professionale, (quella che ti dà i soldi per vivere), non più certa, non più scontata: in una Repubblica “democratica, fondata sul lavoro” (art. 1 della Costituzione) il lavoro spariva, diveniva una incerta possibilità.

Col lavoro flessibile, quello incerto, quello dei contratti a tempo determinato o a chiamata, nasceva una personalità umana altrettanto incerta, precaria.

Prendeva forma e diveniva “massa”, la persona con una scarsa fiducia in se stessa, che si scopre vulnerabile, indifesa, non più tutelata.

L’uomo si trova immerso in quella che il sociologo Ulrich Beck in “La società del rischio. Verso una seconda modernità” scopriva essere una società che costringe gli individui a fare scelte con esiti imprevedibili in nome del progresso, finendo in una condizione di incertezza.   

La flessibilità ha finito per sviluppare sull’uomo un potere di corrosione della personalità: se da un lato risulta più libero, dall’altro è sovrastato dalla condizione di frammentarizzazione ed incertezza che la flessibilità porta con sé.” (La flessibilità del lavoro. Università di Siena. 2017)

A seguito di questa svolta e all’interno di un capitalismo sempre più sfrenato, entra in crisi l’idea di comunità, di collettività, spariscono i contratti collettivi di lavoro: il lavoro si contratta e si tutela individualmente.

La “società liquida”, annunciata da Zygmunt Bauman, considera l'esperienza individuale e le relazioni sociali segnate da caratteristiche e strutture che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente, confusamente, in modo incerto e volatile.  Nel pantano della “società liquida” sguazza l’’uomo frammentato, l’uomo solo.

Solo e portatore di caratteristiche contradditorie e confusamente mischiate tra di loro: narcisismo e nichilismo, voglia di emettere un giudizio su tutto, necessità di mostrarsi, di apparire, costruttore di relazioni sociali superficiali (gli “amici” su fb), dedito alla soddisfazione di ogni capriccio, drogato anelante la “realtà aumentata”.

In questa totale libertà sfrenata una sola cosa resta ferma, indiscutibile: lavorare, sempre che tu il lavoro lo trovi.

Non importa quel che fai del tuo tempo libero, l’importante che è che tu sia disponibile, pronto a lavorare, anche sette giorni su sette, anche senza pause, anche senza tutele.

In questa nefasta situazione, sboccia evidente l’attenzione mediatica e quella individuale sui diritti, sulle libertà personali.

Così, dati del 2020, in Italia a fronte di oltre 1.000 morti sul lavoro, abbiamo poco più di 120 femminicidi e 130 aggressioni omofobe.

Certo, deprecabili e a cui dedicare attenzione, cultura e leggi le ultime due, ma perché nessuna attenzione mediatica, politica e culturale viene dedicata agli oltre 1.000 morti su lavoro?

Pensateci un po', quanti servizi e dibattiti in televisione, quanti politici ed intellettuali, avete visto esporsi ed impegnarsi per gli oltre 1.000 morti sul lavoro?

Già, ma il lavoro, tutelato o meno, non si deve fermare mai: questo è l’imperativo dello sfruttamento capitalistico, questo è il diktat bene accetto da tutti, o quasi.

Così non stupisce che al concertone del primo Maggio, il sindacato, o quel che ne resta, abbia allestito un palco sponsorizzato da Eni e Banca Intesa. Che un cantante milionario, in occasione della festa dei lavoratori, si sia profuso a sostegno del mondo Lgbt ma nessuna parola sul lavoro ed i morti sul lavoro.

Allora diciamola tutta, ci sta che in questa trista deriva l’ideologia capitalista domini incontrastata e che questo comporti una altrettanto trista deriva individualista.

Una deriva dove, per difendere la sessualità diventata liquida, informe anch’essa, si faccia strada il diritto ad essere “Certe mattine mi sveglio più maschio, altre più femmina” (dichiarazione di Madame, altra “cantante” di recente successo).

Una deriva dove una biologa, Barbara Gallavotti, dichiara che l’omosessualità in natura " è estremamente diffusa e prevista nell'evoluzione".

In natura, il leone che diviene capo branco uccide i piccoli che non sono suoi figli: facciamo così anche da noi? O la “natura” fa comodo citarla solo nelle situazioni convenienti?

Ma forse la Gallavotti voleva mettere in guardia da un accostamento acritico alla natura, lo fa quando, a fine intervista, si chiede se noi vogliamo comportarci come i moscerini della frutta. Forse, certo è che i mass media, quest’ultima affermazione l’hanno fatta scomparire dando invece risalto alla semplicistica equiparazione uomo – natura che sdogana appieno l’omosessualità.

