giovedì 15 gennaio 2026

Essere marzialista in Italia, nel terzo millennio

 Non ho voglia di scrivere scavando di riflessione in riflessione storica e sociologica e antropologica per spiegare l’autentico senso di praticare Arti Marziali vecchie di secoli in questi nostri anni, smascherando ignoranza e falsità ovunque propagandate: Lo feci già in post precedenti.

Non ho voglia di chiedere, un po' retoricamente un po' maramaldeggiando, perché mai uno diverrebbe saggio, equilibrato, sicuro di sé, (sono solo alcuni degli slogan con cui si pubblicizzano Dojo e palestre di tutta Italia) copiando e ripetendo all’infinito gesti (le Arti Marziali come sono generalmente insegnate) o scontrandosi a botte in qualche torneo sportivo (le Arti Marziali ridotte a sport o gli sport da contatto). Ne ho già domandato e risposto negativamente in ben argomentati post precedenti.

Non ho voglia di spiegare quando mai uno diverrebbe in grado di affrontare con successo un improvviso e violento scontro di strada contro uno o più sconosciuti allenandosi sempre e regolarmente in un ambiente protetto e sicuro come è il Dojo o la palestra, con gli stessi compagni di corso (quelli delle comune risate in doccia e delle comune allegre bevute in birreria), magari agli ordini di un docente / Maestro che della vita di strada non ha alcuna esperienza reale, personale, maneggiando coltelli di plastica con l’illusione di avere a che fare con un’arma o memorizzando sequenze a due dove tu colpisci così e solo così ed io mi difendo così e solo così.


Oggi preferisco buttare su carta alcuni pensieri spiccioli, pensieri sparsi. E che ognuno ne tragga le risposte, rassicuranti o meno, che crede, che più lo confermano nelle sue scelte o che (incredibile a immaginarsi!!) lo inducano a cambiare radicalmente rotta.

La pratica marziale, per essere realmente Budo, formativa, tende a costruire una personalità flessibile e ricettiva, capace di adattarsi e gestire situazioni critiche, complesse ed inaspettate, in perenne mutazione.

La pratica marziale, per essere realmente Budo, formativa, tende a reintegrare nell’individuo tutte le dimensioni che gli sono proprie quali l’intelligenza corporea (che non è meccanica della ripetizione), le emozioni, il piacere, gli istinti, ovvero tutte le sfumature della sensibilità che abitano ogni umano. Quella dimensione che la nostra cultura, di origini greche, riconduce al dionisiaco in quanto istintualità, vitalità, erotismo. E che, in altre culture antiche, è la Via della Mano Sinistra (Hidari Te Ryu e Unmei no Akai Ito in Giappone, Vama Marga nel tantrismo).

La pratica marziale, per essere realmente Budo, formativa, abbisogna di una pedagogia / andragogia e di una didattica che ponga il praticante al centro dell’opera e l’Arte praticata come strumento, e non viceversa. Questo perché noi realizziamo le nostre potenzialità solo riconoscendo al massimo la nostra individualità e la nostra unicità, senza mai plasmarle in base a ciò che, secondo il giudizio degli altri (che sia il docente / Maestro e/o lo stile dell’Arte) rappresenta il modo di agire migliore.

Già queste mie tre brevi espressioni possono essere terreno fertile di riflessione.



Concludo questo mio post con una citazione di Guia Soncini, giornalista e scrittrice, che ben si adatta al pittoresco mondo del business marziale:

Il problema non è la disinformazione. Il problema è che un pubblico, un elettorato, un’umanità che si rifiuta di vestirsi da adulta e di accendere la TV per vedere roba più degna dei talk – show è un’umanità che la disinformazione se la merita.

