Il
Conflitto Generativo, laddove
lo scontrarsi
diviene comprensione,
e la comprensione diviene forma di vita
Il
conflitto è spesso frainteso quando
non esecrato.
Lo si pensa
come una frattura, un urto, un luogo dove si perde o si vince. Nella
cultura dominante, quella che ama le certezze, le risposte rapide, le
identità rigide,
il conflitto è un nemico da evitare, un disturbo da sedare, un
rumore da zittire.
Invece
nell’andragogia
/
pedagogia
marziale,
il conflitto è tutt’altro. E’
una
possibilità.
Una soglia. Un luogo
di passaggio in cui l’individuo può finalmente incontrare se
stesso senza le maschere della pretesa
sicurezza
o
della sufficienza culturale.
“La
fatica nel conflitto è una condizione imprescindibile per mantenere
buone relazioni. Evitare il conflitto è come intraprendere una
scorciatoia impraticabile”
(D.
Novara)
1.
Il conflitto come rivelazione
Il
conflitto non origina
per distruggere, ma
per rivelare. Rivela ciò che non sappiamo, ciò che non
controlliamo, ciò che non avevamo previsto. Rivela le nostre
fissità,
le nostre paure, le nostre abitudini di fuga ed
evitamento.
Quando
ciò che crediamo non coincide con ciò che accade, si apre uno
squarcio.
È lì che inizia
l’apprendimento.
È lì che il praticante scopre che la realtà non obbedisce ai suoi
schemi e che la pratica non è un rosario
di
risposte sgranate
una dopo l’altra,
ma un confronto
con l’imprevisto.
Sempre.
(1)
Il
conflitto è il luogo in cui l’esperienza torna a essere viva.
2.
Il conflitto come occasione di ascolto
Nella
pratica autenticamente marziale, il conflitto non è un’arena per
repressi o uno sfogatoio per psicopatici, né una fiction per
sedicenti guerrieri da salotto e neppure un imbelle incontro New Age
per nuovi santoni e fuffa guru delle mani addosso sì, ma piano,
dai!!
E’
un laboratorio. Non si entra per prevalere, ma per ascoltare.
Ascoltare il proprio corpo, quello dell’altro, il ritmo
dell’incontro, la qualità del contatto. Per entrare in relazione
con l’Ombra che si agita dentro se stessi accettando e comprendendo
l’Ombra dell’altro.
“Conoscere
la propria oscurità è il metodo migliore per affrontare le tenebre
degli altri” (C.G. Jung)
Il
conflitto generativo è un conflitto privo
di nemici.
Non c’è un avversario da abbattere, ma un compagno di ricerca. Il
gesto dell’altro non è una minaccia, è un’informazione. Una
domanda che ci viene posta attraverso il corpo.
Il
praticante impara a non
rispondere reagendo
automaticamente,
ma con la consapevolezza
e la
presenza.
Egli
non reagisce,
egli agisce.
3.
Il conflitto come trasformazione del sé
Ogni
conflitto è un’occasione per cambiare. Non perché ci costringa,
ma perché ci mostra ciò che non avevamo visto.
Il
conflitto generativo è un luogo in cui l’identità si fa
permeabile. Le certezze si incrinano, le abitudini mostrano
la loro insufficienza alle domande della vita,
le posture interiori si modificano. Il praticante scopre che può
essere diverso da ciò che pensava di essere.
Qui
allo Spirito
Ribelle,
il conflitto è una pratica quotidiana. Lo
accogliamo. Come
umano che sia, in diversa misura lo temiamo ma ciò non ci impedisce
di attraversarlo.
Non lo subiamo, ma lo trasformiamo
in senso.
Perché
il conflitto è la porta inevitabile
attraverso cui passa la crescita.
4.
Il conflitto come una danza
Quando
la pratica matura, il conflitto smette di essere un disagio
perturbante e diviene una danza. Una danza fatta di pressioni,
spostamenti, contatti, silenzi. Una danza in cui il gesto dell’altro
non è un attacco, ma un invito. E questo prepara ai momenti in cui
occorrerà essere totalmente presenti, vigili e assertivi anche fuori
dai momenti di pratica, per affrontare gli improvvisi ed
imprevedibili conflitti e contrasti del vivere quotidiano. Che siano
aggressioni di strada o tensioni emotive in famiglia, nelle relazioni
affettive, sul luogo di lavoro. Il conflitto come formazione per
individui coraggiosi, vitali ed erotici.
Il
conflitto generativo è una forma di comunicazione. Un linguaggio
fisicoemotivo
che non ha bisogno di parole. Un dialogo in cui si impara a
riconoscere l’intenzione, a percepire la direzione, a intuire il
ritmo.
Il
conflitto diventa relazione.
E la relazione diventa
comprensione.
5.
Il conflitto come formazione alla complessità
Viviamo
in un mondo complesso, ma siamo ancora educati, sin dall’istruzione
scolastica, alla semplicità, al sistema binario “ o questo o
quello”. Ci insegnano a dividere, a catalogare, a scegliere tra
bianco e nero. Il conflitto generativo, invece,forma alla
complessità.
Ci
mostra che ogni gesto contiene più significati, che ogni incontro è
stratificato, che ogni situazione è un intreccio di forze.
“Le
ipotesi sono reti: tu getti la rete e qualcosa prima o poi ci trovi”
(Novalis)
Il
praticante impara a stare nel mezzo del
guado,
nel punto in cui le cose non sono ancora chiare. Impara a non
affrettare la risposta, a non irrigidirsi nella difesa, a non
chiudersi nella paura.
Il
conflitto generativo è formazione
alla cedevolezza,
alla
fluidità.
6.
Il conflitto come via del Budo
Nel
Budo,
il conflitto non è un incidente, è Via.
Una Via
che conduce alla vitalità, alla presenza, alla capacità di essere
erotici nel senso più profondo, ovvero
capaci di desiderare, di cercare, di meravigliarsi
(https://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/2026/08/pratiche-di-meraviglia-il-respiro-che.html),
di essere toccati dal mondo.
Il
conflitto generativo è probabilmente
l’espressione
più alta di apprendimento marziale. Non
pretende
di
insegnare
a vincere, a dominare. Stimola
il praticante
a sentire,
a trasformarsi.
Lo
forma a diventare
vivo.
“Per
avere il diritto di chiamarsi uomo, bisogna essere un uomo, ed
"essere un uomo" è possibile soltanto grazie alla
conoscenza di sé, e al lavoro su di sé nella direzione indicata da
tale conoscenza”
(G.
Gurdjieff
)
1. Avete
presente i corsi dove ti insegnano “Se lui attacca così, io
difendo così”, le sequenze obbligate a solo o in coppia, la
successione di gesti da imparare in cui solo dopo che hai imparato A
ti insegniamo B…. come se la vita, in ogni sua manifestazione,
fosse uno schematico succedersi di eventi codificati e prevedibili.
Ma questa logica l’ho già disintegrata in tanti precedenti post
qui sul mio blog.