lunedì 29 giugno 2026

Sentire, dire, contattare: l’Arte di esprimersi nel Tai Chi Chuan in coppia

 

Sono immerso nella lettura di “Le armi nascoste della manipolazione” di Chistophe Carré. Sempre stimolante, per me, percorrere la strada che coniuga lo studio della comunicazione verbale, della parola, con il potente linguaggio del corpo (1).

Mi colgo a riflettere che anche nella pratica in coppia del Tai Chi Chuan, ogni gesto è un messaggio. Ogni pressione, ogni cedimento, ogni spirale, è un modo di dire: “Io sono qui ed ora.” Eppure, come ricorda Christophe Carré, la comunicazione più ardua non è quella con l’altro, ma quella con se stessi.

Quando entro in contatto con il compagno di pratica, porto con me un mondo di sensazioni: Tensioni che non ho nominato, emozioni che stento a riconoscere, impulsi che non ho osato dire. Il corpo li conosce ancor prima della mente, li scopre come li tradisce, li offre alla visibilità nitida.

Il Tai Chi Chuan in coppia diventa così un luogo di verità potenti e gentili. Un luogo in cui posso permettermi di formarmi ad esprimere ciò che sento senza paura, senza esagerazioni, senza maschere indossate frettolosamente. Dire “io sento” nel movimento, come suggerisce Carré, significa assumermi la responsabilità del mio pesare, del mio direzionarmi, del mio invadere come del mio ritrarmi.

Quando premo, non accuso. Quando cedo, non mi annullo. Quando ascolto, non scompaio. Uso la prima persona del corpo, che è più sincera della voce.

E accade qualcosa di raro, perché esprimere emozioni e sentimenti attraverso il contatto ci avvicina davvero all’altro. Non perché diventiamo più “buoni”, ma perché diventiamo più leggibili, più permeabili, più presenti. Il compagno non deve più indovinare chi siamo, può sentirlo.

Al contrario, emozioni e sentimenti inespressi, leggo in Carré, ci allontanano da noi stessi. Nel Tai Chi Chuan questo si nota subito: Il corpo si irrigidisce, la struttura si chiude, la spinta diventa difesa, il cedere diventa fuga. È il segno che non sto ascoltando le mie esigenze profonde, che sto reagendo meccanicamente invece di agire consapevolmente. (2)

La pratica in coppia, quando, al contrario, è vissuta davvero con intento formativo, con intento ‘guerriero’, ovvero di ‘colui che sa stare nei conflitti’, diviene invece un rito di chiarezza, un modo per tornare a noi stessi attraverso l’altro. Ogni contatto è un invito a dire la verità del momento: “Qui mi sento imprigionato”, “Qui mi irrigidisco e non ascolto più.” “Qui posso fidarmi a stare nella relazione.” “Qui posso lasciarmi andare.”

E così, passo dopo passo, il Tai Chi Chuan ci mostra che la relazione, come il movimento, non origina dalla forza muscolare, ma dalla sincerità, dalla vulnerabilità, dalla disponibilità all’ascolto.



Questo, qui allo Spirito Ribelle, è il percorso, la Via, Tai Chi Chuan e Kenpo Taiki Ken. Lasciamo ad altri l’affannato e caotico spingersi e tirare, l’allenamento con pesi sempre più grossi vantando muscoli evidenti ed un peso corporeo sempre più ingombrante. Non è questa la nostra strada.

La vera forza nasce dal vuoto e dalla quiete, non dalla tensione”

(M° Sun Lu Tang)






1. Il corpo è linguaggio che parla e dal quale si è parlati, rivela ciò che è nascosto e vero, linguaggio «dell’identità naturale […] che è linguaggio dell’identità sociale» (Bourdieu, 1987, pp. 163-164) “ (‘Il canto delle sirene. Il corpo in equilibrio tra reale e virtuale’ di R. Iaquinta)

2.Assumersi la responsabilità delle proprie emozioni significa essere in grado di identificare i nostri bisogni personali e comunicarli agli altri. Se non ci rendiamo conto che i nostri sentimenti sono direttamente correlati ai bisogni soddisfatti o insoddisfatti, poniamo dei limiti alla consapevolezza che abbiamo di noi stessi” (C. Carré ‘ Le armi nascoste della manipolazione’).











giovedì 25 giugno 2026

Bamboo Ring pt. 3: IL LIMITE

 


Dentro l’anello di bambù, le mie braccia imparano il limite.

