Là dove emozione, corpo e ragione
si incontrano.
Qui allo Spirito Ribelle,
le tecniche (waza) non sono MAI un gesto componendosi
invece come un linguaggio e il corpo, che SEMPRE è sé - corpo, come
un territorio da fecondare. Solo così le Arti Marziali svelano la
loro natura più profonda, il cuore (kokoro): Non un
insieme di forme, non un repertorio di colpi, ma un palcoscenico al
quale l'individuo si offre con le sue emozioni, la sua vulnerabilità
e... la sua forza interiore.
Emozioni
e sentimenti: Il respiro che nutre tutte le dimensioni dell’essere
Ogni emozione è un movimento. Ogni
sentimento è una direzione. Non esiste gesto marziale che non sia
attraversato da ciò che proviamo: La paura che irrigidisce,
l'entusiasmo che apre, la tristezza che socchiude, la rabbia che
sprona.
Le emozioni non sono un “di più”
da controllare o reprimere: Sono la trama sottile e indissolubile che
lega corpo, decisione e relazione. Sono il collante che unisce le
dimensioni dell’individuo, facendo di ogni pratica un atto di
integrazione.
L’affettività
autentica: La base di ogni razionalità
In un mondo che spesso separa la
ragione dal sentire, le Arti Marziali ci ricordano che la sincerità
dell’essere origina dal cuore. Un’affettività sicura verso se
stessi, verso i compagni di pratica, verso la pratica stessa e, non
ultimo, verso chi guida il gruppo, influisce sulla razionalità:
“l’Homo sentiens o patiens sta prima dell’Homo sapiens e
dell’Homo faber, ricollegato com’è alle passioni e alle emozioni
senza le quali né la ratio nè l’actio si strutturano, si
definiscono e si realizzano, in quanto implicano scelte, orientamenti
valoriali, disposizioni soggettive. ecc.” (F. Cambi ‘Nel
conflitto delle emozioni. Prospettive pedagogiche’)
Quando il praticante si sente accolto,
riconosciuto, non giudicato, egli si apre in toto. La tecnica stessa
si affina. La percezione si fa più sottile. La razionalità non è
più un freddo calcolo assediato dalle emozioni, ma un’intelligenza
incarnata, edificata su un terreno emotivo fertile.
Sentimenti
ed emozioni: Il motore primo del 'crescere’ umano
Non ci muoviamo perché “dobbiamo”.
Ci muoviamo perché qualcosa dentro di noi vibra, chiama, desidera.
La motivazione non nasce da una disciplina imposta, ma dal fuoco
interno che le emozioni accendono e sostengono.
La paura ci spinge a cercare
protezione. L'entusiasmo ci invita a esplorare. La rabbia ci mostra i
confini. La tristezza ci insegna la profondità.
Ogni emozione è un insegnamento. Ogni
sentimento è un invito a conoscere meglio se stessi e le relazioni
che intratteniamo. Una pratica marziale che ignori questo potenziale
umano si riduce a un guscio vuoto, a un rituale senz’anima, ad un
rosario di gesti.
Oltre
le tecniche ed i protocolli: Una pratica marziale che formi l’essere
olistico
Troppo spesso la pratica si ferma alla
superficie: Uniformi impeccabili, tecniche ripetute, movimenti
standardizzati, qualche frammento di psicologia spicciola sparso come
spezia per insaporire il prodotto, qualche citazione orientaleggiante
scartata come in un bacio Perugina. Ma la pratica marziale autentica
non è questo. Essa chiede presenza, ascolto, trasformazione.
Una pratica marziale che sia
autenticamente tale:
accoglie le emozioni come parte
fondamentale (hon) del percorso, non come ostacoli né
come accessorio;
coltiva un’affettività matura,
capace di sostenere e nutrire;
riconosce che il corpo è un archivio
di storie personali e collettive e che ogni gesto è un atto di
memoria;
integra ragione e sentimento, tecnica
e intuizione, disciplina e libertà.
È un percorso che forma l’essere
umano nella sua interezza e completezza, non un semplice
addestramento.
Conclusione:
Le Arti Marziali come maieutica
Quando la pratica marziale diventa un
luogo in cui emozioni e sentimenti consapevolmente si incarnano,
allora nasce qualcosa di raro: Una Via, Budo, che non
forma solo combattenti, ma esseri umani più integri, più
consapevoli, più capaci di stare nel mondo e starci bene, individui
vitali ed erotici.
Non è un percorso fatto di briciole
di psicologia, ma di una psicologia incarnata. Non è un insieme di
tecniche, ma un’educazione alla presenza. Non è un esercizio di
forza, ma un’arte dell’incontro.
In questo spazio, l’affettività non
è debolezza: E’ radice. La razionalità non è distacco: E’
chiarezza. La tecnica non è fine: E’ mezzo. E l’emozione non è
disturbo: E’ vita che
chiede di essere ascoltata.