martedì 15 giugno 2021

Tu sai chi sei

Il primo incontro con la tua compagna o compagno? Cosa ti ricordi?

Il più recente incontro con una persona a te cara? Cosa ti ricordi?

Di solito, i tuoi ricordi si affacciano sotto forma di “cose viste”, ti ricordi quel che vedesti: immagini, colori.

Eppure tu sei cinque sensi: vista, certo, ma anche udito, tatto, olfatto, gusto.

Quali di questi sensi e in che proporzione è presente nei tuoi ricordi?

Certo, siamo immersi in una società di immagini, che privilegia il senso “vista”, ma, il resto di te?

Come vivi, vivi autenticamente, se non sei presente in tutti i cinque sensi?

Certo, ognuno di noi, per copione educativo, per esperienze fatte, privilegia alcuni sensi rispetto ad altri, ma come vivi se sei privo, in parte o… in tutto (!!), di alcuni dei tuoi sensi?

Domenica scorsa, “a spasso” per Milano con Monica, mi chiede conto di un atteggiamento che le pare diverso.

E’ vero, è che sento distintamente l’aria calda e pesante della città sulla pelle, sento l’odore del cemento che, intriso dell’afa, mi buca le narici, mi arriva ovattato il suono metallico di una città che lentamente riprende il suo tran tran.

Un miscuglio di sensazioni che spontaneamente e semplicemente mi entrano dentro, mi formano e a cui rispondo con la mia personale sensibilità.

Ridendo, le parlo del ricordo del nostro primo incontro …. ravvicinato …

Ecco, con le immagini ancora nitide, nette, a distanza di oltre vent’anni, mi arrivano sussulti e bisbigli del suo tono di voce, sì, certo, le parole, ma con loro il tono della voce, la melodia delle vocali costruita intorno a consonanti, l’odore della sua pelle, il gusto delle sue labbra.

Ero ancora inconsapevole della strada che avrei preso, della mia ricerca, anche se già vent’anni or sono qualcosa mi spingeva a vivere, a tentare di vivere, tutto di me.

Ora sono molto più avanti, molto più addentro di me, di quel e come sono: essere incarnato.

Per questo mi chiedo il senso di tutte queste terapie logocentriche (1): il cliente parla, il terapeuta ascolta e stimola con altre parole ...sì ma l’essere corpo tutto dov’è? Dove sta? Quanto e come agisce, si muove, si mischia con l’ambiente?

Ci credo che queste terapie durino anni e i risultati siano labili, incerti, contraddittori.

Già Il terapeuta non è lì con tutto stesso, gli manca la presenza corporea, gli manca l’agire dei cinque sensi. Come potrà mai entrare in contatto totale con un cliente che vede come solo verbo? Che non viene contattato nei cinque sensi? Col quale si accontenta di condividere generiche emozioni “parlate?

E che dire di quelle terapie che si presentano “corporee” ma mostrano di corpo senza incarnarsi corpo? (2)

Proprio in questa società che del corpo fa un oggetto, uno strumento estraneo al sé, quanto di corpo ci sarebbe bisogno!! Di corpo che odora, gusta, tocca!!

Nella teoria della Gestalt (3), è fondamentale sentire la connessione con l’ambiente attorno a noi, come parte attiva del tutto. Ma se lavori col cliente senza che questi incontri la sua connessione interiore, come contatti l’ambiente? Dove pretendi di arrivare senza la presenza agente dei sensi tutti?

Come fai a praticare Chi Kung o Arti Marziali, a praticare esercizi di energia e consapevolezza, a scontrarti di corpo, di fisicoemotivo, senza questa connessione? Senza i cinque sensi? Senza così la possibilità di scoprire il sesto senso (4), il campo dell’intuizione?

Di più e oltre ogni percorso terapeutico: Se ami, lavori, vivi senza la presenza dei cinque sensi…. Tu sai, sai veramente, chi sei?

 

PS) Hai voglia di provare? Di provare a ricordare un importante avvenimento, incontro, del tuo passato? Cosa e come lo ricordi? Con quali sensi?

Ed ora, mentre mi stai leggendo, sei presente in tutti tuoi sensi o ti devi sforzare di sentire cosa e come stai contattando sulla tua pelle, che gusto abita la tua bocca?

 

Post illustrato con opere di Juarez Machado

 

1. In filosofia e nelle teorie della ricezione e della letteratura con logocentrismo si intende la centralità del logos (“parola”) come fondamento di un discorso e di un testo che vogliano considerarsi significanti e/o sensati.

Eppure ogni significato non è affatto “fonico” e il suono, in quanto elemento materiale, non appartiene alla lingua. Sempre di corpo in azione si tratta. Ma a considerarlo così … pare si faccia troppa fatica, per costoro!!

