domenica 31 maggio 2026

HOMO SEDENTARIUS: Mi spiace, ma nemmeno tanto, per loro. Parte 1

 


Una vita al chiuso: 

Antropologia ironica dell’Homo Sedentarius

C’è una specie umana molto diffusa nelle città contemporanee: l’Homo Sedentarius. È ovunque, ma soprattutto dentro. Dentro case, dentro mezzi di trasporto, dentro uffici, dentro palestre, dentro locali. Una creatura che ha fatto dell’aria chiusa e / o condizionata il suo habitat naturale e del sedile il suo scranno evolutivo.

Capitolo 1 — Il grande viaggio, dal letto alla sedia (passando per un sedile)

L’Homo Sedentarius inizia la giornata dormendo al chiuso, perché l’aria aperta è sopravvalutata e poi ci sono gli insetti, il vento, la vita. Si sveglia, si veste e affronta il primo rituale quotidiano che è raggiungere un altro luogo chiuso.

Come? Ovviamente seduto.

In auto, in scooter, in metro, in tram, in bus, l’importante è che ci sia un sedile. Sui mezzi pubblici, sgomita per raggiungerlo e lì accovacciarsi ripiegato su se stesso in perfetta cifosi dorsale (la gobba!!) dentro lo schermo di un cellulare; nel malaugurato caso non lo raggiunga, si irrigidisce in piedi come un palo umano, pressato tra altri pali umani, tutti impegnati a non muoversi.

Capitolo 2 — Il lavoro, l’arte antica dello stare fermi

Arrivato in ufficio o a scuola, l’Homo Sedentarius si dedica alla sua attività principale: Stare seduto. Ore e ore di immobilità creativa, interrotta solo da brevi spostamenti verso altri luoghi chiusi, che siano la mensa, la sala riunioni, il bagno, il corner con i distributori automatici.

Il corpo, nel frattempo, dimentica progressivamente di essere stato progettato per muoversi nello spazio tridimensionale. Ma non importa, tanto poi andrà in palestra.

Se fosse possibile, pur di non camminare, parcheggerebbero DENTRO !!



Capitolo 3 — La palestra, il movimento... immobile

Conclusa la giornata, l’Homo Sedentarius affronta un nuovo spostamento. Ovviamente come? Seduto, verso un altro luogo chiuso.

La palestra. Il tempio del movimento. Il santuario del dinamismo. Il regno dell’energia. La fabbrica della salute e dello stare bene. O no?

Perché lì si corre fermi, si cammina fermi, si arranca sui pedali fermi, si sollevano pesi, ma senza andare mai da nessuna parte, senza raggiungere mai nessun altro luogo.

Il tutto dentro lo stesso metro quadro, con la stessa aria riciclata, sotto la stessa luce artificiale. Un trionfo di movimento ... statico. Persino la pausa caffè o bibita energetica la consuma al bar dentro la palestra.

Capitolo 4 — Il tempo libero, l’uscita che non esce

Dopo la palestra, l’Homo Sedentarius si concede un aperitivo. Indovina dove? Al chiuso. Poi magari va a ballare. Al chiuso. Poi torna a casa. Al chiuso. Sempre spostandosi con le chiappe su un sedile!!

Una vita intera trascorsa come un pesce rosso, sempre dentro un acquario, o come un criceto in gabbia, dove tutto avviene: Mangiare, dormire, correre, dentro le solite sbarre.

L'immancabile accessorio per una vita di ... movimento

Capitolo 5 — Tecnologia, l’alleata del non agire

L’Homo Sedentarius non sale e scende le scale, ci sono scale mobili ed ascensori. Non porta le valigie o le borse della spesa, c’è il trolley o il carrello. Non si alza dal divano, c’è il telecomando e, per i più ‘evoluti’, c’è Alexa. Non apre la finestra, c’è il climatizzatore. Non cammina e se si picca di essere un ecologista inforca il monopattino, rigorosamente elettrico.

Quando il medico gli comunica: «Deve fare più movimento» lui annuisce, giustamente preoccupato, e corre subito in palestra… per correre senza andare da nessuna parte.

