Sono immerso nella lettura di “Le armi nascoste della manipolazione” di Chistophe Carré. Sempre stimolante, per me, percorrere la strada che coniuga lo studio della comunicazione verbale, della parola, con il potente linguaggio del corpo (1).
Mi colgo a riflettere che anche nella pratica in coppia del Tai Chi Chuan, ogni gesto è un messaggio. Ogni pressione, ogni cedimento, ogni spirale, è un modo di dire: “Io sono qui ed ora.” Eppure, come ricorda Christophe Carré, la comunicazione più ardua non è quella con l’altro, ma quella con se stessi.
Quando entro in contatto con il compagno di pratica, porto con me un mondo di sensazioni: Tensioni che non ho nominato, emozioni che stento a riconoscere, impulsi che non ho osato dire. Il corpo li conosce ancor prima della mente, li scopre come li tradisce, li offre alla visibilità nitida.
Il Tai Chi Chuan in coppia diventa così un luogo di verità potenti e gentili. Un luogo in cui posso permettermi di formarmi ad esprimere ciò che sento senza paura, senza esagerazioni, senza maschere indossate frettolosamente. Dire “io sento” nel movimento, come suggerisce Carré, significa assumermi la responsabilità del mio pesare, del mio direzionarmi, del mio invadere come del mio ritrarmi.
Quando premo, non accuso. Quando cedo, non mi annullo. Quando ascolto, non scompaio. Uso la prima persona del corpo, che è più sincera della voce.E accade qualcosa di raro, perché esprimere emozioni e sentimenti attraverso il contatto ci avvicina davvero all’altro. Non perché diventiamo più “buoni”, ma perché diventiamo più leggibili, più permeabili, più presenti. Il compagno non deve più indovinare chi siamo, può sentirlo.
Al contrario, emozioni e sentimenti inespressi, leggo in Carré, ci allontanano da noi stessi. Nel Tai Chi Chuan questo si nota subito: Il corpo si irrigidisce, la struttura si chiude, la spinta diventa difesa, il cedere diventa fuga. È il segno che non sto ascoltando le mie esigenze profonde, che sto reagendo meccanicamente invece di agire consapevolmente. (2)
La pratica in coppia, quando, al contrario, è vissuta davvero con intento formativo, con intento ‘guerriero’, ovvero di ‘colui che sa stare nei conflitti’, diviene invece un rito di chiarezza, un modo per tornare a noi stessi attraverso l’altro. Ogni contatto è un invito a dire la verità del momento: “Qui mi sento imprigionato”, “Qui mi irrigidisco e non ascolto più.” “Qui posso fidarmi a stare nella relazione.” “Qui posso lasciarmi andare.”E così, passo dopo passo, il Tai Chi Chuan ci mostra che la relazione, come il movimento, non origina dalla forza muscolare, ma dalla sincerità, dalla vulnerabilità, dalla disponibilità all’ascolto.
Questo, qui allo Spirito Ribelle, è il percorso, la Via, Tai Chi Chuan e Kenpo Taiki Ken. Lasciamo ad altri l’affannato e caotico spingersi e tirare, l’allenamento con pesi sempre più grossi vantando muscoli evidenti ed un peso corporeo sempre più ingombrante. Non è questa la nostra strada.
“La vera forza nasce dal vuoto e dalla quiete, non dalla tensione”
(M° Sun Lu Tang)
1. “Il corpo è linguaggio che parla e dal quale si è parlati, rivela ciò che è nascosto e vero, linguaggio «dell’identità naturale […] che è linguaggio dell’identità sociale» (Bourdieu, 1987, pp. 163-164) “ (‘Il canto delle sirene. Il corpo in equilibrio tra reale e virtuale’ di R. Iaquinta)
2. “Assumersi la responsabilità delle proprie emozioni significa essere in grado di identificare i nostri bisogni personali e comunicarli agli altri. Se non ci rendiamo conto che i nostri sentimenti sono direttamente correlati ai bisogni soddisfatti o insoddisfatti, poniamo dei limiti alla consapevolezza che abbiamo di noi stessi” (C. Carré ‘ Le armi nascoste della manipolazione’).




















