lunedì 23 marzo 2026

L'Arte della Guerra - cap. 11

 


L’Arte della Guerra, di Sun Tsu (circa VI secolo a.c.) 

Brevi riletture nel terzo millennio che pongono domande, che sollecitano dubbi, che avanzano proposte 

Cap. 11

Il Generale e le Sue Truppe Interiori

Tra la cruda realtà vissuta e descritta da Sun Tsu e la verità del combattimento oggi, in Dojo

Nella pratica delle Arti Marziali, il buon marzialista non è MAI solo. Dentro di lui si muove un esercito intero: Emozioni, timori, slanci, esitazioni, ricordi, desideri. Alcune truppe sono valorose, altre no; alcune avanzano osando, altre cercano riparo. Eppure, tutte loro compongono lo stesso Generale.

Facendo seguito alla mia interpretazione del capitolo precedente, il 10, Sun Tsu, nel capitolo undici de L’Arte della Guerra, a me pare proponga una possibile lettura che squarcia i secoli come una lama ancora affilata:

Il Tao della guerra si esprime appieno quando il valore degli uomini è concentrato come se fosse uno solo; quando si utilizza la configurazione del terreno per ricavare il massimo vantaggio sia per le truppe valorose che per quelle più deboli.”

E ancora:

Colloca le tue truppe in una posizione senza uscita, dalla quale non possono retrocedere e non le rimanga altro che lottare fino alla morte.”

Quanto qui scritto, letto dal praticante Arti Marziali, dal praticante del terzo millennio in una società ipertecnologica e del benessere, dal praticante che non è né un militare né un individuo passibile di essere chiamato, suo malgrado, ad arruolarsi per una battaglia, non tratta di eserciti esterni, ma di un comando interiore. Il Generale è invero colui che pratica; le truppe sono i suoi stati emotivi. Il terreno è la sua vita, il suo corpo, il suo respiro, il suo percorso marziale.

Il Generale come praticante: l’unità del valore

Ogni marzialista sa che l’autentico nemico non è l’avversario, ma la dispersione interna. La paura sbanda a sinistra, l’orgoglio a destra. La rabbia avanza troppo, la prudenza troppo arretra. La fredda razionalità si illude di saper prevedere, il corpo sa che deve agire.

Sta al Generale compiere l’atto più difficile: riunire le truppe, far sì che il valore degli uomini (dunque delle emozioni) si addensi come fosse uno solo. Non si tratta di soffocare ciò che è debole né di eccitare ciò che è forte, ma di dare un posto a tutto, come un comandante che conosce i suoi soldati e li dispone secondo la loro natura.

Il timore diviene vigilanza. La rabbia diviene decisione. La prudenza diviene strategia. L’incertezza diviene sensibilità.

Così il Generale non combatte più contro se stesso, ma con se stesso.



Il terreno come pratica: configurare lo spazio per crescere

Sun Tsu scrive della configurazione del terreno come di un alleato. Nella pratica marziale, il terreno è la struttura della lezione: il succedersi del respiro, il cogliere maai (la distanza), postura e attura, yomi e yoshi (percezione e ritmo), la relazione con l’altro e l’ambiente, ecc.

Un buon docente / facilitatore, (ovvero un buon Generale) sa trarre da ogni condizione un vantaggio. Le truppe valorose (le emozioni forti, dirette, impetuose) trovano sbocco nelle movenze rapide ed esplosive, nelle percosse fulminanti, nelle proiezioni decise al suolo. Le truppe deboli (le emozioni esitanti, fragili, timorose) si esaltano nel lavoro lento, nella sensibilità, nel contatto lieve. Ed insieme si amalgamano per raggiungere lo scopo.

Perché il terreno non giudica: Trasforma.

La posizione senza uscita: il luogo dove nasce il vero combattimento

La frase più aspra di Sun Tsu è probabilmente la più rivelatrice:

Colloca le tue truppe in una posizione senza uscita…”

Nella pratica marziale questo non significa cercare il pericolo reale, ma creare condizioni di verità.

Poiché consapevoli che il limite del gioco del ‘combattimento’ è appunto l’essere un gioco dove si finge di rischiare la vita; che il limite della finzione sta nel recitare un ruolo, è la simulazione, invece, l’unico ponte che avvicina, senza oltrepassarlo, al confine della crudeltà del combattimento vero, reale.

