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mercoledì 19 agosto 2026

Pratiche di Meraviglia. Il respiro che rinnova il mondo

 


La mia pratica, quell’intenso incontro di Tai Chi Chuan e Kenpo Taikiken, si è trasformata, negli ultimi anni, in qualcosa di più sottile e più vasto insieme. Un respiro che “succhia”, come raccomanda il mio Maestro, perché è un gesto che non si limita a inspirare, ma assorbe il mondo, lo fa entrare, lo lascia vibrare, lo lascia espandersi oltre l’immediatamente visibile. È un gesto che non cerca di afferrare ma accoglie. Che non pretende di conoscere preferendo comprendere, che è includere, integrare. Che non nomina perché stupisce.

La lentezza come soglia

Nella lentezza, quella lentezza che non è meccanico rallentamento ma soglia sull’ignoto, pratica di curiosità gentile, ogni gesto smette di essere certezza. La mano che si solleva non è più ‘mano’, ma evento. L’oggetto davanti ai nostri occhi non è più ‘oggetto’, ma presenza. Il mondo, improvvisamente, non è più catalogo di forme, ma rêverie, quella rêverie bachelardiana (1) che si rinnova nel momento stesso in cui accade.

È un vuoto fertile, un vuoto gestaltico (2): Non un’assenza, ma un grembo. Uno spazio che non pretende di conoscere, ma accetta di prendere insieme, ovvero di comprendere nel senso più originario del termine.

Immersione ed Emersione

Davanti all’enorme cedro che si staglia nel giardino, la pratica diviene allora immersione, diviene scendere nel gesto, lasciarsi avvolgere dal suo mistero, ascoltare ciò che pulsa sotto la pelle. E poi emersione, tornare alla superficie del mondo con occhi che non sono più gli stessi, con cuore che non è più lo stesso.

È un ritmo che appartiene al corpo, ma anche alla psiche profonda. Un ritmo che non si insegna, si contagia. Un ritmo che non si spiega, si indica. Un ritmo che non si impone, si offre, maieuticamente, libertariamente, come un invito a scoprire ciò che già c’è.

Sincronicità, la Meraviglia che chiama

Non è certo caso quanto sincronicità junghiana (3), che proprio ora, dentro la mia personale formazione marziale in queste giornate estive in terra veneta, io mi ritrovi a leggere di ‘Pratiche di Meraviglia’ nella rivista ‘La Chiave di Sophia’. Lì il monaco Tetsugen Serra scrive di esposizione all’ignoto, di una relazione rinnovata con ciò che ci circonda e con noi stessi, ancora tutta da scoprire. Scrive che recuperare la meraviglia non significa cercare l’eccezione, ma disinnescare l’abitudine.



E’ esattamente ciò che accade nella pratica mia e nella proposta agli allievi allo Spirito Ribelle. La meraviglia non è un concetto, è un corpo che si muove. È un gesto che non si ripete mai uguale. È un incontro che non si irrigidisce in un ruolo, ma rimane vivo, fragile, possibile.

La pratica a due ovvero confliggere sì ma per per incontrarsi

Nella pratica a due, lo stupore diventa relazione. Non giudizio, non misura, non gerarchia. Ma confronto vivo, anche conflittuale, in cui una parte del sé egoico si scioglie per lasciare spazio a un so-stare condiviso.

Confliggere non è scontro ottuso, è comprensione. Configgere non è guerra continua, è incontro. È la possibilità di vedere l’altro non come ostacolo, ma come porta verso mondi altri.

E allora accade ciò che Tetsugen Serra descrive con precisione luminosa:

“In quell’istante, breve, fragile, ma sempre possibile, il mondo torna a essere ciò che è: non ancora spiegato, e proprio per questo profondamente vivo.”



È questo il kokoro, il cuore della mia pratica. È questo il cuore della meraviglia che cerco, che vivo, che propongo a chi sceglie di camminarmi accanto. Un Tai Chi Chuan che non pretende di spiegare, ma indica. Un Kenpo Taikiken che non impone, ma risveglia. Un cammino appassionato che non cerca di vincere, ma di permettere alla vita di passare attraverso. Io, noi, svegli e mai domi.



