Orientarsi nella complessità fisicoemotiva è un’arte sottile: Un attraversamento del corpo e dei suoi moti, delle correnti interiori che si intrecciano senza mai davvero quietarsi. Non esiste un equilibrio immobile, una vetta da raggiungere per restare fermi. Esiste piuttosto un ordine mobile, una trama viva in cui gli opposti non si elidono, ma si riconoscono, si sfiorano, si tendono l’uno verso l’altro originando armonia.
In questo spazio pulsante, il registro emozionale non è un intralcio, ma una forma profonda di comprensione. È la lingua segreta con cui il corpo parla all’ambiente e l’ambiente risponde.
La pratica marziale, quando fatta consapevolmente e dentro un’andragogia / pedagogia all’uopo e servendosi di una didattica all’uopo (1), è eccellente formazione al wu wei, al gesto che non forza, al giusto mezzo che non è mediocrità ma ascolto dell’altro. È un percorso che forma alla libertà: Non quella urlata dagli slogan del “no limit” (2), che spinge all’eccesso e all’illusione di onnipotenza, ma una libertà che nasce dall’equilibrio, dalla misura, dalla capacità di riconoscere e abitare i propri confini senza trasformarli in gabbie.
Perché il mito del limite infranto non libera, invece sdogana il narcisismo, legittima l’autolesione, alimenta la violenza, quella rivolta contro sé stessi e quella che esplode contro gli altri nelle prevaricazioni, nelle risse, nei gesti ciechi che cercano potere e trovano solo desolazione.
Il Do delle Arti Marziali, quando sono autenticamente praticate, indica un’altra Via. Non quella della sopraffazione, ma quella del confronto con se stessi, del riconoscimento della propria Ombra, e dell’accoglienza delle differenze che abitano ogni incontro con l’altro. È un cammino che non elimina la tensione ma, attraverso il Bujutsu (che è la capacità di stare dentro un conflitto), la trasforma in relazione; non cancella gli opposti, ma li fa danzare insieme.
Così nasce un’armonia, Wa (3), che non è pace immobile, ma movimento consapevole. Un modo di stare al mondo in cui la forza non è dominio, ma presenza; la libertà non è fuga dal limite, ma capacità di abitarlo con dignità, lucidità e cuore sincero.
1. “Inoltre, sembrava non esserci alcuna relazione, almeno che io potessi vedere, tra forza morale e allenamento di Aikido. La gente per bene che praticava Aikido sembrava essere gente per bene che praticava Aikido. Le persone con difetti che praticavano Aikido manifestavano i loro difetti all’interno del loro Aikido. Peggio ancora, le persone cattive che facevano Aikido trovavano l’opportunità di fare del male attraverso l’Aikido” (E. Amdur. ‘A duello con O Sensei). E questo vale per ogni Arte Marziale, giapponese, cinese, filippina, vietnamita ecc. che sia. Ah, non ho ancora trovato un interlocutore che abbia voluto spiegarmi come il ripetere e ripetere e ripetere, a vuoto o in coppia, gesti presi da un modello dato cercando di copiarli al meglio (che è come generalmente viene insegnata ogni Arte Marziale) conduca il praticante ad essere un individuo equilibrato e migliore.
2. L’ossessione a superare i limiti, ogni limite, sta innegabilmente alla base, con il diffuso narcisismo di massa, di tutti quegli atti di prevaricazione e violenza che riempiono la cronaca nera. Perché non sfasciare qualche cartello stradale? Non rovesciare qualche bidone della spazzatura? Non sfinirmi di pesi sollevati e sollevati ancora insieme all’ingurgitare beveroni proteici ed iniettarmi sostanze dopanti così da mostrare un fisico ‘bestiale’ a costo di avvelenare cuore e fegato e reni? Non affollare di notte una strada tra musica ‘a palla’ e alcool a volontà tirando la mattina? Non spaccare la faccia a chi mi invita ad un comportamento educato e rispettoso degli altri? Eh no, io non ho limiti, avere limiti è da sfigati, da perdenti!! Delirio di onnipotenza platealmente importato dalla cultura USA.
3. L’armonia non è quiete. E’ l’arte nobile di trarre forza dall’altro.


















