mercoledì 4 marzo 2026

Tanshu, danzare l’Immagine: Il corpo come soglia del visibile

 


Il Taiki Ken, per me una delle Arti più capaci di portare il praticante dentro il mondo interiore e farlo trasformandolo di corpo. Così il praticante Taiki Ken, attraverso la ‘danza’ Tanshu, diviene un mediatore plastico tra sé e l’universo, si muove in uno stato di coscienza espansa che lo lega indissolubilmente a quella che James Hillman, psicoanalista e filosofo, chiamava “l’anima del mondo”.

Ci sono momenti in cui il mondo reale non basta. Non perché sia povero, ma, paradossalmente, perché è troppo ricco. Lasciati trasportare, lasciati stupire come accadrebbe ad un fanciullo ed ecco che lo senti straripare oltre i suoi stessi contorni, traboccare oltre ciò che l’occhio, normalmente piegato alle abitudini, può trattenere. È allora che il corpo diventa una porta, un ponte, uno spartito di gesti che permette all’immaginazione di farsi materia.

Nel movimento, nella ‘danza’ Tanshu, un’immagine del mondo reale, che sia un albero, un volto, un animale in fuga, una minaccia che si avvicina, non rimane più un semplice riferimento. Diventa un seme. E il corpo, muovendosi, lo fa germogliare.

Abitare l’immagine

Quando penetriamo un’immagine con il corpo, non la imitiamo: La abitiamo. La lasciamo parlare attraverso le articolazioni, le spirali che percorrono il tronco, i vuoti e i pieni del respiro. È il processo caratteristico del Tanshu del Taikiken, dove il marzialista si muove immaginando un avversario invisibile, una preda da cacciare o a cui sfuggire, lasciando che la presenza immaginata modelli la qualità del gesto, la sua direzione, la sua intensità.

In questa pratica, l’immagine non è un’illusione: E’ un interlocutore. Un compagno di viaggio. Una forza che ci attraversa e ci costringe a riorganizzare il nostro modo di stare con noi stessi e al mondo.



Immagini psicotrope

Quando danziamo dentro un’immagine, essa si trasforma e ci trasforma. Non è più un oggetto esterno, ma un catalizzatore di stati interni. Diventa un’immagine psicotropa, cioè capace di alterare la percezione, di espandere il campo sensoriale, di aprire porte che la mente da sola non saprebbe trovare, di prenderci per mano e condurci dentro stati di coscienza espansa. Più di una semplice meditazione statica e senza i rischi e l’alienazione data da sostanze esterne.

Il corpo, allora, non è più un esecutore e tanto meno un imitatore. È un laboratorio alchemico. Ogni gesto è una distillazione, ogni postura un varco, ogni transizione un’evaporazione di significati perché il praticante Tanshu abita un volume, colma tutto il volume del proprio spazio, divenendo abitatore del proprio mondo tutto in un di dentro che non contempla un di fuori.

L’immagine come oggetto inesauribile

Nel Taikiken si dice che Tanshu sveli il modo in cui una persona si è allenata: Non perché esibisca una forma, ma perché mostra un modo di relazionarsi alla forma, di generarla e dissolverla continuamente.

Così accade anche con le immagini che danziamo. Non finiscono mai. Non si esauriscono. Ogni volta che le attraversiamo, cambiano. Ogni volta che cambiano, ci cambiano.

Un’immagine danzata non è mai la stessa due volte. È un organismo vivente, un animale simbolico che cresce con noi, che ci osserva mentre lo osserviamo, che ci plasma mentre lo plasmiamo.



Contemplare attraverso il corpo

Contemplare non significa fermarsi. Significa lasciarsi attraversare. Il corpo contemplante non è statico, immobile: E’ un corpo che ascolta, che si lascia modellare dalla qualità dell’immagine, che ne accoglie la vibrazione, risponde echeggiandola.

In questo senso, la danza dell’immagine è una potente forma di meditazione in movimento. Una pratica in cui il reale e l’immaginario si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Una soglia in cui il gesto è pensiero e il pensiero è gesto.

Il corpo come luogo dell’infinito

Quando entriamo nelle immagini danzando il nostro personale Tanshu, scopriamo che il mondo non è fatto solo di cose, ma di possibilità. Che ogni forma contiene altre forme in una sorta di trans-forma. Che ogni gesto è un invito a vedere di più, a sentire di più, a essere di più.

