martedì 25 agosto 2026

La paura è la nostra antenata

 


La paura non è un errore del sistema nervoso, è un’alleata antica. Settecento milioni di anni fa ( lo raccontano gli studi su lumache di mare, falene, mammiferi e primati) la vita imparava a tremare per poter continuare a esistere. La paura è la prima maestra di strategia vincente perché insegna a percepire, a scegliere, a ... sopravvivere. Se è rimasta con noi così a lungo, è perché ci ha consentito di arrivare fin qui sani e salvi.

Dove la paura dovrebbe essere coltivata

Nelle Arti e nelle discipline che studiano la sopravvivenza, la lotta, la difesa personale, il rapporto con il limite, ecco lì la paura dovrebbe essere materiale di pratica, non essere sottovalutata o, ancor peggio, considerata un nemico, un tabù. Dovrebbe essere ascoltata come si ascolta il respiro, dunque senza giudizio, senza fretta di correggerlo. Dovrebbe diventare un Dojo interiore, un luogo dove il praticante impara a riconoscere ciò che lo attraversa, invece di allontanarla o, ancor peggio, fingere che non esista.


Cosa manca a Sifu e docenti che la evitano

Forse ai docenti e ai Sifu che ignorano la paura manca proprio ciò che la paura chiede:

Vulnerabilità, la capacità di mostrarsi incompleti davanti agli allievi invece di indossare l’abito del super eroe, del condottiero invincibile.

Onestà emotiva, riconoscere che anche chi insegna incontra la paura, subisce il tremare.

Umiltà marziale, accettare che la paura non si domina, la si abita, la si attraversa.

Negare la paura negli allievi significa, in fondo, negarla in sé. E negarla in sé significa rinunciare a una parte essenziale della propria forza autentica.



La paura come Via, Do

La paura è un varco, chi lo attraversa diventa più grande. Non è un nemico da sconfiggere, ma un rituale di passaggio. È occasione per il corpo di imparare a parlare, dove la mente sa tacere, dove il praticante scopre che il coraggio non è MAI l’assenza di paura, ma la sua trasformazione.

La paura ci prepara per l’azione rapida di fronte al pericolo e ci prepara ad agire sotto stress”

(I. Marks)










mercoledì 19 agosto 2026

Pratiche di Meraviglia. Il respiro che rinnova il mondo

 


La mia pratica, quell’intenso incontro di Tai Chi Chuan e Kenpo Taikiken, si è trasformata, negli ultimi anni, in qualcosa di più sottile e più vasto insieme. Un respiro che “succhia”, come raccomanda il mio Maestro, perché è un gesto che non si limita a inspirare, ma assorbe il mondo, lo fa entrare, lo lascia vibrare, lo lascia espandersi oltre l’immediatamente visibile. È un gesto che non cerca di afferrare ma accoglie. Che non pretende di conoscere preferendo comprendere, che è includere, integrare. Che non nomina perché stupisce.

La lentezza come soglia

Nella lentezza, quella lentezza che non è meccanico rallentamento ma soglia sull’ignoto, pratica di curiosità gentile, ogni gesto smette di essere certezza. La mano che si solleva non è più ‘mano’, ma evento. L’oggetto davanti ai nostri occhi non è più ‘oggetto’, ma presenza. Il mondo, improvvisamente, non è più catalogo di forme, ma rêverie, quella rêverie bachelardiana (1) che si rinnova nel momento stesso in cui accade.

È un vuoto fertile, un vuoto gestaltico (2): Non un’assenza, ma un grembo. Uno spazio che non pretende di conoscere, ma accetta di prendere insieme, ovvero di comprendere nel senso più originario del termine.

Immersione ed Emersione

Davanti all’enorme cedro che si staglia nel giardino, la pratica diviene allora immersione, diviene scendere nel gesto, lasciarsi avvolgere dal suo mistero, ascoltare ciò che pulsa sotto la pelle. E poi emersione, tornare alla superficie del mondo con occhi che non sono più gli stessi, con cuore che non è più lo stesso.

