venerdì 10 aprile 2026

La grande illusione marziale: Davvero calma ed equilibrio nascono dalla ripetizione di tecniche?

 Ovvero, oltre il mito delle Arti Marziali: Depotenziare la promessa della crescita interiore



Ripetere tecniche non forma né educa l’essere umano. Eppure molte Arti Marziali ed i loro Maestri continuano a promettere calma, equilibrio e forza interiore senza avere una andragogia /pedagogia per raggiungerli.



Ripetere gesti (waza o kata /tao lu) non fa crescere. Può rassicurare, può illudere, può disciplinare, può persino affascinare. Ma non forma né educa. Eppure, da decenni, in molte pubblicità di Arti Marziali ed in molte affermazioni di Maestri, si continua a promettere calma, equilibrio, forza interiore, come se bastasse ripetere kata / tao lu, waza, kihon ecc. ovvero un movimento rituale, un modello dato, per trasformare l’essere umano. A me pare una promessa aleatoria, di fatto vuota, accompagnata da una andragogia / pedagogia che non la spiega e da una didattica che spaccia l’imitazione come fosse crescita.

Migliaia di praticanti ripetono forme con l’assillo di ripeterle sempre più uguali, gesti che non interrogano, modelli che non scelgono. Corpi Korper obbedienti, mentre i corpi Leib, fisicoemotivi, sono lasciati all’oblio. Del tutto legittimo ma... si parla di armonia, ma si insegna la copia. Si parla di equilibrio, ma si offre solo obbedienza. Si parla di forza interiore, ma si evita accuratamente ogni percorso, accidentato ed incerto che sia, che davvero la richiederebbe.

La verità è semplice e scomoda al tempo stesso: Senza una andragogia /pedagogia adatta, nessuna Arte Marziale conduce alla consapevolezza. Senza un’andragogia / pedagogia che accompagni l’adulto nel suo cammino, il praticante resta un automa magari elegante ma solo un automa, un duplicatore di forme, un devoto della superficie. (1)

Il problema non è il Karate, il Judo, l’Aikido, il Tai Chi Chuan o qualunque altra Arte. Il problema è la loro trasformazione in liturgie vuote, dove la tecnica diventa un idolo e il gesto un dogma. Il problema è l’assenza di una didattica che sappia educare ma, soprattutto, formare. Il nocciolo è la rinuncia a una relazione viva, a un insegnamento che non si limiti a chiedere di copiare, ma che sappia accompagnare.



Un esempio concreto di modo alternativo?

La "informazione d'anticipo": Io propongo ad un allievo "Al prossimo colpo ti chiederò quale componente del movimento che devi fare per schivarlo ti crea maggiore disagio". In questo caso, sto equiparando la sensazione di fluidità nel movimento e l'efficienza biomeccanica, dal che consegue che qualsiasi inefficienza biomeccanica verrà sperimentata come una viva sensazione di disagio localizzata nel punto interessato dal movimento. Ed allora sarà chiaro ed immediato intervenire per rimediare.

Un’Arte Marziale che non forma è solo ginnastica travestita da filosofia. Un’Arte Marziale che non interroga, che non vive di maieutica, è solo Tradizione ripetuta per inerzia. Un’Arte Marziale che non trasforma è solo un museo del gesto.

Io, qui allo Spirito Ribelle, propongo un’altra Via. Una Via dove il movimento è un linguaggio, non un copione, una poesia da ripetere ‘a pappagallo’. Dove chi guida il gruppo non è un modello da imitare, il ‘Maestro’, ma un compagno di ricerca solo più esperto, il “Sensei’, ‘colui che è nato prima’. Dove la tecnica è un mezzo, non un fine. Dove la calma nasce dall’incontro con se stessi, non dalla ripetizione di forme. Dove l’equilibrio è una conquista, non una promessa pubblicitaria.

Perché la forza interiore non si insegna: si scopre e si coltiva. E per coltivarla serve una andragogia /pedagogia, non un rituale.