Il corpo diventa allora ciò che è sempre stato: Un tempio di trasformazione. Un crocevia di mondi. Una porta che si apre verso l'ineffabile.

Praticando in ascolto di noi e del nostro stare al mondo, tanto più intensamente l’effetto della contemplazione attiva e creatrice agisce su di noi, facilitando il momento successivo dell’impegno. Solo così la pratica marziale smette di essere imitazione, ‘copia ed incolla’ di uno stile, di gesti dati e nemmeno è meccanica scarica di percosse a vuoto o su un bersaglio, sfogatoio di repressioni latenti. Essa è momento di crescita individuale, di formazione di individui vitali ed erotici, aperti al sereno e coraggioso confronto con l’ambiente.

La pratica:

Martedì 24 Marzo all’interno de

I Martedì monotematici’

ore 17.00 – 19.00

giardini Marcello Candia (Milano)

TANSHU, la danza guerriera

contatti: tsantambrogio@yahoo.it




lunedì 2 marzo 2026

L'Arte della Guerra - cap. 10

 


L’Arte della Guerra, di Sun Tsu (circa VI secolo a.c.)
 

Brevi riletture nel terzo millennio che pongono domande, che sollecitano dubbi, che avanzano proposte 

Cap. 10

Le Sei Truppe di Sun Tsu e il Cuore delle Arti Marziali

Ovvero quando l’errore del Generale diventa un insegnamento per il praticante

Nel capitolo 10 de L’Arte della Guerra, Sun Tsu elenca sei tipi di truppe problematiche: “Quelle che attaccano allo sbaraglio, le impotenti, le arrendevoli, le diroccate, le insubordinate e le sconfitte”. E aggiunge una frase che dovrebbe far tremare ogni “Generale”, così come ogni leader di un gruppo, che sia un gruppo di lavoro aziendale o un gruppo sportivo: “Queste non sono affatto situazioni naturali, ma nascono direttamente dagli errori del Generale.”

Questa affermazione, apparentemente relativa al solo ambito militare, di eserciti in campo, si legge come un ammonimento universale, dunque anche quando la si porta nel territorio delle Arti Marziali, dello scontro uno contro uno. Perché “le truppe”, prima ancora che soldati, sono esseri umani, come gli allievi dei corsi, i dipendenti (le ‘risorse umane’) di un’azienda, gli atleti di una società sportiva. Esse sono il potenziale vivente, la materia prima della guerra, ma anche della pratica, della crescita, della trasformazione.



Il Generale come metafora del praticante

Nella pratica marziale, il ‘Generale’ lo possiamo facilmente intendere come il Maestro o Sifu, ma qui azzardo l’ipotesi di intenderlo non come un’autorità esterna ma come il praticante stesso.

È la sua capacità di guidare le proprie energie ed emozioni. È la sua lucidità nel leggere il contesto. È la sua responsabilità nel trasformare il caos interiore in ordine funzionale.

Quando Sun Tsu scrive di truppe allo sbaraglio, impotenti o arrendevoli, sta descrivendo sei modi in cui il nostro “esercito interno” può fallire. E quando dice che la colpa è del Generale, ci ricorda che ogni squilibrio nasce da una cattiva gestione di sé.



Le sei truppe come stati interiori

1. Le truppe che attaccano allo sbaraglio

Sono le nostre azioni impulsive, dissennate. Il colpo lanciato senza avere radicamento, la reazione emotiva incontrollata. Nella pratica, è il corpo che agisce senza connessione fisicoemotiva integrale ed integrata.

2. Le truppe impotenti

Sono la mancanza di energia, di spirito, di direzione. Il praticante che non crede in sé, che non trova il centro, quello che Battiato, sull’onda si Gourdjiief, chiamava “un centro di gravità permanente”.

3. Le truppe arrendevoli

Sono la rinuncia anticipata. Il cedimento psicologico prima ancora di ogni tentativo.

4. Le truppe diroccate

Sono la struttura che cede: Postura, equilibrio. Il sé corpo malandato e disarmonico.

5. Le truppe insubordinate

Sono le parti di noi che non agiscono in sinergia, addirittura ostacolandosi tra di loro o incrementando movimenti cosiddetti parassiti

6. Le truppe sconfitte

Sono la somma di tutti gli errori precedenti. La resa totale, la perdita di presenza, la disgregazione dell’unità.



