lunedì 31 agosto 2026

Improbabili difese da coltello.

 

Improbabili difese da coltello. Ovvero:

I sacerdoti del coltello di gomma, la liturgia dell’incompetenza

C’è un fenomeno curioso nel mondo delle Arti Marziali tradizionali o meno nonché dei corsi di Difesa Personale. E’ l’esistenza di docenti di difesa da coltello che del coltello conoscono solo il timore di tagliarsi mentre aprono un pacco Amazon. Li vedi lì, tronfi, a pontificare sulla “violenza reale”, sulla “dinamica dell’aggressione”, sul “sistema nervoso sotto stress”. E poi, quando osi chiedere: “Ma tu, nella vita vera, quante aggressioni da coltello hai subito? E quante ne hai portate?” Si sciolgono come neve al sole. Scompaiono. Evaporano. La loro esperienza reale è un misterioso buco nero che inghiotte ogni domanda.

E’ quanto mi è accaduto ogni volta che, visto un video di ‘difesa da coltello’, mi sono permesso di chiedere al tronfio docente le sue credenziali in materia.

Sarà che non hanno maneggiato una lama vera nemmeno per sbaglio?

Questi ‘esperti’ (?!) dell’arma bianca non hanno mai avuto un coltello puntato contro, né hanno mai puntato un coltello contro qualcuno. La loro “esperienza sul campo” è un seminario di qualche ora in una palestra illuminata al neon, con un coltello di gomma che sembra un gadget di carnevale. E mentre parlano di “strada”, l’unica strada che conoscono è quella che porta al parcheggio del centro sportivo. Non a caso, pretendono di insegnare a difendersi da un coltello, da un’arma, ma lo fanno utilizzando sempre coltelli finti, imbarazzanti repliche di gomma o plastica, giocattoli per adulti rimasti bambini, e MAI una lama affilata.

Io da anni vado al poligono a sparare con la mia semiautomatica 9 x 21 e, da qualche mese, con una minuscola 7.65. Ma mai mi permetterei di insegnare o anche solo proporre qualche accenno di ‘difesa da pistola’, questo perché ho sempre sparato solo a bersagli inanimati e nessuno ha mai sparato a me. Eppure, guardate questi docenti di ‘difesa da coltello’ ammorbare l’ambiente proponendosi come ‘esperti’ senza però avere esperienza, una reiterata esperienza autentica, reale.

Manualità? Quale manualità?

La manualità nell’uso di un oggetto, qualsiasi oggetto, dunque pure di una lama affilata, nasce da una vita di gesti concreti e quotidiani. Nel caso di una lama si tratta di scuoiare animali, intagliare legno, affilare strumenti, vivere in un mondo dove il coltello è il necessario compagno di ogni giorno. Nella società del terzo millennio, magari pure in una città, società di carne comprata al supermercato, suppellettili comprate in negozio, coltelli da cucina mai riaffilati, società in cui è fatto divieto di portare con sé un coltello, in cui il coltello è tuttalpiù un bell’oggetto da esporre in vetrinetta e non più il compagno di sopravvivenza, che cosa ne sanno questi ‘esperti’ di maneggio ed offesa e difesa da coltello?

Infatti, i nostri ‘esperti’ hanno la manualità di un avventore che cerca di tagliare una bistecca di manzo con il coltello da formaggio. Pretendono di insegnare la gestione di un’arma letale che non hanno mai usato davvero, né in contesti pratici, né culturali, né tantomeno pericolosi come un’aggressione. A volte qualche fantasioso maneggio, qualche dotta disquisizione su come impugnare un coltello e poi? Ma hanno mai provato l’effetto che fa vedere il sangue sgorgare da una ferita di coltello inferta o subita? Sanno cosa si prova di corpo nel sapersi lacerati da una lama? Hanno mai masticato l’odore della paura e della violenza che danno gli attimi precedenti ad uno scontro di lame?

La farsa marziale

In definitiva, questi insegnanti sono sacerdoti di una religione fasulla perché predicano il coltello senza averlo mai usato per uccidere o non essere uccisi, parlano di violenza senza averla mai conosciuta di corpo e sangue, insegnano “sopravvivenza urbana” senza aver mai messo piede fuori dal tatami.