La simulazione è il luogo senza uscita dove la distanza è reale, dove il tempo è reale, dove l’atteggiamento aggressivo è reale, dove l’errore pesa, dove il corpo sente che non può scappare, dove ogni decisione è irrevocabile. È lì che le truppe interiori devono smettere di agitarsi in correnti contrapposte. È lì che il Generale deve sapersi manifestare. È lì che l’artista marziale lavora per scoprire la sua personale unità ed unicità.

Il confine tra gioco e verità

Il gioco di combattimento è utile, divertente, formativo, persino necessario per procedere sul cammino guerriero. Ma è un gioco: Le truppe lo sanno, il Generale lo sa. La finzione crea abilità motorie e tecniche, ma non incide e trasforma il cuore.

La simulazione, invece, è un rito di passaggio. Non è necessariamente violenza, ma verità controllata. Non è crudeltà, ma riconoscimento della crudeltà possibile. Non è guerra, ma sentore preciso della guerra.

È il luogo dove il praticante impara a non retrocedere dentro di sé. Dove scopre che la paura non è un nemico, ma un soldato che chiede una posizione chiara. Dove comprende che il coraggio non è assenza di timore, ma coordinazione delle truppe interiori.



Non necessariamente una buona simulazione in Dojo richiede colpi a contatto pieno , leve articolari che rompano l’arto, coltellate che feriscano profondamente. Anzi, spesso queste pratiche si mostrano come uno sfogatoio di repressioni incontrollate che mai portano alla consapevolezza del guerriero (‘colui che sa stare nei conflitti’), semmai saziano, e solo temporaneamente, sintomi di disturbi nevrotici quando non psicotici.

Conclusione:

Tao della guerra come Tao della pratica

Quando l’artista marziale diviene Generale, e le sue emozioni diventano truppe ordinate, allora il Tao della guerra (Bujiitsu) si manifesta come Tao della vita (Budo). Non c’è più dispersione, non c’è più fuga. C’è solo un esercito interiore che avanza compatto, unito, presente nel “Qui ed ora”.

La pratica marziale, allora, non è più un agglomerato di tecniche, ma un’arte di governo: Governo del corpo, governo del respiro, governo del cuore.

E in questo governo dal sapore poetico, il marzialista scopre che la vera battaglia non è contro un avversario, ma contro la propria frammentazione e le proprie parti Ombra. Che la vittoria più grande è l’unità, l’integrità.




lunedì 16 marzo 2026

Le Arti Marziali sono autentica Arte?

 


Cosa è arte? Cosa identifica l'opera d'arte?

Domanda enorme, a cui io mi permetto di dare una mia modesta e limitata risposta: L'Arte esprime visioni di mondi possibili, inducendo emozioni ed immaginazione. Essa è tanto integrazione quanto trasfigurazione.

Nell'arte corporea, di movimento, inoltre e diversamente dalla produzione di un oggetto materiale, il soggetto, il praticante, nel nostro caso il 'marzialista', è totalmente ed integralmente coinvolto nella produzione artistica che, in quanto movimento, non è mai reificata, ovvero fatta cosa, oggetto immutabile.

Il marzialista è coinvolto nella sua gestualità. L'impulso al movimento, quando generato dell'ascolto del sè interiore (ecco il vero senso del Neijia kung fu), origina ulteriori impulsi che trovano nella forma coreografica, data o costruita nel 'qui ed ora', a solo o nel confronto serrato con un opponente, una espressione catartica.

Ovvero un processo di liberazione profonda delle emozioni nascoste o taciute e della tensione muscolare cronica attraverso il corpo e il movimento.

Il marzialista, mi vien da azzardare, così non è più il soggetto della forma ( kata / tao lu), del gioco di pressioni e assorbimenti (souishou / push hands), dell'aspro conflitto di mani (sanshu / chi sao) ecc. ma sono queste esperienze, a solo in due o di gruppo, a realizzarsi attraverso i marzialisti.



Alla luce della mia ininterrotta cinquantennale esperienza tra Arti Marziali, Danza, corporeità e movimento, la potenzialità di auto - conoscenza e trasformazione (o quantomeno di sano ed equilibrato adattamento al reale!!) della pratica marziale, quella condotta con le capacità formative che originarono allo ZNKR e sono poi maturate qui allo Spirito Ribelle, operano un dissolvimento della relazione soggetto - oggetto, praticante - arte praticata.