Il fattore umano come potenziale

Sun Tsu ci ricorda che il valore di un esercito non è solo e forse tanto nelle armi, ma negli uomini. Allo stesso modo, il valore di una pratica marziale non sta nel blasone della stessa né nel bagaglio tecnico, ma nella qualità del praticante.

E’ il fattore umano che fa pendere la bilancia tra sconfitta e vittoria.



Le Arti Marziali, oggi, nel terzo millennio e praticate da ‘civili’, non sono un addestramento alla guerra, ma una formazione alla consapevolezza di sé. Ogni movimento è un atto di comando. Ogni respiro è un ordine impartito. Ogni postura è una strategia incarnata.

Dalla guerra esterna alla guerra interna

Quando Sun Tsu parla di errori del Generale, ci invita ad un’assunzione radicale di responsabilità: Non possiamo attribuire al caso o proiettare sull’avversario ciò che origina da una superficiale o maldestra gestione del nostro potenziale.

Nella pratica marziale questo, in estrema sintesi, significa:

  • coltivare presenza invece che impulsività
  • radicarsi invece che restare in superficie
  • integrare invece che frammentare
  • ascoltare invece che coartare
  • indirizzare invece che subire

Il praticante diventa così un Generale saggio: Non colui che vince battaglie, ma colui che evita che il proprio esercito interiore si disgreghi.



Conclusione: L’arte di comandare se stessi

Le parole di Sun Tsu risuonano oggi come un invito alla maturazione marziale. Le “truppe” sono le nostre energie, le nostre emozioni, i nostri pensieri, il nostro sé corpo. E il Generale è la nostra capacità di leggerli con chiarezza, traducendoli in azioni.

Nelle Arti Marziali, la vittoria che conta, che dà significato, non è mai sull’altro. È sempre sulla disarmonia interna. È la conquista di un esercito che non attacca allo sbaraglio, non si arrende, non si disgrega.

È l’arte di diventare pienamente umani, vitali ed erotici.






lunedì 23 febbraio 2026

Le Arti Marziali come sorgente di intuizione

 


Pian piano, settimane di riposo assoluto dopo l’intervento chirurgico, mentre tocca agli allievi più anziani, che sono già ‘Maestri’, condurre i corsi Spirito Ribelle. Pian piano i primi approcci alla pratica marziale: Le onde, gli spostamenti, la forma di Tai Chi Chuan, i giochi con l’anello di bambù, le movenze feline di Yuri / Neri, la camminata in cerchio del Pa Kwa / Hakkeshou e ci si mette pure un improvviso fortissimo dolore al ginocchio a molestare la mia ripresa.

E cos’è questo grande amore per le Arti Marziali, per il loro essere svelamento di interrogativi profondi e profonde scoperte, se nel donarmi ore di entusiasmo e stupore davanti all’ineffabile, mi allontanano, sempre e poi sempre ancora, dall’approdo alla felicità? E questa gioia non la posso gridare?

Solo chi pratica masticando di emozioni e sensazioni potrà, lo sento, raccogliere le diverse sfumature dell’antico sapere guerriero, saprà mantenere in vita anche il sogno più fragile, non avrà mai l’arroganza di pretendere una cosa in più né il timore di accettare una cosa in meno.

Ed ogni volta, anche questa di pratica interrotta, sgangherata nei suoi sforzi contro ogni dolore, nella sua accettazione dell’inevitabile lungo tempo del recupero, scopro e riscopro che esiste un territorio sottile, quasi impercettibile, dove il corpo smette di essere solo corpo e il pensiero smette di essere solo pensiero. E’ una sottile striscia in cui l’intuizione origina come un lampo che non appartiene né alla semplice sensazione né al semplice concetto, ma alla vibrazione che li unisce ed amalgama.

Le sensazioni sono (o dovrebbero essere!!) la prima parola del buon praticante: Il peso del piede che assaggia il suolo, la spirale del respiro che si inerpica lungo la colonna, il ritmo del compagno che si avvicina. Sono dati grezzi, non ancora interpretati. Ma è proprio da questa materia prima che può emergere l’intuizione, se la pratica è condotta con ascolto e disponibilità.

