domenica 8 febbraio 2026

50 anni di pratica marziale

 


Febbraio 1976 – Febbraio 2026

Cinquant’anni di pratica marziale. Cinquant’anni di gesti che attraversano il tempo.

Ogni postura è una melodia. Ogni respiro è un ponte tra passato e futuro. Ogni percossa, ogni evitamento è un tentativo di dialogo con l’altro me.

La Via continua, come un fiume che non smette di scorrere.

La pratica non è mai solo tecnica. È memoria incarnata, è relazione, è arte. È una spirale che si avvolge, ancora e ancora.

E’ un lontano inizio, a ventiquattro anni d’età, nei locali di una fabbrica occupata adibita a Dojo, senza riscaldamento, senza luce elettrica, senza servizi igienici, senza spogliatoio, ma tanta e tanta passione. Dojo in cui vestivo i panni dell’allievo, panni che indosso tutt’ora, a settantaquattro anni, al cospetto dei miei Maestri.

E’ sapere mio in continua trasformazione che, come Sensei, ‘colui che è nato prima’, dagli anni ‘80,metto a disposizione di chi mi vuole camminare accanto.

Guarda il video. Condividi il percorso. Vieni a praticare.


Alcune immagini della serata a festeggiare questo momento con allievi ed ex allievi che sono soprattutto tutte e tutti amici in questo clan che è stato lo ZNKR ed ora lo Spirito Ribelle








mercoledì 4 febbraio 2026

I Martedì monotematici: 24 Febbraio 2026

 


Il passo che apre il cerchio

Entriamo nel cerchio con il passo che già conosci: Radice nel piede posteriore, proposito nel piede che avanza, il corpo che segue come un’onda.

Ogni passo è un piccolo atto di gentilezza: non spinge, non forza, non invade lo spazio. Lo apre.

Quando il piede tocca terra, fallo come se stessi posando una domanda, non una certezza. Il suolo risponde, e tu ascolti.

Il busto segue la spirale, lo sguardo abbraccia la curva, le mani custodiscono il vuoto davanti a te. Non c’è fretta, solo continuità.

Nella camminata del Pa Kwa / Hakkeshou la gentilezza diventa struttura: Il passo è delicato, ma la direzione è chiara. Il corpo è disponibile, ma non arrendevole. Il cerchio si apre e tu ci cammini dentro.

Respira, lascia che ogni passo si proponga all’altro e lascia che il cerchio ti insegni a non perdere mai il centro anche mentre ti muovi, anche mentre intorno a te si agitano caos e disordine.

Trova il tuo personale ‘centro di gravità permanente’.




Martedì 24 Febbraio 2026

ore 17.00 - 19.00

v. Labeone 4 Milano.

contatti: tsantambrogio@yahoo.it

Aperto a tutte e tutti




martedì 3 febbraio 2026

Il mio pensiero di Febbraio 2026

 


A volte del dolore non v’è ricordo, o si finge di non averne, e in quel momento si sforza di cominciare la vita. Poi, è nello scorrere lento spezzato da improvvisi sprazzi di gesti violenti del Tai Chi Chuan e del Kenpo Taiki Ken che l’equilibrio precario e un po' vigliacco del dimenticare finisce: La fine si fa' cerchio, il cerchio è la vita, si sgretola per poi ricostruire.

Così, specie di meditazione in movimento, sgorgano benefici momenti di autentico silenzio fisicoemotivo e si possono gustare profonde dimensioni esperienziali, interiori, affettive, immaginative, che aprono le porte all’alterità dell’inconscio personale e collettivo, o all’alterità dell’altro da sé.

Questo tesoro di antico Sapere metto a disposizione, incontro dopo incontro, dei praticanti che condividono il mio cammino marziale.

Perché non si può ipotizzare, tantomeno concretizzare, una Via artistica motoria, gestuale, specificatamente marziale, che non consideri la storia del praticante inteso come entità olistica nella sua struttura corporeo – sensoriale, nel suo modo di essere in relazione all’ambiente, con lo scopo di una conoscenza e crescita interiore. L’arte dello scontro (marziale) si rivela eccellente accomodamento della propria esperienza alla realtà, anche attraverso modesti e gestibili scossoni, incontri e scontri critici con la fisicità propria ed altrui.