E con l’augurio sincero,

- ai ‘talebani’ delle Arti Marziali, di non riconoscersi soddisfatti nel Nando Mericoni di “Un americano a Roma” (https://www.youtube.com/watch?v=t2mOAIiQNhY)

- ai creatori di una loro arte, di un loro stile, fatto appiccicando tecniche prese qui e là, rigorosamente etichettato con un nome asiatico, di non riconoscersi soddisfatti nelle scene della cucina stregata de “La spada nella roccia” (https://www.youtube.com/watch?v=-yRuHEdMp8g)

Buona e veritiera pratica a tutte e tutti!!



lunedì 12 gennaio 2026

L'Arte della Guerra - cap. 8

L’Arte della Guerra, di Sun Tsu (circa VI secolo a.c.) 

Brevi riletture nel terzo millennio che pongono domande, che sollecitano dubbi, che avanzano proposte 

Cap. 8

L’Arte di stare nella relazione:

Il vantaggio nelle difficoltà,

la difficoltà nei vantaggi



Nella pratica marziale, ogni gesto è un incontro: Con se stessi, con l’ambiente, con l’umano / gli umani intorno a noi. Non vi è mai un movimento isolato così come mai noi siamo una monade (1). Questo perché anche quando il corpo agisce in solitudine, esso danza con l’Ombra di sé (2) e l’ipotetica presenza dell’altro, con la possibilità del confronto che sempre aleggia. È in questo spazio che gli scritti dell’Arte della Guerra, al capitolo 8, si fanno palpabili, non come regole di gestione di un conflitto, ma come specchi di relazione.

Il generare prudente, al momento di pianificare considera le difficoltà implicite nei vantaggi e i vantaggi nelle difficoltà. Attribuendo ai vantaggi la forza di rendere attuabili i piani e alle difficoltà la capacità di evitare i pericoli.”

Ogni vantaggio porta in sé un rischio: La posizione alta espone agli squilibri, la rapidità rischia di bruciare la misura, la forza può irrigidirsi fino a spezzarsi, le braccia chiuse al corpo riducono il raggio d’azione. Allo stesso modo, ogni difficoltà cela un seme di possibilità: La debolezza apre alla flessibilità, la mancanza di spazio genera la precisione, l’incertezza costringe all’ascolto. Così il marzialista impara a non separare chiaro e scuro, bianco e nero, ma a vederli come un unico flusso, Tao che danza. La prudenza non è mai timore, ma capacità di interpretare il doppio volto di ogni situazione.

Le norme generali sulle operazioni militari sono: Prepararsi a ricevere il nemico, invece di sperare che non arrivi; collocarsi in una posizione invincibile, invece di sperare che non attacchi.”




Nella pratica, l’opponente non è un nemico da abbattere, ma l’altro che ci interpella. Prepararsi a riceverlo significa aprirsi alla sua presenza, non evitarla o ciecamente scagliarvisi contro. Collocarsi in una posizione invincibile non è costruire una fortezza di muscoli, ma radicarsi in un equilibrio che non può essere scosso perché paradossalmente fondato sui mille e mille minuscoli disequilibri che compongono la stazione eretta nonché sull’ascolto e sulla disponibilità. Non si spera che l’altro non avanzi, si accoglie la sua avanzata come occasione di conoscenza e crescita personale: Il cammino del Budo.

Ogni confronto è dunque un momento di relazione: Non una collisione di volontà, ma un dialogo di energie. Il praticante che si prepara non lo fa per sopraffare, ma per essere pronto a trasformare l’incontro in apprendimento. La posizione invincibile è quella che non si irrigidisce, che non si chiude, ma che, come ogni cosa nella vita, rimane aperta e capace di adattarsi. E’ Ju, la flessibilità, che fonda ogni Arte Marziale Tradizionale, ogni Neijia Kung fu /Naido. È la postura del cerchio, dove ogni direzione è già prevista, e ogni attacco è già accolto; è la figura geometrica che non ha inizio né fine, con la quale noi Spirito Ribelle, al saluto, apriamo i nostri incontri rifuggendo lo schierarsi in fila, docente difronte.