Favorire la percezione significa aprire porte. Significa aiutare l’attenzione a cogliere ciò che accade prima ancora che la mente lo traduca in concetto esplicito. È un lavoro di affinamento, come lucidare la lama di un katana finché non rifletta la luce senza distorcerla. Quando il marzialista impara a percepire senza giudicare, allora l’intuizione può affiorare come moto spontaneo, una risposta che non è reazione, ma rivelazione che agisce.



L’intuizione, infatti, non è mai statica. È prospettica: Guarda oltre, scopre direzioni, svela possibilità. Essa è propulsione: Sprona il marzialista oltre il gesto appreso, oltre la tecnica codificata, verso un movimento che è insieme personale e universale. Nell’intuizione, il corpo anticipa ciò che la mente non ha ancora formulato; il gesto si fa strada prima che il pensiero lo giustifichi. (1)

Nelle Arti Marziali, questo momento è prezioso. È il momento in cui la pratica smette di essere imitazione e diventa creazione. Dove il kata / tao lu si trasforma in cammino, il suishou / push hands in dialogo, il tanshu in vigile presenza. L’intuizione non sostituisce la tecnica, ma la trascende, la illumina dall’interno, la rende viva, mobile, permeabile al soggetto ed all’ambiente.

Così il praticante scopre che l’Arte Marziale non è un registro di movimenti, ma un modo di abitare il mondo. Un modo in cui percezione e concetto non sono opposti, ma facce di una stessa medaglia: “...una stretta correlazione fra conoscenza ed esistenza (omissis) nella convergenza tra l’intellettualità emozionale e l’emozionalità intellettuale” (G. Mollo ‘Il senso della formazione’)

L’intuizione, così, si erge come punto in cui quella corrente muta direzione, si rinnova, si espande.



In questo spazio intermedio tra ciò che si sente e ciò che si pensa nasce l’autentica formazione. Una formazione che non accumula, ma libera; che non irrigidisce, ma apre; che non chiude in un sistema, ma apre verso un orizzonte, un terreno in cui il praticante sia cacciatore dell’essere.

Perché l’intuizione, quando è autentica, è sempre un invito al passo successivo. Un passo che non si conosce ancora, ma che già ci chiama.



1.Le azioni sono inscritte nella carne ancor prima che l’intenzionalità consapevole agisca e detti comandi” (G. Dall’Ava ‘La reazione all’ambiente che ti comanda’ in La chiave di Sophia Giu – Sett 2020)



martedì 17 febbraio 2026

Le Arti Marziali: Dove l’Ombra trova voce, forma e trasformazione


 

Ci sono momenti, nella pratica delle Arti Marziali, in cui il Dojo sembra diventare un luogo sospeso: Non più solo una sala d’allenamento, ma una soglia. Una soglia tra ciò che mostriamo e ciò che tratteniamo, tra la parte di noi che avanza con passo sicuro e quella che, ringhiando in sottofondo, rimane appartata. È lì che comincia l’autentico lavoro su di sé, quello che attraverso le aspre porte del Bujutsu (la pratica conflittuale, di scontro, di supremazia sull’altro) diviene Budo, la Via della consapevolezza, del miglior adattamento di sé all’ambiente, persino della costruzione di un individuo erotico e vitale.

Perché, come ripeto spesso, l’Arte Marziale, quando è viva, non è MAI solo tecnica. È un ascolto radicale. Un ascolto che non teme di incontrare la propria Ombra, i sentimenti che ci divorano, le emozioni che non osiamo nominare.

Il conflitto come specchio

Ogni gesto marziale origina da un paradosso: Per imparare a non combattere, occorre attraversare il combattimento. Certo, quello con l’opponente, ma poi, fondamentale, quello che si agita torbido dentro di noi.

Nella pratica conflittuale, un pugno, una proiezione al suolo, una leva articolare, affiora spesso ciò che nella vita quotidiana resta nascosto:

  • la paura che irrigidisce,
  • la rabbia che divampa,
  • la frustrazione che schiaccia,
  • il bisogno di controllo,
  • il desiderio di scappare.

Sono presenze antiche, a volte scomode, che emergono proprio quando il corpo è chiamato a rispondere.

Come fonte dalla quale si sono sviluppate le parti più recenti del cervello, le aree emozionali sono strettamente collegate a tutte le zone della neocorteccia attraverso una miriade di circuiti di connessione” (D. Goleman Intelligenza Emotiva)”



Eppure, è in quell’emersione che si apre lo spazio della possibile trasformazione.