Strano, eh? In una società in cui il limite è una cosa negativa, in cui impera la parola d’ordine “superare ogni limite, noi, qui allo Spirito Ribelle, del ‘limite’ facciamo una cosa positiva, utilizziamo il ‘limite’ come strumento per crescere e migliorare.

Tu che mi stai guardando, qui ai giardini Marcello Candia, Milano, vedi il limite?

Un ‘limite’ imposto non per costrizione, ma per nascere più preciso. Il Bamboo Ring non è né scudo né arma: E’ confine. È la soglia che mi impedisce di disperdermi, che contiene il gesto perché divenga essenziale, che richiama la mia forza verso il centro.

L’avversario avanza con il tambo, il bastone corto, ma io resto raccolto, compatto, presente. Ogni movimento è un ritorno alla mia figura, un richiamo alla misura, un invito a non smanacciare, a non evadere fuori da me stesso, a proteggere ciò che realmente è bersaglio.

Nel cerchio, il gesto si fa piccolo e vero. La difesa nasce vicina e dentro il corpo, il contrattacco parte da un cuore che non trabocca. Il Bamboo Ring mi forma: Mi insegna che la precisione è una strada di libertà, che la potenza non è ampiezza, ma direzione.

Allora avanzo. Non oltre il cerchio, ma dentro la mia forma più nitida.



Esplorare i propri limiti conduce alla scoperta di territori vastissimi.
(E. M. Secci )


Nel video: attacchi liberi di bastone corto, difese libere contenendo le braccia dentro il Bamboo ring.

Prossimamente: Bamboo Ring pt. 4: La copertura



martedì 23 giugno 2026

Spirali, cerchi, movimenti tridimensionali

 


Quando gli Antichi si risvegliano nelle ossa

Nella pausa che precede il gesto si apre una porta arcaica e da quella soglia emergono figure che non hanno nome ma riconosci subito: Sono i tuoi antenati di movimento.

La spirale non è più tecnica, è un archetipo che respira in te: il Serpente che avvolge, la divinitàVento che scioglie, il GuerrieroRadice che preme la terra fino al cielo delle scapole.

L’onda diventa un dio minore, uno spirito d’acqua che ti attraversa per ricordarti che la forza non è mai una linea retta, ma un ritorno continuo a un centro che non si vede.

Nel gesto tridimensionale (1) si risveglia il Drago possente. Non quello delle fiabe, ma quello che abita la colonna vertebrale e apre il torace come un tempio, mentre le braccia tracciano schizzi e disegni che nessun occhio umano può davvero misurare.

Così si muove il praticante Spirito Ribelle. Come in un rito antico che non hai copiato ma che il corpo ricorda, come un linguaggio primordiale che parla di potenza e cedevolezza, di vuoto e pieno, di ciò che eravamo prima di ricevere un nome

E questo è, questo siamo noi, 

il Tai Chi Chuan de La Grande Onda.



1. L’allenamento in palestra verte quasi esclusivamente su esercizi mono - piano e di isolamento muscolare; nel Tai Chi Chuan sono privilegiati i movimenti tridimensionali,così come avviene nella gestualità quotidiana. Nei corsi di gruppo in palestra, quand’anche si effettuino esercizi tridimensionali, questi sono eseguiti per imitazione e senza MAI chiedere al praticante una partecipazione consapevole e lo sviluppo di un’autentica intelligenza motoria.


lunedì 22 giugno 2026

Il Gioco che trasforma: Teatro nascosto della psiche in movimento

 


Ultimi incontri della stagione 2025 – 2026, qui ai giardini Marcello Candia, Milano.

Propongo alcuni dei giochi introdotti recentemente nella pratica, a cui accosto una reinterpretazione di quelli che da decenni sostanziano il nostro percorso marziale tra Tai Chi Chuan e Kenpo Taiki Ken.

Giochi, così li chiamo, e non ‘esercizi’, proprio per come li propongo: Non movimenti da imitare, ma un terreno di caccia da esplorare. Giochi, perché il gioco ha una valenza tutta sua che nulla c’azzecca con l’esercizio e l’esercitarsi.

Nel gioco accade qualcosa che l’atteggiamento razionale non sa spiegare ma il corpo riconosce subito. Come in un processo gestaltico, l’energia grezza dell’inconscio prende forma, si organizza, lentamente, dallo sfondo, emerge in primo piano. Il gioco non è un passatempo, è un dispositivo simbolico, un laboratorio di metamorfosi. Il suo ‘come se’ non è finzione, ma una simulazione compiuta, una soglia in cui l’immaginazione si fa metodo, rito, esperienza.


