martedì 22 gennaio 2013

Lungo il percorso



“Porto addosso le ferite delle battaglie che ho evitato”
(F. Pessoa)

I miei primi passi nel Karate
Quando iniziai la pratica del Karate, era il Febbraio del 1976, mai avrei immaginato di trovarmi, a 61 anni, ancora a praticare. A praticare quotidianamente e con tanta passione.
Iniziai col Karate perché allora, a Milano, c’erano solo Karate o Judo: a me prendeva di più menar cazzotti che avvinghiarmi e strattonarmi, forse anche in ragione delle mie “vivaci” esperienze di strada, così scelsi il Karate.
Il” Karate perché allora era pensiero comune che di Karate ne esistesse uno ed uno solo: lo Shotokan.
Ci sarebbero voluti un paio d’anni per scoprire che lo “Shotokan” era solo uno delle centinaia di stili di Karate ed un paio d’anni ancora per scoprire che  dello Shotokan c’erano diverse interpretazioni.
Non voglio tediarvi con il mio passato marziale, tra diversi stili di Karate, poi quello che allora si chiamava “Contact” ed oggi è “Kick Boxing”, e poi il “Karate Storico / Shaolin Mon Karatedo” e Ju Jitsu, Yoseikan Budo, Kenpo, Kali, I Chuan, Wing Tsun / Wing Chun, Tai Chi Chuan …
Perché passai da una pratica all’altra era, sostanzialmente, dovuto alla ricerca dell’Arte più completa, con le “armi” più efficaci.
Con gli anni, incontro dopo incontro, mi accorsi che ero io, il praticante, a dover cercare la consapevolezza (“stare nell’esperienza – il qui ed ora; esercitare un’attenzione vigile e dinamica – il cacciatore; apprezzare sorpresa e stupore – sospensione del giudizio, ascolto empatico; scoprire lo straordinario nell’ordinario – unicità dell’esperienza” in http://www.tizianosantambrogio.it/tai.html )
 attraverso il saper gestire corpo ed emozioni: le diverse Arti erano solo strumenti per rendermi più capace.
Monica e Lupo, il mio calore
Più importante è il “come” ci passai. Un “come” che portò a galla la mia parte Ombra, quella parte “cattiva” che non volevo riconoscere ed accettare, che usciva fuori, brutale e predatoria, dotata di un’apparente vita propria ed incontrollata. Un “come” in cui fu fondamentale il mio percorso gestaltico (“Quando accade qualcosa di reale, ciò mi emoziona profondamente” F. Perls), insieme ad alcuni accadimenti personali: l’essere lasciato dal mio grande amore, mia moglie Donata, improvvisamente votatasi ad una vita di allegre vacanze, settimane bianche, divertimenti e spensieratezza in una compagnia di giovani poco più che ventenni, ancora stanziali presso mamma e papà, con ciò privato dell’immenso piacere del quotidiano vivere con mio figlio Kentaro e del quotidiano accompagnarlo  nel diventare adulto; poi l’incontro con Monica e quel che ne seguì, di sentimenti forti rinnovati, compresa la nascita di nostro figlio, il mio stupendo Lupo.
Un “come” che mi spinse a ridurre le frequentazioni di studio marziale, laddove ogni Insegnante incontrato, di qualsiasi Arte, imponeva tecniche e loro imitazione: una povertà ed una noia mortale ! 
Ripresi, invece, la pratica Feldenkrais
( “Seguendo processi organici simili a quelli del bambino che impara per la prima volta a muoversi nel campo gravitazionale, il Metodo Feldenkrais ci permette di svincolarci da schemi posturali e di movimento meccanici e ripetitivi, divenuti inadeguati e inadatti a rispondere ai nostri bisogni, o addirittura dannosi per noi. Offrendo opzioni diverse e alternative al nostro abituale modo di muoverci, e stimolando l’autoconsapevolezza, il Metodo Feldenkrais permette la ripresa della crescita delle strutture nervose e aumenta la nostra capacità di scegliere più liberamente come agire e come essere” a cura dell’ Associazione Italiana Insegnanti Del Metodo Feldenkrais ),