È un ritmo che appartiene al corpo, ma anche alla psiche profonda. Un ritmo che non si insegna, si contagia. Un ritmo che non si spiega, si indica. Un ritmo che non si impone, si offre, maieuticamente, libertariamente, come un invito a scoprire ciò che già c’è.

Sincronicità, la Meraviglia che chiama

Non è certo caso quanto sincronicità junghiana (3), che proprio ora, dentro la mia personale formazione marziale in queste giornate estive in terra veneta, io mi ritrovi a leggere di ‘Pratiche di Meraviglia nella rivista La Chiave di Sophia. Lì il monaco Tetsugen Serra scrive di esposizione all’ignoto, di una relazione rinnovata con ciò che ci circonda e con noi stessi, ancora tutta da scoprire. Scrive che recuperare la meraviglia non significa cercare l’eccezione, ma disinnescare l’abitudine.



E’ esattamente ciò che accade nella pratica mia e nella proposta agli allievi allo Spirito Ribelle. La meraviglia non è un concetto, è un corpo che si muove. È un gesto che non si ripete mai uguale. È un incontro che non si irrigidisce in un ruolo, ma rimane vivo, fragile, possibile.

La pratica a due ovvero confliggere sì ma per per incontrarsi

Nella pratica a due, lo stupore diventa relazione. Non giudizio, non misura, non gerarchia. Ma confronto vivo, anche conflittuale, in cui una parte del sé egoico si scioglie per lasciare spazio a un so-stare condiviso.

Confliggere non è scontro ottuso, è comprensione. Configgere non è guerra continua, è incontro. È la possibilità di vedere l’altro non come ostacolo, ma come porta verso mondi altri.

E allora accade ciò che Tetsugen Serra descrive con precisione luminosa:

“In quell’istante, breve, fragile, ma sempre possibile, il mondo torna a essere ciò che è: non ancora spiegato, e proprio per questo profondamente vivo.”



È questo il kokoro, il cuore della mia pratica. È questo il cuore della meraviglia che cerco, che vivo, che propongo a chi sceglie di camminarmi accanto. Un Tai Chi Chuan che non pretende di spiegare, ma indica. Un Kenpo Taikiken che non impone, ma risveglia. Un cammino appassionato che non cerca di vincere, ma di permettere alla vita di passare attraverso. Io, noi, svegli e mai domi.



1. Gaston Bachelard (1884 – 1962) La rêverie è un fenomeno della veglia, nella quale sperimentiamo la stessa libertà e la stessa potenza creatrice dell'immaginazione tipica del mondo onirico. E’ un invito ad andare oltre l’apparenza della forma. Per esempio, davanti ad un ramo di un albero, chi resterà affascinato dalla forza di torsione per ‘uscire’ dal tronco, chi invece coglierà l’aspetto di espulsione messo in atto dal tronco stesso, chi coglierà l’ambigua e spericolata vittoria del ramo sulla forza di gravità, chi il disperato tentativo del tronco di trattenere l’evasione del ramo, ecc. A ciascuno il suo mondo che, dagli occhi, scende nel cuore.


2. Nella Gestalt, si parla di ‘vuoto fertile’, un vuoto percorso da una corrente di energia, dove si trova la risposta a una domanda di cui non si sa la risposta: Nella pratica psicologica, il vuoto è potenzialmente interessante per la pratica creatività. Fare silenzio dentro di sé, dare valore, acquietando la mentale e le stimolazioni, per accedere alla purezza delle nuove idee. Il processo creativo tende a iniziare dal senso di vuoto mentale, foriero a nuove idee e intuizioni. Infatti affidarsi al vuoto fertile significa anche non avere tutto sotto controllo. Un invito alla potenzialità e alla fiducia, un riconoscimento di sé, di scoperta continua all’evoluzione personale. Un noto insegnamento buddhista, ricorda quanto la sofferenza derivi dall'attaccamento alla vita. La visone del distacco libera l'individuo dall'angoscia del tempo, del trascorrere inesorabile”. (Counselor Torino - vuoto fertile )