1. Gaston Bachelard (1884 – 1962) La rêverie è un fenomeno della veglia, nella quale sperimentiamo la stessa libertà e la stessa potenza creatrice dell'immaginazione tipica del mondo onirico. E’ un invito ad andare oltre l’apparenza della forma. Per esempio, davanti ad un ramo di un albero, chi resterà affascinato dalla forza di torsione per ‘uscire’ dal tronco, chi invece coglierà l’aspetto di espulsione messo in atto dal tronco stesso, chi coglierà l’ambigua e spericolata vittoria del ramo sulla forza di gravità, chi il disperato tentativo del tronco di trattenere l’evasione del ramo, ecc. A ciascuno il suo mondo che, dagli occhi, scende nel cuore.


2. Nella Gestalt, si parla di ‘vuoto fertile’, un vuoto percorso da una corrente di energia, dove si trova la risposta a una domanda di cui non si sa la risposta: “Nella pratica psicologica, il vuoto è potenzialmente interessante per la pratica creatività. Fare silenzio dentro di sé, dare valore, acquietando la mentale e le stimolazioni, per accedere alla purezza delle nuove idee. Il processo creativo tende a iniziare dal senso di vuoto mentale, foriero a nuove idee e intuizioni. Infatti affidarsi al vuoto fertile significa anche non avere tutto sotto controllo. Un invito alla potenzialità e alla fiducia, un riconoscimento di sé, di scoperta continua all’evoluzione personale. Un noto insegnamento buddhista, ricorda quanto la sofferenza derivi dall'attaccamento alla vita. La visone del distacco libera l'individuo dall'angoscia del tempo, del trascorrere inesorabile”. (Counselor Torino - vuoto fertile )


3. “Diversa dal sincronismo, ovvero la mera contemporaneità di eventi senza alcun collegamento, la sincronicità viene anche definita come il “principio di nessi acausali”, e si verifica quando due o più accadimenti, non collegati da un rapporto di causa-effetto, sono però uniti da un significato comune, che risuona profondamente nell’esperienza psicologica della persona” (La Teoria della Sincronicità di Jung - Psicologo Bari )








domenica 12 luglio 2026

Che c’azzecca ‘Bartleby lo scrivano’ con lo Spirito Ribelle? Il rifiuto come Arte Marziale contro i cascami di questa modernità

 

Chi mi conosce sa che sono un ‘divoratore’ di saggi ed uno scarso e saltuario lettore di romanzi (1). Eppure, di tanto in tanto, trovo rifugio dalle fatiche che i saggi mi impongono proprio in qualche romanzo. Così è, in questi giorni, con “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville (2).

In esso, tra le diverse pieghe che potrebbe prendere la sua lettura, mi colpisce l’interpretazione della modernità come vasto alveo in cui il denaro scorre come un fiume torbido tra le pareti di vetro di Wall Street. Melville qui, (eppure siamo ancora in pieno’800), lo aveva già annusato, con la sensibilità da marinaio che riconosce la tempesta prima ancora che il cielo si oscuri. Nel suo ‘Bartleby lo scrivano’, l’ufficio diventa Dojo, la scrivania tatami e il gesto più rivoluzionario è un sussurro: “I would prefer not to: “Preferirei di no”. Un rifiuto che non urla, non frantuma, non incendia. Un rifiuto che paradossalmente cede, come fa il Tai Chi Chuan quando si scontra con la forza bruta.



Il denaro come vento contrario

Il sistema economico moderno, quello che Melville osserva dagli U.S.A già in preda alla frenesia capitalista, pretende che ogni gesto sia produttivo, ogni parola vendibile, ogni pensiero monetizzabile.

Lo scrivano deve scrivere secondo un metodo ben riconoscibile, deve evitare di scandalizzare il pubblico pagante, deve essere prudente come un contabile dell’anima. La sua libertà è un lusso che non può permettersi. La sua creatività è un bene che non possiede. La sua voce è un’eco che deve imitare perfettamente altre voci.