 

2. Sul mio blog, trovate riportate le mie deludenti esperienze con Bioenergetica e Mindfulness, con alcune correnti di Chi Kung. Forse ho incontrato, nonostante il nome altisonante e i pomposi certificati, docenti di scarsa qualità. Beh, anni ed anni addietro, in una Scuola di formazione per psicoterapeuti e counselor, mi imbattei in un docente che proponeva meditazioni di Osho leggendo su un foglietto i passaggi essenziali e che faticava a reggere uno sguardo negli occhi, in una docente che proponeva giochi di corpo vergognandosi di mostrare il suo. Negli stage di Chi Kung e Tai Chi Chuan mi sono imbattuto in un docente che si muoveva con la rigidità e la meccanica di un karateka, poi con una docente tutta parole sull’Energia cosmica e il Chi, che proponeva esercizi corporei ma lei non era in grado di stare in equilibrio su una gamba o di coordinare integralmente i movimenti delle braccia e questo non le interessava, lei era connessa con l’energia dell’Universo!! Sarà per questo che ora centellino e seleziono accuratamente cosa e con chi imparare!!

 

3. “Contrapponendo l’Io, il Sé e l’Es: L’Io deliberato possiede la stretta unità astratta di mirare ad una meta ed escludere le distrazioni; la spontaneità (il Sé) possiede l’unità flessibile concreta della crescita, dell’impegno e dell’accettazione delle distrazioni come possibile attrazioni; e il rilassamento (l’Es) è la disintegrazione, unificato solo dall’incombente senso del corpo.” (F. Perls)

Mentre l’Io è la funzione mentale di astrazione e volontà, l’Es al suo opposto ha il corpo come ruolo centrale. Il Sé è il punto centrale, equidistante ed integratore di questi due estremi. Infine la personalità in quanto struttura del Sé è il sistema degli atteggiamenti assunti nei rapporti interpersonali. (http://www.attualitainpsicologia.it/numeri-precedenti/13-attualit%C3%A0-in-psicologia-anno-2015,-numero-1-2/11-perls-e-il-s%C3%A9-nella-gestalt-di-sandro-papale.html)

 

4. “… di seguito il sesto senso (proprio – cezione) che ci rende consapevoli del nostro stato interno, i recettori muscoloscheletrici, viscerali, emotivi, che ci servono come “sorgente profonda di intuizione e plasmano il nostro stato emotivo” (Psicoterapie della Gestalt: Come la sensibilità percettiva modula il setting terapeutico  di S. Rossi)

 





 

 

mercoledì 2 giugno 2021

“Solo chi è autosufficiente può stare solo, la maggior parte delle persone segue la folla e procede per imitazioni.” (B. Lee)

Sabato sera, con Monica, al cinema Anteo per vedere “The Father” di Florian Zeller.

Non sono un critico cinematografico ma, dopo averlo visto, mi risulta ancor più radicata la convinzione che gli Oscar, come i premi in tutte le competizioni “artistiche”, siano distribuiti in ragione di potentati, favori dati e ricevuti, clima politico e culturale da ossequiare, e lo stesso dicasi per i pareri della critica.

The Father è una pellicola ben più avvincente del pur interessante Nomadland e di gran lunga superiore al mediocre e sciatto Minari.

Però siamo in tempi di anti Trump, di integrazione a tutti i costi, di politically correct sparso a piene mani, di sostegno a tutte le minoranze, purché accreditate dalla sinistra radical chic.

Come non ricordare la vittoria di un lindo e perbene “Green Book” alla faccia dello spigoloso e ombroso “BlacKkKlansman” di un altrettanto irriducibile Spike Lee?

Tant’è, nulla di nuovo in una società capitalista che, al pari delle vecchie dittature socialiste, premia quel che fa più comodo e meno “rompe”, e, a ovvia differenza delle seconde, anche premia quel che vende di più e più fa consumare.

La strada per aggiungere l’Anteo, strada di movida giovanilista, è l’occasione per immergermi in una folla di ragazzotte succinte, del genere stivaloni neri e abitini attillati e “raso topa”, (come si diceva una volta ed ora, immagino, guai ad usare una simile espressione sessista!!), e ragazzotti in jeans e maglietta o camicia.

Difficile distinguere una ragazza dall’altra, un ragazzo dall’altro.

Difficile non notare lo sfarzo di logo, di marchi a…marchiare scarpe o abiti e chi li indossa.

Certo, quelli incontrati sulla strada dell’andata e del ritorno saranno solo una fetta della popolazione giovanile delle grandi città, ma non posso esimermi dal riflettere su quanta pochezza e conformismo mi abbiano trasmesso.

Certo, non è che ai tempi della mia adolescenza e gioventù le cose fossero molto diverse. Nella massa erano, eravamo, in pochi a portare capi d’abbigliamento “fuori ordinanza”, fuori dal coro.

