giovedì 23 luglio 2026

Sensei per sbaglio (pt. 2), ovvero manuale semiserio per NON diventare il Maestro che non volevi essere

 

Nella prima parte ho affermato che il Sensei non è un Guru, non è un profeta, non è un Maestro con la M maiuscola disceso dal monte per illuminare i poveri allievi ignoranti. È più simile a un anziano vicino di casa che ha iniziato a praticare un bel po’ prima e che ora si ritrova, (suo malgrado?) a fare da guida. Con empatia e persino simpatia (1), certo. Con ironia, inevitabilmente. Con un pizzico di satira, perché, senza quella, la formazione rischia di diventare una liturgia noiosa. Lo fa non calando il ‘sapere’ dall’alto, ma utilizzando una didattica maieutica e libertaria.

Didattica maieutica, ovvero l’arte di fare domande a partire dall’allievo

Maieutica perché incentrata sulle domande, domande che partono da quel che mostra e non mostra l’allievo, non dall’Arte praticata né dal conduttore stesso, in quanto il conduttore sa che potrebbe non conoscere la risposta in anticipo, perché in questa ricerca egli è nella stessa condizione dell’allievo. Un metodo maieutico mai approssimativo, mai casuale, ma ben strutturato perché la didattica deve essere coerente, logica, e soprattutto non arbitraria. Il Sensei non può cambiare metodo come si cambiano i calzini: Oggi rigore, domani improvvisazione, dopodomani “Seguite il mio genio creativo”.

La maieutica, qui, è una forma di umiltà, è il riconoscimento che l’allievo cresce se il percorso è tanto chiaro quanto foriero di sorprese, se è ammessa, persino auspicata, la possibilità di non conoscere esattamente le risposte (2). Il conduttore non è il depositario unico ed incontrovertibile della Verità ma nemmeno colui che si inventa ogni giorno un nuovo modo per sembrare indispensabile.

Didattica libertaria, ovvero l’arte di non soffocare l’allievo con la propria bravura

Il conduttore non dovrebbe mai usare la sua conoscenza come ostentazione. La padronanza motoria, tecnica, non è un trofeo da esibire, ma un traguardo raggiunto attraverso una pratica appassionata e costante. E proprio perché è stato raggiunto così, è alla portata di tutti.

Ironicamente posso dire che il conduttore il quale usa la sua bravura per intimidire, per salire sul piedistallo, non è un buon conduttore, non è affatto un Sensei. È un…. influencer marziale. E gli influencer, si sa, fanno crescere i numeri, non le persone.

La libertà dell’allievo nasce quando il conduttore smette di fare la ruota del pavone e inizia a fare il... giardiniere che cura, osserva, pota, sostiene. Non si mette al centro del prato.

Accoglienza e conferma, ovvero l’ingrediente segreto di ogni lezione

Mantenere un atteggiamento accogliente e confermante non è buonismo. È didattica pura. È la base su cui si costruisce la fiducia e senza fiducia l’allievo non cresce, si ritira dentro di sé, si difende.

La mia intenzione satirica qui è semplice, perché ci sono conduttori che entrano in sala come se stessero per giudicare un concorso di sculture. Freddi, distanti, impeccabili. Peccato che l’allievo non sia una scultura, è un essere umano che per esprimersi e crescere necessita di sentirsi visto, non valutato.

Il conduttore che non si nasconde, ovvero il paradosso più potente

Più il conduttore è sostegno nel rapporto, più mostra la propria presenza reale, non il ruolo, non lo status, non la cintura, maggiori sono le probabilità che l’allievo cresca e migliori.

Il conduttore che indossa una maschera, che si nasconde dietro la figura professionale è come un guerriero che combatte dietro un paravento. Fa rumore, ma non si vede. E ciò che non si vede non forma, non educa. Forse persino spaventa, certamente allontana.

La crescita dell’allievo allora è direttamente proporzionale alla presenza, presenza reale, fisicoemotiva, del conduttore. Non alla sua perfezione. Non alla sua tecnica. Ma alla sua presenza.

In sintesi: il buon conduttore, ovvero il Sensei, non deve essere un supereroe, un santone, un tecnico infallibile o un monumento vivente. Deve essere un essere umano che pratica, sbaglia, ride, accompagna, sostiene e soprattutto non si prende troppo sul serio. Una sorta di allegro e scompigliato sciamano. Perché quando il Sensei si prende troppo sul serio, l’allievo smette di crescere e inizia a recitare. E le Arti Marziali, autenticamente intese, non sono né un teatro né un circo. Sono uno spazio di crescita, un terreno di caccia per adulti entusiasti ed erotici.



