domenica 12 luglio 2026

Che c’azzecca ‘Bartleby lo scrivano’ con lo Spirito Ribelle? Il rifiuto come Arte Marziale contro i cascami di questa modernità

 

Chi mi conosce sa che sono un ‘divoratore’ di saggi ed uno scarso e saltuario lettore di romanzi (1). Eppure, di tanto in tanto, trovo rifugio dalle fatiche che i saggi mi impongono proprio in qualche romanzo. Così è, in questi giorni, con “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville (2).

In esso, tra le diverse pieghe che potrebbe prendere la sua lettura, mi colpisce l’interpretazione della modernità come vasto alveo in cui il denaro scorre come un fiume torbido tra le pareti di vetro di Wall Street. Melville qui, (eppure siamo ancora in pieno’800), lo aveva già annusato, con la sensibilità da marinaio che riconosce la tempesta prima ancora che il cielo si oscuri. Nel suo ‘Bartleby lo scrivano, l’ufficio diventa Dojo, la scrivania tatami e il gesto più rivoluzionario è un sussurro: I would prefer not to: Preferirei di no”. Un rifiuto che non urla, non frantuma, non incendia. Un rifiuto che paradossalmente cede, come fa il Tai Chi Chuan quando si scontra con la forza bruta.



Il denaro come vento contrario

Il sistema economico moderno, quello che Melville osserva dagli U.S.A già in preda alla frenesia capitalista, pretende che ogni gesto sia produttivo, ogni parola vendibile, ogni pensiero monetizzabile.

Lo scrivano deve scrivere secondo un metodo ben riconoscibile, deve evitare di scandalizzare il pubblico pagante, deve essere prudente come un contabile dell’anima. La sua libertà è un lusso che non può permettersi. La sua creatività è un bene che non possiede. La sua voce è un’eco che deve imitare perfettamente altre voci.

Eppure, proprio lì, nel cuore della macchina, origina la crepa: Bartleby smette di collaborare. Non per ribellione politica, non per ideologia, ma per una sorta di sottrazione ontologica (3). Il suo gesto è un non fare che pesa più di mille rivolte o contrapposizioni,

Il Tai Chi Chuan come ribellione soffice

Nella pratica del Tai Chi Chuan de ‘La Grande Onda’ qui allo Spirito Ribelle, questa logica del rifiuto che sottrae diviene corpo e movimento. Il praticante non contrasta forza con forza, piuttosto la assorbe, la devia, la trasforma. Il gesto non è mai un ‘contro’, ma sempre unoltre’. Il movimento non è mai meccanica reazione, ma consapevole azione che risponde, laddove: “compito della formazione non è l’acquisizione di una specialismo disciplinare (omissis). Essa è orientata a sviluppare negli educandi capacità estetiche, cognitive e personali attraverso i linguaggi disciplinari e i loro contenuti e metodi” (E. Bottero ‘Sapere del corpo e prospettive didattiche’).

Il nostro Tai Chi Chuan mostra che la vera potenza non sta nel colpire, ma nel non irrigidirsi. Che la vera libertà non sta nel vincere, ma nel non essere costretti a competere. Che la vera e possibile ribellione, in questi tempi grami e travagliati, non sta nel distruggere il sistema, ma nel non lasciarsi definire e modellare da esso.

E questo vale anche, per quanto ci riguarda, pure per il sistema ingessato, sclerotizzato ed omofono del movimento corporeo in generale e delle Arti Marziali, convinto come sono che “non si possono cambiare abitudini motorie o posture senza trasformare l’essere umano in profondità” (J. Dropsy ‘Vivere nel proprio corpo, espressione corporea e rapporti umani’).

Bartleby è il nostro Maestro interiore?

Prova ad immaginare Bartleby lo scrivano in un allenamento Tai Chi Chuan dentro una qualsiasi delle tante Scuole. Il Maestro / Sifu gli comanda di eseguire, copiandola perfettamente, una forma, un taolu. Bartleby guarda l’orizzonte, poi risponde: Preferirei di no.