Questo post non vuole demolire le Arti Marziali e nemmeno offendere qualcuno. Chiede di liberarle. Chiede di restituire loro ciò che hanno perso soffrendo di cecità davanti ai mutamenti dei secoli e delle culture, cecità che ha impedito di continuare il solco Tradizionale del Bujutsu che si fa Budo: La capacità di trasformare il marzialista attraverso un cammino consapevole, non attraverso la semplice ripetizione di gesti.

Recentemente, qualcuno ha obiettato: “Si è sempre fatto così”. Eppure:

Nessun modello, a mio parere, ha validità descrittiva generale e metacontestuale. Ogni modello è culturalmente determinato: ha senso all’interno delle condizioni (antropologiche, culturali, sociologiche, ecc.) in cui è nato, in riferimento ai bisogni ed alle aspettative della comunità scientifica che lo ha formulato”. (V. Bellia)

Questo mio post chiede un dialogo con chi la pensi, e pratica, diversamente, ovvero pratica di ripetizioni ed imitazioni. Chiede il ‘come’, chiede quali siano gli strumenti e se gli strumenti sono le ripetizioni e l’imitazione di modelli dati, chiede in base a quali teorie si sostiene quanto. (2)

Il gesto è un seme. Ma senza terra, senza cura, senza metodo, non germoglierà mai. Perché Il gesto ripetuto, per quanto ne so, non basta a trasformare l’essere. Senza una guida che accompagna e un metodo che sostiene, qualsiasi Arte Marziale si riduce a un carapace: Magari bello da vedere, ma vuoto da vivere.



1. Qui tratto di Arti Marziali ed artisti marziali, non di versioni sportive delle stesse che legittimamente chiedono ai praticanti imitazioni perfette per eccellere nelle valutazioni dei giudici di gara, come nelle competizioni di ginnastica ritmica o nuoto sincronizzato.

2. Ecco un piccolissimo campionario di quanto campeggia nei siti e volantini:

 “Lo scopo ultimo del praticante è il continuo miglioramento della propria persona. (omissis) E` un cammino di crescita che porta i praticanti ad una maggiore comprensione del proprio corpo e delle proprie attitudini, pertanto ogni uomo all’inizio di un percorso di miglioramento individuale.”

(omissis) il sapere tecnico diventa mezzo per il progresso personale”

Proponendosi in primo luogo come via di educazione morale e di mutuo rispetto (omissis)”

Il dōjō non è solo uno spazio fisico, ma un ambiente di apprendimento e crescita.
È il luogo dove si percorre una Via, sviluppando capacità tecniche ma anche qualità interiori che accompagnano la persona nella vita quotidiana.”

(omissis) allenare la mente e il corpo, e formare persone oneste e sincere."




martedì 7 aprile 2026

Bamboo RIng pt. 2


No, a noi Spirito Ribelle non serve per indurire (?) la pelle, né per assuefarci agli impatti duri, tanto meno per formare un callo osseo sulle braccia.

Il Bamboo Ring, l'anello di bambù, aiuta il praticante a mantenere la 'linea centrale', a muovere le braccia all'interno e mai oltre i contorni della propria figura, a dosare sapientemente pressione e rilascio al momento del contatto con gli arti dell'opponente, ad affinare sensibilità e percezione tattile, a smussare lo squilibrio tra arto dominante ed arto subalterno, ad incrementare la capacità di agire in modo multiplo e simultaneo.

Ti pare poco?


mercoledì 25 marzo 2026

Il mio pensiero di Aprile 2026

 


Sdraiato sul pavimento di casa dentro un profondo rilasciamento muscolare, le struggenti canzoni de ‘I Camaleonti’, ignare portatrici di melanconia e rimpianti, a diffondersi nell’ambiente.