Prossimamente, parte 3. L’ultima.

1, L’empatia è la capacità di mettersi nei panni di un altro e sentire ciò che sente. La simpatia, invece, è l’inclinazione all’affetto o all’affinità per qualcuno. Entrambi gli atteggiamenti sono importanti per stabilire relazioni umane feconde e positive.

2. “E se qualcuno, come qui, dice qualcosa che non capiamo, tanto meglio: forse lo sogneremo, o forse ci ritorneremo su(D. Gaita ‘ Il Tao della psicoanalisi’)


lunedì 20 luglio 2026

Sensei per sbaglio (pt. 1). Ovvero come smettere di insegnare e iniziare a far finta di NON insegnare

 


Da diversi decenni ho scelto, con una coerenza che sfiora l’ostinazione zen, a non pormi come Maestro, non come insegnante, e nemmeno come quel temibile “Colui che sa” che dispensa verità a stuoli di ignoranti. Preferisco la definizione di Sensei, nel suo senso più letterale e meno pomposo: Nato prima”. Che non significa “il migliore”, “l’illuminato”, ma semplicemente “arrivato un po’ prima alla festa”. Magari con la camicia in disordine, ma comunque prima.

In questo ruolo volutamente scomodo, una sorta di facilitatore marziale, un Virgilio con la cintura nera, ho sempre messo al centro l’allievo, il praticante, non il programma, non il corpus delle tecniche e delle forme, non il “cosa” imparare. Il COME è la mia fissazione, la mia poetica, il mio modo di non insegnare insegnando. E sì, ne ho scritto più volte. E sì, continuerò a farlo (minaccia o promessa, decidete voi).


Propulsività e progettualità: ovvero l’allievo come motore interiore

Riprendiamo da qui: parlare di formazione significa accordarsi sul centro stesso della persona, su quella zona sconosciuta dove si annidano:

  • la propulsività, cioè quell’energia interna che spinge verso l’espansione del proprio essere (una sorta di ‘motore a reazione’ spirituale);

  • la progettualità, ovvero la tensione verso la realizzazione personale, il desiderio di diventare ciò che ancora non si è ma che già, dal fondo, preme per venire in primo piano.

Come ci ricorda Gaetano Mollo (Il senso della formazione’), la formazione è un processo che non si limita a “mettere dentro cose”, ma tende a far emergere ciò che già vibra. Il Sensei, in questo scenario, non è il depositario di un sapere, ma una sorta di tecnico di una centrale elettrica: Ascolta, regola, calibra, e soprattutto non si mette in mezzo.

La presenza corporeo-affettiva, ovvero il conduttore come specchio che non giudica

Alba Naccari (‘Persona e movimento’) ci ricorda che il buon conduttore non può ignorare l’impatto della propria presenza corporeo-affettiva. Che tradotto in linguaggio marziale significa più o meno che: “Puoi anche spiegare il Tai Chi Chuan, l’Aikido, il Kali filippino ecc. con parole meravigliose e roboanti e tecniche eccellenti, ma se entri in sala come un frigorifero emotivo, l’allievo imparerà il freddo, non il fluire.”

Il corpo del conduttore è esso stesso un messaggio. La sua postura, la sua attura, è un invito. Il suo modo di respirare è una metafora. E la sua capacità di stare, stare davvero, è già didattica.

Non serve ‘fare’ il Maestro, ‘fare’ il Sifu. Serve essere presenti. Il resto lo fa l’allievo, se ... glielo si lascia fare.

Un pizzico di ironia finale (che finale non è)

Ecco perché, dopo cinquant’anni di pratica di cui più di quaranta anche ‘insegnando’, continuo a dichiararmi Sensei per sbaglio. Non perché non sappia cosa sto facendo (!!), ma perché ogni volta che credo di aver capito, arriva l’allievo che mi dimostra che la vera formazione è un processo a due vie, una sorta di tango marziale, un laboratorio di sorprese e stupori.

