domenica 1 novembre 2026

Il confine che lacera e guarisce

 

Il corpo occupa lo spazio come in una radura nascosta. Ogni spostamento è un patto, ogni respiro una promessa. Nell’andragogia / pedagogia marziale Spirito Ribelle, il praticante non anela alla perfezione, ma alla frattura pericolosa dove l’atto diviene inaspettata rivelazione.

Questo, attraverso un’insolita meccanica in cui è lo spostarsi del peso che permette lo spostarsi del corpo nello spazio. Non si attua alcuna intenzione di spostamento. Si lascia (Yi, spontaneità) che il diverso affondare nel terreno, attraverso l’uso dei femori, innesti lo spostamento del corpo tutto. La lentezza, praticare lentamente, come condizione fondamentale ed imprescindibile per affinare la percezione del corpo tutto, non è MAI uno sforzo, MAI intenzionale, ma una semplice conseguenza della sensibilità al corpo (1)

La disciplina non è un recinto, è un limite che chiama ad andare oltre. Chi si muove Spirito Ribelle sa che ogni gesto ha due inseparabili facce, lacera e guarisce, apre e custodisce, rompe e ricompone.

Il corpo Ribelle non è selvaggio irresponsabile e nemmeno ‘apprendista stregone’ dedito all’improvvisazione. E’ fedele a una radice che non si vede, ma che sostiene; ad una Tradizione che per non morire sa di avere bisogno di nuove ed appassionate interpretazioni. Quando affonda il peso nel terreno, lì non cerca dominio, cerca un punto di verità. Quando solleva il braccio, non brandisce solo un’arma ma, attraverso questa, compone una melodia.

La ribellione, qui, non è scomposta rivolta contro qualcuno, è un atto di nascita continua. È il rifiuto di divenire carapace, il rifiuto di essere solo funzione. È la scelta di rimanere vivi nel gesto, anche quando il gesto è duro, anche quando il gesto è tenero.

Ogni movimento diviene un rito minimo, uno spaccato nel quotidiano che lascia filtrare un’altra qualità del tempo. Il praticante ascolta ciò che si muove sotto la pelle che non è l’istinto cieco, ma la memoria profonda del corpo che sta imparando a non fuggire, a so – stare nel conflitto.

Nella pratica Spirito Ribelle, la vulnerabilità non è un difetto, una mancanza. E’ la porta attraverso cui passa la forza. Il baricentro non è mai un luogo fisso, è un animale che respira, che si muove, che dialoga con l’altro e l’ambiente attorno.

Spirito Ribelle insegna che la marzialità non è mai semplicemente difesa o attacco, è una forma di pensiero incarnato. È filosofia che si fa corpo, immaginazione che si fa postura e attura.

Così il marzialista, come un filtro, una membrana elastica, è insieme aperto e radicato, mobile e fedele, capace di rispondere senza tradire la propria natura.


E quando il gesto si compie, non è mai solo tecnica. È un lampo di identità. È il corpo che dice sì, sono qui, e sono ancora vivo.



1. In un pugno di righe:

Ho ribadito l’ingenuità fallace di tradurre YI / I Quan /Chuan come ‘pugilato dell’intenzione’, mentre la traduzione corretta è ‘pugilato della spontaneità’.

Ho di nuovo smascherato la stupidaggine della ‘camminata Tai Chi Chuan’ come venduta ovunque. Vista dal vivo, appaiono simil zombie oscillanti come canne al vento o, in altri casi, legnose marionette entrambe che si sforzano e si trattengono per camminare lentamente, senza alcuna comprensione della meccanica di cui sopra e di cosa siano peso leggero, peso pesante, peso forte e peso collassato.

Ho suggerito come saper distinguere tra chi pratica TCC a mò di ginnastica lenta, magari anche bella da vedersi ma pur sempre ‘ginnastica lenta’, e chi invece pratica un TCC autentico.




venerdì 30 ottobre 2026

Frammenti brevi di Presenza n. 4. 30.10.2026

 


“E poi, non trascuriamo il valore educativo dell’utopia”

(G. Rodari ‘Grammatica della fantasia’)

lunedì 26 ottobre 2026

Tra il dire e il fare ...

