Ovvero,
oltre il mito delle Arti Marziali: Depotenziare la promessa della
crescita interiore
Ripetere
tecniche non forma né educa l’essere umano. Eppure molte Arti
Marziali ed i loro Maestri continuano a promettere calma, equilibrio
e forza interiore senza avere una andragogia /pedagogia per
raggiungerli.
Ripetere
gesti (waza o kata /tao lu) non fa crescere.
Può rassicurare, può
illudere,
può disciplinare, può persino affascinare. Ma non forma
né
educa. Eppure, da decenni, in
molte pubblicità
di
Arti
Marziali
ed
in molte affermazioni di Maestri, si
continua a promettere calma, equilibrio, forza interiore, come se
bastasse ripetere kata
/ tao
lu,
waza, kihon
ecc.
ovvero
un
movimento rituale, un
modello dato,
per trasformare l’essere umano. A
me pare
una promessa aleatoria,
di
fatto
vuota, accompagnata
da una andragogia
/ pedagogia
che
non
la
spiega
e da una didattica che spaccia
l’imitazione come
fosse
crescita.
Migliaia
di praticanti ripetono forme con
l’assillo di ripeterle sempre più uguali,
gesti che non interrogano, modelli che non scelgono. Corpi
Korper
obbedienti,
mentre
i
corpi
Leib,
fisicoemotivi,
sono
lasciati
all’oblio.
Del
tutto legittimo ma...
si
parla di armonia, ma si insegna la copia. Si parla di equilibrio, ma
si offre solo obbedienza.
Si parla di forza interiore, ma si evita accuratamente ogni percorso,
accidentato
ed incerto che
sia,
che davvero la richiederebbe.
La
verità è semplice e scomoda al
tempo stesso:
Senza
una andragogia
/pedagogia
adatta,
nessuna Arte
Marziale
conduce alla consapevolezza.
Senza un’andragogia / pedagogia
che accompagni l’adulto nel suo cammino, il praticante resta un
automa magari
elegante ma
solo un automa,
un duplicatore
di
forme, un devoto della superficie. (1)
Il
problema non è il Karate,
il Judo,
l’Aikido,
il
Tai Chi Chuan
o qualunque altra Arte.
Il problema è la loro trasformazione in liturgie
vuote,
dove la tecnica diventa un idolo e il gesto un dogma. Il problema è
l’assenza di una
didattica
che sappia educare ma,
soprattutto, formare.
Il nocciolo
è la rinuncia a una relazione viva, a un insegnamento che non si
limiti a chiedere
di copiare,
ma che sappia accompagnare.
Un
esempio concreto di
modo alternativo?
La
"informazione
d'anticipo":
Io
propongo
ad un allievo "Al
prossimo
colpo
ti
chiederò quale componente del movimento che devi fare per
schivarlo
ti crea maggiore disagio". In questo caso, sto equiparando la
sensazione di fluidità
nel movimento e l'efficienza biomeccanica, dal che consegue
che qualsiasi inefficienza biomeccanica verrà sperimentata come una
viva
sensazione
di disagio localizzata nel punto interessato dal movimento. Ed
allora sarà chiaro ed immediato intervenire per rimediare.
Un’Arte
Marziale
che non forma
è solo ginnastica travestita da filosofia. Un’Arte
Marziale
che non interroga, che
non vive di maieutica,
è solo Tradizione
ripetuta per inerzia. Un’Arte
Marziale
che non trasforma è solo un museo del gesto.
Io,
qui
allo Spirito
Ribelle,
propongo
un’altra Via.
Una Via
dove il movimento è un linguaggio, non un copione, una
poesia da ripetere ‘a pappagallo’.
Dove chi
guida il gruppo
non è un modello da imitare, il
‘Maestro’, ma
un compagno di ricerca solo
più esperto, il “Sensei’, ‘colui che è nato prima’.
Dove la tecnica è un mezzo, non un fine. Dove la calma nasce
dall’incontro con se stessi, non dalla ripetizione di forme. Dove
l’equilibrio è una conquista, non una promessa pubblicitaria.
Perché
la forza interiore non si insegna: si scopre
e si
coltiva.
E
per coltivarla serve una andragogia
/pedagogia,
non un rituale.
Questo
post non vuole demolire le Arti
Marziali
e
nemmeno offendere qualcuno.
Chiede
di
liberarle. Chiede
di restituire
loro ciò che hanno perso soffrendo
di cecità davanti ai mutamenti dei secoli e delle culture, cecità
che ha impedito di continuare il solco Tradizionale del
Bujutsu
che si fa Budo:
La
capacità di trasformare il
marzialista
attraverso un cammino consapevole, non attraverso la semplice
ripetizione di gesti.
Recentemente,
qualcuno ha obiettato: “Si è sempre fatto così”. Eppure:
“Nessun
modello, a mio parere, ha validità descrittiva generale e
metacontestuale. Ogni modello è culturalmente determinato: ha senso
all’interno delle condizioni (antropologiche, culturali,
sociologiche, ecc.) in cui è nato, in riferimento ai bisogni ed alle
aspettative della comunità scientifica che lo ha formulato”.
(V. Bellia)
Questo
mio post chiede
un dialogo con chi la pensi, e pratica, diversamente, ovvero pratica
di ripetizioni ed imitazioni. Chiede il ‘come’, chiede quali
siano gli strumenti e se gli strumenti sono le ripetizioni e
l’imitazione di modelli dati, chiede in base a quali teorie si
sostiene quanto. (2)
Il
gesto è un seme. Ma senza terra, senza cura, senza metodo, non
germoglierà mai. Perché
Il
gesto ripetuto, per
quanto ne so,
non basta a trasformare l’essere. Senza una guida che accompagna e
un metodo che sostiene, qualsiasi Arte Marziale si riduce a un
carapace: Magari bello da vedere, ma vuoto da vivere.
1. Qui
tratto di Arti Marziali ed
artisti marziali,
non di versioni sportive delle
stesse
che legittimamente
chiedono ai praticanti
imitazioni perfette per eccellere nelle
valutazioni dei giudici di gara, come
nelle competizioni di ginnastica ritmica o nuoto sincronizzato.
2. Ecco
un piccolissimo campionario di quanto campeggia nei siti e volantini:
“Lo
scopo ultimo del praticante è il continuo miglioramento della
propria persona. (omissis) E`
un cammino di crescita che porta i praticanti ad una maggiore
comprensione del proprio corpo e delle proprie attitudini, pertanto
ogni uomo all’inizio di un percorso di miglioramento individuale.”
“(omissis)
il sapere tecnico diventa mezzo per il
progresso personale”
“Proponendosi
in primo luogo come via di educazione morale e di mutuo rispetto
(omissis)”
“Il
dōjō non è solo uno spazio fisico, ma un ambiente di apprendimento
e crescita.
È il luogo dove si percorre una Via, sviluppando
capacità tecniche ma anche qualità interiori che accompagnano la
persona nella vita quotidiana.”
“
(omissis)
allenare
la mente e il corpo, e formare persone oneste e sincere."