E siccome ogni buon cliffhanger merita il suo seguito, questo è solo l’inizio. La parte 2 arriverà presto, e a seguire la parte 3, con altre riflessioni, altre ironie, e forse qualche colpo di scena (non necessariamente marziale).




giovedì 16 luglio 2026

Lo stile Sun: Un laboratorio di rinascita

 

Durante questi anni di pratica con il Maestro Xia Chao Zen, è emersa una necessità sottile e profonda insieme, quella di trovare una sequenza che fosse per così dire ‘vergine’, non contaminata dai decenni di miei apprendimenti precedenti. Una forma capace di diventare laboratorio, crogiolo, spazio di ascolto puro. Una forma che non chiedesse di essere interpretata, ma semplicemente vissuta, abitata.

Con il sostegno del Maestro, la scelta è caduta sul taolu di Tai Chi Chuan dello stile Sun. Una via che non avevo mai percorso, un percorso che non portava con sé alcuna memoria muscolare, alcuna abitudine, alcuna traccia del mio passato.

Lo stile del Maestro Sun Lutang (1), ovvero l’arte che scivola e trafigge

Lo stile Sun è un paradosso vivente in quanto si sostanzia di posizioni piccole e alte e gestualità misurata e lineare (tutto il contrario degli stili Chen e Yang), movimenti che sembrano sfiorare l’aria più che tagliarla. Eppure, sotto questa apparente delicatezza, pulsa la potenza dello Xing Yi Quan, arte interna di cui Sun Lutang fu maestro eccellente.

Nella forma Sun convivono, simili a tre fiumi che scorrono nello stesso letto, Tai Chi Chuan, Xing Yi e Pa Kwa, le tre grandi anime del Neijia Kung fu (2). Ogni gesto è un incontro di spirali, linee rette, onde che si raccolgono e si infrangono.

Ricordo che, decenni fa, avevo attraversato lo studio dello Xing Yi, prima di abbandonarlo per dedicarmi al Wing Chun. E proprio qui, in questa nuova forma, ho ritrovato un’antica intuizione: Il Wing Chun come filiazione meridionale (3) dello Xing Yi Quan, come eco di una radice che non ho mai smesso di coltivare.

Scivolare come serpe, colpire come onda

Praticare uno stile di Tai Chi Chuan in cui lo Xing Yi è così radicato significa entrare in un paesaggio marziale che mi appartiene da sempre. Si scivola fluidi come una serpe, si sfonda l’obiettivo come un’onda in piena.


La forma dell’arte è morbida e sinuosa, la sua applicazione è dura e diretta. La sua forza intrinseca è immensa.” (Chen Zhengze, introduzione a ‘Tai Ji Quan’ di Sun Lutang)

Ogni movimento è un confronto vivo tra morbidezza e penetrazione, tra vuoto e pieno, tra ascolto e impatto.

Wu Ji, la radice silenziosa

La forma Sun è ricca di momenti dedicati alla coltivazione dell’energia interna. Si scopre il Wu Ji come radice, il punto zero, la quiete primordiale, il grembo da cui nasce ogni gesto.

E si scopre la gestualità ricorrente di aprire e chiudere le mani, come un respiro delle palme, come un richiamo dell’energia che si espande e si raccoglie. Un gesto semplice, ma capace di nutrire l’intero corpo marziale.

Crescere nella forma, crescere nella vita

Questa nuova pratica non è solo un esercizio tecnico, è un’esperienza trasformativa. Un cammino che in cui procedo lentamente, passo dopo passo, è come goccia che scava la pietra.

La forma Sun diventa così un luogo di rinascita, un modo per ritrovare l’innocenza del principiante, la libertà dell’esploratore, la profondità del praticante che non smette mai di interrogarsi.

E mentre la forma cresce dentro di me, anche io cresco dentro la forma.



1. Sun Lutang (1861 – 1933). Biografie accurate su di lui e sul suo ingegno nelle Arti Marziali cosiddette ‘interne’ si trovano in due suoi libri editi da Luni Editrice: ‘Tai Ji Quan’ e ‘Xing Yi Quan’.

2. Lo stesso che avviene, ma in ben diversa misura ed intensità, nella ‘Forma di Sintesi’ come praticata qui allo Spirito Ribelle.

