Facendo
seguito al precedente post “Spirito
Ribelle – breve manifesto marziale dell’Evoluzione Vivente”,
provo ora ad addentrarmi in un possibile e probabile collegamento tra
gli studi sull’evoluzionismo e la nostra pratica marziale.
1.
Il corpo come archivio evolutivo
La
psicologia evoluzionistica ci rammenta che ogni comportamento umano
origina da un corpo che ha attraversato millenni di selezione. Allo
Spirito
Ribelle
questo non è un concetto, è prima di tutto una postura/attura,
nella dizione di Moshe Feldenkrais.
Il
praticante impara a leggere nel proprio gesto le tracce del cervello
del Pleistocene (il cosiddetto “cervello antico”): L’istinto
del difendersi; l’attenzione ai segnali di minaccia; la capacità
di orientarsi nel territorio; la gestione dell’energia e dello
sforzo.
La
pratica non intende correggere questi modelli, li rende consapevoli,
dallo sfondo li porta in primo piano, li trasforma in strumenti di
presenza. Il corpo diventa una sorta di manoscritto evolutivo che il
praticante impara a leggere e comprendere (più che conoscere,
comprendere
che
è
tenere insieme).
2.
Il conflitto come ambiente adattativo
Per
gli studiosi dell’evoluzionismo, il conflitto non è un incidente e
tanto meno un male, è invece un contesto evolutivo. Allo Spirito
Ribelle,
il conflitto è una soglia andragogica/pedagogica.
Il
confronto marziale non è mai un duello identitario (“io contro
te”), ma un laboratorio dove si affacciano bias evolutivi,
strategie di sopravvivenza, risposte emotive ancestrali, modelli di
cooperazione e competizione.
Il
praticante impara a riconoscere il proprio “stile evolutivo” nel
modo in cui entra nel conflitto, optando per attacco, evitamento,
rigidità, negoziazione, ecc. E da lì, a trasformarlo.
Il
conflitto diventa un campo di formazione al saper stare nel conflitto
della coscienza, non della vittoria.
3.
La mente come sistema di modelli adattivi
La
psicologia evoluzionistica mostra che la mente costruisce modelli per
navigare l’incertezza. Allo Spirito
Ribelle,
questi modelli vengono smontati e ricostruiti attraverso la pratica
senso‑motoria.
Ogni esercizio è una domanda, sovente sotto forma di koan
zen fisico‑emotivi:
- “Cosa
sto percependo davvero?”
- “Quale
narrazione sto raccontando al mio corpo?”
- “Quale
strategia sto ripetendo senza accorgermene?”
L’andragogia/pedagogia
marziale diviene un processo di aggiornamento evolutivo, non si
impara una tecnica (waza),
una serie di ripetizioni; si impara a mettere mano e a modificare i
propri modelli.
4.
Il conduttore del gruppo come facilitatore evolutivo
Nella
prospettiva evoluzionistica, l’apprendimento è un vantaggio
adattativo. Allo Spirito
Ribelle
non c’è un Maestro, ovvero colui che sa e detiene il sapere, ma un
facilitatore di mutazioni.
Il
Sensei
(“colui
che è nato prima”, come mi piace considerarmi) crea ambienti di
esperienza; introduce perturbazioni e turbamenti fisico‑emotivi
pur se in ambiente protetto; aiuta l’allievo a riconoscere i propri
automatismi; stimola la nascita di nuove strategie motorie ed
emotive.
È
un artigiano della trasformazione, non un trasmettitore di forme, non
uno che insegna il “copia e incolla”, l’imitazione di modelli
dati.
5.
La pratica come evoluzione consapevole
Qui
le strade si incontrano. La psicologia evoluzionistica spiega da dove
veniamo; l’andragogia/pedagogia marziale Spirito
Ribelle
mostra come possiamo evolvere ancora lungo il percorso del conflitto
(dal Bujutsu
al Budo).
La
pratica diventa un atto di ribellione evolutiva attuata non contro la
Natura, ma contro la sua inconsapevolezza.
È
un cammino che porta il praticante a riconoscere i propri modelli
ancestrali; attraversarli senza subirli; dare vita a nuove e
personali forme di presenza nel “qui ed ora”; trasformare ogni
gesto in comprensione.
Potremmo
dire che tutto il bagaglio teorico evoluzionistico, nel suo insieme,
racconta l’animale che siamo stati. L’andragogia/pedagogia
Spirito Ribelle propone l’umano che potremmo divenire.
In
mezzo ci sta
il corpo
(quello Leib,
abitato, di cui fare esperienza, non quello
Körper,
oggetto quantificabile, misurabile, “usato” nelle varie palestre
fitness e negli abituali corsi di Arti Marziali) come
terreno di confronto.