E quando gli chiedi la cosa più semplice, più ovvia, più necessaria: “Quali esperienze reali hai con il coltello?” La risposta è sempre la stessa: Un imbarazzante silenzio che urla più di qualsiasi confessione.



sabato 29 agosto 2026

Là dove il corpo si apre alla sua verità: Paolo Troilo a Palazzo Reale

 

Con Monica e Piero stiamo entrando a Palazzo Reale, ci attende

The Breach. Il muro rompe il silenzio

Nella mostra di Paolo Troilo, ex pubblicitario, da un ventennio pittore ormai affermato, vengo subito preso da figure che paiono scolpite in pittura, sono anime che sbucano in primo piano tra vene rigonfie, volti deformati da una tensione primordiale, corpi michelangioleschi contratti in un urlo che è insieme liberazione e dolore. Eppure, dentro questa furia anatomica, c’è un’immediatezza che mi spiazza, un magnetismo che attrae e insieme turba, che impone silenzio mentre l’occhio segue i chiaroscuri, i movimenti, lo slancio vitale e primitivo delle forme.

In questo spazio sospeso, la mia pratica marziale trova un’eco naturale. Come nelle opere di Troilo, anche nelle Arti Marziali il corpo è un ingresso perché non solo tecnica, ma rivelazione. Ogni gesto marziale diventa un chiaroscuro, il respiro una fenditura, la postura un urlo che non ambisce alla vittoria ma alla conoscenza più remota e profonda. Entrambi, pittura e pratica marziale, spronano l’uomo a esporsi, a crescere, a incontrare la propria intensità senza tentennare e con coraggio.

La mostra diventa così un Dojo, un luogo in cui l’umano si riconosce vulnerabile ma potente, in cammino attraverso passione e sofferenza. Un cammino verso il l’erotico e il vitale.

Milano – Palazzo Reale

18 giugno – 13 settembre 2026





martedì 25 agosto 2026

La paura è la nostra antenata

 


La paura non è un errore del sistema nervoso, è un’alleata antica. Settecento milioni di anni fa ( lo raccontano gli studi su lumache di mare, falene, mammiferi e primati) la vita imparava a tremare per poter continuare a esistere. La paura è la prima maestra di strategia vincente perché insegna a percepire, a scegliere, a ... sopravvivere. Se è rimasta con noi così a lungo, è perché ci ha consentito di arrivare fin qui sani e salvi.

Dove la paura dovrebbe essere coltivata

Nelle Arti e nelle discipline che studiano la sopravvivenza, la lotta, la difesa personale, il rapporto con il limite, ecco lì la paura dovrebbe essere materiale di pratica, non essere sottovalutata o, ancor peggio, considerata un nemico, un tabù. Dovrebbe essere ascoltata come si ascolta il respiro, dunque senza giudizio, senza fretta di correggerlo. Dovrebbe diventare un Dojo interiore, un luogo dove il praticante impara a riconoscere ciò che lo attraversa, invece di allontanarla o, ancor peggio, fingere che non esista.


Cosa manca a Sifu e docenti che la evitano

Forse ai docenti e ai Sifu che ignorano la paura manca proprio ciò che la paura chiede:

Vulnerabilità, la capacità di mostrarsi incompleti davanti agli allievi invece di indossare l’abito del super eroe, del condottiero invincibile.

Onestà emotiva, riconoscere che anche chi insegna incontra la paura, subisce il tremare.

Umiltà marziale, accettare che la paura non si domina, la si abita, la si attraversa.

Negare la paura negli allievi significa, in fondo, negarla in sé. E negarla in sé significa rinunciare a una parte essenziale della propria forza autentica.



La paura come Via, Do

La paura è un varco, chi lo attraversa diventa più grande. Non è un nemico da sconfiggere, ma un rituale di passaggio. È occasione per il corpo di imparare a parlare, dove la mente sa tacere, dove il praticante scopre che il coraggio non è MAI l’assenza di paura, ma la sua trasformazione.

La paura ci prepara per l’azione rapida di fronte al pericolo e ci prepara ad agire sotto stress”

(I. Marks)










mercoledì 19 agosto 2026

Pratiche di Meraviglia. Il respiro che rinnova il mondo

 


La mia pratica, quell’intenso incontro di Tai Chi Chuan e Kenpo Taikiken, si è trasformata, negli ultimi anni, in qualcosa di più sottile e più vasto insieme. Un respiro che “succhia”, come raccomanda il mio Maestro, perché è un gesto che non si limita a inspirare, ma assorbe il mondo, lo fa entrare, lo lascia vibrare, lo lascia espandersi oltre l’immediatamente visibile. È un gesto che non cerca di afferrare ma accoglie. Che non pretende di conoscere preferendo comprendere, che è includere, integrare. Che non nomina perché stupisce.