Ma non è inerzia. Non è svogliatezza. Non è nemmeno sabotaggio, è invece l’espressione più pura di wu wei, l’azione senza agire; il gesto che non si oppone ma anche non collabora; la postura che non attacca ma anche non si lascia sopraffare.

Bartleby diventa, in questa mia personale lettura, un bodhisattva (4) del rifiuto, un santone laico che mostra come la libertà non sia necessariamente un plateale atto eroico, ma una microscelta quotidiana, una scelta di non partecipare all’insensatezza. Il suo rifiuto lo leggo come una forma, taolu, invisibile, una sequenza di movimenti interiori che disallineano il corpo dal ritmo produttivo della modernità, dalla pedissequa fedeltà ad un dogma imposto, che attraverso il gestuale, il corporeo, arriva e penetra nel cuore del sistema socio-economico e della ideologia e cultura dominanti: La rivoluzione umana di un singolo individuo contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità” (Maestro Daisaku Ikeda ‘La rivoluzione umana’).

Una realizzazione dei principi di Peng e Lu (5), E… non sarebbe allora lui il praticante autentico, autenticamente Tradizionale, che legge ed interpreta la forma, taolu, rispettandone tanto i principi fondanti quanto la sua irriducibile soggettività di individuo? Sì perché: “Proprio in questo contesto massificante è necessario ribadire, proprio attraverso il corpo, il valore dell’unicità della persona, che proprio perché incarnata esprime attraverso la dimensione corporea la singolarità dell’esserci” (A.G.A Naccari ‘Persona e movimento’)

Spirito Ribelle, il luogo di pratica dove la protesta diviene rituale

Nell’andragogia / pedagogia e didattica marziale dello Spirito Ribelle, la protesta non è mai collera. È ritualità. È poesia incarnata. È dissacrazione che non guasta, ma libera.

Il praticante impara a:

  • disallinearsi, non seguire il flusso insensato del fare per fare e tanto meno del copiare passivamente;

  • sottrarsi, non regalare il proprio corpo al ritmo del profitto, qui interpretato dall’esecuzione perfetta, meccanica, scandita da tempi estranei al sé ed alla propria biografia emozionale;

  • rallentare, perché la lentezza, persino l’apparente immobilità (‘se ne rimaneva immobile, in piedi, in mezzo alla stanza’ cit.) è la più grande eresia del nostro tempo;

  • sentire, perché il sentire non produce cose, denaro, ma produce libertà. (6)

Il Tai Chi Chuan de ‘La Grande Onda’ non è ginnastica, non è wellness, non è spiritualità New Age, non è vetrina di soldatini tutti uguali. È l’arte del non collaborare con la disumanizzazione, con l’omologazione. È un modo di abitare il mondo senza divenirne un ingranaggio.

Davvero il rifiuto potrebbe essere Do, Tao?

Bartleby non è un fallito, è forse invece un Maestro, un Sifu. Uno che ci mostra come la libertà autentica, nella modernità, non sia un diritto ma abbisogni di concretizzarsi in un gesto. Un gesto piccolo, appena percettibile, ma capace di incrinare l’intero edificio che si costruisce su successo, denaro,produttività e consumo senza uso.

Leggo questo breve ed intenso romanzo di Melville e non posso esimermi dal cogliere il nostro Tai Chi Chuan come ereditario di quel messaggio trasferito nel corpo e nel movimento perché trasfigura il rifiuto in movimento, la protesta in danza, la dissacrazione in rituale, la libertà in postura ed attura.

In un mondo che ci vuole veloci, performanti, monetizzabili, perfettamente omologati ed omologhi anche nelle trasgressioni, la pratica marziale, quella incentrata sulla persona, sul praticante e non sulla pretesa copia esatta di un modello dato, sull’alienazione da sé dell’allievo, può divenire un modo per dire, con la stessa calma di Bartleby: Preferirei di no.




1. Il compianto Giorgio Amendola (1907 - 1980), sontuoso rappresentante del PCI, si rivolterà nella tomba, lui che spronava alla lettura dei classici come strumento di interpretazione della società e dei suoi cambiamenti.