Il gioco come forgiatore dell’inconscio

Quando si gioca, l’inconscio prende ad agire. Non più massa indistinta, ma flusso che trova un letto, un ritmo, una direzione. Il gioco struttura, modella, affina. È un’arte antica che prende ciò che è informe e gli dà un volto, un gesto, un respiro.

Così la consapevolezza conscia si amplifica, impara a coabitare con stati di coscienza espansi, più profondi ma anche ... più contraddittori. Una dialettica simultanea, paradossale, in cui il praticante è insieme attore e spettatore, colui che muove e colui che viene mosso.

La dimensione ludica nelle arti del corpo e del movimento

Nel Tai Chi Chuan e nel Kenpo Taiki Ken, come praticati qui allo Spirito Ribelle, il gioco non è un’aggiunta bensì la porta d’accesso a conoscenza e trasformazione.

Il movimento amplifica tutto. Ogni gesto è un’onda che attraversa la psiche, ogni passo un varco che apre possibilità, ogni contatto un dialogo tra mondi interni.

La dimensione ludica, quando entra nel corpo, diventa un acceleratore: Ingigantisce il coinvolgimento, rende più vivide le emozioni, più autentici i moti spontanei, più permeabili i confini tra ciò che è “solo gioco” e ciò che è “veramente vita”.


Il teatro della vita reale

Nella pratica ludica e ritualizzata del movimento, la situazione simbolica non resta simbolo, perché si incarna.

Il corpo diventa scena, il gesto diventa parola, la relazione diventa trama.

È un teatro senza pubblico, dove ciò che accade è reale proprio perché è giocato. Le emozioni non sono imitate, sono vere; le reazioni non sono recitate, sono rivelate. Questa è la sostanziale differenza tra esercizio da completare e gioco da … giocare, tra finzione e simulazione.

Il gioco diventa così una sperimentazione di realtà, un modo per provare, rischiare, trasformare senza distruggere, per incontrare parti di sé che nella vita quotidiana restano taciute o nascoste.

Il gioco come via andragogica

Nel dispositivo pedagogico e andragogico del movimento, il gioco è un maestro sottile, poco impone, poco corregge, non giudica affatto. Invita.

Invita a esplorare ciò che si teme, a dare spazio a ciò che preme per affiorare in superficie, a riconoscere ciò che vibra dentro, vibra sotto.

Il praticante scopre che il gioco non è infantile, è iniziatico. È un modo per accedere a risorse dimenticate, per integrare ciò che era escluso, per ampliare gli orizzonti del sé fisicoemotivo.

Il gioco come rito di conoscenza e trasformazione

Giocare è un atto tanto ludico quanto serio. È un rito che permette ai meandri psichici di mostrarsi, al corpo di comunicare, alla coscienza di espandersi.

Nel Tai Chi Chuan e nel Kenpo Taiki Ken, di cui non si voglia perdere l’enorme portata formativa, di cui non si voglia fare un asettico rosario di tecniche e forme, il gioco è la chiave che apre la porta tra il visibile e l’invisibile, tra ciò che siamo e ciò che possiamo diventare.

È un teatro sacro, un laboratorio di vita, un luogo dove il movimento non imita la realtà, ma inaspettatamente la crea.

Aprirò una scuola di vita interiore e sulla porta scriverò Scuola d’Arte”

(M. Jacob)




martedì 16 giugno 2026

La Soluzione del Corpo: Praticare a solo e praticare in coppia

 

La pratica a solo nel Tai Chi Chuan è una danza con l’invisibile. Non c’è musica, eppure ogni gesto è già danza. Non c’è partner, eppure ogni fibra del corpo risponde a un richiamo antico.

Si comincia dal respiro, che apre la porta. Dal terreno, che sostiene e ricorda. Dalla colonna, che muta in un’onda verticale, un’asta che vibra tra cielo e profondità. Ogni movimento origina come un’eco che si dilata: Onda su onda, cerchio su cerchio, un’infinità che si effonde nello spazio e ritorna alla sua sorgente. È un dialogo con il proprio vuoto, con la propria parte Ombra, con la propria luce. È un ascolto che non pretende risposte, solo presenza.