3. Se la maggior parte delle annotazioni sul Wing Chun lo danno originario del tempio di Shaolin o di fuoriusciti dal tempio e comunque come stile autonomo, una pur piccola parte di studiosi avanza l’ipotesi che esso nacque dal ceppo dello Xing Yi Quan.




domenica 12 luglio 2026

Che c’azzecca ‘Bartleby lo scrivano’ con lo Spirito Ribelle? Il rifiuto come Arte Marziale contro i cascami di questa modernità

 

Chi mi conosce sa che sono un ‘divoratore’ di saggi ed uno scarso e saltuario lettore di romanzi (1). Eppure, di tanto in tanto, trovo rifugio dalle fatiche che i saggi mi impongono proprio in qualche romanzo. Così è, in questi giorni, con “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville (2).

In esso, tra le diverse pieghe che potrebbe prendere la sua lettura, mi colpisce l’interpretazione della modernità come vasto alveo in cui il denaro scorre come un fiume torbido tra le pareti di vetro di Wall Street. Melville qui, (eppure siamo ancora in pieno’800), lo aveva già annusato, con la sensibilità da marinaio che riconosce la tempesta prima ancora che il cielo si oscuri. Nel suo ‘Bartleby lo scrivano, l’ufficio diventa Dojo, la scrivania tatami e il gesto più rivoluzionario è un sussurro: I would prefer not to: Preferirei di no”. Un rifiuto che non urla, non frantuma, non incendia. Un rifiuto che paradossalmente cede, come fa il Tai Chi Chuan quando si scontra con la forza bruta.



Il denaro come vento contrario

Il sistema economico moderno, quello che Melville osserva dagli U.S.A già in preda alla frenesia capitalista, pretende che ogni gesto sia produttivo, ogni parola vendibile, ogni pensiero monetizzabile.

Lo scrivano deve scrivere secondo un metodo ben riconoscibile, deve evitare di scandalizzare il pubblico pagante, deve essere prudente come un contabile dell’anima. La sua libertà è un lusso che non può permettersi. La sua creatività è un bene che non possiede. La sua voce è un’eco che deve imitare perfettamente altre voci.

Eppure, proprio lì, nel cuore della macchina, origina la crepa: Bartleby smette di collaborare. Non per ribellione politica, non per ideologia, ma per una sorta di sottrazione ontologica (3). Il suo gesto è un non fare che pesa più di mille rivolte o contrapposizioni,

Il Tai Chi Chuan come ribellione soffice

Nella pratica del Tai Chi Chuan de ‘La Grande Onda’ qui allo Spirito Ribelle, questa logica del rifiuto che sottrae diviene corpo e movimento. Il praticante non contrasta forza con forza, piuttosto la assorbe, la devia, la trasforma. Il gesto non è mai un ‘contro’, ma sempre unoltre’. Il movimento non è mai meccanica reazione, ma consapevole azione che risponde, laddove: “compito della formazione non è l’acquisizione di una specialismo disciplinare (omissis). Essa è orientata a sviluppare negli educandi capacità estetiche, cognitive e personali attraverso i linguaggi disciplinari e i loro contenuti e metodi” (E. Bottero ‘Sapere del corpo e prospettive didattiche’).

Il nostro Tai Chi Chuan mostra che la vera potenza non sta nel colpire, ma nel non irrigidirsi. Che la vera libertà non sta nel vincere, ma nel non essere costretti a competere. Che la vera e possibile ribellione, in questi tempi grami e travagliati, non sta nel distruggere il sistema, ma nel non lasciarsi definire e modellare da esso.

E questo vale anche, per quanto ci riguarda, pure per il sistema ingessato, sclerotizzato ed omofono del movimento corporeo in generale e delle Arti Marziali, convinto come sono che “non si possono cambiare abitudini motorie o posture senza trasformare l’essere umano in profondità” (J. Dropsy ‘Vivere nel proprio corpo, espressione corporea e rapporti umani’).

Bartleby è il nostro Maestro interiore?

Prova ad immaginare Bartleby lo scrivano in un allenamento Tai Chi Chuan dentro una qualsiasi delle tante Scuole. Il Maestro / Sifu gli comanda di eseguire, copiandola perfettamente, una forma, un taolu. Bartleby guarda l’orizzonte, poi risponde: Preferirei di no.

Ma non è inerzia. Non è svogliatezza. Non è nemmeno sabotaggio, è invece l’espressione più pura di wu wei, l’azione senza agire; il gesto che non si oppone ma anche non collabora; la postura che non attacca ma anche non si lascia sopraffare.