Conclusione — Una specie in via di… stasi

L’Homo Sedentarius vive in un mondo pieno di spazi, ma li attraversa come un fantasma, senza toccarli, senza sentirli, senza gustarli, ovvero senza abitarli davvero, chiuso, isolato dentro cuffiette e schermo del cellulare. È un essere nato e progettato tridimensionale che vive in due dimensioni: seduto e al chiuso.

Forse un giorno scoprirà che il corpo è progettato per muoversi nello spazio, non solo nel tempo. Forse un giorno uscirà davvero. Forse. Sì ma non oggi, oggi piove, c’è traffico, e poi… c’è il tapis roulant dentro casa ed i pesi nel ripostiglio!!

Tranquilli, anche dopo mezz'ora la trovate qui, al solito posto!!

Nei prossimi giorni:

Mi spiace, ma nemmeno tanto, per loro e, soprattutto, NOI non siamo ridotti così.

Parte 2

Il percorso uguale per tutte e tutti, ovvero la filosofia del protocollo




sabato 30 maggio 2026

Homo Sedentarius. Prossimamente in arrivo!!

 



Eccoli i seguaci del fitness e della palestra. Nemmeno un metro percorrono a piedi tra le chiappe adagiate sulla sella e le chiappe adagiate sul sedile della macchina dei pesi!! Però vanno in palestra a muoversi, a farsi il fisico!!
Nei prossimi giorni, la prima parte del mio post sulla loro straordinaria vita quotidiana da HOMO SEDENTARIUS.

Da non perdere.


giovedì 28 maggio 2026

Le forme nel Tai Chi Chuan, ovvero l’Arte di Muovere il Silenzio

 


Con Monica, serata al Vesak, la principale ricorrenza del buddhismo, che si festeggia qui a Milano dentro la Fabbrica del Vapore. Diverse le iniziative, noi siamo qui per un incontro dal titolo:

LA LIBERAZIONE NELL’ATTO ARTISTICO: MUSICA, IMPROVVISAZIONE, PRESENZA

che vede relatori un’icona della musica quale è Mauro Pagani, già ‘anima’ del gruppo Premiata Forneria Marconi, poi il cantautore Omar Pedrini, già leader dei Timoria, e il monaco Massimo Stordi, coordinati dal giornalista Valerio Millefoglie.

Numerosi gli stimoli che la serata mi porta; tra questi, alcune riflessioni sull’importanza del silenzio e di come possa essere terreno e veicolo di intuizioni profonde. Mi coglie un pensiero su come la pratica a solo del Tai Chi Chuan, la pratica di una ‘forma’, possa essere l’anima salda di questo silenzio radicale e creativo.

Nel Tai Chi Chuan, la forma non è mai soltanto una sequenza, purché sia eseguita vivendola, abitandola, attraverso una pratica di corpo Leib (1). Solo così essa è un modo di fare esperienza del proprio mondo interno e della sua relazione col mondo esterno. Ogni gesto lento, ogni spirale che si apre come un respiro antico, è una tacita dichiarazione di fedeltà alla propria interiorità. Perché muoversi lentamente e soprattutto consapevolmente è una forma fisica visibile di adesione alla conoscenza interiore per migliorarsi, un atto di sincerità verso ciò che siamo e verso ciò che possiamo diventare.

La lentezza non è un freno, è una porta che si apre sul nostro ignoto. Varcandola, il corpo si muove e la mente incarnata resta, attenta ed insieme quieta, come un lago che non si lascia turbare dal vento. In questa immobilità che accompagna il fluire, nasce un equilibrio prezioso, una profondità che non appartiene a chi cerca la quiete solo da seduto. Perché una mente che trova piacere nel restare ferma mentre il corpo si muove sviluppa un equilibrio ed una profondità ben superiore a chi medita solo da seduto.

Le forme del Tai Chi Chuan sono allora un dialogo tra due silenzi: Quello del corpo Leib che ascolta e quello della mente incarnata che osserva. Non c’è passività in questo tacere, c’è invece un vuoto fertile (2), un grembo invisibile da cui emergono disciplina, presenza, lucidità. Perché il silenzio non è mancanza né passività, ma vuoto fertile da cui originano disciplina, profonda presenza e saggezza.