Ovvero inducono quella che Alba Naccari, esperta di pedagogia e motricità, chiama una 'fusione di orizzonti' . Un terreno di processo creativo in cui il registro emozionale trova una specifica e personale modalità espressiva capace di mostrare l'individuo nella sua interezza.



Questo sì è autentico Budo.




martedì 10 marzo 2026

Il peso che si trasforma e trasforma: Un rito di attraversamento del corpo


 

Ci sono momenti in cui il corpo parla con voci diverse e lo fa adattandosi alla situazione presente o creando l’opportunità per aprire una situazione differente. Succede più volte nel corso di una normale giornata quotidiana. La sfida è farlo consapevolmente, è scegliere consapevolmente quale tipo di ‘peso’ sia utile per affrontare l’evento. Perché tu ‘pesi’ diversamente in una discussione animata, durante un addio straziante, in una allegra chiacchierata tra amici, mentre cammini frettolosamente o invece quando il tuo passo ritarda l’arrivo, mentre sposti un pesante mobile o mentre sfiori un oggetto fragile, quando ti allontani timoroso o quando lo fai allegramente ecc.

A volte il corpo bisbiglia, a volte affonda, a volte incide, a volte cede. Rudolf Laban, danzatore e coreografo ungherese dei primi del ‘900, le chiamava qualità del peso; la millenaria cultura taoista ne richiamava l’essenza attraverso immagini pittoresche ed espressioni di raffinata poesia. In ambedue i casi si tratta di stati dell’anima che si muove.

La loro padronanza, utile in ogni aspetto del nostro abituale vivere quotidiano, è fondamentale (hon) nell’affrontare ogni evento critico che ci si pari davanti; a maggior ragione lo è sia per conservare e difendere la propria salute che per affrontare ogni eventuale aggressione fisica.

La loro padronanza è imprescindibile per poter sensatamente affermare di praticare Arti Marziali.

La loro padronanza è studiata a fondo qui allo Spirito Ribelle, rappresentando uno dei fondamenti sia del Tai Chi Chuan della Grande Onda che del Kenpo Taiki Ken della Forza Silenziosa.



Oggi ti invito a varcarli come si attraversano quattro soglie.

1. La Soglia della Leggerezza

Entra come se l’aria ti riconoscesse. Lascia che le mani si sollevino da sole, come se un vento antico le chiamasse per nome. Ogni gesto è un filo di respiro, un volo minimo, un “sì” sussurrato al mondo. Il corpo diventa piuma, promessa, possibilità. Muoviti sul terreno cosparso di foglie come se non volessi farle scricchiolare, come se potessi evitare qualsiasi loro rumore, oppure, secondo l’indicazione del Maestro Xia Chaozen, seguendo l’esortazione a “Non rompere uova!!”.

2. La Soglia della Pesantezza

Ora lascia che la terra ti prenda. Non come una prigione, ma come una madre che ti accoglie. Cammina affondando, senti la gravità che ti attraversa come un canto basso. Il peso non è fatica, è radice, è memoria, è casa. Ogni passo è un ritorno.

3. La Soglia della Forza

Da qui il corpo si fa dichiarazione. Non urla, non esagera: Afferma o nega autorevolmente. Fendi lo spazio come se avessi una direzione da cui niente e nessuno può distoglierti. La forza non è durezza, è chiarezza. È il momento in cui il gesto si fa’ destino.

4. La Soglia del Collasso

Infine, lascia andare. Lascia che il filo si spezzi, che il corpo cada nella sua stessa notte. Non c’è tragedia nel cedere, solo verità. Il collasso è un ritorno all’acqua, un abbandono che scioglie, un silenzio che libera. Da qui nasce tutto ciò che verrà o, semplicemente, si chiuderà definitivamente il tuo percorso.



Il Cerchio si chiude, il Corpo si apre



Leggero, pesante, forte, collassato sono quattro qualità, quattro spiriti, quattro modi di dire “io sto nel qui ed ora”.

Attraversarli è un rito semplice e antico: Un modo per ricordare che il corpo non è solo movimento, ma paesaggio, tempio, anima - le, preghiera.