Così intesa, ogni buona pratia marziale diviene arte del vivere: Imparare a considerare il vantaggio nel limite, la difficoltà come orientamento e l’altro non come minaccia, ma come compagno di cammino. In questo modo, la guerra si trasforma in relazione e la relazione in Via di conoscenza. Così come, in questo modo, sapremo affrontare eventuali aggressioni reali, da ‘strada’, perché capaci di elaborarne limiti e contenuti, tanto quanto sapremo gestire consapevolmente ed intelligentemente scontri e frizioni nelle relazioni quotidiane in famiglia o al lavoro con chi ci sta accanto evitando rotture e lacerazioni dettate da animosità e incomprensione.

Accogli il confronto, non evitarlo. Trova il vantaggio nella difficoltà, la difficoltà nel vantaggio. Radicati nell’ascolto: La posizione migliore è sempre apertura.” Questo è il mio pensiero che anima ogni nostro incontro Spirito Ribelle, ogni pratica solitaria quanto conflittuale. Questa è l’esortazione che guida il respiro ad essere profondo anche nei momenti concitati, le articolazioni a muoversi tra l’essere aperte o socchiuse ma mai chiuse nei souishou / push hands come nel corpo a corpo, lo sguardo a comprendere l’altro dentro l’ambiente.




Questo è quanto io ho tratto dalla lettura del cap. 8 de “L’Arte della Guerra”.

Perché noi non siamo mai soli: Ogni gesto porta con sé l’altro, ogni respiro si misura con la presenza che ci accompagna.


1. “La monade non è altro che sostanza semplice che entra nei composti; semplice cioè senza parti” (G. W. Leibniz)

2. Secondo Carl Gustava Jung, l’Ombra è l’insieme degli aspetti della nostra personalità che il nostro io cosciente, giudicante, rifiuta.




venerdì 9 gennaio 2026

Bamboo ring. Non solo Wing Chun


Nel cerchio lieve del bamboo le braccia imparano il ritorno, non evadono dal centro ma custodiscono il corpo come due lune.

A volte agiscono insieme, sorelle d’aria, altre una guida, l’altra segue, poi si scambiano i ruoli, e il cerchio respira con loro agendo il passo che non disperde.

Nel silenzio del gesto raccolto, la forza diventa ascolto e il corpo ricorda che proteggere quanto colpire è anche danzare.
























lunedì 5 gennaio 2026

Il mio pensiero di Gennaio 2026

 

La bellezza profonda del movimento intuitivo



Nella pratica delle Arti Marziali, almeno come intese qui allo Spirito Ribelle, ogni gesto va ben oltre la tecnica: E’ una porta che si apre dentro il mondo interiore. Formarsi a guardare i propri impulsi, a riconoscerli senza alcun giudizio, significa imparare a dare loro forma nel movimento. A volte è il corpo che guida, lasciando che dal fluire originino sensazioni e immagini inaspettate. In questo dialogo tra impulso e gesto, tra ascolto e azione, si affina la capacità di incontrare il proprio paesaggio interiore con sempre maggiore profondità e articolazione.

Il movimento diventa così specchio e rivelazione. Non si tratta di perseguire un’estetica esterna, di compiacere uno stile dato o lo sguardo altrui: L'autentica bellezza si manifesta quando l’obiettivo non è estetico, ma intimo. È proprio allora che ciò che si comunica è autentico, perché nasce da se stessi e non da un modello imposto.

Se, per esempio, apprezzo le capacità ginniche e di coordinazione motoria di una esponente della ginnastica artistica, ammetto che le sue esibizioni emozionalmente non mi danno nulla, non mi rivelano nulla del mondo interiore dell’atleta. Figuriamoci, allora, se mi posso appassionare (passione: “Inclinazione vivissima, forte interesse, trasporto per qualche cosa” in Enciclopedia Treccani) per le forme kata / tao lu di una qualsiasi Arte Marziale, tanto più quando esplicitamente ridotta da espressione artistica a competizione sportiva, pratica da punteggio numerico!!