Eppure, proprio lì, nel cuore della macchina, origina la crepa: Bartleby smette di collaborare. Non per ribellione politica, non per ideologia, ma per una sorta di sottrazione ontologica (3). Il suo gesto è un non fare che pesa più di mille rivolte o contrapposizioni,

Il Tai Chi Chuan come ribellione soffice

Nella pratica del Tai Chi Chuan de ‘La Grande Onda’ qui allo Spirito Ribelle, questa logica del rifiuto che sottrae diviene corpo e movimento. Il praticante non contrasta forza con forza, piuttosto la assorbe, la devia, la trasforma. Il gesto non è mai un ‘contro’, ma sempre un ‘oltre’. Il movimento non è mai meccanica reazione, ma consapevole azione che risponde, laddove: “compito della formazione non è l’acquisizione di una specialismo disciplinare (omissis). Essa è orientata a sviluppare negli educandi capacità estetiche, cognitive e personali attraverso i linguaggi disciplinari e i loro contenuti e metodi” (E. Bottero ‘Sapere del corpo e prospettive didattiche’).

Il nostro Tai Chi Chuan mostra che la vera potenza non sta nel colpire, ma nel non irrigidirsi. Che la vera libertà non sta nel vincere, ma nel non essere costretti a competere. Che la vera e possibile ribellione, in questi tempi grami e travagliati, non sta nel distruggere il sistema, ma nel non lasciarsi definire e modellare da esso.

E questo vale anche, per quanto ci riguarda, pure per il sistema ingessato, sclerotizzato ed omofono del movimento corporeo in generale e delle Arti Marziali, convinto come sono che “non si possono cambiare abitudini motorie o posture senza trasformare l’essere umano in profondità” (J. Dropsy ‘Vivere nel proprio corpo, espressione corporea e rapporti umani’).

Bartleby è il nostro Maestro interiore?

Prova ad immaginare Bartleby lo scrivano in un allenamento Tai Chi Chuan dentro una qualsiasi delle tante Scuole. Il Maestro / Sifu gli comanda di eseguire, copiandola perfettamente, una forma, un taolu. Bartleby guarda l’orizzonte, poi risponde: “Preferirei di no”.

Ma non è inerzia. Non è svogliatezza. Non è nemmeno sabotaggio, è invece l’espressione più pura di wu wei, l’azione senza agire; il gesto che non si oppone ma anche non collabora; la postura che non attacca ma anche non si lascia sopraffare.

Bartleby diventa, in questa mia personale lettura, un bodhisattva (4) del rifiuto, un santone laico che mostra come la libertà non sia necessariamente un plateale atto eroico, ma una micro‑scelta quotidiana, una scelta di non partecipare all’insensatezza. Il suo rifiuto lo leggo come una forma, taolu, invisibile, una sequenza di movimenti interiori che disallineano il corpo dal ritmo produttivo della modernità, dalla pedissequa fedeltà ad un dogma imposto, che attraverso il gestuale, il corporeo, arriva e penetra nel cuore del sistema socio-economico e della ideologia e cultura dominanti: “La rivoluzione umana di un singolo individuo contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità” (Maestro Daisaku Ikeda ‘La rivoluzione umana’).

Una realizzazione dei principi di Peng e Lu (5), E… non sarebbe allora lui il praticante autentico, autenticamente Tradizionale, che legge ed interpreta la forma, taolu, rispettandone tanto i principi fondanti quanto la sua irriducibile soggettività di individuo? Sì perché: “Proprio in questo contesto massificante è necessario ribadire, proprio attraverso il corpo, il valore dell’unicità della persona, che proprio perché incarnata esprime attraverso la dimensione corporea la singolarità dell’esserci” (A.G.A Naccari ‘Persona e movimento’)

Spirito Ribelle, il luogo di pratica dove la protesta diviene rituale

Nell’andragogia / pedagogia e didattica marziale dello Spirito Ribelle, la protesta non è mai collera. È ritualità. È poesia incarnata. È dissacrazione che non guasta, ma libera.

