martedì 20 ottobre 2026

L’Arte Ribelle di imparare. pt. III

 


Il Conflitto Generativo, laddove lo scontrarsi diviene comprensione,

 e la comprensione diviene forma di vita


Il conflitto è spesso frainteso quando non esecrato. Lo si pensa come una frattura, un urto, un luogo dove si perde o si vince. Nella cultura dominante, quella che ama le certezze, le risposte rapide, le identità rigide, il conflitto è un nemico da evitare, un disturbo da sedare, un rumore da zittire.

Invece nell’andragogia / pedagogia marziale, il conflitto è tutt’altro. E’ una possibilità. Una soglia. Un luogo di passaggio in cui l’individuo può finalmente incontrare se stesso senza le maschere della pretesa sicurezza o della sufficienza culturale.

“La fatica nel conflitto è una condizione imprescindibile per mantenere buone relazioni. Evitare il conflitto è come intraprendere una scorciatoia impraticabile” (D. Novara)

1. Il conflitto come rivelazione

Il conflitto non origina per distruggere, ma per rivelare. Rivela ciò che non sappiamo, ciò che non controlliamo, ciò che non avevamo previsto. Rivela le nostre fissità, le nostre paure, le nostre abitudini di fuga ed evitamento.

Quando ciò che crediamo non coincide con ciò che accade, si apre uno squarcio. È lì che inizia l’apprendimento. È lì che il praticante scopre che la realtà non obbedisce ai suoi schemi e che la pratica non è un rosario di risposte sgranate una dopo l’altra, ma un confronto con l’imprevisto. Sempre. (1)

Il conflitto è il luogo in cui l’esperienza torna a essere viva.


2. Il conflitto come occasione di ascolto

Nella pratica autenticamente marziale, il conflitto non è un’arena per repressi o uno sfogatoio per psicopatici, né una fiction per sedicenti guerrieri da salotto e neppure un imbelle incontro New Age per nuovi santoni e fuffa guru delle mani addosso sì, ma piano, dai!!

E’ un laboratorio. Non si entra per prevalere, ma per ascoltare. Ascoltare il proprio corpo, quello dell’altro, il ritmo dell’incontro, la qualità del contatto. Per entrare in relazione con l’Ombra che si agita dentro se stessi accettando e comprendendo l’Ombra dell’altro.

“Conoscere la propria oscurità è il metodo migliore per affrontare le tenebre degli altri” (C.G. Jung)

Il conflitto generativo è un conflitto privo di nemici. Non c’è un avversario da abbattere, ma un compagno di ricerca. Il gesto dell’altro non è una minaccia, è un’informazione. Una domanda che ci viene posta attraverso il corpo.

Il praticante impara a non rispondere reagendo automaticamente, ma con la consapevolezza e la presenza. Egli non reagisce, egli agisce.

3. Il conflitto come trasformazione del sé

Ogni conflitto è un’occasione per cambiare. Non perché ci costringa, ma perché ci mostra ciò che non avevamo visto.

Il conflitto generativo è un luogo in cui l’identità si fa permeabile. Le certezze si incrinano, le abitudini mostrano la loro insufficienza alle domande della vita, le posture interiori si modificano. Il praticante scopre che può essere diverso da ciò che pensava di essere.

Qui allo Spirito Ribelle, il conflitto è una pratica quotidiana. Lo accogliamo. Come umano che sia, in diversa misura lo temiamo ma ciò non ci impedisce di attraversarlo. Non lo subiamo, ma lo trasformiamo in senso.

Perché il conflitto è la porta inevitabile attraverso cui passa la crescita.




4. Il conflitto come una danza

Quando la pratica matura, il conflitto smette di essere un disagio perturbante e diviene una danza. Una danza fatta di pressioni, spostamenti, contatti, silenzi. Una danza in cui il gesto dell’altro non è un attacco, ma un invito. E questo prepara ai momenti in cui occorrerà essere totalmente presenti, vigili e assertivi anche fuori dai momenti di pratica, per affrontare gli improvvisi ed imprevedibili conflitti e contrasti del vivere quotidiano. Che siano aggressioni di strada o tensioni emotive in famiglia, nelle relazioni affettive, sul luogo di lavoro. Il conflitto come formazione per individui coraggiosi, vitali ed erotici.