Quando li pratichi, non stai solo imparando a muoverti. Stai imparando ad ascoltarti e solo così a saper intervenire consapevolmente nel tuo mondo, nelle tue relazioni di tutti i giorni.

Il corpo è il primo tempio. Ogni gesto, una soglia. Ogni peso, una verità che si muove.”



Chi fosse interessato a partecipare a un incontro dedicato alla pratica dei differenti stili di peso, me lo comunichi. Sarà mia premura organizzare un incontro ad hoc su questo tema imprescindibile nella consapevole pratica di qualsivoglia Arte Marziale e pure fondamentale nel vivere quotidiano

























sabato 7 marzo 2026

Il mio pensiero di Marzo

 



Gesti che una passione profonda trasforma in beni preziosi, respiri che un silenzio antico ha ammutolito. Si riuniscono in un concerto di percosse, evitamenti e spostamenti per salutare il buio come un rito che si ripete sì ma mai per abitudine.

Coi loro passi fluidi lungo il sentiero del ‘guerriero’ sono uniti nella melanconia dove si contagiano.

Freme il corpo alla percezione di quello che sta per accadere.

E' un' immagine fuggevole brevissima, è un' immagine che il tramonto porta via insieme al saluto finale.

Potrei azzardarmi a chiamarlo ‘narcisismo sano’, questo che induce nel marzialista un investimento libidico sul proprio sé così da specchiarsi in una buona autostima, stimolare il prendersi cura di sé (per non doversi curare!!), sentirsi gratificato dalle esperienze e dalle manifestazioni della propria personalità.

D’altronde il processo di conoscenza di sé, adattamento all’ambiente, fino, (possibile?), trasformazione in individuo vitale ed erotico non è lui il il cuore, Kokoro, di una valida pratica marziale?

Ed io pratico ed offro quanto vado studiando e scoprendo a chiunque mi cammini accanto. Per chi non se ne va e rimane a masticare le nuove lune e i giorni che scappano via, quelli dove niente succede, dove tutto rimane sospeso per poi sorprenderti con l’ineffabile, con l’inaspettato, e fare pratica di emozioni e sentimenti noti e meno noti, di stati d’animo abitualmente impediti e taciuti. Quelli che vivono dentro ognuno di noi, come domande al vento.

Allora, buona ed intensa pratica marziale a tutte e tutti.

mercoledì 4 marzo 2026

Tanshu, danzare l’Immagine: Il corpo come soglia del visibile

 


Il Taiki Ken, per me una delle Arti più capaci di portare il praticante dentro il mondo interiore e farlo trasformandolo di corpo. Così il praticante Taiki Ken, attraverso la ‘danza’ Tanshu, diviene un mediatore plastico tra sé e l’universo, si muove in uno stato di coscienza espansa che lo lega indissolubilmente a quella che James Hillman, psicoanalista e filosofo, chiamava “l’anima del mondo”.

Ci sono momenti in cui il mondo reale non basta. Non perché sia povero, ma, paradossalmente, perché è troppo ricco. Lasciati trasportare, lasciati stupire come accadrebbe ad un fanciullo ed ecco che lo senti straripare oltre i suoi stessi contorni, traboccare oltre ciò che l’occhio, normalmente piegato alle abitudini, può trattenere. È allora che il corpo diventa una porta, un ponte, uno spartito di gesti che permette all’immaginazione di farsi materia.

Nel movimento, nella ‘danza’ Tanshu, un’immagine del mondo reale, che sia un albero, un volto, un animale in fuga, una minaccia che si avvicina, non rimane più un semplice riferimento. Diventa un seme. E il corpo, muovendosi, lo fa germogliare.

Abitare l’immagine

Quando penetriamo un’immagine con il corpo, non la imitiamo: La abitiamo. La lasciamo parlare attraverso le articolazioni, le spirali che percorrono il tronco, i vuoti e i pieni del respiro. È il processo caratteristico del Tanshu del Taikiken, dove il marzialista si muove immaginando un avversario invisibile, una preda da cacciare o a cui sfuggire, lasciando che la presenza immaginata modelli la qualità del gesto, la sua direzione, la sua intensità.

In questa pratica, l’immagine non è un’illusione: E’ un interlocutore. Un compagno di viaggio. Una forza che ci attraversa e ci costringe a riorganizzare il nostro modo di stare con noi stessi e al mondo.