 


“Non compriamo oggetti. Compriamo le motivazioni che stanno dietro gli oggetti”, spiega Simon Sinek, laureato in antropologia, motivatore e consulente di markentig. In poche righe, sintetizza il concetto in quello che chiama il ‘cerchio d’oro’. Tre cerchi concentrici, all’esterno c’è il “cosa”, più all’interno il “come” e al centro il “perché”. “Tutti comunichiamo cosa facciamo, la maggior parte di noi comunica come lo fa e solo pochissimi perché lo fanno: una struttura simile a quella del nostro cervello, che è fatto di corteccia che controlla la parte razionale e analitica e il linguaggio, e del sistema limbico che controlla la nostra parte emozionale che non sa parlare ma prende le decisioni. Se qualcuno colpisce questo aspetto può guidare il nostro comportamento, fidelizzare gli altri, ispirarli, incentivarne la lealtà” (S. Sinek in ‘Partire dal perché’)

La neocorteccia, la parte più ‘giovane’ del cervello, è quella dove si sviluppano i nostri pensieri razionali e analitici ed è la sede del linguaggio. La parte che può esser associata al COSA.

Le altre due aree, insieme formano il cosiddetto sistema limbico, dove hanno sede i nostri sentimenti ed emozioni, le decisioni istintive. Queste aree non hanno la capacità di linguaggio ma sono quelle che influenzano maggiormente le nostre decisioni. Sinek le associa al COME e PERCHE’.


Esporre immediatamente il PERCHE’, significa contattare la parte istintiva e irrazionale del nostro cervello, quella che spinge per un determinato comportamento e non un altro, e ne facilitiamo la comprensione perché il nostro messaggio viene relazionato ad un comportamento razionale e concreto. Investiamo l’area delle emozioni, per così dire ‘coloriamo’ una scelta che altrimenti risulterebbe fredda e confutabile.

Tutti i manuali di vendita, di persuasione, che ho letto concordano sulla necessità di esporre prima il PERCHE’ e solo dopo l’oggetto della vendita, che sia, appunto un oggetto o un corso o una conferenza ecc.

D’accordo con quanto sopra, diventa facile trovare slogan accattivanti, motivazioni che entrino in empatia con il possibile cliente. Il problema, quello vero, è che ci sia reale assonanza tra lo slogan motivazionale, che emoziona, ed il contenuto della pratica, l’uso dell’oggetto.

Su questo, per restare nel campo ‘Arti Marziali’, avrei molti dubbi sulla coerenza tra slogan e pubblicità che vendono saggezza e calma interiore, oppure capacità di difendersi da aggressioni in strada, persino contro un coltello, addirittura contro un’arma da fuoco, e quanto si pratichi in quei Dojo, in quelle palestre.

Un altro elemento perturbante, a mia esperienza, è che sovente il primo, patente, motivo che spinge l’allievo ad iniziare una qualsivoglia pratica marziale raramente è il motivo reale. Quello reale resta sullo sfondo, spesso nemmeno compreso a fondo dall’allievo. Esso, per emergere, ha bisogno di una pratica che si avvalga di una didattica maieutica. Una didattica che faccia da levatrice al motivo di fondo consentendogli di arrivare in superficie.

Credo che uno dei motivi del …. ‘mare’ che c’è tra il dire e il fare, ovvero dell’abbandono dell’allievo, risieda:

  • Una volta raggiunta la consapevolezza del motivo di fondo, reale, sotteso alla sua scelta,non lo accetta perché in dissonanza con i suoi costrutti mentali, le certezze di sé che ha timore di abbandonare, le stesse abitudini quotidiane e, più in generale, le scelte di vita tra legami affettivi, professione ecc. Più semplice negare e negarsi.

oppure

  • Nel mancato incontro tra quel motivo reale ed una pratica che si rivela insoddisfacente perché di quel motivo non ha alcun sentore. Una pratica che il Maestro, Sifu, docente tiene, per grossolana ignoranza del potere trasformatore dell’Arte, in una superficie fatta di gesti / tecniche sgranate come un abitudinario rosario e / o dissertazioni pseudo – filosofiche impastate di New Age e cascami di orientalismo spicciolo. Allora la voglia, la motivazione, non incontra la pratica adatta a metterci le mani ed accompagnare l’allievo lungo il cammino.


Tra il dire e il fare ecco quanto mare c’è!!