Il conflitto generativo è una forma di comunicazione. Un linguaggio fisicoemotivo che non ha bisogno di parole. Un dialogo in cui si impara a riconoscere l’intenzione, a percepire la direzione, a intuire il ritmo.

Il conflitto diventa relazione. E la relazione diventa comprensione.


5. Il conflitto come formazione alla complessità

Viviamo in un mondo complesso, ma siamo ancora educati, sin dall’istruzione scolastica, alla semplicità, al sistema binario “ o questo o quello”. Ci insegnano a dividere, a catalogare, a scegliere tra bianco e nero. Il conflitto generativo, invece,forma alla complessità.

Ci mostra che ogni gesto contiene più significati, che ogni incontro è stratificato, che ogni situazione è un intreccio di forze.

“Le ipotesi sono reti: tu getti la rete e qualcosa prima o poi ci trovi” (Novalis)

Il praticante impara a stare nel mezzo del guado, nel punto in cui le cose non sono ancora chiare. Impara a non affrettare la risposta, a non irrigidirsi nella difesa, a non chiudersi nella paura.

Il conflitto generativo è formazione alla cedevolezza, alla fluidità.


6. Il conflitto come via del Budo

Nel Budo, il conflitto non è un incidente, è Via. Una Via che conduce alla vitalità, alla presenza, alla capacità di essere erotici nel senso più profondo, ovvero capaci di desiderare, di cercare, di meravigliarsi (https://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/2026/08/pratiche-di-meraviglia-il-respiro-che.html), di essere toccati dal mondo.

Il conflitto generativo è probabilmente l’espressione più alta di apprendimento marziale. Non pretende di insegnare a vincere, a dominare. Stimola il praticante a sentire, a trasformarsi. Lo forma a diventare vivo.

“Per avere il diritto di chiamarsi uomo, bisogna essere un uomo, ed "essere un uomo" è possibile soltanto grazie alla conoscenza di sé, e al lavoro su di sé nella direzione indicata da tale conoscenza” (G. Gurdjieff )



1. Avete presente i corsi dove ti insegnano “Se lui attacca così, io difendo così”, le sequenze obbligate a solo o in coppia, la successione di gesti da imparare in cui solo dopo che hai imparato A ti insegniamo B…. come se la vita, in ogni sua manifestazione, fosse uno schematico succedersi di eventi codificati e prevedibili. Ma questa logica l’ho già disintegrata in tanti precedenti post qui sul mio blog.



venerdì 16 ottobre 2026

Anello di Tenebra

 


L’ombra dell’anello scivola sulla parete,

traccia una rotta segreta.

Le movenze, leggere e potenti,

proteggono la linea centrale

e squassano l’opponente come tempesta in un’ampolla di vetro.


Sul muro danza un arabesco vivo,

che risveglia l’Ombra sporca,

lamento e ruggito abitano nel profondo.

Apparenza e sostanza si scambiano il sangue,

si confondono, si generano a vicenda.


Questa è la Via di chi osa so - stare nel conflitto.

Cercatori curiosi, mai appagati,

che non si adagiano nelle cagionevoli certezze.

Una Via che chiama molti,

ma che solo pochi hanno il coraggio di attraversare.



“Il metodo non può che costituirsi nella ricerca. Qui bisogna accettare di camminare senza sentiero, di tracciare il sentiero nel cammino.” (E. Morin)



Un enorme grazie a Monica per le riprese.



martedì 13 ottobre 2026

L'Arte Ribelle di imparare - Parte II

 


Andragogia / Pedagogia marziale come arte della trasformazione

L’andragogia / pedagogia marziale non è un metodo. È un habitat. Un modo di stare nel mondo, nel corpo, nell’altro. È una formazione che non si accontenta di trasmettere gesti, ma vuole generare individui capaci di attraversare la vita con presenza, con quella qualità di attenzione che non si improvvisa e non si eredita ma si coltiva.

In un’epoca che addestra alla risposta rapida, alla certezza immediata, alla ripetizione come garanzia di competenza, l’andragogia / pedagogia marziale è un atto di ribellione. Non insegna a ripetere, invita a trasformarsi.

Il docente / facilitatore come soglia, non come modello

L’andragogia / pedagogia marziale comincia dal docente, ma non nel senso scolastico del termine. Il Sensei (il ‘nato prima’) non è colui che mostra la forma corretta, ma colui che apre un varco. Non impone un gesto da imitare, ma un orizzonte da attraversare.

