Chi mi conosce sa che sono un ‘divoratore’ di saggi ed uno scarso e saltuario lettore di romanzi (1). Eppure, di tanto in tanto, trovo rifugio dalle fatiche che i saggi mi impongono proprio in qualche romanzo. Così è, in questi giorni, con “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville (2).
In esso, tra le diverse pieghe che potrebbe prendere la sua lettura, mi colpisce l’interpretazione della modernità come vasto alveo in cui il denaro scorre come un fiume torbido tra le pareti di vetro di Wall Street. Melville qui, (eppure siamo ancora in pieno’800), lo aveva già annusato, con la sensibilità da marinaio che riconosce la tempesta prima ancora che il cielo si oscuri. Nel suo ‘Bartleby lo scrivano’, l’ufficio diventa Dojo, la scrivania tatami e il gesto più rivoluzionario è un sussurro: “I would prefer not to: “Preferirei di no”. Un rifiuto che non urla, non frantuma, non incendia. Un rifiuto che paradossalmente cede, come fa il Tai Chi Chuan quando si scontra con la forza bruta.
Il denaro come vento contrario
Il sistema economico moderno, quello che Melville osserva dagli U.S.A già in preda alla frenesia capitalista, pretende che ogni gesto sia produttivo, ogni parola vendibile, ogni pensiero monetizzabile.
Lo scrivano deve scrivere secondo un metodo ben riconoscibile, deve evitare di scandalizzare il pubblico pagante, deve essere prudente come un contabile dell’anima. La sua libertà è un lusso che non può permettersi. La sua creatività è un bene che non possiede. La sua voce è un’eco che deve imitare perfettamente altre voci.
Eppure, proprio lì, nel cuore della macchina, origina la crepa: Bartleby smette di collaborare. Non per ribellione politica, non per ideologia, ma per una sorta di sottrazione ontologica (3). Il suo gesto è un non fare che pesa più di mille rivolte o contrapposizioni,
Il Tai Chi Chuan come ribellione soffice
Nella pratica del Tai Chi Chuan de ‘La Grande Onda’ qui allo Spirito Ribelle, questa logica del rifiuto che sottrae diviene corpo e movimento. Il praticante non contrasta forza con forza, piuttosto la assorbe, la devia, la trasforma. Il gesto non è mai un ‘contro’, ma sempre un ‘oltre’. Il movimento non è mai meccanica reazione, ma consapevole azione che risponde, laddove: “compito della formazione non è l’acquisizione di una specialismo disciplinare (omissis). Essa è orientata a sviluppare negli educandi capacità estetiche, cognitive e personali attraverso i linguaggi disciplinari e i loro contenuti e metodi” (E. Bottero ‘Sapere del corpo e prospettive didattiche’).
Il nostro Tai Chi Chuan mostra che la vera potenza non sta nel colpire, ma nel non irrigidirsi. Che la vera libertà non sta nel vincere, ma nel non essere costretti a competere. Che la vera e possibile ribellione, in questi tempi grami e travagliati, non sta nel distruggere il sistema, ma nel non lasciarsi definire e modellare da esso.
E questo vale anche, per quanto ci riguarda, pure per il sistema ingessato, sclerotizzato ed omofono del movimento corporeo in generale e delle Arti Marziali, convinto come sono che “non si possono cambiare abitudini motorie o posture senza trasformare l’essere umano in profondità” (J. Dropsy ‘Vivere nel proprio corpo, espressione corporea e rapporti umani’).
Bartleby è il nostro Maestro interiore?
Prova ad immaginare Bartleby lo scrivano in un allenamento Tai Chi Chuan dentro una qualsiasi delle tante Scuole. Il Maestro / Sifu gli comanda di eseguire, copiandola perfettamente, una forma, un taolu. Bartleby guarda l’orizzonte, poi risponde: “Preferirei di no”.
Ma non è inerzia. Non è svogliatezza. Non è nemmeno sabotaggio, è invece l’espressione più pura di wu wei, l’azione senza agire; il gesto che non si oppone ma anche non collabora; la postura che non attacca ma anche non si lascia sopraffare.