E’, questa allo Spirito Ribelle, una pratica che conduce alla creatività nel piacere di esserci; allo stupore difronte agli accadimenti interiori (Neijia) ed esteriori; alla consapevolezza di reazioni spontanee (ma non meccaniche) agli stimoli ambientali, interpretando le proprie azioni anche per comprendere quelle degli altri; alla padronanza di una personale estetica funzionale dentro le leggi ritmiche e formali – evolutive dell’uomo e della Natura.

Perché non si può aspettare sempre il nostro giorno, quello giusto, aspettare il nostro Godot. Invece, si può cercarlo, trovando di noi e del nostro stare bene al mondo.



venerdì 30 gennaio 2026

Le Arti Marziali come percorso di affettività

 


Là dove emozione, corpo e ragione si incontrano.

Qui allo Spirito Ribelle, le tecniche (waza) non sono MAI un gesto componendosi invece come un linguaggio e il corpo, che SEMPRE è sé - corpo, come un territorio da fecondare. Solo così le Arti Marziali svelano la loro natura più profonda, il cuore (kokoro): Non un insieme di forme, non un repertorio di colpi, ma un palcoscenico al quale l'individuo si offre con le sue emozioni, la sua vulnerabilità e... la sua forza interiore.

Emozioni e sentimenti: Il respiro che nutre tutte le dimensioni dell’essere

Ogni emozione è un movimento. Ogni sentimento è una direzione. Non esiste gesto marziale che non sia attraversato da ciò che proviamo: La paura che irrigidisce, l'entusiasmo che apre, la tristezza che socchiude, la rabbia che sprona.

Le emozioni non sono un “di più” da controllare o reprimere: Sono la trama sottile e indissolubile che lega corpo, decisione e relazione. Sono il collante che unisce le dimensioni dell’individuo, facendo di ogni pratica un atto di integrazione.

L’affettività autentica: La base di ogni razionalità

In un mondo che spesso separa la ragione dal sentire, le Arti Marziali ci ricordano che la sincerità dell’essere origina dal cuore. Un’affettività sicura verso se stessi, verso i compagni di pratica, verso la pratica stessa e, non ultimo, verso chi guida il gruppo, influisce sulla razionalità: “l’Homo sentiens o patiens sta prima dell’Homo sapiens e dell’Homo faber, ricollegato com’è alle passioni e alle emozioni senza le quali né la ratio nè l’actio si strutturano, si definiscono e si realizzano, in quanto implicano scelte, orientamenti valoriali, disposizioni soggettive. ecc.” (F. Cambi ‘Nel conflitto delle emozioni. Prospettive pedagogiche’)

Quando il praticante si sente accolto, riconosciuto, non giudicato, egli si apre in toto. La tecnica stessa si affina. La percezione si fa più sottile. La razionalità non è più un freddo calcolo assediato dalle emozioni, ma un’intelligenza incarnata, edificata su un terreno emotivo fertile.



Sentimenti ed emozioni: Il motore primo del 'crescere’ umano

Non ci muoviamo perché “dobbiamo”. Ci muoviamo perché qualcosa dentro di noi vibra, chiama, desidera. La motivazione non nasce da una disciplina imposta, ma dal fuoco interno che le emozioni accendono e sostengono.

La paura ci spinge a cercare protezione. L'entusiasmo ci invita a esplorare. La rabbia ci mostra i confini. La tristezza ci insegna la profondità.

Ogni emozione è un insegnamento. Ogni sentimento è un invito a conoscere meglio se stessi e le relazioni che intratteniamo. Una pratica marziale che ignori questo potenziale umano si riduce a un guscio vuoto, a un rituale senz’anima, ad un rosario di gesti.


Oltre le tecniche ed i protocolli: Una pratica marziale che formi l’essere olistico

Troppo spesso la pratica si ferma alla superficie: Uniformi impeccabili, tecniche ripetute, movimenti standardizzati, qualche frammento di psicologia spicciola sparso come spezia per insaporire il prodotto, qualche citazione orientaleggiante scartata come in un bacio Perugina. Ma la pratica marziale autentica non è questo. Essa chiede presenza, ascolto, trasformazione.

Una pratica marziale che sia autenticamente tale:

  • accoglie le emozioni come parte fondamentale (hon) del percorso, non come ostacoli né come accessorio;

  • coltiva un’affettività matura, capace di sostenere e nutrire;

  • riconosce che il corpo è un archivio di storie personali e collettive e che ogni gesto è un atto di memoria;

  • integra ragione e sentimento, tecnica e intuizione, disciplina e libertà.

