Ultimi incontri della
stagione 2025 – 2026, qui ai giardini Marcello Candia, Milano.
Propongo
alcuni dei giochi introdotti recentemente nella pratica, a cui
accosto una reinterpretazione di quelli che da decenni sostanziano il
nostro percorso marziale tra Tai Chi Chuan e Kenpo
Taiki Ken.
Giochi,
così li chiamo, e non ‘esercizi’, proprio per come li propongo:
Non movimenti da imitare, ma un terreno di caccia da esplorare.
Giochi, perché il gioco ha una valenza tutta sua che nulla c’azzecca
con l’esercizio e l’esercitarsi.
Nel
gioco accade qualcosa che l’atteggiamento razionale non sa spiegare
ma il corpo riconosce subito. Come in un processo gestaltico,
l’energia grezza dell’inconscio prende forma, si
organizza, lentamente, dallo sfondo, emerge in primo piano. Il gioco
non è un passatempo, è un dispositivo simbolico, un laboratorio di
metamorfosi. Il suo ‘come se’ non è finzione, ma una simulazione
compiuta, una soglia in cui l’immaginazione si fa metodo, rito,
esperienza.
Il
gioco come forgiatore dell’inconscio
Quando
si gioca, l’inconscio prende ad agire. Non più massa indistinta,
ma flusso che trova un letto, un ritmo, una direzione. Il gioco
struttura, modella, affina. È un’arte antica che prende ciò che è
informe e gli dà un volto, un gesto, un respiro.
Così
la consapevolezza conscia si amplifica, impara a coabitare con stati
di coscienza espansi, più profondi ma anche ... più contraddittori.
Una dialettica simultanea, paradossale, in cui il praticante è
insieme attore e spettatore, colui che muove e colui che viene mosso.
La
dimensione ludica nelle arti del corpo e del movimento
Nel
Tai Chi Chuan e nel Kenpo Taiki Ken, come
praticati qui allo Spirito Ribelle, il gioco non è
un’aggiunta bensì la porta d’accesso a conoscenza e
trasformazione.
Il
movimento amplifica tutto. Ogni gesto è un’onda che attraversa la
psiche, ogni passo un varco che apre possibilità, ogni contatto un
dialogo tra mondi interni.
La
dimensione ludica, quando entra nel corpo, diventa un acceleratore:
Ingigantisce il coinvolgimento, rende più vivide le emozioni, più
autentici i moti spontanei, più permeabili i confini tra ciò che è
“solo gioco” e ciò che è “veramente vita”.
Il
teatro della vita reale
Nella
pratica ludica e ritualizzata del movimento, la situazione simbolica
non resta simbolo, perché si incarna.
Il
corpo diventa scena, il gesto diventa parola, la relazione diventa
trama.
È
un teatro senza pubblico, dove ciò che accade è reale proprio
perché è giocato. Le emozioni non sono imitate, sono vere; le
reazioni non sono recitate, sono rivelate. Questa è la sostanziale
differenza tra esercizio da completare e gioco da … giocare, tra
finzione e simulazione.
Il
gioco diventa così una sperimentazione di realtà, un modo per
provare, rischiare, trasformare senza distruggere, per incontrare
parti di sé che nella vita quotidiana restano taciute o nascoste.
Il
gioco come via andragogica
Nel
dispositivo pedagogico e andragogico del movimento, il gioco è un
maestro sottile, poco impone, poco corregge, non giudica affatto.
Invita.
Invita
a esplorare ciò che si teme, a dare spazio a ciò che preme per
affiorare in superficie, a riconoscere ciò che vibra dentro, vibra
sotto.
Il
praticante scopre che il gioco non è infantile, è iniziatico.
È un modo per accedere a risorse dimenticate, per integrare ciò che
era escluso, per ampliare gli orizzonti del sé fisicoemotivo.
Il
gioco come rito di conoscenza e trasformazione
Giocare
è un atto tanto ludico quanto serio. È un rito che permette ai
meandri psichici di mostrarsi, al corpo di comunicare, alla coscienza
di espandersi.
Nel
Tai Chi Chuan e nel Kenpo Taiki Ken, di
cui non si voglia perdere l’enorme portata formativa, di cui non si
voglia fare un asettico rosario di tecniche e forme, il gioco è
la chiave che apre la porta tra il visibile e l’invisibile, tra ciò
che siamo e ciò che possiamo diventare.
È
un teatro sacro, un laboratorio di vita, un luogo dove il movimento
non imita la realtà, ma inaspettatamente la crea.
“Aprirò
una scuola di vita interiore e sulla porta scriverò Scuola d’Arte”
(M.
Jacob)