venerdì 8 maggio 2026

E ci si ritrova ancora

 


Ritrovarsi, dopo anni, è come entrare in una stanza che non sapevamo di avere ancora dentro. Una stanza fatta di botte, sudore, risate, lividi, silenzi condivisi sul tatami del Dojo, e quella particolare forma di fratellanza che nasce solo quando si pratica Arti Marziali insieme, quando si cade e ci si rialza nello stesso ritmo.

Ex praticanti ZNKR, la Scuola che dal 1980 per quasi quarant’anni ci ha unito, insieme a compagni di quello che, dalle ceneri di quella vecchi Scuola, è ora lo Spirito Ribelle, amici e amiche che non hanno mai tirato un pugno o ‘danzato’ una forma ma hanno respirato la stessa aria di quei giorni. Ospitati nel Dojo del Maestro Giuseppe, serata promossa ed organizzata dall’efficiente Donatella, eccoci seduti a tavola, tra un bicchiere (beh, ‘molti’ bicchieri!!) e diversi piatti, dove abbiamo fatto ciò che fanno le comunità vive: Ricordare. Non per nostalgia, ma per riconoscere che ciò che siamo oggi porta ancora il segno di quelle ore ed ore passate a colpirci, schivare, incontrare kata ripercorrendone il percorso dalla nascita nell’isola di Okinawa fino alla loro trasformazione nel Karate giapponese, scoprire l’immenso sapere taoista del Tai Chi Chuan come il rapido colpire del Wing Chun, le ‘rozze’ armi dei contadini okinawensi e lo scintillio del katana, l’arma dei nobili samurai, il potere animalesco e distruttivo del Kenpo Taiki Ken e le pratiche energetiche di Chi Kung e Kiko: Un percorso marziale tanto enciclopedico quanto profondo e studiato nei principi come nei dettagli.



Poi i filmati: Lezioni in Dojo, stage, spettacoli di Teatro Marziale, il nostro originale fiore all’occhiello, portati in giro per l’Italia. Immagini che non sono solo immagini, ma porte. E ognuno, guardandole, ha ritrovato un frammento di sé: Un sorriso, una caduta, un colpo andato a segno, un compagno più esperto che correggeva con una parola o con un silenzio; ognuno ha riconosciuto sullo schermo quel tal compagno di pratica di cui non sappiamo più nulla, quella ragazzina che ora è certamente adulta.

In quell’incontro c’era qualcosa di più di una cena. C’era la prova che le pratiche, quando sono autentiche e sincere, non finiscono quando si smette di allenarsi. Esse continuano a vivere nei corpi, nelle memorie, nei legami che certo si allentano ma non si sciolgono. C’era la consapevolezza che un Dojo, come lo abbiamo inteso e vissuto noi, non è solo un luogo fisico, ma un tempo condiviso che continua a vibrare anche anni ed anni dopo.








E chissà, senza dirlo, tutti abbiamo sentito la stessa cosa; ovvero che quelle esperienze non sono state solo “anni di pratica marziale”, ma un modo di imparare a stare al mondo. Un modo anche diverso ma sincero, certo imperfetto, ma profondamente umano.




Un brindisi a ciò che è stato, dunque. E a ciò che, in qualche modo, continua a essere tra donne ed uomini che non dimenticano e conoscono il senso di jitakyoei, “amicizia e mutua prosperità”.


























domenica 3 maggio 2026

Il mio pensiero di Maggio 2026

 


Nella penombra lacerata dagli ultimi bagliori rossastri del sole, la luce che ha regnato sui giardini Marcello Candia, a Milano, si spegne lentamente.

In ogni corpo del piccolo gruppo di praticanti, la sensazione di aver ancora una volta appreso qualcosa di insolito si affaccia alla pelle.

L’attenzione e la curiosità sono ancora vivi nei loro sguardi, pare che ad unirli sia l’attesa di un nuovo domani.