È un percorso che forma l’essere umano nella sua interezza e completezza, non un semplice addestramento.



Conclusione: Le Arti Marziali come maieutica

Quando la pratica marziale diventa un luogo in cui emozioni e sentimenti consapevolmente si incarnano, allora nasce qualcosa di raro: Una Via, Budo, che non forma solo combattenti, ma esseri umani più integri, più consapevoli, più capaci di stare nel mondo e starci bene, individui vitali ed erotici.

Non è un percorso fatto di briciole di psicologia, ma di una psicologia incarnata. Non è un insieme di tecniche, ma un’educazione alla presenza. Non è un esercizio di forza, ma un’arte dell’incontro.

In questo spazio, l’affettività non è debolezza: E’ radice. La razionalità non è distacco: E’ chiarezza. La tecnica non è fine: E’ mezzo. E l’emozione non è disturbo: E’ vita che chiede di essere ascoltata.




lunedì 26 gennaio 2026

Musha Shugyo, la Via della ricerca nell’incertezza

 E’ il cammino, fisico e spirituale, che il samurai intraprendeva per conoscere di sé, per approfondire le proprie conoscenze nella pratica del combattimento, per confrontarsi con esponenti di altre Ryu (Scuole) marziali.

Tanti occhi attorno, un solo sguardo a perforarti dentro. Un pensiero silenzioso, velenoso, a suggerirti di smettere, di lasciar stare. Poi, c’è caldo nelle vene in quei corpi tesi, agguerriti, che ti si parano davanti e sei proprio tu ad averli cercati!!

Questo è, credo, quel che provasse il samurai che avesse intrapreso Musha Shugyo.

Per me, che il Musha Shugyo sia l’errare di incontro in incontro (come feci per anni ed anni bussando a Scuole, Maestri ed Arti diverse) o sia il succedersi di ‘incontri’ dentro lo stesso percorso, (perché qui allo Spirito Ribelle la pratica che propongo MAI è uguale, ripetitiva, MAI fondata sulla passiva memorizzazione, MAI sull’imitazione di una materia cristallizzata) significa praticare, dunque vivere, dentro elementi di incertezza, dentro la visione del viandante sospesa in una specie di apertura nomade, di un atteggiamento critico verso le nostre consolidate certezze, di una ricca valorizzazione ad un tempo dell’interiorità e della materia, della riscoperta del significato del gioco, delle emozioni e di quel che resta in ognuno di noi del mondo istintivo.

L’apertura che chiamo ‘nomade’ della ricerca diviene così un atteggiamento hon, ‘fondamentale’, dello stare al mondo e nelle relazioni, una ricerca Musha Shugyo aperta e permeabile al di là di rassicuranti codici di comportamento di massa e di lettura conformista della realtà.

E’ affrontare paradossali e razionalmente incomprensibili Koan zen fisicoemotivi, accettando di non comprendere, accettando la vulnerabilità e l’incertezza come straordinarie forme di coraggio, straordinari aspetti della soggettività.

(...)per capire qualcosa bisogna accettare di non capire subito, e mettersi in quella inedita (per l’occidente) disposizione d’animo che somiglia scabrosamente alla passività” (D. Gaita ‘Il Tao della psicoanalisi)


Spesso sono immagini fuggevoli e tremolanti; immagini che ogni tramonto porta via. Immagini che passione e umana fragilità mutano in maschere nient’affatto benevole, voci ed urla che un silenzio antico, depositatosi nel tempo, ha reso suono greve. E si riuniscono in una massa informe per abbracciare il buio dell’ignoto come un rito che si ripete ossessivamente.

Eppure, per chi creda in Musha Shugyo, il cammino continua. Sempre. E l’archetipo del guerriero, del combattente, del dominatore, andrebbe coniugato con l’archetipo del cercatore, dell’errante: “Colui che ricerca non si sente mai perfetto, né si può aspettare perfezione dagli altri (...) comprende che la difficoltà, il dolore e i guai fanno parte del mondo in cui ci muoviamo e non possono essere evitati” (E.C. Whitmont ‘Il sorriso della leonessa’)


Come ci invita a considerare il Taoismo, gli accadimenti oscuri, indecifrabili e persino avversi, dell’esistenza vanno accolti senza indulgere in essi così come senza la pretesa di controllarli: Vanno, per contro, interpretati, trasformati e mai repressi.

