L’Arte della
Guerra, di Sun Tsu (circa VI secolo a.c.)
Brevi
riletture nel terzo millennio che pongono domande, che sollecitano
dubbi, che avanzano proposte
Cap.
11
Il
Generale e le Sue Truppe Interiori
Tra
la cruda realtà
vissuta e descritta da
Sun Tsu
e la verità del combattimento oggi,
in Dojo
Nella
pratica delle Arti Marziali, il
buon marzialista
non è MAI
solo. Dentro di lui si muove un esercito intero: Emozioni,
timori,
slanci, esitazioni, ricordi,
desideri. Alcune truppe sono valorose, altre no;
alcune avanzano osando,
altre cercano riparo.
Eppure, tutte loro
compongono lo stesso
Generale.
Facendo seguito alla mia
interpretazione del capitolo precedente, il 10,
Sun Tsu,
nel capitolo undici
de L’Arte
della Guerra, a
me pare proponga
una possibile lettura che
squarcia
i secoli come una lama ancora affilata:
“Il Tao della guerra si esprime
appieno quando il valore degli uomini è concentrato come se fosse
uno solo; quando si utilizza la configurazione del terreno per
ricavare il massimo vantaggio sia per le truppe valorose che per
quelle più deboli.”
E ancora:
“Colloca le tue truppe in una
posizione senza uscita, dalla quale non possono retrocedere e non le
rimanga altro che lottare fino alla morte.”
Quanto qui scritto,
letto
dal
praticante Arti Marziali,
dal praticante del terzo
millennio in una società ipertecnologica e del benessere, dal
praticante che non è né un militare né un individuo passibile di
essere chiamato, suo malgrado, ad arruolarsi per una battaglia, non
tratta
di eserciti esterni, ma di un comando
interiore. Il Generale è
invero
colui che pratica; le truppe sono i suoi stati emotivi. Il terreno è
la sua vita, il suo corpo, il suo respiro, il suo percorso marziale.
Il
Generale come praticante: l’unità del valore
Ogni marzialista
sa che l’autentico nemico
non è l’avversario, ma la dispersione interna. La paura sbanda
a sinistra, l’orgoglio a destra. La rabbia avanza troppo, la
prudenza troppo
arretra. La fredda razionalità
si illude di saper prevedere,
il corpo sa che deve agire.
Sta al Generale
compiere l’atto più difficile: riunire
le truppe, far sì che il
valore degli uomini (dunque
delle emozioni)
si addensi
come fosse uno solo. Non si tratta di soffocare
ciò che è debole né di eccitare
ciò che è forte, ma di dare
un posto a tutto, come un
comandante che conosce i suoi soldati e li dispone secondo la loro
natura.
Il timore
diviene
vigilanza. La rabbia diviene
decisione. La prudenza diviene
strategia. L’incertezza
diviene
sensibilità.
Così il Generale non combatte più
contro se stesso, ma con
se stesso.
Il
terreno come pratica: configurare lo spazio per crescere
Sun Tsu
scrive
della configurazione del terreno come di un alleato. Nella pratica
marziale, il terreno è la struttura della
lezione: il succedersi del respiro, il cogliere maai
(la distanza), postura e attura, yomi
e yoshi (percezione
e ritmo), la relazione con l’altro e l’ambiente, ecc.
Un buon docente
/ facilitatore, (ovvero
un buon Generale)
sa trarre da
ogni condizione un vantaggio. Le truppe valorose (le emozioni forti,
dirette, impetuose) trovano sbocco
nelle movenze rapide ed
esplosive, nelle
percosse fulminanti, nelle
proiezioni decise al suolo.
Le truppe deboli (le emozioni esitanti, fragili, timorose) si
esaltano nel lavoro lento,
nella sensibilità, nel contatto lieve.
Ed insieme si amalgamano per raggiungere lo scopo.
Perché
il terreno
non giudica: Trasforma.
La
posizione senza uscita: il luogo dove nasce il vero combattimento
La frase più aspra
di Sun Tsu
è probabilmente
la più rivelatrice:
“Colloca le tue truppe in una
posizione senza uscita…”
Nella pratica marziale questo non
significa cercare il pericolo reale, ma creare condizioni
di verità.
Poiché consapevoli
che il limite
del gioco del
‘combattimento’ è
appunto l’essere
un gioco dove
si finge di rischiare la vita;
che il
limite della
finzione sta
nel
recitare
un ruolo, è
la simulazione,
invece,
l’unico ponte che avvicina, senza oltrepassarlo, al
confine della crudeltà del combattimento vero, reale.
La simulazione è il luogo senza
uscita dove la distanza è
reale, dove il tempo è reale, dove l’atteggiamento
aggressivo è reale, dove
l’errore pesa,
dove il corpo sente che non può scappare, dove ogni
decisione è irrevocabile. È
lì che le truppe interiori devono
smettere di agitarsi
in correnti contrapposte.
È lì che il Generale deve
sapersi manifestare.
È lì che l’artista marziale
lavora per scoprire
la sua personale
unità ed unicità.
Il
confine tra gioco e verità
Il gioco di combattimento è utile,
divertente, formativo, persino
necessario per procedere sul cammino guerriero.
Ma è un gioco: Le
truppe lo sanno, il Generale lo sa. La finzione crea abilità motorie
e tecniche, ma non incide
e trasforma il cuore.
La simulazione, invece, è un rito di
passaggio. Non è necessariamente
violenza, ma verità
controllata. Non è
crudeltà, ma riconoscimento
della crudeltà possibile.
Non è guerra, ma sentore
preciso della guerra.
È il luogo dove il praticante impara
a non retrocedere dentro di sé. Dove scopre che la paura non è un
nemico, ma un soldato che chiede una posizione chiara. Dove comprende
che il coraggio non è assenza di timore, ma coordinazione
delle truppe interiori.
Non necessariamente una buona
simulazione in Dojo
richiede colpi a contatto pieno , leve articolari che rompano l’arto,
coltellate che feriscano profondamente. Anzi, spesso queste pratiche
si mostrano come uno sfogatoio di repressioni incontrollate che mai
portano alla consapevolezza del guerriero (‘colui
che sa stare nei conflitti’), semmai saziano, e solo
temporaneamente, sintomi di disturbi nevrotici quando non psicotici.
Conclusione:
Tao
della guerra come Tao della pratica
Quando l’artista
marziale diviene
Generale, e le sue emozioni diventano truppe ordinate, allora il Tao
della guerra (Bujiitsu)
si manifesta come Tao
della vita (Budo).
Non c’è più dispersione, non c’è più fuga. C’è solo un
esercito interiore che avanza compatto, unito, presente nel
“Qui ed ora”.
La pratica marziale, allora, non è
più un agglomerato
di tecniche, ma un’arte di governo: Governo
del corpo, governo del respiro, governo del cuore.
E in questo governo dal
sapore poetico, il marzialista
scopre che la vera battaglia non è contro un avversario, ma contro
la propria frammentazione e le
proprie parti Ombra. Che
la vittoria più grande è l’unità, l’integrità.