Formarsi a riconoscere i propri impulsi e lasciarli esprimere nel gesto significa imparare ad ascoltare il proprio mondo interiore. Significa, questo sì, Budo: Via di crescita e trasformazione, terapia fisicoemotiva. Perché la bellezza nasce proprio quando non si cerca di apparire, allora ciò che si comunica è autentico, dunque vero.

L’intensa bellezza che così emerge non è ornamento, ma verità. È la grazia di un gesto che porta con sé la sincerità di chi lo compie. È la poesia di un corpo che non imita, non recita, ma si lascia attraversare da ciò che sente.

Le Arti Marziali, almeno come intese qui allo Spirito Ribelle, sotto questa luce, divengono un percorso di rivelazione: Una pratica artistica che non cerca di mostrare, di esibire, ma di essere. Ogni spostamento, ogni respiro, ogni rotazione è un frammento di dialogo con il proprio mondo interno. E quando questo dialogo si fa limpido, ciò che appare all’esterno è bellezza pura, perché è bellezza autentica, che non mente.

Ecco che raccomando a chi mi accompagna in questo percorso, già ZNKR ed ora Spirito Ribelle, di non imitare tanto quanto non inventare. Piuttosto

Non cercare di apparire: lascia che il gesto ti riveli.”

Con questo spirito pratichiamo le forme allo Spirito Ribelle.



giovedì 1 gennaio 2026

Tai Chi Chuan e Immaginazione Attiva: Un viaggio tra gesto e simbolo

 

Introduzione

Il Tai Chi Chuan, e in genere tutte le Arti Neijia Kung Fu / Naido, sono sovente interpretate come una “meditazione in movimento”: Una sequenza di gesti fluidi che armonizzano corpo, respiro e mente.

L’immaginazione attiva, proposta da Carl Gustav Jung, psichiatra e psicoanalista, è un metodo per dare voce alle immagini interiori, lasciando che esse si manifestino e dialoghino con la coscienza.

Personalmente, grazie anche alla mia formazione professionale in terapia ad indirizzo gestaltico ed alle esperienze corporee in diverse arti di movimento non marziali (1),coniugo le due pratiche suddette. Così, la forma del Tai Chi Chuan, ed in genere la pratica complessiva qui allo Spirito Ribelle, tra Kenpo Taiki Ken e Pa Kwa / Hakkeshou, diventa un teatro vivente dove archetipi e simboli si incarnano nel movimento. Per altro, in questa direzione andava già l’antica e Tradizionale pratica taoista delle Arti Marziali fatta di immagini, miti e figure leggendarie: Sorta di immaginazione attiva ante litteram!! Insomma, niente a che vedere con le vuote ripetizioni corporee che si snocciolano una dopo l’altra ed alle aride teorizzazioni e disquisizioni da ‘supercazzola’ travestite di misticismo che imperano nei vari Kwan, Dojo e palestre che vendono il Tai Chi Chuan e le pratiche sorelle.



La cornice junghiana in breve

  • Immaginazione attiva: Non è fantasia arbitraria, ma ascolto delle immagini che emergono spontaneamente dall’inconscio.

  • Archetipi: Figure universali che si presentano come personaggi, paesaggi o forze interiori.

  • Dialogo: L’immaginazione attiva invita a interagire con queste immagini, non a reprimerle.

Ormai da decenni la ricerca scientifica ha portato alla luce che ogni cellula del corpo è dotata di intelligenza e memoria, che in noi operano non solo la stretta interrelazione tra i diversi sistemi corporei ma anche una ‘mente’ che abita in tutto il corpo e non solo nel cervello. La memoria delle esperienze più consistenti sedimenta nel corpo ed è per questo che mettere in moto la capacità simbolica del corpo è uno straordinario modo per riconnettersi a quei vissuti e ricreare un ponte tra l’evento e il ricordo.