Il suo compito non è produrre allievi obbedienti, ma praticanti senzienti, capaci di interrogare ciò che fanno, di ascoltare ciò che sentono, di riconoscere ciò che cambia.

Egli è un artigiano dello stupore, un costruttore di domande, un provocatore di senso. Non chiede fedeltà, chiede presenza. Non chiede copie perfette, chiede esperienza.


L’allievo come cacciatore del conflitto

Nell’andragogia pedagogia marziale, l’allievo non è un recipiente da riempire, ma un cacciatore che attraversa territori sconosciuti. Il conflitto, interiore, esteriore, corporeo, emotivo,non è un impedimento, ma la preda stessa come luogo generativo.

Il praticante impara a so - stare nel punto in cui ciò di cui è convinto non coincide con ciò che sta accadendo. Impara a non irrigidirsi, a non difendersi con l’ostinazione delle certezze, a non divenire partigiano del proprio ego. Impara a respirare nel disallineamento, a lasciarsi attraversare dall’esperienza.

Perché il vero guerriero non è colui che vince, è colui che abita il conflitto senza smettere di ascoltare.

Il corpo come luogo androgico / pedagogico

L’andragogia / pedagogia marziale non passa dalle parole ma passa dal corpo, che è sé fisicoemotivo. Il corpo è il primo libro, il primo maestro, il primo laboratorio. Ogni gesto è un pensiero incarnato, ogni postura è una filosofia in atto, ogni movimento è una domanda che cerca risposta.

Ecco che qui allo Spirito Ribelle, la pratica senso-motoria è il cuore della formazione. Non si lavora per accumulare forme e tecniche, ma per raffinare la percezione, per rendere il corpo un territorio di significati, un campo di ricerca, un luogo di stupore.

Il corpo non impara per imitazione. Impara per esperienza.


La pratica marziale come dialogo tra ciò che accade e ciò che sappiamo

L’andragogia / pedagogia marziale è un continuo confronto tra il già noto e il nuovo. Ogni esperienza, come ricorda John Dewey, filosofo e pedagogista (vedi pt. 1 qui sul blog) vive e cresce in quelle che la precedono e modifica quelle che seguono. Per questo la buona pratica non può mai essere ripetizione ma sempre verifica, riflessione, trasformazione.

Qui allo Spirito Ribelle, ogni gesto viene osservato, discusso, messo alla prova. Non per giudicarlo, ma per comprenderlo. Non per correggerlo, ma per farlo evolvere.

L’andragogia / pedagogia marziale è un cammino che non termina MAI. Non perché manchi qualcosa, ma perché ogni passo apre un nuovo senso, porta con sé una nuova domanda.

Una Via che educa alla vitalità

L’andragogia / pedagogia marziale non forma azzuffatori più o meno validi, forma individui vitali ed erotici, nel senso più profondo del termine. Individui capaci di desiderare, di cercare, di stupirsi, di essere toccati dal mondo.

Il Budo non è un insieme di tecniche, è una forma di vita. Una postura esistenziale che unisce efficacia e presenza, rigore e curiosità, disciplina e libertà.

L’andragogia / pedagogia marziale è una formazione alla vitalità, non insegna a difendersi dal mondo, ma a incontrarlo.


Spirito Ribelle, un clan che cresce insieme

In questo cammino, Sensei e allievo comprendono e crescono insieme. Entrambi sono artigiani dello stupore, entrambi sono cacciatori instancabili, entrambi sono responsabili del proprio percorso. Il clan Spirito Ribelle è ben poco un luogo di gerarchie, quanto un ecosistema di trasformazione.

Qui si pratica per diventare più vivi, più consapevoli, più capaci di stare nel mondo che cambia. Qui si pratica per imparare a vedere oltre ciò che appare, a sentire ciò che ancora giace sullo sfondo, a ri - conoscere ciò che origina nel silenzio del gesto.

Qui si pratica per diventare persone intere.

“Non vi sono solo fantasmi e spiriti nel mondo, vi sono fantasmi e spiriti entro il corpo”

(T. Cleary)




mercoledì 7 ottobre 2026

L’Arte Ribelle di imparare – Parte I

 


Abstract

Ci sono Vie che non si imparano, si percorrono. Vie che non offrono certezze, ma disponibilità. Vie in cui il corpo ascolta e l’esperienza cambia e il conflitto genera. Sono vie aperte a tutti, ma percorse solo da cercatori autentici, marzialisti entusiasti e coraggiosi. Queste mie riflessioni, a cinquant’anni dall’inizio della mia pratica marziale, nascono lì, nel punto in cui il gesto diviene domanda e la pratica diviene trasformazione. Un cammino in tre fasi, per chi vuole essere vivo nel mondo che scorre.



Parte I

Viviamo in un tempo che abita le cornici strette. Una società che educa come si confeziona un prodotto, ovvero con misure omologhe, risposte preconfezionate, gesti ripetuti e ripetuti fino a diventare abitudini rachitiche (1). L’istruzione scolastica, le Arti Marziali, le espressioni più nobili dell’apprendimento, paiono aver smarrito il piacere dell’incertezza, preferendo alla vertigine del domandare, il rassicurante copia-incolla, che sia specificatamente intellettuale o motorio non importa.

Così crescono individui convinti di ‘sapere’ perché hanno imparato a ripetere. Individui che difendono le proprie certezze come si difende un fortino assediato, partigiani ottusi incapaci di so - stare nel conflitto che nasce quando ciò che incontrano non coincide con ciò di cui sono convinti. E, nel nostro campo ‘marziale’, succede persino che si autoproclamino “guerrieri”, come se affrontare un conflitto fosse negare una delle parti in causa e non invece esercitare coraggiosamente la propria presenza.

In questa postura irrigidita, l’esperire perde il suo potere. Non è più occasione di novità, né luogo di apprendimento, né spazio di stupore. Il mondo scorre: “Panta rei”, ma loro restano carapace immobile, avvinghiati ad un’idea di sé che non sa né osa più cambiare.


Lo Spirito Ribelle, dove l’esperienza torna a respirare

Qui, allo Spirito Ribelle, scegliamo un’altra Via. Una Via che affonda nel sapere taoista autentico, nella ricerca marziale efficace ed essenziale del Bujiutsu, a sfociare nella tensione vitale ed erotica dell’uomo Budo. Una Via che non separa la tecnica dalla persona, né il gesto dalla sua radice emotiva.

Qui ci nutriamo di sperimentazione, di ricerca, di curiosità. Pratichiamo un fare in cui giganteggiano lo stupore e il confronto, dove ciò che appare scontato viene interrogato, dove esplorare un nuovo senso è esercizio quotidiano, dove la domanda vale almeno quanto la risposta.

Perché, come ricorda John Dewey, “Ogni esperienza vive e cresce in quelle che la precedono e modifica quelle che seguono.” (in ‘Esperienza e educazione’) E noi questa frase non la citiamo e basta, la pratichiamo.

L’artigiano dello stupore (2)

Il nostro lavoro è lento, accurato, tenace. Mettiamo costantemente a confronto ciò che è accaduto con ciò che già conoscevamo, lasciando che l’esperienza scalfisca le certezze e che la riflessione ne tenti di nuove. Sempre, in una spirale che non si ferma mai. Nessuna invenzione casuale, nessuna improvvisazione spicciola, solo una pratica senso-motoria che chiede presenza, ascolto, disponibilità.

In questo cammino, il conduttore, che per me è il Sensei, ovvero ‘colui che è nato prima’, non è un detentore di verità, ma un compagno di ricerca, solo più esperto. E ogni allievo, allo stesso modo, diventa ‘artigiano dello stupore’. Cacciatore e costruttore di significati gestuali, fisico-emozionali. Persona viva in un percorso che non termina mai, perché non termina mai la possibilità di essere trasformati.

Una pratica che non cerca traguardi

Qui non si insegna a ripetere, si propone di osservare. Non si insegna a imitare, si stimola a sentire. Non si insegna a diventare “guerrieri”, ci si forma ad essere presenti: ‘Qui ed ora’.

Perché la formazione, quella autentica e rispettosa del praticante, non è un recinto, ma un fiume. E chi pratica allo Spirito Ribelle impara ad amare e solcare le acque che scorrono, non a costruire dighe, a prediligere l’acqua stagnante. (3)

La seconda parte di questa mia riflessione, sarà un passo ulteriore, un affondo nell’andragogia / pedagogia marziale come Arte della Trasformazione, nel ruolo del conflitto come luogo generativo, nel corpo come territorio di senso e significato.



