Ci sono momenti, nella pratica delle Arti Marziali, in cui il Dojo sembra diventare un luogo sospeso: Non più solo una sala d’allenamento, ma una soglia. Una soglia tra ciò che mostriamo e ciò che tratteniamo, tra la parte di noi che avanza con passo sicuro e quella che, ringhiando in sottofondo, rimane appartata. È lì che comincia l’autentico lavoro su di sé, quello che attraverso le aspre porte del Bujutsu (la pratica conflittuale, di scontro, di supremazia sull’altro) diviene Budo, la Via della consapevolezza, del miglior adattamento di sé all’ambiente, persino della costruzione di un individuo erotico e vitale.
Perché, come ripeto spesso, l’Arte Marziale, quando è viva, non è MAI solo tecnica. È un ascolto radicale. Un ascolto che non teme di incontrare la propria Ombra, i sentimenti che ci divorano, le emozioni che non osiamo nominare.
Il conflitto come specchio
Ogni gesto marziale origina da un paradosso: Per imparare a non combattere, occorre attraversare il combattimento. Certo, quello con l’opponente, ma poi, fondamentale, quello che si agita torbido dentro di noi.
Nella pratica conflittuale, un pugno, una proiezione al suolo, una leva articolare, affiora spesso ciò che nella vita quotidiana resta nascosto:
- la paura che irrigidisce,
- la rabbia che divampa,
- la frustrazione che schiaccia,
- il bisogno di controllo,
- il desiderio di scappare.
Sono presenze antiche, a volte scomode, che emergono proprio quando il corpo è chiamato a rispondere.
“Come fonte dalla quale si sono sviluppate le parti più recenti del cervello, le aree emozionali sono strettamente collegate a tutte le zone della neocorteccia attraverso una miriade di circuiti di connessione” (D. Goleman Intelligenza Emotiva)”
Eppure, è in quell’emersione che si apre lo spazio della possibile trasformazione.
Dare forma all’ombra
L’Arte Marziale non chiede di reprimere ciò che è oscuro, ciò che ci disturba, ciò che stentiamo ad ammettere. Chiede di guardarlo. Di lasciarlo comunicare attraverso il movimento, la respirazione, il contatto.
Quando un sentimento negativo si manifesta nel gesto, un pugno che valutiamo troppo duro, un passo che valutiamo troppo rapido, un irrigidimento che non serve, non è un errore. È un messaggio. È il corpo che dice: “Qui c’è qualcosa che vuole essere ascoltato.”
Dare forma all’ombra significa permetterle di esprimersi senza che diventi distruttiva. Significa trasformare la tensione in radicamento, la rabbia in direzione, la paura in sensibilità. Significa imparare a muoversi con ciò che ci abita, non contro di esso.
“Si può ingannare la violenza soltanto nella misura in cui non la si privi di ogni sfogo, e le si procuri qualcosa da mettere sotto i denti” (R. Girard La violenza e il sacro)
Il disagio come alleato
Nella pratica marziale, il disagio non è un ostacolo, è un prezioso alleato. Ci mostra dove siamo timorosi, dove siamo rigidi, dove blocchiamo il respiro. Mostra le crepe attraverso cui può entrare la consapevolezza.
Quando un movimento ci procura disagio, quando un compagno ci squilibra, quando un attacco ci sorprende, non stiamo “fallendo”. Stiamo invece incontrando un confine. E ogni confine, se ascoltato, diventa consapevolezza di un limite ed opportunità di una soglia.
La pratica marziale ci insegna a restare presenti proprio lì, dove vorremmo fuggire, nasconderci. A respirare dentro la sensazione. A lasciarla trasformare il gesto, la postura, la qualità dell’attenzione.
Il corpo come luogo di rivelazione
Il corpo non mente. È il primo a parlare e l’ultimo a essere ascoltato.
Nelle Arti Marziali, il corpo diventa un territorio di rivelazione:
- mostra ciò che tratteniamo,
- rivela ciò che evitiamo,
- amplifica ciò che non abbiamo ancora compreso.
E, allo stesso tempo, diviene il luogo della cura. Perché ogni movimento consapevole è un atto di riconciliazione. Ogni caduta è un ritorno. Ogni risalita è un nuovo inizio, nella consapevolezza che ciò che facciamo finta di non vedere in noi lo proiettiamo sul prossimo. E questo ‘fare finta di non vedere’ non è lo spirito che anima il guerriero del terzo millennio, il guerriero, cioè ‘colui che sa stare nei conflitti’.
Una pratica che trasforma
L’Arte Marziale, quando è vissuta come Via, non elimina l’Ombra: E’ impossibile sempre e comunque eliminarla perché parte di noi; non incatena l’Ombra, perché ogni catena può essere spezzata. Piuttosto la integra. La rende parte del cammino.
È un lavoro lento, paziente, fatto di cadute rovinose e faticosi rialzarsi, sovente silenziosi e condotti nel mancato interesse altrui, se non di chi ci è compagno in questo percorso marziale e perciò sa condividere ogni passo. Un percorso che non si misura in cinture o gradi, ma nella qualità dello sguardo che rivolgiamo a noi stessi. Nel modo in cui impariamo a stare nel conflitto senza esserne travolti. Nel modo in cui, attraverso il corpo, impariamo a trasformare ciò che ci ferisce in ciò che ci sostiene.
Alla fine, la pratica marziale è un’arte di presenza. Un’arte che offre l’opportunità di essere interi ed integrali, luce e ombra, forza e vulnerabilità, gesto e ascolto. Un’arte che ci ricorda che ogni movimento, anche il più semplice, può diventare un atto di verità.
“L’uomo che accetta, e attraversa, il confronto con la propria Ombra, cambia profondamente” (C. Risé Diventa te stesso)