Semplificando, come si svolge l’esperienza? Si chiudono gli occhi, si attiva il ‘respiro profondo’ e ci si mette in ascolto delle proprie sensazioni lasciando che il corpo si muova in modo spontaneo. Lentamente si entra in una dialettica tra il muoversi coscientemente e il lasciarsi muovere da un qualcosa che non si conosce. Gradualmente si riesce a dare forma gestuale ai contenuti dell’inconscio in una continua interazione tra territorio sensorio, emotivo ed immaginale.

In questa tensione dialettica tra il muoversi consapevolmente e il lasciarsi muovere dall’inconscio, immagini ed emozioni prendono forma nel movimento del corpo. La sequenza gestuale diventa l’espressione visibile delle voci interiori. Il corpo diventa strumento e contenitore dell’esperienza, il che porta ad una situazione paradossale. Il fatto che le immagini possano essere fisicamente esperite (è il corpo stesso che le accetta e le origina) porta all’eventualità che si possa essere mossi dall’immagine pur consapevoli di non essere identificati con essa. L’intelligenza del corpo sta nel condurre l’intelletto, altrimenti incapace di esplorare, a coniugare l’immagine esperita sensorialmente nel corpo. L’Io entra attivamente nel dialogo coreografico astenendosi dal giudicare o cassare, lasciandosi invece trasportare dai contenuti della psiche e muovendoli a sua volta.

Sorgono spontanee le domande: Qual è l’emozione che mi anima? Quali sono le immagini corrispondenti a questa o quella emozione? Quali sono le qualità, gli ‘effort(2), di movimento che contribuiscono a dare forma a quelle immagini? Le forme del corpo e le immagini psichiche si modellano vicendevolmente le une con le altre.




Quale è la funzione del docente,

Sifu, Sensei?

Al conduttore del gruppo spetta il compito di scegliere su quale terreno muoversi e come. A grandi linee, come ci indicano le pratiche di DMT, questi sono i terreni esplorabili:

  • movimento primitivo, ogni gesto arcaico, primitivo; un movimento che compare come reazione a stimoli elementari.

  • movimento ordinario, il movimento di routine che prende forma nel corso dello sviluppo evolutivo per poi stabilizzarsi, costruito sulla base di schemi motori e posturali nella cui formazione gioca un ruolo decisivo l’interazione con l’ambiente.

  • movimento tecnico, qualsiasi movimento esplicitamente riferibile a una gestualità strutturata o all’aspetto di disciplina / arte che si accompagna ad espressioni artistiche. Il corpo che apprende il movimento tecnico, cioè, si trova a essere osservato, diretto, consapevolmente e volontariamente controllato

  • movimento creativo, qualsiasi espressione motoria originale che rimetta in contatto con il movimento primitivo e lo faccia riemergere in modo trasformato, in un passaggio cui non è estranea la funzione del movimento tecnico.


Qualche esempio concreto

Praticare Neijia Kung Fu / Naido attingendo all’immaginazione attiva significa trasformare ogni gesto in un simbolo incarnato:

  • Forma Tai Chi Chuan: All’apertura, immagina di spalancare le porte di un tempio interiore che ancora non conosci. Il gesto di allargare le braccia diventa l’accoglienza di un ospite archetipico del tutto inatteso e foriero di avventure ignote. Le immagini Tradizionali che distinguono ogni gesto lungo la sequenza divengono stimoli su cui confrontare la propria sensibilità, mappe di un percorso energetico, apertura verso un ribaltamento tra figura e sfondo. Per esempio, ‘spazzolare il ginocchio’ è un atto di purificazione, togliendo polvere dalle memorie interiori e confrontandosi con articolazioni che sono simbolo del procedere, del contattare quanto, inginocchiandosi, dell’accettazione di un volere superiore, dominante; ‘mani come nuvole’ rimandano alle mani come principale organo deputato al dare e ricevere, dunque allo scambio comunicativo, bioenergeticamente sono la propaggine della scarica in ciò congiungendosi con il corpo tripartito del Taiki Ken.