Il gioco di corpi, che si rinnova ad ogni incontro, mostra, come scriveva il filosofo John Dewey, l’essere un apprendimento esperienziale, ed è Lev Vygotoskij, psicologo e pedagogista, a spiegarlo come spazio di costruzione sociale del pensiero. Noi, qui allo Spirito Ribelle, lo sappiamo percorso di misura e cooperazione. Autentico Budo.

Le poche foglie rimaste al suolo dicono addio al vento, a sostituirle ci pensa l’imminente arrivo della primavera.

E noi, stagione dopo stagione, saremo ancora qui, a praticare di Arti Marziali autentiche, di scoperta di sé per individui sani, coraggiosi, vitali ed erotici.

Chi si unisce a noi?

Farfalla: La smentita vivente a chi dice che non c’è mai abbastanza tempo. Il tempo c’è, basta smettere di rincorrerlo e iniziare a volarci dentro”



lunedì 27 aprile 2026

La completezza del Tai Chi Chuan di contro alla povertà del fitness dei protocolli

 


Ovvero, il movimento tridimensionale come cuore silenzioso e pulsante di un

autentico Tai Chi Chuan

Nell’autentico Tai Chi Chuan il movimento non è mai una linea, mai un gesto isolato: E’ volume. Ogni movenza, ogni spirale, ogni apertura origina da un corpo che si muove nello spazio come una sfera che respira. La tridimensionalità non è un abbellimento tecnico, è la condizione perché il gesto sia naturale, sia vivo.

Il praticante impara a muoversi in avanti e indietro, ma anche in alto e in basso, e, soprattutto, dentro e fuori. Ogni direzione è una porta, ogni porta un modo diverso di ascoltare ed agire. Quando il corpo si apre nello spazio, il movimento non è più il comando di una mente astratta, distaccata, è invece dialogo fisicoemotivo con la gravità, con l’asse, con il vuoto che sostiene.

La tridimensionalità è ciò che fa della forma un’autentica esperienza. È la spirale che avvolge la colonna vertebrale, il bacino che dipinge cerchi invisibili, le scapole che si muovono come ali silenziose. È il gesto che non si limita a “fare” qualcosa, ma abita lo spazio, lo modella, lo lascia vibrare. E’ ingresso nel mondo del corpo Leib, il corpo vissuto, corpo di cui fare esperienza, che lascia sullo sfondo il corpo Korper, il corpo oggetto, corpo misurabile, che è invece tristemente in primo piano nei vari protocolli e corsi fitness delle palestre così come nel Tai Chi Chuan dell’imitazione, del ‘copia ed incolla’ di un modello dato.

Praticare in tre dimensioni significa ritrovare la nostra architettura naturale: Un corpo che non spinge, ma si lascia portare; non forza, ma orienta; non imita, ma scopre.



Nel nostro vivere quotidiano agiamo, consapevolmente o meno, con umovimenti circolari, ondulatori, tridimensionali e rotatori: Praticareu n autentico Tai Chi Chuan, come avviene qui allo Spirito Ribelle con il ‘Tai Chi Chuan della Grande Onda’, significa agire e muoversi nello spazio in modo fluido e senza blocchi, agendo di corpo Leib in modo armonioso e sollecitando consapevolmente e non per imitazione muscolatura, articolazioni e tessuto connettivo in ogni direzione.


Nel movimento tridimensionale, il Tai Chi Chuan rivela sua sorgente: Un’arte che per essere tale non si apprende con gli occhi né tanto meno con l’imitazione di un modello, ma con la pelle, con il respiro, con la memoria profonda del corpo. Un’arte che non si muove nello spazio, bensì lo crea.





venerdì 24 aprile 2026

Dentro la pratica / pensiero marziale

 

Orientarsi nella complessità fisicoemotiva è un’arte sottile: Un attraversamento del corpo e dei suoi moti, delle correnti interiori che si intrecciano senza mai davvero quietarsi. Non esiste un equilibrio immobile, una vetta da raggiungere per restare fermi. Esiste piuttosto un ordine mobile, una trama viva in cui gli opposti non si elidono, ma si riconoscono, si sfiorano, si tendono l’uno verso l’altro originando armonia.