Il praticante impara a:

  • disallinearsi, non seguire il flusso insensato del fare per fare e tanto meno del copiare passivamente;

  • sottrarsi, non regalare il proprio corpo al ritmo del profitto, qui interpretato dall’esecuzione perfetta, meccanica, scandita da tempi estranei al sé ed alla propria biografia emozionale;

  • rallentare, perché la lentezza, persino l’apparente immobilità (‘se ne rimaneva immobile, in piedi, in mezzo alla stanza’ cit.) è la più grande eresia del nostro tempo;

  • sentire, perché il sentire non produce cose, denaro, ma produce libertà. (6)

Il Tai Chi Chuan de ‘La Grande Onda’ non è ginnastica, non è wellness, non è spiritualità New Age, non è vetrina di soldatini tutti uguali. È l’arte del non collaborare con la disumanizzazione, con l’omologazione. È un modo di abitare il mondo senza divenirne un ingranaggio.

Davvero il rifiuto potrebbe essere Do, Tao?

Bartleby non è un fallito, è forse invece un Maestro, un Sifu. Uno che ci mostra come la libertà autentica, nella modernità, non sia un diritto ma abbisogni di concretizzarsi in un gesto. Un gesto piccolo, appena percettibile, ma capace di incrinare l’intero edificio che si costruisce su successo, denaro,produttività e consumo senza uso.

Leggo questo breve ed intenso romanzo di Melville e non posso esimermi dal cogliere il nostro Tai Chi Chuan come ereditario di quel messaggio trasferito nel corpo e nel movimento perché trasfigura il rifiuto in movimento, la protesta in danza, la dissacrazione in rituale, la libertà in postura ed attura.

In un mondo che ci vuole veloci, performanti, monetizzabili, perfettamente omologati ed omologhi anche nelle trasgressioni, la pratica marziale, quella incentrata sulla persona, sul praticante e non sulla pretesa copia esatta di un modello dato, sull’alienazione da sé dell’allievo, può divenire un modo per dire, con la stessa calma di Bartleby: “Preferirei di no”.




1. Il compianto Giorgio Amendola (1907 - 1980), sontuoso rappresentante del PCI, si rivolterà nella tomba, lui che spronava alla lettura dei classici come strumento di interpretazione della società e dei suoi cambiamenti.

2. Herman Melville (1819 – 1891), conosciuto ai più per l’intenso e struggente ‘Moby Dick’.

3. L'ontologia è la branca della filosofia che studia l'essere in quanto tale, le sue strutture fondamentali e le categorie che lo costituiscono.

4. Nel buddismo, un bodhisattva è un essere che, pur avendo ottenuto l’illuminazione, sceglie di rinunciare temporaneamente al nirvana per aiutare tutti gli esseri a liberarsi dalla sofferenza.

5. https://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/2026/06/peng-lu-ji-come-piace-te.html

6. “La capacità di fare silenzio è basilare, per poter cogliere la meraviglia del creato, nella sua misteriosità e nella sua complessità, ma anche per poter entrare in contatto con la propria intimità” (G. Mollo ‘La via del senso)



lunedì 29 giugno 2026

Sentire, dire, contattare: l’Arte di esprimersi nel Tai Chi Chuan in coppia

 

Sono immerso nella lettura di “Le armi nascoste della manipolazione” di Chistophe Carré. Sempre stimolante, per me, percorrere la strada che coniuga lo studio della comunicazione verbale, della parola, con il potente linguaggio del corpo (1).

Mi colgo a riflettere che anche nella pratica in coppia del Tai Chi Chuan, ogni gesto è un messaggio. Ogni pressione, ogni cedimento, ogni spirale, è un modo di dire: “Io sono qui ed ora.” Eppure, come ricorda Christophe Carré, la comunicazione più ardua non è quella con l’altro, ma quella con se stessi.