La pratica in coppia, invece, è una danza con il mondo. L’altro diventa specchio, vento contrario, sostegno inaspettato. Ti contrasta quanto ti sostiene, ti amplifica quanto ti contiene. Ti invita a esplorare spirali che non sapevi di avere, onde nascoste sotto la pelle, direzioni che il tuo corpo non aveva ancora osato immaginare.

Nel contatto, scopri che confliggere non è solo scontro, è un modo di conoscersi. E che configgere con un altro non è guerra, è un modo di incontrarsi.

Il Tai Chi Chuan, come praticato allo Spirito Ribelle, mostra il percorso che va dal contrasto alla risonanza, dall’attrito alla relazione, dallo scontro all’incontro. Fino a quella soluzione sottile in cui, passo dopo passo, ti ritrovi individuo intero, entusiasta, vitale, erotico, aperto al mondo come un corpo che ricorda la propria origine fluida.

Perché il Tai Chi Chuan, nella sua essenza, non insegna a vincere, insegna a diventare saggiamente permeabili alla vita. E in questa permeabilità, ritrovi l’energia che ti muove, la curiosità che ti guida, la forza che non divide ma unisce.











venerdì 12 giugno 2026

Peng Lu Ji An, come piace a te

 

Lunedì tardo pomeriggio, ai Giardini Marcello Candia, Milano respira un po’ più lentamente. Il traffico si allontana come un animale spossato dalle ore di caccia, e nel cerchio Spirito Ribelle si apre un varco, un minuscolo teatro di vento, peso ed emozione.

Pratichiamo Peng Lu Ji An. Non come una sequenza da copiare e ripetere, ma come un modo di abitare il mondo, il proprio mondo.

Chiedo a Elisabetta, poi chiedo a Kiumars, come ‘sentono’ quei movimenti, come li abitano. Le loro risposte non sono semplici parole, sono due correnti che scorrono nello stesso fiume, senza però confondersi davvero.

Elisabetta, la soglia dell’attesa

Per Elisabetta, il movimento è un gesto in ascolto. Peng non è tanto un’espansione, quanto un respiro che si prepara. Lu più che è un deviare e portare al suolo è un cedere che osserva e attende. Ji è un’intenzione che ancora non colpisce ma protegge.An è un’onda che non vuole ferire quanto disinnescare.

Lei abita la forma come si entra in una stanza avvolta dalla penombra: Mano tesa, pelle che anticipa ciò che l’occhio non vede.

Il suo Tai Chi Chuan è difensivo solo in apparenza, in realtà è custodia, è cura, è la capacità di restare integra mentre il mondo si muove.


Kiumars, il fulmine che precede il tuono

Per Kiumars, invece, la stessa sequenza è ben altra storia. Peng è già un balzo. Lu è un aggancio che trascina a terra. Ji è un colpo che sgorga ancor prima del pensiero. An è una devastazione.

Lui non attende, fa accadere. Il suo corpo non chiede permesso, non cerca conferme. È come un animale che ha imparato a comunicare, ma non ha scordato come si azzanna.


Due interpretazioni per una sola verità

Eppure, ciò che accade tra Elisabetta e Kiumars non è contraddizione. È Tai Chi Chuan nella sua natura più autentica perché una forma, una coreografia, non può MAI essere la stessa, perché non esiste senza chi la attraversa. E chi la attraversa, nel rispetto dei principi che quella coreografia, quella forma, reggono, è sempre un individuo unico ed irripetibile.

La forma è un testo di cui il praticante è la voce. Ogni voce ha un timbro, un ritmo, un modo di vibrare diverso. Vive e comunica emozioni diverse, non si occupa di rivelare una concezione ma di proporre una visione, di esaltare le dimensioni sottili dell’essere.

Per questo, qui allo Spirito Ribelle, la forma non è un dogma ma un palcoscenico di possibilità, un luogo dove la soggettività non è un errore, ma una risorsa.

Per questo, qui allo Spirito Ribelle, la pratica si sostanzia di un’andragogia e di una didattica libertaria e maieutica che è sostegno ed amalgama di quelle risorse ed attitudini ancora poco conosciute, quando non sottaciute, di ogni praticante stimolandolo verso una coscienza espansa.

Quando cambia il movimento, cambia chi lo compie

Il corpo non è un attrezzo, è un ecosistema emotivo; E quando mutiamo il modo di muoverci, cambiamo anche il modo di stare al mondo e dentro le relazioni.