Musha Shugyo anche come viaggio dentro l’Ombra, comunque essa si presenti.

Così, ogni artista marziale immerso nel suo personale Musha Sugyo, con l'incedere fattosi stanco dopo anni ed anni, sa di essere in qualche modo unito, congiunto agli altri in una serena melanconia che li contagia a vicenda. Ognuno animato da identica passione, ognuno inerte difronte al destino, le mani al cielo. Ma è la convinzione di un nuovo incontro che verrà a disegnare sul volto un sorriso, mentre il corpo già vibra alla percezione di quel che sta per accadere.




giovedì 22 gennaio 2026

L'Arte della Guerra - cap. 9

 


L’Arte della Guerra, di Sun Tsu (circa VI secolo a.c.)
 

Brevi riletture nel terzo millennio che pongono domande, che sollecitano dubbi, che avanzano proposte 

Cap. 9

Il vento, anche quando contrario, è un alleato importante

Nel capitolo 9 de ‘L’Arte della Guerra’, l’avversità non è mai un ostacolo insormontabile. È un vento che, se accettato, può dilatare le vele invece di lacerarle. Il generale saggio osserva il terreno, ascolta i rumori, scruta i movimenti più insignificanti: Un cavallo che nitrisce, una polvere che si solleva, un silenzio improvviso. Ogni dettaglio si muta in indizio. Non c’è fatalismo, non c’è rassegnazione. C’è un’attenzione radicale che trasforma il caos in orientamento.

È come se Sun Tsu scrivesse: Non opporre rigidità alle cose del mondo, ma lasciati attraversare da esse finché non ti rivelano la loro direzione nascosta.


La difficoltà come forgia

Il capitolo 9 ci ammonisce che la difficoltà non è un incidente, ma una forgia. Il comandante che si irrigidisce di fronte all’imprevisto è già sconfitto; quello che invece si flette, ascolta, soppesa, trova nella stessa difficoltà la leva per capovolgere a proprio vantaggio la situazione.

Un terreno fangoso può rallentare l’avanzata, ma può anche intrappolare il nemico. Una montagna può essere un ostacolo, ma può anche diventare un punto di osservazione. Un ritardo può sembrare una calamità, ma può offrire il tempo necessario per cogliere un segnale che altrimenti sarebbe sfuggito.

La saggezza di Sun Tsu è tutta in questa alchimia: Trasformare il piombo dell’imprevisto nell’oro della strategia.



Ogni segno è un seme

Il generale non si limita a reagire: Egli interpreta. Ogni fenomeno, anche il più insignificante, è un seme di informazione. Il capitolo 9 è un invito a sviluppare un’attenzione non ansiosa, ma vigile; non sospettosa, ma permeabile.

È un’arte che rimanda alle pratiche interiori: Osservare senza pregiudizi, accogliere senza farsi ribaltare, trasformare senza violentare. In questo senso, Sun Tsu non è solo un maestro di guerra, ma un maestro di percezione.




La via della trasformazione

Il cuore del capitolo è un principio che attraversa molte tradizioni asiatiche: Ciò che sembra un ostacolo è invece la porta d’accesso alla soluzione. Non si tratta di ingenuo ottimismo, ma di una disciplina dello sguardo. Le cose del mondo non sono mai completamente contro di noi, se sappiamo interpretarle.

La vera forza non è nel colpire, ma nel comprendere. Non è nel dominare, ma nel trasformare. Non è nel prevedere tutto, ma nel sapersi adattare all’imprevisto piegandolo ai propri scopi.



Conclusione: L’arte di trarre vantaggio da tutte le cose del mondo

Il nono capitolo de L’Arte della Guerra ci mostra una verità che risuona grande nella pratica marziale 'interna’, Neija / Naido: La realtà non va combattuta, va ascoltata. E, ascoltandola, si scopre che ogni ostacolo nasconde un varco, ogni problema un indizio, ogni avversità un’energia che può essere reindirizzata.

È un invito a vivere come un artista della trasformazione: Fare del terreno accidentato una mappa, del rumore un ritmo, della difficoltà un insegnamento.

La mia casa è piccola, ma le sue finestre si aprono su un mondo infinito”

(Confucio)




lunedì 19 gennaio 2026