Ogni ladro di sentimenti, nella mia testa, pensa che sia solo un gioco. Quando mi sorprendo a guardarmi dentro, ogni cosa, ogni situazione, ogni persona, pare spezzarsi. Come se ogni volta che prendessi una decisione o andassi in qualche altro posto le cose, le persone si facessero in pezzi sul mio volto.

Strano Moloch le Arti Marziali, come a rappresentare potere brutale o richieste insaziabili. In realtà, con tutto ciò, anche l’occasione per figure ed immagini di consapevolezza e trasformazione: Sta a te, praticante alle prime armi o esperto, cogliere entrambi e di entrambi fare il tuo personale cammino di anabasi, di esplorazione interiore verso la tua personale crescita di individuo vitale ed erotico.

Non a caso, qui allo Spirito Ribelle pratichiamo Naido / Neijia Kung Fu, che lo si dica in giapponese o cinese, ovvero sentieri di pratica consapevole in cui abbandonare il predominio del ‘distante’ per cogliere il ‘vicino’ che abita la corporeità: Tatto, olfatto, gusto, dunque una formazione esperienziale globale ed integrata, fatta di emozioni, sussulti e incontri con l’ineffabile.

Un Sapere che dialoga tra comprensione ed azione poggiando su dimensioni cognitive multisensoriali, cinestetiche e sensomotorie del praticante.

Poco a che fare con un modello dato e prescrittivo, più propenso invece ad abbracciare il descrittivo. Aperto a contattare, integrare, manifestare i propri vissuti ed affetti, alla ricerca di un’etica spontanea, forse ribelle, certamente espressione dei variopinti e multiformi piccoli mondi dell’interiorità. Una interiorità che si fa Budo.

Nella mia fantasia, sdraiato al suolo, sono appena giunto su un terreno dove vedo i salici flettersi e un corso d’acqua scorrere lento. Non mi resta che rimettermi in piedi ed iniziare a praticare il nostro potente Tai Chi Chuan della Grande Onda, forte di queste due intense immagini.

L’uomo non può vivere la propria vita senza sforzarsi continuamente per esprimerla” (E. Cassirer ‘Saggio sull’uomo’), ecco, il nostro praticare marziale sta qui ad indicarlo.





lunedì 23 marzo 2026

L'Arte della Guerra - cap. 11

 


L’Arte della Guerra, di Sun Tsu (circa VI secolo a.c.) 

Brevi riletture nel terzo millennio che pongono domande, che sollecitano dubbi, che avanzano proposte 

Cap. 11

Il Generale e le Sue Truppe Interiori

Tra la cruda realtà vissuta e descritta da Sun Tsu e la verità del combattimento oggi, in Dojo

Nella pratica delle Arti Marziali, il buon marzialista non è MAI solo. Dentro di lui si muove un esercito intero: Emozioni, timori, slanci, esitazioni, ricordi, desideri. Alcune truppe sono valorose, altre no; alcune avanzano osando, altre cercano riparo. Eppure, tutte loro compongono lo stesso Generale.

Facendo seguito alla mia interpretazione del capitolo precedente, il 10, Sun Tsu, nel capitolo undici de L’Arte della Guerra, a me pare proponga una possibile lettura che squarcia i secoli come una lama ancora affilata:

Il Tao della guerra si esprime appieno quando il valore degli uomini è concentrato come se fosse uno solo; quando si utilizza la configurazione del terreno per ricavare il massimo vantaggio sia per le truppe valorose che per quelle più deboli.”

E ancora:

Colloca le tue truppe in una posizione senza uscita, dalla quale non possono retrocedere e non le rimanga altro che lottare fino alla morte.”

Quanto qui scritto, letto dal praticante Arti Marziali, dal praticante del terzo millennio in una società ipertecnologica e del benessere, dal praticante che non è né un militare né un individuo passibile di essere chiamato, suo malgrado, ad arruolarsi per una battaglia, non tratta di eserciti esterni, ma di un comando interiore. Il Generale è invero colui che pratica; le truppe sono i suoi stati emotivi. Il terreno è la sua vita, il suo corpo, il suo respiro, il suo percorso marziale.