Quando entro in contatto con il compagno di pratica, porto con me un mondo di sensazioni: Tensioni che non ho nominato, emozioni che stento a riconoscere, impulsi che non ho osato dire. Il corpo li conosce ancor prima della mente, li scopre come li tradisce, li offre alla visibilità nitida.

Il Tai Chi Chuan in coppia diventa così un luogo di verità potenti e gentili. Un luogo in cui posso permettermi di formarmi ad esprimere ciò che sento senza paura, senza esagerazioni, senza maschere indossate frettolosamente. Dire “io sento” nel movimento, come suggerisce Carré, significa assumermi la responsabilità del mio pesare, del mio direzionarmi, del mio invadere come del mio ritrarmi.

Quando premo, non accuso. Quando cedo, non mi annullo. Quando ascolto, non scompaio. Uso la prima persona del corpo, che è più sincera della voce.

E accade qualcosa di raro, perché esprimere emozioni e sentimenti attraverso il contatto ci avvicina davvero all’altro. Non perché diventiamo più “buoni”, ma perché diventiamo più leggibili, più permeabili, più presenti. Il compagno non deve più indovinare chi siamo, può sentirlo.

Al contrario, emozioni e sentimenti inespressi, leggo in Carré, ci allontanano da noi stessi. Nel Tai Chi Chuan questo si nota subito: Il corpo si irrigidisce, la struttura si chiude, la spinta diventa difesa, il cedere diventa fuga. È il segno che non sto ascoltando le mie esigenze profonde, che sto reagendo meccanicamente invece di agire consapevolmente. (2)

La pratica in coppia, quando, al contrario, è vissuta davvero con intento formativo, con intento ‘guerriero’, ovvero di ‘colui che sa stare nei conflitti’, diviene invece un rito di chiarezza, un modo per tornare a noi stessi attraverso l’altro. Ogni contatto è un invito a dire la verità del momento: “Qui mi sento imprigionato”, “Qui mi irrigidisco e non ascolto più.” “Qui posso fidarmi a stare nella relazione.” “Qui posso lasciarmi andare.”

E così, passo dopo passo, il Tai Chi Chuan ci mostra che la relazione, come il movimento, non origina dalla forza muscolare, ma dalla sincerità, dalla vulnerabilità, dalla disponibilità all’ascolto.



Questo, qui allo Spirito Ribelle, è il percorso, la Via, Tai Chi Chuan e Kenpo Taiki Ken. Lasciamo ad altri l’affannato e caotico spingersi e tirare, l’allenamento con pesi sempre più grossi vantando muscoli evidenti ed un peso corporeo sempre più ingombrante. Non è questa la nostra strada.

“La vera forza nasce dal vuoto e dalla quiete, non dalla tensione”

(M° Sun Lu Tang)






1. “Il corpo è linguaggio che parla e dal quale si è parlati, rivela ciò che è nascosto e vero, linguaggio «dell’identità naturale […] che è linguaggio dell’identità sociale» (Bourdieu, 1987, pp. 163-164) “ (‘Il canto delle sirene. Il corpo in equilibrio tra reale e virtuale’ di R. Iaquinta)

2. “Assumersi la responsabilità delle proprie emozioni significa essere in grado di identificare i nostri bisogni personali e comunicarli agli altri. Se non ci rendiamo conto che i nostri sentimenti sono direttamente correlati ai bisogni soddisfatti o insoddisfatti, poniamo dei limiti alla consapevolezza che abbiamo di noi stessi” (C. Carré ‘ Le armi nascoste della manipolazione’).











lunedì 18 maggio 2026

Il canto misterioso dell’acciaio: “Spade giapponesi” libro di Yasuko Kubo

 

Alla ricerca di un regalo di compleanno per un carissimo amico, è mio figlio Lupo a suggerirmi una visita alla libreria Tanabata: Minuscolo locale proprio nei pressi di casa mia, stracolmo di libri e pure oggetti che si rifanno al Giappone, antico e moderno.

