La
mia pratica, quell’intenso
incontro
di
Tai
Chi Chuan
e Kenpo
Taikiken,
si è trasformata, negli ultimi anni,
in qualcosa di più sottile e più vasto insieme. Un respiro che
“succhia”,
come raccomanda il mio Maestro, perché
è
un gesto che non si limita a inspirare, ma assorbe il mondo, lo fa
entrare, lo lascia vibrare, lo lascia espandersi oltre
l’immediatamente visibile. È un gesto
che non cerca di afferrare ma
accoglie. Che non pretende di conoscere
preferendo
comprendere,
che
è includere, integrare.
Che non nomina perché
stupisce.
La
lentezza
come soglia
Nella
lentezza, quella lentezza che non è meccanico
rallentamento ma soglia sull’ignoto,
pratica
di curiosità gentile,
ogni gesto smette di essere certezza. La mano che si solleva non è
più ‘mano’, ma evento. L’oggetto davanti
ai nostri occhi
non è più ‘oggetto’, ma presenza. Il mondo, improvvisamente,
non è più catalogo di forme, ma rêverie,
quella rêverie
bachelardiana (1)
che si rinnova nel momento stesso in cui accade.
È
un vuoto
fertile,
un vuoto gestaltico (2):
Non
un’assenza, ma un grembo. Uno spazio che non pretende di conoscere,
ma accetta di prendere insieme, ovvero
di comprendere nel senso più originario del termine.
Immersione
ed Emersione
Davanti
all’enorme cedro che si staglia nel giardino, la
pratica diviene
allora immersione, diviene
scendere nel gesto, lasciarsi avvolgere dal suo mistero, ascoltare
ciò che pulsa sotto la pelle. E poi emersione, tornare alla
superficie del mondo con occhi che non sono più gli stessi, con
cuore che
non
è
più lo stesso.
È
un ritmo che appartiene al corpo, ma anche alla psiche profonda. Un
ritmo che non si insegna, si contagia. Un ritmo che non si spiega, si
indica. Un ritmo che non si impone, si offre, maieuticamente,
libertariamente, come un invito a scoprire ciò che già c’è.
Sincronicità,
la Meraviglia che chiama
Non
è certo caso quanto
sincronicità junghiana (3),
che proprio ora, dentro
la mia personale formazione marziale in queste giornate estive in
terra veneta,
io mi ritrovi a leggere di ‘Pratiche
di Meraviglia’
nella
rivista ‘La
Chiave di Sophia’.
Lì
il
monaco Tetsugen
Serra
scrive
di esposizione all’ignoto, di una relazione rinnovata con ciò che
ci circonda e con noi stessi, ancora tutta da scoprire. Scrive che
recuperare la meraviglia non significa cercare l’eccezione, ma
disinnescare l’abitudine.
E’
esattamente ciò che accade nella pratica mia
e nella proposta agli
allievi
allo Spirito
Ribelle.
La meraviglia non è un concetto, è un corpo che si muove. È un
gesto che non si ripete mai uguale. È un incontro che non si
irrigidisce in un
ruolo,
ma rimane vivo, fragile, possibile.
La
pratica
a due
ovvero
confliggere
sì
ma per
per incontrarsi
Nella
pratica a due, lo stupore diventa relazione. Non giudizio, non
misura, non gerarchia. Ma confronto vivo, anche conflittuale, in cui
una parte del sé egoico si scioglie per lasciare spazio a un
so-stare condiviso.
Confliggere
non è scontro ottuso,
è comprensione.
Configgere non è guerra continua,
è incontro. È la possibilità di vedere l’altro non come
ostacolo, ma come porta verso
mondi altri.
E
allora accade ciò che Tetsugen
Serra
descrive con precisione luminosa:
“In
quell’istante, breve, fragile, ma sempre possibile, il mondo torna
a essere ciò che è: non ancora spiegato, e proprio per questo
profondamente vivo.”
È
questo il
kokoro,
il cuore della mia pratica. È questo il cuore della meraviglia che
cerco, che vivo, che propongo a
chi sceglie di camminarmi accanto.
Un Tai
Chi Chuan
che non pretende di spiegare, ma indica. Un Kenpo
Taikiken
che non impone, ma risveglia. Un cammino appassionato che non cerca
di vincere, ma di permettere alla vita di passare attraverso. Io,
noi, svegli e mai domi.
1. Gaston
Bachelard (1884 – 1962) La rêverie
è un fenomeno della veglia, nella quale sperimentiamo la stessa
libertà e la stessa potenza creatrice dell'immaginazione tipica del
mondo onirico.
E’
un invito ad andare oltre l’apparenza della forma. Per esempio,
davanti ad un ramo di un albero, chi resterà affascinato dalla forza
di torsione per ‘uscire’ dal tronco, chi invece coglierà
l’aspetto di espulsione messo in atto
dal tronco stesso, chi coglierà l’ambigua e
spericolata
vittoria del ramo sulla forza di gravità, chi
il disperato tentativo del tronco di trattenere l’evasione del
ramo,
ecc.
A ciascuno il suo mondo che, dagli occhi, scende nel cuore.
2. Nella
Gestalt, si parla di ‘vuoto fertile’, un vuoto
percorso da una corrente di energia,
dove si trova
la risposta a una domanda di cui non si sa la
risposta:
“Nella
pratica psicologica, il vuoto è potenzialmente interessante per la
pratica creatività. Fare silenzio dentro di sé, dare valore,
acquietando la mentale e le stimolazioni, per accedere alla purezza
delle nuove idee. Il processo creativo tende a iniziare dal senso di
vuoto mentale, foriero a nuove idee e intuizioni. Infatti affidarsi
al vuoto fertile significa anche non avere tutto sotto controllo. Un
invito alla potenzialità e alla fiducia, un riconoscimento di sé,
di scoperta continua all’evoluzione personale. Un noto insegnamento
buddhista, ricorda quanto la sofferenza derivi dall'attaccamento alla
vita. La visone del distacco libera l'individuo dall'angoscia del
tempo, del trascorrere inesorabile”.
(Counselor
Torino - vuoto fertile )
3. “Diversa
dal sincronismo, ovvero
la mera contemporaneità di eventi senza alcun collegamento,
la sincronicità viene
anche definita come il “principio
di nessi acausali”, e
si verifica quando due o più accadimenti, non collegati da un
rapporto di causa-effetto, sono però uniti da un significato comune,
che risuona profondamente nell’esperienza psicologica della
persona”
(La
Teoria della Sincronicità di Jung - Psicologo Bari )