Ogni passo pone una domanda. Ogni apertura, una possibile risposta. Ogni chiusura, un ritorno. E nel continuo nascere e dissolversi dei movimenti, il praticante scopre che la forma non è né uno spettacolino da mostrare né un contenitore, ma un ponte tra ciò che l’occhio vede e ciò che si sente, tra ciò che si fa e ciò che si è, tra il mondo esterno e la propria sorgente interiore.

Così il Tai Chi Chuan diviene un’arte di muovere il silenzio, di dare corpo alla consapevolezza, di trasformare il gesto in conoscenza e la conoscenza in vita.

La conoscenza diretta, ovvero l’esperienza nuda del movimento: Sentire il contatto della pianta del piede con il suolo, lo spostamento del peso, l’equilibrio del corpo nello spazio. (omissis) riguarda la conoscenza diretta e immediata dell’atto motorio mentre accade”

(in Buddhismo magazine n°2 - 2026)




1. Il corpo Leib è il corpo vivo, animato, di contro al corpo Korper, oggetto misurabile e quantificabile; quest’ultimo purtroppo domina nel modo con cui si pratica oggi ogni disciplina, arte, specialità, di movimento, sia essa fitness o Arte Marziale. Noi qui, allo Spirito Ribelle, invece, pratichiamo di corpo Leib. Noi, MAI UGUALI A NESSUNO.



2. Counselor Torino - vuoto fertile




venerdì 22 maggio 2026

L’incredibile potere del Tai Chi Chuan


 L’allenamento moderno, quello delle palestre lustre, dei protocolli standardizzati, dei corpi contati a mucchi e ripetizioni, procede come una macchina che non sa più ascoltare. Misura, pesa, quantifica. Tratta il corpo come corpo oggetto (Korper), come un arnese da potenziare, dimenticando che nessun essere umano è mai un ingranaggio, mai un motore da tarare.

Pure il lavoro con i pesi, anche quando svolto in solitudine, ripete lo stesso errore: Si allena la forza come si aumenterebbe la cilindrata di una motocicletta, ma si dimenticano il telaio, l’assetto, il sistema frenante — ovvero il tessuto connettivo, i tendini, gli organi interni, la trama invisibile che sostiene la vita.

E soprattutto si dimentica il guidatore: il corpo abitato (Leib), il corpo che respira a modo suo, che porta tensioni antiche, che danza con emozioni mutevoli, che filtra la forza attraverso la propria rete neuronale come un paesaggio filtra la luce.

Così accade che “forza” e “resistenza” restino numeri vuoti, incapaci di trasformarsi in gesto complesso, in movimento vivo, in qualità nel quotidiano.

L’allenamento da palestra introduce nel praticante gesti ripetitivi, spesso innaturali, privi della tridimensionalità che appartiene all’essere umano come il vento appartiene al cielo. Sono movimenti che soddisfano il narcisismo dilagante, la vetrina del corpo-oggetto, la moda che impone di comportarsi come merce nel mercato del fitness. Leggo, addirittura, che allenarsi con i pesi rende più agili e più intelligenti!!

Nemmeno le Arti Marziali, e pure il Tai Chi Chuan, si sottraggono a questa deriva arida e meccanica. Anche lì, troppo spesso, si impongono schemi da imitare,gesti da copiare, figurine da riprodurre, forme da recitare come poesie imparate a memoria. Si dimentica che il Tai Chi Chuan è un’arte che chiede partecipazione, non imitazione; esperienza, non copia ed incolla; presenza, non obbedienza.

Si torna così al corpo-oggetto, al corpo misurato, invece del corpo-soggetto, del corpo che sente, che scopre, che crea, che …. vive!!

Per questo, allo Spirito Ribelle, pratichiamo il Tai Chi Chuan de ‘La Grande Onda come un rovesciamento radicale. Perché qui il praticante non è un esecutore, ma un agente vivo, un individuo che cresce attraverso l’arte, che si autodirige, che ritrova la propria vitalità, la propria erotica interna, la propria capacità di abitare il movimento come un territorio sacro.