3. “Diversa dal sincronismo, ovvero la mera contemporaneità di eventi senza alcun collegamento, la sincronicità viene anche definita come il principio di nessi acausali”, e si verifica quando due o più accadimenti, non collegati da un rapporto di causa-effetto, sono però uniti da un significato comune, che risuona profondamente nell’esperienza psicologica della persona” (La Teoria della Sincronicità di Jung - Psicologo Bari )








domenica 26 luglio 2026

“Sensei per sbaglio (pt. 3, l’ultima), ovvero breve satira sulle scuole marziali, tra pompose liturgie e deliri di onnipotenza”

 

Nel vasto e variegato mondo delle Arti Marziali (quello che si vende come luogo dove apprendere equilibrio, centratura, umiltà) prospera però un curioso ecosistema fatto di scuole che oscillano tra la pomposa serietà e il delirio di onnipotenza umana e guerriera.

Da una parte ci sono le accademie dove si entra in silenzio, si respira in silenzio, si pensa in silenzio e si sbaglia… in silenzio. Il docente, immobile come un obelisco, osserva dall’alto del suo rango, non parla, non sorride, non muove un muscolo. È talmente serio che a volte ci si chiede se pratichi un’Arte Marziale o se stia custodendo il terzo segreto di Fatima.

Dall’altra parte ci sono le scuole dove ogni cintura nera, ogni grado ‘superiore’, è convinto di essere la reincarnazione di un audace samurai del medioevo nipponico o di un invincibile monaco guerriero del tempio di Shaolin o di Bruce Willis in ‘Die Hard’. Qui il clima è epico, ogni gesto è un presagio, ogni tecnica una profezia, ogni allenamento una simulazione di guerra intergalattica. Il principiante entra per imparare a muoversi correttamente e dopo pochi minuti si ritrova arruolato in una saga fantasy dove, nei casi più gravi, temerariamente si affrontano... letali coltelli di plastica, micidiali pistole giocattolo, fanciullesche prese al collo.

Tra loro, ma rarissimi come panda albini, ci sono i conduttori che non si nascondono dietro il ruolo, non recitano la parte del Maestro, non si credono né depositari della somma Verità né invincibili combattenti di strada. Praticano, accompagnano, ridono e sì, anche sbagliano!! Proprio per questo fanno crescere gli allievi, perché non trasformano la pratica marziale in un teatro di posa né in un videogioco di potere.

La verità è semplice: le Arti Marziali non hanno bisogno di ‘pompa magna’ né di delirio. Hanno bisogno di persone. Persone presenti, reali, non monumentali.

Il resto è coreografia, quando non possibile oggetto di studio sui temi della nevrosi e di un inconfessato complesso di superiorità.



E tu, in quale di questi posti pratichi?








giovedì 23 luglio 2026

Sensei per sbaglio (pt. 2), ovvero manuale semiserio per NON diventare il Maestro che non volevi essere

 

Nella prima parte ho affermato che il Sensei non è un Guru, non è un profeta, non è un Maestro con la M maiuscola disceso dal monte per illuminare i poveri allievi ignoranti. È più simile a un anziano vicino di casa che ha iniziato a praticare un bel po’ prima e che ora si ritrova, (suo malgrado?) a fare da guida. Con empatia e persino simpatia (1), certo. Con ironia, inevitabilmente. Con un pizzico di satira, perché, senza quella, la formazione rischia di diventare una liturgia noiosa. Lo fa non calando il ‘sapere’ dall’alto, ma utilizzando una didattica maieutica e libertaria.

Didattica maieutica, ovvero l’arte di fare domande a partire dall’allievo

Maieutica perché incentrata sulle domande, domande che partono da quel che mostra e non mostra l’allievo, non dall’Arte praticata né dal conduttore stesso, in quanto il conduttore sa che potrebbe non conoscere la risposta in anticipo, perché in questa ricerca egli è nella stessa condizione dell’allievo. Un metodo maieutico mai approssimativo, mai casuale, ma ben strutturato perché la didattica deve essere coerente, logica, e soprattutto non arbitraria. Il Sensei non può cambiare metodo come si cambiano i calzini: Oggi rigore, domani improvvisazione, dopodomani “Seguite il mio genio creativo”.