Lì, muovendomi a malapena negli spazi angusti, noto un piccolo libro:

‘Spade giapponesi’

scritto da Yasuko Kubo che, leggo nella presentazione, essere una studiosa e ricercatrice di fama internazionale, già curatrice senior del Museo della spada giapponese, con sede a Tokyo.

Comprato il libro, mi dirigo immediatamente alla terrazza del vicino centro commerciale: Grande spazio aperto che si affaccia su viale Umbria, sole, un vento birichino e le mie mani a predare le prime pagine.

Subito mi sorprendo a notare che non ho l’impressione di sfogliare un libretto illustrato. Piuttosto sembra di varcare la soglia di un Dojo nipponico, dove qualcuno ha appena terminato di affilare una lama e l’aria vibra ancora di emozioni minacciose.

La prima pagina è un varco. Da lì in avanti, Kubo non mi accompagna, mi guida. Mi porta tra le mani dei fabbri forgiatori che, secoli fa, piegavano l’acciaio come si piega un destino; mi fa sentire il ritmo dei mantici, il respiro del fuoco, il colpo sicuro del martello che non è mai solo forza, ma ascolto.

Procedo tra le antiche Scuole come tra clan di spiriti. Ogni lama ha un carattere, un’inclinazione, un modo di riflettere la luce. L’ hamon, il motivo della tempra formatasi lungo il tagliente, non è più una linea tecnica, è una cicatrice luminosa, una storia che si è raffreddata senza però spegnersi. La curvatura della spada, sori, pare un misterioso astro che dal cielo è caduto sulla terra lasciando un importante segno di sé.

L’autrice racconta tutto questo con una calma che non è distacco, ma rispetto. Ogni descrizione è un inchino di omaggio. Ogni immagine è un invito a guardare più attentamente, come se la lama potesse rivelare qualcosa solo a chi sia disponibile a fermarsi.

E mentre avidamente sfoglio le pagine, mi accorgo che il libro non parla solo di katana. Parla di ciò che resta quando il fragore della battaglia si dissolve. Parla della mano che crea, della mano che distrugge e di quel momento oscuro in cui le due mani si sfiorano fino a toccarsi.

Arriva l’ora di alzarmi, chiudo il volume con la sensazione di aver attraversato un ponte esile, un ponte che collega il gesto del fabbro al mio stesso modo di stare al mondo. Perché, come suggerisce Kubo, ogni lama è un frammento di tempo che continua a baluginare e ogni lettore, per un istante, diventa il suo custode. Come il katana Shinto che troneggia in camera mia. Non è veramente mio, io sono solo il temporaneo custode di una lama antica, di un’arma che è tramandata e passerà nel tempo di mano in mano. Per sempre.

La voglia di Kenshindo, la pratica del katana che ho abbracciato da anni, monta forte, ho solo da organizzarmi per un prossimo solitario momento di formazione nel cortile sotto casa!!







venerdì 4 luglio 2025

Più lento, più profondo: Il potere della quiete nel gesto.

 ...solo quando rallentiamo possiamo ascoltare quella voce interiore che ci orienta verso ciò che conta davvero...

...la lentezza ci espone al vuoto, all'assenza di distrazioni...

... la lentezza invita a riconciliarci con la nostra interiorità...

Questi sono pensieri dell’antico e venerabile Maestro...NO!! Sto scherzando.

Sono alcune frasi enucleate dall'editoriale, a firma Elisa Giraud, che apre il numero di Giugno - Ottobre 2025 della rivista

" La chiave di SOPHIA"

dedicato alla " lentezza".




Ma guarda un pò come calzano perfettamente alla pratica autentica, Tradizionale, delle Arti Neijia Kung Fu / Naido come il Tai Chi Chuan, il Pa Kwa, il Taiki Ken!!

Scoprii " La chiave di SOPHIA" diversi anni or sono, trovando, in un numero dedicato al ‘corpo’, una serie di riflessioni che contribuirono a completare l'impalcatura teorica della pratica corporea e marziale che esploravo da tempo.