Una deriva dove ARCIGAY è bene accetta, aperta e democratica, ma ARCILESBICA, che si pronuncia contro il Ddl ZAN, è tacciata di essere conservatrice e di destra. Notate che entrambe sono ARCI, associazione storicamente a guida condivisa PCI e sinistra PSI, che negli anni ha sempre mantenuto una linea politica e culturale vicina agli ambienti riformisti e progressisti.

Una deriva dove “la battaglia per i diritti civili è un’arma di distrazione di massa per coprire le nefandezze compiute sui diritti sociali. Il Pd si è ridotto ad essere una riedizione del partito radicale, che si batte per i diritti gay ma poi cancella l’articolo 18 e le conquiste dei lavoratori del dopoguerra”, ed ancora “Io mi sono sempre impegnato a combattere l’utero in affitto: una pratica nazista, degna del dottor Mengele. Mi hanno massacrato per questo, ma continuerò a rivendicare questa battaglia. La voglia di avere un figlio è un desiderio: e i desideri non sono diritti. Specialmente quando consistono nello strappare figli alle madri povere del terzo mondo, per essere venduti su un catalogo, come fossero una merce

(Marco Rizzo in https://www.agenpress.it/marco-rizzo-partito-comunista-intervista-a-la-verita-se-la-sinistra-e-il-nulla-di-fedez-non-ci-prendo-neanche-il-caffe/)

DA LEGGERE!!

 Una goffa e trista deriva narcisista e individualista premiata dai mass media in ogni sua forma: avete notato che ormai ogni pellicola cinematografica, ogni serie televisiva ha sempre al suo interno almeno una coppia, una relazione omosessuale?

Una goffa e trista deriva narcisista e individualista che non lascia indenne niente e nessuno, dalle favole per bambini ai monumenti, in un’orgia di antistoricismo e delirio di onnipotenza individuale che si chiama “cancel culture”, “politically correct”, “quote rosa”, persino apertura alla pedofilia: non era consentita anche nell’antica Grecia o nel Giappone medioevale? (http://www.opinione.it/politica/2021/04/28/ruggiero-capone_ddl-zan-tirannide-ateniese-omosessualit%C3%A0-ipparco-parlamento-transessuale-quote-rosa/)

Una goffa e trista deriva narcisista e individualista che si beffe dell’articolo 3 della Costituzione italiana, quello che prevede che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, dedicandosi invece con tutte le forze alla difesa di questa o quella minoranza di moda al momento. 

Importante è non toccare il lavoro, non mettere in discussione la centralità del lavoro e che importa se questo significa oltre 1.000 morti ogni anno. (Lavorare rende liberi? http://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/2012/01/)

Ma ormai siamo una società così, dove devi avere un’opinione, anzi, una certezza su tutto e senza pretendere di guardare l’insieme, di inserire il “fatto” in oggetto in una rete di relazioni, in uno sfondo e dentro una cornice.

Rapido, rapido, sì o no, trionfo del sistema binario, bianco o nero, Roma o Lazio. L’ignorante partigianeria, quella superficiale, al potere!!

Nessun dovere verso la memoria, il ragionare approssimativo, l’ostentare la più volgare aggressività dialettica sono le forme ormai dominanti e vincenti della conoscenza della realtà e della sua comunicazione.

Allora non stupiamoci se le pretese individuali la fanno da padroni, abitano una ribalta senza contraddittorio, pretendono di divenire leggi e minacciano la libertà d’espressione.

Non stupiamoci se a osannare una certa minoranza troviamo chi dava dei “figli di cani infami” (https://www.angolotesti.it/F/testi_canzoni_fedez_67547/testo_canzone_tu_come_li_chiami_1199876.html ) alle forze dell’ordine, quelle stesse forze dell’ordine che gli tutelano la sfavillante Lamborghini; se un periodico radical chic mette in copertina un uomo incinto; se in un paese in cui il 5 per cento della popolazione è gay, lo 0,1 per cento è trans e secondo l’INAIL sono 554.340 gli infortuni sul lavoro denunciati nel 2020, 1.270 quelli con esito mortale, cantanti ed intellettuali, politici e starlette dello spettacolo, giornali e reti televisive, dedicano tutta la loro attenzione ai primi e non ai secondi, ai diritti individuali e mai a scalfire il moloch del lavoro.

“Un dato è certo: l’omosessualità è una questione resa oramai neutrale, come il femminismo, da parte di un sistema che ingloba ed assimila tutto, omologa ogni istanza, disinnescando il carattere eversivo, di classe, di vertenze che potrebbero detonare fermenti rivoluzionari”

(Lucio Garofalo)