Alla ricerca di un regalo di compleanno per un carissimo amico, è mio figlio Lupo a suggerirmi una visita alla libreria Tanabata: Minuscolo locale proprio nei pressi di casa mia, stracolmo di libri e pure oggetti che si rifanno al Giappone, antico e moderno.
Lì, muovendomi a malapena negli spazi angusti, noto un piccolo libro:
‘Spade giapponesi’
scritto da Yasuko Kubo che, leggo nella presentazione, essere una studiosa e ricercatrice di fama internazionale, già curatrice senior del Museo della spada giapponese, con sede a Tokyo.
Comprato il libro, mi dirigo immediatamente alla terrazza del vicino centro commerciale: Grande spazio aperto che si affaccia su viale Umbria, sole, un vento birichino e le mie mani a predare le prime pagine.
Subito mi sorprendo a notare che non ho l’impressione di sfogliare un libretto illustrato. Piuttosto sembra di varcare la soglia di un Dojo nipponico, dove qualcuno ha appena terminato di affilare una lama e l’aria vibra ancora di emozioni minacciose.
La prima pagina è un varco. Da lì in avanti, Kubo non mi accompagna, mi guida. Mi porta tra le mani dei fabbri forgiatori che, secoli fa, piegavano l’acciaio come si piega un destino; mi fa sentire il ritmo dei mantici, il respiro del fuoco, il colpo sicuro del martello che non è mai solo forza, ma ascolto.Procedo tra le antiche Scuole come tra clan di spiriti. Ogni lama ha un carattere, un’inclinazione, un modo di riflettere la luce. L’ hamon, il motivo della tempra formatasi lungo il tagliente, non è più una linea tecnica, è una cicatrice luminosa, una storia che si è raffreddata senza però spegnersi. La curvatura della spada, sori, pare un misterioso astro che dal cielo è caduto sulla terra lasciando un importante segno di sé.
L’autrice racconta tutto questo con una calma che non è distacco, ma rispetto. Ogni descrizione è un inchino di omaggio. Ogni immagine è un invito a guardare più attentamente, come se la lama potesse rivelare qualcosa solo a chi sia disponibile a fermarsi.
E mentre avidamente sfoglio le pagine, mi accorgo che il libro non parla solo di katana. Parla di ciò che resta quando il fragore della battaglia si dissolve. Parla della mano che crea, della mano che distrugge e di quel momento oscuro in cui le due mani si sfiorano fino a toccarsi.
Arriva l’ora di alzarmi, chiudo il volume con la sensazione di aver attraversato un ponte esile, un ponte che collega il gesto del fabbro al mio stesso modo di stare al mondo. Perché, come suggerisce Kubo, ogni lama è un frammento di tempo che continua a baluginare e ogni lettore, per un istante, diventa il suo custode. Come il katana Shinto che troneggia in camera mia. Non è veramente mio, io sono solo il temporaneo custode di una lama antica, di un’arma che è tramandata e passerà nel tempo di mano in mano. Per sempre.
La voglia di Kenshindo, la pratica del katana che ho abbracciato da anni, monta forte, ho solo da organizzarmi per un prossimo solitario momento di formazione nel cortile sotto casa!!

