2. Herman Melville (1819 – 1891), conosciuto ai più per l’intenso e struggente ‘Moby Dick’.

3. L'ontologia è la branca della filosofia che studia l'essere in quanto tale, le sue strutture fondamentali e le categorie che lo costituiscono.

4. Nel buddismo, un bodhisattva è un essere che, pur avendo ottenuto l’illuminazione, sceglie di rinunciare temporaneamente al nirvana per aiutare tutti gli esseri a liberarsi dalla sofferenza.

5. https://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/2026/06/peng-lu-ji-come-piace-te.html

6.La capacità di fare silenzio è basilare, per poter cogliere la meraviglia del creato, nella sua misteriosità e nella sua complessità, ma anche per poter entrare in contatto con la propria intimità” (G. Mollo ‘La via del senso)



giovedì 9 luglio 2026

La forza del clan: Anatomia appassionata di una città che disgrega e di un’Arte che ricompone

 

Milano, la mia città, è una distesa pulsante di luci e fiumi d’asfalto, una metropoli che si erge come un organismo immenso e impersonale. Qui, dove il ritmo nazionale si frantuma in velocità e verticalità, l’individuo si dissolve nella folla: Un estraneo tra estranei, un extraneus (1) che erra ai confini di ogni contesto familiare, sociale.

Nelle sue vene scorre ciò che Marc Augé (2) ha chiamato non-luogo. Spazi senza memoria, senza identità, senza relazione. Ambienti dove la presenza è solo in transito, dove la coabitazione non genera comunità ma una sorta di solitudine condivisa. Basta un viaggio in metropolitana per accorgersene, lì ovunque corpi accalcati, sguardi assenti, volti schiavi di schermi che fagocitano attenzione e rimasugli di pensiero. Una massa informe che si muove senza mai incontrarsi davvero.

Gli urbanisti, sacerdoti della mobilità e del consumo, hanno modellato la città come un dispositivo di produttività. Hanno costruito piazze che non invitano alla sosta, panchine che scoraggiano la conversazione, spazi pubblici che sembrano progettati per impedire ogni avvio di contatto umano. La socialità, un tempo spontanea come un saluto tra vicini, è stata sostituita da una co-presenza anonima perché si abita lo stesso luogo, ma non lo stesso mondo!!

La grande città, la metropoli, offre infinite possibilità di incontro, ma svuota la profondità dei legami. Le reti sociali sono sì ampie ma fragili, come ragnatele troppo tirate. Relazioni legate a funzioni, a luoghi, a occasioni come la scuola, l’ufficio, la palestra. Rapporti minimalisti, intercambiabili, consumati con la stessa fretta con cui si consuma un prodotto.

A questo si aggiunge la spinta capitalistica, figlia di un immaginario U.S.A. che ha fatto della produttività un valore supremo. Si vive (sopravvive?) correndo, di fretta; si vive senza vivere. Anche gli affetti diventano appuntamenti, anche le amicizie diventano impegni, anche la presenza diventa un gesto da ottimizzare.

È per questo (non “sarà”, ma è) che ho cercato un’altra via, forse una Via. Una via che non fosse fatta di accelerazione, ma di radicamento. Una via che non fosse fatta di consumo, ma di esperienza. Una via che non fosse fatta di estraneità, ma di clan.


Le pratiche marziali, quando condotte con consapevolezza, sono un ritorno alla dimensione dionisiaca dell’esistenza che è il corpo come luogo di verità, il movimento come linguaggio, il contatto come relazione. Sono un percorso di identità, un modo per ritrovare la propria forma interiore attraverso la forma esteriore.

In questo cammino ho costruito, insieme ad allievi che sono prima ancora amici, un piccolo clan. Un minuscolo gruppo di individui che, tra un pugno e una schivata, tra una bastonata e un balzo, si scambiano emozioni autentiche. Non finzioni, non convenzioni, non ruoli sociali, solo verità.

Nel nostro spazio di pratica, il ‘non-luogo’ si dissolve. La metropoli perde la sua maschera fredda ed asettica. L’estraneo diviene volto e respiro. Il volto ed il respiro divengono storia. La storia diviene legame.