Bartleby diventa, in questa mia personale lettura, un bodhisattva (4) del rifiuto, un santone laico che mostra come la libertà non sia necessariamente un plateale atto eroico, ma una microscelta quotidiana, una scelta di non partecipare all’insensatezza. Il suo rifiuto lo leggo come una forma, taolu, invisibile, una sequenza di movimenti interiori che disallineano il corpo dal ritmo produttivo della modernità, dalla pedissequa fedeltà ad un dogma imposto, che attraverso il gestuale, il corporeo, arriva e penetra nel cuore del sistema socio-economico e della ideologia e cultura dominanti: La rivoluzione umana di un singolo individuo contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità” (Maestro Daisaku Ikeda ‘La rivoluzione umana’).

Una realizzazione dei principi di Peng e Lu (5), E… non sarebbe allora lui il praticante autentico, autenticamente Tradizionale, che legge ed interpreta la forma, taolu, rispettandone tanto i principi fondanti quanto la sua irriducibile soggettività di individuo? Sì perché: “Proprio in questo contesto massificante è necessario ribadire, proprio attraverso il corpo, il valore dell’unicità della persona, che proprio perché incarnata esprime attraverso la dimensione corporea la singolarità dell’esserci” (A.G.A Naccari ‘Persona e movimento’)

Spirito Ribelle, il luogo di pratica dove la protesta diviene rituale

Nell’andragogia / pedagogia e didattica marziale dello Spirito Ribelle, la protesta non è mai collera. È ritualità. È poesia incarnata. È dissacrazione che non guasta, ma libera.

Il praticante impara a:

  • disallinearsi, non seguire il flusso insensato del fare per fare e tanto meno del copiare passivamente;

  • sottrarsi, non regalare il proprio corpo al ritmo del profitto, qui interpretato dall’esecuzione perfetta, meccanica, scandita da tempi estranei al sé ed alla propria biografia emozionale;

  • rallentare, perché la lentezza, persino l’apparente immobilità (‘se ne rimaneva immobile, in piedi, in mezzo alla stanza’ cit.) è la più grande eresia del nostro tempo;

  • sentire, perché il sentire non produce cose, denaro, ma produce libertà. (6)

Il Tai Chi Chuan de ‘La Grande Onda’ non è ginnastica, non è wellness, non è spiritualità New Age, non è vetrina di soldatini tutti uguali. È l’arte del non collaborare con la disumanizzazione, con l’omologazione. È un modo di abitare il mondo senza divenirne un ingranaggio.

Davvero il rifiuto potrebbe essere Do, Tao?

Bartleby non è un fallito, è forse invece un Maestro, un Sifu. Uno che ci mostra come la libertà autentica, nella modernità, non sia un diritto ma abbisogni di concretizzarsi in un gesto. Un gesto piccolo, appena percettibile, ma capace di incrinare l’intero edificio che si costruisce su successo, denaro,produttività e consumo senza uso.

Leggo questo breve ed intenso romanzo di Melville e non posso esimermi dal cogliere il nostro Tai Chi Chuan come ereditario di quel messaggio trasferito nel corpo e nel movimento perché trasfigura il rifiuto in movimento, la protesta in danza, la dissacrazione in rituale, la libertà in postura ed attura.

In un mondo che ci vuole veloci, performanti, monetizzabili, perfettamente omologati ed omologhi anche nelle trasgressioni, la pratica marziale, quella incentrata sulla persona, sul praticante e non sulla pretesa copia esatta di un modello dato, sull’alienazione da sé dell’allievo, può divenire un modo per dire, con la stessa calma di Bartleby: Preferirei di no.




1. Il compianto Giorgio Amendola (1907 - 1980), sontuoso rappresentante del PCI, si rivolterà nella tomba, lui che spronava alla lettura dei classici come strumento di interpretazione della società e dei suoi cambiamenti.

2. Herman Melville (1819 – 1891), conosciuto ai più per l’intenso e struggente ‘Moby Dick’.

3. L'ontologia è la branca della filosofia che studia l'essere in quanto tale, le sue strutture fondamentali e le categorie che lo costituiscono.

4. Nel buddismo, un bodhisattva è un essere che, pur avendo ottenuto l’illuminazione, sceglie di rinunciare temporaneamente al nirvana per aiutare tutti gli esseri a liberarsi dalla sofferenza.