Una nota diversa però c’era: l’assenza di frenetico bisogno di sfoggiare il marchio, il capo di nome, il lusso.

Conformisti sì, ma senza ostentazione di sfarzo tanto presunto quanto pacchiano.

O forse è che la moda, e con lei la pubblicità, non era ancora quel potente servo del consumismo.

La pubblicità, ormai, non ti spiega il prodotto, ma ti spinge a comprarlo, utilizzando l’arma delle emozioni.

La moda ti dice cosa non è più alla moda, cosa non è più socialmente apprezzabile, e ti induce a buttare via il vecchio per nuovi acquisti che ti facciano sentire integrato quanto appariscente.

Allora, pur distante mille miglia dalla figura e, sovente, dal pensiero di Michele Serra, di cui ricordo ancora la sparizione dopo l’ingloriosa fine della “gioiosa macchina da guerra” occhettiana di cui era sostenitore, ne accludo qui sotto un brillante pensiero che, pur già datato, è, ahimè, sempre attuale:

 

Nessuna persona davvero di valore dedica particolare attenzione al proprio abbigliamento.

Lo scrive Mina sulla Stampa, in un bell' articolo contro la moda e i modaioli, e può permetterselo, essendo una delle poche vere dive italiane di sempre.

Sottoscrivo: la regola enunciata da Mina, come tutte le regole, ha qualche (rara) eccezione, ma non è difficile verificarla.

L' ossessione italiana per l'abito e per il look ha coinciso con uno dei periodi meno felici e fervidi della nostra storia, come se ci fosse un nesso preciso tra il deperire della sostanza e il trionfo del formalismo. Basta girare per l’Europa, in città spesso più pulite, più ordinate e più progredite delle nostre, per accorgersi che la gente, in media, è vestita in maniera molto più informale, quasi trasandata.

Da noi, al contrario, non è rara la figura antropologica del villanzone elegantissimo, o della povera di spirito agghindatissima, e ci sono scorci di gruppo (certi pubblici negli studi televisivi, certi strusci per lo shopping del sabato) all' insegna di un travestitismo collettivo che non ha eguali al mondo, ipertruccato e pacchiano.

Quanto alle persone davvero di valore che se ne fregano dell'abito, ognuno di noi ne conosce o ne ha conosciute parecchie: molto semplicemente, non ne hanno bisogno, bastano la faccia, le parole e l'atteggiamento verso gli altri a documentarne ampiamente lo stile.

(M. Serra “L’Amaca” sul quotidiano La Repubblica)

 

 

 

sabato 29 maggio 2021

Una funivia tra dentro e fuori

Muovendomi, danzando Kenpo Taikiken o Tai Chi Chuan o Movimento Intuitivo, sovente più che nel corpo entro nel tempo, entro nel cuore.

E forse questo significa amarsi ed amare. Perché è insieme aspettare, prendere e lasciare, condividere e ricordare.

In fondo, nessuna formazione all’ascolto e alla presenza può esulare da una pratica che proceda dai sensi, dal movimento, cioè dal corpo.

In fondo, il corpo ci rivela.

Questo parrebbe essere un buon inizio: muoversi, agire consapevolmente, lasciando che, nei gesti, il tempo ci cambi. Così, dolcemente, senza sforzo.

Ascoltarsi per il piacere di farlo, stare con quello che si fa e c’è nel presente, agire per l’azione, non per i risultati.

Agire, praticare di corpo consapevolmente nel presente, nel “qui ed ora”, contempla la capacità di guardare al futuro, ricordando sempre il nostro passato e, nel farlo, modellarlo come più ci piace, o più ci addolora; sempre e comunque per capire o… giustificare, a volte persino negare, il presente: chi sono, cosa faccio e come lo faccio.

So che è la natura delle domande a determinare, generalmente, la qualità delle risposte, dunque di ogni incontro, per questo pratico Kenpo Taiki Ken, Tai Chi Chuan, Movimento Intuitivo sempre ponendomi domande, interrogativi.

Per questo aborro le pratiche ginniche, sportive, marziali, di fitness, che, vendendo il miraggio di salutismo, efficientismo, bellezza fisica, in realtà lo plasmano alle forme esterne comandate dal consenso sociale.

Corpi modellati da un’unica mano, corpi conformati ad un’unica mente, corpi svuotati e sottomessi, corpi in cui la regola, ormai da tutti accettata, “dissocia il potere dal corpo” (M. Foucault)

D’altronde, come ci si prende cura di se stessi indirizza come si prende o non si prende cura dell’ambiente e degli altri:

come lavori su di te, come governi te stesso, 

indica come lavori per gli altri.

Sei dedito alla cura estetica del tuo corpo? Fatichi in palestra per sfoggiare addominali scolpiti e un corpo sodo? Consideri la massa muscolare il metro di paragone per valutare efficienza ed efficacia? Ti sfianchi a correre senza però mai andare da alcuna parte su un tapis roulant o facendo spinning? Corri su e giù per i giardini come un criceto in gabbia? Imiti i gesti e gli esercizi dell’insegnante davanti a te con l’obiettivo di farne una perfetta fotocopia?

Sono solo alcuni esempi di una pratica che aliena il corpo dal sé, lo oggettivizza; che esalta il controllo e la rimozione della peculiarità e della storia personale di ognuno. Il che, di conseguenza, ti porta a intervenire sugli altri e sull’ambiente in nome dell’apparenza e della superficialità, della spasmodica ricerca di identificazione superficiale e riconoscimento superficiale nel gruppo. Una siffatta cura di te esclude l’empatia di cuori ed emozioni, spinge ad una responsabilizzazione sociale modesta e del tutto conformista; fino a pretendere di decidere tu quali sentimenti ed emozioni all’altro da te sia permesso provare e come provarli.

Per altro, che dire di chi non si prende in alcun modo cura del proprio corpo? Chi lo guarda crescere ed invecchiare in sovrappeso o annichilito dalla forza di gravità o storpiato da posture ed abitudini quotidiane? Chi esalta la mente a scapito del corpo (come se la mente stessa non fosse “incarnata”!!) e affonda nel logocentrismo?

Come potrebbero costoro prendersi cura dell’ambiente e dell’altro se non hanno cura verso di sé? Se costoro non si appassionano al sé integrale, se non godono di un corpo vivente, come potranno mai dedicarsi con passione ed entusiasmo e altruismo agli esseri viventi loro attorno, al vivere degli altri?

Basta guardare i nostri politici, il loro essere / non essere corpo, per capire che da costoro non abbiamo da aspettarci nulla di buono!!

Ecco i due stremi:

cura asettica, a volte maniacale, o, all’opposto, incuria totale,

accomunate dall’essere ambedue rivolte a un corpo oggetto, estraneo da sé.

Qualcuno faccia loro una domanda di senso che investa il “dentro” del corpo; qualcuno chieda loro di ricordare un avvenimento, un incontro, del passato attraverso i cinque sensi, le sensazioni provate; qualcuno chieda loro di raccontarsi di corpo e attraverso il corpo.

Non ci riusciranno MAI.

Se non ti dedichi al benessere integrale di te, di te essere fisicoemotivo, che xzxzazzo di vivere vivi? Che xzxzazzo di sentimenti, emozioni e sensazioni condividi? Che xzxzazzo di te dedichi all’altro?

 

“… possiamo condurre un altro e andare con lui solo fin dove siamo già andati con noi stessi”

(Ivano Gamelli, riferendosi alle parole di C.G. Jung)

 



lunedì 24 maggio 2021

Nel cuore e nel corpo

Comprendermi, persino amarmi, diversamente; fare di me corpo il tutto che pervade, penetra e danza ogni cosa.

P. Bruegel. Lotta tra carnevale e quaresima
E poco importa se sia la scelta giusta o quella errata, perché il senso, la strada da percorrere non passa attraverso giusto o sbagliato, ma attraverso il sempre meglio, il sempre migliore in una ricerca di cuore e di corpo che mai ho abbandonata.

Ogni nostro cambiamento esige il moto consapevole dell’attenzione, della presenza dentro di sé e fuori di sé, perché l’attenzione si muove come il pensiero e quanto il corpo, in un’armonia che rifugge ogni distinzione.

Pratico, e invito a praticare, chiedendo, con il “Cosa stai provando?”, il fondamentale “Quale rapporto c’è tra ciò che senti, ciò che provi, e ciò che pensi?


E’ la via del corpo, perché tutto è nel corpo, tutto di me, di te, è corpo.

Ogni gesto, ogni movenza, è una trama di punti di sospensione e pause profonde, ed ogni mio muovermi anticipa l’abisso, per lasciarmi poi cadere dentro a immergermi nel succedersi delle onde.

Come nella vita di ogni giorno, quando gioisco e quando intristisco.

Quando chi ho davanti abbassa gli occhi alle punte dei piedi, in un silenzio stonato o invece mi guarda sfrontato buttandomi in faccia che mentire non gli pesa per niente se ha uno scopo, un capriccio da soddisfare ed ogni sentimento, ogni impegno importante, gli è indifferente.

Quando chi ho davanti mi lascia sfiorare da parole dolorose che bruciano sulla pelle o invece mi regala l’omertà vigliacca che va oltre la pelle e il corpo lo deforma da dentro trattandomi come un imbecille.

Kangeiko - stage invernale 2013
Quando chi ho davanti mi concede un’ultima possibilità di fare l’amore o invece mi costringe nel recinto dei senza desideri, dei senza passione.

Ogni parlare, lo sai, esprime un sapere che respira; ogni gesto del corpo esprime la moltiplicazione delle attribuzioni di significato che a volte amalgama altre separa.

Quando ripercorro paesaggi di neve e notti fonde bucate da teneri guerrieri in giacca blu e pantaloni neri, provando a costruire tra medioevo nipponico e italiana modernità un ardito ponte.

Quando ritrovo le mie stesse fattezze giovanili sul volto di mio figlio Kentaro o sprofondo dentro gli occhi verdi di mio figlio Lupo.

Quando gusto quella sensualità capace di disvelare dolcemente, uno ad uno, i sottili lembi che infagottano il cuore umano.

Se chiudo gli occhi io rivedo tutto e so che anche stavolta ce la farò, che la vita è troppo breve e bella anche se dall’altra parte c’è sempre qualcuno che se ne dimentica e ne vuole fare una landa brulla.

Questo è praticare Spirito Ribelle. Questo è autentico cuore e corpo in azione.

 

“Insegnare significa trasmettere un’esperienza”

(L. Irigary)

 



 

 

lunedì 17 maggio 2021

Ddl Zan, Fedez, femminismo, Lgbt e splendide castronerie

Vociare e pretendere, mettersi in mostra a qualsiasi costo su qualsiasi argomento, l’ergersi a “maître à penser” ad opera di nani e ballerine, per citare Rino Formica che di questo se ne intendeva.

Lo chiamarono “lavoro flessibile”, intendevano “lavoro fragile”, “lavoro precario”; occupazione professionale, (quella che ti dà i soldi per vivere), non più certa, non più scontata: in una Repubblica “democratica, fondata sul lavoro” (art. 1 della Costituzione) il lavoro spariva, diveniva una incerta possibilità.

Col lavoro flessibile, quello incerto, quello dei contratti a tempo determinato o a chiamata, nasceva una personalità umana altrettanto incerta, precaria.

Prendeva forma e diveniva “massa”, la persona con una scarsa fiducia in se stessa, che si scopre vulnerabile, indifesa, non più tutelata.

L’uomo si trova immerso in quella che il sociologo Ulrich Beck in “La società del rischio. Verso una seconda modernità” scopriva essere una società che costringe gli individui a fare scelte con esiti imprevedibili in nome del progresso, finendo in una condizione di incertezza.   

La flessibilità ha finito per sviluppare sull’uomo un potere di corrosione della personalità: se da un lato risulta più libero, dall’altro è sovrastato dalla condizione di frammentarizzazione ed incertezza che la flessibilità porta con sé.” (La flessibilità del lavoro. Università di Siena. 2017)

A seguito di questa svolta e all’interno di un capitalismo sempre più sfrenato, entra in crisi l’idea di comunità, di collettività, spariscono i contratti collettivi di lavoro: il lavoro si contratta e si tutela individualmente.

La “società liquida”, annunciata da Zygmunt Bauman, considera l'esperienza individuale e le relazioni sociali segnate da caratteristiche e strutture che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente, confusamente, in modo incerto e volatile.  Nel pantano della “società liquida” sguazza l’’uomo frammentato, l’uomo solo.

Solo e portatore di caratteristiche contradditorie e confusamente mischiate tra di loro: narcisismo e nichilismo, voglia di emettere un giudizio su tutto, necessità di mostrarsi, di apparire, costruttore di relazioni sociali superficiali (gli “amici” su fb), dedito alla soddisfazione di ogni capriccio, drogato anelante la “realtà aumentata”.

In questa totale libertà sfrenata una sola cosa resta ferma, indiscutibile: lavorare, sempre che tu il lavoro lo trovi.

Non importa quel che fai del tuo tempo libero, l’importante che è che tu sia disponibile, pronto a lavorare, anche sette giorni su sette, anche senza pause, anche senza tutele.

In questa nefasta situazione, sboccia evidente l’attenzione mediatica e quella individuale sui diritti, sulle libertà personali.

Così, dati del 2020, in Italia a fronte di oltre 1.000 morti sul lavoro, abbiamo poco più di 120 femminicidi e 130 aggressioni omofobe.

Certo, deprecabili e a cui dedicare attenzione, cultura e leggi le ultime due, ma perché nessuna attenzione mediatica, politica e culturale viene dedicata agli oltre 1.000 morti su lavoro?

Pensateci un po', quanti servizi e dibattiti in televisione, quanti politici ed intellettuali, avete visto esporsi ed impegnarsi per gli oltre 1.000 morti sul lavoro?

Già, ma il lavoro, tutelato o meno, non si deve fermare mai: questo è l’imperativo dello sfruttamento capitalistico, questo è il diktat bene accetto da tutti, o quasi.

Così non stupisce che al concertone del primo Maggio, il sindacato, o quel che ne resta, abbia allestito un palco sponsorizzato da Eni e Banca Intesa. Che un cantante milionario, in occasione della festa dei lavoratori, si sia profuso a sostegno del mondo Lgbt ma nessuna parola sul lavoro ed i morti sul lavoro.

Allora diciamola tutta, ci sta che in questa trista deriva l’ideologia capitalista domini incontrastata e che questo comporti una altrettanto trista deriva individualista.

Una deriva dove, per difendere la sessualità diventata liquida, informe anch’essa, si faccia strada il diritto ad essere “Certe mattine mi sveglio più maschio, altre più femmina” (dichiarazione di Madame, altra “cantante” di recente successo).

Una deriva dove una biologa, Barbara Gallavotti, dichiara che l’omosessualità in natura " è estremamente diffusa e prevista nell'evoluzione".

In natura, il leone che diviene capo branco uccide i piccoli che non sono suoi figli: facciamo così anche da noi? O la “natura” fa comodo citarla solo nelle situazioni convenienti?

Ma forse la Gallavotti voleva mettere in guardia da un accostamento acritico alla natura, lo fa quando, a fine intervista, si chiede se noi vogliamo comportarci come i moscerini della frutta. Forse, certo è che i mass media, quest’ultima affermazione l’hanno fatta scomparire dando invece risalto alla semplicistica equiparazione uomo – natura che sdogana appieno l’omosessualità.

Una deriva dove ARCIGAY è bene accetta, aperta e democratica, ma ARCILESBICA, che si pronuncia contro il Ddl ZAN, è tacciata di essere conservatrice e di destra. Notate che entrambe sono ARCI, associazione storicamente a guida condivisa PCI e sinistra PSI, che negli anni ha sempre mantenuto una linea politica e culturale vicina agli ambienti riformisti e progressisti.

Una deriva dove “la battaglia per i diritti civili è un’arma di distrazione di massa per coprire le nefandezze compiute sui diritti sociali. Il Pd si è ridotto ad essere una riedizione del partito radicale, che si batte per i diritti gay ma poi cancella l’articolo 18 e le conquiste dei lavoratori del dopoguerra”, ed ancora “Io mi sono sempre impegnato a combattere l’utero in affitto: una pratica nazista, degna del dottor Mengele. Mi hanno massacrato per questo, ma continuerò a rivendicare questa battaglia. La voglia di avere un figlio è un desiderio: e i desideri non sono diritti. Specialmente quando consistono nello strappare figli alle madri povere del terzo mondo, per essere venduti su un catalogo, come fossero una merce

(Marco Rizzo in https://www.agenpress.it/marco-rizzo-partito-comunista-intervista-a-la-verita-se-la-sinistra-e-il-nulla-di-fedez-non-ci-prendo-neanche-il-caffe/)

DA LEGGERE!!

 Una goffa e trista deriva narcisista e individualista premiata dai mass media in ogni sua forma: avete notato che ormai ogni pellicola cinematografica, ogni serie televisiva ha sempre al suo interno almeno una coppia, una relazione omosessuale?

Una goffa e trista deriva narcisista e individualista che non lascia indenne niente e nessuno, dalle favole per bambini ai monumenti, in un’orgia di antistoricismo e delirio di onnipotenza individuale che si chiama “cancel culture”, “politically correct”, “quote rosa”, persino apertura alla pedofilia: non era consentita anche nell’antica Grecia o nel Giappone medioevale? (http://www.opinione.it/politica/2021/04/28/ruggiero-capone_ddl-zan-tirannide-ateniese-omosessualit%C3%A0-ipparco-parlamento-transessuale-quote-rosa/)

Una goffa e trista deriva narcisista e individualista che si beffe dell’articolo 3 della Costituzione italiana, quello che prevede che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, dedicandosi invece con tutte le forze alla difesa di questa o quella minoranza di moda al momento. 

Importante è non toccare il lavoro, non mettere in discussione la centralità del lavoro e che importa se questo significa oltre 1.000 morti ogni anno. (Lavorare rende liberi? http://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/2012/01/)

Ma ormai siamo una società così, dove devi avere un’opinione, anzi, una certezza su tutto e senza pretendere di guardare l’insieme, di inserire il “fatto” in oggetto in una rete di relazioni, in uno sfondo e dentro una cornice.

Rapido, rapido, sì o no, trionfo del sistema binario, bianco o nero, Roma o Lazio. L’ignorante partigianeria, quella superficiale, al potere!!

Nessun dovere verso la memoria, il ragionare approssimativo, l’ostentare la più volgare aggressività dialettica sono le forme ormai dominanti e vincenti della conoscenza della realtà e della sua comunicazione.

Allora non stupiamoci se le pretese individuali la fanno da padroni, abitano una ribalta senza contraddittorio, pretendono di divenire leggi e minacciano la libertà d’espressione.

Non stupiamoci se a osannare una certa minoranza troviamo chi dava dei “figli di cani infami” (https://www.angolotesti.it/F/testi_canzoni_fedez_67547/testo_canzone_tu_come_li_chiami_1199876.html ) alle forze dell’ordine, quelle stesse forze dell’ordine che gli tutelano la sfavillante Lamborghini; se un periodico radical chic mette in copertina un uomo incinto; se in un paese in cui il 5 per cento della popolazione è gay, lo 0,1 per cento è trans e secondo l’INAIL sono 554.340 gli infortuni sul lavoro denunciati nel 2020, 1.270 quelli con esito mortale, cantanti ed intellettuali, politici e starlette dello spettacolo, giornali e reti televisive, dedicano tutta la loro attenzione ai primi e non ai secondi, ai diritti individuali e mai a scalfire il moloch del lavoro.

“Un dato è certo: l’omosessualità è una questione resa oramai neutrale, come il femminismo, da parte di un sistema che ingloba ed assimila tutto, omologa ogni istanza, disinnescando il carattere eversivo, di classe, di vertenze che potrebbero detonare fermenti rivoluzionari”

(Lucio Garofalo)





 

 

lunedì 10 maggio 2021

E tu sei corpo

 Ogni volta mi sembra di rivedere dettagli, dove il tempo aggiunge sempre incerti ricordi.

Mi muovo lentamente, danzando fluido le immagini che sono e sospendo il tempo che oscilla tra una pressione ed una trazione.

Mi scopro nella colonna vertebrale, curioso come solo un bambino sa fare, mi muovo dentro una relazione con lo spazio, fuggendo una intenzione che si restringa al corpo solo.

“Andare incontro a” e “Respingersi da”, ecco le due propulsioni fondamentali, quelle da vivere, da agire scoprendo un’organizzazione sequenziale dell’ossatura che vive tra allungamento ed addensamento.

Poi la colonna vertebrale sentita, agita, nella sua corposità, nella sua tridimensionalità, scoprendo così, nella faccia anteriore, i corpi delle vertebre e i dischi intervertebrali, quelli adatti a trasmettere la forza di gravità, mentre tocca ai processi spinosi laterali e dorsali, la faccia posteriore della colonna, spingere alla mobilità. Altri ed uguali modi di scoprire Yin e Yang.

In fondo è con le mani che facciamo un sacco di cose, ma quanto siamo corpo nella sua interezza, nella sua sequenzialità?

Fantasia di movimento, quando interrogo me corpo là dove si esprime in un linguaggio simbolico, recuperando il primitivo del rettile che striscia e la curiosità del bimbo che gattona; me corpo che si apre a quel sapere vivente che sempre ci suggerisce altri modi, altri come.

Si apre una percezione attenta all’architettura del pavimento pelvico e delle ossa del bacino lì coinvolte. Scopro che avevo una coda e che quella coda serviva e, a saperlo, serve tutt’ora.

Vallo a dire ai meccanici della ginnastica, del fitness, ai proprietari del corpo che non sanno invece di “essere corpo”, alla pletora di uomini e donne immersi, sprofondati, in una pratica irriflessa, alienata, massificata, a tutti quelli che non sanno ascoltare l’apertura dei sensi al mondo.

A volte mi sento solo come una goccia fuori dalla finestra, a volte trovo arduo riconoscere eros e thanatos, amore e morte, in questo me corpo che insieme desidera tempo e spazio.

Forse è questo il vivere appieno, vitalità ed erotismo, l’aspettare e il condividere, ascoltare il fluire e accompagnarlo dentro il corpo e fuori, nello spazio.

E non mi fermo mai ad osservarmi, che ho imparato ad osservarmi nel movimento, e non mi perdo mai nei miei respiri, semplicemente abito dentro Poteri Potenti.

 

 


sabato 1 maggio 2021

E tu, sei un innovatore o un riproduttore di modelli?

A guardare il panorama dei docenti, nell’istruzione scolastica come nella pratica fitness, nelle Arti Marziali come nella pittura ecc. noto in loro una desolante carenza pedagogica ed andragogica.

Sono costoro infatti, salvo rare eccezioni, meccanici diffusori di un apprendimento inteso come monotona e monocorde ripetizione di contenuti dati, cristallizzati nel tempo e, nella pratica marziale e di combattimento come in quella salutistica, avulsi da un utilizzo concreto, efficace, spontaneo, nel quotidiano.

Invece, un vero esperto, cioè che ha fatto “esperienza” della materia proposta e di questa “esperienza” personale è abile nel farne un percorso sempre attuale, in grado

- sia di adattarsi ad ogni singolo studente,

- sia di agire nel vivere quotidiano dello studente stesso,

ha tra le caratteristiche qualificanti la capacità di affascinare lo studente, stimolandolo a cercare soluzioni e non risposte precostituite, a non smettere mai di sperimentare e mettere alla prova quanto va studiando.