Fedele al motto ‘prassi - teoria - prassi, la lettura fu attrezzo utile per costruire un completo sapere organico originato dal ‘ fare’ e che su quel fare avrebbe poi riversato intuizioni e riflessioni feconde per esplorare ulteriormente corpo e movimento. 

Un sapere ‘organico’ ancora oggi del tutto ignoto al panorama marziale contemporaneo (come pure al mondo del fitness escludendo le poche correnti del ‘movimento generalista’), goffamente fermo ad unire corpo e mente, dunque ignorante dell'essere questi un tutt'uno, la cui sfida è, invece, il rapporto corpo e mondo.

Il numero dedicato alla ‘lentezza’ offre la possibilità di costruire una solida teoria che affianchi e permei la pratica dell'immobilità e dei movimenti lenti propri delle Arti Neijia Kung Fu / Naido.

Più che le affermazioni dei testi taoisti, più che le riflessioni dei Maestri di quelle Arti, espresse in modi che a noi ‘occidentali del terzo millennio’ appaiono ostiche, quando non oscure fino all' incomprensibile (1), paiono giovare le parole di Luciano Mainardi, Paolo Pileri, Beatrice Cristalli e tutto il gruppo di pensatori contemporanei che a quel numero hanno contribuito.

Ci risuonano certamente empatiche e in grado di sollecitare le nostre personali riflessioni.

A meno che non si voglia fingere una comprensione sincera e consapevole a pensieri originati in culture lontanissime da noi per tempo e contenuti, espresse in forme volutamente oscure e con l'uso abbondante di espressioni immaginifiche che non abitano la cultura del mondo occidentale. (2)

Personalmente, da anni non sono più attraversato dall'ansia di capire tutto sempre e comunque. Accetto ben volentieri, di fronte a queste espressioni culturalmente così estranee, di percepirne il senso approssimativo, riservandomi spazio e tempo che verrà, se mai verrà, per incontrarle sul piano della fantasticheria e dell'intuizione (3): Nessuna adesione supina e fideistica come nessuna ansia di comprensione intellettuale forzata e forzosa.

Invece, coltivo il piacere di scoprire teorizzazioni e riflessioni che provengono da una cultura e maneggiano un linguaggio di cui io sono figlio, che io stesso abito.

Ecco, il numero di ‘La chiave di SOPHIA’ titolato " A passo lento" può essere una ghiotta occasione per confrontarsi e crescere sollecitato da chi, come me, come noi, è un ‘occidentale del terzo millennio’, e, come tale, più facilmente comprensibile.

Possibili tracce di apprendimento dell'autenticità e della forza di un atteggiamento ‘lento’. Condivisione di una solida impalcatura teorica della ‘lentezza’ che affianchi la pratica fisica, carnale.

Per marzialisti e cultori del movimento curiosi, entusiasti ed appassionati.

 

1. “Le uova hanno piume.

Il gallo ha tre piedi.

Il cavallo depone uova”

(Chiang Tzu)

2. A questo mi piace aggiungere un’esperienza vissuta su pagine ‘social’ dedicate alle Arti Marziali: Ogni volta che un praticante o Maestro riportava una qualche frase roboante del tal saggio o del tal antico Maestro sul potere di queste di portare l’allievo alla saggezza, alla pace interiore ecc. mi permettevo di chiedere in che modo, il ‘come’ un gesto fisico potesse far approdare a tanto. Mai avuta nessuna risposta. Restavano bellissime frasi, intense massime, di fatto avulse dal contesto, dalla pratica fisica, dalla realtà, piuttosto simili a quei bigliettini che accompagnano il gusto di cioccolato di un ‘bacio Perugina’ e regalano un momento di sogno a qualche impacciato adolescente. Disarmante nella sua vacuità il silenzio di nessuna risposta, nessuna teorizzazione pedagogica / androgica, nessuna proposta didattica.

3. “E se qualcuno, come qui, dice qualcosa che non capiamo, tanto meglio: forse lo sogneremo, o forse ci ritorneremo su” (D. Gaita ‘Il TAO della psicoanalisi’).