5. https://tiziano-cinquepassineldestino.blogspot.com/2026/06/peng-lu-ji-come-piace-te.html

6.La capacità di fare silenzio è basilare, per poter cogliere la meraviglia del creato, nella sua misteriosità e nella sua complessità, ma anche per poter entrare in contatto con la propria intimità” (G. Mollo ‘La via del senso)



giovedì 9 luglio 2026

La forza del clan: Anatomia appassionata di una città che disgrega e di un’Arte che ricompone

 

Milano, la mia città, è una distesa pulsante di luci e fiumi d’asfalto, una metropoli che si erge come un organismo immenso e impersonale. Qui, dove il ritmo nazionale si frantuma in velocità e verticalità, l’individuo si dissolve nella folla: Un estraneo tra estranei, un extraneus (1) che erra ai confini di ogni contesto familiare, sociale.

Nelle sue vene scorre ciò che Marc Augé (2) ha chiamato non-luogo. Spazi senza memoria, senza identità, senza relazione. Ambienti dove la presenza è solo in transito, dove la coabitazione non genera comunità ma una sorta di solitudine condivisa. Basta un viaggio in metropolitana per accorgersene, lì ovunque corpi accalcati, sguardi assenti, volti schiavi di schermi che fagocitano attenzione e rimasugli di pensiero. Una massa informe che si muove senza mai incontrarsi davvero.

Gli urbanisti, sacerdoti della mobilità e del consumo, hanno modellato la città come un dispositivo di produttività. Hanno costruito piazze che non invitano alla sosta, panchine che scoraggiano la conversazione, spazi pubblici che sembrano progettati per impedire ogni avvio di contatto umano. La socialità, un tempo spontanea come un saluto tra vicini, è stata sostituita da una co-presenza anonima perché si abita lo stesso luogo, ma non lo stesso mondo!!

La grande città, la metropoli, offre infinite possibilità di incontro, ma svuota la profondità dei legami. Le reti sociali sono sì ampie ma fragili, come ragnatele troppo tirate. Relazioni legate a funzioni, a luoghi, a occasioni come la scuola, l’ufficio, la palestra. Rapporti minimalisti, intercambiabili, consumati con la stessa fretta con cui si consuma un prodotto.

A questo si aggiunge la spinta capitalistica, figlia di un immaginario U.S.A. che ha fatto della produttività un valore supremo. Si vive (sopravvive?) correndo, di fretta; si vive senza vivere. Anche gli affetti diventano appuntamenti, anche le amicizie diventano impegni, anche la presenza diventa un gesto da ottimizzare.

È per questo (non “sarà”, ma è) che ho cercato un’altra via, forse una Via. Una via che non fosse fatta di accelerazione, ma di radicamento. Una via che non fosse fatta di consumo, ma di esperienza. Una via che non fosse fatta di estraneità, ma di clan.


Le pratiche marziali, quando condotte con consapevolezza, sono un ritorno alla dimensione dionisiaca dell’esistenza che è il corpo come luogo di verità, il movimento come linguaggio, il contatto come relazione. Sono un percorso di identità, un modo per ritrovare la propria forma interiore attraverso la forma esteriore.

In questo cammino ho costruito, insieme ad allievi che sono prima ancora amici, un piccolo clan. Un minuscolo gruppo di individui che, tra un pugno e una schivata, tra una bastonata e un balzo, si scambiano emozioni autentiche. Non finzioni, non convenzioni, non ruoli sociali, solo verità.

Nel nostro spazio di pratica, il ‘non-luogo’ si dissolve. La metropoli perde la sua maschera fredda ed asettica. L’estraneo diviene volto e respiro. Il volto ed il respiro divengono storia. La storia diviene legame.

Qui si ricostruisce, o almeno si tenta di ricostruire, ciò che la città disgrega, ovvero quella comunità come forma originaria della vita, la forza del gruppo come radice dell’individuo, la presenza come dono reciproco. Qui si torna a essere clan. Non per chiudersi, ma per ritrovare il senso dell’apertura; non per difendersi, ma per riconoscersi; non per combattere contro, ma per crescere insieme.

La forza del clan non è un ritorno al passato, è un atto di ribellione poetica nel presente. È la scelta di abitare il mondo con più corpo, più cuore, più relazione. È la risposta marziale a una città che ci vorrebbe soli, estranei.




1. Nella lingua latina extraneus indicava qualcosa o qualcuno che si trovava "fuori" da un contesto familiare, territoriale o sociale.

2. Marc Augé ‘Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità’