Il
corpo occupa lo spazio come in una radura nascosta. Ogni spostamento
è un patto, ogni respiro una promessa. Nell’andragogia / pedagogia
marziale Spirito Ribelle, il praticante non anela alla
perfezione, ma alla frattura pericolosa dove l’atto diviene
inaspettata rivelazione.
Questo,
attraverso un’insolita meccanica in cui è lo spostarsi del peso
che permette lo spostarsi del corpo nello spazio. Non si attua alcuna
intenzione di spostamento. Si lascia (Yi, spontaneità)
che il diverso affondare nel terreno, attraverso l’uso dei femori,
innesti lo spostamento del corpo tutto. La lentezza, praticare
lentamente, come condizione fondamentale ed imprescindibile per
affinare la percezione del corpo tutto, non è MAI uno sforzo, MAI
intenzionale, ma una semplice conseguenza della sensibilità al corpo
(1)
La
disciplina non è un recinto, è un limite che chiama ad andare
oltre. Chi si muove Spirito Ribelle sa che ogni gesto ha due
inseparabili facce, lacera e guarisce, apre e custodisce, rompe e
ricompone.
Il
corpo Ribelle non è selvaggio irresponsabile e nemmeno ‘apprendista
stregone’ dedito all’improvvisazione. E’ fedele a una radice
che non si vede, ma che sostiene; ad una Tradizione che per non
morire sa di avere bisogno di nuove ed appassionate interpretazioni.
Quando affonda il peso nel terreno, lì non cerca dominio, cerca un
punto di verità. Quando solleva il braccio, non brandisce solo
un’arma ma, attraverso questa, compone una melodia.
La
ribellione, qui, non è scomposta rivolta contro qualcuno, è un atto
di nascita continua. È il rifiuto di divenire carapace, il rifiuto
di essere solo funzione. È la scelta di rimanere vivi nel gesto,
anche quando il gesto è duro, anche quando il gesto è tenero.
Ogni
movimento diviene un rito minimo, uno spaccato nel quotidiano che
lascia filtrare un’altra qualità del tempo. Il praticante ascolta
ciò che si muove sotto la pelle che non è l’istinto cieco, ma la
memoria profonda del corpo che sta imparando a non fuggire, a so –
stare nel conflitto.
Nella
pratica Spirito Ribelle, la vulnerabilità non è un difetto,
una mancanza. E’ la porta attraverso cui passa la forza. Il
baricentro non è mai un luogo fisso, è un animale che respira, che
si muove, che dialoga con l’altro e l’ambiente attorno.
Spirito
Ribelle insegna che la marzialità non è mai semplicemente
difesa o attacco, è una forma di pensiero incarnato. È filosofia
che si fa corpo, immaginazione che si fa postura e attura.
Così
il marzialista, come un filtro, una membrana elastica, è insieme
aperto e radicato, mobile e fedele, capace di rispondere senza
tradire la propria natura.
E
quando il gesto si compie, non è mai solo tecnica. È un lampo di
identità. È il corpo che dice sì, sono qui, e sono ancora vivo.
1. In
un pugno di righe:
Ho
ribadito l’ingenuità fallace di tradurre YI / I Quan /Chuan come
‘pugilato dell’intenzione’, mentre la traduzione corretta è
‘pugilato della spontaneità’.
Ho
di nuovo smascherato la stupidaggine della ‘camminata Tai Chi
Chuan’ come venduta ovunque. Vista dal vivo, appaiono simil zombie
oscillanti come canne al vento o, in altri casi, legnose marionette
entrambe che si sforzano e si trattengono per camminare lentamente,
senza alcuna comprensione della meccanica di cui sopra e di cosa
siano peso leggero, peso pesante, peso forte e peso collassato.
Ho
suggerito come saper distinguere tra chi pratica TCC a mò di
ginnastica lenta, magari anche bella da vedersi ma pur sempre
‘ginnastica lenta’, e chi invece pratica un TCC autentico.