e mi accostai  al mondo della danza, in particolare:
Expression Primitive
( “… la danzamovimentoterapia è una preziosa occasione per essere attraversati dalla dolorosa sensazione della crescita e della conoscenza”.  Danzare le Origini. V. Bellia)
e Danza Sensibile
( “La pratica del movimento cosciente permette di confrontarsi con le risposte inattese che emergono spontaneamente dal corpo. Le azioni fisiche svelano il proprio mondo psichico ed emotivo, portando alla luce aspetti personali rimasti in ombra, e riportando alla coscienza memorie passate o addirittura arcaiche, registrate in ogni singola cellula del nostro corpo” in http://www.danzasensibile.net/storia_pratiche.htm ).
Da tutto questo impasto, andando, come è sempre stato sin dall’adolescenza, oltre il conformismo piuttosto che banalmente contro (“Vale più un cuore puro e un cazzo dritto, di ogni pensiero debole, piagnone, contro” G.L. Ferretti)  nasce una mia personale pratica marziale che, pur sempre in evoluzione, ha ormai dei cardini, delle fondamenta, ben chiari.
Restando sul campo motorio, essi sono l’identificazione dei fattori essenziali per ogni agire: peso, spazio, tempo, flusso ( come li indicava Laban )
Che significa porsi queste, come prime domande relative al corpo:
Quale parte si muove ?
Dove comincia il movimento ?
Come si estende attraverso il corpo ?
Per poi porsi quelle relative allo spazio, agli impulsi fisicoemotivi ed infine alle diverse manifestazioni della forma, per me intesa sempre come tra-sforma !!
Ma qui siamo già pienamente nel campo  dell’individuo come unità psicofisica indissolubile, pur nelle articolazioni delle funzioni vitali. In cui il “corpo” è un’unità inscindibile che genera in se stessa il proprio senso. In cui, qualunque aspetto materiale (stato fisiologico, comportamenti, espressioni vocali, ecc.) è un’impronta che rinvia a un vissuto psichico e viceversa.
La peculiarità, l’originalità di quel che facciamo allo Z.N.K.R., ne esce ben evidente. Probabilmente soli, unici, nel campo Arti Marziali, ad avere la consapevolezza di quanto sopra. Per dirla brevemente: ogni nostro gesto influenza un nostro stato d’animo e ne è a sua volta influenzato. Fatelo capire a chi pratica spinning o si sfoga  menandosi “ a tamburo” su un ring o in qualche corso di difesa da strada; a chi fa danza del ventre o memorizza e ripete forme di Tai Chi Chuan; a chi percorre vasche su vasche di nuoto o a chi, immobile, sta in posizioni del Chi Kung.  Tutto quel che fai innesta modifiche nel tuo stato d’animo e ne è a sua volta modificato. Esserne consapevoli è iniziare un percorso per scegliere quale attività fare  e come farla. Allora va bene tutto, il mimo e il Krav Maga, il Pilates e il Judo, la Zumba Dance e il Tai Chi Chuan se affronti queste quattro domande:
Cosa stai facendo ora ? Sei consapevole di come agisci ?
Cosa provi in questo tuo fare ? Come ti stai emozionando ?
Cosa vuoi evitare con questo tuo fare ? Da cosa cerchi di stare alla larga ?
Cosa vuoi veramente da questo docente e da questa pratica ?
Per noi, allo Z.N.K.R. come più volte detto e scritto, praticare Arti Marziali è metafora e metonimia del confliggere quotidiano.
Imparare a “menar le mani” per imparare a stare nei conflitti quotidiani, accettandoli come componente essenziale, positiva, di ogni relazione.