Non perché il Tai Chi Chuaninsegna a essere saggi” o “ci fa diventare forti”: Queste sono illusioni e lusinghe di marketing, non so quanto propagandate e vendute da Maestri e Sifu per ignoranza e quanto per fare soldi, ma perché dallo sfondo porta in primo piano ciò che già c’è ma giace nascosto (“hidden dragon e crouching tiger” non vi ricorda nulla? Nemmeno un famoso film?) e lo integra con quanto già opera alla luce.

Elisabetta scopre la sua fermezza nell’attesa, Kiumars scopre la sua lucidità nell’impeto. Io, non Maestro o Sifu, semplicemente Sensei, “colui che è nato prima’, osservo entrambi e vedo il disegno più grande: La danza delle differenze che non si annullano, ma si amplificano.

Se cambia il modo di muoversi cambiano anche la personalità e il rapporto con gli altri.”

(J. Tolja & F. Speciani ‘Pensare col corpo’)




Il movimento è un linguaggio. E ogni lunedì, ai Giardini Marcello Candia, quel linguaggio si rinnova, si contamina, si espande.

Noi Spirito Ribelle non siamo una palestra, una fabbrica di automi, tutti uguali. Siamo un clan che è laboratorio di crescita e consapevolezza. Un luogo dove il corpo diventa un oracolo, dove la forma diventa un passaggio, dove la differenza diventa ricchezza.

Peng Lu Ji An non sono tecniche. Sono quattro modi di dire “Io sono qui ed ora”. E ogni praticante lo dice a modo suo.

La realtà si svela ala comprensione autentica solo attraverso l’apertura dei sensi; in ciò consiste la facoltà dello stupirsi, ossia la possibilità data ad ogni essere umano di sapersi meravigliare e di riuscire a partecipare”

(G. Mollo ‘ La via del senso’)


mercoledì 10 giugno 2026

Il mio Pensiero di Giugno 2026

 


L’arrivo dell’estate, con il cuore sulla soglia

Mi trovo qua. Giardino o piazza, terrazza o viale, mi trovo qua, dentro il mondo, tra le persone, accanto alle persone, come un respiro che non si sottrae.

Non chiudo mai del tutto; la porta del mio sé resta socchiusa, una fessura di luce dove il sentire decide cosa può affacciarsi e cosa invece deve restare nell’ombra. È la mia sensibilità a filtrare, come un guardiano gentile.

Con gli anni, e con la pratica marziale, ho imparato a non temere la perdita. Ho imparato la bontà, la socievolezza, la mano che accoglie. Ma non ho dimenticato il mordere, quel mordere antico, primordiale, profondo, che non nasce dalla rabbia ma dalla necessità di restare vivi. Un istinto che non tradisce.

Da tempo ho lasciato cadere l’illusione di sezionare il mondo in parti, di nominare ogni fibra, ogni gesto, ogni emozione, come se la vita fosse un inventario ed io il magazzino. Il movimento vivo, e le Arti Marziali come le pratichiamo allo Spirito Ribelle, non conosce compartimenti. È un continuo succedersi di onde, indivisibili, è un mare che non si lascia sezionare senza perdere la sua anima.

Nemmeno il vivere lo permette. Il vivere è un intreccio di impulsi, un tessuto di percezioni che si sovrappongono, un coro di sensazioni che non canta mai da solo.

Camminare, correre, sollevare, sedersi, rialzarsi: Non è un muscolo a farlo, ma la totalità che si accorda, come un’orchestra che non ha bisogno di spartito.

E così anche l’emozionarsi: Arrabbiarsi, gioire, rattristarsi, stupirsi… non sono stanze separate, ma correnti che scorrono l’una nell’altra, onde che si rincorrono chiamandosi per nome.

Muoversi ed emozionarsi sono lo stesso gesto, due vene dello stesso corpo. L’uno non esiste senza l’altro. E per vivere (non per vivere dormendo, come ammonisce Gurdjeff) serve coniugare l’intero sé, il corpo e il sentimento, la memoria e il presente, il panorama intero e non i suoi frammenti.

Allora… Spirito Ribelle, ogni giorno, in ogni luogo.

Che la tua estate sia intessuta di movimento vivo, come la mia lo sarà di Tai Chi Chuan de La Grande Onda, di Kenpo Taiki Ken de La Forza Silenziosa, e di quel vasto orizzonte che oggi chiamiamo Movimento Generalista: Un’arte di vivere incarnata, un tessuto di esperienze che si intrecciano come radici e come vento.

Il potere di cambiare se stessi non è nella mente, ma nel corpo e nei sentimenti.” (G.I Gurdjeff)