1. E c’è pure chi se ne vanta: “Perseguite piuttosto la ripetizione metodica di un gesto sino a quando questo diverrà automatico” L’autore è medico e psichiatra e biologo molecolare, oltreché, ma guarda un po', massicciamente presente sui social esibendosi body builder enorme, a petto nudo (sigh!!), ovviamente proprietario di un cane di grossa taglia e razza ‘da guardia’. Quali sono i sintomi di un disturbo narcisistico della personalità?

2. Cit. E. Ciarpaglini in ‘La chiave di Sophia’ n.° 30.

3. Chi mi sta leggendo, conosce l’antica favola de “La rana nel pozzo”? (In fabula / La Rana nel pozzo | Q CODE Magazine




lunedì 5 ottobre 2026

Sanità Mentale e Arti Marziali

 

Arriva la ‘dritta’ giusta di Monica (grazie!) e così eccomi alla presentazione del mese che il Comune di Milano dedica al problema della sanità mentale

MILANO 4MENTAL HEALTH

Poi, sapere che interverrà lo psicanalista Massimo Recalcati … in effetti, pur essendo io lontano dal pensiero di Lacan, di cui Recalcati è il massimo esponente italiano, ogni volta che ne leggo o ascolto le parole qualcosa mi si accende stimolandomi ad ulteriori personali riflessioni e, ovviamente, pratiche di corpo e marziali.

Mi chiedo se, nell’affollata ‘Sala degli Orologi’, dentro la galleria Vittorio Emanuele in piena piazza del Duomo, ci siano atri docenti, Maestri, Sifu di Arti Marziali.

Il tema è davvero centrale per chi pratica e ‘insegna’ un’Arte che ravana a fondo nell’animo umano, che mette sotto sopra la personalità, che spinge ad attraversare l’oscuro lato della lotta per la sopravvivenza (Bujutsu) con l’incerto e per niente scontato fine di entrare nella Via (Budo) dell’individuo coraggioso, l’individuo ‘erotico e vitale’ per citare le parole di uno psichiatra e psicoterapeuta ribelle ed eretico come Massimo Fagioli.

Poi penso alle decine e decine di docenti, Maestri e Sifu di Arti Marziali che ho personalmente conosciuto in cinquant’anni di pratica o di cui leggo le esternazioni sui social e penso di NO.

Ci sono quelli che, onestamente e per loro libera scelta, hanno scelto di trasformare quest’Arte in sport e non avrebbero perciò motivo di esserci.

Ci sono però i molti, i tanti, che cianciano di ‘saggezza’, ‘crescita interiore’ e simili paroloni, di Budo e Via interiore, ma nulla sanno dei fenomeni e processi mentali, fisicoemotivi, sia consci che inconsci, cognitivi ed emotivi, che abitano l’essere umano. Nulla sanno ma si propongono come docenti, Maestri e Sifu e si vendono e vendono quel che insegnano come il “miglioramento delle relazioni tra persone e lo sviluppo armonico di ciascuno” (Aikido); “quest’arte è stata praticata e approfondita storicamente con lo scopo di giungere alla dignità di un saggio” (Karate); “è metodo pedagogico formativo” (Judo). Questa è una breve carrellata tratta da siti on line di propaganda di Scuole / palestre, giusto per non escludere nessuna delle tre principali e più diffuse Arti di origini giapponesi, ma quanto sopra tocca tranquillamente Arti cinesi, coreane, vietnamite.

Dai Tiziano, non essere così pessimista. Oggi qui o comunque domani in altri posti e altre occasioni, voglio pensare ci siano quei docenti, Maestri, Sifu di Arti Marziali pronti ad imparare e ad aggiornarsi per ‘insegnare’ come scrivono: “una nuova consapevolezza di sé in relazione agli altri per vivere meglio e in armonia” (Aikido); “dove si trasmette la conoscenza da maestro ad allievo e il sapere tecnico diventa mezzo per il progresso personale” (Karate); “crescere spiritualmente e mentalmente insieme alla disciplina” (Judo)

Ascolto le parole di Recalcati. Il soggetto fiorisce quando osa mostrarsi, quando lascia che la propria ferita diventi luce.