La maieutica, qui, è una forma di umiltà, è il riconoscimento che l’allievo cresce se il percorso è tanto chiaro quanto foriero di sorprese, se è ammessa, persino auspicata, la possibilità di non conoscere esattamente le risposte (2). Il conduttore non è il depositario unico ed incontrovertibile della Verità ma nemmeno colui che si inventa ogni giorno un nuovo modo per sembrare indispensabile.

Didattica libertaria, ovvero l’arte di non soffocare l’allievo con la propria bravura

Il conduttore non dovrebbe mai usare la sua conoscenza come ostentazione. La padronanza motoria, tecnica, non è un trofeo da esibire, ma un traguardo raggiunto attraverso una pratica appassionata e costante. E proprio perché è stato raggiunto così, è alla portata di tutti.

Ironicamente posso dire che il conduttore il quale usa la sua bravura per intimidire, per salire sul piedistallo, non è un buon conduttore, non è affatto un Sensei. È un…. influencer marziale. E gli influencer, si sa, fanno crescere i numeri, non le persone.

La libertà dell’allievo nasce quando il conduttore smette di fare la ruota del pavone e inizia a fare il... giardiniere che cura, osserva, pota, sostiene. Non si mette al centro del prato.

Accoglienza e conferma, ovvero l’ingrediente segreto di ogni lezione

Mantenere un atteggiamento accogliente e confermante non è buonismo. È didattica pura. È la base su cui si costruisce la fiducia e senza fiducia l’allievo non cresce, si ritira dentro di sé, si difende.

La mia intenzione satirica qui è semplice, perché ci sono conduttori che entrano in sala come se stessero per giudicare un concorso di sculture. Freddi, distanti, impeccabili. Peccato che l’allievo non sia una scultura, è un essere umano che per esprimersi e crescere necessita di sentirsi visto, non valutato.

Il conduttore che non si nasconde, ovvero il paradosso più potente

Più il conduttore è sostegno nel rapporto, più mostra la propria presenza reale, non il ruolo, non lo status, non la cintura, maggiori sono le probabilità che l’allievo cresca e migliori.

Il conduttore che indossa una maschera, che si nasconde dietro la figura professionale è come un guerriero che combatte dietro un paravento. Fa rumore, ma non si vede. E ciò che non si vede non forma, non educa. Forse persino spaventa, certamente allontana.

La crescita dell’allievo allora è direttamente proporzionale alla presenza, presenza reale, fisicoemotiva, del conduttore. Non alla sua perfezione. Non alla sua tecnica. Ma alla sua presenza.

In sintesi: il buon conduttore, ovvero il Sensei, non deve essere un supereroe, un santone, un tecnico infallibile o un monumento vivente. Deve essere un essere umano che pratica, sbaglia, ride, accompagna, sostiene e soprattutto non si prende troppo sul serio. Una sorta di allegro e scompigliato sciamano. Perché quando il Sensei si prende troppo sul serio, l’allievo smette di crescere e inizia a recitare. E le Arti Marziali, autenticamente intese, non sono né un teatro né un circo. Sono uno spazio di crescita, un terreno di caccia per adulti entusiasti ed erotici.



Prossimamente, parte 3. L’ultima.

1, L’empatia è la capacità di mettersi nei panni di un altro e sentire ciò che sente. La simpatia, invece, è l’inclinazione all’affetto o all’affinità per qualcuno. Entrambi gli atteggiamenti sono importanti per stabilire relazioni umane feconde e positive.

