Mio figlio Lupo mi invita a guardare il programma della Art Week, in cui campeggiano diversi eventi di interesse. Lì leggo della mostra di un artista a me del tutto sconosciuto la cui presentazione subito mi intriga.
Detto fatto, eccomi alla galleria Gaburro in pieno centro cittadino, a visitare
la mostra di Iain Andrews.
Farlo significa entrare in un territorio dove il colore non è decorazione, ma una lesione; dove la forma non tranquillizza, ma interroga; dove l’immagine non rappresenta, ma evoca. È un viaggio nell’Ombra junghiana, quella regione psichica in cui si contorcono le pulsioni più profonde, le memorie arcaiche, le parti di noi che non osano la voce nel linguaggio ordinario.
È proprio in questo spazio che ho trovato una sorprendente corrispondenza con il mio modo di intendere e proporre le Arti Marziali. Non come disciplina estetica o ginnica, non come repertorio di gesti codificati, ma come pratica simbolica, rituale, trasformativa. Una Via che attraversa l’Ombra invece di evitarla, che la invoca e ci si confronta invece di soffocarla.
Le opere di Andrews sembrano muoversi come un combattente che danza tra caos e forma: Stratificazioni, abrasioni, tagli, improvvise aperture di luce. Ogni quadro è un kōan visivo, una percossa che disorienta per risvegliare. Allo stesso modo, così come io e noi allo Spirito Ribelle la intendiamo, la pratica marziale lavora per far emergere in primo piano ciò che giace sullo sfondo: Inquietudini, paure, desideri, impulsi vitali. Non per giudicarli, ma per quanto possibile integrarli.
Sono convinto che l’arte di Iain Andrews e la pratica marziale condividono un linguaggio metaforico. Entrambe parlano attraverso simboli, archetipi, gesti che non intendono spiegare ma solo rivelare. Entrambe chiedono al marzialista (o allo spettatore) di lasciarsi attraversare, di accettare la vulnerabilità necessaria alla comprensione, più che alla conoscenza (1),ed alla trasformazione. Entrambe, poi, ricordano che l’autentica forza non nasce dal controllo, ma dalla capacità di stare nel conflitto senza esserne travolti.
In questo senso, la mostra non è stata per me solo un’esperienza estetica, ma un vivido riconoscimento: La conferma che il percorso marziale può dialogare con l’arte più radicale, e che entrambe possono diventare strumenti per esplorare la complessità dell’essere umano. Un invito a continuare a camminare sul filo sottile che mischia Ombra e Luce, forma e caos, gesto e visione.
Per questo non smetterò mai di esortare chi mi legge, e in particolare chi con me condivide il percorso marziale allo Spirito Ribelle, a frequentare e magari praticare tutte le sette Arti: Architettura, scultura, pittura / fotografia, musica, danza / movimento in genere (ma non le pratiche fitness e di palestra oggi in voga che agiscono di corpo Korper!!), letteratura e cinema / teatro
come splendida occasione di reale attraversamento emotivo e crescita personale.
1. “(omissis) comprendere: cioè dell’interpretare e non dello spiegare, dell’accompagnare (…) dell’accogliere e non ridurre (…)” (F. Cambi. ‘Un modello integrato di epistemologia pedagogica’)
Milano Art Week 2026
dal 13 al 19 Aprile





Nessun commento:
Posta un commento