Un fiorire che deve fare i conti con diversi impedimenti, diverse storture tra cui l’esaltazione del successo individuale portata dall’evaporazione del padre, della Legge, a cui seguono, non necessariamente ma ormai in proporzioni sempre più evidenti:

  • L’eccesso che non tiene conto del limite
  • L’introversione come rottura di ogni legame
  • L’uniformazione, l’omofonia, dove pure gli atti di anticonformismo sono quelli indotti dal ‘potere’
  • Le ristrettezze economiche come habitat del disagio


Nella pratica Spirito Ribelle, questo atto di fioritura, di espressione autentica di sé, si fa corpo. Il baricentro è una brace che non si spegne, mentre il movimento si apre e si gonfia come un vela al vento.

Ogni passo è un primordio, ogni gesto è un patto segreto tra vulnerabilità e forza – eco del movimento marziale che propone di restare mobili senza perdersi, esplorarsi senza scappare, accettare il tentennamento senza scoraggiarsi.

Il Ribelle non rompe, custodisce. Non fugge, danza.

Nella danza ritrova la propria libertà incarnata, una fiamma che non chiede permesso per esistere.

Solamente, pratica. Sempre.

“Scuola è il mondo, non si insegni. Si sperimenti” (G. Pizzigoni)





sabato 3 ottobre 2026

Rotondo, Lineare e... Ribelle


Metti un cerchio. Un anello. Un oggetto rotondo che, di per sé, non ha alcuna fretta di spiegarti cosa vuole essere.

Poi considera la linea centrale, quella tua e quella dell’opponente, quella che ogni marzialista difende come fosse un segreto di famiglia e intende attaccare senza tregua.

E già qui la faccenda si fa curiosa, perché rotondo e linea non sono esattamente i migliori amici.

Anzi, sembrano due concetti che, messi vicini, si guardano circospetti come due sconosciuti in ascensore.

Eppure, qui allo Spirito Ribelle, abbiamo deciso di presentarli.

Non con delicatezza, sia chiaro. Li abbiamo fatti incontrare, scontrare, sudare, discutere, a volte strattonarsi, collaborare.

Perché quando l’immaginazione e la sperimentazione si mettono di traverso, anche le coppie improbabili trovano una parentela.

Così abbiamo liberato dalla naftalina un antico strumento del Wing Chun, l’anello di bambù (che in Italia, pure nelle Scuole di Wing Chun / Wing Tsun pare essere più dimenticato delle chiavi di casa!!).

Lo abbiamo fatto danzare con la gestualità rotonda del Tai Chi Chuan e lo abbiamo fatto ringhiare insieme all’esplosività istintuale del Kenpo Taikiken.

Il risultato?

Un modo originale, fecondo e sorprendentemente efficace, di formarsi alla gestualità marziale tra intelligenza motoria e letalità combattente, tra fluidità e impatto, tra rotondo e linea che finalmente smettono di ignorarsi.

Abbiamo preso un oggetto rotondo e una concezione lineare, li abbiamo estraniati dalle loro abitudini, li abbiamo messi in crisi, li abbiamo costretti a reinventarsi.

E loro, come tutte le coppie che funzionano davvero, hanno iniziato a costruire una storia. Una storia concreta, sperimentale, combattiva. Una storia che cresce incontro dopo incontro, senza mai ripetersi.

Perché sì, rotondo e linea possono costruire una miscela esplosiva.

E qui, allo Spirito Ribelle, abbiamo acceso la miccia.



“La parola singola ‘agisce’ solo quando ne incontra una seconda che la provoca, la costringe a uscire dai binari dell’abitudine, a scoprirsi nuove capacità di significare. Non c’è vita, dove non c’è lotta” (G. Rodari in ‘Grammatica della fantasia’).



venerdì 2 ottobre 2026

Il mio Pensiero di Ottobre

 


C’è un momento del giorno in cui la luce non sa se restare a farmi compagni o scomparire.

In quel fragile varco si inserisce il passo di chi ascolta, di me che pratico Spirito Ribelle.

Tutto intorno a me diviene un’eco che risuona soffuso.

Ogni mio respiro, ogni mio gesto vibra appena, sollecitando piano miti e leggende antichi.

Ed io inanello movenze leggere e chiusure forti, tocchi lievi ed evitamenti rapidi, portando in superficie qualcosa che odora di arcaico.

Un praticare che comprende l’essere fatto di passaggi, di attese, di ricordi sepolti nel passato che rinascono nella veste obbligata del terzo millennio.

“a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione”, scriveva Gianni Rodari. Io ci credo ed offro questo mio sogno - guida a chiunque, con me, pratichi Spirito Ribelle.