Post illustrato da:

  • Pratica del Peng Lu Ji An
  • Approcci liberi a flessibilità e potenza ispirati da Li Pi Hua Shan
  • Percosse a bersaglio

sabato 24 ottobre 2026

Frammenti Brevi di Presenza n. 3. 24.10.2026

 


“Una forza diventa movimento non appena entra in atto e si sviluppa nella durata”

(M. Houellebecq ‘La vita è rara. Tutte le poesie’)

martedì 20 ottobre 2026

L’Arte Ribelle di imparare. pt. III

 


Il Conflitto Generativo, laddove lo scontrarsi diviene comprensione,

 e la comprensione diviene forma di vita


Il conflitto è spesso frainteso quando non esecrato. Lo si pensa come una frattura, un urto, un luogo dove si perde o si vince. Nella cultura dominante, quella che ama le certezze, le risposte rapide, le identità rigide, il conflitto è un nemico da evitare, un disturbo da sedare, un rumore da zittire.

Invece nell’andragogia / pedagogia marziale, il conflitto è tutt’altro. E’ una possibilità. Una soglia. Un luogo di passaggio in cui l’individuo può finalmente incontrare se stesso senza le maschere della pretesa sicurezza o della sufficienza culturale.

“La fatica nel conflitto è una condizione imprescindibile per mantenere buone relazioni. Evitare il conflitto è come intraprendere una scorciatoia impraticabile” (D. Novara)

1. Il conflitto come rivelazione

Il conflitto non origina per distruggere, ma per rivelare. Rivela ciò che non sappiamo, ciò che non controlliamo, ciò che non avevamo previsto. Rivela le nostre fissità, le nostre paure, le nostre abitudini di fuga ed evitamento.

Quando ciò che crediamo non coincide con ciò che accade, si apre uno squarcio. È lì che inizia l’apprendimento. È lì che il praticante scopre che la realtà non obbedisce ai suoi schemi e che la pratica non è un rosario di risposte sgranate una dopo l’altra, ma un confronto con l’imprevisto. Sempre. (1)

Il conflitto è il luogo in cui l’esperienza torna a essere viva.


2. Il conflitto come occasione di ascolto

Nella pratica autenticamente marziale, il conflitto non è un’arena per repressi o uno sfogatoio per psicopatici, né una fiction per sedicenti guerrieri da salotto e neppure un imbelle incontro New Age per nuovi santoni e fuffa guru delle mani addosso sì, ma piano, dai!!

E’ un laboratorio. Non si entra per prevalere, ma per ascoltare. Ascoltare il proprio corpo, quello dell’altro, il ritmo dell’incontro, la qualità del contatto. Per entrare in relazione con l’Ombra che si agita dentro se stessi accettando e comprendendo l’Ombra dell’altro.

“Conoscere la propria oscurità è il metodo migliore per affrontare le tenebre degli altri” (C.G. Jung)

Il conflitto generativo è un conflitto privo di nemici. Non c’è un avversario da abbattere, ma un compagno di ricerca. Il gesto dell’altro non è una minaccia, è un’informazione. Una domanda che ci viene posta attraverso il corpo.

Il praticante impara a non rispondere reagendo automaticamente, ma con la consapevolezza e la presenza. Egli non reagisce, egli agisce.

3. Il conflitto come trasformazione del sé

Ogni conflitto è un’occasione per cambiare. Non perché ci costringa, ma perché ci mostra ciò che non avevamo visto.

Il conflitto generativo è un luogo in cui l’identità si fa permeabile. Le certezze si incrinano, le abitudini mostrano la loro insufficienza alle domande della vita, le posture interiori si modificano. Il praticante scopre che può essere diverso da ciò che pensava di essere.

Qui allo Spirito Ribelle, il conflitto è una pratica quotidiana. Lo accogliamo. Come umano che sia, in diversa misura lo temiamo ma ciò non ci impedisce di attraversarlo. Non lo subiamo, ma lo trasformiamo in senso.

Perché il conflitto è la porta inevitabile attraverso cui passa la crescita.




4. Il conflitto come una danza

Quando la pratica matura, il conflitto smette di essere un disagio perturbante e diviene una danza. Una danza fatta di pressioni, spostamenti, contatti, silenzi. Una danza in cui il gesto dell’altro non è un attacco, ma un invito. E questo prepara ai momenti in cui occorrerà essere totalmente presenti, vigili e assertivi anche fuori dai momenti di pratica, per affrontare gli improvvisi ed imprevedibili conflitti e contrasti del vivere quotidiano. Che siano aggressioni di strada o tensioni emotive in famiglia, nelle relazioni affettive, sul luogo di lavoro. Il conflitto come formazione per individui coraggiosi, vitali ed erotici.