Dare forma all’ombra

L’Arte Marziale non chiede di reprimere ciò che è oscuro, ciò che ci disturba, ciò che stentiamo ad ammettere. Chiede di guardarlo. Di lasciarlo comunicare attraverso il movimento, la respirazione, il contatto.

Quando un sentimento negativo si manifesta nel gesto, un pugno che valutiamo troppo duro, un passo che valutiamo troppo rapido, un irrigidimento che non serve, non è un errore. È un messaggio. È il corpo che dice: “Qui c’è qualcosa che vuole essere ascoltato.

Dare forma all’ombra significa permetterle di esprimersi senza che diventi distruttiva. Significa trasformare la tensione in radicamento, la rabbia in direzione, la paura in sensibilità. Significa imparare a muoversi con ciò che ci abita, non contro di esso.

Si può ingannare la violenza soltanto nella misura in cui non la si privi di ogni sfogo, e le si procuri qualcosa da mettere sotto i denti” (R. Girard La violenza e il sacro)



Il disagio come alleato

Nella pratica marziale, il disagio non è un ostacolo, è un prezioso alleato. Ci mostra dove siamo timorosi, dove siamo rigidi, dove blocchiamo il respiro. Mostra le crepe attraverso cui può entrare la consapevolezza.

Quando un movimento ci procura disagio, quando un compagno ci squilibra, quando un attacco ci sorprende, non stiamo “fallendo”. Stiamo invece incontrando un confine. E ogni confine, se ascoltato, diventa consapevolezza di un limite ed opportunità di una soglia.

La pratica marziale ci insegna a restare presenti proprio lì, dove vorremmo fuggire, nasconderci. A respirare dentro la sensazione. A lasciarla trasformare il gesto, la postura, la qualità dell’attenzione.


Il corpo come luogo di rivelazione

Il corpo non mente. È il primo a parlare e l’ultimo a essere ascoltato.

Nelle Arti Marziali, il corpo diventa un territorio di rivelazione:

  • mostra ciò che tratteniamo,
  • rivela ciò che evitiamo,
  • amplifica ciò che non abbiamo ancora compreso.

E, allo stesso tempo, diviene il luogo della cura. Perché ogni movimento consapevole è un atto di riconciliazione. Ogni caduta è un ritorno. Ogni risalita è un nuovo inizio, nella consapevolezza che ciò che facciamo finta di non vedere in noi lo proiettiamo sul prossimo. E questo ‘fare finta di non vedere’ non è lo spirito che anima il guerriero del terzo millennio, il guerriero, cioè ‘colui che sa stare nei conflitti’.

Una pratica che trasforma



L’Arte Marziale, quando è vissuta come Via, non elimina l’Ombra: E’ impossibile sempre e comunque eliminarla perché parte di noi; non incatena l’Ombra, perché ogni catena può essere spezzata. Piuttosto la integra. La rende parte del cammino.

È un lavoro lento, paziente, fatto di cadute rovinose e faticosi rialzarsi, sovente silenziosi e condotti nel mancato interesse altrui, se non di chi ci è compagno in questo percorso marziale e perciò sa condividere ogni passo. Un percorso che non si misura in cinture o gradi, ma nella qualità dello sguardo che rivolgiamo a noi stessi. Nel modo in cui impariamo a stare nel conflitto senza esserne travolti. Nel modo in cui, attraverso il corpo, impariamo a trasformare ciò che ci ferisce in ciò che ci sostiene.

Alla fine, la pratica marziale è un’arte di presenza. Un’arte che offre l’opportunità di essere interi ed integrali, luce e ombra, forza e vulnerabilità, gesto e ascolto. Un’arte che ci ricorda che ogni movimento, anche il più semplice, può diventare un atto di verità.

L’uomo che accetta, e attraversa, il confronto con la propria Ombra, cambia profondamente” (C. Risé Diventa te stesso)




domenica 8 febbraio 2026

50 anni di pratica marziale

 


Febbraio 1976 – Febbraio 2026

Cinquant’anni di pratica marziale. Cinquant’anni di gesti che attraversano il tempo.

Ogni postura è una melodia. Ogni respiro è un ponte tra passato e futuro. Ogni percossa, ogni evitamento è un tentativo di dialogo con l’altro me.

La Via continua, come un fiume che non smette di scorrere.

La pratica non è mai solo tecnica. È memoria incarnata, è relazione, è arte. È una spirale che si avvolge, ancora e ancora.