2. “E se qualcuno, come qui, dice qualcosa che non capiamo, tanto meglio: forse lo sogneremo, o forse ci ritorneremo su(D. Gaita ‘ Il Tao della psicoanalisi’)


lunedì 20 luglio 2026

Sensei per sbaglio (pt. 1). Ovvero come smettere di insegnare e iniziare a far finta di NON insegnare

 


Da diversi decenni ho scelto, con una coerenza che sfiora l’ostinazione zen, a non pormi come Maestro, non come insegnante, e nemmeno come quel temibile “Colui che sa” che dispensa verità a stuoli di ignoranti. Preferisco la definizione di Sensei, nel suo senso più letterale e meno pomposo: Nato prima”. Che non significa “il migliore”, “l’illuminato”, ma semplicemente “arrivato un po’ prima alla festa”. Magari con la camicia in disordine, ma comunque prima.

In questo ruolo volutamente scomodo, una sorta di facilitatore marziale, un Virgilio con la cintura nera, ho sempre messo al centro l’allievo, il praticante, non il programma, non il corpus delle tecniche e delle forme, non il “cosa” imparare. Il COME è la mia fissazione, la mia poetica, il mio modo di non insegnare insegnando. E sì, ne ho scritto più volte. E sì, continuerò a farlo (minaccia o promessa, decidete voi).


Propulsività e progettualità: ovvero l’allievo come motore interiore

Riprendiamo da qui: parlare di formazione significa accordarsi sul centro stesso della persona, su quella zona sconosciuta dove si annidano:

  • la propulsività, cioè quell’energia interna che spinge verso l’espansione del proprio essere (una sorta di ‘motore a reazione’ spirituale);

  • la progettualità, ovvero la tensione verso la realizzazione personale, il desiderio di diventare ciò che ancora non si è ma che già, dal fondo, preme per venire in primo piano.

Come ci ricorda Gaetano Mollo (Il senso della formazione’), la formazione è un processo che non si limita a “mettere dentro cose”, ma tende a far emergere ciò che già vibra. Il Sensei, in questo scenario, non è il depositario di un sapere, ma una sorta di tecnico di una centrale elettrica: Ascolta, regola, calibra, e soprattutto non si mette in mezzo.

La presenza corporeo-affettiva, ovvero il conduttore come specchio che non giudica

Alba Naccari (‘Persona e movimento’) ci ricorda che il buon conduttore non può ignorare l’impatto della propria presenza corporeo-affettiva. Che tradotto in linguaggio marziale significa più o meno che: “Puoi anche spiegare il Tai Chi Chuan, l’Aikido, il Kali filippino ecc. con parole meravigliose e roboanti e tecniche eccellenti, ma se entri in sala come un frigorifero emotivo, l’allievo imparerà il freddo, non il fluire.”

Il corpo del conduttore è esso stesso un messaggio. La sua postura, la sua attura, è un invito. Il suo modo di respirare è una metafora. E la sua capacità di stare, stare davvero, è già didattica.

Non serve ‘fare’ il Maestro, ‘fare’ il Sifu. Serve essere presenti. Il resto lo fa l’allievo, se ... glielo si lascia fare.

Un pizzico di ironia finale (che finale non è)

Ecco perché, dopo cinquant’anni di pratica di cui più di quaranta anche ‘insegnando’, continuo a dichiararmi Sensei per sbaglio. Non perché non sappia cosa sto facendo (!!), ma perché ogni volta che credo di aver capito, arriva l’allievo che mi dimostra che la vera formazione è un processo a due vie, una sorta di tango marziale, un laboratorio di sorprese e stupori.

E siccome ogni buon cliffhanger merita il suo seguito, questo è solo l’inizio. La parte 2 arriverà presto, e a seguire la parte 3, con altre riflessioni, altre ironie, e forse qualche colpo di scena (non necessariamente marziale).




giovedì 16 luglio 2026

Lo stile Sun: Un laboratorio di rinascita

 

Durante questi anni di pratica con il Maestro Xia Chao Zen, è emersa una necessità sottile e profonda insieme, quella di trovare una sequenza che fosse per così dire ‘vergine’, non contaminata dai decenni di miei apprendimenti precedenti. Una forma capace di diventare laboratorio, crogiolo, spazio di ascolto puro. Una forma che non chiedesse di essere interpretata, ma semplicemente vissuta, abitata.