Il conflitto generativo è una forma di comunicazione. Un linguaggio fisicoemotivo che non ha bisogno di parole. Un dialogo in cui si impara a riconoscere l’intenzione, a percepire la direzione, a intuire il ritmo.

Il conflitto diventa relazione. E la relazione diventa comprensione.


5. Il conflitto come formazione alla complessità

Viviamo in un mondo complesso, ma siamo ancora educati, sin dall’istruzione scolastica, alla semplicità, al sistema binario “ o questo o quello”. Ci insegnano a dividere, a catalogare, a scegliere tra bianco e nero. Il conflitto generativo, invece,forma alla complessità.

Ci mostra che ogni gesto contiene più significati, che ogni incontro è stratificato, che ogni situazione è un intreccio di forze.

“Le ipotesi sono reti: tu getti la rete e qualcosa prima o poi ci trovi” (Novalis)

Il praticante impara a stare nel mezzo del guado, nel punto in cui le cose non sono ancora chiare. Impara a non affrettare la risposta, a non irrigidirsi nella difesa, a non chiudersi nella paura.

Il conflitto generativo è formazione alla cedevolezza, alla fluidità.


6. Il conflitto come via del Budo

Nel Budo, il conflitto non è un incidente, è Via. Una Via che conduce alla vitalità, alla presenza, alla capacità di essere erotici nel senso più profondo, ovvero capaci di desiderare, di cercare, di meravigliarsi (https://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/2026/08/pratiche-di-meraviglia-il-respiro-che.html), di essere toccati dal mondo.

Il conflitto generativo è probabilmente l’espressione più alta di apprendimento marziale. Non pretende di insegnare a vincere, a dominare. Stimola il praticante a sentire, a trasformarsi. Lo forma a diventare vivo.

“Per avere il diritto di chiamarsi uomo, bisogna essere un uomo, ed "essere un uomo" è possibile soltanto grazie alla conoscenza di sé, e al lavoro su di sé nella direzione indicata da tale conoscenza” (G. Gurdjieff )



1. Avete presente i corsi dove ti insegnano “Se lui attacca così, io difendo così”, le sequenze obbligate a solo o in coppia, la successione di gesti da imparare in cui solo dopo che hai imparato A ti insegniamo B…. come se la vita, in ogni sua manifestazione, fosse uno schematico succedersi di eventi codificati e prevedibili. Ma questa logica l’ho già disintegrata in tanti precedenti post qui sul mio blog.



venerdì 16 ottobre 2026

Anello di Tenebra

 


L’ombra dell’anello scivola sulla parete,

traccia una rotta segreta.

Le movenze, leggere e potenti,

proteggono la linea centrale

e squassano l’opponente come tempesta in un’ampolla di vetro.


Sul muro danza un arabesco vivo,

che risveglia l’Ombra sporca,

lamento e ruggito abitano nel profondo.

Apparenza e sostanza si scambiano il sangue,

si confondono, si generano a vicenda.


Questa è la Via di chi osa so - stare nel conflitto.

Cercatori curiosi, mai appagati,

che non si adagiano nelle cagionevoli certezze.

Una Via che chiama molti,

ma che solo pochi hanno il coraggio di attraversare.



“Il metodo non può che costituirsi nella ricerca. Qui bisogna accettare di camminare senza sentiero, di tracciare il sentiero nel cammino.” (E. Morin)



Un enorme grazie a Monica per le riprese.



martedì 13 ottobre 2026

L'Arte Ribelle di imparare - Parte II

 


Andragogia / Pedagogia marziale come arte della trasformazione

L’andragogia / pedagogia marziale non è un metodo. È un habitat. Un modo di stare nel mondo, nel corpo, nell’altro. È una formazione che non si accontenta di trasmettere gesti, ma vuole generare individui capaci di attraversare la vita con presenza, con quella qualità di attenzione che non si improvvisa e non si eredita ma si coltiva.

In un’epoca che addestra alla risposta rapida, alla certezza immediata, alla ripetizione come garanzia di competenza, l’andragogia / pedagogia marziale è un atto di ribellione. Non insegna a ripetere, invita a trasformarsi.

