giovedì 9 luglio 2026

La forza del clan: Anatomia appassionata di una città che disgrega e di un’Arte che ricompone

 

Milano, la mia città, è una distesa pulsante di luci e fiumi d’asfalto, una metropoli che si erge come un organismo immenso e impersonale. Qui, dove il ritmo nazionale si frantuma in velocità e verticalità, l’individuo si dissolve nella folla: Un estraneo tra estranei, un extraneus (1) che erra ai confini di ogni contesto familiare, sociale.

Nelle sue vene scorre ciò che Marc Augé (2) ha chiamato non-luogo. Spazi senza memoria, senza identità, senza relazione. Ambienti dove la presenza è solo in transito, dove la coabitazione non genera comunità ma una sorta di solitudine condivisa. Basta un viaggio in metropolitana per accorgersene, lì ovunque corpi accalcati, sguardi assenti, volti schiavi di schermi che fagocitano attenzione e rimasugli di pensiero. Una massa informe che si muove senza mai incontrarsi davvero.

Gli urbanisti, sacerdoti della mobilità e del consumo, hanno modellato la città come un dispositivo di produttività. Hanno costruito piazze che non invitano alla sosta, panchine che scoraggiano la conversazione, spazi pubblici che sembrano progettati per impedire ogni avvio di contatto umano. La socialità, un tempo spontanea come un saluto tra vicini, è stata sostituita da una co-presenza anonima perché si abita lo stesso luogo, ma non lo stesso mondo!!

La grande città, la metropoli, offre infinite possibilità di incontro, ma svuota la profondità dei legami. Le reti sociali sono sì ampie ma fragili, come ragnatele troppo tirate. Relazioni legate a funzioni, a luoghi, a occasioni come la scuola, l’ufficio, la palestra. Rapporti minimalisti, intercambiabili, consumati con la stessa fretta con cui si consuma un prodotto.

A questo si aggiunge la spinta capitalistica, figlia di un immaginario U.S.A. che ha fatto della produttività un valore supremo. Si vive (sopravvive?) correndo, di fretta; si vive senza vivere. Anche gli affetti diventano appuntamenti, anche le amicizie diventano impegni, anche la presenza diventa un gesto da ottimizzare.

È per questo (non “sarà”, ma è) che ho cercato un’altra via, forse una Via. Una via che non fosse fatta di accelerazione, ma di radicamento. Una via che non fosse fatta di consumo, ma di esperienza. Una via che non fosse fatta di estraneità, ma di clan.


Le pratiche marziali, quando condotte con consapevolezza, sono un ritorno alla dimensione dionisiaca dell’esistenza che è il corpo come luogo di verità, il movimento come linguaggio, il contatto come relazione. Sono un percorso di identità, un modo per ritrovare la propria forma interiore attraverso la forma esteriore.

In questo cammino ho costruito, insieme ad allievi che sono prima ancora amici, un piccolo clan. Un minuscolo gruppo di individui che, tra un pugno e una schivata, tra una bastonata e un balzo, si scambiano emozioni autentiche. Non finzioni, non convenzioni, non ruoli sociali, solo verità.

Nel nostro spazio di pratica, il ‘non-luogo’ si dissolve. La metropoli perde la sua maschera fredda ed asettica. L’estraneo diviene volto e respiro. Il volto ed il respiro divengono storia. La storia diviene legame.

Qui si ricostruisce, o almeno si tenta di ricostruire, ciò che la città disgrega, ovvero quella comunità come forma originaria della vita, la forza del gruppo come radice dell’individuo, la presenza come dono reciproco. Qui si torna a essere clan. Non per chiudersi, ma per ritrovare il senso dell’apertura; non per difendersi, ma per riconoscersi; non per combattere contro, ma per crescere insieme.

La forza del clan non è un ritorno al passato, è un atto di ribellione poetica nel presente. È la scelta di abitare il mondo con più corpo, più cuore, più relazione. È la risposta marziale a una città che ci vorrebbe soli, estranei.




1. Nella lingua latina extraneus indicava qualcosa o qualcuno che si trovava "fuori" da un contesto familiare, territoriale o sociale.

2. Marc Augé ‘Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità’



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