Immagini psicotrope

Quando danziamo dentro un’immagine, essa si trasforma e ci trasforma. Non è più un oggetto esterno, ma un catalizzatore di stati interni. Diventa un’immagine psicotropa, cioè capace di alterare la percezione, di espandere il campo sensoriale, di aprire porte che la mente da sola non saprebbe trovare, di prenderci per mano e condurci dentro stati di coscienza espansa. Più di una semplice meditazione statica e senza i rischi e l’alienazione data da sostanze esterne.

Il corpo, allora, non è più un esecutore e tanto meno un imitatore. È un laboratorio alchemico. Ogni gesto è una distillazione, ogni postura un varco, ogni transizione un’evaporazione di significati perché il praticante Tanshu abita un volume, colma tutto il volume del proprio spazio, divenendo abitatore del proprio mondo tutto in un di dentro che non contempla un di fuori.

L’immagine come oggetto inesauribile

Nel Taikiken si dice che Tanshu sveli il modo in cui una persona si è allenata: Non perché esibisca una forma, ma perché mostra un modo di relazionarsi alla forma, di generarla e dissolverla continuamente.

Così accade anche con le immagini che danziamo. Non finiscono mai. Non si esauriscono. Ogni volta che le attraversiamo, cambiano. Ogni volta che cambiano, ci cambiano.

Un’immagine danzata non è mai la stessa due volte. È un organismo vivente, un animale simbolico che cresce con noi, che ci osserva mentre lo osserviamo, che ci plasma mentre lo plasmiamo.



Contemplare attraverso il corpo

Contemplare non significa fermarsi. Significa lasciarsi attraversare. Il corpo contemplante non è statico, immobile: E’ un corpo che ascolta, che si lascia modellare dalla qualità dell’immagine, che ne accoglie la vibrazione, risponde echeggiandola.

In questo senso, la danza dell’immagine è una potente forma di meditazione in movimento. Una pratica in cui il reale e l’immaginario si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Una soglia in cui il gesto è pensiero e il pensiero è gesto.

Il corpo come luogo dell’infinito

Quando entriamo nelle immagini danzando il nostro personale Tanshu, scopriamo che il mondo non è fatto solo di cose, ma di possibilità. Che ogni forma contiene altre forme in una sorta di trans-forma. Che ogni gesto è un invito a vedere di più, a sentire di più, a essere di più.

Il corpo diventa allora ciò che è sempre stato: Un tempio di trasformazione. Un crocevia di mondi. Una porta che si apre verso l'ineffabile.

Praticando in ascolto di noi e del nostro stare al mondo, tanto più intensamente l’effetto della contemplazione attiva e creatrice agisce su di noi, facilitando il momento successivo dell’impegno. Solo così la pratica marziale smette di essere imitazione, ‘copia ed incolla’ di uno stile, di gesti dati e nemmeno è meccanica scarica di percosse a vuoto o su un bersaglio, sfogatoio di repressioni latenti. Essa è momento di crescita individuale, di formazione di individui vitali ed erotici, aperti al sereno e coraggioso confronto con l’ambiente.

La pratica:

Martedì 24 Marzo all’interno de

I Martedì monotematici’

ore 17.00 – 19.00

giardini Marcello Candia (Milano)

TANSHU, la danza guerriera

contatti: tsantambrogio@yahoo.it




lunedì 2 marzo 2026

L'Arte della Guerra - cap. 10

 


L’Arte della Guerra, di Sun Tsu (circa VI secolo a.c.)
 

Brevi riletture nel terzo millennio che pongono domande, che sollecitano dubbi, che avanzano proposte 

Cap. 10

Le Sei Truppe di Sun Tsu e il Cuore delle Arti Marziali

Ovvero quando l’errore del Generale diventa un insegnamento per il praticante

Nel capitolo 10 de L’Arte della Guerra, Sun Tsu elenca sei tipi di truppe problematiche: “Quelle che attaccano allo sbaraglio, le impotenti, le arrendevoli, le diroccate, le insubordinate e le sconfitte”. E aggiunge una frase che dovrebbe far tremare ogni “Generale”, così come ogni leader di un gruppo, che sia un gruppo di lavoro aziendale o un gruppo sportivo: “Queste non sono affatto situazioni naturali, ma nascono direttamente dagli errori del Generale.”