Qui si ricostruisce, o almeno si tenta di ricostruire, ciò che la città disgrega, ovvero quella comunità come forma originaria della vita, la forza del gruppo come radice dell’individuo, la presenza come dono reciproco. Qui si torna a essere clan. Non per chiudersi, ma per ritrovare il senso dell’apertura; non per difendersi, ma per riconoscersi; non per combattere contro, ma per crescere insieme.

La forza del clan non è un ritorno al passato, è un atto di ribellione poetica nel presente. È la scelta di abitare il mondo con più corpo, più cuore, più relazione. È la risposta marziale a una città che ci vorrebbe soli, estranei.




1. Nella lingua latina extraneus indicava qualcosa o qualcuno che si trovava "fuori" da un contesto familiare, territoriale o sociale.

2. Marc Augé ‘Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità’



domenica 5 luglio 2026

La ‘bufala’ della camminata Tai Chi

 

Da qualche anno spopola la camminata Tai Chi Chuan. La vedi proposta ovunque: Nei parchi, nei corsi improvvisati, nei video motivazionali che promettono illuminazioni a... passo di lumaca, persino come allenamento per ridurre il girovita: Piccole e piccoli Wanna Marchi crescono!!. Ed io, osservando, non posso fare a meno di chiedermi:

Ma chi la insegna… sa davvero cosa sta facendo? O pensa forse che basti rallentare, inspirare, espirare e dondolare un po’ le braccia per trasformare una passeggiata in un rito taoista?

Confidiamo di no, dai. Confidiamo che questi Maestri, Sifu, istruttori e improvvisati guru del “cammina lento che ti passa” conoscano almeno le fondamenta di ciò che stanno maneggiando.

I quattro pesi: Non proprio quattro umori di un giorno andato male

Perché la camminata Tai Chi Chuan non è un “vai piano e ascolta il respiro”. È un’arte sottile, che si regge su quattro qualità del peso: Leggero, pesante, forte, collassato, che non sono stati d’animo, ma modalità di stare nel mondo e nelle relazioni.

  • Il peso leggero non è “cammino sulle nuvole”,
  • il peso pesante non è “oggi mi sento un macigno”,
  • il peso forte non è “stringo i denti e vado”,
  • il peso collassato non è “mi trascino verso il venerdì”.

Sono architetture interne, equilibri dinamici, alchimie corporee che richiedono studio, pratica, ascolto e una buona dose di umiltà per cogliere le diverse sfumature di percezione e sensazione viscerale.


La coniunctio oppositorum, ovvero l’arte di affondare mentre ti sollevi

Chi insegna la camminata Tai Chi Chuan dovrebbe conoscere e incarnare la coniunctio oppositorum, quella sapienza antica che unisce gli opposti senza confonderli.

Nel Tai Chi Chuan significa affondare di corpo mentre ti sollevi, cedere mentre avanzi, radicarti mentre voli. Significa “Cammina su un letto di foglie senza suscitare alcun rumore” o, come incita spesso il mio Maestro Xia Chao Zen: “Non rompere uova!!”.

È un paradosso? Certo. Ma è proprio lì che nasce la magia, nel punto in cui il corpo scopre che può essere due cose insieme e che la forza non è mai un monolite, ma un dialogo intenso.

I cinque elementi: Una bussola per camminare in tutte le direzioni

La camminata Tai Chi Chuan non procede solo avanti. Si espande, ruota, devia, ritorna, si apre e si chiude come un respiro cosmico.

Ogni direzione è un elemento:

  • Legno che spinge,
  • Fuoco che sale,
  • Terra che accoglie,
  • Metallo che taglia,
  • Acqua che scorre.

Chi insegna questa pratica dovrebbe saperlo che non si cammina nello spazio, si cammina nel ciclo della trasformazione.

I tre piani del movimento: Orizzontale, verticale, sagittale

Poi c’è la geografia emotiva del corpo. Perché ogni piano, orizzontale, verticale, sagittale, porta con sé un mondo affettivo diverso.

  • L’orizzontale apre, accoglie, abbraccia.
  • Il verticale eleva, sfida, ordina.
  • Il sagittale attraversa, penetra, decide.