Il Generale come praticante: l’unità del valore

Ogni marzialista sa che l’autentico nemico non è l’avversario, ma la dispersione interna. La paura sbanda a sinistra, l’orgoglio a destra. La rabbia avanza troppo, la prudenza troppo arretra. La fredda razionalità si illude di saper prevedere, il corpo sa che deve agire.

Sta al Generale compiere l’atto più difficile: riunire le truppe, far sì che il valore degli uomini (dunque delle emozioni) si addensi come fosse uno solo. Non si tratta di soffocare ciò che è debole né di eccitare ciò che è forte, ma di dare un posto a tutto, come un comandante che conosce i suoi soldati e li dispone secondo la loro natura.

Il timore diviene vigilanza. La rabbia diviene decisione. La prudenza diviene strategia. L’incertezza diviene sensibilità.

Così il Generale non combatte più contro se stesso, ma con se stesso.



Il terreno come pratica: configurare lo spazio per crescere

Sun Tsu scrive della configurazione del terreno come di un alleato. Nella pratica marziale, il terreno è la struttura della lezione: il succedersi del respiro, il cogliere maai (la distanza), postura e attura, yomi e yoshi (percezione e ritmo), la relazione con l’altro e l’ambiente, ecc.

Un buon docente / facilitatore, (ovvero un buon Generale) sa trarre da ogni condizione un vantaggio. Le truppe valorose (le emozioni forti, dirette, impetuose) trovano sbocco nelle movenze rapide ed esplosive, nelle percosse fulminanti, nelle proiezioni decise al suolo. Le truppe deboli (le emozioni esitanti, fragili, timorose) si esaltano nel lavoro lento, nella sensibilità, nel contatto lieve. Ed insieme si amalgamano per raggiungere lo scopo.

Perché il terreno non giudica: Trasforma.

La posizione senza uscita: il luogo dove nasce il vero combattimento

La frase più aspra di Sun Tsu è probabilmente la più rivelatrice:

Colloca le tue truppe in una posizione senza uscita…”

Nella pratica marziale questo non significa cercare il pericolo reale, ma creare condizioni di verità.

Poiché consapevoli che il limite del gioco del ‘combattimento’ è appunto l’essere un gioco dove si finge di rischiare la vita; che il limite della finzione sta nel recitare un ruolo, è la simulazione, invece, l’unico ponte che avvicina, senza oltrepassarlo, al confine della crudeltà del combattimento vero, reale.

La simulazione è il luogo senza uscita dove la distanza è reale, dove il tempo è reale, dove l’atteggiamento aggressivo è reale, dove l’errore pesa, dove il corpo sente che non può scappare, dove ogni decisione è irrevocabile. È lì che le truppe interiori devono smettere di agitarsi in correnti contrapposte. È lì che il Generale deve sapersi manifestare. È lì che l’artista marziale lavora per scoprire la sua personale unità ed unicità.

Il confine tra gioco e verità

Il gioco di combattimento è utile, divertente, formativo, persino necessario per procedere sul cammino guerriero. Ma è un gioco: Le truppe lo sanno, il Generale lo sa. La finzione crea abilità motorie e tecniche, ma non incide e trasforma il cuore.

La simulazione, invece, è un rito di passaggio. Non è necessariamente violenza, ma verità controllata. Non è crudeltà, ma riconoscimento della crudeltà possibile. Non è guerra, ma sentore preciso della guerra.

È il luogo dove il praticante impara a non retrocedere dentro di sé. Dove scopre che la paura non è un nemico, ma un soldato che chiede una posizione chiara. Dove comprende che il coraggio non è assenza di timore, ma coordinazione delle truppe interiori.