Con il sostegno del Maestro, la scelta è caduta sul taolu di Tai Chi Chuan dello stile Sun. Una via che non avevo mai percorso, un percorso che non portava con sé alcuna memoria muscolare, alcuna abitudine, alcuna traccia del mio passato.

Lo stile del Maestro Sun Lutang (1), ovvero l’arte che scivola e trafigge

Lo stile Sun è un paradosso vivente in quanto si sostanzia di posizioni piccole e alte e gestualità misurata e lineare (tutto il contrario degli stili Chen e Yang), movimenti che sembrano sfiorare l’aria più che tagliarla. Eppure, sotto questa apparente delicatezza, pulsa la potenza dello Xing Yi Quan, arte interna di cui Sun Lutang fu maestro eccellente.

Nella forma Sun convivono, simili a tre fiumi che scorrono nello stesso letto, Tai Chi Chuan, Xing Yi e Pa Kwa, le tre grandi anime del Neijia Kung fu (2). Ogni gesto è un incontro di spirali, linee rette, onde che si raccolgono e si infrangono.

Ricordo che, decenni fa, avevo attraversato lo studio dello Xing Yi, prima di abbandonarlo per dedicarmi al Wing Chun. E proprio qui, in questa nuova forma, ho ritrovato un’antica intuizione: Il Wing Chun come filiazione meridionale (3) dello Xing Yi Quan, come eco di una radice che non ho mai smesso di coltivare.

Scivolare come serpe, colpire come onda

Praticare uno stile di Tai Chi Chuan in cui lo Xing Yi è così radicato significa entrare in un paesaggio marziale che mi appartiene da sempre. Si scivola fluidi come una serpe, si sfonda l’obiettivo come un’onda in piena.


La forma dell’arte è morbida e sinuosa, la sua applicazione è dura e diretta. La sua forza intrinseca è immensa.” (Chen Zhengze, introduzione a ‘Tai Ji Quan’ di Sun Lutang)

Ogni movimento è un confronto vivo tra morbidezza e penetrazione, tra vuoto e pieno, tra ascolto e impatto.

Wu Ji, la radice silenziosa

La forma Sun è ricca di momenti dedicati alla coltivazione dell’energia interna. Si scopre il Wu Ji come radice, il punto zero, la quiete primordiale, il grembo da cui nasce ogni gesto.

E si scopre la gestualità ricorrente di aprire e chiudere le mani, come un respiro delle palme, come un richiamo dell’energia che si espande e si raccoglie. Un gesto semplice, ma capace di nutrire l’intero corpo marziale.

Crescere nella forma, crescere nella vita

Questa nuova pratica non è solo un esercizio tecnico, è un’esperienza trasformativa. Un cammino che in cui procedo lentamente, passo dopo passo, è come goccia che scava la pietra.

La forma Sun diventa così un luogo di rinascita, un modo per ritrovare l’innocenza del principiante, la libertà dell’esploratore, la profondità del praticante che non smette mai di interrogarsi.

E mentre la forma cresce dentro di me, anche io cresco dentro la forma.



1. Sun Lutang (1861 – 1933). Biografie accurate su di lui e sul suo ingegno nelle Arti Marziali cosiddette ‘interne’ si trovano in due suoi libri editi da Luni Editrice: ‘Tai Ji Quan’ e ‘Xing Yi Quan’.

2. Lo stesso che avviene, ma in ben diversa misura ed intensità, nella ‘Forma di Sintesi’ come praticata qui allo Spirito Ribelle.

3. Se la maggior parte delle annotazioni sul Wing Chun lo danno originario del tempio di Shaolin o di fuoriusciti dal tempio e comunque come stile autonomo, una pur piccola parte di studiosi avanza l’ipotesi che esso nacque dal ceppo dello Xing Yi Quan.