  • Suishou /Mani che premono: Ispirano a un dialogo con una opposizione che ti contrasta, che non è un avversario esterno, ma un aspetto di te che chiede riconoscimento, a un dialogo con chi quotidianamente ti sta accanto e con cui consapevolmente scegli ogni dì di costruire e mantenere una relazione.

  • Yuri e Neri: Diverse gestualità e traiettorie corporee che si accompagnano a diverse immagini atte a sostenere il respirare, ognuna scatenante forze e direzioni diverse, coinvolgimenti emotivi diversi. (3)



Quali benefici?

  • Profondità simbolica: Ogni sequenza gestuale non è MAI solo tecnica, ma diventa un rito di trasformazione.

  • Dialogo interiore: L’immaginazione attiva porta alla luce contenuti inconsci, rimossi,integrandoli nel corpo. E il corpo è SEMPRE il nostro personale manifesto, quello con cui ci presentiamo all’esterno, con cui interagiamo con l’ambiente: Il corpo è matrice di segni.

  • Organismo omeostatico: La pratica siffatta diviene un ponte tra gesto e immagine, tra conscio e inconscio. Il vivente è organo omeostatico, dove tute le parti stanno in relazione organica e funzionale tra di loro e rispetto al tutto.

Conclusione

Praticare l’immaginazione attiva junghiana coniugandola con il praticare Arti Marziali significa trasformare ogni gesto, ogni sequenza gestuale, in una danza archetipica. Ogni gesto diventa un incontro con un simbolo, un dialogo con l’inconscio, un passo verso l’integrazione del Sé. È un modo per rendere la pratica non solo realmente salutare e meditativa, ma anche profondamente poetica e trasformativa. E’ realmente costruzione dell’individuo guerriero, colui che ‘sta stare nei conflitti’ a partire da quelli personali, interiori e poi quelli con l’ambiente; è realmente un riprendere la Tradizione taoista dell’antica Cina per farne un percorso di crescita.

1. Tra queste, il Metodo Feldenkrais, la Danza Sensibile, Il Laban Movement Analysis, l’Expression Primitive, la Danzamovimentoterapia Espressivo relazionale, il Body Mind Centering.

2. Per Rudolf Laban, danzatore e coreografo, l’effort esprime l’energia cinetica che l’individuo produce in base al peso, allo spazio, al tempo e al flusso.

3. A questo proposito, Martedì 27 Gennaio, nell’abituale incontro settimanale, praticheremo Yuri e Neri sondando le potenzialità dell’immaginazione attiva.



sabato 20 dicembre 2025

Contro i protocolli, contro i ‘copia e incolla’, per una pratica intelligente

 



Da decenni, prima come ZNKR poi come Spirito Ribelle, ho scelto di proporre una pratica delle Arti Marziali in cui il soggetto principale sia il praticante e l’Arte scelta lo strumento di preparazione e crescita dello stesso. Con ciò rovesciando il consueto modo di insegnare l’Arte come dogma, come modello, a cui il praticante deve piegarsi ed adattarsi cercandone la migliore imitazione possibile.

Per esempio, la maggior parte delle pratiche didattiche si fonda sull’assunto che lo studente è fondamentalmente un ricevitore, che l’oggetto (“la materia”) da cui si origina lo stimolo è importantissimo, e che lo studente non ha altra scelta se non vedere e capire lo stimolo così come esso “è”. Adesso noi sappiamo che tale assunto è falso”. (N. Postman ‘L'insegnamento come attività sovversiva’)

Non trovo fertile costruire un percorso che non parta da una riflessione sul ‘Chi sei?’ del praticante, visto come individuo nella sua struttura corporeo – sensoriale, fisicoemotiva, nel suo modo di stare in relazione all’ambiente. Questo allo scopo di portarlo a conoscersi nel profondo, migliorando le sue attitudini gestuali, motorie, come condizione fondamentale per farne un guerriero: ‘Colui che sa stare nei conflitti’, quelli abituali in famiglia, al lavoro, nelle relazioni quotidiane e, nel caso, quelli da aggressione fisica vera e propria.

