lunedì 8 giugno 2026

L'Arte della Guerra cap. 13

 

L’Arte della Guerra, di Sun Tsu (circa VI secolo a.c.) 

Brevi riletture nel terzo millennio che pongono domande, che sollecitano dubbi, che avanzano proposte 

Cap. 13

La liturgia delle Spie Interiori

Orazione del Regno Interiore, che è Neijia Kung Fu

Ad ogni avvio della pratica marziale, quando il respiro modella la sua direzione, il marzialista è insieme Re e Generale di un territorio vasto quanto il proprio corpo tutto.

Non aspira a conoscenza ma a comprensione. Non a concezione ma a visione. Non a memorizzazione ma a narrazione.

Così inizia la liturgia guerriera di colui che, né militare né guerriero di mestiere o necessità sui campi di battaglia, è un civile che combatte per saper stare nei conflitti relazionali, a partire dal conflitto con le mille e mille parti di sé.

Le Spie che originano dal corpo

Sun Tsu, nel capitolo 13 del suo ‘ L’Arte della Guerra’, afferma che la vittoria nasce da una rete informativa puntuale. Nel rito del Tai Chi Chuan, oggi che abitiamo il terzo millennio in una società democratica e non in guerra, questa rete è fatta di sensazioni sottili, di impulsi che emergono come spie dal buio della propria Ombra.

Sono spie fedeli e infedeli, spie che lavorano per tutti gli opposti che in noi si agitano informi, spie che non obbediscono alla volontà, al raziocinio, ma alla fragile e contraddittoria verità del momento.

Esse originano dal peso che si scarica nei piedi, dal vuoto che si dischiude nel bacino, dalla spirale che si avvita nella colonna, dal respiro che si espande come un araldo.

Ogni spia porta un segno, un avvertimento, un indizio. Forse, un simbolo.



Il Re che recepisce

Il Re interiore non dà ordini. Accoglie, recepisce, e nel suo accogliere, governa.

Egli ascolta le spie senza giudicarle, le lascia dire, le lascia contraddirsi, le lascia rivelare ciò che la mente non vede o non vuole vedere.

Il Re è quella parte di noi che dice: “Mostrami ciò che non so di me.”

Così il corpo, corpo Leib (e non Korper) che è l’unico vero corpo di chi sia davvero un marzialista, diviene un regno che si apre, un territorio che si lascia esplorare sopportando la paura di ciò che emerge.



Il Generale che Interpreta

Il Generale non è un guerriero, è un interprete. È colui che converte i segnali in direzione, le sensazioni in strategia, le contraddizioni in movimento: Alchimista del sé integrale, fisicoemotivo.

Nel movimento del Tai Chi Chuan, il Generale distingue il momento in cui cedere, il momento in cui premere, il momento in cui offrirsi vuoto.

Egli sa che la vittoria non è esaltazione, non è nemmeno narcisismo ed ego ipertrofico, ma coerenza. Una coerenza tra ciò che avviene dentro e ciò che si manifesta fuori.

La Danza delle Spie

Quando il Re ascolta e il Generale interpreta, le spie danzano.



Il marzialista agisce allora come in un rito antico in cui ogni gesto è un messaggio, ogni transizione è un passaggio occulto, ogni equilibrio è un patto fragile tra forze invisibili.

Il Tai Chi Chuan diviene una mappa vivente, una cartografia del sentire, una strategia del respiro, una narrazione che si scrive nel presente del gestaltico “Qui ed ora”.

La vittoria, se c’è, non è un prodotto, una mera conseguenza. È una rivelazione. È vedere ciò che prima era nascosto. È comprendere ciò che prima era confuso. È lasciare che le spie interiori diventino rivelatrici di visione.

Chiusura della liturgia

Il marzialista chiude il gesto come si chiude un cerchio sacro: Non con un pensiero, ma con una presenza totale.

Il Re abbraccia il silenzio, il Generale si lascia pervadere dalla quiete, le spie tornano a vivere nell’Ombra. Per un momento, lungo o breve che sia.

E il corpo, ora più vasto, continua a narrare di sé e dello stare al mondo.







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