La lentezza come soglia

Nella lentezza, quella lentezza che non è meccanico rallentamento ma soglia sull’ignoto, pratica di curiosità gentile, ogni gesto smette di essere certezza. La mano che si solleva non è più ‘mano’, ma evento. L’oggetto davanti ai nostri occhi non è più ‘oggetto’, ma presenza. Il mondo, improvvisamente, non è più catalogo di forme, ma rêverie, quella rêverie bachelardiana (1) che si rinnova nel momento stesso in cui accade.

È un vuoto fertile, un vuoto gestaltico (2): Non un’assenza, ma un grembo. Uno spazio che non pretende di conoscere, ma accetta di prendere insieme, ovvero di comprendere nel senso più originario del termine.

Immersione ed Emersione

Davanti all’enorme cedro che si staglia nel giardino, la pratica diviene allora immersione, diviene scendere nel gesto, lasciarsi avvolgere dal suo mistero, ascoltare ciò che pulsa sotto la pelle. E poi emersione, tornare alla superficie del mondo con occhi che non sono più gli stessi, con cuore che non è più lo stesso.

È un ritmo che appartiene al corpo, ma anche alla psiche profonda. Un ritmo che non si insegna, si contagia. Un ritmo che non si spiega, si indica. Un ritmo che non si impone, si offre, maieuticamente, libertariamente, come un invito a scoprire ciò che già c’è.

Sincronicità, la Meraviglia che chiama

Non è certo caso quanto sincronicità junghiana (3), che proprio ora, dentro la mia personale formazione marziale in queste giornate estive in terra veneta, io mi ritrovi a leggere di ‘Pratiche di Meraviglia nella rivista La Chiave di Sophia. Lì il monaco Tetsugen Serra scrive di esposizione all’ignoto, di una relazione rinnovata con ciò che ci circonda e con noi stessi, ancora tutta da scoprire. Scrive che recuperare la meraviglia non significa cercare l’eccezione, ma disinnescare l’abitudine.



E’ esattamente ciò che accade nella pratica mia e nella proposta agli allievi allo Spirito Ribelle. La meraviglia non è un concetto, è un corpo che si muove. È un gesto che non si ripete mai uguale. È un incontro che non si irrigidisce in un ruolo, ma rimane vivo, fragile, possibile.

La pratica a due ovvero confliggere sì ma per per incontrarsi

Nella pratica a due, lo stupore diventa relazione. Non giudizio, non misura, non gerarchia. Ma confronto vivo, anche conflittuale, in cui una parte del sé egoico si scioglie per lasciare spazio a un so-stare condiviso.

Confliggere non è scontro ottuso, è comprensione. Configgere non è guerra continua, è incontro. È la possibilità di vedere l’altro non come ostacolo, ma come porta verso mondi altri.

E allora accade ciò che Tetsugen Serra descrive con precisione luminosa:

“In quell’istante, breve, fragile, ma sempre possibile, il mondo torna a essere ciò che è: non ancora spiegato, e proprio per questo profondamente vivo.”



È questo il kokoro, il cuore della mia pratica. È questo il cuore della meraviglia che cerco, che vivo, che propongo a chi sceglie di camminarmi accanto. Un Tai Chi Chuan che non pretende di spiegare, ma indica. Un Kenpo Taikiken che non impone, ma risveglia. Un cammino appassionato che non cerca di vincere, ma di permettere alla vita di passare attraverso. Io, noi, svegli e mai domi.



1. Gaston Bachelard (1884 – 1962) La rêverie è un fenomeno della veglia, nella quale sperimentiamo la stessa libertà e la stessa potenza creatrice dell'immaginazione tipica del mondo onirico. E’ un invito ad andare oltre l’apparenza della forma. Per esempio, davanti ad un ramo di un albero, chi resterà affascinato dalla forza di torsione per ‘uscire’ dal tronco, chi invece coglierà l’aspetto di espulsione messo in atto dal tronco stesso, chi coglierà l’ambigua e spericolata vittoria del ramo sulla forza di gravità, chi il disperato tentativo del tronco di trattenere l’evasione del ramo, ecc. A ciascuno il suo mondo che, dagli occhi, scende nel cuore.