In questo spazio pulsante, il registro emozionale non è un intralcio, ma una forma profonda di comprensione. È la lingua segreta con cui il corpo parla all’ambiente e l’ambiente risponde.

La pratica marziale, quando fatta consapevolmente e dentro un’andragogia / pedagogia all’uopo e servendosi di una didattica all’uopo (1), è eccellente formazione al wu wei, al gesto che non forza, al giusto mezzo che non è mediocrità ma ascolto dell’altro. È un percorso che forma alla libertà: Non quella urlata dagli slogan del “no limit” (2), che spinge all’eccesso e all’illusione di onnipotenza, ma una libertà che nasce dall’equilibrio, dalla misura, dalla capacità di riconoscere e abitare i propri confini senza trasformarli in gabbie.

Perché il mito del limite infranto non libera, invece sdogana il narcisismo, legittima l’autolesione, alimenta la violenza, quella rivolta contro sé stessi e quella che esplode contro gli altri nelle prevaricazioni, nelle risse, nei gesti ciechi che cercano potere e trovano solo desolazione.



Il Do delle Arti Marziali, quando sono autenticamente praticate, indica un’altra Via. Non quella della sopraffazione, ma quella del confronto con se stessi, del riconoscimento della propria Ombra, e dell’accoglienza delle differenze che abitano ogni incontro con l’altro. È un cammino che non elimina la tensione ma, attraverso il Bujutsu (che è la capacità di stare dentro un conflitto), la trasforma in relazione; non cancella gli opposti, ma li fa danzare insieme.

Così nasce un’armonia, Wa (3), che non è pace immobile, ma movimento consapevole. Un modo di stare al mondo in cui la forza non è dominio, ma presenza; la libertà non è fuga dal limite, ma capacità di abitarlo con dignità, lucidità e cuore sincero.




1. “Inoltre, sembrava non esserci alcuna relazione, almeno che io potessi vedere, tra forza morale e allenamento di Aikido. La gente per bene che praticava Aikido sembrava essere gente per bene che praticava Aikido. Le persone con difetti che praticavano Aikido manifestavano i loro difetti all’interno del loro Aikido. Peggio ancora, le persone cattive che facevano Aikido trovavano l’opportunità di fare del male attraverso l’Aikido” (E. Amdur. ‘A duello con O Sensei). E questo vale per ogni Arte Marziale, giapponese, cinese, filippina, vietnamita ecc. che sia. Ah, non ho ancora trovato un interlocutore che abbia voluto spiegarmi come il ripetere e ripetere e ripetere, a vuoto o in coppia, gesti presi da un modello dato cercando di copiarli al meglio (che è come generalmente viene insegnata ogni Arte Marziale) conduca il praticante ad essere un individuo equilibrato e migliore.

2. L’ossessione a superare i limiti, ogni limite, sta innegabilmente alla base, con il diffuso narcisismo di massa, di tutti quegli atti di prevaricazione e violenza che riempiono la cronaca nera. Perché non sfasciare qualche cartello stradale? Non rovesciare qualche bidone della spazzatura? Non sfinirmi di pesi sollevati e sollevati ancora insieme all’ingurgitare beveroni proteici ed iniettarmi sostanze dopanti così da mostrare un fisico ‘bestiale’ a costo di avvelenare cuore e fegato e reni? Non affollare di notte una strada tra musica ‘a palla’ e alcool a volontà tirando la mattina? Non spaccare la faccia a chi mi invita ad un comportamento educato e rispettoso degli altri? Eh no, io non ho limiti, avere limiti è da sfigati, da perdenti!! Delirio di onnipotenza platealmente importato dalla cultura USA.

3. L’armonia non è quiete. E’ l’arte nobile di trarre forza dall’altro.





lunedì 20 aprile 2026

L'Arte della Guerra . cap. 12

 



L’Arte della Guerra, di Sun Tsu (circa VI secolo a.c.) 