Non voglio dilungarmi oltre.
Celso
Mi preme, qui, ricondurmi
-       ad una domanda fattami, in pedana, dall’Insegnante Celso e relativa alla continuità, dialettica invero, del nostro metodo. E sì, il modo di muoverci è sostanzialmente lo stesso ,da una quindicina d’anni a questa parte. Solo ( e non è poco) sempre più sottile, più “interno”.
Perché l’avversario che hai da temere di più non è il più grosso, il più voluminoso, ma quello che non vedi, che ti colpisce senza darti alcun segnale (Ehi, stai pensando a qualcosa che va oltre lo scontro fisico ? Che dallo scontro fisico si proietta, si estende sui tuoi sentimenti, sulle tue emozioni ? Stai pensando giusto, amico: dalla formazione alle “botte” alla formazione … al vivere !). Perché così risparmi le tue energie, non le disperdi in gesti e movimenti ampi, sprechi meno ed ottieni di più (Azzz, siamo anche degli ecologisti perfetti !?!?). Perché così lavori sul sistema nervoso parasimpatico, quello che si affida alla muscolatura profonda sostenuta da visceri ed organi, lasciando in secondo piano il lavoro osteo muscolare.
Paul Klee: Insula Dulcamara
Perché “Risulta più chiaro come, fra tutte le tecniche psicologiche e corporee destinate a curare un individuo, alcune favoriscano la capacità dell'Io di esercitare il suo controllo - e sono quelle più adatte per la fase di adattamento alla realtà -, mentre altre favoriscano il recupero delle parti ombra, e quindi l'esercizio dell'Io a rinunciare al proprio controllo e a mettersi al servizio della propria integrità. Le tecniche di pensiero positivo e quelle destinate all'acquisizione di un controllo sul corpo ( come la danza classica, il culturismo, la ginnastica tradizionale e in definitiva tutta la medicina classica) sono più affini, come intenzione, alla fase di costruzione dell'Io. Nella stessa direzione si muovono tutte le forme di psicoterapia che considerano l'inconscio come una cantina buia da sgomberare. Alla fase del recupero della propria integrità sembrano invece adattarsi meglio le forme di terapia ( quali le tecniche di movimento spontaneo, la meditazione nelle sue varie forme o le psicoterapie centrate sull'espressione di sé) che vedono nell'inconscio - ma anche nel divino o nella sacralità del processo - la radice da esplorare ed eventualmente da reintegrare nella propria vita. E il corpo come il luogo dove tutto questo può accadere.” ( “Pensare col corpo”. Tolja  & Speciani ).
Luigi
-       ad una intelligente osservazione che, sempre in pedana, fece Luigi e che suona, più o meno, così: “Ma un principiante che venisse oggi in Dojo, che fatica farebbe, come potrebbe, capire e praticare in questo modo ?
Non so che fatica farebbe, so come aiutarlo in questa fatica: Con il nostro metodo maieutico, fatto di domande, domande mirate a partire dal sapere del praticante stesso.
Quel che è certo è che, da noi, le porte sono aperte a tutti: che vogliano fare della pratica marziale uno strumento per crescere e trasformarsi nelle relazioni di ogni giorno o che, invece, semplicemente vogliano imparare a menar le mani.
Per tutti, ma soprattutto per i primi, vale la regola che chi viene regolarmente e si appassiona a quel che fa, mi accompagna lungo il percorso; chi viene saltuariamente e poco appassionandosi mi segue nel percorso; chi viene poco o nulla e poco o nulla si appassiona mi … insegue lungo il percorso !!

“Il kung fu è così straordinario perché non è affatto speciale. E’ semplicemente la diretta espressione di quello che ognuno sente con il minimo utilizzo di mosse ed energia”
(B. Lee)








1 commento:

  1. Accompagnarti è:
    “saper conoscere l’armonia dentro al conflitto” e poi crescere, creare, costruire, insieme.
    Seguirti o Inseguirti è:
    Non conoscerti e di riflesso non considerarti, e ritrovarsi a farsi e a fare tante ed inutili domande e a sollevare grandi ed inutili dubbi creando così inutili conflitti che non si possono risolvere se non con noi stessi.
    L’avventura più bella è Accompagnarti, Mio Sensei.

    RispondiElimina