2. Nella Gestalt, si parla di ‘vuoto fertile’, un vuoto percorso da una corrente di energia, dove si trova la risposta a una domanda di cui non si sa la risposta: Nella pratica psicologica, il vuoto è potenzialmente interessante per la pratica creatività. Fare silenzio dentro di sé, dare valore, acquietando la mentale e le stimolazioni, per accedere alla purezza delle nuove idee. Il processo creativo tende a iniziare dal senso di vuoto mentale, foriero a nuove idee e intuizioni. Infatti affidarsi al vuoto fertile significa anche non avere tutto sotto controllo. Un invito alla potenzialità e alla fiducia, un riconoscimento di sé, di scoperta continua all’evoluzione personale. Un noto insegnamento buddhista, ricorda quanto la sofferenza derivi dall'attaccamento alla vita. La visone del distacco libera l'individuo dall'angoscia del tempo, del trascorrere inesorabile”. (Counselor Torino - vuoto fertile )


3. “Diversa dal sincronismo, ovvero la mera contemporaneità di eventi senza alcun collegamento, la sincronicità viene anche definita come il principio di nessi acausali”, e si verifica quando due o più accadimenti, non collegati da un rapporto di causa-effetto, sono però uniti da un significato comune, che risuona profondamente nell’esperienza psicologica della persona” (La Teoria della Sincronicità di Jung - Psicologo Bari )








domenica 26 luglio 2026

“Sensei per sbaglio (pt. 3, l’ultima), ovvero breve satira sulle scuole marziali, tra pompose liturgie e deliri di onnipotenza”

 

Nel vasto e variegato mondo delle Arti Marziali (quello che si vende come luogo dove apprendere equilibrio, centratura, umiltà) prospera però un curioso ecosistema fatto di scuole che oscillano tra la pomposa serietà e il delirio di onnipotenza umana e guerriera.

Da una parte ci sono le accademie dove si entra in silenzio, si respira in silenzio, si pensa in silenzio e si sbaglia… in silenzio. Il docente, immobile come un obelisco, osserva dall’alto del suo rango, non parla, non sorride, non muove un muscolo. È talmente serio che a volte ci si chiede se pratichi un’Arte Marziale o se stia custodendo il terzo segreto di Fatima.

Dall’altra parte ci sono le scuole dove ogni cintura nera, ogni grado ‘superiore’, è convinto di essere la reincarnazione di un audace samurai del medioevo nipponico o di un invincibile monaco guerriero del tempio di Shaolin o di Bruce Willis in ‘Die Hard’. Qui il clima è epico, ogni gesto è un presagio, ogni tecnica una profezia, ogni allenamento una simulazione di guerra intergalattica. Il principiante entra per imparare a muoversi correttamente e dopo pochi minuti si ritrova arruolato in una saga fantasy dove, nei casi più gravi, temerariamente si affrontano... letali coltelli di plastica, micidiali pistole giocattolo, fanciullesche prese al collo.

Tra loro, ma rarissimi come panda albini, ci sono i conduttori che non si nascondono dietro il ruolo, non recitano la parte del Maestro, non si credono né depositari della somma Verità né invincibili combattenti di strada. Praticano, accompagnano, ridono e sì, anche sbagliano!! Proprio per questo fanno crescere gli allievi, perché non trasformano la pratica marziale in un teatro di posa né in un videogioco di potere.

La verità è semplice: le Arti Marziali non hanno bisogno di ‘pompa magna’ né di delirio. Hanno bisogno di persone. Persone presenti, reali, non monumentali.

Il resto è coreografia, quando non possibile oggetto di studio sui temi della nevrosi e di un inconfessato complesso di superiorità.



E tu, in quale di questi posti pratichi?








giovedì 23 luglio 2026

Sensei per sbaglio (pt. 2), ovvero manuale semiserio per NON diventare il Maestro che non volevi essere

 

Nella prima parte ho affermato che il Sensei non è un Guru, non è un profeta, non è un Maestro con la M maiuscola disceso dal monte per illuminare i poveri allievi ignoranti. È più simile a un anziano vicino di casa che ha iniziato a praticare un bel po’ prima e che ora si ritrova, (suo malgrado?) a fare da guida. Con empatia e persino simpatia (1), certo. Con ironia, inevitabilmente. Con un pizzico di satira, perché, senza quella, la formazione rischia di diventare una liturgia noiosa. Lo fa non calando il ‘sapere’ dall’alto, ma utilizzando una didattica maieutica e libertaria.