Chi conduce una camminata Tai Chi Chuan dovrebbe saperlo, non stai solo muovendo un corpo, stai muovendo un’intera biografia emotiva. Muoversi e sentire autenticamente, dunque non in base ai dettami della meccanica asettica pretesa uguale per tutti, conduce a quel silenzio degli occhi che sa vedere oltre l’apparenza quella che è l’autenticità profonda dell’essere.


Il corpo che pensa, il corpo che diviene

Come scrive Sergio Gaiffi: “non solo l’intelligenza si plasma (omissis) ma si forma anche via via la sensazione della propria identità, la vita degli affetti, la coscienza di sé”. (Corpo educazione e salute)

E allora sì, certamente ma solo così, la camminata Tai Chi Chuan è un tesoro. Un tesoro vero. Un laboratorio di trasformazione, di identità, di presenza.

E allora sì, saperlo o non saperlo fa tutta la differenza!!

Perché se chi insegna non conosce tutto questo, se riduce la camminata Tai Chi Chuan a una ginnastica lenta, a un esercizietto simil zen da aperitivo, ad un superficiale rito New Age, o, all’opposto, ad un misterioso rito sciamanico che, per altro, gestisce con la stessa competenza dell’apprendista stregone di disneyana memoria, allora sì, c’è un problema e pure grosso.

Un problema fatto di:

  • ignoranza travestita da saggezza,
  • narcisismo in abiti di lino,
  • tanta, tanta voglia di far soldi sui malcapitati, in perfetto stile televendita,
  • e un tesoro sprecato, banalizzato, svuotato.

Allora, camminare sì, ma con consapevolezza, praticando l’intelligenza corporeo – cinestetica, affidandosi al sé fisicoemotivo, costruendo una coscienza sensibile.

In sé il movimento non è educativo, nel senso della formazione globale della persona, lo diventa quando è utilizzato per sviluppare e realizzare la personalità e quando è voluto, sentito, precisato, controllato a questo scopo” (A.G.A. Naccari ‘Persona e movimento’).

La camminata Tai Chi Chuan è una pratica artistica. Un rito. Un’andragogia / pedagogia del corpo e dell’anima. Un modo per diventare più umani, non più lenti.

Che chi la insegna sappia cosa sta maneggiando. Che chi la pratica senta la profondità di ciò che accade. Che nessuno scambi un passo lento per un passo consapevole.

Perché nel Tai Chi Chuan, come nella vita, non conta quanto piano vai, ma quanto profondamente ti muovi.

La forza del Tai Chi è come seta che si srotola: continua, morbida, ininterrotta.” ( Chen Xin)





giovedì 2 luglio 2026

Gli irriducibili

 

Scriveva Pavese: Finché si avranno passioni non si cesserà di scoprire il mondo. E forse non c’è frase più adatta a raccontare ciò che accade ai giardini Marcello Candia, a Milano, dove ogni settimana un minuscolo gruppo di marzialisti si ritrova come attorno a un fuoco antico, per ascoltare ciò che il corpo ha da dire.

Una passione forte, radicata come un albero che ha attraversato molte stagioni: Cinquant’anni, nutre le mie proposte di Tai Chi Chuan e Kenpo Taikiken. Una passione che non si propone di insegnare, piuttosto irrora, trasforma, accende.

Il Lunedì che si chiude

Il corso del lunedì si chiude come una porta che conserva il calore di chi l’ha attraversata. Elisabetta e Kiumars, ai loro primi mesi di pratica, abitano quello spazio con la timidezza e la meraviglia dei neofiti, senza mai un cedimento. Ogni gesto è una scoperta, ogni spirale un continente nuovo. Sono i primi viaggiatori di una settimana che si apre come un ventaglio.


Il Martedì degli ‘irriducibili’

Poi arriva il martedì, l’ultimo martedì di questa stagione di pratica. Afoso, immobile, un pomeriggio di sole che sembra negare qualsiasi alito di vento. Eppure, lì, nel cuore di quel calore, ci sono gli irriducibili: Claudio e Silvano.