Allo Spirito Ribelle non ci interessa che il praticante raggiunga un livello di conoscenza dato apriori, una imitazione tendente alla copia perfetta del modello dato, quanto accompagnarlo perché percorra il più a lungo e meglio possibile il cammino della propria autorealizzazione grazie alle esperienze che la pratica marziale gli offre.

Proprio in coerenza con l’essere ‘Arte Marziale’, dunque di combattimento, ci affidiamo ad una globalità di stimoli, per esempio il risveglio di tutti i cinque sensi, per portare alla luce l’animalità sepolta da secoli di civilizzazione e ‘buone maniere’, così come pratiche di coordinazione, di ‘attività multipla e simultanea’, capaci di investire tono muscolare, uso delle articolazioni, meccaniche spiraleggianti ed elicoidali. Con ciò favorendo un autentico rapporto con la realtà del confronto con l’altro e l’ambiente, ovvero la padronanza del proprio schema corporeo, dell’orientamento spazio – temporale, dello stare consapevolmente nel ‘qui ed ora’. Quella che sì, realmente, è crescita della persona, pratica che dal Bujutsu (per dirla semplicemente, è: Darle per non prenderle o, almeno, prenderne il meno possibile) sfocia nel Budo, l’arte del buon vivere, del benessere e bellessere.

Sono fermamente convinto che ripetere e ripetere e ripetere gesti e schemi motori dati, valutare i progressi di un praticante in base alla capacità di copiare un modello dato, significa congelare l’intelligenza motoria del praticante (e il praticante stesso!!) in schemi riduttivi e unidirezionali, secondo moduli che inevitabilmente cancellano i molteplici significati di un gesto, di un’attitudine, di una postura, di una sequenza motoria, costringendoli in corto – circuiti causalistici rassicuranti (‘mi adeguo allo stile dato’) quanto impoverenti. Qui io parlo di pratica marziale e di artisti; lascio l’ossessione delle ripetizioni e dell'imitazione spasmodica di un gesto ai praticanti sportivi che vengono giudicati proprio in base alla migliore imitazione e perciò necessitano di una didattica fatta di ripetizioni e sudditanza al modello dato, come accade nelle gare di ‘forme’.




Il corpo, dunque il praticante di cui sto scrivendo, è corpo Leib e non Korper (1). Non è il corpo asettico dell’anatomia, ma il corpo libidinale. Non è mera dimensione misurabile, circoscrivibile in parametri e protocolli spazio – temporali, come dialettica tra tonicità e rilassamento. E’, invece, un corpo su cui lavorare per portare dallo sfondo in figura quelle dimensioni comunemente individuate come caratteristiche di ogni individuo: motivazioni, desideri, paure, tensioni, significati.

Significa, proprio a partire dall’immenso bagaglio che le Arti Marziali offrono, praticare il terreno dell’incertezza che è, paradossalmente, la costante del vivere, praticare l’arte del ‘conosci te stesso’, i propri bisogni ed i mezzi espressivi che ci sono più consoni.

Questo anche praticando le ‘forme’, purché lo si faccia cercandone l’interiorizzazione dell’essenza, che è sempre e del tutto personale. Perché solo quando il movimento è autentico, la forma, qualsiasi forma, diventa poesia.

Prossimamente, un post sul connubio tra pratica marziale e pratica dell’immaginazione attiva, come miglior modo di approcciarsi alle ‘forme’.


1. Leib, corpo vissuto, intrinsecamente legato alla coscienza umana- Korper, oggetto corporeo, materia che può essere osservata e misurata.