E’ un lontano inizio, a ventiquattro anni d’età, nei locali di una fabbrica occupata adibita a Dojo, senza riscaldamento, senza luce elettrica, senza servizi igienici, senza spogliatoio, ma tanta e tanta passione. Dojo in cui vestivo i panni dell’allievo, panni che indosso tutt’ora, a settantaquattro anni, al cospetto dei miei Maestri.

E’ sapere mio in continua trasformazione che, come Sensei, ‘colui che è nato prima’, dagli anni ‘80,metto a disposizione di chi mi vuole camminare accanto.

Guarda il video. Condividi il percorso. Vieni a praticare.


Alcune immagini della serata a festeggiare questo momento con allievi ed ex allievi che sono soprattutto tutte e tutti amici in questo clan che è stato lo ZNKR ed ora lo Spirito Ribelle








mercoledì 4 febbraio 2026

I Martedì monotematici: 24 Febbraio 2026

 


Il passo che apre il cerchio

Entriamo nel cerchio con il passo che già conosci: Radice nel piede posteriore, proposito nel piede che avanza, il corpo che segue come un’onda.

Ogni passo è un piccolo atto di gentilezza: non spinge, non forza, non invade lo spazio. Lo apre.

Quando il piede tocca terra, fallo come se stessi posando una domanda, non una certezza. Il suolo risponde, e tu ascolti.

Il busto segue la spirale, lo sguardo abbraccia la curva, le mani custodiscono il vuoto davanti a te. Non c’è fretta, solo continuità.

Nella camminata del Pa Kwa / Hakkeshou la gentilezza diventa struttura: Il passo è delicato, ma la direzione è chiara. Il corpo è disponibile, ma non arrendevole. Il cerchio si apre e tu ci cammini dentro.

Respira, lascia che ogni passo si proponga all’altro e lascia che il cerchio ti insegni a non perdere mai il centro anche mentre ti muovi, anche mentre intorno a te si agitano caos e disordine.

Trova il tuo personale ‘centro di gravità permanente’.




Martedì 24 Febbraio 2026

ore 17.00 - 19.00

v. Labeone 4 Milano.

contatti: tsantambrogio@yahoo.it

Aperto a tutte e tutti




martedì 3 febbraio 2026

Il mio pensiero di Febbraio 2026

 


A volte del dolore non v’è ricordo, o si finge di non averne, e in quel momento si sforza di cominciare la vita. Poi, è nello scorrere lento spezzato da improvvisi sprazzi di gesti violenti del Tai Chi Chuan e del Kenpo Taiki Ken che l’equilibrio precario e un po' vigliacco del dimenticare finisce: La fine si fa' cerchio, il cerchio è la vita, si sgretola per poi ricostruire.

Così, specie di meditazione in movimento, sgorgano benefici momenti di autentico silenzio fisicoemotivo e si possono gustare profonde dimensioni esperienziali, interiori, affettive, immaginative, che aprono le porte all’alterità dell’inconscio personale e collettivo, o all’alterità dell’altro da sé.

Questo tesoro di antico Sapere metto a disposizione, incontro dopo incontro, dei praticanti che condividono il mio cammino marziale.

Perché non si può ipotizzare, tantomeno concretizzare, una Via artistica motoria, gestuale, specificatamente marziale, che non consideri la storia del praticante inteso come entità olistica nella sua struttura corporeo – sensoriale, nel suo modo di essere in relazione all’ambiente, con lo scopo di una conoscenza e crescita interiore. L’arte dello scontro (marziale) si rivela eccellente accomodamento della propria esperienza alla realtà, anche attraverso modesti e gestibili scossoni, incontri e scontri critici con la fisicità propria ed altrui.

E’, questa allo Spirito Ribelle, una pratica che conduce alla creatività nel piacere di esserci; allo stupore difronte agli accadimenti interiori (Neijia) ed esteriori; alla consapevolezza di reazioni spontanee (ma non meccaniche) agli stimoli ambientali, interpretando le proprie azioni anche per comprendere quelle degli altri; alla padronanza di una personale estetica funzionale dentro le leggi ritmiche e formali – evolutive dell’uomo e della Natura.

Perché non si può aspettare sempre il nostro giorno, quello giusto, aspettare il nostro Godot. Invece, si può cercarlo, trovando di noi e del nostro stare bene al mondo.