Bartleby diventa, in questa mia personale lettura, un bodhisattva (4) del rifiuto, un santone laico che mostra come la libertà non sia necessariamente un plateale atto eroico, ma una micro‑scelta quotidiana, una scelta di non partecipare all’insensatezza. Il suo rifiuto lo leggo come una forma, taolu, invisibile, una sequenza di movimenti interiori che disallineano il corpo dal ritmo produttivo della modernità, dalla pedissequa fedeltà ad un dogma imposto, che attraverso il gestuale, il corporeo, arriva e penetra nel cuore del sistema socio-economico e della ideologia e cultura dominanti: “La rivoluzione umana di un singolo individuo contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità” (Maestro Daisaku Ikeda ‘La rivoluzione umana’).
Una realizzazione dei principi di Peng e Lu (5), E… non sarebbe allora lui il praticante autentico, autenticamente Tradizionale, che legge ed interpreta la forma, taolu, rispettandone tanto i principi fondanti quanto la sua irriducibile soggettività di individuo? Sì perché: “Proprio in questo contesto massificante è necessario ribadire, proprio attraverso il corpo, il valore dell’unicità della persona, che proprio perché incarnata esprime attraverso la dimensione corporea la singolarità dell’esserci” (A.G.A Naccari ‘Persona e movimento’)
Spirito Ribelle, il luogo di pratica dove la protesta diviene rituale
Nell’andragogia / pedagogia e didattica marziale dello Spirito Ribelle, la protesta non è mai collera. È ritualità. È poesia incarnata. È dissacrazione che non guasta, ma libera.
Il praticante impara a:
disallinearsi, non seguire il flusso insensato del fare per fare e tanto meno del copiare passivamente;
sottrarsi, non regalare il proprio corpo al ritmo del profitto, qui interpretato dall’esecuzione perfetta, meccanica, scandita da tempi estranei al sé ed alla propria biografia emozionale;
rallentare, perché la lentezza, persino l’apparente immobilità (‘se ne rimaneva immobile, in piedi, in mezzo alla stanza’ cit.) è la più grande eresia del nostro tempo;
sentire, perché il sentire non produce cose, denaro, ma produce libertà. (6)
Il Tai Chi Chuan de ‘La Grande Onda’ non è ginnastica, non è wellness, non è spiritualità New Age, non è vetrina di soldatini tutti uguali. È l’arte del non collaborare con la disumanizzazione, con l’omologazione. È un modo di abitare il mondo senza divenirne un ingranaggio.
Davvero il rifiuto potrebbe essere Do, Tao?
Bartleby non è un fallito, è forse invece un Maestro, un Sifu. Uno che ci mostra come la libertà autentica, nella modernità, non sia un diritto ma abbisogni di concretizzarsi in un gesto. Un gesto piccolo, appena percettibile, ma capace di incrinare l’intero edificio che si costruisce su successo, denaro,produttività e consumo senza uso.
Leggo questo breve ed intenso romanzo di Melville e non posso esimermi dal cogliere il nostro Tai Chi Chuan come ereditario di quel messaggio trasferito nel corpo e nel movimento perché trasfigura il rifiuto in movimento, la protesta in danza, la dissacrazione in rituale, la libertà in postura ed attura.
In un mondo che ci vuole veloci, performanti, monetizzabili, perfettamente omologati ed omologhi anche nelle trasgressioni, la pratica marziale, quella incentrata sulla persona, sul praticante e non sulla pretesa copia esatta di un modello dato, sull’alienazione da sé dell’allievo, può divenire un modo per dire, con la stessa calma di Bartleby: “Preferirei di no”.
1. Il compianto Giorgio Amendola (1907 - 1980), sontuoso rappresentante del PCI, si rivolterà nella tomba, lui che spronava alla lettura dei classici come strumento di interpretazione della società e dei suoi cambiamenti.
2. Herman Melville (1819 – 1891), conosciuto ai più per l’intenso e struggente ‘Moby Dick’.
3. L'ontologia è la branca della filosofia che studia l'essere in quanto tale, le sue strutture fondamentali e le categorie che lo costituiscono.
4. Nel buddismo, un bodhisattva è un essere che, pur avendo ottenuto l’illuminazione, sceglie di rinunciare temporaneamente al nirvana per aiutare tutti gli esseri a liberarsi dalla sofferenza.
5. https://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/2026/06/peng-lu-ji-come-piace-te.html
6. “La capacità di fare silenzio è basilare, per poter cogliere la meraviglia del creato, nella sua misteriosità e nella sua complessità, ma anche per poter entrare in contatto con la propria intimità” (G. Mollo ‘La via del senso)



