Quelli che da mesi masticano spirali e cerchi come fossero pane quotidiano. Quelli che hanno imparato a muoversi in tre dimensioni, seguendo le linee segrete degli Yijin Jing, gli esercizi trasformatori dei tendini, che io ho amalgamato con le mie esperienze di Danza Sensibile e Laban Movement Analysis.

Sono loro che danzano la Forma di Sintesi del Tai Chi Chuan, arricchendola di nuove traiettorie, affinché la gestualità diventi rotonda, spiraliforme, viva. Sono loro che si misurano con i principi del Neijia Kung Fu, quelli che ricevo dal Maestro Xia Chao Zen e che ora scorrono nel loro tronco, nelle loro braccia, come un fiume saggio.

Sono loro che cavalcano il possente Drago e l’agile Gru della forma Pa Kwa / Hakkeshou, lasciando che le creature simboliche guidino il ritmo del combattimento interiore.

Sono loro che imparano dai limiti dell’anello di bambù, tra maneggi, volteggi e scherma di pugni, scoprendo che a volte è proprio il limite a spiegare la libertà.

E quelli che verranno

E poi ci sono gli altri. Quelli che forse torneranno, o forse no. Quelli che hanno interrotto il percorso marziale a primavera e che potrebbero gettarsi di nuovo, con passione o moderazione, non importa, tra le braccia della pratica 2026–2027.

Perché la pratica non chiede fedeltà assoluta, chiede sincerità. Chiede presenza. Chiede quel minimo di ribellione che permette al corpo di ricordare che è vivo, non ‘cosa’.

E tutti, irriducibili o esitanti, appassionati o moderati, sono accomunati da un’unica realtà: l’animo Spirito Ribelle, che non è un titolo, un’etichetta, ma un modo di stare al mondo. Un modo di dire: Io ci sono, e mi muovo.

Settembre

Così si chiude una stagione e, a Dio, al Grande Coniglio, al Buco Nero, (ognuno scelga secondo la sua spiritualità), piacendo, se ne aprirà un’altra. Con la certezza che finché ci saranno passioni e finché ci saranno corpi vivi, corpi abitati, che danzano, respirano, si cercano, il mondo continuerà a rivelarsi.

Ed io, il Sensei, “colui che è nato prima”, continuerò ad avere il privilegio di essere uno dei suoi scopritori.



lunedì 29 giugno 2026

Sentire, dire, contattare: l’Arte di esprimersi nel Tai Chi Chuan in coppia

 

Sono immerso nella lettura di “Le armi nascoste della manipolazione” di Chistophe Carré. Sempre stimolante, per me, percorrere la strada che coniuga lo studio della comunicazione verbale, della parola, con il potente linguaggio del corpo (1).

Mi colgo a riflettere che anche nella pratica in coppia del Tai Chi Chuan, ogni gesto è un messaggio. Ogni pressione, ogni cedimento, ogni spirale, è un modo di dire: “Io sono qui ed ora.” Eppure, come ricorda Christophe Carré, la comunicazione più ardua non è quella con l’altro, ma quella con se stessi.

Quando entro in contatto con il compagno di pratica, porto con me un mondo di sensazioni: Tensioni che non ho nominato, emozioni che stento a riconoscere, impulsi che non ho osato dire. Il corpo li conosce ancor prima della mente, li scopre come li tradisce, li offre alla visibilità nitida.

Il Tai Chi Chuan in coppia diventa così un luogo di verità potenti e gentili. Un luogo in cui posso permettermi di formarmi ad esprimere ciò che sento senza paura, senza esagerazioni, senza maschere indossate frettolosamente. Dire “io sento” nel movimento, come suggerisce Carré, significa assumermi la responsabilità del mio pesare, del mio direzionarmi, del mio invadere come del mio ritrarmi.

Quando premo, non accuso. Quando cedo, non mi annullo. Quando ascolto, non scompaio. Uso la prima persona del corpo, che è più sincera della voce.

E accade qualcosa di raro, perché esprimere emozioni e sentimenti attraverso il contatto ci avvicina davvero all’altro. Non perché diventiamo più “buoni”, ma perché diventiamo più leggibili, più permeabili, più presenti. Il compagno non deve più indovinare chi siamo, può sentirlo.