Il docente / facilitatore come soglia, non come modello

L’andragogia / pedagogia marziale comincia dal docente, ma non nel senso scolastico del termine. Il Sensei (il ‘nato prima’) non è colui che mostra la forma corretta, ma colui che apre un varco. Non impone un gesto da imitare, ma un orizzonte da attraversare.

Il suo compito non è produrre allievi obbedienti, ma praticanti senzienti, capaci di interrogare ciò che fanno, di ascoltare ciò che sentono, di riconoscere ciò che cambia.

Egli è un artigiano dello stupore, un costruttore di domande, un provocatore di senso. Non chiede fedeltà, chiede presenza. Non chiede copie perfette, chiede esperienza.


L’allievo come cacciatore del conflitto

Nell’andragogia pedagogia marziale, l’allievo non è un recipiente da riempire, ma un cacciatore che attraversa territori sconosciuti. Il conflitto, interiore, esteriore, corporeo, emotivo,non è un impedimento, ma la preda stessa come luogo generativo.

Il praticante impara a so - stare nel punto in cui ciò di cui è convinto non coincide con ciò che sta accadendo. Impara a non irrigidirsi, a non difendersi con l’ostinazione delle certezze, a non divenire partigiano del proprio ego. Impara a respirare nel disallineamento, a lasciarsi attraversare dall’esperienza.

Perché il vero guerriero non è colui che vince, è colui che abita il conflitto senza smettere di ascoltare.

Il corpo come luogo androgico / pedagogico

L’andragogia / pedagogia marziale non passa dalle parole ma passa dal corpo, che è sé fisicoemotivo. Il corpo è il primo libro, il primo maestro, il primo laboratorio. Ogni gesto è un pensiero incarnato, ogni postura è una filosofia in atto, ogni movimento è una domanda che cerca risposta.

Ecco che qui allo Spirito Ribelle, la pratica senso-motoria è il cuore della formazione. Non si lavora per accumulare forme e tecniche, ma per raffinare la percezione, per rendere il corpo un territorio di significati, un campo di ricerca, un luogo di stupore.

Il corpo non impara per imitazione. Impara per esperienza.


La pratica marziale come dialogo tra ciò che accade e ciò che sappiamo

L’andragogia / pedagogia marziale è un continuo confronto tra il già noto e il nuovo. Ogni esperienza, come ricorda John Dewey, filosofo e pedagogista (vedi pt. 1 qui sul blog) vive e cresce in quelle che la precedono e modifica quelle che seguono. Per questo la buona pratica non può mai essere ripetizione ma sempre verifica, riflessione, trasformazione.

Qui allo Spirito Ribelle, ogni gesto viene osservato, discusso, messo alla prova. Non per giudicarlo, ma per comprenderlo. Non per correggerlo, ma per farlo evolvere.

L’andragogia / pedagogia marziale è un cammino che non termina MAI. Non perché manchi qualcosa, ma perché ogni passo apre un nuovo senso, porta con sé una nuova domanda.

Una Via che educa alla vitalità

L’andragogia / pedagogia marziale non forma azzuffatori più o meno validi, forma individui vitali ed erotici, nel senso più profondo del termine. Individui capaci di desiderare, di cercare, di stupirsi, di essere toccati dal mondo.

Il Budo non è un insieme di tecniche, è una forma di vita. Una postura esistenziale che unisce efficacia e presenza, rigore e curiosità, disciplina e libertà.

L’andragogia / pedagogia marziale è una formazione alla vitalità, non insegna a difendersi dal mondo, ma a incontrarlo.


Spirito Ribelle, un clan che cresce insieme

In questo cammino, Sensei e allievo comprendono e crescono insieme. Entrambi sono artigiani dello stupore, entrambi sono cacciatori instancabili, entrambi sono responsabili del proprio percorso. Il clan Spirito Ribelle è ben poco un luogo di gerarchie, quanto un ecosistema di trasformazione.

Qui si pratica per diventare più vivi, più consapevoli, più capaci di stare nel mondo che cambia. Qui si pratica per imparare a vedere oltre ciò che appare, a sentire ciò che ancora giace sullo sfondo, a ri - conoscere ciò che origina nel silenzio del gesto.

Qui si pratica per diventare persone intere.

“Non vi sono solo fantasmi e spiriti nel mondo, vi sono fantasmi e spiriti entro il corpo”

(T. Cleary)