Un ribaltamento fondamentale. Un ritorno al corpo che vive. Un ritorno al gesto che comprende. Un ritorno all’onda che ci attraversa.











lunedì 18 maggio 2026

Il canto misterioso dell’acciaio: “Spade giapponesi” libro di Yasuko Kubo

 

Alla ricerca di un regalo di compleanno per un carissimo amico, è mio figlio Lupo a suggerirmi una visita alla libreria Tanabata: Minuscolo locale proprio nei pressi di casa mia, stracolmo di libri e pure oggetti che si rifanno al Giappone, antico e moderno.

Lì, muovendomi a malapena negli spazi angusti, noto un piccolo libro:

Spade giapponesi’

scritto da Yasuko Kubo che, leggo nella presentazione, essere una studiosa e ricercatrice di fama internazionale, già curatrice senior del Museo della spada giapponese, con sede a Tokyo.

Comprato il libro, mi dirigo immediatamente alla terrazza del vicino centro commerciale: Grande spazio aperto che si affaccia su viale Umbria, sole, un vento birichino e le mie mani a predare le prime pagine.

Subito mi sorprendo a notare che non ho l’impressione di sfogliare un libretto illustrato. Piuttosto sembra di varcare la soglia di un Dojo nipponico, dove qualcuno ha appena terminato di affilare una lama e l’aria vibra ancora di emozioni minacciose.

La prima pagina è un varco. Da lì in avanti, Kubo non mi accompagna, mi guida. Mi porta tra le mani dei fabbri forgiatori che, secoli fa, piegavano l’acciaio come si piega un destino; mi fa sentire il ritmo dei mantici, il respiro del fuoco, il colpo sicuro del martello che non è mai solo forza, ma ascolto.

Procedo tra le antiche Scuole come tra clan di spiriti. Ogni lama ha un carattere, un’inclinazione, un modo di riflettere la luce. L’ hamon, il motivo della tempra formatasi lungo il tagliente, non è più una linea tecnica, è una cicatrice luminosa, una storia che si è raffreddata senza però spegnersi. La curvatura della spada, sori, pare un misterioso astro che dal cielo è caduto sulla terra lasciando un importante segno di sé.

L’autrice racconta tutto questo con una calma che non è distacco, ma rispetto. Ogni descrizione è un inchino di omaggio. Ogni immagine è un invito a guardare più attentamente, come se la lama potesse rivelare qualcosa solo a chi sia disponibile a fermarsi.

E mentre avidamente sfoglio le pagine, mi accorgo che il libro non parla solo di katana. Parla di ciò che resta quando il fragore della battaglia si dissolve. Parla della mano che crea, della mano che distrugge e di quel momento oscuro in cui le due mani si sfiorano fino a toccarsi.

Arriva l’ora di alzarmi, chiudo il volume con la sensazione di aver attraversato un ponte esile, un ponte che collega il gesto del fabbro al mio stesso modo di stare al mondo. Perché, come suggerisce Kubo, ogni lama è un frammento di tempo che continua a baluginare e ogni lettore, per un istante, diventa il suo custode. Come il katana Shinto che troneggia in camera mia. Non è veramente mio, io sono solo il temporaneo custode di una lama antica, di un’arma che è tramandata e passerà nel tempo di mano in mano. Per sempre.

La voglia di Kenshindo, la pratica del katana che ho abbracciato da anni, monta forte, ho solo da organizzarmi per un prossimo solitario momento di formazione nel cortile sotto casa!!







venerdì 8 maggio 2026

E ci si ritrova ancora

 


Ritrovarsi, dopo anni, è come entrare in una stanza che non sapevamo di avere ancora dentro. Una stanza fatta di botte, sudore, risate, lividi, silenzi condivisi sul tatami del Dojo, e quella particolare forma di fratellanza che nasce solo quando si pratica Arti Marziali insieme, quando si cade e ci si rialza nello stesso ritmo.