Per questo, deve essere lui stesso un … esperto di errori!! Uno in grado di guardare ed affrontare le cose del sapere, le cose della vita, con un pensiero divergente (1), con la capacità di fare di ciò che sa il materiale per costruire elementi nuovi, fino ad ora inconsueti, non svelati.

In questo è guidato

  • dall’evidenziare nello studente il percorso di crescita piuttosto che le sue mancanze; di più, dalla capacità di fare di queste mancanze, resistenze e deficienze, uno strumento di consapevolezza che permetta allo studente di operare un salto di qualità verso il miglioramento;
  • dal proporre la materia facendo leva sul continuo interagire tra cognizione ed emozione, attingendo alle personali ed inconsapevoli risorse dello studente. In questo innovativo modo e sempre ponendo in primo piano il trittico prassi – teoria prassi, occorre prima fare dell’esperienza concreta e solo successivamente investirne il bagaglio cognitivo.

In estrema sintesi, queste sono due delle caratteristiche fondanti un buon insegnamento, dunque un buon insegnante. E guardandomi in giro, non vedo docenti di Arti Marziali, di pratiche salutistiche, così forniti ma nemmeno, ancor più grave, consapevoli dell’importanza di queste caratteristiche per ottemperare al meglio al loro compito, dunque disponibili a praticare, studiare e mettersi in discussione per dotarsene.

Ecco, qui, pur a malincuore, colgo anche una mia mancanza: non ho saputo né so tutt’ora coinvolgere altri docenti perché si scoprano “nudi” davanti al popolo e corrano a vestirsi. (2)

Sì perché, come scrive Alberto Oliverio, neurobiologo e docente di psicobiologia: “I creativi (….) devono anche cercare di diffonderle (le innovazioni) opponendosi alle resistenze del sistema, ai conflitti che spesso generano le novità: devono quindi essere capaci di convincere in prima battuta quanti appartengono al mondo dei pari”. (A. Oliverio in Conflitti Anno 20 n. 2 – 2021).

Faccio ammenda di questa mia mancanza. Forse, in questo, sono davvero scarso, manco di capacità pubblicitarie, o magari sono troppo riservato per andare in giro a “vendere saponette”, anche se sono quelle davvero in grado di fare una bella pulizia e non le ciofeche che vanno per la maggiore!!

O, anche, non sono ancora maturi i tempi, nonostante Bruce Lee e Danilo Dolci, Bonnie Bainbridge Cohen e Moti Nativ, Moshe Feldenkrais e Daniele Novara e tanti altri ancora, che siano docenti di Arti Marziali o pedagogisti, combattenti di professione o studiosi del movimento, perché la cappa dell’ignoranza lasci il posto al sapere autentico, quello che non smette mai di cercare ed interrogarsi, quello efficace ed efficiente nella vita di tutti i giorni come nelle occasioni eccezionali di crisi e scontro.

Il pensiero dominante, anche nel campo del corpo e del movimento, delle Arti Marziali e delle pratiche salutistiche, è ancora, nel terzo millennio, terreno di supremazia dei molti “meccanici” del corpo, corpo inteso come oggetto, Korper, individui che non sanno di essere corpo e credono di avere un corpo

(vedi qui http://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/2020/10/  Il corpo in vetrina. Tu in vetrina”).

Ad ancora pochi, quelli illustri e quelli, invece, sconosciuti come me, tocca un ruolo marginale, più o meno di nicchia; a noi che non vogliamo confinare la poliforme realtà nei confini rigidi di una teoria e scegliamo, erranti, eretici e ribelli, di abbracciare il cammino dell’esperienza.

 

 

1. Il pensiero convergente è quello che risolve i problemi a partire da come i problemi sono impostati. E’ il pensiero, l’intelligenza che va per la maggiore, aiutato in questo dall’essere la “forma mentis” del computer, dunque dello strumento di studio e conoscenza d’uso quotidiano: tu al computer puoi risolvere il problema dato solo nei termini, nelle regole, imposte dal programma. E’ il pensiero dominante nell’istruzione scolastica, dove allo studente si chiede di saper dare risposte preconfezionate.

Il pensiero divergente, invece, opera cambiando l’impostazione stessa del problema, è in grado di trovare relazioni tra idee, concetti e processi che apparentemente non hanno alcuna somiglianza.

Per saperne di più: https://lamenteemeravigliosa.it/pensiero-divergente-cose/

2. “I vestiti nuovi dell’imperatore” di Hans Christian Andersen.

 

 



"Il nostro pensiero non è se non un gioco molto raffinato della vista, dell'udito, del tatto; le forme logiche sono leggi fisiologiche delle percezioni dei sensi.

(F. Nietzsche)