Al contrario, emozioni e sentimenti inespressi, leggo in Carré, ci allontanano da noi stessi. Nel Tai Chi Chuan questo si nota subito: Il corpo si irrigidisce, la struttura si chiude, la spinta diventa difesa, il cedere diventa fuga. È il segno che non sto ascoltando le mie esigenze profonde, che sto reagendo meccanicamente invece di agire consapevolmente. (2)

La pratica in coppia, quando, al contrario, è vissuta davvero con intento formativo, con intento ‘guerriero’, ovvero di ‘colui che sa stare nei conflitti’, diviene invece un rito di chiarezza, un modo per tornare a noi stessi attraverso l’altro. Ogni contatto è un invito a dire la verità del momento: “Qui mi sento imprigionato”, “Qui mi irrigidisco e non ascolto più.” “Qui posso fidarmi a stare nella relazione.” “Qui posso lasciarmi andare.”

E così, passo dopo passo, il Tai Chi Chuan ci mostra che la relazione, come il movimento, non origina dalla forza muscolare, ma dalla sincerità, dalla vulnerabilità, dalla disponibilità all’ascolto.



Questo, qui allo Spirito Ribelle, è il percorso, la Via, Tai Chi Chuan e Kenpo Taiki Ken. Lasciamo ad altri l’affannato e caotico spingersi e tirare, l’allenamento con pesi sempre più grossi vantando muscoli evidenti ed un peso corporeo sempre più ingombrante. Non è questa la nostra strada.

La vera forza nasce dal vuoto e dalla quiete, non dalla tensione”

(M° Sun Lu Tang)






1. Il corpo è linguaggio che parla e dal quale si è parlati, rivela ciò che è nascosto e vero, linguaggio «dell’identità naturale […] che è linguaggio dell’identità sociale» (Bourdieu, 1987, pp. 163-164) “ (‘Il canto delle sirene. Il corpo in equilibrio tra reale e virtuale’ di R. Iaquinta)

2.Assumersi la responsabilità delle proprie emozioni significa essere in grado di identificare i nostri bisogni personali e comunicarli agli altri. Se non ci rendiamo conto che i nostri sentimenti sono direttamente correlati ai bisogni soddisfatti o insoddisfatti, poniamo dei limiti alla consapevolezza che abbiamo di noi stessi” (C. Carré ‘ Le armi nascoste della manipolazione’).











giovedì 25 giugno 2026

Bamboo Ring pt. 3: IL LIMITE

 


Dentro l’anello di bambù, le mie braccia imparano il limite.

Strano, eh? In una società in cui il limite è una cosa negativa, in cui impera la parola d’ordine “superare ogni limite, noi, qui allo Spirito Ribelle, del ‘limite’ facciamo una cosa positiva, utilizziamo il ‘limite’ come strumento per crescere e migliorare.

Tu che mi stai guardando, qui ai giardini Marcello Candia, Milano, vedi il limite?

Un ‘limite’ imposto non per costrizione, ma per nascere più preciso. Il Bamboo Ring non è né scudo né arma: E’ confine. È la soglia che mi impedisce di disperdermi, che contiene il gesto perché divenga essenziale, che richiama la mia forza verso il centro.

L’avversario avanza con il tambo, il bastone corto, ma io resto raccolto, compatto, presente. Ogni movimento è un ritorno alla mia figura, un richiamo alla misura, un invito a non smanacciare, a non evadere fuori da me stesso, a proteggere ciò che realmente è bersaglio.

Nel cerchio, il gesto si fa piccolo e vero. La difesa nasce vicina e dentro il corpo, il contrattacco parte da un cuore che non trabocca. Il Bamboo Ring mi forma: Mi insegna che la precisione è una strada di libertà, che la potenza non è ampiezza, ma direzione.

Allora avanzo. Non oltre il cerchio, ma dentro la mia forma più nitida.



Esplorare i propri limiti conduce alla scoperta di territori vastissimi.
(E. M. Secci )


Nel video: attacchi liberi di bastone corto, difese libere contenendo le braccia dentro il Bamboo ring.

Prossimamente: Bamboo Ring pt. 4: La copertura