Non necessariamente una buona simulazione in Dojo richiede colpi a contatto pieno , leve articolari che rompano l’arto, coltellate che feriscano profondamente. Anzi, spesso queste pratiche si mostrano come uno sfogatoio di repressioni incontrollate che mai portano alla consapevolezza del guerriero (‘colui che sa stare nei conflitti’), semmai saziano, e solo temporaneamente, sintomi di disturbi nevrotici quando non psicotici.

Conclusione:

Tao della guerra come Tao della pratica

Quando l’artista marziale diviene Generale, e le sue emozioni diventano truppe ordinate, allora il Tao della guerra (Bujiitsu) si manifesta come Tao della vita (Budo). Non c’è più dispersione, non c’è più fuga. C’è solo un esercito interiore che avanza compatto, unito, presente nel “Qui ed ora”.

La pratica marziale, allora, non è più un agglomerato di tecniche, ma un’arte di governo: Governo del corpo, governo del respiro, governo del cuore.

E in questo governo dal sapore poetico, il marzialista scopre che la vera battaglia non è contro un avversario, ma contro la propria frammentazione e le proprie parti Ombra. Che la vittoria più grande è l’unità, l’integrità.




lunedì 16 marzo 2026

Le Arti Marziali sono autentica Arte?

 


Cosa è arte? Cosa identifica l'opera d'arte?

Domanda enorme, a cui io mi permetto di dare una mia modesta e limitata risposta: L'Arte esprime visioni di mondi possibili, inducendo emozioni ed immaginazione. Essa è tanto integrazione quanto trasfigurazione.

Nell'arte corporea, di movimento, inoltre e diversamente dalla produzione di un oggetto materiale, il soggetto, il praticante, nel nostro caso il 'marzialista', è totalmente ed integralmente coinvolto nella produzione artistica che, in quanto movimento, non è mai reificata, ovvero fatta cosa, oggetto immutabile.

Il marzialista è coinvolto nella sua gestualità. L'impulso al movimento, quando generato dell'ascolto del sè interiore (ecco il vero senso del Neijia kung fu), origina ulteriori impulsi che trovano nella forma coreografica, data o costruita nel 'qui ed ora', a solo o nel confronto serrato con un opponente, una espressione catartica.

Ovvero un processo di liberazione profonda delle emozioni nascoste o taciute e della tensione muscolare cronica attraverso il corpo e il movimento.

Il marzialista, mi vien da azzardare, così non è più il soggetto della forma ( kata / tao lu), del gioco di pressioni e assorbimenti (souishou / push hands), dell'aspro conflitto di mani (sanshu / chi sao) ecc. ma sono queste esperienze, a solo in due o di gruppo, a realizzarsi attraverso i marzialisti.



Alla luce della mia ininterrotta cinquantennale esperienza tra Arti Marziali, Danza, corporeità e movimento, la potenzialità di auto - conoscenza e trasformazione (o quantomeno di sano ed equilibrato adattamento al reale!!) della pratica marziale, quella condotta con le capacità formative che originarono allo ZNKR e sono poi maturate qui allo Spirito Ribelle, operano un dissolvimento della relazione soggetto - oggetto, praticante - arte praticata.

Ovvero inducono quella che Alba Naccari, esperta di pedagogia e motricità, chiama una 'fusione di orizzonti' . Un terreno di processo creativo in cui il registro emozionale trova una specifica e personale modalità espressiva capace di mostrare l'individuo nella sua interezza.



Questo sì è autentico Budo.




martedì 10 marzo 2026

Il peso che si trasforma e trasforma: Un rito di attraversamento del corpo


 

Ci sono momenti in cui il corpo parla con voci diverse e lo fa adattandosi alla situazione presente o creando l’opportunità per aprire una situazione differente. Succede più volte nel corso di una normale giornata quotidiana. La sfida è farlo consapevolmente, è scegliere consapevolmente quale tipo di ‘peso’ sia utile per affrontare l’evento. Perché tu ‘pesi’ diversamente in una discussione animata, durante un addio straziante, in una allegra chiacchierata tra amici, mentre cammini frettolosamente o invece quando il tuo passo ritarda l’arrivo, mentre sposti un pesante mobile o mentre sfiori un oggetto fragile, quando ti allontani timoroso o quando lo fai allegramente ecc.