Brevi riletture nel terzo millennio che pongono domande, che sollecitano dubbi, che avanzano proposte 

Cap. 12

Acqua e Fuoco: Canto per una Via che non combatte

Leggere il capitolo 12 de ‘L’Arte della guerra’ del generale Sun Tsu è affrontare le due principali forze che animano la pratica di un autentico Tai Chi Chuan.

Colui che conosce il Fuoco vince con rapidità e chi conosce l’Acqua avanza con una forza che non si frantuma. Il Fuoco divora, l’Acqua avvolge: Due vie della trasformazione, due linguaggi del mondo, non solo ‘guerriero’ ma quotidiano, di ogni dì.

Ma, ci ammonisce Sun Tsu, il saggio che abita il Tao non impugna le armi. Sa che dove passano gli eserciti la terra si indurisce, spuntano spine, si alza la polvere della miseria. La vittoria ottenuta con la forza è un inverno che si prolunga senza fine.

Per questo, nella pratica del Tai Chi Chuan, Acqua e Fuoco non sono strumenti di guerra, ma respiri dell’essere e sua capacità di abitare serenamente e coraggiosamente le relazioni e l’ambiente.

L’Acqua scivola, si insinua, travolge senza ferire, defluisce quando incontra ostacoli, corrode ciò che è troppo rigido per vivere. È la resa che diventa potenza, la flessibilità che si fa travolgente.

Il Fuoco sale dal centro in un lampo, brucia ciò che è superfluo, apre varchi, illumina l’istante. È la decisione che non teme alcun cambiamento.

E quando il praticante danza tra queste due facce, quando l’Acqua avvolge e il Fuoco rischiara, allora il conflitto si dilegua, la forza diventa ascolto e il gesto diventa invocazione.

Così, l’autentico Tai Chi Chuan non conquista, esso trasforma. Non divora, esso dissolve. Non impone, esso rivela.

E in quel rivelarsi, l’uomo Tai Chi si incammina lungo il suo destino senza lasciare spine e desolazione dietro di sé.



venerdì 17 aprile 2026

L’equilibrio di cui tutti parlano nel Tai Chi Chuan ma…

 


L'equilibrio, quello sintetizzato nel motto taoista 'Wu Wei' o, per restare nell'alveo della nostra cultura, che Aristotele chiamava 'mesotes', la 'giusta misura'.

All'equilibrio è dedicato l'ultimo numero di

La Chiave di Sophia, eccellente come sempre.


Che c'azzecca una rivista di filosofia con la pratica marziale?

C'azzecca eccome laddove bene spiega e fa riflettere, (Aristotele insegna), sulla soggettività di quel che sia il giusto mezzo, che è scelta personale, e su come quel 'giusto mezzo' sia sempre in perenne aggiustamento: "Il giusto mezzo è un equilibrio dinamico e ragionato, che è insieme virtù etica e metodo intellettuale" ( M. Cuccu. ivi)


Come traduciamo quanto, noi 'filosofi' del sapere incarnato, noi praticanti Arti del Movimento e, in particolare, Neijia Kung Fu / Naido?

Prendiamo la figura chiamata 'frusta singola' che si presenta e si ripete in tutte le forme di Tai Chi Chuan, qualsiasi sia lo stile scelto.

Nel portare il piede anteriore al suolo sappiamo scegliere tra 'affondare' il peso nel terreno o lasciarlo sfiorare in superficie? Ovvero scegliamo consapevolmente l'uno o l'altro? Qui il 'giusto mezzo' sta

- nella scelta consapevole e non nella imitazione superficiale di una 'figurina;

- nell'inserire sensatamente, dunque con equilibrio, questa scelta perché il ritmo della nostra esecuzione scorra come noi abbiamo deciso. Ovvero la nostra personale interpretazione della coreografia data ( la sequenza) si svolga fluida e sinuosa e sia sincera e compiuta espressione dello stato d'animo che stiamo esprimendo.

"Alla domanda 'quanto basta', come insegna il Filosofo, occorrerebbe sempre rispondere: 'dipende' " (A. Fermati ivi).