Ex praticanti ZNKR, la Scuola che dal 1980 per quasi quarant’anni ci ha unito, insieme a compagni di quello che, dalle ceneri di quella vecchi Scuola, è ora lo Spirito Ribelle, amici e amiche che non hanno mai tirato un pugno o ‘danzato’ una forma ma hanno respirato la stessa aria di quei giorni. Ospitati nel Dojo del Maestro Giuseppe, serata promossa ed organizzata dall’efficiente Donatella, eccoci seduti a tavola, tra un bicchiere (beh, ‘molti’ bicchieri!!) e diversi piatti, dove abbiamo fatto ciò che fanno le comunità vive: Ricordare. Non per nostalgia, ma per riconoscere che ciò che siamo oggi porta ancora il segno di quelle ore ed ore passate a colpirci, schivare, incontrare kata ripercorrendone il percorso dalla nascita nell’isola di Okinawa fino alla loro trasformazione nel Karate giapponese, scoprire l’immenso sapere taoista del Tai Chi Chuan come il rapido colpire del Wing Chun, le ‘rozze’ armi dei contadini okinawensi e lo scintillio del katana, l’arma dei nobili samurai, il potere animalesco e distruttivo del Kenpo Taiki Ken e le pratiche energetiche di Chi Kung e Kiko: Un percorso marziale tanto enciclopedico quanto profondo e studiato nei principi come nei dettagli.



Poi i filmati: Lezioni in Dojo, stage, spettacoli di Teatro Marziale, il nostro originale fiore all’occhiello, portati in giro per l’Italia. Immagini che non sono solo immagini, ma porte. E ognuno, guardandole, ha ritrovato un frammento di sé: Un sorriso, una caduta, un colpo andato a segno, un compagno più esperto che correggeva con una parola o con un silenzio; ognuno ha riconosciuto sullo schermo quel tal compagno di pratica di cui non sappiamo più nulla, quella ragazzina che ora è certamente adulta.

In quell’incontro c’era qualcosa di più di una cena. C’era la prova che le pratiche, quando sono autentiche e sincere, non finiscono quando si smette di allenarsi. Esse continuano a vivere nei corpi, nelle memorie, nei legami che certo si allentano ma non si sciolgono. C’era la consapevolezza che un Dojo, come lo abbiamo inteso e vissuto noi, non è solo un luogo fisico, ma un tempo condiviso che continua a vibrare anche anni ed anni dopo.








E chissà, senza dirlo, tutti abbiamo sentito la stessa cosa; ovvero che quelle esperienze non sono state solo “anni di pratica marziale”, ma un modo di imparare a stare al mondo. Un modo anche diverso ma sincero, certo imperfetto, ma profondamente umano.




Un brindisi a ciò che è stato, dunque. E a ciò che, in qualche modo, continua a essere tra donne ed uomini che non dimenticano e conoscono il senso di jitakyoei, “amicizia e mutua prosperità”.


























domenica 3 maggio 2026

Il mio pensiero di Maggio 2026

 


Nella penombra lacerata dagli ultimi bagliori rossastri del sole, la luce che ha regnato sui giardini Marcello Candia, a Milano, si spegne lentamente.

In ogni corpo del piccolo gruppo di praticanti, la sensazione di aver ancora una volta appreso qualcosa di insolito si affaccia alla pelle.

L’attenzione e la curiosità sono ancora vivi nei loro sguardi, pare che ad unirli sia l’attesa di un nuovo domani.

Il gioco di corpi, che si rinnova ad ogni incontro, mostra, come scriveva il filosofo John Dewey, l’essere un apprendimento esperienziale, ed è Lev Vygotoskij, psicologo e pedagogista, a spiegarlo come spazio di costruzione sociale del pensiero. Noi, qui allo Spirito Ribelle, lo sappiamo percorso di misura e cooperazione. Autentico Budo.

Le poche foglie rimaste al suolo dicono addio al vento, a sostituirle ci pensa l’imminente arrivo della primavera.

E noi, stagione dopo stagione, saremo ancora qui, a praticare di Arti Marziali autentiche, di scoperta di sé per individui sani, coraggiosi, vitali ed erotici.

Chi si unisce a noi?

Farfalla: La smentita vivente a chi dice che non c’è mai abbastanza tempo. Il tempo c’è, basta smettere di rincorrerlo e iniziare a volarci dentro”