Questa affermazione, apparentemente relativa al solo ambito militare, di eserciti in campo, si legge come un ammonimento universale, dunque anche quando la si porta nel territorio delle Arti Marziali, dello scontro uno contro uno. Perché “le truppe”, prima ancora che soldati, sono esseri umani, come gli allievi dei corsi, i dipendenti (le ‘risorse umane’) di un’azienda, gli atleti di una società sportiva. Esse sono il potenziale vivente, la materia prima della guerra, ma anche della pratica, della crescita, della trasformazione.



Il Generale come metafora del praticante

Nella pratica marziale, il ‘Generale’ lo possiamo facilmente intendere come il Maestro o Sifu, ma qui azzardo l’ipotesi di intenderlo non come un’autorità esterna ma come il praticante stesso.

È la sua capacità di guidare le proprie energie ed emozioni. È la sua lucidità nel leggere il contesto. È la sua responsabilità nel trasformare il caos interiore in ordine funzionale.

Quando Sun Tsu scrive di truppe allo sbaraglio, impotenti o arrendevoli, sta descrivendo sei modi in cui il nostro “esercito interno” può fallire. E quando dice che la colpa è del Generale, ci ricorda che ogni squilibrio nasce da una cattiva gestione di sé.



Le sei truppe come stati interiori

1. Le truppe che attaccano allo sbaraglio

Sono le nostre azioni impulsive, dissennate. Il colpo lanciato senza avere radicamento, la reazione emotiva incontrollata. Nella pratica, è il corpo che agisce senza connessione fisicoemotiva integrale ed integrata.

2. Le truppe impotenti

Sono la mancanza di energia, di spirito, di direzione. Il praticante che non crede in sé, che non trova il centro, quello che Battiato, sull’onda si Gourdjiief, chiamava “un centro di gravità permanente”.

3. Le truppe arrendevoli

Sono la rinuncia anticipata. Il cedimento psicologico prima ancora di ogni tentativo.

4. Le truppe diroccate

Sono la struttura che cede: Postura, equilibrio. Il sé corpo malandato e disarmonico.

5. Le truppe insubordinate

Sono le parti di noi che non agiscono in sinergia, addirittura ostacolandosi tra di loro o incrementando movimenti cosiddetti parassiti

6. Le truppe sconfitte

Sono la somma di tutti gli errori precedenti. La resa totale, la perdita di presenza, la disgregazione dell’unità.



Il fattore umano come potenziale

Sun Tsu ci ricorda che il valore di un esercito non è solo e forse tanto nelle armi, ma negli uomini. Allo stesso modo, il valore di una pratica marziale non sta nel blasone della stessa né nel bagaglio tecnico, ma nella qualità del praticante.

E’ il fattore umano che fa pendere la bilancia tra sconfitta e vittoria.



Le Arti Marziali, oggi, nel terzo millennio e praticate da ‘civili’, non sono un addestramento alla guerra, ma una formazione alla consapevolezza di sé. Ogni movimento è un atto di comando. Ogni respiro è un ordine impartito. Ogni postura è una strategia incarnata.

Dalla guerra esterna alla guerra interna

Quando Sun Tsu parla di errori del Generale, ci invita ad un’assunzione radicale di responsabilità: Non possiamo attribuire al caso o proiettare sull’avversario ciò che origina da una superficiale o maldestra gestione del nostro potenziale.

Nella pratica marziale questo, in estrema sintesi, significa:

  • coltivare presenza invece che impulsività
  • radicarsi invece che restare in superficie
  • integrare invece che frammentare
  • ascoltare invece che coartare
  • indirizzare invece che subire

Il praticante diventa così un Generale saggio: Non colui che vince battaglie, ma colui che evita che il proprio esercito interiore si disgreghi.



Conclusione: L’arte di comandare se stessi

Le parole di Sun Tsu risuonano oggi come un invito alla maturazione marziale. Le “truppe” sono le nostre energie, le nostre emozioni, i nostri pensieri, il nostro sé corpo. E il Generale è la nostra capacità di leggerli con chiarezza, traducendoli in azioni.

Nelle Arti Marziali, la vittoria che conta, che dà significato, non è mai sull’altro. È sempre sulla disarmonia interna. È la conquista di un esercito che non attacca allo sbaraglio, non si arrende, non si disgrega.

È l’arte di diventare pienamente umani, vitali ed erotici.