Quanti sono i Maestri e Sifu che conoscono, conoscono di corpo, e sanno proporre concretamente Wu Wei?

Quanti sono i praticanti Neijia Kung Fu / Naido che agiscono in modo da:" Non muovere mai l’anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima, affinché difendendosi l’uno con l’altra, queste due parti mantengano il loro equilibrio e la loro salute". (Platone)?


Senza praticare con equilibrio come è possibile ritenersi artisti del Tai Chi Chuan?


La Chiave di Sophia

Febbraio – Maggio 2026



lunedì 13 aprile 2026

L’artista Iain Andrews e le Arti Marziali: Un incontro nell’Ombra

 


Mio figlio Lupo mi invita a guardare il programma della Art Week, in cui campeggiano diversi eventi di interesse. Lì leggo della mostra di un artista a me del tutto sconosciuto la cui presentazione subito mi intriga.

Detto fatto, eccomi alla galleria Gaburro in pieno centro cittadino, a visitare

la mostra di Iain Andrews.


Farlo significa entrare in un territorio dove il colore non è decorazione, ma una lesione; dove la forma non tranquillizza, ma interroga; dove l’immagine non rappresenta, ma evoca. È un viaggio nell’Ombra junghiana, quella regione psichica in cui si contorcono le pulsioni più profonde, le memorie arcaiche, le parti di noi che non osano la voce nel linguaggio ordinario.



È proprio in questo spazio che ho trovato una sorprendente corrispondenza con il mio modo di intendere e proporre le Arti Marziali. Non come disciplina estetica o ginnica, non come repertorio di gesti codificati, ma come pratica simbolica, rituale, trasformativa. Una Via che attraversa l’Ombra invece di evitarla, che la invoca e ci si confronta invece di soffocarla.



Le opere di Andrews sembrano muoversi come un combattente che danza tra caos e forma: Stratificazioni, abrasioni, tagli, improvvise aperture di luce. Ogni quadro è un kōan visivo, una percossa che disorienta per risvegliare. Allo stesso modo, così come io e noi allo Spirito Ribelle la intendiamo, la pratica marziale lavora per far emergere in primo piano ciò che giace sullo sfondo: Inquietudini, paure, desideri, impulsi vitali. Non per giudicarli, ma per quanto possibile integrarli.



Sono convinto che l’arte di Iain Andrews e la pratica marziale condividono un linguaggio metaforico. Entrambe parlano attraverso simboli, archetipi, gesti che non intendono spiegare ma solo rivelare. Entrambe chiedono al marzialista (o allo spettatore) di lasciarsi attraversare, di accettare la vulnerabilità necessaria alla comprensione, più che alla conoscenza (1),ed alla trasformazione. Entrambe, poi, ricordano che l’autentica forza non nasce dal controllo, ma dalla capacità di stare nel conflitto senza esserne travolti.


In questo senso, la mostra non è stata per me solo un’esperienza estetica, ma un vivido riconoscimento: La conferma che il percorso marziale può dialogare con l’arte più radicale, e che entrambe possono diventare strumenti per esplorare la complessità dell’essere umano. Un invito a continuare a camminare sul filo sottile che mischia Ombra e Luce, forma e caos, gesto e visione.

Per questo non smetterò mai di esortare chi mi legge, e in particolare chi con me condivide il percorso marziale allo Spirito Ribelle, a frequentare e magari praticare tutte le sette Arti: Architettura, scultura, pittura / fotografia, musica, danza / movimento in genere (ma non le pratiche fitness e di palestra oggi in voga che agiscono di corpo Korper!!), letteratura e cinema / teatro

  come splendida occasione di reale attraversamento emotivo e crescita personale.


1. “(omissis) comprendere: cioè dell’interpretare e non dello spiegare, dell’accompagnare (…) dell’accogliere e non ridurre (…)” (F. Cambi. ‘Un modello integrato di epistemologia pedagogica’)





Milano Art Week 2026

dal 13 al 19 Aprile