A volte il corpo bisbiglia, a volte affonda, a volte incide, a volte cede. Rudolf Laban, danzatore e coreografo ungherese dei primi del ‘900, le chiamava qualità del peso; la millenaria cultura taoista ne richiamava l’essenza attraverso immagini pittoresche ed espressioni di raffinata poesia. In ambedue i casi si tratta di stati dell’anima che si muove.

La loro padronanza, utile in ogni aspetto del nostro abituale vivere quotidiano, è fondamentale (hon) nell’affrontare ogni evento critico che ci si pari davanti; a maggior ragione lo è sia per conservare e difendere la propria salute che per affrontare ogni eventuale aggressione fisica.

La loro padronanza è imprescindibile per poter sensatamente affermare di praticare Arti Marziali.

La loro padronanza è studiata a fondo qui allo Spirito Ribelle, rappresentando uno dei fondamenti sia del Tai Chi Chuan della Grande Onda che del Kenpo Taiki Ken della Forza Silenziosa.



Oggi ti invito a varcarli come si attraversano quattro soglie.

1. La Soglia della Leggerezza

Entra come se l’aria ti riconoscesse. Lascia che le mani si sollevino da sole, come se un vento antico le chiamasse per nome. Ogni gesto è un filo di respiro, un volo minimo, un “sì” sussurrato al mondo. Il corpo diventa piuma, promessa, possibilità. Muoviti sul terreno cosparso di foglie come se non volessi farle scricchiolare, come se potessi evitare qualsiasi loro rumore, oppure, secondo l’indicazione del Maestro Xia Chaozen, seguendo l’esortazione a “Non rompere uova!!”.

2. La Soglia della Pesantezza

Ora lascia che la terra ti prenda. Non come una prigione, ma come una madre che ti accoglie. Cammina affondando, senti la gravità che ti attraversa come un canto basso. Il peso non è fatica, è radice, è memoria, è casa. Ogni passo è un ritorno.

3. La Soglia della Forza

Da qui il corpo si fa dichiarazione. Non urla, non esagera: Afferma o nega autorevolmente. Fendi lo spazio come se avessi una direzione da cui niente e nessuno può distoglierti. La forza non è durezza, è chiarezza. È il momento in cui il gesto si fa’ destino.

4. La Soglia del Collasso

Infine, lascia andare. Lascia che il filo si spezzi, che il corpo cada nella sua stessa notte. Non c’è tragedia nel cedere, solo verità. Il collasso è un ritorno all’acqua, un abbandono che scioglie, un silenzio che libera. Da qui nasce tutto ciò che verrà o, semplicemente, si chiuderà definitivamente il tuo percorso.



Il Cerchio si chiude, il Corpo si apre



Leggero, pesante, forte, collassato sono quattro qualità, quattro spiriti, quattro modi di dire “io sto nel qui ed ora”.

Attraversarli è un rito semplice e antico: Un modo per ricordare che il corpo non è solo movimento, ma paesaggio, tempio, anima - le, preghiera.

Quando li pratichi, non stai solo imparando a muoverti. Stai imparando ad ascoltarti e solo così a saper intervenire consapevolmente nel tuo mondo, nelle tue relazioni di tutti i giorni.

Il corpo è il primo tempio. Ogni gesto, una soglia. Ogni peso, una verità che si muove.”



Chi fosse interessato a partecipare a un incontro dedicato alla pratica dei differenti stili di peso, me lo comunichi. Sarà mia premura organizzare un incontro ad hoc su questo tema imprescindibile nella consapevole pratica di qualsivoglia Arte Marziale e pure fondamentale nel vivere quotidiano