Didattica maieutica, ovvero l’arte di fare domande a partire dall’allievo

Maieutica perché incentrata sulle domande, domande che partono da quel che mostra e non mostra l’allievo, non dall’Arte praticata né dal conduttore stesso, in quanto il conduttore sa che potrebbe non conoscere la risposta in anticipo, perché in questa ricerca egli è nella stessa condizione dell’allievo. Un metodo maieutico mai approssimativo, mai casuale, ma ben strutturato perché la didattica deve essere coerente, logica, e soprattutto non arbitraria. Il Sensei non può cambiare metodo come si cambiano i calzini: Oggi rigore, domani improvvisazione, dopodomani “Seguite il mio genio creativo”.

La maieutica, qui, è una forma di umiltà, è il riconoscimento che l’allievo cresce se il percorso è tanto chiaro quanto foriero di sorprese, se è ammessa, persino auspicata, la possibilità di non conoscere esattamente le risposte (2). Il conduttore non è il depositario unico ed incontrovertibile della Verità ma nemmeno colui che si inventa ogni giorno un nuovo modo per sembrare indispensabile.

Didattica libertaria, ovvero l’arte di non soffocare l’allievo con la propria bravura

Il conduttore non dovrebbe mai usare la sua conoscenza come ostentazione. La padronanza motoria, tecnica, non è un trofeo da esibire, ma un traguardo raggiunto attraverso una pratica appassionata e costante. E proprio perché è stato raggiunto così, è alla portata di tutti.

Ironicamente posso dire che il conduttore il quale usa la sua bravura per intimidire, per salire sul piedistallo, non è un buon conduttore, non è affatto un Sensei. È un…. influencer marziale. E gli influencer, si sa, fanno crescere i numeri, non le persone.

La libertà dell’allievo nasce quando il conduttore smette di fare la ruota del pavone e inizia a fare il... giardiniere che cura, osserva, pota, sostiene. Non si mette al centro del prato.

Accoglienza e conferma, ovvero l’ingrediente segreto di ogni lezione

Mantenere un atteggiamento accogliente e confermante non è buonismo. È didattica pura. È la base su cui si costruisce la fiducia e senza fiducia l’allievo non cresce, si ritira dentro di sé, si difende.

La mia intenzione satirica qui è semplice, perché ci sono conduttori che entrano in sala come se stessero per giudicare un concorso di sculture. Freddi, distanti, impeccabili. Peccato che l’allievo non sia una scultura, è un essere umano che per esprimersi e crescere necessita di sentirsi visto, non valutato.

Il conduttore che non si nasconde, ovvero il paradosso più potente

Più il conduttore è sostegno nel rapporto, più mostra la propria presenza reale, non il ruolo, non lo status, non la cintura, maggiori sono le probabilità che l’allievo cresca e migliori.

Il conduttore che indossa una maschera, che si nasconde dietro la figura professionale è come un guerriero che combatte dietro un paravento. Fa rumore, ma non si vede. E ciò che non si vede non forma, non educa. Forse persino spaventa, certamente allontana.

La crescita dell’allievo allora è direttamente proporzionale alla presenza, presenza reale, fisicoemotiva, del conduttore. Non alla sua perfezione. Non alla sua tecnica. Ma alla sua presenza.

In sintesi: il buon conduttore, ovvero il Sensei, non deve essere un supereroe, un santone, un tecnico infallibile o un monumento vivente. Deve essere un essere umano che pratica, sbaglia, ride, accompagna, sostiene e soprattutto non si prende troppo sul serio. Una sorta di allegro e scompigliato sciamano. Perché quando il Sensei si prende troppo sul serio, l’allievo smette di crescere e inizia a recitare. E le Arti Marziali, autenticamente intese, non sono né un teatro né un circo. Sono uno spazio di crescita, un terreno di caccia per adulti entusiasti ed erotici.



Prossimamente, parte 3. L’ultima.

1, L’empatia è la capacità di mettersi nei panni di un altro e sentire ciò che sente. La simpatia, invece, è l’inclinazione all’affetto o all’affinità per qualcuno. Entrambi gli atteggiamenti sono importanti per stabilire relazioni umane feconde e positive.

2. “E se qualcuno, come qui, dice qualcosa che non capiamo, tanto meglio: forse lo sogneremo, o forse ci ritorneremo su(D. Gaita ‘ Il Tao della psicoanalisi’)